La guerra in Ucraina, uno scontro tra blocchi imperiali

Dal 1945 ad oggi abbiamo assistito a numerosi episodi di guerra guerreggiata, limitati ad alcune aree geografiche cruciali da un punto di vista economico e strategico.  La guerra è la continuazione della politica borghese con altri mezzi, è lo scontro tra capitali concorrenti, tra fratelli coltelli borghesi, che nel sistema capitalistico non può trovare soluzione, se non temporanea.

La nuova guerra tecnologica 4.0 non esiste. Il soldato proletario, russo o ucraino, è massacrato nei campi di battaglia, il resto del proletariato muore sotto i bombardamenti negli squallidi palazzoni delle città o nelle misere case dei villaggi di campagna sia in territorio ucraino e anche se solo parzialmente in territorio russo o russofilo, che in nessun caso possono essere definiti obiettivi militari. Questi bombardamenti e il terrore che incutono nella popolazione ci riportano ai tempi lontani delle bombe su Berlino, Londra, Dresda, Hanoi, ma anche a tempi più recenti, le bombe su Baghdad, Sarajevo Damasco…si noti che la guerra non ha confini territoriali, interessa tutto i continenti, essa è internazionale come lo è lo scontro tra classi sociali contrapposte, borghesia e proletariato.

Nella sua opera “L’imperialismo” Lenin definiva le guerre borghesi del XIX secolo guerre “imperialiste”.  Non c’è spazio in questa terra che non sia oggi capitalisticamente occupato da stati imperiali (USA, CINA, RUSSIA, GERMANIA) e stati capitalisticamente minori che come i vassalli si alleano ora a questo ora a quel moloch statale.

La loro guerra, la guerra imperialista è sempre la stessa, e ieri come oggi il proletariato è carne da macello. Lo è nell’alienazione del lavoro salariato, nelle morti bianche sul lavoro, nelle pandemie, nelle morti per fame e lo è infine nelle guerre borghesi.

Non ci stancheremo di ripetere che la distruzione di capitale fisso e capitale variabile, cioè di beni materiali e vite umane, è un’insopprimibile necessità del capitale che trova la sua massima espressione nella guerra guerreggiata ma che quotidianamente opprime il proletariato con lo sfruttamento del lavoro salariato, il dispotismo nelle galere aziendali, la fame e la miseria della massa di diseredati costretti a vivere ai margini della società nelle periferie metropolitane, moderni schiavi che il Capitale è costretto a mantenere in vita pur essendo improduttivi.

Quando le contraddizioni del sistema diventano ingovernabili, quando la crisi mette in luce l’evidente contrasto tra il vulcano della produzione (cioè la necessità di aumentare senza limiti la produzione e le

quote di mercato, di allargare le dimensioni aziendali) e la palude del mercato, che si intasa di merci invendibili perché inutili, superflue, dannose o semplicemente perché coloro ai quali sono destinate, per lo più proletari, non possono più comprarle, allora si danno le condizioni per uno scontro generalizzato non più solo economico ( concorrenza sfrenata e guerre commerciali) ma anche militare tra stati borghesi con lo scopo di distruggere beni e vite umane: armi, case, infrastrutture, patrimonio artistico, bellezze naturali e infine uomini, in maggior numero proletari.

Il continuo aumento del capitale fisso (investimenti in macchinari, capannoni, attrezzature) in relazione alla diminuzione del capitale variabile (manodopera impiegata), i processi di concentrazione di capitale  con conseguente proletarizzazione di larghi strati di media e piccola borghesia, lo scoppio di bolle speculative dovute ad un enorme fittizio capitale finanziario che non ha riscontro con la produzione: tutto ciò provoca una tendenziale ma inesorabile caduta del saggio medio di profitto e una lotta all’ultimo sangue tra fratelli coltelli borghesi per accaparrarsene fette sempre maggiori. Mantenere e aumentare il livello del saggio di profitto del capitale diviene una priorità per il sistema sociale borghese. Le guerre commerciali a questo servono, e quando non bastano più allora la parola passa alle armi.

