La crisi siriana tra scontro sociale e giochi imperialistici

La crisi siriana tra scontro sociale e giochi imperialistici

Premessa

L’interminabile guerra civile siriana, ormai nel terzo anno di svolgimento, ha attirato la curiosità di molti analisti, politologi e giornalisti, i quali, con diverse sfumature, hanno scritto e dissertato sulla natura complessa delle attuali vicende siriane, rimarcando gli aspetti interni e internazionali all’origine della presente situazione. Ritrovare una linea d’analisi realisticamente fondata, e quindi in definitiva marxista, non è invece molto frequente; prevalendo, viceversa, le interpretazioni ideologiche e le versioni funzionali al sostegno degli interessi di una certa frazione imperialistica al posto di un’altra. In questo magma di versioni mistificatorie dei fatti, ritroviamo un uso abbondante di termini civetta come democrazia, diritti umani e libertà, soprattutto da parte dei sostenitori degli interessi americani, europei e sauditi, mentre le parole chiave terrorismo islamico, ingerenza imperialista e minaccia all’indipendenza nazionale, sono usate in prevalenza da chi parteggia con le ragioni di Russia, Cina, Iran, Brasile e India. Le convulsioni della società siriana sono quindi caratterizzate da una cornice internazionale eterogenea, in cui si manifesta, peraltro, la classica concorrenza fra potenze imperialiste per spartirsi una preda gustosa. Tuttavia, dal nostro punto di vista, rivestono altrettanta importanza le dinamiche interne, i punti di criticità sociale che hanno spinto inizialmente parte del proletariato e della popolazione impoverita a ribellarsi al regime capitalistico di Assad. In una fase iniziale, infatti, le motivazioni di classe sono la molla decisiva della rivolta, proprio com’è accaduto negli altri paesi del nord-africa (Egitto, Tunisia, Libia), mentre in seguito, in assenza di un’autonoma capacità di esprimere una forza organizzata di difesa e lotta politico-economica rivoluzionaria, ritornano, sotto nuovi travestimenti, gli stessi interessi capitalistici riemersi anche negli altri paesi. Dei regimi politici, variamente oscillanti fra islamismo e culto delle libertà politico-parlamentari borghesi, si sostituiscono alle vecchie e inefficienti dittature semipersonali del passato, anche se l’oppressione reale, quella capitalistica all’origine delle prime rivolte sociali, permane intatta e inviolata. Secondo il vecchio modo di dire: sono cambiati i suonatori ma la musica è sempre la stessa. Il presente tentativo di analisi si articola in tre momenti: in primo luogo, una breve descrizione del ruolo funzionale giocato dalla Siria nelle vicende storiche del capitalismo mediorientale, almeno dagli inizi degli anni settanta. In secondo luogo, una descrizione delle condizioni economico-sociali che hanno spinto inizialmente larghi strati sociali verso la protesta e la rivolta aperta al regime capitalistico dominante. In terzo luogo, una ricognizione generale sui divergenti interessi imperialistici che si addensano sull’area, quindi non solo sulla Siria, al fine di tracciare delle previsioni con un certo grado di attendibilità.

Prima parte: la Siria dagli anni 70 a oggi, ambizione e subordinazione.

