In Iran, dove il regime borghese islamico nel mese di gennaio aveva compiuto il massacro di migliaia di morti proletari, si è abbattuta la guerra scatenata da Stati Uniti ed Israele, col pretesto di indurre un cambio di regime e allo scopo di instaurare la democrazia. Il risultato che otterranno questi briganti sarà soltanto quello di destabilizzare e distruggere ancora di più la vita di milioni di esseri umani appartenuti alla classe proletaria. La guerra in corso non è la nostra guerra, ma è la guerra di tutti gli Stati e delle potenze capitalistiche, a qualsiasi fronte essi appartengano, contro i lavoratori, cioè la classe dei senza riserve. Ma questa non è una novità dato che ogni guerra capitalista e imperialista è una guerra contro il proletariato: o per eliminare la “popolazione in eccesso” e rilanciare l’economia mondiale in crisi, o per annientarlo in quanto “classe pericolosa” per l’ordine borghese.
La Repubblica Islamica, gli Stati Uniti, Israele e tutti gli attori capitalistici che si muovono sul teatro di guerra mediorientale sono invariabilmente nemici comuni del proletariato. Qualsiasi sarà l’esito di questa guerra e qualsiasi saranno le conseguenze, compresa la forma istituzionale che assumerà lo Stato iraniano, il risultato di questo intervento armato, si tradurrà nella distruzione della vita dei lavoratori e per i sopravvissuti nel peggioramento drastico delle loro condizioni di vita e di lavoro. I proletari ed i lavoratori dell’Iran, come di tutti gli Stati coinvolti nel conflitto, non devono aspettarsi interventi salvifici dai guerrafondai imperialisti e non devono nutrire illusioni di sorta circa le virtù taumaturgiche della democrazia borghese.
Gli Stati del capitale, indipendentemente dalle loro forme e dagli schieramenti di appartenenza, usano la guerra come strumento di sopravvivenza nella contesa fra potenze rivali e di controllo del proletariato. In un momento in cui il mondo viene nuovamente travolto dalla violenza, dai bombardamenti e dalla morte, occorre ribadire un’elementare verità: le vere vittime sono sempre i proletari, non certo gli Stati, le ideologie o i confini. Il mondo invece di essere il campo di battaglia della nostra classe, la classe operaia internazionale contro il capitalismo e tutti gli stati nazionali, è diventato sempre di più il palcoscenico della ferocia dei guerrafondai capitalisti che si contendono il predominio globale.
Gli Stati Uniti, l’Europa, la Russia, la Cina, l’India e lo stesso Iran, l’Europa e tutti gli Stati del resto del mondo svolgono il loro ruolo di massacratori con diverse forme di intervento: le loro guerre riguardano la distribuzione del profitto, del potere, della proprietà al fine di proteggere e difendere l’esistenza del capitale facendo scannare fra loro i proletari inquadrati militarmente e schierati su opposti fronti. Questa atroce verità si legge nella storia scritta col sangue di milioni di esseri umani.
La lotta del proletariato non deve parteggiare per uno degli stati belligeranti, in quanto tutti, in qualsiasi forma politica essi si presentino, sono invariabilmente suoi mortali nemici. Il disfattismo contro il proprio stato, l’unità del proletariato internazionale al di sopra di ogni confine, non sono parole al vento, ma gli unici strumenti con cui la classe proletaria può agire contro questo ordine disumano o, al contrario, essere sfidato dal suo potere organizzato. Il proletariato è la classe dalle cui mani scaturisce tutta la produzione sociale e dalla sua attuale temporanea inerzia deriva la sopravvivenza di tutti gli Stati e di tutto il capitale. Il proletariato, solo riappropriandosi della sua forza e organizzandola al fuori dai fronti e dai blocchi nazionali, potrà trasformare la guerra e la pace del capitale cannibale in opportunità per la sua rivolta di classe.
L’atteggiamento opposto è la difesa di uno o l’altro stato-nazione borghese in guerra, sotto la bandiera dell’”antimperialismo” come sostenuto da socialdemocratici, sciovinisti e controrivoluzionari mascherati da “marxisti” e da “anarchici”. Questa posizione “partigiana” e “campista”, difende sempre uno degli stati e dei campi o blocchi imperialisti in guerra.
Siamo a favore della sconfitta di tutti gli Stati nazionali in guerra, o meglio, della trasformazione della guerra imperialista in guerra di classe rivoluzionaria. In breve, questo è il significato del disfattismo rivoluzionario e dell’internazionalismo proletario. La lotta di classe oggi è ancora troppo debole e quando si esprime lo fa in forma caotica, perché emerge dal caos sistemico in cui si trova il capitalismo storico e globale.
Di conseguenza, contraddizione e caos impediscono all’internazionalismo proletario e al disfattismo rivoluzionario di svilupparsi, sia nella pratica che nella teoria. Da un punto di vista pratico sarebbe stato necessario lo sviluppo della lotta del proletariato di Gaza sia contro l’occupazione dell’esercito israeliano sia contro gli apparati armati della borghesia palestinese. Analogamente sarebbe stato necessario assistere a una maggiore estensione della lotta del proletariato in uniforme nel sabotare la guerra al confine russo-ucraino. Da un punto di vista teorico si vedono le diverse posizioni e le polemiche su questi temi tra le minoranze radicali del proletariato internazionale. Nonostante tutte le attuali contraddizioni, complessità e limitazioni di questo caos sistemico, la lotta di classe esiste, le rivolte esistono ed esiste quindi, la necessità e la possibilità di una rivoluzione sociale.
In questo contesto, sosteniamo la lotta del proletariato della regione iraniana contro lo Stato borghese iraniano, la lotta del proletariato americano come quello israeliano contro i loro rispettivi Stati, e così via in tutte le regioni o paesi senza eccezioni. Ai proletari iraniani, i quali hanno già versato un enorme contributo di sangue, diciamo che la loro battaglia non si disperda su obiettivi che non rispondono ai loro interessi di classe come la forma di governo all’interno dell’ordine borghese. La corona, il turbante o l’urna elettorale della liberaldemocrazia sono espressioni di un unico potere determinato alla preservazione dei rapporti capitalistici e la continuazione della schiavitù salariata. Ciò che viene presentato come “transizione”, “salvezza” o “ricostruzione” non è una risposta alla povertà, allo sfruttamento o alla repressione, né un percorso verso la liberazione umana, ma è una manovra per deviare la lotta dal suo vero percorso che deve condurre all’abolizione del lavoro salariato e allo smantellamento dell’ordine capitalista. Qualsiasi affermazione contraria è un inganno o un tradimento.
03-Marzo- 2026
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