The art of war

The art of war

Se conosci il nemico e te stesso, la tua vittoria è sicura. Se conosci te stesso ma non il nemico, le tue probabilità di vincere e perdere sono uguali. Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia’.

‘Non contare sul mancato arrivo del nemico, ma fai affidamento sulla capacità di affrontarlo, non contare sul mancato attacco del nemico, ma procurati di essere inattaccabile’.

‘Anche se sei abile, mostrati inabile; anche se sei capace mostrati incapace’.

‘Chi è prudente e aspetta con pazienza chi non lo è, sarà vittorioso’.

‘Colui che capisce quando è il momento di combattere e quando non lo è, sarà vittorioso’.

Sun Tzu, L’arte della guerra

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Introduzione

Parte prima: l’arte della guerra come calcolo del possibile e dell’impossibile

Parte seconda: l’arte della guerra come strumento di potenza

Introduzione

Sarmat è il nome evocativo assegnato all’ultimo missile intercontinentale russo, dalla caratteristica di volo a geometria variabile, caratteristica che lo rende tecnicamente non intercettabile dalle attuali tecnologie in possesso degli americani. Scudi stellari e sistemi antimissile nulla possono contro questo prodigio dell’arte della guerra, uno solo di essi è in grado di vaporizzare un area grande quanto il Texas o la Francia. Diciamo pure che in una logica di brutale forza pura (cioè di rapporti di forza internazionali – fra potenze capitalistiche – intesi in modo non fumoso) esso costituisce l’assicurazione sulla vita dello stato russo, la garanzia che il blocco rivale euro-americano non potrà mai danneggiare la borghesia russa con stratagemmi di attacco indiretto ( regime change, rivoluzioni colorate, primavere fiorite) o di attacco diretto ( dottrina del primo colpo nucleare, invasione terrestre…) senza pagare un prezzo incalcolabile, forse fatale, sicuramente apocalittico. I Sarmati erano una popolazione indoeuropea stanziata nelle steppe del Kazakistan, intorno al Volga e nelle zone pedemontane degli Urali. Sarebbe ininfluente per gli scopi del presente articolo dilungarsi troppo sulla storia di questa popolazione, di cui si inizia ad avere una traccia documentata almeno dal quinto secolo A.C. In ogni caso è significativo che un ordigno di grande potenza distruttiva sia stato soprannominato con il nome di un popolo bellicoso, storicamente stanziato nel sud della Russia. Nomen omen si dirà. Fra le altre notizie certe ci giunge quella dell’imperatore persiano Dario, che tentò di assoggettarli senza troppo successo. Le élite politico-militari della classe borghese mondiale si dilettano spesso ad attribuire nomi evocativi ai propri strumenti di guerra, come se l’assunzione di un nome implicasse anche il possesso degli attributi riconosciuti a quel nome nella cultura sociale generale. La logica militare che sta dietro la costruzione di ordigni come il ‘Sarmat’ è ben espressa in un passo di Sun Tzu; ‘Non contare sul mancato arrivo del nemico, ma fai affidamento sulla capacità di affrontarlo, non contare sul mancato attacco del nemico, ma procurati di essere inattaccabile‘.

Quando si parla con leggerezza di una imminente ‘terza guerra mondiale’, e quindi anche di uno scontro aperto fra le superpotenze nucleari, non si deve dimenticare che l’arsenale nucleare funge proprio da deterrenza nei confronti di questa prospettiva (non contare sul mancato attacco del nemico, ma procurati di essere inattaccabile).

Riproponiamo alcuni passaggi sull’argomento tratti da ‘Dinamiche di confronto e scontro fra i blocchi imperiali contemporanei’ (Agosto 2015). Successivamente proveremo ad analizzare l’attuale ventaglio di strategie (sia reali che ipotetiche) che si intersecano  oggigiorno in Siria, sviluppando poi delle considerazioni generali sull’arte della guerra come strumento di potenza (presente sia nelle società classiste che in quelle a-classiste).

 

‘La guerra nel Donbass, e gli scontri in Iraq, Siria e Libia collegati al fenomeno Isis, sono attualmente le due principali scacchiere di confronto-scontro perseguite dal blocco imperiale euro-americano con l’avversario russo e cinese (e con i paesi che gravitano intorno al blocco economico-militare formato da Russia e Cina). Quasi una riedizione degli schieramenti della guerra fredda, con la particolarità che non ci troviamo più a ridosso della immane distruzione di uomini e macchinari rappresentata dalla seconda guerra mondiale, e quindi in una fase di ricostruzione e conseguente crescita economica, ma in un periodo di caduta del saggio medio di profitto e di surplus di capitale costante e variabile. Un surplus che va distrutto, per rilanciare il ciclo di valorizzazione del capitale e consentire poi alle oligarchie borghesi di continuare a imporre il loro dominio sull’umanità. Se questo è vero, dobbiamo concludere che l’impellente bisogno di uno scontro bellico, o di una distruzione comunque messa in pratica di capitale costante e variabile, si pone sempre di più nell’orizzonte delle probabilità di sviluppo delle relazioni internazionali. Tuttavia, la stessa esistenza di ingenti arsenali nucleari, e del conseguente equilibrio del terrore, lascia presumere che la strada per la realizzazione di questo ‘sogno-incubo’ capitalistico non sia così semplice e lineare. In ogni caso il regime capitalista contiene una variabile strutturale fondata sulla distruzione di lavoro vivo, la variabile è strutturale poiché nella corsa al profitto il capitale travalica ogni limite ‘salutare’ di impiego della forza-lavoro. Il limite viene travalicato in relazione all’impiego fisiologicamente e psicologicamente compatibile del lavoratore(compatibile con la dignità umana e la regolare attività psico-fisica). Affrontiamo ora ‘en passant’ una questione di un certo interesse teoretico. La concezione, anzi, la prassi della guerra nelle società divise in classi dovrebbe essere, a rigore di logica materialistica, necessariamente difforme dalla prassi bellica che ha caratterizzato le formazioni sociali senza classi, senza apparato statale e senza proprietà privata, esistite per lunghi periodi storici. In effetti se variano le condizioni di base di una società rispetto ad un altra, e non dei meri dettagli, come si può sostenere (ed è stato di recente sostenuto) che la guerra ha sempre caratterizzato la storia umana, e solo il comunismo venturo porrà in essere la scomparsa di questa ‘maledizione’? Come al solito chi sostiene queste proposizioni – che hanno l’effetto di naturalizzare in maniera meta-storica il fenomeno della guerra – dimentica di tenere nel giusto conto il fatto che dei modi di produzione diversi, dovrebbero determinare delle forme e dei significati diversi del fenomeno ‘guerra’. A maggior ragione, quando la differenza tra i modi di produzione è netta e profonda, come nel caso del comunismo primitivo con i successivi modi di produzione classisti, la cosa dovrebbe essere scontata e normale. Sostenere questa differenza, e ipotizzare che gli scontri fra i gruppi umani presenti nel comunismo originario abbiano avuto un significato diverso dalla moderna prassi bellica capitalista, non ci sembra fuori dal mondo. È ipotizzabile, quindi, che gli scontri avvenissero a causa della compresenza di diversi gruppi umani sullo stesso territorio di caccia o di raccolta, concludendosi con la fuga di una delle parti o con lo scontro e il successivo assorbimento dei superstiti da parte dei vincitori. Queste ipotesi sono basate su deduzioni di tipo storico-materialistico, e ci sembrano molto più plausibili delle congetture che mirano invece a naturalizzare il fenomeno della guerra, facendolo assurgere al rango meta-storico di maledizione del genere umano, o addirittura a elemento costante di ogni forma di vita (forse fraintendendo il frammento eracliteo in cui si dice che polemos, cioè la contesa, è la madre di tutte le cose). In ogni caso il pensiero di Hobbes e di Machiavelli, ma anche quello di Leopardi e di Schopenhauer, contengono molti riferimenti (fatte le debite proporzioni fra questi autori e i nostri contemporanei critici) all’idea di ‘natura umana’ malvagia, feroce, distruttiva. Non ci sembra molto plausibile, da un punto di vista marxista, ipotizzare l’esistenza di fenomeni sociali meta-storici, cioè indipendenti dalla struttura economico-sociale determinatamente e specificamente caratteristica di una certa fase storica. In effetti nessuna attività umana (ad esempio la scienza, la guerra, l’arte, l’amore, il gioco…) dovrebbe essere considerata indipendente dai condizionamenti della struttura economico-sociale esistente. Altrimenti si rischia di cadere nel solito vizio della metafisica mascherata, che è poi solo la brutta copia della metafisica vera, quella coltivata nel corso della storia della filosofia da validi e rispettabili cultori della materia.

