Ricordando la Comune di Parigi

Non si potrà non passare per lo stadio dello scontro frontale fra le classi.

Nel 1870 scoppiò la guerra franco-prussiana che culminò nella esplosione della Comune di Parigi che durò dal marzo al maggio del 1871. La Comune, nelle parole di Marx, rappresentò il punto più alto del movimento operaio organizzato in Europa, e fu il primo governo operaio e di dittatura del proletariato della storia. L’esperimento della Comune, se pure effimero, mostrò all’Europa intera la volontà del proletariato, la sua forza, la sua potenza eversiva. In pochi giorni di dominio sulla capitale assediata dalle truppe prussiane e francesi legate a Versailles, gli operai parigini misero in atto la prima forma di governo socialista: furono sciolti gli organismi repressivi sulla quale i governi precedenti avevano fondato il privilegio del capitale sul lavoro, all’esercito permanente ed alla polizia si sostituì il popolo in armi, vennero confiscati i beni della chiesa, aperti gli istituti di istruzione un tempo riservati solo alla classe dominante. Fu fissato un tetto allo stipendio dei funzionari e dei membri del governo, equiparato a quello degli operai salariati. Venne proibito l’accumulo delle cariche e fu istituita la revocabilità immediata delle stesse in caso di sabotaggi o disfunzioni. Fu vietato il lavoro notturno dei fornai e si proibirono le multe e le deduzioni sul salario dei lavoratori, nelle imprese pubbliche dell’amministrazione ed in quelle private. Vennero soppressi i pagamenti degli affitti per il periodo tra l’ottobre del 1870 e l’aprile del 1871. La Comune obbligò il Monte di pietà a restituire gratuitamente i beni personali e gli strumenti di lavoro pignorati, e decretò l’obbligo di riapertura e funzionamento delle aziende e fabbriche abbandonate dai proprietari.

La Comune non poté che essere un primo glorioso tentativo. Iniziata al termine di una guerra, compressa tra due eserciti pronti ad unirsi per abbatterla, scontò i limiti della sua impreparazione politica organizzativa e militare.

Il primo errore della Comune, avvenne proprio il primo giorno, il 18 marzo, quando il governo di Thiers scappò da Parigi ed il Comitato Centrale della Comune non ordinò di marciare su Versailles sguarnita, né impedì che l’esercito regolare lasciasse Parigi, facendolo ricadere nelle mani istituzionali dei controrivoluzionari versagliesi di Thiers che le usò contro la città. La speranza del Comitato Centrale era quella di trovare un accordo con il governo di Thiers, e ciò secondo Marx rappresentò “il decreto di morte della Comune”. Quella esitazione insieme alla rinuncia di impossessarsi della Banca Centrale di Francia, invece di chiedere prestiti alla stessa, mentre il governo di Versailles continuava ad utilizzarla, furono frutto della impreparazione della guida politica.

Marx attraverso il testo “La guerra civile in Francia”, scritto a caldo durante la rivoluzione e pubblicato un mese dopo, nel giugno del 1871, ne registrò appieno il significato e le sue caratteristiche originali, così come le sue debolezze.

Nel famoso Indirizzo dell’Internazionale del 9 settembre 1870 Marx mise in guardia il proletariato francese contro un’insurrezione intempestiva; ma quando tuttavia essa avvenne (1871) egli salutò con entusiasmo l’iniziativa rivoluzionaria delle masse “che danno l’assalto al cielo” (lettera di Marx a Kugelmann), acquisendone le conquiste politiche e teoriche. Di fronte al proletariato che dava “l’assalto al cielo”, si comportò da consigliere pratico, da partecipante alla lotta delle masse che, nonostante le false teorie dei suoi capi (Blanqui e Proudhon) elevava l’intero movimento proletario ad un livello superiore.

