Scenari di guerra siriani

Scenari di guerra siriani
Prima parte
Il confronto fra potenze statali capitalistiche sul territorio siriano continua ferocemente. Dopo la sconfitta di fatto del regime change, patrocinato a partire dal 2012 da una variegata compagine di potenze statali regionali e non, si assiste ora a una partita di posizione, mirante al consolidamento dei risultati ottenuti. Nonostante la sconfitta del progetto iniziale di sostituzione di Assad e del suo governo, la potenza americana continua, con il supporto dei curdi, a mantenere una presenza militare nel nordest della Siria. Tale presenza è rappresentata da alcune ( forse dieci) basi militari, con un numero di poche migliaia di soldati. I curdi sono stati armati e coadiuvati dall’aviazione americana nella liberazione di un centro importante (Raqqa), ex capitale dell’Isis in Siria. Dopo la liberazione di Raqqa, essi sono avanzati nel territorio a est del fiume Eufrate, impedendo di fatto, grazie al supporto americano, che l’esercito siriano riprendesse il controllo di un territorio ricco di pozzi di petrolio. Ora la presenza militare americana, imperniata sul supporto ai curdi dell’YPG, e quindi di conseguenza sul sostegno ai loro progetti indipendentisti, è minacciata dalle azioni militari turche nel cantone curdo autonomo di Afrin. Dopo la ribellione ad Assad di quasi un terzo dell’esercito regolare nel 2012, e il successivo arrivo di milizie jihadiste sostenute da potenze statali regionali e non, i curdi hanno costituito di fatto uno stato autonomo nel nordest della Siria, il Rojava, lottando, in certe occasioni con l’Isis (pensiamo alla battaglia di Kobane). Tuttavia, con la progressiva sconfitta dei jihadisti e dei resti di quella parte di esercito ribellatasi ad Assad nel 2012, anche l’entità semistatale curda avrebbe dovuto scendere a patti con il governo siriano, e negoziare una forma di autonomia regionale (rinunciando all’indipendenza).  A questo punto si innesta potentemente la strategia americana, che pur di ostacolare il successo degli avversari statali (Russia, Siria e Iran), decide di finanziare, addestrare e armare le milizie curde siriane. Favorendo la creazione di un territorio a sovranità curda, dove conservare delle basi militari, allo scopo di ostacolare il pieno ripristino dei collegamenti territoriali e degli scambi fra Iran, Iraq, Siria, Libano. Paesi che rappresentano un asse religioso sciita, e soprattutto una via commerciale dei prodotti petroliferi ivi allocati.

Parte seconda

Dal 20 gennaio l’esercito turco, con l’ausilio fondamentale di milizie filo-turche siriane (in sostanza una componente anti Assad finanziata e supportata dalla Turchia), ha lanciato una offensiva contro il cantone curdo di Afrin. Questa regione fa parte del territorio siriano. Situata immediatamente a nord di Aleppo, dopo lo scoppio della guerra cinque anni addietro si è di fatto resa indipendente, difendendo armi in pugno la propria autonomia dagli assalti delle varie milizie jihadiste. Agli inizi di gennaio, la Turchia ha deciso di intraprendere una spedizione militare per stroncare i collegamenti fra Afrin e il Kurdistan turco, onde soffocare le velleità indipendentiste dei propri curdi, rinfocolate dalle dinamiche in atto nella regione curda siriana, il cosiddetto ‘Rojava’.

La causa principale di questa decisione del governo turco è da collegare al progetto americano di favorire la nascita di una milizia curda di 30.000 effettivi, a guardia delle frontiere fra Iraq e ‘Rojava’ (ma di fatto anche fra Turchia e ‘Rojava’).

Il progetto è stato percepito dal governo turco come un fattore di rischio, poiché una massiccia presenza armata curda ai confini avrebbe potuto innescare delle dinamiche di interscambio (supporto e assistenza) fra l’YPG curdo del Rojava e il PKK del Kurdistan turco.