In sostanza è dalla fine della seconda guerra mondiale che registriamo le evoluzioni del confronto fra le due superpotenze militari-industriali esistenti, assistendo alle guerre per procura o per interposta persona in varie parti del globo, non potendo i due colossi nucleari scontrarsi in una guerra ‘totale’ convenzionale, potenzialmente preludio di una ecatombe nucleare generale. Il problema che si pone oggi come ieri, e che ci spinge pertanto ad essere scettici sulla possibilità di una guerra ‘totale’ imminente, risiede nel limite assegnabile a un eventuale conflitto aperto e diretto fra russi e americani. Chi dovrebbe fissare questo limite, e poi soprattutto chi potrebbe garantire la sua osservanza da parte dei due contendenti? L’equilibrio del terrore esiste, l’arsenale nucleare posseduto dai due competitori globali non ha confronti numerici con i piccoli arsenali nucleari di India, Cina, Francia, Pakistan, Inghilterra e Israele. Il club della bomba invade come una presenza fastidiosa e perturbante i sogni di una parte dell’umanità, e tuttavia ci racconta anche un altra storia, la storia di due apparati militari-industriali che, attraverso la loro impossibile guerra aperta, dimostrano al resto del mondo e delle nazioni la loro terrificante capacità distruttiva. Un segnale e un monito per ricordare agli attori presenti sullo scacchiere mondiale il nome di chi possiede la chiave dell’apocalisse, di chi detiene l’unico arsenale bellico da fine del mondo. In lunghi decenni ormai alle nostre spalle è andato ricorrentemente in scena lo stesso copione, l’identica rappresentazione dell’incontro scontro accelerato e poi frenato, la guerra e la pace, l’odio e l’amore (sempre impossibile) fra le due ‘entità’ statali più potenti che storicamente la classe borghese sia riuscita a edificare. Da veri ‘fratelli coltelli’ i due rivali imperialisti sfoggiano la potenza dei propri apparati militari-industriali (supportati da scienza e tecnologia adeguate) allo scopo di terrorizzare le frazioni borghesi concorrenti e soprattutto il nemico di classe proletario. Quest’ultimo rappresenta una minaccia esistenziale alla società capitalistica, mentre le rivalità imperiali russo-americane hanno solo l’obiettivo di conservare e ampliare le posizioni di potere raggiunte dalle rispettive borghesie di riferimento (all’interno della società esistente). Come scrivevamo nell’articolo sulla brigata Prizrak, tuttavia, in certi casi, il confronto-scontro fra i due mastodonti statali può determinare dei fenomeni di scollamento e di fuga di una parte del proletariato dalle gabbie della società borghese. In modo particolare, la ricorrente esigenza sistemica di sterminio di forza-lavoro in eccesso perseguita attraverso le guerre locali, la fame e le malattie, può di converso generare dialetticamente dei fenomeni di ribellione (come se in un mondo ipotetico gli animali incamminati verso il macello riuscissero a ribellarsi e a fermare i loro abituali massacratori)’.

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Parte prima: l’arte della guerra come calcolo del possibile e dell’impossibile

Una delle citazioni iniziali tratte da Sun Tzu recita: ‘Colui che capisce quando è il momento di combattere e quando non lo è, sarà vittorioso’.

L’arte della guerra è dunque fondata sul capire, sulla comprensione dei rapporti di forza reali che si manifestano sul campo di scontro, chi capisce quando è il momento opportuno per combattere o per attendere, sarà vittorioso. Tuttavia questa ‘verità’ non è indipendente da altre condizioni, e quindi innanzitutto dalla condizione di essere inattaccabili; procurati di essere inattaccabile’. Possiamo spiegare meglio il significato del termine ‘inattaccabile’ : sul piano storico contemporaneo esso non indica una potenza ‘assolutamente invulnerabile’ ma ‘una potenza almeno in grado di difendersi con efficacia, e di infliggere una rappresaglia letale al nemico in caso di un suo attacco proditorio.

Dunque stiamo parlando dell’attuale equilibrio del terrore, ottenuto con la deterrenza nucleare, caratterizzante come uno sfondo orrorifico lo scenario storico successivo alla seconda guerra mondiale. Prima della caduta del muro di Berlino alcuni narratori di favole (un mestiere evergreen nella società borghese) hanno spacciato il conflitto fra le due superpotenze come uno scontro fra modelli socio-economici antitetici (comunismo versus capitalismo). Ancora oggi qualcuno crede in questa tragica falsificazione della realtà, precludendosi la comprensione del vero significato dello scontro/competizione fra i due grandi super-stati borghesi. La competizione Russo-Statunitense è interna alla società borghese, e questo era vero anche nel lontano periodo dello stalinismo e del post-stalinismo. Nel secolo scorso esistevano certamente delle ‘società’ comuniste, e anche oggi forse, ma fra gli aborigeni o i popoli amazzonici, non certo nei piani quinquennali stalinisti. Queste forme di ‘comunismo primitivo’ contemporaneo, non sono certo una minaccia per il capitalismo, così come non è stato una minaccia il comunismo per gli allocchi russo e cinese (ora pienamente svelatosi nella sua natura di dominio di classe capitalistico).

L’antagonismo fra le classi e l’antagonismo dentro la stessa classe borghese mondiale è una costante dell’attuale regime sociale, anche se è innegabile che le contese fra le borghesie rivali si placano quando esse devono fare blocco contro il proletariato (anche questa è una costante storica verificata).

Vediamo più nel dettaglio cosa sta accadendo in Siria, area geopolitica importante come soglia di frattura fra opposti interessi capitalistici.

