La trasmissione del sapere è parte integrante dello sviluppo umano. Insieme agli utensili di lavoro per procurarsi il cibo, alla lingua per coordinare il lavoro collettivo, anche la trasmissione delle conoscenze si può annoverare tra le forze produttive.
La trasmissione della conoscenza e dell’apprendimento nelle prime società umane è un fatto collettivo che lega i membri delle prime comunità. Giovani e anziani, ciascuno svolgeva un ruolo non individuale, nel senso che ogni membro della società contribuiva con le proprie capacità senza rivendicare una posizione di prestigio o di potere.
Le comunità primitive si incontravano o si scontravano raramente, gli spazi erano vasti e non c’era bisogno di organizzazioni di tipo militare. Nell’ultima fase della preistoria c’erano cacciatori ma non guerrieri.
La conoscenza della vegetazione, delle piante commestibili, come costruire trappole, come creare strumenti di caccia, sono alcuni degli aspetti della conoscenza che si trovano all’interno della comunità. Una conoscenza che si deposita nel sapere collettivo e spinge l’umanità ad accettare sempre nuove sfide.
L’agricoltura è un punto di svolta storico importante. L’osservazione ha permesso di intuire il ciclo della riproduzione di alcune specie vegetali. L’inizio della coltivazione affianca le attività di caccia e raccolta, ma pian piano diventa sempre più importante la difesa del suolo coltivato, il lavoro sociale necessariamente si “specializza”: è la nascita delle classi sociali e quindi dello Stato che gestisce i rapporti tra le classi.
“L’emergere dello Stato ha avuto origine ed è stato condizionato dalla formazione delle classi sociali. Per tutti i popoli, questa formazione è determinata dalla divisione della terra da coltivare tra individui e famiglie e, allo stesso tempo, dalle diverse fasi della divisione del lavoro e delle funzioni sociali. È da questa divisione, infatti, che deriva la posizione particolare di ciascuno dei vari elementi nell’attività produttiva generale e la comparsa di gerarchie differenziate responsabili delle funzioni dei mestieri elementari, dell’azione militare, della magia-religione (la prima forma di conoscenza tecnica e la scuola), una volta staccate dalla vita immediata del popolo e della famiglia primitiva”. ( Fattori di razza e nazione)
Mentre nei modi di produzione precedenti il sapere e la sua trasmissione erano un fatto organico dell’intera comunità, con l’emergere delle classi sociali il sapere è legato alle diverse classi sociali e oltre ad essere uno strumento della produzione, diviene un’arma di potere. Gestire anche un piccolo apparato necessita di sapere come si muovono e come si governano i vari meccanismi che regolano i rapporti sociali.
A proposito del termine cultura.
Il termine cultura, oltre alle conoscenze per la tecnica e la scienza, annovera d’ora in poi anche la sovrastruttura del dominio di classe, ossia l’impalcatura fatta di leggi, di politica con le sue forme ideologiche, di magistratura ed esercizio del potere. Oggi la borghesia, rivendica una cultura sopra le parti sociali come se fosse una entità a sè stante, ma non è così. In estrema sintesi potremmo dire che cultura e modo di produzione sono la stessa cosa.
Una affermazione così secca, farà inorridire tutto il mondo della sinistra borghese, con i loro piagnistei sull’importanza della cultura, capace a sentir loro, di elevare le menti e la “coscienza”. I conti li facemmo oltre un secolo fa quando la nostra corrente si contrappose ai culturalisti.
Allora scrivemmo, e rivendichiamo in toto
“noi non difendiamo l’ignoranza. Anzi diciamo che un movimento socialista che raccolga i giovani mentre la borghesia comincia a sfruttarli, realizzando con la reciproca intesa il sentimento di difesa di classe – vivissimo nell’età giovanile – al di sopra del sentimento individualista, che la borghesia ha interesse a secondare nei proletari, avrà per conseguenza di eccitare nei giovani lavoratori il desiderio di affinare, anche nel senso istruttivo, la loro coscienza di classe.”
“La democrazia dice al popolo: sei sfruttato perché ignorante: studia, educati, liberati dal prete e diverrai libero.
Il socialismo dice al proletariato: sei ignorante e vile perché sei sfruttato, sei sfruttato perché chini la testa al giogo: rivoltati, e sarai libero, e potrai allora diventare civile.”
Oggi la borghesia tende a negare l’esistenza delle classi, la sua ideologia rivendica il ruolo dell’individuo come parte fondante della conoscenza. Il pensiero nasce nel singolo, ed è il singolo la forza motrice della società. Rivendica per negare la realtà. Il lavoro associato è la base del pensiero umano, oggi più che mai, le moderne aziende sono sempre più organizzate e gestite in forma collettiva.
