La riunione, che ha visto la partecipazione di compagni di diversi Paesi, ha affrontato l’analisi della prima settimana di guerra in Medio Oriente a partire dagli avvenimenti più rilevanti, tentando di dare una spiegazione delle diverse motivazioni che hanno spinto gli Stati Uniti e Israele ad attaccare l’Iran. Se da una parte entrambi i paesi proclamano di volere abbattere il regime di Teheran, nella nostra analisi abbiamo cercato di comprendere quanto, al di là della propaganda, le due potenze imperialistiche che hanno dato inizio alla guerra, seguano ciascuna la propria agenda con finalità diverse. In questo senso anche la risposta militare dell’Iran va interpretata al di là di quel poco che la propaganda del regime di Teheran riesce a filtrare attraverso la coltre mediatica occidentale. Abbiamo ricordato il discorso appena pronunciato del presidente iraniano in cui esponeva le sue scuse “personali” ai paesi del Golfo colpiti nel contrattacco missilistico iraniano. Nel porgere le sue scuse alle monarchie rivierasche del Golfo, Masoud Pezeshkian ha mandato un messaggio apparentemente ambivalente dicendo che gli uomini che in quel momento “difendevano eroicamente il loro paese” hanno agito senza avere ordini dai loro comandanti anche perché molti di loro erano stati uccisi. Abbiamo accennato al fatto che tale messaggio potrebbe essere scaturito dai nuovi equilibri interni alla Repubblica Islamica che, in assenza della figura della Guida Suprema, dopo l’uccisione di Ali Khamenei, vede almeno momentaneamente accresciuta la figura del presidente. Senza addentrarci in analisi dietrologiche dobbiamo riconoscere che gli equilibri politici a Teheran potrebbero cambiare rapidamente e non possiamo escludere né l’adozione di una politica più accondiscendente verso gli Stati Uniti, né il rafforzamento della linea oltranzista dei Pasdaran che sembrano sospinti a giocare la carta della guerra totale dalla minaccia che arreca il conflitto in corso alla loro forte e coesa rete di interessi, che fa di loro un elemento chiave del potere politico ed economico in Iran.  

La riunione si è dunque soffermata proprio sul tema della struttura economica dell’Iran che riteniamo un paese entrato da tempo nella piena maturità capitalistica. Le sanzioni economiche che sono state imposte all’Iran già nel corso del primo anno della Repubblica Islamica, nata nel 1979 dal rovesciamento del regime monarchico, è stato un elemento che ha influenzato in maniera sostanziale le linee di politica economica e di sviluppo industriale del paese. La prevalenza dell’elemento politico religioso musulmano sciita nel processo che ha portato al rovesciamento alla monarchia non è mai stata vista da parte nostra come la manifestazione di un moto feudale o genericamente retrogrado come sarebbe potuto succedere se ci fossimo fermati a prendere atto del carattere effettivamente oscurantista e regressivo della nuova impalcatura istituzionale eretta sulle ceneri del regime dello scià.

Il nuovo assetto degli equilibri interni alla classe dominante borghese non aveva alcuna tendenza a “tornare al feudalesimo”, ma semmai era espressione dell’urgenza di modernizzazione economica di un paese che da lungo tempo aveva dovuto contrastare le ingerenze straniere. La questione militare per noi comunisti non è mai distinta dalla questione economica e allora dobbiamo cercare di comprendere quali sono i presupposti materiali che consentono all’Iran di ingaggiare una guerra dagli effetti devastanti con nemici tanto potenti. 

Lo sviluppo dell’industria iraniana ha assunto forme particolari che vanno fatte risalire in gran parte agli effetti delle sanzioni imposte dapprima dagli Stati Uniti e poi da altri paesi occidentali. Queste sanzioni hanno limitato notevolmente le esportazioni di greggio e di prodotti energetici iraniani e allo stesso tempo hanno impedito l’importazione in Iran di una quota di manufatti industriali capace di soddisfare il fabbisogno nazionale. Ne è derivata una sorta di autarchia economica, di “sviluppo industriale in serra”, come la definisce la nostra corrente, con lo spostamento di una quota significativa di capitali dal settore energetico a quello industriale, dato che il petrolio e il gas oltre certe quantità non potevano essere venduti, mentre si poneva la necessità di sostituire i manufatti di importazione con quelli prodotti dall’industria nazionale. Questi aspetti hanno trasformato il paese il quale ha avuto una crescita industriale notevole anche per soddisfare il fabbisogno di una popolazione cresciuta dai 38 milioni di abitanti del 1979 ai 93 milioni del 2026.

L’economica iraniana per quasi tutti gli anni ’80 fu caratterizzata oltre che da una politica protezionistica imposta dall’esterno, da un forte intervento statale. Tuttavia già nel 1989 il governo deve incominciare a introdurre le prime liberalizzazioni imposte dal Fondo Monetario Internazionale, anche se la prevalenza dell’elemento statale si conserva ancora a lungo prima di rinnovate e più sostanziali svolte verso le privatizzazioni e le nazionalizzazioni. Tuttavia queste svolte sono state accompagnate dalla crescente influenza del corpo militare dei pasdaran che attualmente controlla fette importanti dell’economia e di conseguenza della politica del paese.  