Aleppo è ora il centro del conflitto, e sulla sua totale riconquista si gioca la partita fra i due super-stati imperiali. Dopo vari ‘cessate il fuoco’ richiesti innanzitutto dagli americani per rallentare l’azione di riconquista del SAA (Siryan arab army, supportato dall’aviazione russa), visti i risultati militari deludenti (per gli americani), le trattative ufficiali si sono ininterrotte(ovviamente per decisione degli Stati Uniti).

Dunque l’opzione dell’arma diplomatica, in questa fase, è considerata inefficace da uno dei contendenti: allora quali alternative si presentano come possibili o impossibili agli Stati Uniti?

Da qualche tempo si alzano (negli ambienti politico-militari statunitensi) alcune voci a favore dell’imposizione di una ‘no fly zone’ sui cieli della Siria, o anche a favore di bombardamenti sugli aeroporti militari siriani.

Riportiamo una recente dichiarazione rilasciata davanti alla commissione difesa da parte di un generale americano: “allo stato attuale, senatore, per noi prendere il controllo dell’intero spazio aereo della Siria richiederebbe che facessimo la guerra contro Siria e Russia. Questa è una decisione fondamentale che non sarò io a prendere”.
La risposta del generale è ineccepibile dal punto di vita formale-legale, queste decisioni in US, almeno formalmente vengono prese dal Presidente, previa approvazione del congresso, camera e senato.

Dunque una ipotetica ‘no fly zone’ comporterebbe una guerra non più mascherata contro la Russia (ma questa guerra è davvero possibile o rientra nel campo dell’impossibile ?).

Per quanto il sistema capitalistico sia estremamente incoerente con i bisogni generali della specie umana, quindi non razionale in rapporto ai fini del benessere sociale collettivo, nondimeno possiede una sua spietata e lucida razionalità interna di dominio e autoconservazione (sublimata nei complessi militari-industriali statali, con aggregati apparati di conoscenza tecnico-scientifica). Può accadere, certamente, che qualche mattoide in un campo o in un altro inizi a rilasciare dichiarazioni infuocate di intenti contro la potenza capitalistica rivale, tuttavia finora, a distanza di settant’anni dalla fine dell’ultima guerra mondiale, l’equilibrio del terrore nucleare ha dissuaso i due grandi mastodonti statali dal procedere verso lo scontro diretto (e quindi dalla possibilità della distruzione reciproca). Sono i due complessi militari-industriali statali russo e usa a incarnare la maggiore potenza di dominio della classe sociale borghese, la possibilità di soggiogare le altre frazioni di borghesia con l’arte della guerra e i terribili strumenti ad essa associati, in un duumvirato concorde/discorde ultra-settantennale. Il capitale governa gli stati, ci obietterà qualcuno, ma questo non è esatto. Il capitale vive, si conserva e si accresce, a condizione che la corazza dello stato preservi la sua esistenza (dalle minacce della classe avversaria e dalle mire dei capitali rivali su base nazionale o internazionale).

Il capitale nasce infatti statale ricorda il marxismo declinato dalla corrente.

Attualmente in Siria le strategie politico-militari russe e americane divergono: gli USA finanziano e sostengono i cosiddetti ribelli moderati, la federazione Russa invece appoggia le forze che li combattono.

A partire dal settembre 2015, data iniziale dell’intervento russo, sono state messe in atto da russi e siriani delle sequenze di una strategia militare del possibile, dell’utile e dell’indispensabile, secondo il principio ‘Chi è prudente e aspetta con pazienza chi non lo è, sarà vittorioso’. La prima priorità è stata quella di mettere in sicurezza il territorio intorno alle basi russe, per evitare di essere attaccati; il secondo imperativo è stato di sigillare i confini per limitare l’afflusso di uomini e armi ai ‘ribelli’, il terzo obiettivo era di impedire il traffico di petrolio dei ‘ribelli’. In massima parte queste sequenze della strategia militare russo-siriana sono state raggiunte, quindi ora è il turno di Aleppo, importante città industriale la cui conquista è indispensabile, perché con Aleppo nelle proprie mani la Russia e la Siria possono trattare da un punto di forza con gli avversari (innanzitutto gli USA).

Il balletto delle schermaglie verbali fra i due colossi militari-industriali, in presenza della impossibilità di una ‘guerra totale’, come invece era accaduto fra la Germania nazista e l’Unione Sovietica, diciamo pure che vola alto (o basso,  secondo i punti di vista).

Avvertimenti e fieri propositi non si sprecano soprattutto dalla parte politico-militare USA, mentre i colleghi della Federazione Russa giocano a mantenere un basso profilo, memori forse dell’insegnamento di Sun Tzu: Anche se sei abile, mostrati inabile; anche se sei capace mostrati incapace’.

In verità nelle ultime settimane, di fronte agli scenari di bombardamenti e lanci di missili contro gli aeroporti e le forze siriane, i russi, pur evitando proclami roboanti, non sono stati con le mani in mano, e hanno invece rafforzato il dispositivo di protezione contro tali minacce, con l’arrivo di ulteriori batterie di missili intercettori S300 nella versione aggiornata e migliorata. Queste nuove batterie antiaeree e antimissile si affiancano ai letali sistemi S400, collocati in territorio siriano nel dicembre 2015, dopo l’abbattimento da parte dei turchi di un Sukhoj 24 russo. Mentre dopo la schiarita di luglio fra Putin ed Erdogan appare impossibile un replay dell’attacco turco di novembre 2015, si sostanzia invece come maggiormente possibile un replay dell’incidente di settembre 2016, quando due caccia (olandesi?) della coalizione a guida americana hanno bombardato i soldati siriani invece dell’ISIS, a DEIR EZZOUR.

Non ci vuole molto a capire che il messaggio (non tanto cifrato) lanciato dai russi con l’arrivo degli S300, e della portaerei-incrociatore lanciamissili ‘Admiral Kutzenov’, è di tipo dissuasivo verso la possibilità di ulteriori incidenti della coalizione a guida americana.

Come si può ben arguire l’arte della guerra si sviluppa intorno al calcolo di azioni offensive e difensive possibili o impossibili, a causa dei rapporti di forza storicamente dati, cioè esistenti in un dato momento. Il guanto di sfida in difesa dei propri interessi, che nell’anno 2016 la Federazione Russa riesce a lanciare agli avversari, sarebbe stato impossibile nel 1996, e forse anche nel 2006. Ai teorici dell’indebolimento degli stati vorremmo ricordare che forse nemmeno ai tempi di Breznev, i due apparati militari, si sono sfiorati così da vicino in una gara spietata (Big Dance la definisce un articolo della corrente degli anni 50) per il controllo di quote di risorse energetiche e delle loro vie di trasferimento (quindi lo stato russo si è indebolito o si è rafforzato?).

Almeno da un punto di vista politico L’Isis (considerato apparentemente un nemico da tutti gli attori statali presenti sullo scenario siriano) serve a giustificare il sostegno agli altri ribelli ‘moderati’ da parte di Israele, USA, Turchia, e paesi del golfo come il Qatar e L’Arabia Saudita (e mettiamoci pure alcuni stati europei). Lo stesso recente intervento turco nel nord della Siria, probabilmente comunicato in anticipo a russi, siriani e iraniani, ha lo scopo di espellere le forze dell’isis dalle zone di confine con la Turchia (limitando al contempo la presenza curda dell’ YPG), favorendo l’insediamento di ribelli ‘moderati’.

