Puzzle imperialista

Puzzle imperialista
Introduzione

La volontà di potenza degli apparati capitalistici si manifesta, ad un certo grado di sviluppo, in forma di prassi imperialista, una prassi finalizzata alla conquista di risorse naturali, vie commerciali, forza-lavoro: in altri termini la conquista delle ricchezze presenti nei paesi più deboli dal punto di vista economico e militare (struttura/sovrastruttura), quindi non in grado di difendersi efficacemente dalle brame predatorie altrui (1).

Una vera legge della giungla, dove il forte (apparato strutturale/sovrastrutturale) cresce e sopravvive e il debole viene ridotto ad una condizione di vassallo. In fondo è quello che viene descritto da Marx, in riferimento alla ‘sola’ sfera economico-aziendale, quando scrive del fenomeno della centralizzazione dei capitali.

Competizione fra stati borghesi, concorrenza aziendale, lotta di classe, sono fenomeni ineliminabili in una società divisa in classi sociali di sfruttati e sfruttatori.

Tornando al presente, non si può non vedere che un ancora potente apparato capitalistico attraversa momenti difficili.

L’impero USA è in una fase di declino, la sua economia non riesce a stare al passo con la concorrenza, e quindi chiede al potere politico di essere protetta con i dazi doganali, la realizzazione di questa difesa è affidata alla sovrastruttura politica e statale, il cui compito è sempre stato quello di preservare i privilegi della propria classe dominante. Inoltre, attraverso la strategia del caos, il capitalismo USA tenta di scompaginare le carte su un tavolo di gioco sfavorevole sul piano geopolitico.

Sul piano storico reale i grandi apparati capitalistici di Russia e America (apparati intesi come simbiosi funzionale di struttura economica e sovrastruttura statale) si contendono, dalla fine della seconda guerra mondiale, la direzione e il controllo di altri apparati, rendendoli vassalli, privandoli della sovranità, e utilizzando le loro risorse.
La brama di potenza sospinge gli imperi al confronto militare, almeno quando le trattative diplomatiche non riescono a risolvere contenziosi particolari (la guerra come continuazione della politica con altri mezzi).
Nel presente lavoro cercheremo di fornire al lettore un quadro analitico di alcune soglie di frattura in cui si manifesta l’odierna contesa fra opposti interessi imperiali, ma soprattutto, tenteremo di elencare gli elementi problematici, il puzzle, in termini politici e militari, dell’attuale confronto e scontro fra blocchi imperiali rivali.

Le classi dominanti che guidano gli odierni apparati capitalistici non hanno interesse a fare sfociare le proprie rivalità in una guerra totale, con annessa possibilità di apocalisse nucleare (2).

La comune esigenza di far sopravvivere il vigente sistema di parassitismo capitalistico limita e attenua i picchi acuti del conflitto permanente fra borghesie nazionali, inducendo gli attori del dramma storico a prediligere la guerra guerreggiata, l’uso di eserciti di prestanome e mercenari, la dissimulazione dello scontro aperto.

Da vari decenni va in onda questa recita, che tende a diventare più violenta e realistica con l’aggravarsi della crisi economica e sociale, cioè con il peggioramento dei fenomeni derivati dalle leggi di sviluppo del capitalismo.

Siria, Libia, Yemen, Venezuela, Ucraina… sono solo alcuni dei nomi di nazioni dove si stanno attualmente scontrando le opposte volontà di potenza dei maggiori apparati capitalistici. Strumenti militari, politico-diplomatici e mass-mediatici vengono ampiamente dispiegati sul campo di battaglia. Tuttavia i veri e propri scontri militari sono principalmente delegati (dai due Big imperiali di Russia e USA) agli eserciti di forze alleate o vassalle.  I nomi assunti dalle motivazioni ufficiali delle guerre locali (dietro cui si nasconde il confronto più ampio fra gli imperi) sono sempre gli stessi: indipendenza nazionale e difesa della sovranità, lotta religiosa contro gli infedeli per l’instaurazione della teocrazia, esportazione della democrazia e difesa dei diritti umani.   

Tuttavia, se per un attimo dovesse cadere il velo delle motivazioni ufficiali, si scoprirebbero le ragioni reali dei conflitti, immancabilmente risiedenti nella sete di potere, nella volontà di potenza, nella fame da lupi per il plus-lavoro che animano le strategie e le conseguenti decisioni degli apparati capitalistici.

