L’Italia delle catastrofi annunciate

La Sicilia è tra le regioni italiane maggiormente esposte al dissesto idrogeologico in un paese in cui oltre il 94% dei comuni risulta vulnerabile a frane, alluvioni, valanghe ed erosione costiera. Secondo i dati ISPRA, le aree più colpite sono Campania, Toscana, Liguria e Sicilia, ma livelli di rischio molto elevati si riscontrano anche in Piemonte, Valle d’Aosta, Veneto, Molise e Basilicata.

Tre quarti del territorio italiano presentano una morfologia montuosa o collinare, con strutture geologiche fragili, spesso caratterizzate da rocce instabili: le Dolomiti, spettacolari quanto delicate, ne sono un esempio emblematico. Nel 2024 ISPRA ha censito oltre 636 mila frane su scala nazionale, pari a circa due terzi di tutti i fenomeni franosi registrati in Europa. Il problema non è nuovo: ciò che colpisce è l’impennata nel numero degli eventi negli ultimi due secoli. Nella seconda metà dell’Ottocento se ne contavano 162, saliti a 509 nella prima metà del Novecento e a oltre 2.200 tra il 1950 e il 2008.

Un caso particolarmente istruttivo è quello di Sarno: tra il 1841 e il 1939 si verificarono cinque frane, mentre nel secondo dopoguerra se ne registrarono trentasei, culminate nella tragedia del 1998, quando colate di fango e detriti dal monte Pizzo di Alvano travolsero Sarno, Siano, Quindici, Bracigliano e San Felice a Cancello, causando 161 morti, 350 feriti e migliaia di sfollati. Le piogge, sebbene abbondanti, non furono sufficienti da sole a spiegare una devastazione di tale portata, come dimostrarono studi successivi.

La radice del problema non va dunque cercata solo nella fragilità naturale del territorio, ma soprattutto nell’assenza sistematica di politiche di prevenzione: deforestazione, urbanizzazione incontrollata, mancata manutenzione dei canali di scolo e dei corsi d’acqua. A ciò si aggiungono incuria amministrativa, lentezze burocratiche croniche e conflitti di potere tra gruppi politici a ogni livello istituzionale. Il risultato è una forma di parassitismo strutturale sempre più soffocante.

In una società guidata dalla ricerca del profitto immediato, le spese per la prevenzione – spesso molto inferiori ai costi di ricostruzione post-disastro – non risultano redditizie quanto la costruzione ex novo di strade, edifici e infrastrutture. Persino quando vengono approvati fondi per interventi urgenti, come nel caso di Niscemi, il più delle volte si assiste all’inerzia operativa.

Il capitalismo si conferma così un’economia fondata sulla sciagura: se non intervengono le guerre, sono gli eventi cosiddetti “naturali” a produrre distruzione, eventi che diventano catastrofici proprio per l’assenza di politiche preventive.

Il Mediterraneo epicentro del cambio climatico

Secondo ISPRA, l’Italia si colloca nel cosiddetto “hot spot mediterraneo”, una zona particolarmente sensibile ai cambiamenti climatici. L’aumento delle temperature sta rendendo più frequenti e intensi fenomeni come piogge torrenziali, tempeste, nubifragi e cicloni, con conseguente crescita delle frane superficiali, delle colate detritiche e delle alluvioni lampo.

È il caso del ciclone “Harry”, formatosi recentemente tra le coste di Algeria, Tunisia e Libia, che ha colpito soprattutto la Sicilia meridionale e ionica, la Calabria e il sud della Sardegna. La causa principale della sua formazione è stata l’eccezionale riscaldamento del Mediterraneo, che nelle settimane precedenti aveva superato di 2,5°C la media climatica stagionale. Questo surplus termico, combinato con l’interazione tra masse d’aria calda africana e correnti polari provenienti dai Balcani, ha alimentato un sistema ciclonico di grande potenza.