Marx ed Engels avevano ancora chiaro il disastro della rivoluzione del 1848, della lotta sulle strade e delle barricate che avevano forzato il “partito dell’ordine” a danno della classe operaia e dei ceti popolari, per giungere fino all’inganno conclusivo della repubblica presidenziale e poi del colpo di stato del 18 brumaio (2 dicembre 1851) ad opera di Napoleone III. La critica dell’impazienza rivoluzionaria e dei falsi obbiettivi immediati, che sconquassarono e sbaragliarono l’intero movimento operaio con sconfitte continuative e pluridecennali dopo il 1848-49, furono sempre presenti in Marx ed Engels. Quando terminò il periodo delle rivoluzioni del 1848-1849, Marx insorse contro ogni tentativo di giocare con la rivoluzione (Schapper, Willich e lotta contro di essi),

esigendo che si sapesse lavorare nel nuovo periodo, in cui si preparavano, in modo apparentemente “pacifico“, nuove rivoluzioni. Si comprende quindi il loro atteggiamento verso le “velleità” del proletariato parigino del 1870. Ma, di fronte al pronunciamento della volontà ed alle affermazioni di classe del 1871, entrambi si convinsero che il proletariato aveva fatto la sua scelta autonoma, rivoluzionaria, strutturale. Ecco allora il loro sostanziale mutamento di comportamento e la completa adesione all’azione pratica e teorica della Comune. Infatti, pur negli errori e nelle incertezze, nella Parigi di quei giorni si stavano manifestando gli elementi determinanti della unità e della solidarietà di classe. Unità e solidarietà, che hanno agito solo dentro la Comune, senza estendersi sul piano internazionale a livello organizzativo e non soltanto sentimentale. Soltanto una nuova organizzazione (e qui c’era la critica alla Prima Internazionale A.I.L) nazionale ed internazionale avrebbe permesso in futuro di rendere non illusori tentativi rivoluzionari. La solidarietà, secondo Marx si sarebbe dovuta costruire e rassodare attraverso il potenziamento del “partito politico della classe operaia” e mediante l’organizzazione parallela del movimento operaio su scala internazionale.

Marx, Engels, Lenin, Trotskij, trassero “dall’assalto al cielo” dei comunardi parigini, le lezioni durature per la classe operaia mondiale: necessità della guida centralizzata del Partito, presa violenta del potere, dittatura del proletariato, terrore rosso. Nel 1924, quando la Terza Internazionale rischiava di perdere la lucida visione del necessario “scontro fronte a fronte” per inseguire fantasmi di “soluzioni intermedie” che rendessero meno ardua la via per i proletari, la nostra corrente, la Sinistra Comunista Italiana, commemorò con l’articolo che riproduciamo: Dalla Comune alla Terza Internazionale, pubblicato sull’Unità del 29- 3- 1924. Non era solo un articolo commemorativo, ma il richiamo ad una esperienza di lotta che aveva evidenziato gli errori che i rivoluzionari non devono fare, anche e soprattutto in quel periodo così importante che andò dalla rivoluzione russa del 1917, alla Rivoluzione fallita in Germania nel 1919, ai tentativi di insorgenza avvenuti in Italia a cavallo del 1919-20 (Biennio Rosso).

Anche oggi non riproduciamo questo articolo per mera commemorazione, ma per riproporre dentro la vasta mole di movimenti e di rivolte che la crisi economica mondiale sta generalizzando, e che mostra tutti i limiti di un empirismo e spontaneismo privo di pensiero e contingentistico, un metodo che si è cristallizzato attraverso le lezioni delle controrivoluzioni e che è la sola via per trarre la consapevolezza per tutti i proletari di essere classe mondiale, ed essere adeguati a contrapporsi all’enorme potere di questo nemico che si chiama capitalismo. Delegittimandone gli istituti politici e parlamentari, il garantismo illusionista e la maschera democratica per sottrargli infine la forza militare poliziesca con cui si difende nel pieno disprezzo di ogni altra vita.

L’entusiasmo per la spontaneità delle lotte, deve essere sempre accompagnato dalla consapevolezza della loro insufficienza se non è sostenuta da un progetto cosciente del cambiamento sociale. Questo è il frutto di un apparato teorico irrinunciabile e che non si improvvisa, di un programma e di un partito. Le conseguenze catastrofiche dell’assenza del partito e della sua direzione, agli effetti della costituzione del proletariato in classe dominante, ma anche della stessa azione del proletariato come classe, hanno acquisito una lampante evidenza nella Comune, per questo motivo all’articolo del 1924 non abbiamo neppure una virgola da cambiare. Valeva 87 anni fa, vale per oggi.

Testi sulla Comune di Parigi:
  • Marx, La guerra civile in Francia Lenin, La Comune di Parigi Lenin, Stato e rivoluzione
  • Trotskij, Gli insegnamenti della Comune
  • Programma comunista n° 10-11-12 1971, “La Comune fu grande per quello che dovette essere non in ciò che i suoi esponenti vollero che fosse”.
  • L’articolo che riproduciamo si trova anche sul Programma Comunista n°10 del 1969.