La Turchia dunque persegue la difesa del proprio interesse nazionale, tentando di impedire l’insorgere di fattori permanenti di destabilizzazione della propria delicata situazione interna. Il progetto americano di armamento e addestramento di una milizia curda di 30.000 effettivi, in territorio siriano, riveste invece l’obiettivo di permettere una presenza permanente di basi americane in territorio siriano, allo scopo di interferire negli affari dei propri rivali economici e geopolitici, arrecando dei danni ai loro interessi. L’obiettivo principale degli USA e dei loro alleati, lo ricordavamo nella prima parte dell’attuale lavoro, è quello di impedire il pieno sviluppo degli scambi commerciali degli avversari, danneggiando e impedendo il trasferimento delle materie prime energetiche (viaggianti attraverso oleodotti e metanodotti) fra IRAN, IRAQ, SIRIA, LIBANO. Il fattore curdo YPG, al di là della connotazione politica marxista dichiarata, gioca di fatto un ruolo funzionale a uno dei contendenti capitalistici in campo. Questo aspetto è un dato oggettivo, e getta un ombra, al di là della buona fede riconosciuta ai singoli o all’intero YPG, sulla strategia politica perseguita da alcune forze marxiste, che si ostinano a non comprendere la improponibilità, nella situazione contemporanea, delle lotte basate su rivendicazioni di indipendenza nazionale. Queste lotte rischiano spesso di portare acqua a una frazione di borghesia mondiale (locale o internazionale) in lotta con altre frazioni.  A nostro avviso solo con l’estensione della lotta all’intero proletariato, senza distinzioni di etnia o di confini, è ipotizzabile ottenere dei risultati apprezzabili sul piano reale. Ammesso che fosse possibile realizzare una piccola isola di socialismo, in un determinato territorio, essa non potrebbe poi sopravvivere senza un adeguato apparato militare difensivo e soprattutto offensivo, atto allo scopo di rintuzzare l’assalto delle potenze capitalistiche circostanti, e di portare la libertà anche agli schiavi salariati imprigionati nei recinti statali delle potenze capitalistiche limitrofe. Possiamo davvero pensare che questa forza militare possa fornircela il capitalismo USA, soprattutto considerando come gli USA hanno evitato di intervenire contro l’assalto turco al cantone di AFRIN? E in precedenza contro l’assalto dell’esercito iracheno contro i curdi che occupavano la zona petrolifera di Kirkuk?

 

Parte terza

Sotto la spinta dei fatti materiali l’YPG di Afrin, valutata l’assenza di aiuto da parte degli USA e la minacciosa avanzata turca, dopo qualche indecisione iniziale, ha deciso di accettare l’offerta del governo siriano (e dunque la sua autorità sul territorio ancora non caduto in mano turca), permettendo alle truppe dell’esercito siriano di dislocarsi nei punti maggiormente difendibili dall’eventuale continuazione dell’offensiva nemica.

Sembra poi che a seguito di una trattativa politica fra dirigenza russa, siriana, iraniana e turca sia stato raggiunto un accordo per fermare le attività belliche nel cantone di Afrin, a fronte della garanzia di riportare questo territorio sotto il controllo dello stato siriano (inclusi alcuni quartieri curdi di Aleppo).

Tale cambio di scena sembra porre una pietra tombale sulle precedenti strategie indipendentistiche dei curdi siriani, almeno nel cantone di Afrin.

Altre considerazioni vanno svolte sulle restanti porzioni di territorio siriano controllate dall’YPG, e non ancora minacciate dall’intervento militare turco.

In questo territorio operano forze militari USA, proprio per questo sembra difficile ipotizzare un intervento immediato dell’esercito turco. America e Turchia sono ancora formalmente alleati NATO, anche se negli ultimi due anni i rapporti reciproci si sono raffreddati ( la data di inizio di questo raffreddamento va segnata nel luglio 2016, dopo l’oscura vicenda del fallito golpe di stato).

In ogni caso la vicenda di Afrin ha evidenziato alcune caratteristiche del nuovo quadro mediorientale.

Primo: la Russia, dopo il vittorioso intervento militare diretto iniziato nel settembre 2015, svolge ora un ruolo di arbitro e pacificatore nelle contese fra i suoi alleati di fatto (Siria, Iran, Turchia, Iraq), in sostituzione del rivale USA.

Secondo: tale ruolo è riconosciuto e accettato dai vari attori statali presenti nell’area, basti pensare ai rapporti politici in atto anche con Israele, Egitto, Qatar e Libia. Dopo l’abbattimento di un F16 israeliano da parte della contraerea siriana, è stata infatti decisiva la mediazione russa nel contenimento della escalation conflittuale.

Terzo: la strategia militare e al contempo diplomatica della federazione russa, si differenzia dalla politica del caos USA per due ordini di motivi: il capitalismo russo è caratterizzato da condizioni basiche migliori rispetto a quello USA. Esso possiede un territorio ricco di risorse energetiche (metano, petrolio) e un debito pubblico esiguo, mentre le sanzioni economiche occidentali imposte a seguito dell’annessione della Crimea nel 2014, hanno consentito all’economia russa di sviluppare l’autosufficienza in molte produzioni agricole e industriali.