D’ora in poi, fino alla morte della società divisa in classi, la trasmissione del sapere sarà gestita dallo Stato come strumento di produzione e di difesa dell’ordine costituito. Contro i nemici esterni (guerre imperialiste) e interni, vedi lotte civili o meglio ancora di classe.
La trasmissione del sapere ieri
La società umana nasce senza classi, e quindi senza l’esercizio del potere. Nelle società primitive, la conoscenza era un patrimonio gelosamente custodito all’interno della comunità. Non vi era l’esperto o il professionista, ma tutta la comunità nel suo insieme era detentrice della conoscenza. La trasmissione non era un fatto dinastico, ma affidato alle persone più sensibili e portate, saper scoccare una freccia aveva la stessa importanza di accendere un fuoco.
Nelle prime società classiste, le conoscenze legate ad una produzione o ad un mestiere in particolare vengono invece trasmesse prima all’interno della cerchia famigliare e poi della corporazione. In una società statica come quella egiziana, per secoli e secoli abbiamo strutture chiuse. Gli scribi, gli scalpellini, gli imbalsamatori, di cui abbiamo fonte storica, per non parlare della classe sacerdotale, si trasmetto il sapere e la conoscenza all’interno della loro struttura chiusa.
Questo sarà vero più o meno per tutte le società fino all’affermarsi del capitalismo dove la grandezza del lavoro associato, esprimerà volente o nolente, costretto, anche se coperto dai “brevetti” o segreti industriali, a una conoscenza generale. Già ai primi germogli di capitalismo, ossia nel rinascimento, si pone la questione della trasmissione del sapere in forma più ampia, lo sviluppo delle arti e dei mestieri è aperto. La stampa è l’invenzione che permette la divulgazione della cultura (il primo libro è la Bibbia). Il rinascimento non va oltre il germoglio, ci vorranno secoli perché il seme piantato nel XV secolo riprenda lo sviluppo.
La religione, da non confondere con la chiesa, quando nasce è l’espressione della conoscenza. Gli sciamani delle tribù primitive, sono medici guaritori, meteorologi, ed esploratori del domani. I calendari religiosi sono l’espressione del ciclo annuale meteorologico legato alla produzione. I tempi della raccolta, periodi propizi alla pesca, le stagioni della caccia prima – per essere poi nell’evoluzione delle forme produttive allevamento e agricoltura dopo. Ancora oggi nella fase capitalista prima dell’apparizione della luce elettrica e dei maledetti e spesso inutili condizionatori, il calendario civile aveva il suo aspetto religioso, fatto di riposi e feste.
Tornando nella sequenza storica alla trasmissione del sapere vediamo che nella Grecia classica sono le accademie, di cui la più famosa è quella di Atene, dove le classi dominanti hanno il loro centro di conoscenza e la sua trasmissione. Il termine filosofia, coniata in questa epoca altro non vuol dire che amore per la conoscenza. Una conoscenza che raggiunse vette altissime, avendo a disposizione una massa di schiavi enorme ed una plebe sempre ai limiti della schiavitù. Il rapporto tra schiavi e cittadini liberi che fossero, era di uno a quattro: la conoscenza e il sapere era negato alle classi inferiori.
Nel lungo periodo dell’impero Romano, oltrepassata la fase repubblicana in cui ci furono tentativi di organizzare scuole a parte anche alla plebe, l’insegnamento era privato e di esclusivo accesso alle classi dominanti che all’interno della loro cerchia avevano precettori e studenti.
Solo nelle epoche di trapasso tra un modo di produzione e l’altro, che può anche durare secoli, il sapere e la sua trasmissione ha come scopo principale la conoscenza, mentre nelle epoche stagnanti e ancor di più nelle fasi contro rivoluzionarie l’accesso al sapere è esclusivo, riservato alle classi dominanti destinato alla conservazione sociale. Il cristianesimo come lo vediamo oggi è il culto dell’ignoranza e della conservazione sociale. La chiesa cattolica è una organizzazione di malaffare che vive di suo e di stampella ideologica. Ma così non fu agli albori, Il movimento cristiano era rivoluzionario quando con l’apostolo Paolo rivendicava una visione di uomini uguali di fronte a Dio, era rivoluzionario quando i movimenti “eretici” della fine del medio evo anticipavano l’approccio conoscitivo umanistico.
