LE MANI DEGLI U.S.A. SUL PETROLIO DEL VENEZUELA

Il 2026 si apre con l’operazione statunitense “Absolute resolve” volta a sequestrare e incriminare il presidente venezuelano Nicolas Maduro. Una lunga sequenza di avvertimenti verbali e di operazioni militari preliminari effettuate dagli USA fa pensare ad una trattativa ad alti livelli, cioè tra vertici di Stato ed esercito per trovare una soluzione alla dichiarata necessità degli Stati Uniti di riprendere il controllo delle ingentissime risorse minerarie e petrolifere venezuelane. Trattativa che si è conclusa con l’operazione del 3 gennaio in seguito alla quale ha preso la guida del paese ad interim la vice-presidente Delcy Rodriguez. È presto per affermarlo con certezza ma sembra che la vice-presidente, leader del MSV (Movimiento Somos Venezuela) alleato del PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela) sia la rappresentante politica più adatta a gestire il periodo di transizione che si apre ora e che assieme all’esercito può garantire il controllo sociale del Paese. Certamente più affidabile della leader dell’opposizione borghese Machado, rappresentante della vecchia oligarchia liberale latifondista venezuelana, invisa alla maggioranza della popolazione, sicuramente ai ceti popolari e alla classe operaia. Lo scontro in atto ha come obiettivo il controllo del proletariato venezuelano, nuovamente caduto nella miseria in seguito alla diminuita rendita petrolifera causata dalla generalizzata crisi economica e dalla disastrosa gestione economica dell’unica immensa risorsa naturale del paese. 

L’azione di forza statunitense è dettata dalla tendenza al declino della sua economia. Tutti i paesi capitalistici del blocco denominato BRICS, economie emergenti, alcune delle quali completamente emerse come potenze economiche, vedi la Cina, possiedono adeguate risorse energetiche, materie prime e masse proletarie da impiegare nel processo produttivo capitalistico e per ora hanno l’esigenza prevalente di investire “pacificamente” il capitale in tutte le zone del pianeta dove esso possa fruttare. Quindi l’obiettivo degli USA in Venezuela è contrastare lo sviluppo degli investimenti cinesi in campo petrolifero e non solo e di far uscire il paese latino-americano dall’orbita del blocco imperialista concorrente: cioè ribadire la dottrina Monroe – l’egemonia degli Stati Uniti su tutto il continente – e mandare un segnale ai paesi latino-americani che tentano di affrancare le proprie economie dall’influenza nordamericana. Nel 2025 la Cina ha partecipato al forum bilaterale con il Venezuela nell’ambito del CELAC (Comunità degli Stati Latino-americani e dei Caraibi). In quell’occasione, seguendo le linee guida della “Belt and Road Initiative” (nuova Via della Seta) cioè lo sviluppo infrastrutturale e di cooperazione finanziaria promossa dal governo cinese, il Venezuela aveva firmato un documento (China’s policy paper on LAC) che prevede la cooperazione ad ampio spettro tra Cina e paesi latino-americani e dei Caraibi nel solco del multipolarismo globale perseguito dalla Cina e dai paesi BRICS. Il Venezuela è già esportatore di petrolio verso la Cina – nel 2025 oltre 600.000 barili al giorno cioè il 70% del totale esportato – e debitore verso istituti finanziari cinesi per cifre che si aggirano tra i 10 e i 20 miliardi di dollari (fonte Bloomberg). Inoltre il “Policy paper” recentemente concluso tra Cina e Venezuela prevedeva un accordo di cooperazione monetaria con l’obiettivo di incentivare l’utilizzo delle valute nazionali al posto del dollaro negli scambi commerciali e finanziari.

Nell’attuale fase di ridefinizione delle sfere d’influenza e delle alleanze a livello globale diventa cruciale il controllo delle fonti della rendita petrolifera, il controllo delle materie prime e delle vie di trasferimento delle stesse. La corsa al riarmo e l’intensificarsi di azioni militari in varie aree del mondo fanno presagire l’acutizzarsi dello scontro inter-imperialistico, sempre in atto, tra rivali moloch imperiali senza che per ora se ne possa delineare l’esatta composizione all’interno di entrambi.

LA STRATEGIA DEL CAOS.

Gli USA, per impedire o rallentare l’affermazione di interessi economici e finanziari dei rivali capitalistici (BRICS) sono costretti ad applicare la strategia del caos: continue schermaglie, guerre per procura, politica del “dividi et impera”, un vero e proprio “Chaos imperium”.

