L’aspetto che colpisce maggiormente di questo documento è l’estrema acutezza d’analisi che i compagni della sinistra comunista dimostrano delle intricatissime e complesse vicissitudini della profonda crisi vissuta dal giovane Partito Comunista di Francia un secolo fa a solo sei anni della sua fondazione al Congresso di Tours.
Era del tutto giustificato in quel caso considerare la situazione francese come di estrema importanza per la difesa e l’estensione della Rivoluzione internazionale in una fase in cui essa batteva già il passo e l’Internazionale Comunista, non era ancora ridotta, come lo sarà di lì a poco, a mero organismo di difesa degli interessi interni e geopolitici dello Stato sovietico in cui si andava affermando la tendenza controrivoluzionaria staliniana.
In precedenza, già dal IV° Congresso dell’Internazionale Comunista tenutosi a Mosca dal 5 novembre al 5 dicembre 1922, era stata istituita una Commissione francese presieduta (non a caso!) da Trotsky, il dirigente militare dell’Ottobre Rosso del 1917 e il fondatore dell’Armata Rossa. In seguito, l’I.C. dedicò sempre una particolare cura a correggere i numerosi sbandamenti che segnarono i primi anni di vita del P.C. francese, affidandone le cure politiche per conto dell’I.C. allo svizzero Jules Humbert-Droz (1891-1971) e all’ucraino Dimitri Zakhanovitch Manouilski (1889-1959).
A questa particolare attenzione per la situazione francese concorrevano ragioni storiche di lunga durata ma anche le congiunture legate ai rapporti di forza creatisi nel 1918 colla sconfitta degli Imperi Centrali e alla vittoria degli imperialismi allora ancora dominanti, in sostanza Francia e Gran Bretagna, con l’Italia come partner straccione in posizioni svantaggiata nella spartizione del bottino di guerra che presto si illuderà di rifarsi sotto le ali protettive di una fantasmatica Aquila Imperiale[2].
I padri fondatori del marxismo avevano già accordato alla Francia un posto ben particolare nella prevedibile ascesa della classe proletaria a soggetto storico principale dell’evoluzione della società umana sotto la cifra della Rivoluzione permanente[3].
Per Marx e Engels, la Francia era stata la culla della Grande Rivoluzione (1789-1795) che era sfociata nel bonapartismo, espressione dell’irresistibile ascesa della borghesia capitalista nell’arena europea e mondiale.
A meno di un secolo di distanza, l’episodio della “Comune” di Parigi (marzo-maggio 1871), nonostante la sua effimera apparizione sull’orizzonte della Storia e la sua tragica fine, costituì per Marx la prima affermazione della necessità e dell’inaggirabile passaggio attraverso l’esperienza di una fase di dittatura del proletariato per preparare la transizione al socialismo e al comunismo autentici.
Ma già in un articolo del 1843, Federico Engels scriveva:
“dalla Rivoluzione [del 1789], la Francia è stata in Europa il paese esclusivamente politico. Nessun progresso, nessuna dottrina possono acquistare un rilievo nazionale in Francia, a meno che non assumano una qualche forma politica. Sembra essere il ruolo della nazione francese nella fase attuale della storia dell’umanità, quella di percorrere tutte le forme di evoluzione politica e arrivare, da un punto di partenza puramente politico, al punto in cui tutte le nazioni, tutte le diverse strade, devono convergere nel comunismo.[4]
Per quanto riguarda l’attenzione particolare dei rivoluzionari del 1926 alle difficoltà che intralciavano la formazione di un autentico partito bolscevico in un paese come la Francia, occorre ricordare che in quegli anni, l’esagono era ancora a capo del secondo impero coloniale al mondo, dopo quello britannico, e presto il giovane Partito Comunista Francese svolgerà un ruolo notevole nel sostegno accordato al movimento indipendentista guidato dal leader berbero Abd el-Krim nel rif marocchino. Inoltre la Francia si presentava sulla scena politica europea e mondiale come una potenza militare imperialista revanscista di primo piano in particolare nei confronti del nemico secolare, la Germania, un tema sul quale il giovane P.C. dovette dare prove di concreta solidarietà alle masse proletarie tedesche contro le sanzioni imposte da Parigi e contro la prepotenza del militarismo della borghesia francese che tentava costantemente di annettere regioni frontaliere della sconfitta Germania.
L’analisi rigorosa dei compagni della sinistra italiana sulle insufficienze del neonato Partito Comunista di Francia aveva come scopo di evidenziare con grande precisione le pastoie che impedivano a questa formazione politica di portare colpi significativi all’apparato statale, militare e finanziario dell’imperialismo francese.
Nella lettura delle osservazioni dei compagni della Sinistra Comunista, possiamo misurare la grande lucidità derivata da un costruttivo rigore militante e da una sapiente interpretazione della teoria marxista, che consentiva loro di trarre le dovute lezioni teoriche e pratiche dell’azione svolta nell’ambito delle situazioni concrete che la ricchissima e torbidissima crisi dell’imperialismo, giunta al suo stadio supremo di maturazione, proponeva quasi quotidianamente.
Ma le tare del passato dovute non solo alla pressione esercitata dalle varie e fuorvianti ideologie borghesi, ma intrinseche anche alla particolare genesi dello stesso movimento operaio nel suo emergere dal contesto sociologico delle mezze classi (maestranze corporative, contadine e strati piccolo-borghesi del settore terziario) continuavano a intralciare il necessario passaggio di una componente significativa del proletariato dalla condizione di classe in sé a quella di classe per sé.
Di tutti questi aspetti, il documento proposto rende conto, evidenziando il fatto che a Tours nel dicembre 1920 (contrariamente a quanto avverrà il mese seguente a Livorno), gli scissionisti dal Partito socialista SFIO furono la maggioranza, rappresentarono cioè il 70% dei delegati. La conseguenza fu che molti degli elementi della vecchia social-democrazia riformista che avevano assunto posizioni interventiste di fronte alla prima guerra mondiale, si ritrovarono ad avere un notevole peso specifico nel nuovo partito. Fra essi figuravano quel Marcel Cachin che in seguito seguirà la parabola controrivoluzionaria dello stalinismo[5] e resterà direttore del quotidiano “L’Humanité” (organo ufficiale del partito) fino alla morte.