La dissoluzione del modo di produzione schiavistico antico classico, prende diversi secoli. L’impero Romano nel fare propria la religione cristiana con Costantino, istituendo nel IV secolo la Chiesa cattolica, costaterà che il mondo schiavistico è alla fine. D’ora in avanti la chiesa sarà al servizio del potere anche come organo di trasmissione ideologica.
Alla fine dell’impero romano sarà la chiesa cristiana ad occidente come ad oriente a rilevare il compito di conservare e trasmettere il sapere. Le prime esperienza di monachesimo cenobitico si hanno in Egitto e in Irlanda. In questa fase la religione, assume anche il ruolo di sovrastruttura non solo ideologica. Ad esempio in epoca feudale oltre a servire a trasmettere il sapere universale nello stesso tempo è il fulcro dell’impianto giuridico che lega le classi e i diversi popoli.
Il mondo feudale poco a poco muore lasciando spazio a strutture nazionali centralizzate. Già al tempo di Carlo Magno abbiamo la formazione delle prime scuole laiche, in cui si insegna a leggere e a scrivere per la gestione della complessa macchina statale e burocratica.
In alcune città medioevali dove vive un ambiente mercantile, al di fuori della ragnatela religiosa, si formano università che rimangono sempre riservate all’élite mercatile.
Nella controriforma, è sempre la chiesa che viene chiamata al ruolo di formazione delle classi dominanti: Gesuiti, Barnabiti forniscono schiere di precettori per la nobiltà.
La lunghissima fase che porta alla completa decadenza della società aristocratica, intermezzata dalla breve primavera del rinascimento, si conclude con una nobiltà ormai insignificante ed inutile sul piano economico e produttivo. E’ all’interno di questa classe sociale in sfacelo che le nascenti forze produttive trovano il loro centro di conoscenza e di trasmissione del sapere.
L’illuminismo ha il suo centro in Francia, riprende non solo quanto lasciato interrotto in epoca feudale ma porta avanti una conoscenza generale che servirà da base ideologica per scardinare l’ancien regime. La trasmissione del sapere è aperta e guarda al domani. Basta prendere i 20 volumi dell’enciclopedia di Diderot e D’Alembert per comprendere l’enorme fatto nel conoscere e nel trasmettere.
La trasmissione del sapere oggi
Liberando il lavoro umano dalla solitudine umana o di bottega il capitalismo in rapidissima sequenza, dopo la prima fase inziale di utilizzo della sola forza muscolare ha dovuto creare una massa di proletari capaci di gestire via via lavori complessi la cui formazione necessitava del suo tempo.
E’ la fase eroica della società borghese, per necessità è costretta ad essere generosa verso il mondo intero.
Treni, Ospedali, Scuole, il tutto per il giganteggiare della produzione di merci.
Il controllo sociale sulla trasmissione del sapere è ferreo, ma nello stesso tempo la borghesia è costretta a organizzare l’educazione sempre più ampia di masse contadine ed operaie. E’ una scelta obbligata a cui non può sottrarsi. Alfabetizzazione, scuole tecniche, licei, università sono aperti alle diverse classi sociali.
Il censo è ancora una discriminante, ma sono disponibili borse e aiuti per gli studenti più meritevoli.
Ma se da un lato dobbiamo essere riconoscenti alla borghesia di aver liberato le forze produttive in un lavoro sociale collettivo, non siamo per nulla d’accordo che questa debba essere la forma umana della società: lo sfruttamento incessante e sempre crescente, con una intensità che porta alla follia.
Nella stessa maniera se riconosciamo alla borghesia il merito di aver costruito scuole ed università nello stesso tempo esse non rappresentano certo il modo umano della trasmissione del sapere e della conoscenza.
Le tre fasi di sviluppo del capitalismo, ascesa, maturità e decadenza le possiamo vedere nella scuola borghese, non come riflesso, ma come parte integrante delle forze produttive.
La formazione in fabbrica e nelle aziende non poteva essere orale, anche le regole più semplici dovevano conservare una traccia scritta, le istruzioni o i segnali di pericolo dovevano per forza avere una scrittura.
L’alfabetizzazione di massa è stata una necessità. Terminata la terza o la quinta elementare, i giovani veniva avviati al mondo del lavoro per essere proletari.
Anche la formazione di personale tecnico e di gestione è stata una necessità, ma aveva bisogno di una istruzione più lunga e complessa. Si formano licei ed istituti tecnici, a cui accedono gli strati elevati delle classi sociali. L’università è di fatto preclusa ai proletari.