Nel sistema capitalista le determinanti economiche e non le espressioni di volontà dei battilocchi di turno – leggi D. Trump, V. Putin ecc.- guidano i giochi politici internazionali. Come accade con le imprese aziendali concorrenti, costrette dalle regole del mercato, anche gli apparati statali sono spinti a tutelare la propria esistenza e quella della classe borghese di cui sono emanazione con tutti i mezzi esistenti, ricercando assetti sempre più avanzati di controllo e di dominio sulla classe proletaria e sui rivali capitalistici pericolosi. Gli USA temono da tempo la minaccia congiunta dei BRICS, temono il dinamismo e la crescita economica di nazioni come la Cina, l’India, il Brasile e i tanti paesi che sono stati attratti nell’orbita del blocco economico-militare, il cui perno atomico è la Russia.

LA VERSIONE CHAVISTA DEL BOLIVARISMO

Dopo anni di dominio dell’oligarchia latifondista venezuelana, sfruttatrice e affamatrice del proletariato non meno di tutti i regimi latino-americani, il Governo Chavez, nei suoi primi anni di potere, apparve come un elemento di novità nel contesto latino-americano. Il suo anti-imperialismo, commistione di bolivarismo e nazionalismo borghese di sinistra, si tradusse in misure economiche come la nazionalizzazione delle aziende petrolifere, l’espulsione di quasi tutte le compagnie straniere (a parte la statunitense Chevron) e la ripartizione di parte dei proventi ottenuti verso misure di contrasto alla povertà diffusa nel paese. L’istituzione delle “missiones” nel 2001 comportò una redistribuzione sociale nei settori dell’istruzione, della sanità, delle abitazioni e una generale diminuzione delle ineguaglianze sociali. Ma questa politica, lungi dal poter essere definita socialismo, pur provocando scontri tra gli stessi settori borghesi, era solamente una politica riformista le cui misure, nel contesto della miseria proletaria latino-americana hanno avuto un forte impatto sociale, consentendo di fatto al regime chavista di mantenersi al potere grazie all’ampio consenso sociale ottenuto. Purtuttavia esistevano settori del proletariato che, non essendosi allineati alla irreggimentazione statale, al contrario di parte dei sindacati infeudati nello stato e la sorgente aristocrazia operaia, furono oggetto di una spietata repressione selettiva: si tratta di quelle avanguardie proletarie, marxisti, internazionalisti, trotzkisti, tutte tendenze presenti in Venezuela, le quali furono ridotte al silenzio nel nome del “socialismo del XXI secolo”. Uccisioni, detenzioni, persecuzioni alle famiglie dei militanti, non solo ad opera dell’esercito e delle forze di polizia ma anche della criminalità comune all’uopo assoldata per terrorizzare i lavoratori.

Non di socialismo quindi possiamo parlare nel caso venezuelano, persistendo la forma capitalistica di produzione e di sfruttamento del lavoro salariato, la produzione azienda per azienda, la proprietà privata. Le aziende nazionalizzate hanno contribuito all’arricchimento di una borghesia corrotta, legata a doppio filo all’esercito. Lo scontro sociale avvenuto durante le diverse fasi di governo Chavez prima e Maduro poi non fu altro che uno scontro tra fazioni borghesi: l’una e l’altra a contendersi l’appoggio delle masse proletarie. L’una difendendo le conquiste sociali finanziate con i proventi della rendita petrolifera, man mano venuti meno per l’acuirsi della crisi economica mondiale e per l’obsolescenza degli impianti di produzione. L’altra invocando maggiore libertà e democrazia contro la violenza di stato e la corruzione dilagante.

DALLA PARTE DEL PROLETARIATO

L’attacco americano al Venezuela ha reso evidente ai proletari, sempre più impoveriti e oppressi, che la loro condizione materiale non può essere ne difesa ne migliorata da nessuna fazione borghese: né dalla borghesia nazionale al potere fino a ieri e sopravvissuta al cambio di leadership, né dall’opposizione borghese della Machado,  né tanto meno dall’intervento delle truppe di Trump che promette di dirottare tutti gli utili derivanti dallo sfruttamento del petrolio in favore della nazione venezuelana (se questa si mostrerà sollecita nell’accettare i suoi diktat).

La classe lavoratrice venezuelana deve ritrovare la strada della sua indipendente lotta di classe. In Venezuela e nel mondo intero il proletariato non si schiera né per la difesa dell’economia nazionale né per la patria.

Il proletariato non ha patria, ha solo catene da spezzare.

Praticare l’internazionalismo proletario significa denunciare le mistificazioni attorno al presunto socialismo del XXI secolo, sostenere le lotte del proletariato venezuelano, denunciare come principale nemico la borghesia del proprio paese.

Significa lottare per aumenti di salario, per il salario a tutti i disoccupati, per la riduzione dell’orario di lavoro.

Solo la ripresa della lotta di classe indipendente favorirà le condizioni perché il filo rosso che storicamente unisce tutte le lotte del proletariato mondiale si riannodi e conduca la classe, sotto la direzione del Partito Comunista Internazionale, all’abbattimento dello stato borghese e alla dittatura del proletariato, per una società senza classi, per il comunismo.

17/01/2026

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