A questi elementi iniziali di confusione si aggiunsero presto le ricadute in seno al direzione comunista francese delle gravi fratture che andavano maturando nell’Internazionale Comunista dapprima con l’affermazione del blocco stalinista-zinovieviano, fortemente ostile a Trotsky, e successivamente di quello Bucharin e Stalin contro la momentanea alleanza Zinoviev-Kamenev con l’opposizione di sinistra capeggiata sempre da Trotsky, costante nella sua ostilità alla tesi anticomunista del cosiddetto “socialismo in un solo paese” imposta da Stalin. L’instabilità politica della direzione del P. C. di Francia venne accresciuta dal disorientamento suscitato dalla cosiddetta “bolscevizzazione” che non fu altro che una sottomissione forzata delle varie sezioni dell’Internazionale alla politica senza principi di Mosca che passò nel giro di pochi mesi dalla linea di destra condotta con Bucharin, il quale cadrà presto in disgrazia, alla disastrosa svolta di pseudosinistra detta del “Terzo periodo” degli anni 1928-1933. Si capisce come tali oscillazioni politiche fecero sì che il Partito Comunista Francese perdesse parte dell’influenza sul proletariato che aveva ottenuto in precedenza grazie alle grandi speranze suscitate nelle masse dall’Ottobre russo[6].
Di questa drammatica involuzione che porterà i discendenti di Tours a sprofondare sempre di più nella collaborazione col riformismo operaio e ad aderire alla politica di difesa controrivoluzionaria dell’ordine borghese rappresentata dalla svolta dei Fronti popolari e dei blocchi nazionali colla borghesia “patriottica”, i compagni italiani intervenuti al Congresso di Lille del P.C. francese del 1926 anticiparono con stupenda lungimiranza le cause e individuarono le prime manifestazioni di un “nuovo” corso dagli esiti letali per il movimento operaio. I compagni della Sinistra Comunista intervennero a Lille ispirati da una comprensione profonda delle cause materiali della tendenza involutiva affermatasi nell’Internazionale e nel partito francese. A questa comprensione infusa in questi compagni un secolo fa dalla pratica teorica e sperimentale delle leggi del materialismo storico e dialettico, anche noi dobbiamo oggi ispirarci se vogliamo capire il vortice catastrofico del mondo borghese al quale assistiamo nel fosco presente e trovarvi il posto che in questa tormentosa congiuntura ci spetta come piccola minoranza di militanti ispirati all’immortale patrimonio teorico e pratico della corrente politica della Sinistra Comunista.
[1] Il documento riprendeva le Tesi di Lione presentate dalla corrente della sinistra italiana alcuni mesi prima al Congresso del Partito Comunista d’Italia (Lione, 20-26 gennaio 1926). Ovviamente la IIIa parte del documento presentato al Congresso italiano di fine gennaio 1926 dedicato alle questioni italiane fu sostituita sei mesi più tardi da una terza parte giustamente dedicata alle “QUESTIONS FRANÇAISES” di cui vi è stata fornita la mia traduzione in italiano.
Nel 1967 e tre anni più tardi (1970), la sinistra italiana pubblicò in lingua francese una premessa alle Tesi di Lione del P.C. d’I. del gennaio 1926, di cui vi diamo qui sotto una traduzione italiana:
“Le Tesi di Lione che ripubblichiamo qui appaiono in un momento talmente determinante della storia del movimento comunista da costituire nello stesso tempo un punto d’arrivo e un punto di partenza nel faticoso processo di formazione del partito di classe mondiale del proletariato.
Redatte dalla corrente di sinistra del Partito Comunista d’Italia per contrapporsi alle tesi della direzione allora in via di stalinizzazione, furono presentate al III° Congresso di questo partito, tenutosi a Lione nel gennaio 1926. Esse sono dunque posteriori di pochi mesi al XIV° Congresso del partito russo (Mosca 18-31 dicembre 1925 NdT), in cui quasi la totalità della vecchia guardia bolscevica, con in testa Kamenev e Zinoviev, si era opposta in un sobbalzo altrettanto violento quanto imprevisto contro “l’abbellimento della NEP” ed il famoso slogan “Contadini, arricchitevi!”) dei ‘professori rossi’ e di Bukharin, come contro il regime interno del partito instaurato da Stalin. Queste tesi precedono anche di un mese appena il VI° Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista (17 febbraio-15 marzo 1926) in cui un battaglione di avvocati d’ufficio sparerà a zero sull’unica forza internazionale – la Sinistra ‘italiana’ per l’appunto- che si sia fatta avanti per denunciare la profonda crisi della Komintern : nell’eliminarla, in fin dei conti, si preparava il terreno all’imminente condanna dell’Opposizione russa, che avverrà subito dopo nel novembre-dicembre.”
[2] Le conseguenze di questo nuovo equilibrio si fanno ancora dolorosamente e pericolosamente sentire in questo nostro primo quarto di XXIesimo secolo, colla bomba ad orologio costituita dalle rivalità mediorientali (Siria, Libano, Iraq, Israele, Palestina, Iran, Turchia repubblicana)
[3] Il concetto prima di essere ripreso da Trotsky e dai suoi epigoni, è stato coniato da Marx.
[4] F. Engels, « Progress of Social Reform on the Continent », articolo pubblicato il 4novembre 1843 nella rivista inglese The New Moral World and Gazette of the Rational Society, in Karl Marx-Friedrich Engels, Le mouvement ouvrier français; I. Tactique dans la révolution permanente, Introduction, traduction et notes de Roger Dangeville, Paris, FM/ petite collection maspero : 131, 1974, p. 38. Il testo italiano è tratto dalle Opere Complete di Marx-Engels degli Editori Riuniti, vol. III, p. 429.
[5] Marcel Cachin (1869-1958), seguace dell’introduttore del marxismo in Francia Jules Guesde (1845-1922) era stato anche lui interventista come il suo mentore (J. Guesde entrò a fare parte del governo borghese d’unione nazionale tra il 1914 e il 1916), fu il finanziatore dello scissionista del PSI, un certo Benito Mussolini al quale fornì i fondi per lanciare il giornale guerrafondaio “Il popolo d’Italia”. Fu, con un altro “socialista” della stessa specie Ludovic Oscar Frossard (1889-1946) primo segretario del neonato Partito Comunista, dal quale diede però le dimissioni già nel 1922.