I nomi che a turno assumono gli attori presenti sulla scena siriana sono indirizzati a uno scopo. La qualifica di terrorista appartiene, secondo russi, siriani e iraniani, anche a buona parte dei ribelli ‘moderati’, mentre per la coalizione a guida USA una parte delle forze militari di ispirazione sciita (pro Assad) è anch’essa degna di questa qualifica.

Dunque nel mutevole campo dell’agone politico-militare i nomi attribuiti alle cose, ai fatti e ai gruppi, sono soggetti alla possibilità di assumere significati diversi, o addirittura antitetici, in base alle strategie perseguite dai principali giocatori ( basate sui calcoli di convenienza relativi alle azioni – difensive e offensive – possibili o impossibili).

Colui che desidera o che vuole riformare uno stato d’una città a volere che sia accetto e poterlo con soddisfazione di ciascuno mantenere, è necessitato a ritenere l’ombra almanco de’ modi antichi, acciò che a’ popoli non paia aver mutato ordine, ancorché in fatto gli ordini nuovi fussero al tutto alieni dai passati: perché lo universale degli uomini si pascono così di quel che pare come di quello che è: anzi molte volte si muovono più per le cose che paiono che per quelle che sono.”

Niccolò Machiavelli , ‘Discorsi intorno alla prima Deca di Tito Livio’.

Machiavelli scrive ‘Riformare lo stato di una città‘ (ricorda qualcosa il regime change tentato in Siria?), e indica che ‘a volere che sia accetto (all’opinione pubblica interna ed esterna alla Siria) e poterlo con soddisfazione di ciascuno mantenere, è necessitato a ritenere l’ombra almanco de’ modi antichi (dunque le forze sostenute dalla parte imperiale USA, nell’esclusivo interesse geopolitico di questa parte, vanno nobilitate con l’appellativo di ribelli moderati, al di là di quello che realmente compiono sul campo).

Antitetica (ma complementare) sarà la curvatura semantico-linguistica operata dall’altro giocatore (player) imperiale, per nobilitare i suoi attori, allo scopo di ‘ritenere l’ombra almanco de’ modi antichi’.

 

Intermezzo: auto-produzione e auto-regolazione

Prima di continuare la specifica, corrente, analisi sull’arte della guerra come intreccio di calcoli sulla possibilità o sull’impossibilità di certe azioni offensive e difensive, torniamo brevemente su una querelle già in precedenza affrontata. Stiamo riferendoci alla questione dell’auto-produzione dei fenomeni contemporanei di ribellismo a sfondo religioso-fondamentalista. Non è il caso, in questa sede, di riprendere l’analisi marxista della religione, anche considerando che tale analisi andrebbe inserita nel quadro generale della decostruzione marxista delle forme alienate di vita e di pensiero-coscienza. Più modestamente, sorvolando quindi sul problema dell’alienazione delle forme di coscienza, possiamo porci sul piano materiale dei fenomeni di conflitto sociale. Tali fenomeni sono una caratteristica inevitabile della divisione in classi, dello sfruttamento, dell’oppressione e dell’impoverimento, che caratterizzano il sistema. Il conflitto è un dato basico, prodotto dalle contraddizioni del sistema, tuttavia le forme e le direzioni che esso può assumere non sono necessariamente anti-sistemiche, qualche volta, per non dire spesso, certe forme di conflitto servono a conservare il sistema, a favorire le strategie geo-politiche di un ‘player’ imperiale o di una frazione di classe borghese nazionale. L’auto-produzione dei fenomeni di conflitto significa solo che il conflitto sociale è un dato basico, prodotto dalle contraddizioni del sistema, interconnesso dialetticamente con le altre variabili che formano il sistema.

La grandezza quantitativa di un certo fenomeno sociale (pensiamo al richiamo fondamentalista) non implica una valutazione in merito allo scollamento della coesione sociale e all’imminente collasso del sistema. Il conflitto è un dato basico, variamente soggetto a fasi di incremento e decremento correlate alla congiuntura economica, quindi alla percezione da parte di certe fasce sociali di un maggior grado di sfruttamento, oppressione e povertà. Dunque sul piano strutturale-economico opera una tendenza permanente all’aumento del conflitto sociale, mentre sul piano sovrastrutturale (politica, stato, ideologia) operano delle controtendenze di tipo materiale e immateriale (la violenza latente o cinetica dello stato borghese come aspetto materiale, e l’ideologia meritocratica, individualista, consumista e l’alienazione fondamentalista come aspetto immateriale).

Dunque l’auto-produzione sociale del conflitto si interconnette regolarmente con le variabili sistemiche di autoregolazione e riequilibrio, intese concretamente come le controtendenze materiali e immateriali di cui abbiamo appena scritto, producendo effetti sorprendenti di allungamento della vita del ‘cadavere che ancora cammina’.

Poniamoci una domanda, senza il sostegno finanziario, le armi, il rifornimento di cibo e medicine, l’addestramento, le protezioni politico-diplomatiche (messe in opera da vari ‘player’ statali borghesi), la massa di ribelli auto-prodotta basicamente dal sistema cosa avrebbe potuto fare?

Come sostenevamo in precedenza la vita di una società classista è sempre caratterizzata dal conflitto sociale, e quindi da una certa quota variabile di scontenti, se tuttavia lo scontento non è indirizzato verso obiettivi anti-sistemici dalle condizioni storiche di tipo oggettivo e soggettivo, allora può essere facilmente indirizzato a difendere, lottare, e morire, per gli interessi della classe avversaria.

Finito l’intermezzo, riprendiamo l’analisi della guerra e delle strade percorribili o non percorribili, nell’attuale scenario siriano. La creazione di un governo fantoccio, attraverso il cambio di regime, è stata la prima possibilità esplorata da un certo blocco di interessi geopolitici, tuttavia questa possibilità è diventata nel corso degli anni difficile da attualizzare. Infatti un altra coalizione di interessi ha ben presto iniziato a sostenere lo sforzo bellico del SAA, con rifornimenti di munizioni, invio di truppe, mezzi terrestri, aviazione. Anche lo sforzo a sostegno dei ‘ribelli moderati’ della parte interessata al ‘regime change’ è aumentato, e tuttavia…

Tuttavia non è bastato a invertire la piega degli eventi militari determinatasi dopo l’intervento russo del settembre 2015. I progressi dell’avanzata siriana nella parte di Aleppo, una sacca, in cui resistono diverse migliaia di ‘ribelli’ assediati sembrano inarrestabili, entro la fine di ottobre potremmo assistere (forse) alla totale liberazione della città. Tale evento sancirebbe la definitiva sconfitta dei progetti di dominio imperiale (almeno in quei territori) basati sulla diffusione epidemica del caos (Chaos Imperium).

Ma dentro il Chaos Imperium si confrontano linee strategiche diverse, al momento riprende fiato l’opzione di un intervento militare diretto (lancio di missili, bombardamenti) contro Il SAA (e i suoi alleati russo-iraniani). I sostenitori di questa strategia (in parte esponenti militari e in parte politici) probabilmente calcolano in modo azzardato che non ci saranno rappresaglie da parte russa. Tuttavia il giocare al rialzo, la passione per l’azzardo, trova illustri precedenti anche nella filosofia politica di Machiavelli.

