Tracce di conflitto sociale nel regime di fabbrica contemporaneo

Introduzione

L’attuale ricerca si svilupperà attraverso la presentazione e l’analisi di alcuni dati di cronaca, relativi alle attuali lotte operaie nei luoghi di lavoro, in altre parole nelle aziende che formano il reticolo delle economie capitalistiche nazionali.

 

Gli ultimi sussulti del confronto fra le superpotenze capitalistiche di Russia e America si sono appena placati, con l’impegno di Trump e Putin a riattivare le ordinarie vie di colloquio. Eppure non può esserci pace duratura fra le voraci borghesie nazionali contemporanee, quando in generale l’accumulazione del capitale arranca, sotto la sferza della caduta ‘storica’ del saggio di profitto, e all’orizzonte si staglia l’incubo del malcontento sociale provocato dalla miseria crescente. In verità il capitalismo si contorce nelle sue contraddizioni, nelle sue tare originarie, in una corsa forsennata alla distruzione del surplus di merci, macchinario, e forza lavoro in eccesso, per poi ricostruire tutto sulle macerie di guerre locali e crisi economiche, per rilanciare il processo di accumulazione, cioè la riproduzione allargata del capitale e i profitti d’impresa. Nulla di nuovo sotto il sole, anche il declino degli USA e la comparsa di economie capitalistiche emergenti (BRICS) fa parte del gioco di sempre,  proprio come  un branco di lupi mette da parte il vecchio capobranco, per lasciare il comando a qualche giovane lupo. Le statistiche economiche sono implacabili, in dieci anni la Cina ha accresciuto otto volte il PIL nazionale, mentre gli USA sono appena riusciti a raddoppiarlo. Sul piano militare si registrano  varie sfide aperte alla presunta egemonia USA/NATO (Donbass, Siria, Yemen), sullo sfondo di una pericolosa tendenza all’obsolescenza delle armi convenzionali, e non, del blocco ‘occidentale’. In questo scenario globale,  al proletariato internazionale la cucina capitalistica propone lo stesso piatto degli ultimi decenni: austerità, sacrifici, tagli al welfare, precarietà e disoccupazione (alias miseria crescente). Ma anche la domanda che facciamo a noi stessi è sempre uguale: fino a quando il proletariato internazionale accetterà, senza proteste massicce, il piatto avvelenato servito dai suoi sfruttatori? Forse una ricognizione sulle attuali lotte proletarie, nel regime di fabbrica di alcune economie capitalistiche nazionali, potrebbe iniziare a rispondere alla nostra domanda precedente.

 

Conflitto sociale e lotte operaie. Prima parte

Il termine conflitto sociale indica una generica fenomenologia di scontro fra attori diversi, divisi da interessi non necessariamente inconciliabili. Pensiamo alle ricorrenti proteste localistiche contro il fisco, o ai movimenti sorti per impedire la costruzione di una strada, o per difendere i diritti ‘universali’ di un gruppo di soggetti  accomunati da un certo orientamento sessuale. Il sistema di potere borghese non è minacciato seriamente da questo tipo di conflitto, poiché esso  non rimette in discussione i rapporti di produzione capitalistici, la sua è una lotta per obiettivi in definitiva compatibili con l’organismo socioeconomico esistente.
I movimenti sociali sorti dal seno della classe media, fanno parte di questa categoria, ed esprimono innanzitutto una resistenza ai processi di proletarizzazione, con l’obiettivo di conservare alla  classe media lo status sociale preesistente.  In passato questi movimenti hanno lottato per scaricare sulla classe proletaria, previo sostegno ai  regimi politici fascisti, stalinisti e nazisti, il maggiore grado di sfruttamento indispensabile per evitare la perdita della propria condizione di mezza classe. In fondo i movimenti del ceto medio nascono sulla speranza  rimandare, ‘sine die’, il momento della perdita del proprio status socioeconomico. La polemica contro i fronti democratici con i partiti borghesi, nasce anche dalla  constatazione del contrasto di interessi sociali, e quindi di programmi politici, fra i soci di una eventuale alleanza popolare. Di fatto le mezze classi possono perseguire i propri interessi sia con il bastone delle dittature scoperte, sia con l’inganno dell’accordo democratico interclassista. Il conflitto contro lo sfruttamento che si consuma dentro il regime di fabbrica capitalista, è invece un riflesso immediato della esistenza di rapporti di produzione basati sulla sussunzione del lavoro vivo da parte del capitale (in quanto lavoro morto, cristallizzato in mezzi di produzione). Anche se limitate al piano di obiettivi apparentemente salariali, le lotte operaie di fabbrica posseggono dunque una potenzialità anti sistema estranea ai movimenti del ceto medio. Infatti, senza una base di lotte sindacali estesa a tutte le categorie, guidate da una forza politica comunista, non si pongono neppure prospettive pratiche di cambiamento.