[6] Da 190.000 aderenti al Congresso di fondazione di Tours (dicembre 1920), il Partito si è ridotto a 58.000 nel 1929. Mentre la scissione sindacale organizzata in alleanza con elementi provenienti dal sindacalismo rivoluzionario di matrice anarchica, alla fine del 1921, la CGT(Unitaria) passa da 450.000 lavoratori nel 1927 a soli 240.000 nel 1929.
QUESTIONI FRANCESI[1]
1: La situazione economica
2: La situazione politica
3: Il ruolo del proletariato e del Partito
4: L’azione del Partito nel passato e le sue debolezze
5: Il Partito e i sindacati
6: La tattica del Partito
7: La situazione interna del Partito
1: LA SITUAZIONE ECONOMICA
Lo sviluppo economico della Francia dopo la grande guerra si contraddistingue dall’industrializzazione accelerata e dalla tipologia del grande capitalismo. La situazione attuale è una situazione di crisi, che si manifesta con l’inflazione e le difficoltà del bilancio statale. Questa crisi non è ancora una crisi della produzione e dell’industria in generale, ma non potrà non diventarlo fra qualche tempo. Per il momento, il rincaro della vita colpisce duramente le classi medie che prima godevano generalmente di una situazione favorevole, e il proletariato che subisce l’abbassamento progressivo dei salari. Ma per il momento e per un periodo futuro, di cui non è possibile di valutare la durata, la classe operaia non soffrirà della disoccupazione: si può constatare in tutta la Francia la presenza di larghe masse d’operai stranieri. Senza prevedere uno sviluppo importantissimo dell’inflazione e la caduta catastrofica del franco, ci si deve aspettare l’apparire di un periodo di disoccupazione che peggiorerà ulteriormente la situazione della classe operaia.
2: LA SITUAZIONE POLITICA
L’evoluzione economica del dopoguerra che abbiamo appena evocata non deve essere considerata come il passaggio dalla dominazione politica dei ceti piccolo-borghesi a quello della grande borghesia.
Il regime politico parlamentare è un regime perfettamente capitalista che corrisponde agli interessi della grande borghesia meglio che a quelli di qualsiasi altra classe o ceto sociale. La politica nata dal passaggio del secondo Impero alla terza Repubblica, per non risalire oltre, non può essere interpretata come la vittoria della piccola borghesia, ma costituisce una base solida per lo sviluppo capitalista imperialista moderno. Lo schema che rappresenta la lotta parlamentare tra il Blocco Nazionale (“Bloc National”) e l’Alleanza delle Sinistre (“Cartel des Gauches”)[2] come un conflitto per il potere tra grande borghesia e classi medie è sbagliato, perché queste ultime essendo incapaci di possedere un regime politico indipendente, e non essendo il Parlamento, per la critica marxista, il luogo in cui classi diverse perdono o conquistano il potere, ma tutt’al contrario l’organo adatto all’esercizio e alla difesa del potere della borghesia capitalista. Il fenomeno politico del libero gioco parlamentare dei partiti democratici e radicali non corrisponde a una sorta di abdicazione politica della classe capitalista, ma invece a una fase e ad un andamento particolare dell’azione di questa contro la classe proletaria e il pericolo rivoluzionario. In questa fase, l’arma principale di questa lotta è la subordinazione dell’ideologia operaia a formule e organizzazioni che sono il prodotto specifico degli ambienti piccolo-borghesi, ma corrispondono in realtà agli obiettivi e alle mene della classe dirigente capitalista, saldamente organizzata non soltanto in una maggioranza parlamentare, ma al vertice dell’intero apparato dello Stato.
Tale metodo non é solo quello della lotta borghese, ed è molto probabile che aggravandosi la crisi economica e prospettandosi un’offensiva padronale, si osservi un totale cambiamento del programma nel campo politico. Questa fase della politica della destra può presentare certe analogie col fascismo italiano, e l’analisi dell’esperienza italiana è certamente utilissima per analizzare l’attuale politica francese. È ormai chiaro per quanto riguarda l’Italia che le spiegazioni che fanno del fascismo una lotta interna alla borghesia erano sbagliate. Da un lato il fascismo non è stato una reazione dei grandi proprietari fondiari contro i padroni dell’industria, dato che questi sono oggi i veri capi del governo fascista, e dall’altro il fascismo non è un movimento politico originale che si basi sulle classi medie, perché queste si sono lasciate mobilitare dai ceti superiori della borghesia, nell’interesse di queste ultime e sotto la loro assoluta autorità. Ma il fascismo italiano non si spiega neanche come la fine di una dominazione piccolo-borghese personificata da Nitti, Giolitti ecc. Questi ultimi, esattamente come i fascisti, erano legati al capitalismo e la loro politica, difensiva ma oculata, contro l’ondata rivoluzionaria, costituiva la preparazione al trionfo fascista.
Le condizioni diverse che hanno dato nascita al fascismo si verificano in Francia in misure molto differenti. In Francia abbiamo un’ideologia patriotica e una tradizione di vittoria militare molto forti, che poggiano però su una base politica più larga dovuta al ricordo di una destra monarchica e cattolica. Abbiamo anche esempi storici di leaders rivoluzionari, nella maggior parte dei casi appartenenti alla tradizione anarcoide, passati sotto le bandiere della reazione. Abbiamo inoltre una crisi economica che si intensifica e che consiglia alla borghesia una concentrazione di forze difensive, nello stesso tempo in cui scuote i ceti sociali medi e trae dal loro seno un gran numero di declassati che aprono opportunità per la formazione di grandi raggruppamenti degli elementi umani in organizzazioni nuove. Se esistono tutti questi fattori, d’altra parte manca una condizione fondamentale, ossia l’esistenza d’una grande minaccia rivoluzionaria, di un’offensiva proletaria che potesse dare alla classe borghese l’impressione di trovarsi sull’orlo dell’abisso, non solo per la potenza delle contraddizioni interne del proprio regime, ma anche per l’offensiva dilagante degli sfruttati.
Siccome tutte queste condizioni non si sono ancora verificate come invece era stato il caso in Italia nel 1919, non possiamo affermare che “il fascismo è già qui” e le manifestazioni e organizzazioni di tipo fascista che si sono manifestate in questi frangenti, anche se meritano la nostra attenzione, devono tuttora essere considerate come puramente embrionali. Nel corso della crisi, abbiamo tutti il diritto di aspettarci che prima di quel risveglio bellicoso del capitalismo, che si manifesta col fascismo, il proletariato si svegli per quanto lo riguarda, imponendo la sua egemonia a questi protagonisti di ordine inferiore, cioè le classi medie, e lanciando la sua offensiva con maggior successo di quello riscontrato dalla classe operaia italiana.