Dalla Comune alla III Internazionale

Nel grigio periodo vissuto dal movimento socialista internazionale alla fine del secolo scorso e al principio dell’attuale, di cui solo oggi possiamo misurare l’indeterminatezza e la vacuità della coscienza e della orientazione politica (se pur non abbia mai taciuto anche in quegli anni l’espressione di quella scuola marxista di sinistra a cui ci richiamiamo), non si cessò mai, quasi per forza di inerzia, di celebrare periodicamente l’anniversario della Comune di Parigi, dedicando a questo grande episodio della lotta proletaria articoli e discorsi.

Eppure solo oggi, dopo le pagine memorabili di Lenin, è noto alla massa dei militanti rivoluzionari quello che fu il vero significato della Comune, come è dimostrato che questo significato nella sua grandissima portata storica fu inteso appieno dai maestri del marxismo. Ma l’interpretazione cadde tra le pagine più dimenticate e travisate.

Forse quelle commemorazioni valevano soltanto un omaggio al sacrificio e all’eroismo del proletariato parigino e del suo glorioso stato maggiore nelle giornate terribili del maggio 1871, dettate da sentimentale ammirazione che neppure un avversario potrebbe negare a quella magnifica pagina di storia operaia. Ma non era per nulla chiaro, o era formulato nelle tesi del peggior disfattismo rivoluzionario, l’insegnamento che il movimento socialista doveva trarre dalla sanguinosa esperienza.

L’opportunista ripeteva che Engels aveva detto, dopo la sconfitta dell’insurrezione parigina, che i portati della tecnica militare moderna avevano chiuso per sempre il periodo storico delle barricate e dell’insurrezionalismo. Il riformista considerava quella disfatta come la disfatta definitiva del metodo rivoluzionario, pur dedicando alle vittime di allora le sue lacrime di coccodrillo, e tentava di far credere che la borghesia del 1910 non sarebbe più stata capace di ripetere le gesta di un Thiers, essendo aperta l’era della pacifica evoluzione senza scosse e conflitti, sotto la protezione delle libertà per sempre acquisite all’umana coscienza. L’anarchico, se era coerente nell’esaltare il metodo del combattimento armato e della guerra civile, dipingeva la riscossa e la vittoria futura del proletariato come il costituirsi di tante unità collettive isolate e vagamente federate: le comuni, alla cui piccolezza territoriale avrebbe dovuto, chissà perché, accompagnarsi l’assenza di ogni forma della famigerata Autorità.

Neppure l’altra analoga e tremenda disfatta della «Comune di Pietrogrado» nel 1905, se dette un maggior impulso alla reazione dei veri marxisti contro le degenerazioni revisioniste, e alla rielaborazione del vero programma rivoluzionario del proletariato, portò per le masse socialiste una luce sufficiente su quei problemi vitali del movimento, in cui si riassume la interpretazione della lotta del 1871. Le commemorazioni, che possiamo dire ufficiali, seguitarono a farsi, i luoghi comuni seguitarono a circolare, ma l’equivoco dominò ancora là dove apparentemente prevalevano tendenze di sinistra nei partiti della II Internazionale, anche là dove come reazione alle deduzioni collaborazioniste più spinte del riformismo si era affermato il sindacalismo rivoluzionario tendente ad immedesimarsi, più o meno esattamente, col movimento anarchico.

Ma sopravviene la guerra mondiale, la crisi della II Internazionale e di tutto il movimento proletario; la lotta della sinistra marxista si precisa dinanzi ai saturnali bellici dell’opportunismo; la rielaborazione teorica, nella quale primeggia il partito bolscevico russo, si accompagna alla magnifica rivincita della Comune pietrogradese, ossia alla costituzione dello Stato operaio in Russia: ed il proletariato mondiale può oggi con altro animo commemorare la battaglia di oltre cinquant’anni addietro: non è più il doveroso «onore di pianto» ma la considerazione virile dell’insegnamento di strategia rivoluzionaria che, anche nei loro errori, hanno dato ai vendicatori futuri i martiri comunardi. Non importa se sul terreno della guerra di classe altre sconfitte hanno seguito e possono seguire a quella grandissima e gloriosissima, e se ancora nell’incrociare con l’avversario le armi non metaforiche della rivoluzione il proletariato può sbagliare e cadere battuto; nella sua coscienza esistono ormai i dati per porre chiaramente i termini del problema e questa è una condizione che da sola non basterà mai, ma che, accompagnata all’esistenza di una organizzazione rivoluzionariamente capace, è la premessa indispensabile della rivincita rossa, la base necessaria alla nostra vittoria.

