Il caso ILVA smaschera, ancora una volta, l’ipocrisia dei sindacati e delle forze borghesi che li sostengono. La siderurgia italiana, così come quella europea, è precipitata da anni in una crisi strutturale: non compete, non genera profitti, non regge il confronto con i poli produttivi asiatici. Cina e India, forti di salari più bassi e impianti mastodontici e tecnologicamente avanzati, producono oggi circa i due terzi dell’acciaio mondiale.
Eppure la produzione di acciaio rimane “strategica” per ogni economia nazionale: senza acciaio non si producono carri armati, navi da guerra, sistemi d’arma. La propaganda del capitalismo vorrebbe farci credere che il futuro sia fatto di marchi, brand e spettacoli commerciali, ma sui campi di battaglia non servono capi firmati: serve acciaio, serve industria pesante, serve capacità militare. Da decenni il complesso industriale ex Italsider – poi ILVA – sopravvive soltanto grazie all’intervento dello Stato e allo sfruttamento del lavoro salariato, sostenuto da continui finanziamenti pubblici e da una cassa integrazione permanente che garantisce un minimo di produzione fuori da ogni logica di mercato. Chi lavora lì lo sa bene: non è lavoro “dignitoso”, è fatica, logoramento, ambiente nocivo, morte. Ma il capitalismo non lascia scelta: il salario non è una libera opzione, è una catena.
Lo Stato e la borghesia utilizzano questo ricatto in modo cinico: “difendi la fabbrica o perdi il lavoro”, “difendi l’azienda o rinuncia a sopravvivere”. Il tutto per costringere i lavoratori a farsi scudo umano del capitale, a scendere in piazza non per i propri interessi, ma per preservare un’azienda marcia, improduttiva e assistita, che vive prosciugando fondi pubblici. La cassa integrazione non la paga certo la Confindustria: viene presa dalle casse dell’INPS, soldi che teoricamente dovrebbero garantire pensioni e servizi sociali. I sindacati collaborazionisti, complici della classe dominante, spingono gli operai a difendere la fabbrica come fosse un feticcio. Ma proteggere l’azienda non significa difendere la vita dei proletari: significa consegnarsi mani e piedi alla borghesia.
Difendere “questa fabbrica” contro “quell’altra” significa dividere la classe lavoratrice. Per lo Stato borghese alcune industrie sono “strategiche”, altre sacrificabili. Per il proletariato, invece, la distinzione non esiste: ciò che conta sono condizioni di lavoro dignitose, sicurezza, salario adeguato. L’operaio non deve essere arruolato come guardiano degli interessi capitalistici, ma diventare protagonista della propria lotta di classe.
Per giustificare gli aiuti di Stato, si inscenano teatrini di disperazione, manifestazioni pilotate, appelli al “salvataggio” nazionale. Il sindacato non chiama allo sciopero generale e alla lotta contro il capitale: preferisce iniziative spettacolari che non colpiscono il nemico di classe, ma esasperano la popolazione e frammentano la solidarietà operaia. Sono manovre che servono solo a strappare deroghe europee e continuare a drenare denaro pubblico verso industrie potenzialmente utili alla guerra.
Ma se invece di difendere fabbriche destinate a produrre armamenti, si lottasse per la riduzione drastica dell’orario di lavoro?
Se invece di svuotare l’INPS si rivendicasse salario pieno e dignità per tutti i disoccupati, non solo per quelli sotto ricatto?
Queste non sono provocazioni: sono l’unica prospettiva umana, sociale, contro la guerra e di classe. Solo l’unione dei lavoratori, in Italia e nel mondo, può fermare la spirale di guerre e distruzioni che il capitalismo sta preparando.
Oggi i sindacati ufficiali sono strumenti della borghesia: contengono e soffocano le lotte, ingabbiano la rabbia proletaria per renderla innocua o funzionale agli equilibri politici. Eppure, seppur confusa, la risposta operaia dello sciopero generale contro il massacro in Palestina ha mostrato che il proletariato rifiuta e sue logiche. La piazza ancora non riconosce pienamente la propria forza e i propri obiettivi di classe ma esprime già il rifiuto dell’imperialismo e delle stragi di proletari nel mondo.
Un sindacato autenticamente di classe deve organizzare la lotta per gli interessi immediati e storici dei lavoratori: riduzione dell’orario di lavoro, sanità pubblica garantita, salario pieno ai disoccupati. Solo su rivendicazioni comuni e veramente proletarie si può costruire unità di classe, non sulla difesa di fabbriche che servono al capitale e ai suoi progetti di guerra. La lotta non deve difendere privilegi e interessi borghesi: deve organizzare la forza rivoluzionaria della classe lavoratrice.
09/01/2026
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