In ogni caso, deve essere ben chiaro che se dovesse sorgere il fascismo, non sarà identico al ritorno al potere della destra tradizionale e quella di Poincaré[3], bensì una forma nuova che assocerà alle notissime pratiche della violenza reazionaria e di soppressione delle pseudo-libertà pubbliche, altre pratiche nuove, prese nelle lezioni della storia della lotta di classe, accoppiando all’apparato statale organizzazioni di lotta extra-legali, utilizzando alcune delle truffe demagogiche della politica di “sinistra” democratica e social-democratica.
Ciò che è fondamentale capire è che il progetto fascista è in prima linea un progetto contro il proletariato e la rivoluzione socialista e che spetta dunque agli operai prevenire o respingere il suo attacco. È una concezione erronea considerare il fascismo come una crociata contro la democrazia borghese, lo stato parlamentare, i ceti piccolo-borghesi e i loro uomini o partiti politici al potere. Lo schema sbagliato della situazione francese e delle sue prospettive consiste nella “guerra santa” che dovrebbe essere varata contro il “pericolo” fascista da parte della “democrazia” e l’ultimo dei suoi pupazzi, il Blocco delle Sinistre (“Bloc des Gauches”), tramite la mobilitazione delle forze dello Stato contro le prime forze fasciste “illegali”. Secondo tale concezione, il proletariato dovrebbe limitarsi a suonare l’allarme, prendere “l’iniziativa” – questa è a parola che va di moda – di questa lotta antifascista, combattere a fianco degli altri per difendere i vantaggi d’un governo “di sinistra”, considerare come una meta vittoriosa da raggiungere il fallimento del fascismo in Francia, riservando altre sue conquiste proprie solo a sé stesso come un secondo atto della lotta, come l’effetto di una sedicente strategia che gli farebbe palesare ai suoi alleati dell’antifascismo, ma intendiamoci bene, solo in un secondo tempo, la sua vera intenzione di conquistare il potere per sé stesso, il suo rivendicare la propria dittatura.
La realtà è ben diversa. Se il fascismo ci incalzerà da vicino in Francia, sarà perché la rivoluzione proletaria minaccerà la Francia borghese, di destra e democratica nello stesso tempo. In quel momento probabilmente, i ceti medi svolgeranno un loro ruolo, ma nel senso in cui si schiereranno con quella delle due classi nemiche che saprà mostrarsi più forte e più capace di vincere e riorganizzare, secondo il proprio programma storico, l vita sociale. La difesa di uno status quo oppure l’espressione di antifascismo negativo invece di anticapitalismo positivo, col pretesto di rendere popolare prima – ma prima di cosa? – il partito proletario, sono in una situazione decisiva, prettamente reazionari.
3: IL RUOLO DEL PROLETARIATO E DEL PARTITO
Nonostante tutte le concioni sulla Francia piccolo-borghese e contadina, la classe operaia francese per importanza numerica e per le sue tradizioni storiche rappresenta l’elemento centrale dell’attuale situazione e della lotta sociale. L’esperienza degli errori dell’opportunismo social-democratico e anche del sindacalismo anarchico risulta, in Francia, abbastanza ricca per fornire basi alla riorganizzazione delle forze rivoluzionarie di prima linea nel partito comunista e sotto la sua direzione politica.
La tattica democratica come quella fascista del capitalismo hanno in comune un obiettivo: evitare in ogni modo possibile l’azione generale, unica, della classe operaia su tutte le problematiche sollevate dalle diverse situazioni, perché in quel caso le armi difensive dello stato borghese possono dimostrarsi insufficienti. Con azione unica della classe operaia bisogna intendere non il luogo comune di un blocco di differenti organizzazioni e movimenti politici con una direzione centrale mista e fittizia, ma l’entrata in lotta del proletariato in tutte le città e paesini, senza esclusione di categorie e di mestieri: questo movimento può vincere unicamente se si riesce ad attivarlo con un programma unico e preciso sotto la direzione d’un autentico partito rivoluzionario.
Per raggiungere quel risultato capitalista, il Blocco delle Sinistre (“Bloc des Gauches”) organizza intese legislative che attutiscono l’impressione provocata nelle masse dagli episodi e le svolte drastiche della crisi, e con l’aiuto del partito socialista e della CGT riformista fa del suo meglio per circoscrivere ed isolare i conflitti aperti dalle rivendicazioni proletarie.
Il Blocco fascista da venire si dedicherebbe a questo compito usando un metodo diverso, ma completando questa manovra. Si sforzerà di demolire la rete di organizzazioni operaia, colpendo una località dopo l’altra con bande armate che semineranno il terrore, provocando lotte sindacali parziali conflittuali in ogni singolo ramo d’industrie successive ed isolate. Se quel progetto dovesse riuscire, i sindacati cadrebbero l’uno dopo l’altro, l’annullamento dei contratti di lavoro verrebbero aggravati da licenziamenti massicci e verrebbe a mancare l’impegno professionale e territoriale per dare una comune direzione all’azione operaia.
LE ATTUALI CONDIZIONI CI SONO PROPIZIE ONDE AGIRE IN SENSO OPPOSTO
- La disoccupazione non è ancora iniziata e le minacce contro i contratti sindacali e le
condizioni di lavoro non si avvalgono di un aumento significativo dell’offerta di manodopera rispetto alla domanda. Non ci troviamo dunque in una congiuntura economica che facilita il dissolversi dell’organizzazione operaia. Il primo compito onde sfruttare la crisi in senso rivoluzionario e lottare contro ogni forma di fascismo, consiste nel difendere e ampliare l’organizzazione operaia. I sindacati, questo è un fatto ben noto, raggruppano solo una minoranza della classe operaia, anche nei centri più industrializzati. Il partito comunista deve lottare contro questo stato di cose impegnandosi nella riorganizzazione e al reclutamento sindacali. Esso deve difendere il principio dell’organizzazione sindacale nazionale unica, e fare tutto il possibile, nei fatti, per acquistare su tale organizzazione unica, il massimo dell’influenza possibile.
