Come affermarono i nostri compagni della Sinistra Comunista Italiana il prodotto più dannoso del fascismo fu l’antifascismo democratico, per il quale il fascismo non è considerato come l’espressione pura del capitalismo maturo, ma piuttosto come un accidente congiunturale e passeggero della storia da far riprendere su basi democratiche e parlamentari. Così l’antimperialismo è il prodotto più dannoso dell’imperialismo, e sotto l’ombrello dell’anti-imperialismo in realtà si cela la posizione favorevole a uno dei due campi imperialisti.
Essere “Anti-”, vuol dire scegliere un aspetto particolare della realtà capitalistica e tentare di costruire un’alleanza contro di esso; non essere “Anti-”, non significa essere massimalisti, proclamare ai quattro venti di essere fautori di una rivoluzione totale, e che all’infuori di essa non c’è che il riformismo; ma significa che quando ci si oppone al capitale in una situazione reale, lo si fa senza contrapporgli una sua versione “buona”.
l’Anti-imperialismo, ha sempre funzionato come ideologia di Stato (esistente o in fase di costituzione), nel contesto di scontri o di guerre mondiali o locali tra i differenti poli dell’accumulazione capitalistica. Nelle metropoli del capitale, l’Anti-imperialismo fu, insieme all’Anti-fascismo, un elemento essenziale dell’ideologia dei partiti sedicenti comunisti e della sinistra extra-parlamentare dopo la fine della seconda guerra mondiale, per la difesa dell’allora “patria del socialismo” cioè per la difesa degli interessi dello stato russo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’argomento del male minore, incarnato nel discorso antifascista, era il carburante utilizzato dal partitone di Togliatti per difendere la carneficina imperialista a favore di una delle due parti. In quel caso, lo slogan dello stalinismo fu: “prima vincere la guerra, poi fare la rivoluzione”, insieme all’alleanza con gli elementi più progressisti della borghesia.
La storia ha dimostrato che la collaborazione interclassista in difesa dello Stato durante la guerra non favorisce la lotta di classe, piuttosto il contrario: i fronti popolari e la vittoria alleata nella Seconda Guerra Mondiale non portarono a un’ondata di rivoluzioni, ma contribuirono alla repressione della lotta di classe. Dal punto di vista degli interessi proletari, non esistono guerre “giuste” o “difensive”. Tali distinzioni sono una mistificazione che oscura il conflitto tra capitali nazionali e blocchi imperialisti rivali per il controllo dei mercati dei capitali e delle materie prime, delle sfere di influenza e della manodopera a basso costo. Ciascuna parte coinvolta in una guerra presenta il proprio ruolo come “difensivo” e “giusto”. Una vittoria dello Stato più debole lo rende più forte, riavviando il circolo vizioso, come dimostra l’esperienza storica. La sconfitta di una potenza statale più forte implica necessariamente il rafforzamento dello Stato-nazione avversario e la mobilitazione della popolazione attorno ad esso. Qualsiasi resistenza di classe viene schiacciata per imporre la pace sociale e l’unità nazionale.
L’anti-imperialismo rivolto solo contro gli U.S.A. è una sciocchezza di derivazione stalinista, piena di implicazioni partigianesche. Oggi che è caduta l’URSS e che di partigiano c’è solo il servilismo delle potenze minori nei confronti degli Stati Uniti, è bene ribadire che l’imperialismo è una condizione materiale in cui versa il mondo e non una potenza soggettiva, emanante dall’autorità politica di Stati (nella fattispecie quello degli USA). L’Anti-imperialismo è stato, ed in una certa misura rimane, un elemento di mobilitazione intrinsecamente legato alla guerra e per la guerra, per schierarsi con uno dei fronti capitalistici in lotta tra loro. L’antimperialismo di maniera oggi ce lo troviamo declinato in una seria infinita di imbastardimenti dovuti non solo allo stalinismo ed alla sua sconfitta, che ha provocato un rigurgito di aspettative verso il miraggio della democrazia, dellalibertà di mercato, della parità fra nazioni. Questo è il senso dell’antimperialismo che imperversa dentro i vari gruppi e movimenti che falsamente si richiamano al marxismo e che hanno fatto di questo slogan la loro ragione di militanza.