‘Nondimanco, perché il nostro libero arbitrio non sia spento, giudico potere esser vero, che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l’altra metà, o poco meno, a noi. Ed assomiglio quella ad fiume rovinoso, che quando ei si adira, allaga i piani, rovina gli arbori e gli edifici, … Conchiudo adunque, che, variando la fortuna, e gli uomini stando nei loro modi ostinati, sono felici mentre concordano insieme, e come discordano sono infelici. Io giudico ben questo, che sia meglio essere impetuoso, che rispettivo, perché la Fortuna è donna; ed è necessario, volendola tener sotto, batterla, ed urtarla; e si vede che la si lascia più vincere da questi che da quelli che freddamente procedono’. ‘Il Principe’.

Virtù e fortuna sono due aspetti fondamentali del pensiero politico di Machiavelli.

La virtù del soggetto politico, nelle pagine iniziali del ‘Principe’, era nell’abilità di conformare l’azione all’occasione, alle circostanze, ai tempi ( ottenendo così il successo). Le righe del testo da noi riportate mostrano invece una inversione semantica, il soggetto del potere, il principe, quando sono ormai esaurite le possibilità di agire secondo i dettami della virtù, quindi della prudente e cauta scelta del terreno politico-militare più adatto ai tempi, considerando ‘che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre’, e i suoi favori non sono affatto certi e assicurati, deve pensare (il principe)che sia meglio essere impetuoso, che rispettivo, perché la Fortuna è donna’.

Decidere, volere, agire nel nome del tutto per tutto, mettendo da parte la virtù e sfidando la fortuna. Nelle pagine finali del ‘Principe’ il soggetto del potere osa l’azzardo fino ai limiti del reale e del possibile, sfidando l’impossibile. Coloro che dentro il Chaos Imperium propendono per l’opzione di un intervento militare diretto (lancio di missili, bombardamenti) contro Il SAA (e i suoi alleati russo-iraniani), sono forse inconsapevoli imitatori e discepoli delle righe del ‘Principe’ da noi riportate e commentate.

Ci chiediamo se in una logica di calcolo razionale del possibile (e di esclusione dell’impossibile) trovi spazio la strategia fondata sull’azzardo dell’assenza di risposte russe in caso di bombardamenti USA. Machiavelli ricorda anche che ‘l’imperadore è uomo secreto’. Sun Tzu, 2000 anni prima di Machiavelli, asseriva che ‘Anche se sei abile, mostrati inabile; anche se sei capace mostrati incapace’.

L’impero russo, nella vicenda siriana, è più vicino a questa massima di Sun Tzu che al Machiavelli del ‘meglio essere impetuoso, che rispettivo’. I suoi sistemi d’arma antimissile, i suoi aerei da caccia, possono oggi, diversamente da venti o dieci anni addietro, semplicemente distruggere i missili, gli aerei, le portaerei nemiche, accecandoli preventivamente con sistemi elettronici avanzati di cui gli avversari sono sprovvisti. L’avevamo scritto (non solo per i cultori dello scientismo) già nel luglio 2015; è l’apparato militare-industriale che usa la scienza e non viceversa. 

Un amaro game over potrebbe dunque concludere l’azzardato war game giocato dai soliti player imperiali a stelle e strisce, ponendoli di fronte alla scelta successiva di suicidarsi (con un rilancio nucleare) o di arrendersi alla sconfitta rimediata sul piano dello scontro militare convenzionale , perché Se non conosci il nemico e nemmeno te stesso, soccomberai in ogni battaglia’.

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Parte seconda: l’arte della guerra come strumento di potenza

Riproponiamo come incipit la lunga introduzione al ‘vecchio’ lavoro teorico sulla guerra come sterminio di forza-lavoro in eccesso, testo fondamentale per comprendere la doppia direzione del conflitto bellico capitalistico in quanto sterminio primario di ‘capitale vivo’, e poi di merci e mezzi tecnici di produzione (finalizzato alla distruzione rigeneratrice del ciclo di accumulazione e valorizzazione), e in quanto secondario (ma non meno importante) duello inter-imperialistico fra fratelli coltelli borghesi per la ridefinizione geo-politica di assetti di potere, sfere di influenza, status, controllo di risorse energetiche e relative vie di trasferimento. Sia l’aspetto primario che quello secondario (del conflitto bellico capitalistico) sono parti del modus operandi del modo di produzione borghese, ovvero una esigenza funzionale alla sua riproduzione (che non è fine a se stessa, ma è a sua volta funzionale alla fondamentale riproduzione di una società divisa in classi sociali di sfruttati e di sfruttatori). Dunque è perché questo modo di produzione è innanzitutto strumento di dominazione sociale, prima che essere attività economica produttrice di beni e servizi, che la sua perpetuazione attraverso la distruzione rigeneratrice diventa importante (al fine fondamentale di garantire l’esistenza di una frazione sociale parassitaria). In termini generali il capitale è la estrinsecazione/attualizzazione terminale di un percorso storico di alienazione del genere umano, che dovrebbe essere superato nel rovesciamento della prassi delle società divise in classi (di sfruttati e sfruttatori), e nel ritorno all’armonia sociale di rapporti comunitari su una base materiale (tecnico/scientifica e conoscitiva) superiore.

In un certo senso anche la frazione parassitaria borghese (in quanto parte del genere umano) è alienata, e quindi il rovesciamento della prassi storico-sociale sarebbe fattore di disalienazione/liberazione anche per essa. In certi passaggi dei testi di Marx il capitale viene presentato come una forza impersonale, autonoma, nel senso di una forza che si è autonomizzata dal suo creatore (che è l’uomo) e lo domina (alienazione intesa come il prodotto che domina il produttore). Dunque una cornice teorica dove  l’attuale alienazione capitalistica del lavoro, è la fase terminale di un lungo processo storico-sociale di estraneazione/alienazione. Questa cornice è fondamentale per comprendere l’essenza della attuale ‘tragedia storico-sociale, e inquadrarla entro un percorso faticoso di lotta delle classi subordinate, oppresse, sfruttate, per risalire la china della caduta, della perdita (dalla originaria, non mitizzata, ma reale armonia sociale aclassista), seguendo la stella polare del superamento dell’alienazione/rovesciamento della prassi. Non proponiamo nessuna teleologia finalistica della storia, (ovviamente il futuro è incerto), tuttavia, nella realtà data dall’esperienza della vita i fenomeni sono dinamici, non statici, sono dialettici, in quanto (x) si rovescia nel suo opposto (non x), e infine si palesa come superamento/sintesi superiore di (x) e (non x). Non vogliamo sostenere che tutto ciò che è reale è razionale, e tuttavia, fatta salva l’incertezza degli esiti storici di questo percorso faticoso di lotta delle classi subordinate, oppresse, sfruttate, sarebbe ugualmente non realistico negare che esso esiste (storicamente) e il suo senso immanente è quello del superamento dell’alienazione

Dopo la riproposta dell’introduzione al vecchio lavoro sulla guerra ( a cui abbiamo apportato alcuni cambiamenti specificativi), ci dilungheremo sul concetto di arte della guerra come strumento di potenza. 

