LE RECENTI MOBILITAZIONI PER GAZA.

Gli scioperi e le manifestazioni sul tema della guerra di sterminio di Gaza che hanno attraversato l’Italia fra la fine di settembre e gli inizi di ottobre sono espressione di un movimento in ascesa sul tema del rifiuto della guerra e del senso di sgomento per la spaventosa ecatombe quotidiana che si consuma ogni giorno da due anni in Medio Oriente. Anche se per ora è ancora difficile definire il sentimento prevalente fra le masse scese in sciopero e nelle strade di 100 città italiane, si ha l’impressione di avere a che fare con qualcosa di qualitativamente diverso rispetto a quando è riuscito a esprimere dal 7 ottobre del 2023 fino a poco tempo fa il movimento cosiddetto “proPal”.

Laddove quest’ultimo infatti ha espresso in linea generale un punto di vista tutto “di parte”, non soltanto all’insegna della bandiera palestinese, ma il più delle volte anche di sostegno alla cosiddetta resistenza palestinese e ha fatto suo il programma della distruzione di Israele e della creazione dello Stato palestinese “dal Fiume al Mare”, il nuovo movimento prende corpo dal rifiuto e dal disgusto per lo sterminio di Gaza, dal bisogno di fare qualcosa per fermarlo, nel tentativo di condividere, in un contesto sociale ritenuto appropriato, quello che molti vivono come un lutto individuale.  Per molti manifestare è un tentativo di porre un argine a un senso di impotenza che finora appariva invincibile. Se all’apparenza i nuovi cortei, specie negli spezzoni in cui si concentrano le minoranze più politicizzate, scandiscono spesso gli stessi slogan di quelli di qualche mese fa, caratterizzati dal livore contro Israele e il sionismo, si può tuttavia affermare di respirare un’aria diversa, quella cioè di una piazza che forse sa quello che non vuole, cioè non vuole la prosecuzione del genocidio e il generalizzarsi delle guerre, ma non sa ancora bene cosa vuole e come ottenerlo. Perdura infatti il dubbio sui contenuti e le rivendicazioni con cui riempire questa mobilitazione. Non sembra sia ancora arrivato il momento in cui domandarsi cosa fare per perseguire il soddisfacimento di quali bisogni (oltre quelli economici) e con quali mezzi lottare per raggiungere i propri obiettivi.

Certo il nostro auspicio è quello che con l’entrata in gioco di una massa significativa di lavoratori, la lotta contro la guerra del capitale si possa porre sul piano del perseguimento di obiettivi che sono propri della classe proletaria. Ma siamo ancora lontani, almeno per ora, da un’ulteriore estensione del fronte di queste mobilitazioni al fine di imporre al movimento un indirizzo inequivocabile di opposizione e anche di sabotaggio della preparazione bellica su tutti i fronti e unire a tale obiettivo la rivendicazione di aumenti salariali, della riduzione dell’orario di lavoro e del salario ai proletari disoccupati. E sappiamo che certi temi non si fanno calare dall’alto con un intervento esterno programmato a tavolino da parte di un partito che tarda a rinascere e il cui parto non è affatto in nostro potere accelerare.

Ripercorriamo dunque con ordine la successione dei fatti. Al rientro dalla pausa estiva, nei primissimi giorni di settembre, alcune organizzazioni del sindacalismo cosiddetto di base avevano messo in cantiere la preparazione di uno sciopero generale sul tema di Gaza. Già negli ultimi giorni di agosto il clima andava riscaldandosi attorno ad alcuni porti italiani come Genova e Livorno, contemporaneamente a quanto avveniva in alcuni scali marittimi di altri paesi. In quella occasione i lavoratori avevano annunciato l’intenzione di passare all’azione col blocco dei carichi di armi destinati a Israele. Analoghe azioni di sabotaggio della logistica di guerra si erano verificate nel porto del Pireo dove venivano bloccate le operazioni di carico di tre navi, fra cui una di proprietà della cinese Cosco, destinate a Israele.


A questo si aggiungeva la vicenda della Sumud Flotilla, con la quale una nutrita schiera di attivisti di una quarantina di paesi decideva di portare aiuti umanitari a Gaza, per combattere la situazione di carestia, violando il blocco imposto da Israele. In una appassionata manifestazione dei portuali all’interno del porto, uno dei responsabili dei portuali di Genova, inquadrati nel Calp (Colletivo autonomo lavoratori portuali), un’organizzazione sindacale alleata della Usb, annunciava che ogni azione di aggressione da parte di Israele nei confronti della Flotilla avrebbe provocato il blocco totale di tutte le operazioni di carico e scarico delle merci. La parola d’ordine “blocchiamo tutto” ha avuto una certa risonanza in molti ambienti operai e ha fatto crescere il clima di indignazione per la prosecuzione della strage infinita di Gaza.


All’inizio per alcuni sindacati la proclamazione dello sciopero si presentava come un fatto di routine, dato che fino a metà settembre nessuno si aspettava lo sviluppo di una partecipazione alle mobilitazioni tanto massiva ed estesa su gran parte del territorio nazionale.  Uno dei primi sindacati a fissare una data per lo sciopero era stato il Si.cobas che aveva presentato la proclamazione dello sciopero alla Commissione di garanzia.