 

Seconda parte: interpretazioni e letture sindacali di alcune recenti lotte sociali

Spulciando le vecchie pubblicazioni di qualche sindacato di base, aventi per tema le agitazioni sindacali francesi del 2016, sono emersi due aspetti importanti. Uno, lo sviluppo delle lotte sociali in Francia, in queste pubblicazioni, è regolarmente sopravvalutato, soprattutto se si considera che quel movimento di lotte è rifluito, ottenendo inoltre pochi risultati pratici (si obietterà che in Francia ci sono oggi segnali di ripresa del conflitto, di cui siamo ben lieti, anche se tutto lascia pensare ad un replay del 2016). Gli articoli che abbiamo letto ponevano al centro dell’analisi la potenza delle agitazioni operaie, la loro capacità di bloccare la produzione, e infine la creazione di una rete di collegamento con altre lotte sociali (Nuit Debout). Questi ultimi elementi non possono essere smentiti, la loro presenza è verificata, tuttavia è anche vero che le lotte del 2016 non hanno avuto la forza (quantitativa e qualitativa) per porre in discussione, politicamente, l’organizzazione socioeconomica capitalista, e sono dunque restate sul terreno difensivo delle rivendicazioni economiche immediate. Questo livello puramente difensivo delle lotte operaie francesi, senza nulla togliere all’impegno generoso dei partecipanti, va considerato come un segnale della persistente forza del capitalismo, ancora in grado di incanalare su un binario morto il conflitto di classe (usando l’ideologia, usando i sindacati attenti alle ragioni dell’economia nazionale, usando la minaccia e l’uso della repressione, e soprattutto usando il bisogno vitale, umano, di avere un lavoro e un salario, per quanto misero e a caro prezzo). Il secondo elemento degno di nota, in certe letture ‘sindacali’, è la sottovalutazione dell’assenza di una direzione politica delle lotte, e quindi dell’assenza di un programma in grado di orientarle verso la conquista di mutamenti socioeconomici permanenti. Tale sottovalutazione, ove non significhi la simmetrica sopravvalutazione delle azioni di lotta volte alla difesa immediata della condizione salariata, potrebbe invece semplicemente indicare una presa d’atto della attuale debolezza della classe proletaria. In questo secondo caso sarebbe opportuno cercare di ragionare sulle cause di questa debolezza, evitando di sovrastimare alcune lotte cicliche contro il regime di fabbrica, causate dalla sua nocività e pericolosità, oltre che dall’aumento storico dello sfruttamento, del dispotismo e della miseria. Queste lotte cicliche possono raggiungere, è vero, un livello di allarme per il sistema, tuttavia questo avviene solo quando riescono a collegarsi saldamente con un programma politico e una forza comunista. I fattori materiali in grado di consentire il collegamento li abbiamo esposti e analizzati ripubblicando e commentando vari articoli, usciti in origine su ‘Prometeo’ e ‘Programma Comunista’. In particolare, nel marzo 2016, abbiamo pubblicato il testo del 1951,”Azione economica e partito rivoluzionario’, ma anche di recente abbiamo ripubblicato il capitolo 23 dei 31 punti, avente per oggetto proprio la ”questione sindacale”. In modo specifico, il capitolo 23 evidenzia anche il ruolo negativo svolto dall’aristocrazia operaia, e dall’esistenza di riserve patrimoniali a perdere (casa, depositi bancari), due fattori che contribuiscono a frenare e rendere titubante l’azione di lotta della classe operaia (insieme ai fattori precedentemente enumerati: ideologia dominante, sindacati attenti alle ragioni dell’economia nazionale, minaccia e uso della repressione statale, bisogno vitale di avere un lavoro e un salario). Le sconfitte e i fallimenti di un ciclo di lotte immediate non sempre sono del tutto negative, infatti una parte degli attori sociali che vi hanno preso parte possono apprendere da esse delle lezioni preziose per il futuro, maturando infine la consapevolezza della necessità di una organizzazione politica comunista, affinché diventi effettiva la trasmutazione del piano rivendicativo salariale nel piano politico del cambio di regime.

Postilla: Dizionarietto dei chiodi revisionistici: Attivismo

Non può considerarsi un “chiodo”, cioè un’idea fissa, una mania delirante, perché non si tratta affatto di una concezione dottrinale, di una posizione teorica comunque fondata su una determinata considerazione della realtà sociale. Esso, infatti, presuppone l’assenza e il sovrano disprezzo per il lavoro teorico bastandogli qualche formoletta tattica e la esperienza della manovra politica, l’empirismo agnostico, la praticaccia dell’organizzazione e il gergo della terminologia. L’attivismo non è dunque un “chiodo”, ma il terreno di coltura di tutti i “chiodi” e fissazioni che affliggono ricorrentemente il movimento operaio. Ma le ondate epidemiche di attivismo non capitano a caso. Si può affermare che la teoria marxista si è formata in una continua incessante lotta critica contro le infatuazioni attiviste, che poi sono le manifestazioni sensibili del modo di pensare idealistico. Le epoche in cui il fenomeno raggiungeva l’acme erano invariabilmente contrassegnate dal trionfo della controrivoluzione. Prendiamo a testimonianza un brano di Engels, tratto dall’articolo Programma dei blanquisti profughi della Comune, pubblicato sul Volkstaat, anno 1874.