Allora la grancassa della propaganda borghese di qualsiasi paese “democratico” o “autoritario” richiama la nazione all’unità, alla difesa patriottica, all’odio contro le altre nazioni accusate di nefandezze di tutti i generi. E i proletari, intruppati dalla ideologia borghese, si ritrovano a lottare per interessi non propri sotto le bandiere della borghesia.

Ma i comunisti non odiano né la propria patria né quella degli altri, odiano profondamente la loro borghesia sfruttatrice e quella internazionale. Essi amano la patria dei proletari che è il mondo intero.

E quando scoppia la guerra il loro unico possibile atteggiamento è il disfattismo.

Oggi assistiamo ad uno scontro militare tra potenze imperialistiche che agiscono sia direttamente che per procura. L’attuale guerra in Ucraina né un evidente esempio, lo scontro è tra Usa e Russia, l’esercito ucraino più o meno consapevolmente, agisce per procura in difesa degli interessi imperiali statunitensi. Gli Stati Europei, volenti o nolenti, si sono schierati con il blocco occidentale, anche andando contro propri interessi economici specifici non collimanti con quelli degli Usa e ne stanno uscendo indeboliti: le sanzioni contro la Russia indeboliscono anche le economie europee.

La guerra in corso prelude ad un inasprimento dello scontro inter-imperialistico e ad un possibile generalizzato terzo conflitto mondiale.

Queste, in estrema sintesi, le motivazioni:

  • Lo scontro tra stati per la supremazia tra dollaro, euro, rublo, yuan quale moneta (merce) da utilizzare negli scambi internazionali
  • L’accaparramento delle risorse minerali, alimentari, territoriali e il controllo delle risorse idriche
  • L’asservimento di capitale variabile altrui, cioè forza lavoro immigrata da sfruttare e mantenere in stato di schiavitù
  • Aumento vertiginoso dei finanziamenti al riarmo bellico
  • Riposizionamento degli stati nelle alleanze all’interno dei blocchi imperiali

Ma la guerra imperialista generalizzata è stata nel secolo scorso e rimane a tutt’oggi, principalmente, un atto di aggressione di tutti gli stati imperialisti contro il proletariato mondiale, è la massima espressione dello scontro tra le classi, è lotta di classe. Nel 1871 per la prima volta il proletariato, non alleato ad altre classi, non potendo sopportare oltre i sacrifici imposti dal conflitto armato franco-prussiano, insorge in un moto rivoluzionario a Parigi. Subito, i belligeranti dei fronti opposti (Francia e Prussia) si alleano e marciano compatti con l’obiettivo di annientare il moto rivoluzionario proletario. E’ la sconfitta della Comune di Parigi. E’ il primo esempio storico che vede marciare unita la borghesia internazionale contro il proletariato.

Ribadiamo che per i comunisti non esistono nelle guerre borghesi stati aggressori o stati aggrediti, perché l’unico vero aggredito è il proletariato internazionale.

I comunisti ieri come oggi sono contro la guerra borghese, sono per la loro guerra, la guerra di classe proletaria contro la borghesia.

Quando tempo ci resta per indicare al proletariato la via da seguire per opporsi al prossimo macello mondiale?

Dopo il vittorioso assalto al cielo del 1917 (Rivoluzione in Russia) e la costituzione della III Internazionale (Il partito della rivoluzione mondiale) nel 1919, dalla metà degli anni ’20 del secolo scorso, la controrivoluzione ha lavorato bene e a lungo per intruppare i proletari dentro alle nazioni borghesi, sotto le bandiere della classe avversa. Partiti borghesi e falsi partiti comunisti, riformisti e opportunisti di ogni specie, coadiuvati dai sindacati ormai infeudati nello Stato borghese hanno inculcato nei lavoratori il principio della difesa dell’economia nazionale, il principio dell’intangibilità delle compatibilità economiche nelle lotte salariali.