L’industria iraniana ha raggiunto risultati di un certo rilievo se attualmente il paese si colloca a livello mondiale al decimo posto fra i paesi produttori di acciaio (l’Italia è al dodicesimo) con circa 31 milioni di tonnellate nel 2025 e al tredicesimo posto per la produzione di automobili con oltre 1,3 milioni di unità nello stesso anno. Per noi marxisti, quando si deve valutare la potenza economica di un paese, attribuiamo un certo peso ai dati della produzione industriale, mentre riteniamo spesso fuorvianti quelli relativi al Prodotto Interno Lordo. Ad esempio i dati sul Pil nominale calcolato in dollari producono l’impressione che l’Iran sia un paese molto povero. 

Tuttavia le cose cambiano significativamente se oltre ai dati della produzione industriale si vedono anche quelli relativi al PIL pro capite a parità di potere d’acquisto.

Quando si devono spiegare le ondate di rivolte che hanno investito l’Iran a partire dall’ondata di proteste a fine del 2017, si tratta di capire quale è il peso giocato in esse dalla nostra classe. Nella rivolta del dicembre 2017-gennaio 2018 il peso dei lavoratori fu notevole e fece sentire in maniera significativa il peso di un proletariato indocile e combattivo.  

Questo ci induce a tentare di quantificare quale è il peso del proletariato nella società iraniana anche se siamo ben consapevoli dei limiti presentati dai meri dati statistici. Secondo i dati disponibili la popolazione attiva vede una quota assai significativa di lavoratori dell’industria che raggiunge il 33% dei lavoratori occupati, mentre gli addetti all’agricoltura sono il 15% e quelli dei servizi sono il 52%. Dai dati ufficiali si può ricava in maniera piuttosto approssimativa una rappresentazione della consistenza numerica del proletariato iraniano definito da sempre dalla nostra corrente come la massa di coloro che devono vendere la propria forza lavoro per vivere. Sul totale di 25 milioni di occupati 13 milioni lavorano nei servizi, 8,3 milioni nell’industria e 3,7 nell’agricoltura. I salariati in senso proprio in questi settori, sono 8,8 milioni nei servizi, 6,8 milioni nell’industria e 1,4 milioni nell’agricoltura. In tutto i salariati occupati con un regolare contratto di lavoro (per quanto spesso a tempo determinato) sono complessivamente 17 milioni. A questa cifra, che comprende il 68% della forza lavoro, si deve aggiungere la fanteria leggera dell’esercito industriale di riserva, costituito dai circa 5 milioni di immigrati in prevalenza afghani, i quali lavorano spesso in condizioni di precariato assoluto e senza contratto di lavoro. Si calcola che soltanto 700mila lavoratori afghani siano muniti di contratto regolare, mentre il resto lavora e produce senza alcuna tutela contrattuale. Se si considera che complessivamente ci sono almeno 3 milioni di lavoratori immigrati attualmente occupati, sia regolarmente che senza contratto, si raggiunge la cifra di circa 20 milioni di proletari attualmente occupati, ai quali si deve aggiunge la numerosa massa dei disoccupati. Questo ci permette di prendere atto dell’esistenza in Iran di una grande concentrazione di proletari.  

Il ruolo del corpo dei Pasdaran nell’economia del paese è cruciale. Le privatizzazioni hanno sollevato lo Stato dalla gestione diretta di ampi settori dell’economia che comprendono oltre all’industria militare, le grandi opere infrastrutturali e la catena agroalimentare. Nell’ambito dell’edilizia infrastrutturale e dell’industria petrolifera il controllo della forza lavoro precaria e spesso anche irregolare si realizza sotto la forma di un controllo militare asfissiante. Nel corso della riunione è stato fatto notare come questo elemento sia cruciale nel definire i nuovi orizzonti del dispotismo aziendale: l’Iran come anche la Cina e altri paesi sono arrivati a perfezionare un controllo schiacciante sulla classe operaia che risponde meglio alle esigenze attuali del capitalismo senescente al punto da apparire come una formula vincente. Sul piano di questa feroce oppressione del proletariato le borghesie dei paesi economicamente più avanzati appaiono in ritardo, anche se tentano di recuperare inasprendo repressione e militarizzazione della vita sociale. Nel linguaggio informale in Iran è nato il termine Khosolti, un neologismo nato dalla fusione delle parole persiane khosusi (privato) e doulati (statale) che si riferisce alle aziende in cui il controllo statale nella gestione e direzione di impresa si abbina a contratti di lavoro privatistici gestiti spesso per mezzo delle agenzie di lavoro interinale.  
Il nostro sforzo di comprensione della realtà economica e sociale del presente ci offre altre conferme della giustezza dalla nostra tattica di fronte alla guerra borghese: non esiste per noi alcuna possibilità di sostenere una delle parti in lotta, sia essa quella del paese aggredito o quella del paese in lotta contro gli imperialismi più forti. Il nostro posto è soltanto a fianco del proletariato internazionale e del suo ruolo di becchino storico dell’infame sistema sociale del capitale.   

Compito urgente del proletariato internazionale è fermare la guerra borghese e trasformarla in rivoluzione. Per fare questo la classe si deve riappropriare delle armi della critica marxista, dell’invariante dottrina che dal 1848 indica nell’unione della classe operaia mondiale un caposaldo irrinunciabile e nel Partito Comunista Mondiale la sua guida. Disfattismo rivoluzionario e internazionalismo proletario, nessuna alleanza coi partiti borghesi, lotta di classe indipendente, abbattimento violento del regime del capitale.

07 marzo 2026

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