Il partito deve prevedere una generale azione proletaria contro l’offensiva padronale e, nel futuro, fascista, in occasione della quale le più larghe masse entreranno in una lotta la cui direzione sarà affidata al partito comunista e sottratta così al pericolo ben noto d’una revoca dal vertice dell’ordine di procedere, mentre il momento dell’azione verrà deciso dopo un esame della situazione e soprattutto prima che un’azione borghese di grande portata venga sviluppata col terrore locale o colla sconfitta sindacale di categorie importanti. L’intervento proletario verrà lanciato né troppo tardi né prematuramente, subordinandolo alle esigenze del gioco parlamentare. Solo su questa base salda: azione generale della classe operaia, forte organizzazione sindacale, influenza decisiva del partito comunista, potranno e dovranno essere risolti i problemi della mobilitazione degli alleati del proletariato tra i contadini e gli altri ceti sfruttati.
4: L’AZIONE DEL PARTITO NEL PASSATO E LE SUE DEBOLEZZE
Il movimento operaio francese è afflitto da difetti tradizionali che sono ben noti contro i quali aveva lo scopo di reagire, nel dopoguerra, il P.C. aderendo alla IIIa Internazionale. Ma il P.C.F. non è stato e non è tuttora quello che dovrebbe essere. Le cause di ciò vengono evidenziate nelle critiche generiche sviluppate in quello che è stato detto a proposito della politica e della tattica dell’I.C. La costituzione del partito si fece a Tours su basi troppo larghe. Si era pensato che, ereditando una maggior quota di componenti del vecchio partito opportunista, si sarebbe fatto più presto a conquistare un’influenza decisiva in Francia. Il bilancio, lo sappiamo, è negativo: senza i successi che ci si aspettava di registrare, senza la scomparsa del partito socialista, abbiamo assistito a una serie di crisi in seno al partito, la cui storia sarebbe inutile ripetere qui.
Nello stato in cui si presenta oggi il partito comunista francese lascia molto a desiderare nella sua preparazione ideologica marxista, nella sua organizzazione interna, nella sua politica e, soprattutto, nella formazione d’un centro dirigente che si dimostri capace di interpretare le situazioni e le loro esigenze, di coniare parole d’ordine giuste all’insieme del partito, di stabilire con esso una corretta e reciproca connessione. Non è il caso di stupirsi se, nonostante i piani più raffinati, il partito non progredisce nella sua influenza e soprattutto in un’influenza rivoluzionaria consistente presso le masse.
L’ultimo Comitato Esecutivo Allargato dell’I.C. si è occupato in gran parte degli “errori” della direzione del P.C.F. nell’ultimo periodo trascorso, i quali sono stati caratterizzati come errori sinistroidi. Si tratta in realtà di errori opportunisti e di destra, che non sono per nulla negati dall’uso di un certo verbalismo rivoluzionario che svolge un ruolo predominante in questa serie di sciocchezze. Proprio nella politica del centro francese si trova una specie di “massimalismo” che consiste, tra l’altro, nel considerare la rivoluzione come imminente, simile a un bel regalo che il generoso proletariato di Francia farà un bel giorno ai leaders comunisti. La malattia opportunista evidente nel partito francese non è venuta dal di fuori valendosi di un’ala estremista del partito, ma essa ha la sua radice proprio nell’apparato centrale del partito e nei suoi gruppi dirigenti. La causa di tale malattia deve essere ricercata in gran parte in quel metodo errato della Comintern, per cui si vuole spesso sostituire alla formazione della dottrina e dei quadri dei partiti con diplomi conferiti dall’alto in maniera artificiosa e burocratica. Seguendo questo modo, la selezione dei capi del partito si è effettuata alla rovescia, così come la sua educazione e la sua preparazione rivoluzionaria.
Il regime interno viziato tollerato e sostenuto in seno al partito ha intralciato la lotta contro la diffidenza tradizionale degli operai francesi nei confronti dell’azione politica e dei partiti. Le deviazioni della Comintern in materia di tattica e le sue contraddittorie interpretazioni del fronte unico, hanno impedito la liquidazione delle deviazioni apertamente “massimaliste” rappresentate da Renoult (Daniel)[4] nel 1921.Per gli stessi motivi, il partito francese non ha ancora stabilito una giusta politica sulla questione dei rapporti coi sindacati e sulla questione agraria, nonostante il notevole lavoro di cui il compagno Trotsky aveva indicato le basi nei Congressi internazionali, reagendo contro l’insieme dei pregiudizi piccolo-borghesi, social-democratici, anarchici di cui il movimento francese era infestato e che ci minacciano tuttora.
5: IL PARTITO E I SINDACATI
Il legame corretto tra il Partito comunista e i sindacati è stato probabilmente fissato in modo giusto più volte nei testi. Ma i risultati in pratica rimangono negativi. Questo perché si è proceduto in modo sbagliatissimo, forse volendo accelerare il successo, sostituendo alla formazione di una coscienza e di una pratica marxista nuova, una serie di trattative e di compromessi che alteravano i principi, con gli uomini e i gruppi del vecchio sindacalismo che potevano sembrare più vicini alle nostre direttive, ma che, in realtà, non si adattavano affatto in modo serio al movimento comunista, di cui speravano il rapido successo. Per cui la soluzione dei rapporti tra partito e sindacato continua ad oscillare tra compromissioni e contraddizioni, come d’altronde è anche il caso nel campo internazionale. Senza disporre in Francia di un’organizzazione diretta di fatto in modo deciso dai comunisti, siamo approdati alla scissione sindacale e il numero degli operai organizzati rimane del tutto insufficiente.
Il partito deve prima di tutti sostenere seriamente l’unità sindacale, l’organizzazione sindacale, senza previe condizioni vertenti sui rapporti formali tra sindacato e partito. Se rimanessero su quel terreno, saremmo costretti a riconoscere che il sindacato rimane “al di sopra” dei partiti, che la lotta delle correnti di opinioni politiche nel suo seno costituisce un “male”, un fattore negativo che bisogna impegnarsi vicendevolmente ad eliminare, il che è contrario al nostro compito e alla necessità rivoluzionaria. Il nostro scopo deve essere quello dell’unità dell’organizzazione sindacale, senza nessuna formola di legame ufficiale tra gli organi sindacali e il partito, ma con una solida rete di frazioni comuniste nell’intera organizzazione sindacale, la subordinazione assoluta al Partito di quella rete e di quelle frazioni, così come la lotta per fare sì che dette frazioni conquistino la maggioranza e affidino le funzioni sindacali a comunisti che applicano rigorosamente la politica del partito nel lavoro sindacale. Questo compito non deve essere concepito come una conquista dei leaders e dei funzionari sindacali o direttivi sindacali esistenti. Il personale sindacale tradizionale deve essere, tramite il lavoro del partito, allargato e rinnovato prima di conquistare i segretari e anche i membri del sindacato; si tratta di organizzare gli operai, di formare dirigenti sindacali tramite il lavoro dei comunisti, l’iniziativa del partito, che non ostenterà la propria bandiera, ma dimostrerà la sua volontà di operare per la più estesa e potente azione economica dei lavoratori. I Comitati di unità proletaria non devono essere la base di una nuova organizzazione estranea al partito e ai sindacati e non devono presentare l’unità come condizionata dall’accettazione del programma comune su tutti i problemi, da parte dei comunisti, dei socialisti, sindacalisti, anarchici ecc., sennò non si farà nessun passo avanti verso l’unità ma piuttosto in direzione della confusione.