Come ben chiarito in un testo della nostra corrente degli anni 50, si tratta di una Big Dance fra i mostruosi apparati di potenza della borghesia, in una gara spietata di parassitismo.

Ultima considerazione introduttiva: la contesa interimperialista avviene al di là delle norme che formano il diritto internazionale.

La verifica della storia reale dimostra che l’unica legge vigente fra i contendenti è quella del più forte, al di fuori di questa constatazione esiste solo l’ideologia e la deformazione del divenire effettivo delle cose.

(1). Abbiamo descritto in un precedente articolo, nel marzo 2018, le dinamiche di dominazione/subordinazione economico-finanziaria esistenti fra economie deboli ed economie forti europee, dove non si pone più (al momento) la questione della vera e propria competizione militare (per secoli invece prassi abituale fra gli stati europei). In questo caso il rapporto diseguale fra gli apparati capitalistici si caratterizza per l’elevato debito pubblico dell’economia debole, posseduto altresì da creditori pubblici e privati dell’economia forte, i quali lo usano come mezzo per condizionare le politiche economiche e fiscali dei debitori in un senso (austerity) o in un altro (keynesismo).

(2).Tale argomento non esclude, sul piano fattuale, la possibilità di una distruzione totale meno veloce dell’apocalisse nucleare, originata dagli stessi effetti sull’ecosistema del modello di consumo e di produzione capitalistico. In secondo luogo non bisogna dimenticare che il capitalismo produce regolarmente una popolazione proletaria eccedente le esigenze di impiego nella produzione, una massa di disoccupati potenzialmente pericolosi per la stabilità del dominio politico borghese. Nel corso delle guerre una quota di questa forza lavoro in eccesso viene eliminata. Inoltre l’organizzazione capitalistica del lavoro (intesa come tempi, gerarchie, dispotismo) è essa stessa distruttiva nei confronti della salute psicofisica del lavoratore. Anche la fame e le malattie eliminano regolarmente la sovrappopolazione che potrebbe costituire una insidia per il sistema.

 

 

Parte prima: Yemen

Lo Yemen è un paese che si trova in fondo alla penisola arabica. Esso confina al nord con il regno Saudita, una circostanza che può in parte spiegare la guerra che lo sconvolge da almeno quattro anni. Vogliamo dire che l’Arabia Saudita svolge un ruolo attivo nel conflitto yemenita, essa è presente con proprie truppe e mezzi nella guerra in corso, diversamente dalla guerra siriana dove si limita a sostenere alcuni gruppi ‘ribelli’.

Il motivo ufficiale dell’intervento militare in Yemen (da parte di sauditi, EAU, e altri volenterosi) è da collegare alle oscure lotte interne alla dirigenza politico-economica yemenita.
Una parte consistente dell’esercito yemenita, con il supporto delle popolazioni houthi di fede sciita del nord, sta validamente contrastando i disegni avversari. Queste forze hanno ripetutamente lanciato delle rappresaglie missilistiche contro le basi militari e gli impianti petroliferi sauditi, portando la guerra dentro i territori nemici.
La coalizione a guida Saudita è fondamentalmente sostenuta da alcuni paesi occidentali, in sostanza gli stessi paesi che in Siria parlano di ribelli ‘moderati’ e sostengono l’opposizione al ‘regime’ di Assad.

Ci troviamo dunque di fronte ad una guerra sorta formalmente da contrasti politici interni, e ben presto allargatasi ai paesi confinanti e ai loro alleati imperiali. La coalizione a guida Saudita ha spesso bombardato lo Yemen, nel tentativo (fallito) di piegare le forze avversarie. Questa strategia, pur non ottenendo risultati militari di rilievo, ha tuttavia provocato grosse sofferenze alla popolazione, favorendo il rapido peggioramento della situazione sanitaria e alimentare generale.

Nonostante la superiorità aerea, la coalizione a guida Saudita è impantanata sul terreno, e spesso subisce le dure rappresaglie missilistiche dell’avversario.