 

Riproposta… 

‘Dal momento in cui le società hanno cominciato a dividersi in classi sociali antagoniste, allontanandosi dal comunismo delle origini, l’umanità ha conosciuto l’esperienza della guerra di conquista di territori e d’asservimento di masse umane all’interno della stessa specie, come accadeva nella società antica ed in quella feudale, per giungere, infine, col capitalismo dapprima a delle guerre di sistemazione territoriale idonee a fornire alla società borghese una base nazionale ed a sottomettere i capitalismi rivali alle potenze più attrezzate, guerre che, per quanto combattute con armi più evolute e da masse umane molto più vaste, mobilitate attraverso la leva obbligatoria, assomigliavano ancora –almeno in parte- a quelle antiche per i fini limitati che esse perseguivano, ed infine nella fase imperialista del capitalismo (in Europa: dal 1871 in avanti) a delle guerre globali e ad altissimo potenziale distruttivo il cui fine essenziale non è rappresentato tanto dalla spartizione del mondo tra i diversi briganti imperialisti quanto dal riavvio del processo d’accumulazione attraverso il “bagno di giovinezza” dell’annientamento su vasta scala di capitale costante e variabile. Le guerre imperialiste, in altre parole, sono essenzialmente delle guerre contro il proletariato anzitutto perché, reagendo alla malattia della crisi che corrode la produzione capitalistica e consentendo all’accumulazione di ripartire agiscono nel senso di prevenire la soluzione rivoluzionaria delle crisi economiche di sovrapproduzione, vale a dire nel senso di tagliare la strada alla rivolta delle masse dei salariati, che, se non intervenisse la mobilitazione bellica, ad un certo punto diventerebbe inevitabile. In secondo luogo perché annientamento di capitale variabile significa annientamento fisico di masse di proletari eccedenti il fabbisogno dell’apparato produttivo. Per questo duplice ordine di motivi le guerre imperialiste non sono (soprattutto) dei veri (esclusivi) scontri inter-imperialisti, in cui la posta in gioco è la supremazia dell’uno o dell’altro dei contendenti, ma sono degli scontri in cui delle masse umane enormi sono scagliate le une contro le altre da apparati statali (fino ad un certo punto) conniventi e tra loro coordinati che si limitano agitano delle false flags davanti agli occhi della carne da cannone (n.r, aggiungiamo i termini ‘soprattutto’, ‘esclusivi’ e ‘fino ad un certo punto punto’ perché nell’economia del periodo scritto tre anni addietro, essi avrebbero ridotto senz’altro il rischio di letture negatrici, tout court, della realtà dello scontro fra frazioni borghesi, anche se  interconnesso con l’aspetto primario della distruzione rigeneratrice ): altro non furono, infatti, le “crociate” anti-feudali messe in campo su entrambi i lati del fronte all’epoca del primo conflitto mondiale e quelle anti-plutocratiche piuttosto che per la difesa della democrazia e del “socialismo” messe in scena nel corso del secondo conflitto mondiale. Già all’epoca della Comune di Parigi Marx scrisse che la borghesia non si poteva più nascondere sotto un’uniforme nazionale, e che le diverse borghesie nazionali erano tra loro confederate per schiacciare il proletariato. Le due guerre imperialiste che seguirono dimostrarono poi fino in fondo la correttezza di quella diagnosi. Non importa chi vince la guerra, l’importante è che la guerra ci sia e che divori milioni d’uomini a beneficio del capitalismo mondiale.

Tale è il volto dell’attuale guerra cronica, latente, potenziale e in prospettiva acuta e palese, finalizzata non più solo alla conquista e all’asservimento, ma addirittura allo sterminio e al genocidio della forza-lavoro proletaria eccedente. Il capitalismo sogna e pratica l’eliminazione delle masse umane non impiegabili con profitto nel processo produttivo, infatti, da molti decenni, stermina con l’arma della fame e della miseria i proletari dei paesi poveri, li costringe a morire di fame, di stenti e di malattia, consapevole che la loro crescita numerica è un potenziale nemico per la propria sicurezza. Nel presente lavoro, tenteremo di dimostrare il passaggio da una prassi bellica incentrata sul tradizionale binomio difesa e offesa, all’attuale guerra di sterminio del capitale contro quella parte di genere umano, non impiegabile ai fini riproduttivi del ciclo economico. Una guerra non dichiarata formalmente, perseguita in comune dai vari aggregati imperialisti che si contendono le sorti del globo, con lo scopo eminentemente economico e politico di dismettere dal processo di valorizzazione del capitale la parte eccedente dell’esercito industriale di riserva (concentrato essenzialmente nelle aree capitalisticamente arretrate). Il cosiddetto problema della sovrappopolazione di maltusiana memoria si trasforma, alla luce dei fatti, nella semplice esigenza economica d’eliminazione di interi rami improduttivi della popolazione umana, come accade sempre, d’altronde, in una normale ristrutturazione aziendale. In altre parole, quella parte d’umanità disoccupata, misera, senza riserve patrimoniali, minacciata d’estinzione (e quindi proprio per questo prolifica), è l’obiettivo principale e reale della contemporanea ars bellica capitalista. Un bersaglio che il capitale vuole colpire con il doppio scopo, politico ed economico, di rimuovere una potenziale minaccia alla propria esistenza e, in secondo luogo, per rilanciare il proprio ciclo di valorizzazione sulle macerie della distruzione di capitale costante e variabile (in questo caso soprattutto variabile, vale a dire forza lavoro umana). Cercheremo di chiarire, nel corso delle analisi successive, come i blocchi geo-storici che si confrontano sulla scena globale, non siano la causa dell’attuale guerra cronica, bensì dei semplici attori recitanti il ruolo assegnatogli dal modo di produzione capitalista (un modo di produzione conflittuale, antagonista, che ha la necessità immanente di annientare quantità eccedenti di mezzi e persone per ovviare alla crisi da sovrapproduzione e alla caduta tendenziale del saggio di profitto). In quanto tali i contendenti imperialisti sono una semplice espressione scenica, degli attori diligenti di quella sceneggiatura obbligata scritta dall’unico regista reale: il modo di produzione capitalista. Sotto il velo della pace apparente, seguita all’ultimo conflitto mondiale, la guerra non ha mai smesso di operare con la sua funzione di supporto al dominio economico-politico della classe borghese internazionale. L’obiettivo della distruzione di forza-lavoro eccedente è stato raggiunto con le armi principali dell’impoverimento, della fame, della malattia, e in parallelo, ma in forma secondaria, attraverso guerre convenzionali locali, coinvolgenti variamente i tradizionali predoni imperialisti. Al pari di un racconto gotico in cui la vicinanza dell’epilogo coincide con l’apice della violenza, sottintesa già dall’inizio nella presenza sulla scena di vari segni rivelatori, così anche il moderno Moloch capitalista rivela la propria natura mostruosa al culmine delle crisi ricorrenti da sovrapproduzione. Sterminio, genocidio, ecatombe ed altro ancora, sono i movimenti di questa sinfonia infernale che solo la rivoluzione delle vittime predestinate può finalmente interrompere, consentendo a tutta la specie umana, e a tante altre forme di vita presenti sul pianeta, di crescere e progredire in modo diverso’.