Esso dice testualmente:

Dopo ogni rivoluzione naufragata od ogni controrivoluzione, si sviluppa tra i profughi scampati all’estero una attività febbrile. Le diverse gradazioni di partiti si raggruppano, si accusano reciprocamente di aver condotto il carro nel fango, si incolpano gli uni e gli altri di tradimenti e di tutti i possibili peccati mortali. Si rimane così in istretto legame con la patria, si organizza, si cospira, si stampano fogli volanti e giornali, si giura che in ventiquattro ore si tornerà a ricominciare, che la vittoria è certa e si distribuiscono nell’attesa di già gli uffici governativi. Naturalmente i disinganni seguono ai disinganni, e poiché questi non si vogliono ascrivere alle condizioni storiche ineluttabili, che non si vogliono capire, ma ai fortuiti errori dei singoli,così si accumulano le reciproche accuse e tutto finisce in una baruffa generale”.

Sostituite alle circostanze dell’epoca post-Comune, successiva cioè ad una tremenda e devastante sconfitta del movimento rivoluzionario, quelle analoghe di un qualsiasi periodo di riflusso del movimento e di vittoria totalitaria della reazione capitalistica; sostituite ai profughi blanquisti della Comune scampati all’estero qualsiasi gruppo di scalmanati, ostinatamente decisi a non accettare le “condizioni storiche ineluttabili”, di cui parla Engels, e vedrete che la realistica caratterizzazione dell’attivismo anno 1874 è perfettamente applicabile, poniamo, all’anno 1926 o all’anno 1952.

L’anno 1926 segnò la vittoria dell’attivismo fronteunista, del fusionismo, dei blocchi interclassisti in funzione antifascista, contro il “settarismo dogmatico e l’immobilismo” della Sinistra Italiana. Successe cioè ai “profughi” della fallita rivoluzione in Germania, della mancata offensiva di classe contro il fascismo mussoliniano, della disfatta rivoluzionaria in Ungheria, ecc., quello che succedeva ai “profughi blanquisti” della Comune del 1871. Non si volle capire che se le “condizioni storiche ineluttabili” della ripresa della borghesia e della disfatta della rivoluzione su scala mondiale allontanavano lo scoppio del successivo conflitto di classe, questo non si poteva affrettarlo con nuove inopinate giravolte tattiche, che cozzavano stridentemente con i principii. Si gridò allora, nella stalinizzata Terza Internazionale, che la Sinistra Comunista dissimulava sotto la fedeltà incrollabile ai principii, la teorizzazione dell’immobilità, dell’inazione politica, della paleontologia politica.

Sentite quello che il relatore Bucharin, in sede di discussione del 1° punto all’O.d.G. dell’Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista (25 febbraio 1926) diceva: “Esistono due metodi, a fondo differenti, di lotta per la prospettiva rivoluzionaria. Il primo è il metodo marxista: esso consiste[udite, udite] nell’adattare alla realtà concreta la nostra lotta per la prospettiva rivoluzionaria, nel prendere la realtà così com’è, anche se sfavorevole. L’altro metodo è quello di Bordiga, il quale fa completamente astrazione dalla situazione e si contenta di affermare che noi siamo dei rivoluzionari e che dobbiamo combattere per la rivoluzione. Quanto alla analisi marxista della situazione obiettiva e alla tattica che ne scaturisce, essa è, presso Bordiga, completamente assente. Non è un caso fortuito se nel suo lungo discorso non abbiamo udito una sola parola sugli indizi specifici della situazione attuale. Ciò non gli importa affatto, perché egli considera tutto da un punto di vista generale ed astrattamente rivoluzionario e si contenta di coniugare il verbo ‘fare la rivoluzione’. Inutile dire che questo metodo conduce a rendere volgare la nostra tattica, il che non ha niente di marxista”.

Occorre il commento? Ognuno di noi sa che non a caso la tattica preconizzata dall’attivista Bucharin, a quel tempo alleato di Stalin, doveva condurre dove ha condotto, cioè prima al patto russo-tedesco, poi alle Conferenze di Yalta e Potsdam, ai Comitati di Liberazione Nazionale, al Tripartito, alla Conferenza economica di Mosca, eventi che il fiero oppositore della Sinistra Italiana non potette vedere perché pietosamente fucilato in precedenza dagli attivisti di Stalin. La tattica “adattata alla realtà concreta” doveva condurre, niente niente, la Terza Internazionale comunista a finire in “baruffa generale”, come diceva Engels nei riguardi dei Bucharin 1874. Ma in compenso si aveva la vittoria completa dell’attivismo, che oggi furoreggia nelle campagne per la pace e per la difesa della Costituzione borghese!

Occupiamoci ora dell’anno 1952. I “profughi” della III Internazionale che fanno? Abbiamo visto il lavoro rivoluzionario “concreto” dei Partigiani della Pace, con relativo variopinto codazzo elettorale. Ma essi non esauriscono il campo dell’attivismo uscito trionfante dalla lotta contro “l’immobilismo dogmatico” della Sinistra Comunista. Volete che vi nominiamo ad uno ad uno i vari gruppi che ne fanno parte? Ne diremo uno, per intenderci: Socialisme ou Barbarie, rappresentante del vitalissimo, energico, dinamico, modernizzato attivismo francese. Ma è chiaro che alludiamo a tutti gli altri movimenti consimili in Francia e fuori, cui il presente dizionarietto è dedicato.