Nel novembre del 1970 inizia la saga familiare degli Assad, con l’arrivo al potere di Hafez el Assad, in sinistra concomitanza con il settembre nero e le tragiche vicende di repressione svoltesi in Giordania a danno dei palestinesi. Il nuovo regime siriano incarna la vittoria di quella frazione del partito Baas particolarmente sensibile agli interessi della borghesia commerciale a forte insediamento urbano, concentrata principalmente a Damasco. Assad e una parte rilevante dei militari siriani del ‘nuovo corso’ appartiene alla minoranza religiosa alauita, circa il 10% della popolazione del paese (considerata eretica da vari esponenti religiosi della maggioranza sunnita). Tale circostanza spiega il favore che è tuttora riservato al regime da una parte di questa minoranza. Agli inizi degli anni 70 il regime fondato sul braccio politico del partito baas, di là dalle vaghe aspirazioni ideologiche verso un improbabile socialismo panarabo, cerca nei fatti di modernizzare capitalisticamente l’economia siriana, con una politica economica d’intervento statale finalizzata allo sviluppo di una struttura industriale autoctona, la successiva riduzione delle importazioni al fine di ridurre l’indebitamento con i creditori internazionali, e la restituzione ai privati di beni precedentemente nazionalizzati. Tale politica economica determinò il ritorno di una buona parte dei capitali fuggiti all’estero, un peso crescente del settore economico privato, e di converso un aumento degli investimenti di capitali stranieri nel panorama produttivo siriano. Dietro la facciata del nazionalismo arabo, la dirigenza politica siriana inquadrata nel partito baas, con l’appoggio sostanziale dell’opposizione del Fronte Nazionale Progressista (‘comunisti’, socialisti arabi, nasseriani), si mette quindi al servizio di un processo di modernizzazione del sistema economico capitalistico, e nel frattempo persegue una politica delle alleanze internazionali eclettica e pragmatica. Nell’’ottobre del 1973 la Siria partecipa, insieme all’Egitto, alla guerra contro Israele, e nonostante la sconfitta subita e il rifiuto della pace, riesce comunque a riprendere il percorso di rinnovamento dell’economia grazie ai finanziamenti dei petrodollari dei paesi del golfo. Nel 1975 la crisi mondiale dell’economia capitalistica si riverbera anche sul piccolo spazio economico siriano, producendo un arresto dei processi di modernizzazione industriale e il concomitante dissolvimento dei finanziamenti provenienti dall’Arabia Saudita e dagli altri paesi del golfo persico. Questa situazione determina una serie di manifestazioni di protesta – spesso soffocate in modo sanguinoso – nelle principali città siriane come Hama, Aleppo e Homs, a dimostrazione della lunga tradizione di esperienze repressive dell’apparato statale siriano ( che si prolunga fino alle vicende recenti, oltretutto negli stessi luoghi coinvolti nelle violente repressioni del passato ). Il primo giugno del 1976 l’esercito siriano interviene in Libano, in veste di apparente pacificatore della guerra civile scoppiata fra palestinesi e falangisti cristiano-maroniti, impedendo nei fatti la vittoria della parte palestinese e consentendo la successiva strage di Tall el Zatar, dove, dopo cinquantadue giorni di combattimento, furono massacrati oltre 3000 civili inermi. In quell’occasione la vittoria palestinese avrebbe destabilizzato gli equilibri di potere imperialisti dell’area, l’intervento siriano fu quindi provvidenziale e implicitamente avallato in alto loco. Nei momenti cruciali, infatti, come in precedenza osservato nella storia della comune di Parigi, e a Varsavia nell’’agosto del 1944, la borghesia mette da parte momentaneamente le divergenze di carattere nazionale, per soffocare sul nascere i moti rivoluzionari del proletariato internazionale. Complotti e accordi sotterranei uniscono sempre le varie borghesie nazionali, quando si tratta di spezzare le reni al proletariato rivoluzionario: infatti, la tendenza storica alla difesa del regime borghese, prevale regolarmente su ogni altra questione particolare. La vicenda di Tall el Zatar dimostrò ampiamente, di là dalle menzogne propagandistiche ufficiali, la funzione subordinata della politica siriana – in certi momenti determinati – agli interessi imperialistici degli americani, degli israeliani e degli altri regimi borghesi locali. Parimenti non è opportuno dimenticare il filo doppio che ha legato e lega la Siria agli interessi dello stato sovietico prima, e dell’attuale federazione russa oggi, segno dell’esigenza permanente di un utilitaristico barcamenarsi fra le potenze capitalistiche, ai fini del proprio migliore tornaconto. La presenza militare siriana in Libano, avallata dalla congiura antiproletaria di cui abbiamo parlato in precedenza, durerà quasi trent’anni, favorendo i traffici della borghesia legata al commercio: tuttavia, il dispiegamento di un dispositivo militare permanente nella valle di bekaa, comporterà dei costi crescenti, che incideranno negativamente sull’economia e sulla politica interna del paese. Ricordiamo, a titolo di cronaca, come