 

Minima moralia

Secondo uno dei maggiori teorici dell’arte della guerra il conflitto militare è la continuazione della politica con altri mezzi. In questa accezione la negoziazione e il confronto incruento precedono l’azione bellica violenta e distruttrice, la quale, in ultima istanza, interviene come extrema ratio risolutrice di stalli negoziali fra due o più parti.

Dal nostro punto di vista la guerra ( e quindi la distruzione di capitale costante e variabile) sono invece il fine stesso (principale) del conflitto capitalistico. La guerra non è dunque solo un mezzo esclusivo che sostituisce la negoziazione politica, ma innanzitutto uno dei sistemi per realizzare la distruzione rigeneratrice del ciclo di valorizzazione del capitale.  

Secondo C. Schmitt, un importante studioso di diritto pubblico e internazionale del 1900, la politica si basa sul binomio hostisinimicus e amico. Schmitt definisce lo stato di eccezione una particolare conformazione del potere politico. Lo stato d’eccezione viene evocato in presenza di circostanze ed eventi particolarmente minacciosi (per una classe sociale dominante n.r). Guerre con altri stati borghesi, proteste di massa crescenti del proletariato, eventi che spingono in nome della ragion di stato (la classe dominante) ad accantonare l’ossequio formale alle leggi scritte, per privilegiare la sostanza di dominazione di classe insita in quelle stesse leggi. Con Schmitt viene dunque esplicitato apertamente il sottofondo del diritto costituzionale liberale, la mascheratura delle leggi liberali viene superata nei momenti di crisi sociale interna o di conflitto esterno con altri apparati statali borghesi. Come ricordato in ‘Forza, violenza e dittatura…’ l’energia di dominazione della classe dominante è identica sia nella fase democratico-legalitaria che in quella totalitario-fascista, il quantum di violenza latente o cinetica è lo stesso, perché sia l’abito politico democratico che l’abito politico fascista-totalitario sono delle vesti intercambiabili, indossate secondo le circostanze dalla invariante dittatura di classe borghese. 

Inseriamo e commentiamo ora un paio di pagine da ‘Forza, violenza, dittatura…’. 

L’importanza invece del fattore della forza e il peso del suo gioco sia in quanto si manifesti palese nelle guerre dei popoli e delle classi, sia in quanto resti applicato allo stato potenziale per il funzionamento dell’ingranaggio dell’autorità, del diritto, dell’ordine costituito, del potere armato, viene messa scientificamente in rilievo dal materialismo dialettico col farne risalire le causali e l’estensione di impiego ai rapporti in cui sono messi i singoli dalla tendenza e possibilità di soddisfare i loro bisogni’.

N.R. Dunque il fattore storico-sociale della forza, è associato alla forma palese-cinetica della guerra, ma anche alla forma della minaccia latente -potenziale indispensabile per  ‘il funzionamento dell’ingranaggio dell’autorità, del diritto, dell’ordine costituito, del potere armato’. Dunque il fattore della forza, nella sua forma di violenza cinetica (guerra) da parte di un gruppo nei confronti di un attacco o di una resistenza armata da parte di altri gruppi,  o viceversa nella forma di violenza potenziale (subordinazione senza resistenza), è collegato (dal materialismo dialettico) ‘ai rapporti in cui sono messi i singoli dalla tendenza e possibilità di soddisfare i loro bisogni’. Sono le condizioni storicamente date relative alla possibilità di soddisfare i bisogni umani primari e secondari, che canalizzano la potenza sociale, la forza, verso una forma cinetica o potenziale di estrinsecazione.

L’arte della guerra (e quindi la guerra) sono dunque uno strumento di potenza (forza), alternativamente impiegato accanto allo strumento di potenza (forza) dato dalla minaccia-terrore potenziale di utilizzo della violenza della guerra.

‘Un’analisi delle disposizioni anche preistoriche con le quali i gruppi associati si procurano i mezzi di vita, e delle prime rudimentali risorse, armi, strumenti di cui si arricchisce l’arto dell’animale uomo per agire sui corpi esterni, conduce a definire svariatissime relazioni e posizioni intermedie tra il singolo e la totalità aggregata, che frazionano questa in gruppi diversi per attribuzioni, funzioni e soddisfazioni; e questa indagine fornisce la chiave del problema della forza.

L’elemento essenziale di quella che si è soliti chiamare civiltà è questo: l’individuo più forte consuma più di quello debole; e fin qui si resta nel campo dei rapporti della vita animale e, se vogliamo, la cosiddetta natura, pensata dalle teorie borghesi come una bravissima regista, ha ben provveduto perché più muscoli comportano più stomaco e più cibi; ma inoltre il più forte dispone le cose in modo che gli sforzi lavorativi siano forniti in maggiore misura dal più debole e in misura minore da lui. Se il più debole si rifiuta tanto a vedere mangiare il pasto più lauto che a veder compiere l’opera più lieve, e magari nessuna opera, la superiorità muscolare lo piega e lo costringe alla terza menomazione di venire percosso’.

N.R. Dunque la differenziazione delle mansioni, delle attribuzioni, e quindi delle connesse  ‘soddisfazioni’  … fornisce la chiave del problema della forza’. L‘individuo più forte consuma più di quello debole, in ragione della gamma di compiti svolti, originariamente più faticosi di quelli svolti dalla maggioranza del gruppo sociale, e tuttavia….

Tuttavia, nel corso del tempo, la ripartizione funzionale dei compiti svolti dal gruppo produce dei passaggi nuovi, modificando la natura delle relazioni comunitarie iniziali. Riportiamo il periodo: il più forte dispone le cose in modo che gli sforzi lavorativi siano forniti in maggiore misura dal più debole e in misura minore da lui. Se il più debole si rifiuta tanto a vedere mangiare il pasto più lauto che a veder compiere l’opera più lieve, e magari nessuna opera, la superiorità muscolare lo piega e lo costringe alla terza menomazione di venire percosso’. 

N.R. Il più forte mangia il pasto più lauto e compie l’opera più lieve, obbligando con la coercizione violenta il più debole a piegarsi (in caso di resistenza). Questa situazione esprime il rapporto di forza fra il più debole e il più forte, comparso sulla scena storica con le società divise in classi. ‘L’elemento discriminante della civiltà sociale, dicevamo, è dunque quello che tale semplice rapporto si attua infinite volte in tutti gli atti della vita in comune senza bisogno che la forza costrittiva venga impiegata in modo attuale e cinetico’.

Il testo, con molta chiarezza, delinea il percorso ricorsivo, iterativo, di un rapporto sociale di dominio, che siattua infinite volte in tutti gli atti della vita in comune’.  Talvolta con il ricorso alla violenza e alla guerra, in molti altri casi ‘senza bisogno che la forza costrittiva venga impiegata in modo attuale e cinetico’.

‘Alla base dello schieramento degli uomini nei gruppi posti in così dissimile situazione di vita materiale sta inizialmente una ripartizione di compiti che, nella grandissima complessità delle manifestazioni, assicura al soggetto, alla famiglia, al gruppo, alla classe privilegiata, un riconoscimento che, dalla constatazione reale della iniziale utilità, conduce al formarsi di una attitudine di soggezione degli elementi e gruppi sacrificati. Questa attitudine si tramanda nel tempo e si inserisce nella tradizione in quanto le forme sociali hanno una loro inerzia analoga a quella del mondo fisico per cui, fino a superiori cause perturbatrici, tendono a descrivere le stesse orbite, a perpetuare le medesime relazioni.