I recenti conflitti hanno riportato alla luce la questione dell’anti-imperialismo e molte delle confusioni e delle illusioni del passato sono tornate con esso. In generale, gran parte delle varie compagini che si dicono di sinistra, adotta un approccio all’antimperialismo di tipo ideologico. In passato, il sostegno ai nazionalismi “deboli” e ai rispettivi Stati era mascherato dietro il rafforzamento del cosiddetto blocco socialista. Oggi, anche questa finzione è scomparsa, la critica al capitalismo è abbandonata a favore delle distinzioni culturali tra Occidente e Oriente o Nord e Sud, proclamata dall’ideologia “anticoloniale” e dalle politiche identitarie contemporanee. Questa distinzione è chiaramente irrazionale e reazionaria, poiché il capitalismo è un sistema universale e globale: esso ha “trasformato l’intero pianeta nel suo campo d’azione”, mentre l’oppressione religiosa, etnica e nazionale ovviamente persiste e non è “privilegio” di specifici Stati. La vecchia e spettacolare pseudo-dicotomia tra capitalismo e “socialismo” è stata sostituita da una nuova edizione del “terzomondismo”, ideologia priva di qualsiasi pretesa di emancipazione sociale, come esemplificato dal sostegno “anti-imperialista” all’Iran, alla Russia o alla Cina.
Il sostegno a un campo imperialista, o “campismo”, è insito nell’ideologia borghese perché fornisce un’analisi dall’alto in basso incentrata sui conflitti tra Stati, piuttosto che una prospettiva proletaria radicata nel conflitto globale tra capitale e proletariato. Il sostegno alle forze dell’”altra parte” e ai movimenti di liberazione nazionale ad esse associati non può nemmeno portare al rovesciamento dell’imperialismo, che è insito nel capitalismo. Oggettivamente, la posizione politica di sostegno a una parte imperialista apre la strada a una più ampia militarizzazione della società e alla guerra capitalista. Gli antimperialisti arrivano persino a sostenere i programmi nucleari dei cosiddetti “Stati deboli”, che possono portare al culmine della guerra capitalista e alla distruzione totale.
Tutto ciò oscura i conflitti sociali in atto all’interno dei vari paesi interessati nello scontro, incluse le lotte di classe, e contribuisce a mistificare il ruolo dei vari stati all’interno del più ampio ordine della produzione capitalista globale e del commercio internazionale. Infatti nella disposizione delle forze sullo scacchiere mondiale dobbiamo vedere una “catena di interessi” (Lenin) mossa dal Capitale mondiale e non certo dalla volontà dei governi, che ne sono lo strumento. Le tendenze conflittuali della produzione capitalista globale si manifestano a vari livelli, ma sono fondamentalmente guidate dai rapporti di classe cioè dalla necessità per ogni capitale nazionale di mantenere il controllo sulla propria forza lavoro e ottenere una riproduzione sociale “pacificata”. Tali tendenze assumono la forma di confini, Stati nazionali e concorrenza interstatale per una serie di ragioni, tra cui la necessità di mantenere un sistema di controllo internazionale del lavoro vivo o di mantenere un accesso privilegiato alle materie prime e alle catene di approvvigionamento.
L’imperialismo, dunque, è l’espressione politica e internazionale dell’accumulazione di capitale, della competizione capitalista globale. Ogni Stato ha capitale e territorio da difendere, una borghesia che gareggia con altre borghesie per appropriarsi della propria quota di plusvalore e per ottenere l’accesso a determinate risorse naturali e a una forza lavoro specifica. In certe occasioni, la competizione capitalista spinge gli Stati a dichiarare guerra, sia nel caso di Stati grandi o dominanti, sia nel caso di Stati piccoli o vassalli. Sia gli stati dominanti che quelli subordinati sono imperialisti e combatteranno le loro guerre contro altri stati, sacrificando la vita del proletariato per proteggere i propri interessi. È la crisi capitalista che sta guidando l’aumento della rivalità interstatale e l’escalation dei conflitti militari, la guerra agisce come “distruzione creativa” e come meccanismo per superare la stagnazione e riprodurre il dominio capitalista, tra le altre cose, attraverso la violenta epurazione del proletariato in eccesso.