Noi non pretendiamo certo di esporre i dati di questo fondamentale insegnamento, meglio di come può farsi riproducendo e divulgando la critica di Lenin in Stato e Rivoluzione, che a sua volta contiene la sostanza di quanto intorno alla Comune scrissero Marx ed Engels, interpretandone in modo mirabile e divinatore il significato storico rivoluzionario.

Indubbiamente gli stessi militi e capi della Comune non ebbero chiara questa coscienza della portata storica del movimento. Solo la rivoluzione destinata mezzo secolo dopo a cominciare a saldare il conto sanguinoso delle disfatte proletarie, doveva logicamente possedere nel partito che la guidò alla vittoria una chiara coscienza di sé medesima, delle sue origini e dei suoi scopi; e tutto questo, come ogni marxista intende, non è causale coincidenza. Il movimento proletario francese, se difficilmente si è conquistata una chiara coscienza teorica e una organizzazione ben orientata anche in tempi recentissimi, non consisteva allora che in molteplici gruppi politici, più o meno accampati ai margini della ideologia della Grande Rivoluzione borghese, tutti lontani dalla conoscenza, anche limitata, delle direttive del socialismo scientifico, pur già ben tracciate allora dalla dottrina e, in certe parti, penetrata nei programmi della Internazionale dei lavoratori.

Non si può dunque cercare la spiegazione già bella e formulata della Comune nei proclami e negli scritti dei suoi dirigenti; ma questo nulla toglie al valore che per noi assume quel notevolissimo movimento. L’incomprensione di esso noi la rimproveriamo ai partiti proletari dei decenni successivi come gravissima colpa, ma non la rimproveriamo agli attori della grande tragedia, che le necessità della lotta di classe, nel suo procedere posero sulla giusta piattaforma di azione, seppure non muniti di tutto il complesso necessario armamento. Essi rappresentavano quella critica «par les armes» a cui è fatale non possedere le armi ideologiche della critica, ma che non per questo non si presenta come una tappa necessaria dell’avanzata generale e della tormentata esperienza della classe rivoluzionaria.

Consideriamo un bancarottiere della rivoluzione non chi cadde avvolto nella sua bandiera sfortunata, ma chi posteriormente, dal suo tavolino di studioso o dalla tribuna di capo delle folle, non seppe trarre altro da quel sacrificio, che qualche frase di demagogica ammirazione insieme ad un commento disfattista che ricorda la frase sciagurata di Plekhanov dopo il 1905: «Essi non avevano che da non prendere le armi…».

Il fatto quindi che i condottieri della Comune abbiamo qualche volta parlato il linguaggio di patrioti francesi, di repubblicani democratici avanzati, di seguaci della filosofia rivoluzionaria borghese dell’89, e solo a sprazzi abbiano ben proclamato di rappresentare qualcosa che era al di là del patriottismo e della democrazia borghese, abbiano rivendicato il carattere classista della loro battaglia, non toglie nulla alla utilizzazione attuale che fanno i comunisti, sulle tracce di Marx stesso, della colossale esperienza, puramente proletaria e classista, vissuta nelle poche settimane di passione dagli operai di Parigi.

I problemi inerenti alla Comune di Parigi nella sua spiegazione storica sono oggi chiarissimi per i seguaci della dottrina della III Internazionale.

Dalla disfatta militare dello Stato borghese sorge una situazione rivoluzionaria; la classe dirigente cerca di stornarla con un cambiamento di fronte, con «l’abbandono delle forme politiche di destra» e la costituzione di un governo e di un regime che si vanta di sinistra, mettendo la repubblica borghese e plutocratica al posto del II Impero nella Francia del ’70; concedendo una larva di costituzione, come lo zarismo nel 1905; cercando di stabilizzare un regime Miliukov1-Kerenski2 come nella Russia del 1917; fondando sulle rovine del kaiserismo la repubblica socialdemocratica di Novembre, come in Germania nel 1918; e un poco in piccolo, nell’Italia semi-sconfitta in realtà nel 1919, con le manovre di sinistra del nittismo3.