Siamo eternamente accusati di fare “astrazione dalla situazione”, siccome diceva Bucharin. Ebbene, guardiamola un momento codesta famosa situazione. Ecco come si presenta il mondo borghese, anno corrente: la classe dominante è riuscita, manovrando le leve dell’opportunismo, a schiacciare fino alle midolla il movimento rivoluzionario, in una guerra maledetta che doveva concludere il processo di involuzione controrivoluzionaria dei partiti operai. Una macchina statale di proporzioni e di capacità repressiva inaudite tiene incatenate le masse allo sfruttamento, peggio che alla ruota il corpo del suppliziato. La confusione caotica e le sofferenze delle masse sono tali e tante che la classe operaia è trasformata in un troncone sanguinante che si dimena incoscientemente: il suo cervello è oscurato e intossicato, la sua sensibilità narcotizzata, gli occhi non vedono, le mani torcono sé stesse. Al posto della lotta di classe, c’è il raccapricciante strazio della lotta intestina, propria dei naufraghi sulla zattera in balìa delle onde. Nelle fabbriche, e non è cosa nuova nella storia, impera lo spionaggio, la delazione, il rancore, la vendetta meschina e farabutta, l’opportunismo più stolido e bestiale, la prepotenza, il sopruso nevrastenico, ma nelle masse, oppresse dalle conseguenze di trent’anni di tremende sconfitte, non esiste nemmeno la forza di provare autentica nausea, perché questa si esprime nelle esalazioni miasmatiche dell’aziendismo, del corporativismo e, sul piano politico, del conciliazionismo sociale e del pacifismo imbelle.

In siffatte condizioni di tragica devastazione delle forze di classe, che fa il proletariato cosciente, il rivoluzionario serio, cioè non dilettante, non teatralista, non rincoglionito dalla brama velleitaria del successo immediato e personale? Egli capisce anzitutto, pur fremendo di repressa impazienza per il lento spietato decorso storico, che la funzione del partito rivoluzionario, nelle condizioni odierne, è di prendere coscienza chiara della controrivoluzione imperante e delle cause obiettive del ristagno sociale, di salvare dai dubbi revisionisti il patrimonio teorico e critico della classe battuta, di fare opera di diffusione delle concezioni rivoluzionarie, di dispiegare una ragionevole attività di proselitismo. Anzitutto, il rivoluzionario non pagliaccesco si rende conto realisticamente del rapporto di forze tra le classi e teme, quanto la perdita della vista, di dissipare le forze del partito, forze minime, forze ridotte a un filo organizzativo, in imprese improntate all’attivismo spaccone ed inconcludente, votato al fallimento demoralizzante o al rammollimento opportunista.

Che fanno invece i maniaci dell’attivismo pseudorivoluzionario? Tartarin de Tarascon pretendeva di allevare in un vaso di geranio un baobab, cioè il più gigantesco albero dell’Africa. I nostri tartarini, smaniosi di successi visibili, pretendono di allevare il movimento rivoluzionario nel vaso da notte di un mal dissimulato personalismo che si contenta di qualche formoletta tattica non nuova ed imparata bestialmente a memoria in quarant’anni di vana milizia, che fa esistenzialisticamente a meno di ogni inquadratura teorica degna di considerazione, che smania di sfogarsi in una girandola effimera di iniziative predestinate al nulla di fatto (rivoluzionario) e al ridicolo. Tutto quel poco di sano che sanno l’hanno imparato da testi, tesi e programmi cui mai hanno collaborato, nonostante la boria critica; il loro attivismo è in effetti… l’attivismo altrui, perché si distinguono per spiccata pigrizia mentale e organizzativa; hanno in aristocratico orrore l’umile e oscuro lavoro di rifacimento paziente della tela organizzativa strappata dal nemico di classe, sognano fanciullescamente di costituire dall’oggi al domani un partito rivoluzionario forte di decine di deputati al parlamento e di senatori, di consistente influenza nei sindacati e di falangi di iscritti, e se ciò non avviene nello spazio di due o tre anni balzano alla gola dei dirigenti del movimento, accusandoli di sostenere la “linea tattica sbagliata”, e montando sconce polemiche personalistiche su eventuali “errori fortuiti” della dirigenza, già noti al vecchio Engels, urlano che il partito, che ancora non ha sviluppato le gambe e le braccia, si metterà per incanto a marciare come una panzer-division non appena si inviino alla conquista degli organismi di fabbriche i nostri gruppi di fabbrica, per contare i cui effettivi non occorre davvero la calcolatrice elettronica; pretendono, facendo ridere i polli e le oche, che i blocchi imperialistici sono identici per peso, forma e colore come altrettanti birilli, e con questa boiata esauriscono la tanto decantata “analisi della situazione”, che negano agli altri di saper fare; si rammolliscono infine nelle morbide tentazioni che su vecchie natiche suscita la poltrona parlamentare o assessoriale…

Tutti i salmi attivisti finiscono nella gloria elettorale. Alla data 1917, la vedemmo la fine schifosa dei superattivisti della socialdemocrazia: in decenni di attività spesi per intero nella conquista di seggi parlamentari, di leve sindacali, di influenze politiche, diedero spettacolo di inarrestabile attivismo. Ma quando scoccò l’ora dell’insurrezione armata contro il capitalismo si vide che a farlo ci riuscì solo un partito che meno di tutti aveva “lavorato nelle grandi masse” durante gli anni di preparazione, che più di tutti aveva lavorato alla messa a punto della teoria marxista. Si vide allora che chi possedeva una salda preparazione teorica marciava contro il nemico di classe, mentre chi aveva un ‘glorioso’ patrimonio di lotte si impappinava vergognosamente e passava al nemico.