E allora è da lì che dobbiamo ripartire, collegando la critica marxista del capitalismo e i metodi della battaglia rivoluzionaria. Perché solo la discesa in campo della classe proletaria con le sue lotte e il suo programma, cioè con la sua rivoluzione, potrà fermare una nuova guerra imperialista mondiale.

La guerra borghese è controrivoluzione sociale preventiva perché, oltre a tentare invano di risolvere le acute contraddizioni delle fasi di crisi economica che abbiamo precedentemente spiegato, al suo conflagrare, allontana e impedisce l’esplosione della rivoluzione sociale.

Dopo il 2008, l’aggravarsi della crisi economica, ha spinto il proletariato mondiale alla lotta.

Le primavere arabe nel nord dell’Africa, movimenti di lotta in diversi paesi dell’America Latina, l’aumento degli scioperi negli Stati Uniti, la rivolta degli operai in Kazakistan: la borghesia guarda con terrore a questi fenomeni e non ha esitato ad usare tutte le sue armi per reprimere queste lotte con la forza.

Oggi, in alcuni paesi il proletariato è già colpito duramente dalla crisi economica e dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari, specialmente in quei paesi che dipendono da importazioni di grano e altri generi alimentari provenienti dall’Ucraina che vengono commerciati a partire dal porto di Odessa, attualmente bloccato dalle navi russe. Nello Sri Lanka ci sono state immense proteste di piazza, manifestazioni e scioperi che hanno costretto il governo ad un temporaneo rimpasto. In Egitto, e nell’intero Maghreb, dove il pane viene già distribuito a prezzi calmierati, i governi sono stati costretti ad imporre il controllo dei prezzi anche ai piccoli produttori e requisire parte della produzione ai grandi produttori.

Nelle metropoli imperialistiche, già colpite dalla crisi pandemica, la guerra in Ucraina, sta provocando l’esplodere di processi inflattivi, aumento generalizzato dei prezzi in tutti i beni soprattutto nel settore alimentare ed energetico e la conseguenza di ciò è la riduzione del potere d’acquisto dei già magri salari. I costi della guerra vengono già da oggi pagati dal proletariato.

I proletari, nella loro quotidiana guerra civile contro il capitale devono opporsi all’aumento dello sfruttamento, praticare il disfattismo già in tempo di pace, nelle lotte per il salario, per la riduzione dell’orario di lavoro, per il salario ai disoccupati. Dichiarare la loro guerra di classe rompendo il fronte interno. Il primo nemico del proletariato di una nazione è la propria borghesia e la lotta contro di essa parte dalla rottura delle compatibilità del sistema nel rivendicare la difesa della propria condizione di esistenza.

Assordante è il silenzio delle direzioni sindacali. Tutte stanno oggi sul fronte borghese, la loro politica di subordinazione alle compatibilità del sistema impedisce loro di schierarsi in maniera chiara e aperta sul fronte della classe lavoratrice, in sua difesa immediata, organizzandone la mobilitazione.

La consegna dei comunisti è Lo sciopero generale per difendere il salario contro il carovita provocato dalla crisi in corso e aggravato dalla guerra scoppiata in Ucraina.

Ai fratelli proletari russi e ucraini, come comunisti, diciamo: praticate il disfattismo nelle città con gli scioperi contro la guerra, contro l’aumento dello sfruttamento e contro la miseria dilagante, contro la militarizzazione della società. La forza del vostro movimento saprà spingere al disfattismo i soldati proletari schierati su fronti opposti, saprà spingerli al rifiuto di sparare sui propri fratelli, a praticare la fraternizzazione sui fronti di battaglia.

Solo l’unione dei proletari rivoluzionari guidati dal partito comunista, schierati sotto le bandiere della rivoluzione mondiale, potrà fermare il prossimo massacro mondiale.

21.05.2022

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