Tra il 20 e il 24 gennaio, le regioni meridionali sono state investite da onde alte fino a dieci metri, con devastazioni lungo le coste della Sicilia, Calabria e Sardegna, distruggendo porti e infrastrutture marittime, oltre a nuovi smottamenti in aree già note per la loro instabilità, come Niscemi, e persino in zone ritenute sotto controllo grazie a reti di contenimento, come lungo l’Aurelia presso Arenzano (Genova).

Le stime preliminari parlano di danni per oltre due miliardi di euro ma, le cifre sono destinate ad aumentare, considerando anche le devastazioni nell’entroterra. A Niscemi, le piogge persistenti hanno saturato la componente sabbiosa della collina, innescando un lento ma inesorabile movimento rotazionale che ha interessato un fronte di circa quattro chilometri.

Niscemi: una catastrofe prevista da secoli

Secondo il capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, “l’intera collina di Niscemi sta collassando sulla piana di Gela”. Le immagini mostrano abitazioni costruite su terreni instabili, sospese sul bordo di una frana in avanzamento. Dal punto di vista geologico, la città poggia su un altopiano roccioso rigido, appoggiato su strati argillosi elastici. Dopo un lungo periodo di siccità, le piogge intense hanno trasformato l’argilla in una superficie viscosa, mentre l’acqua percolava dalla roccia sovrastante, generando un movimento rotatorio che ha separato gli strati superficiali, facendo collassare progressivamente sabbia e terreno sottostante.

Il risultato è una collina che si disgrega lentamente, come un biscotto che si sbriciola. La misura preventiva più ovvia sarebbe stata non edificare in quella zona. Eppure le caratteristiche instabili di quest’area sono documentate sin dal 1790. Dopo oltre due secoli, ci si ritrova al punto di partenza: amministratori, governi regionali e nazionali si dichiarano sorpresi, pur sapendo da sempre che il processo geologico è irreversibile.

Politici e funzionari di ogni livello continuano a ignorare deliberatamente le lezioni del passato, privilegiando interessi immediati e rendite politiche ed economiche. Ricordare le vere cause delle catastrofi significherebbe infatti mettere in discussione investimenti molto più redditizi, come grandi opere infrastrutturali, nuove urbanizzazioni o programmi militari.

Niscemi ieri e oggi: 1790, 1997, 2026

Nel 1997, quasi trent’anni fa, si verificò un evento simile a quello attuale. Il 12 ottobre, dopo giorni di piogge intense nella provincia di Caltanissetta, i quartieri Sante Croci e Santa Maria – gli stessi colpiti oggi – furono interessati da una frana giudicata irreversibile dai geologi. Niscemi sorge nella Val di Noto, un’area ad altissima sismicità. I grandi terremoti storici del 1693 e del 1898 avevano già prodotto fratture nel terreno sabbioso-argilloso, facilitando l’infiltrazione delle acque e predisponendo l’intera zona a smottamenti periodici.

Queste informazioni sono note da oltre due secoli, ma sembrano destinate a restare lettera morta, buone solo per specialisti e studiosi, salvo poi essere ripescate a ogni nuova emergenza per dimostrare che “questa volta” si interverrà, come non fecero quelli di ieri – finché gli attuali responsabili diventeranno a loro volta i responsabili di ieri per quelli di domani.

Già nel 1790 l’archeologo e naturalista Saverio Landolina Nava documentò un evento straordinario avvenuto il 19 marzo di quell’anno. Il fenomeno durò otto giorni consecutivi, modificò profondamente il profilo della collina e fu accompagnato da fenditure nel terreno da cui fuoriuscivano vapori caldi e odori sulfurei. Landolina descrisse persino la formazione di un piccolo “cono vulcanico” di fango e detriti, oggi riconosciuto come un caso di maccalube, ovvero espulsioni violente di materiale argilloso causate da pressioni elevate di gas e acqua nel sottosuolo.