È da mettere in conto un sostegno, quanto meno politico e diplomatico, da parte di Siria, Russia e Iran alle forze (esercito regolare e milizie houthi) che si scontrano con la coalizione militare a guida Saudita.
Piccolo dettaglio: negli anni d’oro dell’impero sovietico, l’attuale Yemen era diviso fra due stati.
Uno era filo-occidentale e l’altro era una repubblica socialista legata all’URSS.
Dopo il crollo dell’URSS, anche la Repubblica socialista yemenita ha cambiato veste, riunendosi alla parte filo-occidentale.
Le dinamiche storiche capitalistiche hanno comunque sospinto il paese in uno scenario da guerra prolungata, a piena conferma delle analisi proposte nell’introduzione.

La guerra in Yemen è poco seguita dai media europei, tranne qualche rara eccezione. Eppure ci sono in Yemen tutte le condizioni di sofferenza della popolazione civile, spesso descritte con dovizia di particolari in altri casi analoghi. Verrebbe quasi il sospetto che si usino due pesi e due misure.

In ogni caso anche in Yemen le interiori dinamiche ‘storiche’ capitalistiche hanno prodotto in primis una resa dei conti dentro la borghesia locale, una frazione di essa ha poi richiesto l’intervento della coalizione militare a guida Saudita, la quale non ha ottenuto nessun risultato sensibile sul campo di battaglia.

Nell’estate 2018 la coalizione ha tentato di conquistare un porto strategico, eppure, nonostante la superiorità quantitativa in mezzi e truppe, non è riuscita nell’intento.

Dopo tre anni, lo stallo militare rappresenta già una sconfitta, i cui echi si riverberano, nonostante la limitata informazione disponibile, anche su un attore imperiale ( gli USA) alleato di una delle componenti principali del conflitto (il regno Saudita).

 

Parte seconda: il rebus ucraino

La situazione militare sul fronte delle repubbliche di Donetsk e Lugansk, nella regione del Donbass, è sostanzialmente immobile dal marzo 2015, cioè dalla fine dell’ultima battaglia campale, intorno e dentro la città di Debaltsevo, dove alcune migliaia di soldati ucraini tentarono vanamente di mantenere il controllo di un territorio circondato dalle milizie avversarie.

Gli attuali accordi di non belligeranza, conclusi nella capitale Bielorussa di Minsk nel 2015, ratificano l’ambiguo stato di cose conseguente alle sconfitte subite dall’esercito e dai vari gruppi paramilitari ucraini.