Ridurre l’antimperialismo a una semplice posizione “anti-USA” significa cadere in una doppia trappola. In primo luogo, perché l’imperialismo non è una disposizione morale, culturale o psicologica di uno Stato specifico, ma piuttosto una forma storica matura di competizione internazionale tra paesi capitalisti, la suprema fase di sviluppo del capitale in cui Stati-nazione, capitali e apparati militari si strutturano in conglomerati sovranazionali per assicurarsi mercati, rotte strategiche, materie prime, tecnologia, controllo monetario e dominio geopolitico.
Il fatto che gli Stati Uniti rimangano il polo egemone della violenza internazionale non elimina né relativizza l’esistenza di altri poli imperialisti, già consolidati e in via di consolidamento, con le rispettive reti di potere, catene logistiche e meccanismi finanziari che strutturano una vera e propria geografia armata dell’appropriazione del plusvalore.
Rivendicazioni come “sovranità nazionale”, “autodeterminazione dei popoli” e “difesa della democrazia” vengono mobilitate in modo astratto, spostando il conflitto dal terreno materiale dello sfruttamento a un piano morale e giuridico. La nazione viene invocata per oscurare le classi sociali; il popolo è chiamato a dissolvere il proletariato come classe storicamente rivoluzionaria; la democrazia è esaltata per naturalizzare la forma politica del capitale. In pratica, l’anti-imperialismo si traduce nella difesa del capitale locale (nazionale), delle sue suddivisioni (statali) e delle sue fazioni, come se la borghesia più debole (“periferica”) fosse un antidoto all’imperialismo, quando in realtà ne costituisce uno degli ingranaggi fondamentali. Il proletariato può lottare contro il proprio sfruttamento solo se mantiene una posizione di indipendenza di classe da qualsiasi fazione borghese e da qualsiasi progetto nazionale.
L’ascesa cinese, basata su un forte intervento statale di controllo dei settori strategici e sull’espansione imperiale attraverso investimenti e prestiti a scala mondiale non rompe con la logica imperialista. Allo stesso modo, la Russia agisce come una potenza imperialista regionale, cercando di riaffermare la propria influenza nell’Europa orientale e nello spazio post-sovietico, utilizzando la potenza militare, l’energia e le alleanze per consolidare la propria posizione nella gerarchia globale.
A livello regionale, la ricerca di nuovi equilibri imperialistici assume contorni precisi. In Estremo Oriente, la Cina proietta la sua egemonia sul Sud-est asiatico e su alcune parti del Pacifico, contendendo agli USA rotte commerciali, catene di produzione e influenza politico-militare. Nell’Europa orientale, la Russia agisce come un polo imperialista regionale, in diretto conflitto con l’espansione del blocco euro-atlantico, rendendo la regione uno dei principali fronti della guerra inter-imperialista contemporanea. In America Latina, gli Stati Uniti continuano a trattare il continente come una zona di influenza prioritaria, non solo per ragioni storiche, ma anche per la sua attuale centralità strategica: risorse naturali, biodiversità, energia, controllo territoriale e contenimento della presenza cinese.
Pensare ai blocchi di interesse regionale nelle Americhe richiede di riconoscere che l’America Latina non è uno spazio “ai margini” della disputa, ma piuttosto un territorio chiave per la ricomposizione egemonica degli Stati Uniti. L’intensificazione delle sanzioni, gli interventi diretti, i colpi di stato istituzionali, la tutela politica e la presenza militare devono essere intesi come parte della strategia di riaffermare il potere imperialista statunitense di fronte all’avanzata cinese nella regione, soprattutto attraverso investimenti in infrastrutture, miniere, energia e logistica.
L’egemonia americana si sta riorganizzando, ma la logica rimane: quella del capitale in cerca di valorizzazione, ora sempre più mediata dalla forza armata e dall’intervento militare aperto. In questo scenario, nessuno Stato-nazione sfugge alle grinfie dei conflitti inter-imperialisti e una rivoluzione proletaria deve necessariamente affermarsi come rivoluzione mondiale.
In realtà, l’antimperialismo ed il nazionalismo è stato usato, e continua a essere usato, non solo come forma ideologica di predominio politico ma anche come mezzo per sfruttare ulteriormente i lavoratori. L’uso del conflitto contro un nemico esterno per mantenere l’unità sociale interna è stata un pilastro della politica degli Stati (vedi Venezuela o l’Iran ma anche, in senso ancora più articolato, gli stessi Stati Uniti), fondamentale per il mantenimento della loro esistenza in decenni di turbolenze. Oggi, gli Stati stanno nuovamente utilizzando il conflitto esterno per stabilire l’ordine interno e l’unità sociale.