Non si trattò di un crollo improvviso, ma di un lento e continuo scivolamento di terra e fango che trascinò strade, piazze e interi edifici. La gradualità del movimento consentì agli abitanti di mettersi in salvo, ma comportò la perdita totale delle abitazioni e dei beni.

Tra il 21 e il 23 gennaio 2026, la frana ha avuto un andamento simile, ma su un’area molto più vasta rispetto al 1997. Anche questa volta non si registrano vittime, ma gli sfollati superano quota 1.500 e il fenomeno è tuttora in corso, con nuove porzioni di terreno e abitazioni che continuano a essere inghiottite.

Dopo il 1997 si è forse avviato un piano serio di prevenzione? Si sono demolite le case costruite sul ciglio instabile della collina? È stata realizzata una nuova rete fognaria o un sistema efficiente di drenaggio delle acque meteoriche? Nulla di tutto ciò. Anzi, il responsabile della Protezione civile dell’epoca, l’ingegnere Tuccio d’Urso, nominato commissario per l’emergenza, cercò di avviare proprio questi interventi. Ma una volta cessata l’emergenza e diramate le ordinanze che ne stabilivano l’urgenza, venne rimosso dal suo incarico. Evidentemente la sua insistenza disturbava troppi equilibri politici e amministrativi. Così non si fece nulla, fino a quando la natura non ha presentato di nuovo il conto.

La gestione permanente dell’emergenza non risolve nulla.

Cambiare i nomi dei funzionari, sostituire ministri o governi, alternare partiti al potere o promuovere nuove liste della cosiddetta “società civile” non è sufficiente per affrontare strutturalmente questi problemi. Anche le figure più animate da buone intenzioni, una volta inserite in un sistema di potere fondato su basi capitalistiche, finiscono intrappolate nei meccanismi esistenti, progettati per rattoppare danni prodotti da precedenti scelte politiche e amministrative.

È lo stesso sistema a renderle inefficaci, marginali o addirittura scomode. Spesso, chi insiste nel voler cambiare realmente le cose viene isolato, screditato o neutralizzato, mentre il potere reale continua a operare nelle retrovie, tra interessi economici, clientele, corruzione e criminalità in giacca e cravatta.

Un cambiamento autentico richiederebbe il rovesciamento dell’intero assetto politico esistente, come avvenne a Parigi nel 1871 o a Pietroburgo nel 1917, quando le masse proletarie abbatterono il potere dominante e tentarono di costruire un nuovo Stato fondato sui propri interessi di classe. Finché sopravvivono produzione mercantile, lavoro salariato e legge del profitto, la borghesia rimane la classe dominante, indipendentemente dai nomi dei suoi rappresentanti. Ogni riforma, ogni limite imposto alla voracità del capitale, ogni toppa applicata a un sistema in crisi non elimina le cause profonde delle catastrofi, così come non elimina le crisi economiche o le guerre.

Da tempo, come organizzazione di sinistra internazionalista, abbiamo sostenuto che questa società, dopo aver storicamente superato il feudalesimo, entrata nel modo di produzione capitalistico, dopo una breve fase di progressivo rivoluzionamento delle forme di produzione, sarebbe inevitabilmente entrata in una fase di declino distruttivo, essendo il capitalismo legato alla disumanizzazione crescente. Ogni essere vivente, ogni relazione sociale, ogni rapporto tra umanità e natura viene ridotto a merce, in aperta contraddizione non solo con l’idea di armonia sociale, ma con qualsiasi forma di organica convivenza tra uomo e natura.

Già nel nostro testo Drammi gialli sinistri- raccolta di testi che trattano questi argomenti dal 1951- 1953 scrivevamo, “che la macchina della pubblica amministrazione, con la sua proliferazione di apparati e la sua inerzia crescente, tende sempre più a soddisfare esigenze speculative anziché bisogni collettivi.