In secondo luogo l’interazione funzionale (economica e militare) con la potenza capitalistica cinese, che si sostanzia nella fornitura russa di petrolio e armamenti alla Cina, e negli investimenti di capitali cinesi nell’economia russa (ad esempio in Siberia), costituiscono una base di forza economica che fa da supporto alla proiezione di potenza del complesso militare industriale russo nel mondo.

Dunque l’alleanza economico-militare Russo-cinese, nonostante i venti di crisi del capitalismo globale, può ancora permettersi di progettare business e investimenti in giro per le lande capitalistiche del mondo (pensiamo agli investimenti infrastrutturali della banca asiatica, AIIB, in Africa e Sud America, alla costruzione cinese della via commerciale – marittima e terrestre – della seta, ma anche agli investimenti di capitale cinese in Europa: porto del Pireo, costruzione di depositi di smistamento merci a Budapest con annessa rete ferroviaria verso l’Europa, e infine l’acquisto cinese di aziende industriali del ramo meccanico, in alcuni paesi europei).

In definitiva, l’alleanza russo-cinese, possedendo vari assi economici nella manica (e avendo anche la potenza militare per gettarli sul tavolo da gioco del capitalismo globale), non è costretta, come il rivale USA, a puntare sulla carta del Caos allo scopo di rovinare il giro di affari dei rivali. Dunque almeno per ora il blocco Russia-Cina cerca di ottenere condizioni di investimento in territori ordinati e pacifici, cioè delle condizioni funzionali, per un certo periodo di tempo, alla crescita del business delle proprie imprese capitalistiche. L’impero Usa, partendo da condizioni economiche di svantaggio rispetto alla concorrenza Russo-Cinese, deve giocoforza puntare sulla destabilizzazione e sul conflitto militare permanente nelle aree geo-economiche appetibili per il capitalismo avversario. L’esempio della Siria è scolastico: prima dell’inizio del conflitto nel 2012, due grosse imprese russe lavoravano nel progetto di estrazione del metano dai giacimenti presenti nel fondo delle acque territoriali siriane, e nella costruzione di oleodotti e metanodotti nei territori a cavallo fra Siria e Iraq. Ovviamente tale intrapresa economica è andata a farsi friggere dopo lo scoppio del conflitto. Si può supporre che l’obiettivo strategico di chi ha soffiato sul fuoco del conflitto siriano sia stato proprio quello di impedire l’apertura di una via di trasferimento delle materie prime energetiche, sia verso oriente (Cina), sia verso occidente (Europa). Al progetto russo-siriano di estrazione e trasferimento delle materie prime energetiche in direzione est e ovest, si opponeva, infatti, prima dello scoppio del conflitto, la richiesta di alcuni paesi del golfo alleati degli USA (rifiutata dal governo di Assad), di consentire la costruzione in territorio siriano di oleodotti per trasferire il proprio petrolio verso il mediterraneo e l’Europa (evitando così il giro abituale più lungo ). In fondo la guerra siriana è stata anche causata, se vogliamo, da una esigenza di riduzione dei costi di trasferimento del prodotto. Ma non è quello che fanno ogni giorno tutte le imprese giudiziose?

 Epilogo
Giunti alla fine di questa breve disamina, possiamo formulare alcune previsioni. In queste ultime settimane l’esercito siriano, supportato dall’aviazione russa, ha riconquistato buona parte del territorio ancora controllato dalle milizie jihadiste nella provincia di Idlib e Aleppo. Durante le battaglie sono state inflitte gravi perdite a queste milizie, sia in mezzi che in uomini. La guerra per procura è finita, le milizie integraliste, sostenute da una fazione borghese contro un altra fazione, sono state neutralizzate. E ora, a meno di non pensare che gli USA siano pronti ad uno scontro diretto con i russi, è prevedibile che le tensioni nell’area tendano a diminuire. Le milizie curde ancora alleate degli USA si trovano ora davanti a uno spettacolo su cui riflettere: l’esercito siriano che entra ad Afrin , accolto dalla popolazione con segni di giubilo, proprio come si accoglie un difensore. La carta da lanciare sul tavolo da gioco spetta ora agli americani, ma essi hanno solo due alternative, e quindi devono scegliere se proteggere i curdi dalla minaccia del proprio alleato NATO, oppure lasciarli in balìa di questo alleato. Nel primo caso spingeranno la Turchia definitivamente dentro un alleanza con la Russia, nel secondo caso si ripeterà lo scenario di Afrin, ed essi, gli USA, dovranno sloggiare dalla Siria.

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