Oh, se li conosciamo i maniaci dell’attivismo. Al loro cospetto i ciarlatani da fiera sono dei galantuomini. Perciò sosteniamo che esiste un solo mezzo per salvarsi dal loro contagio: il classico calcio nel sedere.

Su questa voce giova insistere. Al pari di certe infezioni del sangue, che sono fomite di una caterva di morbi, non esclusi quelli curabili al manicomio, l’attivismo è una malattia del movimento operaio che richiede cure continue.

Pretende sempre di avere una esatta cognizione delle circostanze della lotta politica, di essere “all’altezza della situazione”, ma è incapace di svolgere una realistica valutazione dei rapporti di forza, esagerando enormemente le possibilità dei fattori soggettivi della lotta di classe. È naturale quindi che gli affetti da attivismo reagiscano alla critica accusando gli avversari di sottovalutare i fattori soggettivi della lotta di classe e di ridurre il determinismo storico a quel meccanicismo automatico, che costituisce poi il solito argomento della critica borghese del marxismo. Perciò, abbiamo detto al punto 2 della Parte IV della Base per l’organizzazione: “Nella giusta accezione del determinismo storico si considera che, mentre lo sviluppo del tipo capitalistico di produzione nei singoli paesi e come diffusione in tutta la terra procede senza soste o quasi, nell’aspetto tecnico, economico e sociale, le alternative, invece, delle forze di classe in urto, si collegano alle vicende della generale lotta storica, alle battaglie vinte e perdute e agli errori di metodo strategico”. Ciò equivale a dire che noi sosteniamo che la fase di ripresa del movimento operaio rivoluzionario non coincide unicamente con le spinte provenienti dalle contraddizioni del materiale svolgimento economico e sociale della società borghese, la quale può attraversare periodi di gravissime crisi, di contrasti violenti, di collassi politici, senza per questo che il movimento operaio si radicalizzi su posizioni estreme, rivoluzionarie. Cioè, non esiste automatismo nel campo dei rapporti tra economia capitalistica e partito proletario rivoluzionario.

Può accadere, come succede odiernamente, che il mondo economico e sociale borghese sia sconvolto da formidabili scosse, che danno luogo a violenti contrasti, senza per questo che il partito rivoluzionario abbia possibilità di ingigantire la sua attività, senza che le masse gettate nello sfruttamento più atroce e nella strage fratricida riescano a smascherare gli agenti opportunisti che ne legano le sorti alle contese dell’imperialismo, senza che la controrivoluzione allenti la sua presa di ferro sulla classe dominata, sulle masse dei nullatenenti.

Dicendo: “Esiste una situazione obiettivamente rivoluzionaria, ma è deficiente l’elemento soggettivo della lotta di classe, il partito rivoluzionario”, si sballa in ogni momento del processo storico, un grossolano non senso, un’assurdità patente. È invece vero che in qualunque frangente, anche il più periglioso dell’esistenza della dominazione borghese, anche allorché tutto sembra franare e andare in rovina (la macchina statale, la gerarchia sociale, lo schieramento politico borghese, i sindacati, la macchina propagandistica), la situazione non sarà mai rivoluzionaria, ma sarà a tutti gli effetti controrivoluzionaria, se il partito rivoluzionario di classe sarà deficitario, male sviluppato, teoricamente traballante.

Una situazione di crisi profonda della società borghese è suscettibile di sfociare in un movimento di sovvertimento rivoluzionario, allorché “gli strati superiori non possono vivere alla vecchia maniera, e gli strati inferiori non vogliono vivere alla vecchia maniera” (Lenin, L’estremismo), cioè quando la classe dirigente non riesce più a far funzionare il proprio meccanismo di repressione e di oppressione, e la maggioranza dei lavoratori abbia “pienamente compreso la necessità del rivolgimento”. Ma siffatta coscienza dei lavoratori non può esprimersi che nel partito di classe che in definitiva è il fattore determinante della trasformazione della crisi borghese in catastrofe rivoluzionaria di tutta la società. È necessario dunque affinché la società esca dal marasma in cui è piombata, e che la classe dominante è impotente a sanare, perché impotente a scoprire le nuove forme adatte a scarcerare le forze di produzione e avviarle verso nuovi sviluppi, che esista un organo di pensiero e di azione rivoluzionario collettivo che convogli ed illumini la volontà sovvertitrice delle masse. Il “non voler vivere alla vecchia maniera” delle masse, la volontà di lottare, l’impulso ad agire contro il nemico di classe, presuppongono, nell’ambito dell’avanguardia proletaria chiamata a svolgere la funzione di guida delle masse rivoluzionarie la cristallizzazione di una salda teoria rivoluzionaria. Nel partito la coscienza precede l’azione, contrariamente a quanto accade nelle masse e negli individui.