negli anni 80, proprio da alcune rampe missilistiche operative nella valle della bekaa partì un attacco che abbatté in volo alcuni modernissimi caccia israeliani, con successive minacce di rappresaglia di Israele sulla città di Damasco. In quegli anni l’esercito siriano era rifornito con continuità di materiale bellico e sistemi d’arma – in certi casi moderni ed efficaci – da parte dello stato sovietico, il quale manteneva inoltre stuoli d’istruttori militari nella zona, allo scopo di addestrare e controllare gli eserciti dei propri alleati, e ottenere inoltre informazioni dirette sulle forze imperialiste avversarie. Ritorniamo alle costanti repressive dello stato siriano, spostandoci avanti di qualche anno, e arrivando così al periodo a cavallo fra il 1979 e il 1980. Proprio in quest’arco di tempo si verifica un’ulteriore sequenza di episodi repressivi nella città commerciale di Aleppo, a seguito delle rivolte scatenate dalla morte di un capo religioso. In realtà il regime capitalista siriano si scontra con il malcontento causato dall’impoverimento, e dalle crescenti difficoltà economiche, di parti consistenti della società. Nel febbraio del 1982, a Hama, il copione si ripete, e i rivoltosi occupano gli edifici pubblici e prendono d’assalto i posti di polizia, causando il successivo intervento in forze dell’esercito e il successivo bagno di sangue (i morti stimati ammontano questa volta a 25.000). In quell’occasione nessuna voce internazionale si levò per condannare i metodi del regime, perché allora, evidentemente, la Siria svolgeva un ruolo di gendarme locale che tornava utile a certi equilibri imperialistici contingenti. D’altronde la rivolta di Hama nasceva, in ultima istanza, da divisioni interne alla borghesia siriana, ed esprimeva il contrasto tra le grandi famiglie industriali urbane sunnite, e i ceti sociali inseriti nell’’apparato statale-militare: questo contrasto d’interessi reali assumerà poi una coloritura di carattere religioso, alimentando il mito ricorrente dell’estremismo islamico come causa delle rivolte delle masse arabe ai regimi laicisti. Bisogna riconoscere, tuttavia, che nel contesto storico-sociale mediorientale, il fattore religioso ha effettivamente sostituito – da più di un decennio – il fattore nazionale nel ruolo di principale forza ideologica di occultamento della realtà sociale, funzionale, in definitiva, alla conservazione del dominio di classe borghese. Anche nel caso della rivolta di Hama alcune frazioni della borghesia siriana, danneggiate in precedenza dalla politica economica del regime, tentarono di usare l’ideologia religiosa per sfruttare a loro favore il malcontento sociale di strati piccolo borghesi impoveriti e di sottoproletariato urbano. Negli anni ottanta, di pari passo con l’incedere della repressione dei conflitti interni alla classe borghese dominante, il regime baatista rivolge le sue attenzioni soprattutto al proletariato urbano, inasprendo le norme che vietano la libertà di costituire organizzazioni politiche e sindacali autonome, e infine la libertà di manifestazione e di sciopero. Il proletariato, in tali circostanze, non potendo organizzarsi in una forza politica apertamente anticapitalista, canalizza sporadicamente il suo malcontento nel filone islamista radicale, il quale si ritrova, al di là del suo contenuto reazionario, a fungere da valvola di sfogo illusoria della protesta sociale incalzante. Il regime borghese di Damasco è costretto, di conseguenza, a reprimere il proletariato sia nelle sue possibilità di organizzazione autonoma comunista, sia nelle manifestazioni derivate islamiste, quando queste ultime cessino di essere una compensazione immaginaria ai problemi della condizione proletaria, per sfociare in una minaccia reale alla continuità del regime politico baatista (non certo in una minaccia al regime capitalista, di cui il baatismo è solo una variante amministrativa). Alla fine degli anni ottanta lo stato siriano è tecnicamente fallito, infatti, la mole di spese militari, accoppiata alla corruzione imperante nell’’apparato burocratico, ha dilapidato rapidamente le risorse economico-finanziarie del paese. Il regime è costretto a ricorrere ai finanziamenti del fondo monetario internazionale, cambiando per l’ennesima volta lo schieramento imperialista cui subordinarsi e offrire i propri servigi (per ottenerne poi un tornaconto). Stavolta è la partecipazione alla prima guerra del golfo, a fianco della coalizione guidata dall’America del presidente Bush senior, ad aprire di nuovo alla Siria le casse dei paesi del golfo, consentendo un rilancio dell’economia e lo sviluppo stabile delle attività di produzione petrolifera (divenuta nei primi anni novanta la principale fonte di esportazioni siriane). L’avvicinamento al campo imperialista americano, tuttavia, preclude per molti anni le regolari forniture militari russe al regime baatista: il quale, d’altro canto, cerca di ridurre le spese militari, sia per scopi di stabilizzazione e pareggio di bilancio, sia per la persuasione che l’area mediorientale sia entrata in una fase meno pericolosa e