In attesa di tempi e occasioni migliori – per riprendere la guerra contro l’indipendenza del Donbass – la parte Ucraina ha di tanto in tanto tirato qualche colpo di cannone verso le linee avversarie. Qualche civile è morto, o è rimasto ferito, ma di questo particolare non si trova traccia su buona parte dei mezzi di comunicazione occidentali.
Anche l’Ucraina è una soglia di frattura nel confronto/scontro in essere fra i maggiori apparati capitalistici. I ribelli separatisti del Donbass sono sostenuti dalla federazione Russa, essi sono di lingua e cultura russa, e quando nel febbraio 2014 fu defenestrato il governo filorusso di Yanukovic, decisero di staccarsi dal resto del paese.
Mentre la Crimea fu annessa alla federazione Russa, manu militare ( anche se in modo incruento), e con una successiva ratifica referendaria confermò la volontà della maggioranza degli abitanti di fare parte della federazione russa, per il Donbass non è andata nello stesso modo.
La Crimea è geograficamente e militarmente importante per la sicurezza della federazione (pensiamo solo alla base navale di Sebastopoli), mentre il Donbass riveste una minore importanza da questo punto di vista, anche se è un ricco bacino minerario, fortemente industrializzato.
La Russia nel Donbass ha solo gestito le conseguenze di azioni di cui non era direttamente artefice. Nel 2014/2015 ha contribuito in modo non troppo appariscente alla difesa delle due neo-repubbliche di Donetsk e Lugansk, sia sul piano diplomatico, sia sul piano della fornitura di beni necessari alla loro sopravvivenza.
Oggigiorno il tenore di vita nel Donbass è probabilmente leggermente migliore di quello esistente nel resto dell’Ucraina, dove invece (dato l’elevato livello di disoccupazione) si registrano flussi migratori in uscita di notevole entità. Nel giro di pochi anni il salario diretto e indiretto (servizi sociali) è calato sensibilmente, a fronte di aumenti del prezzo dei generi di prima necessità. Molte imprese economiche hanno chiuso i battenti, e il debito pubblico e privato (famiglie e imprese) è lievitato. Tuttavia l’Ucraina, per l’apparato capitalistico USA (e i per i suoi vari vassalli, di cui omettiamo volutamente le generalità) è diventata una questione geopolitica importante, in quanto essa è l’ennesimo stato sorto dalla dissoluzione del blocco sovietico, attirato nell’orbita occidentale, e dunque funzionante come spina nel fianco della federazione Russa.
Nel caso dell’Ucraina, la cui debole economia capitalistica è da sempre interconnessa all’economia russa, la scelta di fare la spina nel fianco dei russi non è stata molto lungimirante.
La già difficile situazione economica precedente alla ‘rivoluzione di piazza Maidan’, è ulteriormente peggiorata con il governo Poroscenko, a causa della cessazione di varie attività di interscambio commerciale e collaborazione economico-aziendale con la confinante federazione Russa.
La stridula retorica anti-russa dei nazionalisti ucraini ha prodotto un peggioramento dei rapporti fra i due paesi slavi, innanzitutto sul piano politico-diplomatico, ma in fondo anche sul piano economico-commerciale, con il bel risultato, per l’Ucraina, dell’auto-produzione di un danno notevole alla già debole struttura economica nazionale.
È difficile ipotizzare che adesso, a seguito di tale avventatezza, l’unione europea possa sostenere economicamente l’Ucraina, considerate le difficoltà economiche che una parte considerevole dei paesi UE sta a sua volta affrontando.
Il quadro generale della querelle ucraina è dunque caotico, deliberatamente rinfocolato dalla strategia USA, mirante a contrastare in ogni angolo del mondo gli interessi del rivale apparato di potenza russo ( ovviamente ricambiato da quest’ultimo con gli interessi).
C’è da ritenere che nonostante le punzecchiature e le provocazioni dell’attuale dirigenza ucraina, è molto difficile che la federazione Russa abbocchi all’amo, dando luogo ad una massiccia risposta militare, circostanza che fornirebbe agli USA il pretesto per ulteriori sanzioni economiche e per contrastare le forniture di metano e petrolio all’Europa.
Come scrivevamo in un precedente articolo, i capitalismi di Russia e Cina, almeno nella fase attuale, prediligono gli scambi commerciali e gli investimenti pacifici, nelle altre ( e con le altre) economie; (avendo la Russia una sovrabbondanza di materie prime, e la Cina un surplus di capitale monetario).
Gli USA non hanno nessuna delle due cose, e quindi si arrabattano come possono, cioè innanzitutto con la strategia del caos, consistente nel diffondere ostacoli e trappole sul cammino di crescita dei rivali apparati di potenza.
Questa strategia comporta dei rischi notevoli (di tipo militare e politico), con delle possibili ricadute negative sugli stessi artefici della strategia.  
Ad esempio di quanto sostenuto, potremmo ricordare il rimescolamento delle alleanze prodotto dalle azioni caotiche USA nel medio-oriente, dove alcuni vecchi alleati degli USA (Egitto, Turchia, Qatar) sono ora attirati verso l’apparato capitalistico russo. Osserviamo dunque uno scenario di mosse e contromosse sulla scacchiera geo-economica e geo-politica, in cui i due giocatori  principali sono avvinti in una gara spietata di parassitismo, senza nessuna esclusione di colpi, almeno fino a quando il rebus di potenza sarà risolto con la chiara sconfitta di uno dei duellanti (e allora la gara riprenderà con la partecipazione di qualche nuovo attore).

 

Parte terza: fascinazioni sudamericane

Una considerevole serie di soggetti politici, sotto l’influsso di visioni distorte della realtà, continua a scambiare la lucciola della statizzazione per la lanterna del socialismo.

Le analisi del capitalismo di stato russo, contenute nei testi della sinistra comunista internazionale, pubblicati sulla stampa del partito già negli anni 40 e 50, sono poco conosciute.

D’altronde sarebbe idealistico pensare che la semplice lettura di un testo possa cambiare un sistema di idee prodotto dall’ideologia dominante.