Ma se si dicono queste cose non nuove, non aggiornate, è perché si tenta di scambiare il partito rivoluzionario con un cenacolo di studiosi, di osservatori teorici della realtà sociale? Mai più. Nella parte IV, punto 7 della Base per l’organizzazione del 1952 è detto: “Il partito sebbene poco numeroso e poco collegato alla massa del proletariato, sebbene sempre geloso del compito teorico come compito di primo piano, rifiuta assolutamente di essere considerato un’accolta di pensatori e di semplici studiosi alla ricerca di nuovi veri e che abbiano smarrito il vero di ieri considerandolo insufficiente…”. Più chiari di così!

La trasformazione della crisi borghese in guerra di classe e in rivoluzione, presuppone l’obiettivo sfacelo dell’impalcatura sociale e politica del capitalismo, ma non può porsi nemmeno potenzialmente se la maggioranza dei lavoratori non è conquistata o influenzata dalla teoria rivoluzionaria incarnata nel partito, la quale non si improvvisa sulle barricate. Ma si distilla forse nel chiuso dei gabinetti di lavoro di studiosi avulsi dalle masse? A questa stupida accusa mossa dagli energumeni dell’attivismo, si risponde benissimo che l’infaticabile assiduo lavoro di difesa del patrimonio dottrinario e critico del movimento, la quotidiana fatica di immunizzazione del movimento contro i veleni del revisionismo, la spiegazione sistematica alla luce del marxismo delle più recenti forme di organizzazione della produzione capitalistica, lo smascheramento dei tentativi dell’opportunismo di presentare tali “innovazioni” come misure anticapitalistiche ecc., tutto ciò è lotta, lotta contro il nemico di classe, lotta per educare l’avanguardia rivoluzionaria, è, se volete, lotta attiva, se pure non attivista.

Credete voi sul serio che (mentre tutta l’enorme macchina della propaganda borghese è impegnata da mane a sera non tanto, fate attenzione, a confutare la tesi rivoluzionaria, quanto a dimostrare che alle rivendicazioni socialiste si possa arrivare marciando contro Marx e contro Lenin, e quando non partiti politici soltanto ma governi costituiti giurano di governare, cioè di opprimere le masse, nel nome del comunismo) l’aspro faticoso lavoro di restaurazione critica della teoria rivoluzionaria marxista sia soltanto un lavoro teorico? Chi oserebbe dire che non è anche un lavoro politico, una lotta attiva contro il nemico di classe? Solo chi è posseduto dal demone dell’azione attivista può pensarlo. Il movimento, sia pure povero di effettivi, che lavora sulla stampa, in riunioni, in discussioni di fabbrica, a liberare la teoria rivoluzionaria dagli inauditi adulteramenti, dalle contaminazioni opportunistiche, compie con ciò un lavoro rivoluzionario, lavora per la Rivoluzione proletaria.

Non si può assolutamente dire che noi concepiamo il compito del partito alla stregua di una “lotta di idee”. Il totalitarismo, il capitalismo di Stato, il fallimento della rivoluzione socialista in Russia, non sono “idee” a cui noi contrapponiamo le nostre: sono fenomeni storici reali che hanno spezzato le reni al movimento proletario conducendolo sul terreno minato del partigianesimo antifascista o filofascista, dell’unione nazionale, del pacifismo ecc. Coloro i quali sia pure in ristretto numero e al di fuori dei clamori della “grande politica” conducono un lavoro di interpretazione marxista di questi fenomeni reali e di conferma delle previsioni marxiste nonostante essi (e non ci risulta che una seria trattazione di questi problemi esista al di fuori delle fondamentali esposizioni del nostro Prometeo, in particolare dello studio Proprietà e Capitale) sicuramente fanno un lavoro rivoluzionario, perché fissano fin da ora l’itinerario e il punto di approdo della Rivoluzione proletaria.

La ripresa del movimento rivoluzionario non abbisogna, per realizzarsi, della crisi del sistema capitalistico, in quanto eventualità potenziale; la crisi del tipo di produzione capitalistico è in atto, la borghesia ha sperimentato tutte le fasi possibili del suo corso storico, il capitalismo di Stato e l’imperialismo sono il limite estremo della sua evoluzione, ma le contraddizioni fondamentali del sistema permangono e si acutizzano. La crisi del capitalismo non si trasforma in crisi rivoluzionaria della società, in guerra di classe rivoluzionaria, la controrivoluzione resta trionfante anche se il caos capitalistico aumenta, perché il movimento operaio è ancora schiacciato sotto il peso delle sconfitte subite in trent’anni per gli errori di metodo strategico commessi dai partiti comunisti della Terza Internazionale, errori che dovevano condurre il proletariato a considerare proprie le armi della controrivoluzione. La ripresa del movimento rivoluzionario non si verifica ancora perché la borghesia, operando audaci riforme nell’organizzazione della produzione e dello Stato (capitalismo di Stato, totalitarismo ecc.) ha enormemente sconquassato, seminando il dubbio e la confusione, non le basi teoriche e critiche del marxismo, che restano inattaccate e inattaccabili, ma sibbene la capacità delle avanguardie proletarie a giustamente applicarle nella interpretazione della fase odierna borghese.

In tali condizioni di smarrimento teorico, il lavoro di restaurazione del marxismo contro le deformazioni opportuniste, è un mero lavoro intellettuale? No, è lotta attiva e sostanziale, conseguente contro il nemico di classe”.