Parlare di sovranità nazionale (sviluppo del capitale locale), autodeterminazione dei popoli (che ignora l’esistenza delle classi sociali) e difesa della democrazia (sempre borghese) rafforza l’ideologia della classe dominante. Questa posizione contraddice direttamente i due principi fondamentali dei rivoluzionari: l’indipendenza di classe e l’internazionalismo.
Difendere il diritto all’autodeterminazione implica inevitabilmente una posizione interclassista in cui l’indipendenza di classe è subordinata agli interessi nazionali, cioè agli interessi della borghesia nazionale. Oggi stiamo assistendo alla ricerca di nuovi equilibri inter-imperialistici (ovvero una nuova gerarchia tra moloch imperiali, venuta a cadere quella stabilita a Yalta) attraverso conflitti armati (Venezuela, Iran, Ucraina, Palestina, ecc.), dove non possiamo perdere di vista il fatto che il nemico principale del proletariato è la classe borghese mondiale, e in primis la “propria” borghesia. Sappiamo che ogni Stato agirà sempre contro il proletariato e che l’unica posizione rivoluzionaria è quella del proletariato in lotta contro il proprio Stato e la propria borghesia. Pertanto, in qualsiasi guerra imperialista, l’unica posizione rivoluzionaria è il disfattismo rivoluzionario: trasformare la guerra imperialista in una guerra di classe.
Si potrebbe dire che si tratta di una frase vuota, un mero slogan senza un reale contenuto politico, o addirittura uno slogan utile solo nelle fasi di ascesa della lotta di classe. Ma la realtà ci mostra l’esatto contrario. La rilevanza del disfattismo rivoluzionario è più grande che mai, poiché è la manifestazione dei due fondamenti di ogni politica rivoluzionaria: l’indipendenza di classe e l’internazionalismo. È importante sottolineare la centralità di questa posizione programmatica perché la rinuncia ad essa implica sempre la subordinazione del proletariato alla sua borghesia nazionale e la fallace sospensione della lotta di classe in nome degli interessi nazionali.
Il proletariato cessa di essere una classe globale, con gli stessi interessi, determinati dalla sua posizione sociale quando si schiera per la propria nazione e per la difesa degli interessi della borghesia nazionale in competizione sul mercato mondiale e smette di lottare per la difesa della propria classe, condizionando la lotta economica immediata alle compatibilità dettate dalla borghesia. Ciò fu già denunciato da Lenin nel 1915 (Socialismo e guerra): “Oggi, l’unità con gli opportunisti significa in realtà la subordinazione della classe operaia alla “sua” borghesia nazionale e un’alleanza con essa per opprimere altre nazioni e lottare per i privilegi di ogni grande potenza, il che rappresenta la scissione del proletariato rivoluzionario di tutti i paesi”.
Quando diciamo che una volta che i rivoluzionari si allineano a un campo imperialista non c’è ritorno – diventano parte del campo borghese – questo è ciò che intendiamo. Pertanto, il disfattismo rivoluzionario non è solo una questione tattica che trova applicazione nei momenti in cui la classe svolge un ruolo rivoluzionario, ma una questione di principio che separa il campo rivoluzionario da quello borghese. Noi comunisti non agiamo in base al momento presente e alla nostra capacità di agire nell’immediato; piuttosto, il nostro compito è mantenere la linea del futuro nel presente. Pertanto, mantenere e difendere le giuste posizioni (i principi) consente alla classe di rivendicarle come proprie in futuro.
In conclusione possiamo affermare che la forma ideologica dell’anti-imperialismo è un ostacolo incredibile alla affermazione di un rinnovato internazionalismo e della lotta per il superamento dell’attuale forma di produzione, e quindi non può esserci lotta anti-imperialista che non sia nello stesso tempo lotta contro il capitalismo in tutte le sue manifestazioni, a partire dalla lotta contro la propria borghesia.
Testi di riferimento :
Lenin – Tesi sulla guerra (1915), Imperialismo (1916),
Tesi caratteristiche del partito (Ondate storiche della degenerazione, parte III-1926)
Lezioni delle controrivoluzioni
FdT. Marxismo partigianesimo 1949; FdT, Onta e menzogna del “difesismo” 1951
Febbraio 2026
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