L’abbaglio che scambia le lotte fra frazioni di borghesia per tappe avanzate nella realizzazione del socialismo, è una costante storica che dimostra solo la forza di condizionamento mentale della classe dominante.

In Sud-america sono spuntati negli ultimi due decenni alcuni governi nazionali di ‘sinistra’, o almeno percepiti come tali da diversi soggetti politici vittime dell’ideologia dominante.

Nulla di nuovo sotto il sole, ma è così difficile comprendere che nel paese latino-americano XYZ, una frazione di borghesia nazionale, manda a ramengo le vecchie alleanze con gli USA, solo allo scopo di utilizzare e quindi commerciare in modo esclusivo le proprie riserve petrolifere?

Evidentemente un altra frazione borghese di questo paese viene esclusa dal Business, oppure ha maggiori vantaggi nel continuare la joint venture con gli USA, e allora scoppiano le turbolenze politiche, e i soggetti politici nostrani immancabilmente corrono in soccorso della frazione borghese anti Usa, senza comprendere che si tratta solo di affari, business, commercio.

È interessante notare che i paesi sudamericani dove prevalgono le frazioni di borghesia anti USA, sono spesso attratti nell’orbita del blocco capitalistico brics (non a caso il Brasile è parte dei brics).

Questo blocco concorrente degli USA ha maggiori possibilità di investimento di capitali nei paesi sudamericani, e di fatto è anche un acquirente dei prodotti petroliferi di questi paesi.

Le turbolenze che attraversano alcuni paesi sudamericani sono in parte collegabili agli scontri di interesse fra diverse componenti borghesi nazionali, e in parte alle sovrapposte dinamiche di potenza – economiche e politiche – dei maggiori apparati capitalistici. Questi scontri e queste dinamiche sono ovviamente dei fenomeni tipici di una società caratterizzata dalla lotta interna alla classe dominante, e al contempo dall’antagonismo di questa classe, nel suo complesso, con la classe dominata.

La differenza fra luogo comune e saggezza popolare è sottile, tuttavia la saggezza contenuta nel proverbio ‘l’abito non fa il monaco’ fa proprio al caso degli ingenui di sinistra che scambiano il rivestimento socialista di certi paesi per la realtà che si nasconde sotto il rivestimento.

In verità in nessun angolo del mondo contemporaneo ci sono strutture economiche socialiste, a meno di non fare riferimento a qualche sperduta e seminascosta tribù amazzonica dove vige l’economia di condivisione, alias comunismo primitivo (nel suo stadio più arcaico e meno sviluppato). 

 

Parte quarta: De Tactica

Il generale bizantino Niceforo, nel nono secolo d.c, scrive un trattato militare in cui spiega l’importanza di affrontare lo scontro con il nemico solo al momento più opportuno. Se in un certo momento non ci sono le condizioni adeguate alla vittoria, allora è saggio evitare la battaglia, e al limite concludere un accordo con l’avversario pur di guadagnare tempo.
Preponderante, nella riflessione di Niceforo, è dunque il fattore tempo, un piano su cui può verificarsi l’indebolimento dell’avversario, o il nostro rafforzamento, nella ipotesi migliore. L’attesa è sempre funzionale al verificarsi di migliori condizioni di scontro.
Ogni riferimento alla polemica politica con le ricorrenti tendenze attivistiche di alcuni soggetti politici è puramente voluta.

Bisanzio era considerata a suo tempo l’erede politico dell’impero romano, dunque la seconda Roma. Dopo la fine di Bisanzio nel secolo quindicesimo è il principato di Mosca che rivendica il titolo di terza Roma: Czar (Cesare) è il nome che verrà assegnato ai suoi regnanti.

Quasi tutti gli zar, nel corso della storia, hanno seguito i precetti contenuti nel testo del generale bizantino Niceforo, muovendo l’esercito in battaglia solo quando le condizioni erano mature per la vittoria.
In Siria, la risposta russa alla vicenda dell’abbattimento di un proprio aereo ricognitore, sembrerebbe in assonanza con il ‘De Tactica’ di Niceforo, 
Ogni apparato capitalistico nazionale in fondo racchiude la cultura, la conoscenza, appresa da una certa classe dominante nel corso della storia. Le vicende storiche insegnano, e nel caso della Russia hanno evidentemente confermato praticamente, nel corso dei secoli, i precetti contenuti nel trattato del bizantino Niceforo.

