Oggi, un operaio è morto alle Acciaierie d’Italia, reparto che trasforma la ghisa dell’alto forno in acciaio, convertitore 3. Non si sprechino parole, si chiami questa morte con i termini esatti: ennesima strage sul lavoro. Il Capitale, il cadavere che ancora cammina, diffonde miasmi mortali ed ecco il risultato della collaborazione di classe, delle lotte per la difesa della fabbrica e per il diritto al lavoro.
Il diritto reale che domina la società non è altro che lo scontro tra la forza del capitale e quella della classe proletaria. Restare dentro le strutture dello Stato borghese, o affiancarne l’azione “moderatrice” per correggere l’anarchia della produzione, della distribuzione e dell’impatto ambientale, come fanno sindacalisti, ambientalisti, verdi ed ecologisti, significa rimanere nella visione “demo-capitalistica”. È una posizione conservatrice, che mira alla salvaguardia di un sistema ormai in putrefazione: un cadavere che ancora cammina, ma che non può essere curato con qualche cerotto applicato su ferite profonde e insanabili.
Il problema decisivo è: cosa deve fare la classe operaia per uscire dal ricatto padronale-sindacale che l’ha già tante volte costretta a difendere, in nome del posto di lavoro, gli stessi impianti che la avvelenano e la fanno morire? La richiesta sindacale di salvaguardia dell’occupazione, come pure la proposta ambientalista di investimenti contro nocività e inquinamento, magari risolti tramite decreti governativi “miracolosi”, rivela l’angustia di una prospettiva che pretende di risolvere insieme il problema dell’ambiente e quello del salario, ma finisce per non risolvere né l’uno né l’altro. Gli operai, rinchiusi nella visione ristretta della propria fabbrica, credono di risolvere il “loro” problema, mentre in realtà rimangono intrappolati dentro la logica del capitale.
Per i comunisti, questa contraddizione può essere superata solo avanzando rivendicazioni che non tengano conto della compatibilità con il sistema capitalistico e che permettano di unificare chi lotta per il salario per continuare a vivere e chi si rifiuta di morire avvelenato. Non si devono difendere a ogni costo condizioni di lavoro nocive, ma rivendicare una vita degna per tutti. Continuare a chiedere la perpetuazione di produzioni pericolose per ricevere un salario significa sacrificare la propria stessa esistenza. La classe operaia non può rinunciare alla difesa della propria vita: deve infrangere il limite storico imposto dal capitale e imporre parole d’ordine come salario ai disoccupati e drastica riduzione della giornata lavorativa. L’enorme plusvalore estorto oggi ai proletari, unito alla crescita gigantesca di impianti e macchinari che aumentano la ricchezza e riducono il bisogno di lavoro, rende queste rivendicazioni non solo giuste, ma necessarie per il futuro dell’umanità.
Da qui discendono due rivendicazioni fondamentali:
- Chiusura totale delle fabbriche che avvelenano i proletari e devastano l’ambiente.
- Salario integrale, a carico della società — e quindi dello Stato borghese — per tutti i lavoratori colpiti da tali chiusure.
Solo su questo terreno, fuori da ogni compatibilità con l’economia nazionale e capitalistica, il proletariato può unificarsi, abituarsi alla lotta e non cadere più nella trappola degli interessi “compatibili”, che per esso sono sempre mortali.
Si dirà che tutto ciò è troppo avanti rispetto alla coscienza attuale della classe. Ma per i comunisti non si tratta soltanto di denunciare i limiti delle lotte prendendo atto della “passività” proletaria attuale. La lotta di classe non muore mai, anche quando sembra indebolita. Il compito del partito è indicare costantemente una prospettiva rivendicativa che, anche se oggi può apparire difficile da percorrere, rappresenta l’unica via per liberare il proletariato dalle catene di decenni di imbastitura democratica e dall’obbedienza servile agli interessi del capitale.
12/01/2026
Lascia un commento