6: LA TATTICA DEL PARTITO
È chiaro che in una situazione che può essere considerata come il prologo della situazione rivoluzionaria, il partito deve lavorare a incrementare la sua influenza sulle masse. Esso deve dunque collegare la propria politica alle rivendicazioni che interessano i lavoratori e le più larghe masse sfruttate.
Ma la possibilità di contare per la lotta finale anche sulla mobilitazione di alcuni ceti delle classi medie non deve indurci ad una politica che, con formule equivoche sulla lotta e la soluzione del problema dello Stato e delle sue istituzioni guadagnandosi forse il consenso degli elementi piccolo-borghesi (i quali possono rivelarsi infatti pericolosissimi qualora i fatti smentiscano le loro illusioni) farebbe perdere al proletariato e al partito stesso la chiara concezione dello sviluppo della lotta e la volontà determinata di spazzare via gli ostacoli che si presentino al momento della svolta decisiva, quando si tratterà di sconfiggere e smantellare la macchina dello stato borghese e di combattere le istituzioni proprie della dominazione borghese. La saldatura tra la lotta degli operai e quella dei piccoli contadini e degli altri ceti sfruttati, così come con quella delle popolazioni oppresse dall’imperialismo, si impone storicamente al leninismo e non si identifica con una vana crociata a favore di “tutti gli affamati, tutti i poveri, tutti quelli che soffrono”. Le rivendicazioni di questi alleati del proletariato sono incompatibili colla dominazione politica borghese, esse possono essere soddisfatte solo con metodi di lotta che vadano aldilà delle misure legali. Nel diffondere questa convinzione, noi potremo convincere queste classi a schierarsi al fianco del proletariato, mostrando loro che esso è, come è il caso in effetti, l’unica forza capace di spezzare la morsa del cerchio ferreo che le opprime. Ma se conduciamo l’agitazione per un’azione comune degli operai e dei contadini, o anche dei piccoli borghesi cittadini, senza proclamare che l’alleanza che noi proponiamo loro può essere realizzata solo fuori dalle strutture del potere borghese e tramite la lotta rivoluzionaria e la guerra civile, allora cadremo direttamente nell’opportunismo.
Senza ripetere in questa sede ciò che è già stato esposto estesamente nella parte generale di questo documento, da tutto ciò risulta che bisogna accantonare la parola d’ordine di governo operaio-contadino, se viene inteso come una soluzione pacifica e parlamentare che si singolarizzi come terza soluzione alternativa a quelle del blocco di destra e dell’Alleanza delle Sinistre (“Cartel des gauches”). Non chiarire il significato di questa infelice formula, non consente di rispondere alla critica che se ne è appena fatta., ma ne aggrava le conseguenze. Bisogna aggiungere che la soluzione politica proposta dal Partito comunista è quella della dittatura del proletariato, e di un’alleanza con altri ceti sfruttati che non si realizzi mai nel parlamento insieme ai partiti che hanno la pretesa di essere i rappresentanti di questi ceti, in un Alleanza (“Cartel”) di partiti politici dotati di organi dirigenti misti, ma nella lotta nelle piazze, nelle manifestazioni di massa, nello sciopero generale, nella rivolta armata e sul terreno della convocazione dei Soviet quando il momento di lanciare tale parola d’ordine si presenterà.
Dobbiamo attrarre l’avanguardia degli operai e anche dei rari rappresentanti di altri ceti sociali che si collocano sullo stesso terreno nostro, nelle file del Partito e sotto la sua influenza, e non fissare l’obiettivo di formare ali sinistre comuniste nel partito socialista o in partiti politici piccolo-borghesi cittadini o rurali.
Le rivendicazioni compatibili coll’ordine sociale capitalista devono essere sostenute, ma presentando sempre la loro soddisfazione come compito delle organizzazioni economiche e sindacali.
Le rivendicazioni teoricamente compatibili col regime borghese, ma la cui soddisfazione è resa impossibile dallo sviluppo delle crisi, devono essere l’oggetto di un’intensa critica nell’agitazione del Partito, ma non fare parte del suo programma per il solo fatto che i borghesi di sinistra e i social-traditori le abbandonano: bisogna esporre il fallimento di tutte le garanzie politiche e sociali che l’attuale regime diceva di concedere ai lavoratori, ma non rivendicare come nostro tutto quello che si è salvato in questa bancarotta col suo disastroso bilancio, col pretesto di renderci popolari presso i piccolo-borghesi delusi. Il marxismo è stato il primo distruttore delle loro illusioni, non può dunque tentare di salvarle quando affondano ingloriosamente, ma cogliere l’occasione per portare avanti le soluzioni rivoluzionarie che gli sono proprie. Il piccolo-borghese, convinto che la sua democrazia non vale nulla e che bisogna indirizzarsi verso una dittatura rivoluzionaria oppure crepare per la fame in balìa dei grandi sfruttatori, dovrà diventare nostro alleato: ma ciò non significa che per guadagnarci ad ogni costo degli alleati, costringeremo gli operai comunisti a fare un passo indietro su un terreno di compromessi e di illusioni sterili e disfattiste. Per quanto riguarda le rivendicazioni che esorbitano nettamente dall’ambito del presente ordine, comprese quelle che interessano contadini e popoli oppressi, bisogna avanzarle apertamente come programma della dittatura del proletariato.