Il giganteggiare della produzione ha via via richiesto sempre più istruzione, la scolarizzazione di massa apre i livelli di istruzione anche ai figli di proletari e ai contadini, per essere salariati nelle aziende. Si studia per diventare bravi salariati funzionali alla produzione. Sono tempi fenomenali, il Capitale ha un saggio di profitto ancora elevato, la sua composizione organica è soddisfacente, servono masse di salariati da immettere nel ciclo produttivo. La scuola è una caserma, si entra a 6 anni e si esce a 14 – 18 o dopo l’università.
Ai proletari per sottoporsi a questa disciplina viene prospettata un ascensore sociale, chi esce ed è meritevole avrà diritto ad una avanzamento all’interno della struttura produttiva. Per alcuni addirittura il salto di classe sociale.
L’istruzione della scuola borghese è da sempre violenta, non tiene conto delle persone, tiene conto delle classi sociali e della necessità di immettere nel tessuto sociale e produttivo schiere di giovani pronti per l’infernale sistema salariale, i moderni schiavi di epoca antica.
In questo la borghesia rinnega i suoi maestri, un Rousseau che scrive “Émile ou De l’éducation” verrebbe annoverato tra i sognatori pazzi e anarcoidi e pericolosi. Rousseau immaginava almeno 25 anni per la formazione, seguito da un precettore in cui è il giovane a sentire il bisogno di apprendere, raccomanderà di tener conto della necessità del lavoro manuale. Sarà libero quando a sua volta sarà capace di essere precettore. Ovvio che questo non sarà lo schema futuro della società socialista, ma parecchi sono gli spunti di riflessione che la futura società si troverà ad affrontare in tema di educazione.
Ma la scuola borghese nega tutto ciò, chi non capisce e non regge il ritmo dell’apprendimento viene scartato e degradato socialmente. La sottomissione è piena, non solo norme tecniche, scientifiche e conoscenza della lingua; la cultura la fa da padrona, fin da piccoli si viene indottrinati con l’ideologia intoccabile della classe padrona.
Come dicevamo poc’anzi l’ascensore sociale fu il premio per sottomettersi a questa violenza. I movimenti per i diritto allo studio soprattutto nel dopoguerra altro non erano che la richiesta di un pezzo di carta che affermasse il diritto all’ascensore sociale. L’individualismo e la competizione sono il prodotto di questo ascensore sociale, una guerra insana che avvicina al padrone e non lo mette in discussione.
Nella fase decadente del Capitalismo la borghesia non è più in grado di offrire un progresso sociale, da quasi cinquant’anni lo sviluppo delle forze produttive in occidente è ben misero. La gigantesca massa produttiva, è schiacciata dal capitale costante, il rapporto tra forza lavoro e macchine è tale che non è più possibile immettere e aumentare la gigantesca massa di salariati nel ciclo produttivo. La scuola così come è organizzata serve poco alla produzione. L’ultraspecialista formazione del moderno salariato produttivo non è più possibile farla nella scuola di massa.
Alla borghesia oggi preme il controllo sociale, la scuola ha come scopo principale la trasmissione della cultura nel senso deteriore della parola, ossia della ideologia borghese. La scuola pubblica borghese oggi è sempre più una caserma blindata. Non si insegna più a ragionare e comprendere ma solo la sottomissione, con il premio finale di un diploma che non garantisce un avanzamento sociale, ma un diritto prima o poi ad entrare in qualche posto statale, parastatale o nei servizi o peggio ancora nel controllo sociale.
Lavori alla portata di tutti, con una forbice salariale che prima o poi si dovrà confrontare con le masse di diseredati che preme ai confini dell’occidente ricco e opulento
Gli istituti professionali e tecnici oggi sono sempre più un parcheggio per i figli di proletari, l’approccio pratico è sostituito da tutorial e computer (che non possono insegnare), i licei aboliscono le materie fondanti della logica, filosofia e latino in primis per dare spazio a strutture sportive. (Negli Stati Uniti sono avanti di decenni). Le università ridotte al prolungamento degli istituti tecnici o dei licei classici e scientifici.
Nelle scuole gli insegnanti sono inviatati a misurare la “conoscenza” separata dalla “competenza”, spregevole presa in giro della vera conoscenza, è nel fare che si conosce.
I ricordo riformista ancora presente nel movimento operaio di una scuola pubblica che permettesse di capire ed evolversi si scontra oggi con la realtà.
Non tutto però è cosi nel fango, la borghesia le sue scuole di élite per la conoscenza e la formazione dei quadri dirigenti le mantiene, spesso scuole private con rette elevate o concorsi a numero chiuso in cui “i figli di” hanno sempre la via preferenziale.