conflittuale dal punto di vista bellico. Tale persuasione si rivelerà errata, e infine il regime siriano, anche a causa dell’effimera crescita economica interrottasi nel 1997 in seguito al crollo del prezzo del petrolio, dovrà ritornare alle vecchie frequentazioni di un tempo incentrate sul grande ‘amico’ e protettore russo. Nel 2000, con la morte di Assad padre, sale al potere il figlio Bachar el Assad, il quale non ostacola un certo processo di liberalizzazione politica, nella convinzione che i tempi siano maturi per dare un involucro democratico al capitalismo siriano, così come accade in prevalenza nei paesi europei. L’esperimento non dura molto, poiché le contraddizioni sociali interne non permettono di usare i metodi democratici, e il regime si vede costretto a tornare alle vecchie ricette basate sulla repressione violenta dei proletari e delle forze politiche che ne rappresentano gli interessi. L’Europa chiude un occhio, essendo interessata fondamentalmente alle ‘riforme’ economiche del regime, in altre parole alla possibilità di terminare affari vantaggiosi attraverso investimenti nel settore delle risorse petrolifere presenti nel paese. In modo particolare è Chirac, nel campo europeo, a farsi portavoce e difensore del giovane Assad presso le altre potenze capitalistiche europee, avendo la Francia, attraverso l’azienda Total, delle mire ambiziose nello sfruttamento di un ricco giacimento petrolifero siriano. Tuttavia i progetti francesi resteranno nel limbo delle pie intenzioni, poiché le liberalizzazioni economiche e l’apertura ai capitali stranieri saranno utilizzate a proprio vantaggio dalla borghesia siriana, e l’autorizzazione per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi non sarà mai concessa alla Total francese. Come risposta l’imperialismo francese cercherà di colpire gli interessi siriani in Libano, proponendo la privatizzazione del porto di Beirut e il ritiro delle truppe siriane dal paese dei cedri. L’assassinio del primo ministro libanese Hariri nel 2005, amico personale di Chirac e intrecciato a doppio filo con la monarchia saudita, può essere visto come una circostanza momentaneamente favorevole per gli interessi siriani, ma anche in questo caso si tratta di una vittoria di Pirro, poiché dopo qualche anno l’esercito del regime di Damasco, sotto le pressioni saudite, americane ed europee, dovrà in ogni modo ritirarsi dal Libano (perdendo così l’influenza politica e i vantaggi economici che derivavano dalla sua occupazione). Siamo ormai in anni recenti e la Siria mantiene il sistema di alleanze con la Russia e l’Iran: la prima ottiene con la base navale di Tartus l’unico sbocco militare sul mediterraneo, il quale rappresenta un valido caposaldo per fronteggiare la presenza americana nell’’area, l’Iran, invece, attraverso il ponte territoriale con l’Irak sciita, entra in contatto diretto con i confini siriani, e quindi ottiene uno sbocco per i propri commerci sui porti del mare mediterraneo. D’altronde i porti siriani svolgono da sempre un’importante funzione di raccordo per il commercio fra l’Asia e L’Europa. Attualmente questi porti sono utilizzati principalmente come terminali degli oleodotti che fanno affluire il petrolio e il gas dei giacimenti siriani verso i punti di vendita, e inoltre consentono a una parte del petrolio irakeno di trovare sbocchi commerciali. Da tali circostanze si deducono le ragioni di reciproco interesse che sottostanno alle attuali alleanze siriane, in modo particolare con la Russia di Putin che svolge, come spesso in passato, un importante ruolo di fornitura di materiale bellico e di dissuasione verso gli eventuali interventi umanitari americani ed europei. Ricordiamo, in questo senso, che solo nel 2010 Mosca ha avuto un interscambio commerciale con la Siria – rappresentato da forniture militari e investimenti di capitali – vicino ai venti miliardi di dollari, e inoltre ha chiaramente ammonito il blocco imperialista avversario dall’intraprendere azioni militari, per allargare la propria influenza nell’’area, sotto il solito pretesto dell’intervento umanitario. In definitiva tali eventi dimostrano anche il nuovo peso internazionale di Mosca, la quale, inserendosi nella situazione determinatasi dopo gli insuccessi e le difficoltà politico-militari americane in Afghanistan, Irak e Libia, è tornata a fronteggiare con decisione – così com’è accaduto durante la recente guerra con la Georgia – i tentativi d’intervento dell’imperialismo avversario. Riassumendo brevemente, possiamo affermare che ci sono almeno due costanti nella politica siriana interna e internazionale analizzata: nel campo interno il regime baatista ha periodicamente usato la repressione violenta per soffocare il proletariato siriano, nell’’incapacità di attuare una politica economica di crescita con conseguente distribuzione di reddito agli strati sociali più poveri. Nel campo internazionale ha realizzato le proprie ambizioni di potenza regionale subordinandosi, di volta in volta, allo schieramento imperialista che in quel momento era più in sintonia con i propri interessi nazionali.