La parte più avanzata delle classi lavoratrici, che intuisce la verità della conclusione teorica fondamentale del marxismo -quella che Federico Engels formulò così: nella più democratica delle repubbliche lo Stato non cessa di essere una macchina per l’oppressione del proletariato, anche al di sopra di tutte le sottigliezze e le valutazioni di forze e congiunture storiche che possono e devono trovar posto tra i problemi della tattica di un partito rivoluzionario, – cerca di «passare oltre», di profittare dell’instabilità del fondamento della macchina statale per ottenere qualcosa di più del cambiamento della facciata esteriore dell’edificio sociale. Questo qualcosa di più non sempre gli operai che hanno imbracciato il fucile e cadono attorno alla bandiera rossa, sanno dire che cosa sia; ma per essi lo dicono Marx e Lenin: è il rovesciamento, la demolizione della macchina statale avversaria, la costituzione della Dittatura del Proletariato, per l’eliminazione del capitalismo e dello sfruttamento dei lavoratori.

Così fanno i proletari di Parigi, proclamando la Comune, così i rivoluzionari russi del 1905 e, dodici anni dopo, i bolscevichi; tanto accadde per la Comune spartachiana a Berlino, non meno grande e non meno sanguinosamente sconfitta nel gennaio 1919, che vide la fine di Liebknecht4 e della Luxemburg; in un certo senso, forse, senza un grande episodio centrale, cerca la stessa via il proletariato italiano del 1919 e del 1920.

Non sempre l’esito è lo stesso, non sempre la mancata vittoria è da attribuirsi agli stessi motivi, ed è sempre molto difficile affermare che una diversa linea di condotta dei rivoluzionari avrebbe cambiato il risultato. E’ sempre cretino, ignominioso e spregevole concludere che non bisognava tentare, che non bisognava azzardare una lotta incerta, che «era meglio» cercare di non andare

«oltre», che era preferibile attraverso abilissime considerazioni tattiche non arrischiare il tutto per tutto e non compromettere quel modesto risultato che si poteva ottenere lasciando la borghesia andare verso sinistra e fermarsi a quelle concessioni che le sarebbero parse sufficienti, perché per tal modo sarebbero rimaste in piedi – come convergono a dire, con parole diverse, gli egualmente infausti nostri unitari e massimalisti – quelle libertà che sarebbero le «condizioni» delle ulteriori vittorie del proletariato.

Solo per la rivoluzione russa noi possiamo registrare l’esito vittorioso del più gigantesco di questi episodi. Per tutti gli altri dobbiamo ricordare l’orgia insolente dei trionfanti nemici, le vittime delle nostre file, gli anni dello smarrimento e del terrore. Nelle forme politiche la borghesia si organizza su di un tipo più o meno di destra, ma procede con la stessa implacabilità verso il proletariato. Da questo punto di vista vale per noi lo stesso che, sulla sconfitta dell’avanguardia rossa, si consolidi il dispotismo di Nicola Romanov o la repubblica forcaiola di Thiers. La faccia suina di un Ebert insulta i nostri morti quanto la grinta semitragica di un Mussolini. Kerensky e Pildudsky5 valgono Zankov e De Rivera6. Per sette od otto anni dopo l’esecuzione di trentamila comunardi, il proletariato francese non riesce più a risollevarsi. Puttaneggia, nella sua vittoria, una repubblica borghese, ma essa non è dissimile, nel trattamento agli operai e ai socialisti, ossia nella difensiva dei cardini del sistema capitalistico di sfruttamento, dal regime del cancelliere Bismark. I problemi teorici inerenti alla Comune sono chiariti per i comunisti odierni. Essa fu il primo effimero Stato operaio, la prima realizzazione storica della Dittatura del proletariato. Basavasi apparentemente su di in suffragio universale applicato alla rappresentanza della Municipalità di Parigi, ma era in effetti il primo esempio di organismo statale centralizzato e classista del proletariato, informato agli stessi caratteri storici della repubblica russa dei Consigli. Tutte le questioni sul centralismo e il federalismo, sull’esercito e la burocrazia, sull’autorità e il terrore rivoluzionario sono esaurite dalle trattazioni di Lenin e degli altri teorici dell’Internazionale Comunista, sulle cui basi deve imperniarsi la nostra propaganda che voglia essere degna commemorazione della Comune parigina.