Il capitalismo ha fatto il suo corso, e il riformismo pure. Con la “cultura” la società non è cambiata, qualcuno forse ha fatto carriera ma guerre, fame e miseria sono sempre più presenti. Forse in occidente l’aristocrazia operaia, corrotta fino al midollo, fa finta di non vedere ma la collaborazione di classe ha il fiato corto.
La scuola borghese, così come la società capitalistica non può essere riformata. Alle giovani generazioni di proletari rinchiusi nelle caserme scolastiche diciamo di apprendere il più possibile, ma di guardare oltre questa società ormai in putrefazione.
Gli anni belli della vista non esistono, esiste la vita in tutte le sue forme, nel socialismo la scuola divisa per anni di età con limiti oltre il quale non si ha più accesso all’istruzione non esisteranno. Perché una persona non può imparare a 40, 50 o 70 anni? Perché non è più produttivo? Ma il Socialismo si farà un baffo del concetto produttivistico.
Come diceva Rousseau nell’”Emilio”, ogni persona esprimerà il suo bisogno di imparare, a tutte le età.
La società socialista abolirà la separazione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, usare il cervello o le mani non sarà una discriminate. Ognuno avrà facoltà di fare una o l’altra cosa oppure entrambe.
Oggi, in piccolo, questa è la milizia all’interno del Partito Comunista, nemesi della società borghese e della sua scuola.
Vogliamo chiudere questo articolo con una lunga citazione, talmente bella che vale pena di rileggerla:
“Il punto di vista rivoluzionario nel problema dell’”educazione” ci divide necessariamente da tutte le teorie borghesi – clericali o ultra democratiche che la società moderna applica nell’educare i giovani, con quel costante insuccesso che nessun socialista vorrà negare. Essendo la scuola nelle mani della classe economicamente dominante, essa tende a formare le coscienze dei giovani secondo i dogmi fondamentali che saranno poi l’ostacolo maggiore alla propaganda rivoluzionaria.
Le idee religiose e metafisiche, i pregiudizi sociali su cui si impernia la cultura borghese costituiscono uno strato di pensieri difficilissimo a rompersi dalla critica posteriore. Mano mano che il capitalismo si afferma, e che il suo dominio sugli intellettuali e sugli insegnanti diviene più ferreo, si vede la scienza ufficiale rinnegare le conclusioni rivoluzionarie del metodo positivo e ritornarsene per vie contorte a quei dogmi che permettono di esaltare l’attuale società, dogmi che nulla hanno da invidiare a quelli dei preti. La scuola diviene un’arma temibile di conservazione e di reazione.
I rivoluzionari intellettuali diventano pochi, è bene, e debbono compiere entro se stessi un processo doloroso di critica spietata e di distruzione. Ma l’origine borghese della loro mentalità si rivela presto o tardi e li attrae irresistibilmente nell’orbita della coltura ufficiale.
Questo ci permette di asserire che non è con qualche riforma della scuola che si potranno educare le masse e prepararle ai loro destini. Non vogliamo qui dire che tutti gli insegnanti siano in malafede, ohibò, asseriamo solo che una legge economica determinata li costringe ad agire, anche inconsciamente, nell’interesse di chi li paga. Sta in questo la concezione “marxista” del problema dell’educazione popolare.
Ritornando a noi, lo scopo del movimento giovanile è di contrapporre alla scuola dei borghesi un organismo che formi le coscienze dei giovani proletari nel senso rivoluzionario. Ma vogliono gli adulti pretendere che noi copiamo i metodi perniciosi degli avversari per raggiungere la nostra finalità? Volete impiantare la “licenza” in scienze rivoluzionarie?
Convinti da buoni deterministi, leggete Engels, che il proletariato educa se stesso ad essere l’erede della fracida filosofia borghese ed il costruttore della società futura, e che questa educazione non gli scende dai sommi maestri che la democrazia tanto strombazza, ma gli viene dalle leggi economiche della sua azione di “classe”, noi diciamo audacemente che l’educazione del popolo si fa non tanto sui libri, quanto sul campo dell’ “azione”.
Pur non trascurando la coltura teorica dei giovani, noi crediamo che la loro coscienza debba svilupparsi nel cimentarli alla “lotta di classe” che non ha bisogno di preparazioni filosofiche ma scaturisce viva e irresistibile dalle loro condizioni materiali”
1912-06-30 – Per l’educazione rivoluzionaria della gioventù operaia – L’Avanguardia-
Lascia un commento