Seconda parte: le condizioni di vita proletarie in Siria prima dello scoppio della guerra.

La popolazione siriana ammonta a ventidue milioni di abitanti, di cui la metà è concentrata nelle città.
Il tasso demografico di crescita si aggira intorno al 3%, in linea con l’incremento registrato negli altri paesi del nord-africa. Abbiamo accennato in precedenza ai musulmani alauiti, una corrente religiosa molto presente dentro il sistema di potere siriano, tuttavia il suo peso numerico non supera il 10%, sono i sunniti, infatti, a fare la parte del leone dal punto di vista quantitativo, con il loro 75%. Il restante peso percentuale è ripartito fra la componente drusa e la componente cristiana. Essendo i sunniti, la parte maggioritaria della popolazione, è chiaro il motivo per cui rappresentano il grosso del variegato esercito in lotta contro il regime. Tuttavia, anche le altre appartenenze confessionali sono presenti nel campo dell’opposizione armata, poiché la povertà è un fenomeno che attraversa la società nel suo complesso, e gli scontri iniziali sono stati innescati dalle condizioni di sfruttamento e dalla crescente disoccupazione del proletariato, senza distinzione di fede.
L’esposizione di alcuni sintetici dati economici può fare da supporto a questa interpretazione: il tasso di disoccupazione dei giovani, secondo le statistiche ufficiali, si aggira intorno al 20%, tuttavia è arduo credere a questa stima ‘prudenziale’, il numero di giovani e meno giovani disoccupati o precari, in realtà, è verosimilmente quantificabile fra i tre e i quattro milioni di unità, cioè fra il 25% e il 30% della popolazione in grado di lavorare.
La Siria deriva parte rilevante del suo PIL dalle esportazioni di petrolio (circa il 70%), il resto del commercio estero è rappresentato da esportazioni di cotone, tessuti, frutta e verdura. Dall’inizio del conflitto interno il volume delle vendite di prodotti ad acquirenti esteri è calato drasticamente del 48%, una parte cospicua dei capitali internazionali è stata ritirata, e anche l’eventuale nuova tornata d’investimenti sostitutivi, provenienti dall’estero, è diventata una remota possibilità. Questi fenomeni economici hanno ridotto in modo consistente le fonti di reddito dell’economia del paese, già da molti anni incerte e precarie, aggravando le difficoltà e il malessere sociale di larghi strati della popolazione. Un quadro macro-economico del paese evidenzia un settore terziario (servizi e amministrazione) pari al 50% del totale, il settore secondario occupa circa il 30%, mentre il primario, il restante 20%. Da questa ripartizione si evince che una buona metà della forza lavoro è occupata nel settore terziario, e anche se il dato non è ai livelli percentuali dei paesi capitalisticamente più avanzati, rappresenta comunque un segno del percorso di modernizzazione economica intrapreso da vari decenni. Una descrizione in divenire, prospettica e dinamica, della situazione economica siriana ci rivela altri dati importanti: alla fine degli anni novanta il pil siriano era mediamente di circa 43 miliardi di dollari annui, dopo una decina di anni il pil si attesta intorno ai 108 miliardi di dollari, rivelando un tasso di crescita medio annuo del 14% dal 2000 al 2010. Abbiamo prima posto l’accento sull’attuale fuga di capitali esteri dalla Siria, ebbene, il notevole tasso di crescita dell’economia siriana, nel primo decennio del nuovo millennio, è proprio dovuto all’afflusso d’investimenti internazionali: poiché il sistema economico globale ha prodotto incessantemente un surplus di capitali, in cerca di valorizzazione in ogni luogo della terra. Negli anni appena precedenti all’attuale conflitto, l’apporto di capitale estero nell’’economia siriana ammontava a oltre un terzo del pil, dimostrando inequivocabilmente la forza degli investimenti internazionali nella crescita verificatasi nel decennio 2000-2010. Negli anni novanta, il peso percentuale delle attività economiche finanziate da capitale estero, non superava il 10% del totale, nel decennio successivo assistiamo invece al triplicarsi di questo importante fattore di finanziamento e investimento. Abbiamo osservato, in precedenza, che il petrolio rappresenta quasi il 70% delle esportazioni di prodotti siriani verso l’estero, il dato è sconcertante se si pensa all’embargo internazionale esistente verso i prodotti siriani, tuttavia i fatti ci dicono