A cosa si riduce la sedicente tattica bolscevica che va di moda? A tacere i mezzi necessari per raggiungere una data conquista, perché potrebbero spaventare alcuni elementi, per mettere l’accento sulla conquista stessa, promettendosi, una volta che questa è stata accettata quale compito da molti seguitori, con quale metodo la si deve raggiungere. Questo è vero e proprio proto-marxismo di tipo utopista, che consiste nell’elaborare bei progetti di riorganizzazione sociale, senza dire né preparare nulla nell’ambito dei metodi storici di realizzazione. Ora non si può dire se i poveri disgraziati raccolti un po’ dappertutto, dai mezzemaniche ai bottegai, dai piccoli redditieri ai pensionati, non sappiano come andranno le cose, noi lo sappiamo al posto loro. Ma “noi” chi? Il proletariato industriale, il Partito, lo stato maggiore di questo? Questa è un’ulteriore prova profonda di antimarxismo, immaginare che queste “persone” e questi “soggetti” possano rimanere esenti da ogni corruzione nell’ eseguire la loro complicata manovra. La tattica del partito deve dunque basarsi:
Su un’offerta formale di azione proletaria generale (sciopero generale) per tutta una serie di rivendicazioni economiche: il rispetto dei contratti di lavoro, delle otto ore, dei salari reali ecc., ecc.
Su una agitazione e una preparazione che miri apertamente alla mobilitazione progressiva della classe operaia francese e delle larghe masse, rovinate dalla crisi, attorno al programma della lotta rivoluzionaria, della repubblica dei consigli e della dittatura del proletariato. Questo deve essere affermato non solo nei testi teorici e di pura propaganda, ma in tutte le manifestazioni politiche. Quando un problema nuovo divide i partigiani della politica di destra fascista e quelli del Alleanza delle sinistre (“Cartel des Gauches”), il Partito comunista non si limiterà a “scegliere” chi bisogna sostenere, ma si presenterà come terzo contendente preconizzando una soluzione indipendente e opposta a quella dei primi due.
Se ad esempio, avvengono atti di terrore fascista, mentre la sinistra chiederà l’intervento legale contro i “criminali” e la destra si rifiuterà di farlo, il Partito comunista dovrà sostenere nella sua stampa e ovunque, la lotta antifascista diretta degli operai, il loro armamento, il loro inquadramento militare, la riposta alla violenza colla violenza. Nello stesso tempo, proclamerà che la legalità non permetterà di soffocare il fascismo e che la svolta decisiva sarà quella: si scontrerà contro l’una o l’altra delle due parti.
Si possono ricordare due fatti tratti dall’esperienza italiana: il “patto di pacificazione” coi fascisti firmato nel 1921 proprio da quelli che preconizzavano la non-resistenza e l’intervento della legge contro il manganello, il fallimento dell’Aventino[5] e l’errore del partito comunista che consistette in certi momenti decisivi ad associarsi a quella protesta, nonostante le sue critiche a freddo che non erano comprensibili dalle larghe masse. Invece di una campagna per lo scioglimento delle leghe fasciste da parte dello stato, si organizzerà al contrario una campagna a favore della lotta degli operai contro queste leghe e contro le bande armate. Bisognerà ricordarsi che quando il governo, con il pretesto della preservazione dell’”ordine” proclamerà misure di sequestro delle armi e delle munizioni e per proibire le sfilate militari, i fascisti conserveranno le loro armi e il loro inquadramento contro un proletariato che si troverà intrappolato nel disarmo e la dissoluzione ufficialmente richiesti da alcuni.
Bisogna guadagnare tutto il tempo che la situazione francese ci lascia ancora disponibile per organizzarci sindacalmente, militarmente ed anche per armarci ideologicamente nonché materialmente.
7: LA SITUAZIONE INTERNA DEL PARTITO
Abbiamo già chiarito il nostro pensiero sul gruppo o i gruppi dirigenti del partito. Un’ulteriore analisi dei loro conflitti interni non aggiungerebbe nulla di utile, perché troppo spesso si tratta di mera concorrenza personale.
Il malessere nel partito deriva in primo luogo da quello dell’Internazionale e del viziato regime interno di questa. Il sistema delle cellule ha generato in Francia più che altrove una vera e propria stagnazione della massa del partito e all’estinzione di ogni contributo politico o pratico dei militanti. Mille argomenti precisi dimostrano gli scarsi risultati raggiunti da questa così detta bolscevizzazione.
Diversi raggruppamenti di opposizione sono sorti nel partito. Nella risoluzione del Comitato Centrale Esecutivo dell’I.C., si trova una vera e propria antologia delle mostruosità della destra e questa viene evidenziata come focolare della corruzione e della degenerazione del partito. Tale critica è per i tre quarti vana.
Era necessario bollare la destra francese come fantasma per diminuire la pressione dei colpi inferti contro la sinistra internazionale. L’opportunismo e il liquidazionismo del Partito francese, si sarebbe dovuto cercarli altrove. In realtà la destra non è che l’unione di malcontenti vari, in cui molto spesso c’erano delle ragioni giuste ed utili. Alcune reazioni sane contro l’andamento sbagliato del Partito avrebbero potuto, se si fosse seguito un atteggiamento del tutto diverso, essere prese in considerazione con profitto in queste manifestazioni, e molte di esse provenivano dalla migliore fonte d’ispirazione proletaria.
Questo non impedisce che sia indispensabile criticare la linea politica e ideologica dei diversi componenti la destra. Il gruppo La révolution prolétarienne[6] che sostiene un ritorno alla dottrina sindacalista pura, deve essere combattuto molto seriamente tramite una critica vigorosa e chiara. Ma al Partito francese rimangono molti sforzi da fare per avere la possibilità di portare avanti con successo tale critica. Le tesi dei redattori della R.P. nel campo dell’interpretazione economica come in quello della “praxis” proletaria sono fondamentalmente erronee e pericolose.
Per quanto riguarda il gruppo detto di Loriot[7], si sbaglia nel disconoscere le sue tradizioni rivoluzionarie proletarie e la sua spontanea adesione alle direttive comuniste nella Francia invasata di sciovinismo degli anni della guerra, e nel vedere nei suoi seguaci una mera espressione di intellettuali piccolo-borghesi ecc. Una gran parte di quanto questo gruppo esprimeva a proposito del regime interno nel Partito e degli eccessi del burocratismo e del sedicente centralismo era giusto. Invece bisogna combatterne le soluzioni tattiche, la sua proposta di fronte unico politico con la social-democrazia, che sono errori gravi, ma che in larga misura hanno origine nelle assurdità strategiche preconizzate dalla direzione del Partito durante l’anno 1925 e del disorientamento nel quale il Partito è piombato.