La via che essa tentò senza trovare altro che una gloriosa sconfitta è stata altre volte tentata, una volta almeno percorsa con successo, dal proletariato. Sotto una certa veste patriottica, La Comune fu un esempio di «disfattismo». Esso fu palese finché restò in piedi l’Impero; meno evidente nelle proclamazioni politiche successive alla sua caduta; ma rimase sostanzialmente il contenuto del movimento. Parliamo qui del programma rivoluzionario che auspica la disfatta militare del paese in cui è agitato, per tentare il suo sforzo. Che la Comune dovesse essere contro la repubblica borghese di Thiers quanto contro lo Stato imperiale e borghese prussiano è cosa evidente; non è contraddittoria l’altra proposta «disfattista» di Engels che si dice facesse tenere ai comunardi un suo piano militare antiprussiano, come non era contraddittoria al disfattismo dei bolscevichi la lotta della repubblica dei Soviet contro gli attentati dell’imperialismo tedesco fino alla sua caduta; lotta al cui valore storico nulla toglie la pace di Brest Litowsk7.

La parola dei «disfattisti» è: volgere la guerra degli Stati borghesi in guerra civile di tutto il proletariato contro la borghesia di tutti i paesi. Quella parola fu ripresa con maggior chiarezza e coscienza durante la grande guerra mondiale. E ben può oggi la III Internazionale ricollegare al ricordo e allo studio di ciò che fu la Comune, la sintesi della storia della lotta proletaria negli ultimi anni: l’opera preminente di Lenin e del partito bolscevico russo, la costituzione della sinistra zimmerwaldiana, la liquidazione dell’Internazionale opportunista, la disfatta trasformata in rivoluzione in Russia, attraverso le tappe memorabili e gloriose del 1917, culminanti con la espulsione da parte delle baionette rosse dell’assemblea parlamentare fra i cui inganni la borghesia voleva impantanare lo sforzo del proletariato per ereditare degnamente il posto della reazione zarista; la costituzione della nuova Internazionale dei partiti comunisti, col suo formidabile bagaglio di restaurazione teoretica, di dispersione di errori, equivoci ed insidie, col diffondersi della sua organizzazione, con l’alterno esito dei suoi attacchi al capitalismo mondiale, con i problemi tuttora scottanti che le pone la difensiva e la controffensiva del mondo borghese che sa di non poter morire senza una lotta di proporzioni colossali.

I trentamila comunardi sul cui sangue si è eretta la Terza Repubblica, la degna repubblica di Poincaré8, stanno ad ammonire il proletariato mondiale e la stessa Internazionale Comunista, in quanto studia le vie di miglior successo alla sua azione e gli sviluppi più convenienti alla sua tattica, che essi caddero sulla via maestra per cui non si potrà non passare.

Qualunque aspetto assuma nel suo evolversi e controevolversi l’organizzazione politica borghese, essa non deporrà mai la sua funzione di impedire l’avanzata proletaria verso il comunismo. Molteplici potranno essere i suoi accorgimenti e le sue manovre, audaci le sue pieghevolezze fino a consegnare i poteri ai Mac Donald9 e ai Vandervelde10, crudamente ostentate le sue aperte brame di tirannide nelle dittature a tipo fascista; ugualmente inevitabile resta lo sbocco del conflitto.

Tutta la tradizione dell’Internazionale rivoluzionaria, nella quale a buon diritto campeggiano le memorie dei martiri antichi e recenti, molti dei quali abbiamo ricordati, nessuno dei quali può dimenticare la classe lavoratrice mondiale, consiste nell’ammonire le masse che non si può non passare per lo stadio dello scontro fronte a fronte, e per la più rapida intensità della preparazione dei mezzi di lotta, ideologici, organizzativi, tecnici, deve essere imperniata sulla necessità di questo momento supremo.

Il proletariato deve essere preparato a non temere, né disperare della riscossa, nei momenti e nei paesi in cui la borghesia sfodera il suo atteggiamento più brutale e gli viene incontro alla più spietata offensiva; come a non dimenticare quando la borghesia stessa si ammanti, per coprire i momenti difficili della difensiva, dei paludamenti di generosità liberale, che questo renderà ugualmente necessario l’impiego senza riserve del solo argomento comprensibile per la canaglia capitalista: la forza materiale.