L’attivismo spaccone pretende di far girare la ruota della storia con giri di valzer sculettanti sulla sinfonia elettorale. E’ una malattia infantile del comunismo, ma fermenta a meraviglia anche nel gerontocomio, ove vegetano i… pensionati del movimento operaio.Requiescant in pace…

Battaglia comunista, n. 6, 20 marzo – 3 aprile e n. 7, 4-17 aprile 1952

 

 

Terza parte: Le sorti dell’avanguardia sociale operaia

Lo storico delle tradizioni popolari e delle religioni, Georges Dumezil, nel testo ‘Le sorti del guerriero’ descrive, all’interno della tradizionale tripartizione delle funzioni sociali (sacerdotale, guerriera, produttrice) delle primitive comunità di lingua indoeuropea, il costante senso di pericolo che segnava la vita del guerriero. Una vita fatta di rischi mortali e di aspre rinunce alle comode sicurezze dell’esistenza, tipiche del resto della comunità. Eppure, come già evidenziato dagli studi archeologici sulle ultime società comuniste ‘storiche'(Mohenio Daro e Harappa), le necessità difensive hanno sempre imposto alti tributi personali ai difensori del bene comune (così come oggi impongono alti costi personali alle avanguardie operaie che lottano contro il regime di fabbrica capitalista).

Nel mondo contemporaneo il concetto di comunità sociale è di rara e difficile tracciabilità, anche se in qualche ricerca antropologica si applica ancora alle tribù amazzoniche o australiane il termine ‘comunità’, e si rinviene nella loro struttura sociale lo schema della tripartizione funzionale dei compiti.

Se riuscissimo a fare la cronaca di tutto quello che accade sui luoghi di lavoro della odierna società capitalistica, probabilmente avremmo bisogno di un numero di pagine ben superiore a quello impiegato da Dante per scrivere l’Inferno. E in effetti proprio di inferno parliamo, riferendoci alla condizione dei lavoratori dipendenti, all’interno delle moderne ‘galere aziendali del capitale’.‘Una macchina statale di proporzioni e di capacità repressiva inaudite tiene incatenate le masse allo sfruttamento, peggio che alla ruota il corpo del suppliziato. La confusione caotica e le sofferenze delle masse sono tali e tante che la classe operaia è trasformata in un troncone sanguinante che si dimena incoscientemente: il suo cervello è oscurato e intossicato, la sua sensibilità narcotizzata, gli occhi non vedono, le mani torcono sé stesse. Al posto della lotta di classe, c’è il raccapricciante strazio della lotta intestina, propria dei naufraghi sulla zattera in balìa delle onde. Nelle fabbriche, e non è cosa nuova nella storia, impera lo spionaggio, la delazione, il rancore, la vendetta meschina e farabutta, l’opportunismo più stolido e bestiale, la prepotenza, il sopruso nevrastenico, ma nelle masse, oppresse dalle conseguenze di trent’anni di tremende sconfitte, non esiste nemmeno la forza di provare autentica nausea, perché questa si esprime nelle esalazioni miasmatiche dell’aziendismo, del corporativismo e, sul piano politico, del conciliazionismo sociale e del pacifismo imbelle’. Tratto da ”Dizionarietto dei chiodi revisionistici: Attivismo”.

L’avanguardia sociale operaia che rifiuta di piegare la schiena di fronte al regime di dispotismo e parassitismo capitalista, subisce a volte l’ostilità e l’ingratitudine dei propri colleghi (succubi e rassegnati alla propria condizione servile) e le rappresaglie della direzione d’impresa (ansiosa di punire ogni segnale di insubordinazione in modo esemplare).

Eppure, nonostante tutto, questa avanguardia sociale operaia, e le forze marxiste che ne incarnano la sublimazione politica, continuano a combattere il regime capitalista dentro e fuori la fabbrica, in nome del bene comune, proprio come migliaia di anni addietro hanno fatto i guerrieri comunisti di Mohenio Daro e Harappa.

 

Quarta parte: ristrutturazione capitalistica e terza rivoluzione industriale

Il capitalismo occidentale ha evitato almeno fino al 2008 la crisi verticale, catastrofica, del capitalismo di stato sovietico. I fattori economico-sociali che hanno giocato un ruolo fondamentale nel rallentamento delle tendenze catastrofiche (ovvero del pieno dispiegamento della caduta tendenziale del saggio di profitto) sono principalmente i seguenti: Uno, aumento del grado di sfruttamento della forza-lavoro, nel senso di un incremento della produttività del lavoro a parità di tempo orario di lavoro (plus-lavoro relativo), attraverso l’introduzione di nuovi macchinari, processi produttivi, e organizzazione e controllo delle mansioni lavorative. Dunque un aumento della produttività del lavoro agganciata ai risultati della ricerca tecnica e organizzativa aziendale, e quindi all’innovazione dei processi produttivi.