Per Souvarine e il Bulletin Communiste[8], le precedenti disavventure avrebbero dovuto consigliare a quelli che avevano avuto qualche responsabilità in queste sbandate di moderare i toni. Gli eccessi polemici di Souvarine, per gravi che fossero, non erano una prova del fatto che l’uomo che aveva in passato rappresentato in Francia tutta l’autorità di Mosca fosse diventato un agente provocatore borghese. Questi eccessi sono piuttosto il decorso inevitabile della rottura con certe pratiche di pressione e di soffocamento tipiche dell’attuale corso sbagliato che sembra conoscere soltanto o la cieca adesione o l’eresia scandalosa. Aldilà, della persona di Souvarine, e della questione della giustezza della prima misura presa contro di lui nel 1924, non era stata una prova di serietà che la Comintern reintegrasse nella propria direzione quello che era stato appena espulso dalla sua sezione francese: la cosa deplorevole è che la sorte di Souvarine non è stata decisa come conseguenza di quel principio ed è dunque stata male accettata o derisa dai nostri quadri.
La sistemazione della situazione interna nel Partito francese si concepisce solo come una conseguenza della soluzione di questo problema nell’Internazionale la quale, nonostante alcuni impegni presi dall’ultima sessione del Comitato Esecutivo Allargato, non sembra essere in via di soluzione.
Non servirà l’ottimismo ostinato e prepotente a risolvere e nemmeno a nascondere le difficoltà di tale situazione.
Spetta agli operai francesi, ai militanti comunisti, fedeli e seri porre e imporre la soluzione di questo problema e di fornire seri contributi al miglioramento del regime interno del partito.
[1] In questa parte delle nostre tesi, seguiremo lo stesso piano già usato per “La risoluzione sulla questione francese” che fu votata dall’ultima sessione del Comitato Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista, nonostante l’ordinamento di questo documento non sia il migliore possibile.
[2] Il «Cartel des Gauches» era una coalizione elettorale formata in una cinquantina di province (“départements”) per le elezioni politiche del 1924 tra i partiti radicali (Partito radicale indipendente, Partito radicale e Partito radical-socialista, Partito repubblicano socialista) a cui si associarono dei socialisti indipendenti e la SFIO ( Partito Socialista-Sezione Francese dell’Internazionale Operaia) . Si trattava di sconfiggere il Blocco Nazionale (“Bloc National”) formato da una coalizione di partiti della destra e del centro, al potere in Francia dal 1919 al 1924. L’Alleanza delle Sinistre ebbe la meglio nelle elezioni politiche del 1924 (conquistando 327 seggi su 581).
Una vera e propria crisi negli ambienti della finanza provocò la caduta del “Cartel des Gauches” nel 1926. Il governo Poincaré che fu formato allora era a forte maggioranza di destra e di radicali, sicché socialisti, comunisti e nazionalisti intransigenti non vi parteciparono. Si assistette allora a un’ondata anti-parlamentare capeggiata dai movimenti di destra e dalle leghe d’estrema destra che culminerà nel 1934 in seguito alle conseguenze della crisi economica nata dal crollo mondiale delle borse del 1929, mentre in Italia e in Germania, si consolidava il fascismo.
[3] Raymond Poincaré (1860-1934), uomo politico di centro destra. Fu Presidente della Repubblica dal 1913 al 1920 (durante tutto il periodo della prima Guerra Mondiale). Inoltre fu anche tre volte Presidente del Consiglio (1912-1913); (1922-1924) e (1926-1929).
[4] Daniel Renoult (1880-1958), aderì alla maggioranza comunista al Congresso di Tours del dicembre 1920. Fu sindaco di Montreuil, una delle roccaforti del PCF nella banlieue operaia di Parigi di cui fu eletto sindaco prima e dopo l’occupazione della Francia durante il secondo conflitto mondiale.
[5] Nel 1924, il deputato Giacomo Matteotti fu assassinato dai fascisti. I deputati opposti al fascismo abbandonarono allora il parlamento. La secessione aventiniana fa riferimento alla storia romana quando gli opponenti manifestarono il loro dissenso recando su uno dei colli di Roma, l’Aventino.
[6] Rivista fondata nel 1925 dal sindacalista rivoluzionario Pierre Monatte (1881-1960), i quale aderì al PC francese nel 1923 e ne fu escluso nel 1924. La rivista esiste tuttora.
[7] Fernand Loriot (1870-1932) maestro di scuola e sindacalista, membro del Partito socialista SFIO, attivo nella minoranza zimmerwaldiana che si oppose all’unione sacra alla quale aderì invece la maggioranza del Partito. Dopo la rivoluzione russa dell’Ottobre 1917, dirige il Comitato per l’adesione alla IIIa Internazionale e dal carcere a cui è stato condannato è uno dei primi firmatari della mozione Cachin-Frossard che, al Congresso di Tours del dicembre 1920 fonda il Partito Comunista Sezione Francese dell’Internazionale Comunista (SFIC). Subito critica della direzione, viene escluso dal PC nel 1924 e collabora alla rivista La Révolution prolétarienne.
[8] Boris Lifschitz detto Souvarine (dal nome di un personaggio del famoso romanzo verista di Emile Zola, Germinal) nacque in Ucraina nel 1895 e morì a Parigi nel 1984. Membro come F. Loriot e Pierre Monatte (vedi note precedenti- del Comitato per l’adesione del Partito socialista alla IIIa Internazionale, aderì al PC (SFIC) dopo il Congresso di Tours e per le sue spiccate qualità politiche occupò importanti incarichi sia nel Partito che nella Internazionale Comunista di cui fu membro del Comitato Esecutivo, del Praesidium e del Segretariato. Vicino alle posizioni di Trotsky, fu espulso dal PC nel 1924 e fondò l’anno successivo la rivista di opposizione “Bulletin Communiste” che venne pubblicata fino al 1933. Si oppose con costanza allo stalinismo e scrisse una biografia di Stalin che uscì nel 1935 e conobbe diverse re-edizioni fino al 1992. Dopo la seconda guerra mondiale divenne un fervido anti-comunista e mise la sua lunga esperienza politica a servizio della pubblicistica borghese e reazionaria.
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