Se altre sconfitte ci separano dalla finale vittoria, esse non saranno inutili se sapremo utilizzarle, come oggi facciamo con la Comune, a far vivere innanzi agli occhi del proletariato, nella battaglia come nella tregua, nella avanzata più travolgente come nella più straziante ritirata, col ricordo dei martiri, e al di là dello stesso motivo sentimentale che pur ci lega irresistibilmente alla loro memoria, la valutazione fredda e risoluta di tutto quello che ci domanda, e ha diritto di domandarci, la causa della Rivoluzione.

Note

1 Miliukov, Pavel Nikolayevich (1859-1943),organizzatore e leader del partito dei Cadetti. Dopo la Rivoluzione di Febbraio, Milykov divenne Ministro agli affari esteri del Governo Provvisorio. Egli fu un social-sciovinista durante la prima guerra mondiale, e spedì per conto del Governo Provvisorio una lettera agli Alleati affermante che la Russia era pronta a continuare la devastante guerra sino ad una “fine vittoriosa”. Egli venne rimosso dalla sua posizione nell’aprile del 1917, a causa delle dimostrazioni di massa di lavoratori e soldati contro la continuazione della guerra nell’agosto dello stesso anno, Milyukov appoggiò l’opposizione di Kornilov al Governo Provvisorio. A seguito del fallimento di questa opposizione, Milyukov lasciò la Russia, per poi appoggiare l’esercito bianco che la invase l’anno seguente.

2Kerensky Alexander (1882-1970) (anche Kerenski) membro dell’ala destra del Partito dei socialisti-rivoluzionari; fu Primo Ministro del Governo Provvisorio sino alla sua caduta nell’ottobre ’17.

3 Nitti Francesco Saverio (1868-1953), deputato dal 1904, assunse varie cariche ministeriali nel governo Giolitti (1911-14) e in quello Orlando (1917-19) rappresentando l’ala liberale democratico-borghese aperta alla collaborazione socialista; fu Presidente del consiglio e ministro dell’Interno in uno dei periodi più drammatici del dopoguerra (23 giugno 1919 – 15 giugno 1920)

4 Liebknecht Karl (1871-1919) fu il solo deputato del Reichstag che ad opporsi ai crediti di guerra nel 1914, insieme a Rosa Luxemburg furono leader del gruppo internazionale prima e della Lega Spartaco poi; assunsero un ruolo di spicco nelle rivolte di Berlino del 1919; pochi giorni dopo, il 15 gennaio 1919, vennero uccisi dal governo socialdemocratico di Noske.

5 Józef Klemens Piłdudski, capo delle forze armate polacche e dittatore (1926-1935) della seconda Repubblica Polacca.

6 Miguel Primo de Rivera y Orbaneja (Jerez de la Frontera, 8 gennaio 1870 – Parigi, 16 marzo 1930) è stato un militare e politico spagnolo. Governò la Spagna come dittatore dal 15 settembre 1923 al 30 gennaio 1930.

7 Pace di Brest-Litovsk, (3 marzo 1918). Trattato di pace separata che, nella città al confine con la Polonia, la Russia rivoluzionaria firmò con Germania, Austria – Ungheria e loro alleati, uscendo così dalla Prima guerra mondiale. Il governo bolscevico per difendere la rivoluzione accettò notevoli perdite territoriali. Dopo la guerra i sovietici e l’Intesa non riconobbero il trattato.

8 Raymond Poincaré (Bar-le-Duc, 20 agosto 1860 – Parigi, 15 ottobre 1934) è stato un politico francese. Fu Presidente della Repubblica francese durante la prima guerra mondiale e in seguito primo ministro

9 MacDonald, James Ramsay (1866-1937), nato a Lossiemouth, Inghilterra, divenne famoso come propagandista di idee socialiste e nel 1893, fondò l’Independent Labour Party (di cui rimase membro fino al 1930). Nel 1922 divenne leader dell’opposizione per poi assumere la carica di Primo Ministro e Segretario agli Esteri nel 1924 nel primo Governo laburista (che governò grazie all’appoggio dei liberali). Tanto la sua politica interna quanto quella estera furono ispirate al liberalismo capitalista, combinando una politica interna di riarmamento con approccio “amichevole” Affrontò la crisi capitalistica favorendo l’alleanza di una minoranza di destra delpartito laburista con i Conservatori sulla base di un programma di politica economica che le classi lavoratrici avrebbero pagato a caro prezzo. Fu ancora Primo Ministro nel fino al 1935.

10 Vandervelde, Emile (1866-1938), socialdemocratico riformista belga. Nel 1929 divenne presidente della II Internazionale.

L’Unità, 29 marzo 1924

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