La convinzione che muoveva il Sicobas di potere giocare un ruolo di rilievo nello sviluppo del movimento di sciopero era il fatto che, come ha vantato nella sua propaganda, questa organizzazione sindacale aveva già fatto quattro scioperi “generali” sul tema dei massacri di Gaza. Così questa organizzazione sindacale ha cercato di “mettere il cappello” sulla mobilitazione chiamando gli altri sindacati al suo sciopero proclamato per il 3 ottobre, cioè un venerdì, che sarebbe stato seguito da una manifestazione nazionale a Roma il giorno dopo


Dunque nella seconda decade di settembre l’USB proclamava uno sciopero generale per il 22 settembre insieme con altre due sigle, la Cub e l’SGB le quali si univano prontamente a tale sciopero. Con l’approssimarsi della data dello sciopero diventava sempre più evidente che esso avrebbe avuto un successo notevole in rapporto alla forza delle organizzazioni “di base” che lo avevano organizzato. Questo dipendeva dal fatto che fra i lavoratori cresceva la rabbia per Gaza insieme all’interesse per la vicenda della Sumud Flotilla. Per quanto a noi possa sembrare strano legare all’andamento della missione della Flotilla l’appello a bloccare le attività produttive, questo è stato un elemento che ha avuto un notevole effetto nel determinarne l’efficacia.

L’evento mediatico ha offerto una ridondanza enorme in termini di visibilità a un’azione nata per impulso di un’organizzazione sindacale comunque minoritaria nel panorama italiano come l’Usb. Con l’approssimarsi della scadenza del 22 settembre, il clima politico cambiava rapidamente e si avvertiva che lo sciopero avrebbe riscosso un’ampia adesione. Questo ha indotto la Cgil ha proclamare un proprio sciopero per il 19 settembre (solo per il settore privato) senza che altre sigle sindacali vi aderissero.

Lo sciopero dalla Cgil era limitato a quattro ore a fine turno con la sola eccezione della Toscana e di Genova dove riguardava l’intero turno. Lo sciopero doveva avere dunque un successo piuttosto limitato, ma in alcune aree si ebbe un certo numero di adesioni. A Genova la manifestazione per le vie cittadine vedeva la presenza della Fiom [la federazione dei metalmeccanici della Cgil].

Nel corteo compariva lo striscione della Fiom in cui si leggeva: “Contro la barbarie dell’imperialismo, per l’unità dei lavoratori israeliani e palestinesi”. Questo slogan che per noi è ovviamente condivisibile specialmente nel contesto di una manifestazione sindacale, era oggetto di un attacco violento, soprattutto sui social, da parte dei veterani del movimento “proPal” che si vedevano attaccati nel loro dispositivo ideologico che prevede una netta contrapposizione fra palestinesi “buoni e vittime” e israeliani “cattivi e genocidi”, indipendentemente dalla stratificazione di classe. In alcuni ambienti si sono letti commenti in cui si parlava di “fantomantico proletariato israeliano” e si negava a sua volta l’esistenza della borghesia palestinese.

Lo sciopero del 22 proclamato dall’Usb raccoglieva invece adesioni assai più estese di quello della Cgil, segno che quando il clima politico muta anche organizzazioni minori possono avere più successo di quelle maggiori. Tale sciopero, in cui era significativa anche la presenza della Cub, permetteva alla Usb di ottenere anche una notevole visibilità mediatica. Dopo questo successo l’Usb compiva un’operazione assai efficace in due direzioni: indiceva una mobilitazione permanente con l’annuncio di scioperi generali anche senza preavviso e poi, fatto del tutto inedito nella sua storia, si accordava con Cgil per scioperare e manifestare insieme.

A garantire il successo delle due giornate interveniva anche l’assalto delle unità speciali della marina israeliana contro la Flotilla avvenuto la sera del 1 ottobre, il quale provocava alcune manifestazioni spontanee in diverse città italiane (circa 10mila persone a Roma) che venivano replicate anche il giorno dopo alla vigilia dello sciopero generale.

Il 3 ottobre lo sciopero ha avuto un successo notevole anche superiore alle aspettative degli organizzatori. Altissima la partecipazione in tutta Italia, anche se maggiore come sempre al Nord e al Centro del paese.  Manifestazioni in molti casi assai imponenti si sono svolte in oltre 80 città italiane con una partecipazione complessiva probabilmente superiore al milione di persone. Bloccate alcune stazioni, strade di grande comunicazione e anche un aeroporto, mentre gli scontri fra manifestanti e polizia sono stati fatti sporadici.

Il giorno dopo la manifestazione nazionale di Roma è stata oceanica con una partecipazione di almeno 250mila persone, considerando le cifre ufficiali della questura, fino ad arrivare a oltre mezzo milione di persone considerando lo spazio occupato dai manifestanti in 4,2 chilometri di percorso.  Quando la testa del corteo è arrivata a piazza San Giovanni la coda si trovava ancora a viale Aventino, a poche centinaia di metri dalla partenza, mentre molte vie adiacenti al percorso venivano occupate dai manifestanti. 

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