Quando – per continuare in quella che ogni lettore anche non adusato alla indagine marxista comprende essere una esposizione a rilievi schematici per fine di brevità – per la prima volta il minus habens non solo non ha costretto il suo sfruttatore ad impiegare la forza per eseguire gli ordini, ma ha imparato a ripetere che ribellarsi sarebbe stato una grande infamia perché avrebbe compromesso le regole e gli ordini da cui dipendeva la salvezza di tutti, allora – giù il cappello! – è nato il Diritto.

Se il primo re è stato un bravo cacciatore, un gran guerriero, che aveva più volte esposta la vita e versato il sangue in difesa della tribù, se il primo stregone sacerdote è stato un intelligente indagatore di segreti della natura utili alla cura delle malattie ed al benessere, se il primo padrone di schiavi o di salariati è stato un capace organizzatore di sforzi produttivi in modo che si traesse maggior rendimento dalla coltivazione della terra o dalle prime tecnologie, l’iniziale constatazione di questo compito utile ha permesso di costruire le impalcature dell’autorità e del potere, permettendo a quelli che stavano al vertice di quelle nuove e più redditizie forme di vita associata, di prelevare – per proprio comodo – una larga parte dell’incremento di prodotto realizzato’.

N.R. Ecco descritto il passaggio storico-dialettico da una fase di specializzazione e divisione funzionale dei compiti, in cui  ‘il primo re…il primo stregone sacerdote… il primo padrone di schiavi o di salariati’ svolgono in qualche modo ‘un compito utile’…(per un )‘incremento (del) prodotto realizzato,  alla successiva fase di sedimentazione/cristallizzazione che ‘ha permesso di costruire le impalcature dell’autorità e del potere, permettendo a quelli che stavano al vertice di quelle nuove e più redditizie forme di vita associata, di prelevare – per proprio comodo – una larga parte dell’incremento di prodotto realizzato’.

N.R. Dunque, da iniziale fattore economico diincremento (del) prodotto realizzato’, la divisione dei ruoli e delle mansioni si trasforma in una serie di rapporti stabili di potere e autorità (le impalcature dell’autorità e del potere’), riproponendo, nel corso della storia, una dialettica iterativa fra rapporti di produzione e forze produttive. Nel corso della storia, in altre parole, determinati rapporti di produzione (espressione del dominio/forza – attuale o latente – di una classe su un altra) sono diventati regolarmente, a un certo punto, un freno all’ulteriore sviluppo delle forze produttive sociali.  

‘L’uomo ha assoggettato a un tale rapporto in primo luogo l’animale di altra specie. Il bue selvatico solo con dure lotte e con sacrificio dei più audaci domatori fu sottoposto le prime volte al giogo. In seguito non occorre più violenza in atto perché la bestia pieghi la sua cervice. Il suo poderoso sforzo decuplica la quantità di cereale a disposizione del padrone, ed il bue per nutrirsi e conservare la sua efficienza muscolare riceve una frazione della biada’.

‘L’evoluto homo sapiens non tarda ad applicare questo rapporto al proprio simile col sorgere della schiavitù. L’avversario in una contesa personale o collettiva, il prigioniero di guerra pesto e ferito viene ridotto con ulteriori violenze a lavorare con gli stessi patti sindacali del bue; egli all’inizio si rivolta, raramente può sopraffare l’oppressore e sfuggirgli; a lungo andare il fatto normale è che lo schiavo, anche sopravanzando di muscoli il padrone quanto il bue, subisce la sua soggezione e funziona come la bestia, offrendo soltanto una gamma molto più ricca di servigi’.

‘Passano i secoli e questo sistema costruisce la propria ideologia, viene teorizzato, il sacerdote lo giustifica in nome degli dei, il giudice vieta con le sue sanzioni che possa essere violato. Vi è una differenza e una superiorità dell’uomo della classe oppressa sul bue: è quella che non si potrà mai insegnare al bue a recitare, del tutto spontaneamente, una dottrinetta secondo la quale la trazione dell’aratro è per lui un vantaggio grandissimo, una sana e civile gioia, un adempimento della volontà di Dio e della santità delle leggi, né mai avverrà che il bue ne dia atto nel deporre una scheda‘.

‘Tutto il nostro discorso su questa elementare materia vuole condurre a questo risultato: mettere sul conto del fondamentale fattore della forza tutta la somma degli effetti che da esso derivano, non solo quando la forza è impiegata allo stato attuale, con violenza sulle persone fisiche, ma anche e soprattutto quando esso fattore forza agisce allo stato potenziale e virtuale senza i rumori della lotta e lo spargimento del sangue’.

N.R. A proposito di forza che non viene impiegata in modo attuale e cinetico, ricordiamo una massima di Sun Tzu: ‘La miglior battaglia è quella vinta senza combattere’ .

‘Travalicando i millenni ed evitando di ripetere l’esame delle successive forme storiche di rapporti produttivi, di privilegi di classe, di potere politico, si deve giungere ad applicare tale risultato e criterio alla presente società capitalistica.

‘È così possibile battere la tremenda contemporanea mobilitazione dell‘inganno, l‘universale regia che costruisce la soggezione ideologica delle masse ai sinistri dettami delle minoranze predominanti, il cui trucco fondamentale è quello dell’atrocismo, ossia, della messa in evidenza (corroborata inoltre da potenti falsificazioni di fatto) di tutti gli episodi di sopraffazione materiale in cui, per effetto dei rapporti di forza, la violenza sociale si è resa palese e si è consumata colpendo, sparando, uccidendo e – cosa che dovrebbe apparire la più infame, se la regia non avesse avuto tremendi successi nell’incretinimento del mondo – atomizzando. Sarà così possibile riportare al loro giusto, preponderante valore qualitativo e quantitativo, i casi innumerevoli in cui la sopraffazione, sempre risolvendosi in miseria, sofferenza, distruzione a volumi imponenti di vite umane, si consuma senza resistenza, senza urti, e – come dicevamo all’inizio – sine effusione sanguinis. anche nei luoghi e nei tempi in cui sembra dominare la pace sociale e la tranquillità, vantata dai ruffiani professionali della propaganda scritta e parlata come l’attuazione piena della civiltà, dell’ordine, della libertà’.

N.R. Inganno, soggezione ideologica, falsificazione, trucco, atrocismo….come in alcune specie animali diventa fondamentale, ai fini della sopravvivenza, la capacità di dissimulazione, il camuffamento, il camaleontismo, anche l’arte della guerra (e quindi la guerra fra le classi) è essenzialmente arte dell’inganno: Sun Tzu, ‘La guerra è il metodo dell’inganno’.

‘Il confronto tra il peso dei due fattori – violenza in atto e violenza in potenzamostrerà che, malgrado tutte le ipocrisie e gli scandalismi, il secondo è quello predominante, e solamente su di una tale base si può costruire una dottrina e una lotta capaci di spezzare i limiti dell’attuale mondo di sfruttamento e di oppressione’.

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