Il capitalismo non è innocente neppure delle catastrofi dette «naturali». Senza ignorare l’esistenza di forze della natura che sfuggono all’azione umana, il marxismo mostra che un buon numero di cataclismi è indirettamente provocato, o aggravato, da cause sociali. Che piova senza sosta (o non piova affatto) per intere settimane è oggi certamente un fatto naturale; ma che ne segua un’inondazione (o una siccità), è un fatto sociale. Analogamente, le scosse sismiche delle Ande sfuggono al controllo dell’uomo; ma il fatto che distruggono le città del Perù, mentre Machu Picchu viene esiste da secoli, ha cause sociali…[…]”

… “Il responsabile dell’inquinamento della natura e della vita umana, delle distruzioni e delle catastrofi, non è né «l’uomo» in generale, né «la società» in generale e ancor meno la famosa «civiltà industriale», comodo luogo comune per mascherare i problemi reali; è un modo di produzione ben preciso, retto da leggi ben precise: il modo di produzione capitalistico, caratterizzato dalla generalizzazione della produzione di merci mediante lavoro salariato. Lo sviluppo della produzione mercantile sulla base del lavoro salariato porta ineluttabilmente alla corsa al profitto e all’accumulazione, alla concentrazione del capitale ed all’imperialismo: nocività, inquinamento, distruzioni e disastri non sono che aspetti (e aspetti parziali) delle conseguenze di questo sviluppo.”

Oggi questa tendenza non solo persiste, ma si è aggravata, parallelamente all’aumento di terremoti devastanti, alluvioni, piogge estreme e cicloni.

Di fronte a ogni tragedia, il piccolo borghese e l’opportunista – come ieri il nazionalcomunista – invocano l’intervento dello Stato affinché limiti gli eccessi del capitale, protegga l’ambiente, impedisca sprechi e ruberie, costringa i grandi interessi economici a comportamenti razionali e socialmente utili. Ma lo Stato borghese non è al servizio della collettività: è lo strumento politico del capitale. Il suo unico obiettivo è garantire la valorizzazione del capitale stesso, fondata sull’estrazione di plusvalore dal lavoro salariato.

Quando lo Stato interviene, non lo fa per difendere il bene comune, ma per impedire che la competizione anarchica e distruttiva del capitale metta a rischio la stabilità del sistema nel suo complesso. Se il capitale inquina, lo Stato organizza l’inquinamento; se specula, lo Stato disciplina la speculazione; se il capitale costruisce in aree sismiche o instabili, lo Stato legittima tali scelte con leggi, sanatorie e condoni.

Illudere i proletari che lo Stato sia un arbitro neutrale al di sopra delle classi significa spingerli ad accettare come “interesse generale” ciò che è in realtà l’interesse esclusivo della classe dominante. Diffondere queste illusioni serve solo a distogliere il proletariato dai suoi compiti storici: non riformare lo Stato borghese né attenuare le contraddizioni del capitalismo con le riforme ma organizzarsi sul terreno della lotta di classe e perseguire i suoi scopi rivoluzionari.

Catastrofi e rivoluzione

Per quanto lontano possa sembrare l’appuntamento storico con la rivoluzione comunista, è questo l’orizzonte che la borghesia teme realmente. Ed è per questo che accompagna la retorica della democrazia, dei valori nazionali e della coesione sociale con una progressiva svolta autoritaria in ogni ambito di governo. Di fronte a questa deriva, al proletariato non resta che riprendere la lotta per la difesa della propria vita, per non essere in balia delle “catastrofi naturali”, organizzandosi, unendosi agli altri proletari, ritrovando la propria forza, utilizzando l’arma teorica del marxismo rivoluzionario sotto la guida del Partito Comunista mondiale. Solo attraverso tale organizzazione sarà possibile trarre insegnamento dalle catastrofi del presente, non per limitarne gli effetti, ma per eliminarne le cause strutturali: la produzione capitalistica, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la distruzione sistematica delle forze produttive e della natura, la riduzione della vita umana a semplice mezzo di valorizzazione del capitale.

14/02/2026

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