Insieme a questo primo fattore, ritroviamo in secondo luogo il plus-lavoro assoluto (aumento del tempo di lavoro al servizio dell’impresa a costo del salario invariato). Sarebbe opera ardua tentare di enumerare tutta la casistica di contratti e circostanze in cui si manifesta questo secondo fattore di incremento dell’appropriazione di lavoro vivo da parte del capitale. Pensiamo solo alla molteplicità di contratti di formazione-lavoro, agli stage, all’alternanza scuola-lavoro, agli straordinari non retribuiti, al lavoro nero, all’allungamento dell’età pensionabile. Se ci fermiamo solo alla definizione schematica di plus-lavoro assoluto (allungamento del tempo di lavoro a parità di salario), allora qualche critico potrà obiettare che i casi da noi enumerati non sono plus-lavoro assoluto, ma lavoro sottopagato, in quanto già in partenza i contratti e le situazioni da noi ricordate prevedono delle paghe più basse rispetto a quelle dei lavoratori maggiormente garantiti.

Tuttavia l’obiezione, per quanto fondata sul piano semplicemente giuridico-formale, perde ogni significato in un ottica di economia aziendale realmente operativa. Le imprese capitalistiche di fatto impiegano, grazie ai contratti sopracitati, dei lavoratori che svolgono lo stesso tempo di lavoro di altri lavoratori, con un salario semplicemente più basso (dunque una parte dei lavoratori impiegati nel processo produttivo forniscono di fatto lo stesso tempo di lavoro di altri lavoratori, percependo una retribuzione inferiore). Dunque è nel paragone con altre retribuzioni esistenti nella stessa impresa, che emerge il carattere di plus-lavoro assoluto legato a certe prestazioni lavorative, incasellate nel quadro dei moderni contratti di lavoro.

In terzo luogo possiamo ipotizzare che la ristrutturazione permanente dell’apparato produttivo capitalistico, la sua progressiva automazione e robotizzazione, abbia contribuito ad approfondire le già esistenti differenze quantitative e qualitative fra operai specializzati e operai comuni.

Il numero di operai specializzati nel controllo dei processi produttivi industriali altamente automatizzati tende a diminuire, mentre aumenta il grado di competenze ad essi richieste. D’altro canto aumenta il numero degli operai comuni, addetti a mansioni puramente manuali, quindi residuali rispetto ai processi automatizzati: mansioni per il il cui svolgimento basta un basso grado di conoscenze tecniche. Possiamo ipotizzare che le tipologie di contratti di lavoro a cui prima alludevamo siano proprio una conseguenza di queste dinamiche, e dunque servano a fornire anche un quadro normativo all’impiego di manodopera addetta a mansioni per il il cui svolgimento basta un basso grado di conoscenze/competenze tecniche. Una manodopera facilmente rimpiazzabile e quindi costretta ad accettare retribuzioni nettamente inferiori, almeno rispetto agli operai specializzati, meno facilmente sostituibili.

Se vogliamo guardare il fenomeno dall’angolo visuale della composizione lavorativa della classe proletaria, registriamo quindi un aumento delle mansioni di tipo poco complesso, dequalificate, e un sempre maggiore grado di competenze tecniche per il minore numero residuo di operai specializzati. Qualcuno ha definito l’attuale modificazione della composizione di classe, come una conseguenza della terza rivoluzione industriale legata alla tecnologia informatica e al microprocessore, (mentre la prima rivoluzione industriale era legata alla tecnologia della macchina a vapore, e la seconda era legata al motore elettrico e alle automobili).

L’attuale fase della produzione industriale riduce ulteriormente l’impiego complessivo di forza lavoro umana, mentre aumenta di converso la possibilità di una versatilità della produzione di diverse tipologie di merci (pensiamo solo alle possibilità di certi macchinari chiamati stampanti 3d). La riduzione di capitale variabile (lavoro salariato) a vantaggio della parte costante (macchinario), nella composizione tecnico-organica del capitale aziendale, è d’altronde una tendenza costante del capitalismo, che raggiunge con l’informatica e il microchip il suo acme.

La generazione di un determinato prodotto, e quindi delle sue parti componenti, grazie ai processi informatici può essere ulteriormente suddivisa in unità produttive aziendali ‘monofase’, dislocate dove si presenta il migliore grado di redditività per l’investimento di capitale. Questo fenomeno è parte di una dinamica che si sviluppa in due fasi: uno, frammentazione della produzione in aziende monofase, e dunque conseguente scomparsa delle grandi (almeno di una parte) concentrazioni industriali; due, centralizzazione dei capitali, intesa come controllo e direzione imprenditoriale unitaria dei processi produttivi, seppure frammentati in varie aziende monofase. I due aspetti sono collegati entrambi alla lotta per la concorrenza, e quindi all’esigenza aziendale di riduzione del costi e alla successiva scomparsa/fallimento di una parte delle imprese concorrenti. I due aspetti appena menzionati, e la stessa ristrutturazione capitalistica definita ‘terza rivoluzione industriale’, sono ovviamente una risposta (insufficiente) alla storica caduta tendenziale del saggio di profitto.

Uno degli elementi che determina, sul piano economico, l’insufficienza della risposta, è il fenomeno del serpente che si morde la coda, alias vulcano della produzione versus palude del mercato. In altre parole la stessa diminuzione di forza lavoro nei processi produttivi, se riduce da una parte i costi di produzione aziendali, dall’altro lato riduce pure la platea di percettori di retribuzioni e quindi di clienti per le merci prodotte dalle aziende. In definitiva vediamo qui in azione i due cappi che stringono permanentemente il collo del capitalismo (caduta del saggio di profitto e miseria crescente).

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