Nel 1242 il principe Alexander Nevskij di Novgorod, che pur aveva battuto i cavalieri teutonici in una battaglia svoltasi sul lago ghiacciato Peipus, decide di patteggiare un formale accordo di vassallaggio con il gran Khan mongolo, consapevole del bisogno di prendere tempo, per salvare nell’immediato la repubblica di Novgorod dal destino di distruzione che si era abbattuto su Kiev e altri principati, e attendere condizioni migliori per dare battaglia.

Quasi duecento anni dopo un gran principe di Mosca, discendente di Nevskij, spezzerà definitivamente ogni formale e residua pretesa di vassallaggio (e di pagamento di tributi) provenienti dagli eredi dell’orda d’oro.

Non sempre l’attesa è una tattica vincente, tuttavia quando i rapporti di forza con l’avversario sono sfavorevoli può essere intelligente risparmiare le forze in attesa di tempi migliori.

Machiavelli scrive, nei discorsi sulla prima decade di Tito Livio, che ”l’imperadore è uomo secreto”, le sue mosse, le sue decisioni, non devono essere prevedibili. Gli avversari non devono essere in grado di calcolare i tempi e i tipi di azione o di contro-azione che”l’imperadore” può mettere in pratica.

Nella situazione siriana probabilmente è stato messo in atto questo modus operandi da parte della dirigenza russa, sia nelle vicende contingenti, sia nelle vicende pregresse (a partire dall’intervento diretto del settembre 2015).

Gli accordi con la Turchia per la creazione di una fascia smilitarizzata nella provincia di Idlib, hanno disinnescato ogni pretesto per un replay dei due precedenti attacchi missilistici USA, anche se il cosiddetto incidente capitato all’aereo russo ha rimesso in circolazione la possibilità di una escalation.

La fredda reazione russa ha dimostrato che la provocazione non funzionava. Aspettiamoci tuttavia ulteriori capitoli in questa saga infinita della guerra siriana.

 

 

Conclusione: il puzzle della dominazione

Mosse e contromosse sulla scacchiera internazionale, i maggiori apparati di potenza della borghesia continuano i loro giochi di dominazione, mentre centinaia di milioni di umani incontrano la morte anzitempo, a causa del capitalismo.
Inquinamento, cibo spazzatura, stress, povertà e malnutrizione, malattie professionali, guerre, catastrofi naturali indotte dai cambiamenti climatici, ritmi di lavoro pesanti.

Un bel risultato per una società che si illude di essere all’apice del progresso raggiunto dall’uomo.

Ma non è così, il termine civiltà o progresso è abusato, il capitalismo oggi è solo una forma di barbarie, esso doveva porre le basi materiali per il passaggio ad un economia industrializzata e poi lasciare il passo al socialismo. Ma non è stato così, il capitalismo sopravvive ancora, simile ad un cadavere ambulante, tenuto in vita solo dall’energia del ‘Prometeo incatenato’, il proletariato, ovvero la classe sociale che per le sue stesse caratteristiche basiche dovrebbe invece essere la forza in grado di spingere la storia in un altra direzione. In assenza della rottura emancipatrice, le potenzialità di evoluzione della specie umana sono impedite, al loro posto si diffondono i miasmi e i veleni del morente capitalismo: caos, barbarie, nichilismo.
Quella parte di umanità che vive in una posizione di privilegio è assediata nei quartieri alti delle metropoli dalle moltitudini sottoproletarie provenienti dai ghetti urbani, dalle bande criminali giovanili, dal degrado sociale presente in modo invasivo.
Eppure i giocatori del puzzle imperiale continuano ottusamente a contendersi il potere di guidare la società capitalistica, per difendere il privilegio parassitario della minoranza sociale borghese.
Ma come spesso accade in natura, con il parassita che alla fine distrugge il corpo ospitante dall’interno, così similmente accade sul piano sociale con il parassitismo della borghesia, che sta progressivamente distruggendo le condizioni materiali per la riproduzione della specie umana. Questo è il vero puzzle che la borghesia si trova a dover risolvere: fino a quando potrà continuare il gioco di dominazione, se le caratteristiche stesse del gioco conducono inevitabilmente alla fine della stessa possibilità di giocare?

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