che la Siria vende il petrolio a paesi a loro volta produttori come l’Iran, l’Arabia Saudita, il Venezuela e la Russia, i quali poi rivendono il prodotto ai paesi che aderiscono all’embargo, che in questo modo non violano formalmente il divieto di rapporti commerciali diretti. La crescita economica è stata accompagnata da una crescita demografica, come prima accennato, e da un’impennata dell’inflazione che ha depotenziato il valore dei salari erogati alla forza-lavoro: in definitiva questi due fenomeni hanno vanificato, nel lungo periodo, gli effetti positivi della crescita economica, almeno nel campo della classe proletaria. I beneficiari ultimi dei positivi aumenti di pil del decennio 2000-2010, sono da ricercare fra gli strati privilegiati della società, soprattutto nella borghesia parassitaria innervata nell’’apparato amministrativo-militare dello stato siriano. Questa parte di borghesia parassitaria, probabilmente minoritaria dentro la stessa classe borghese, non ha minimamente reinvestito i profitti arrivatigli nelle tasche, i quali sono stati impiegati in consumi voluttuari e improduttivi. Tale circostanza ha certamente contribuito a determinare il successivo dissesto economico generale, e le successive ondate di proteste popolari. Infatti, il settore petrolifero, che avrebbe avuto bisogno di nuovi investimenti tecnologici, ha segnato il passo, scendendo dalla produzione di 582.000 barili giornalieri del 1996, ai 393.000 barili al giorno del 2007.
Si comprende, a questo punto, il motivo per cui anche frazioni della borghesia dei commerci e degli affari hanno partecipato e partecipano, in modo vario, al movimento di opposizione al regime baatista. Le difficoltà economiche, i bassi salari, la disoccupazione e l’inflazione hanno colpito soprattutto il proletariato, come detto in partenza, aggravando in modo drammatico le sue condizioni di vita e la stessa possibilità di alimentarsi e di sopravvivere. Di fronte ai concomitanti privilegi della minoranza borghese, terminale privilegiato dei profitti derivanti dalla crescita del decennio precedente, la rivolta sociale è scoppiata in modo rabbioso e inevitabile, protraendosi tuttora nelle forme storicamente condizionate dai rapporti di forza interni e internazionali, e dal grado di coscienza e di organizzazione autonoma del proletariato siriano .

Parte terza: Siria 2013, una partita a scacchi sulla pelle del proletariato

Abbiamo constatato in precedenza che la Siria occupa un posto di rilevanza strategica nel quadro mediorientale, sia dal punto di vista del confronto militare fra schieramenti imperialisti (base navale di Tartus), sia per l’importanza commerciale dei porti siriani come terminale di sbocco nel mediterraneo dei prodotti irakeni e iraniani. La Siria ha anche svolto, negli ultimi anni, la funzione di canale di collegamento fra la componente sciita libanese (spina nel fianco di Israele) e il regime di Teheran, consentendo, sul proprio territorio, il passaggio di armamenti iraniani diretti alla combattiva milizia sciita. Ricordiamo come questa milizia abbia efficacemente contrastato, appena pochi anni addietro, l’ennesima spedizione punitiva di Israele nel territorio libanese, infliggendo per la prima volta cospicue perdite in uomini, elicotteri e moderni mezzi corazzati all’esercito invasore. In quell’occasione Israele, incapace di prevalere in modo netto sulla guerriglia sciita (armata da Teheran con moderni sistemi di missili anticarro), ha scatenato una rappresaglia aerea sulle città libanesi a maggioranza sciita, non ottenendo comunque dei vantaggi bellici rilevanti. Alla fine il conflitto, e il persistente lancio di missili sulle città di confine israeliane, è stato bloccato dall’invio di una forza d’interposizione sotto l’egida dell’onu. Come appurato in precedenza, la Siria si ritrova da molti anni a giocare la sua partita con l’aiuto interessato di potenze come la Russia, l’Iran e la Cina. L’America ha invece interesse a destabilizzare questi rapporti, e quindi soffia sul fuoco della rivolta, allo scopo di togliere ai russi la base di Tartus, e soprattutto di interrompere l’accesso alle fonti energetiche arabe da parte dei cinesi, complottando per disarticolare la catena politico-militare che collega Beirut, Damasco, Bagdad e Teheran. L’obiettivo strategico degli americani è quindi quello di impedire al principale rivale economico, la Cina, di accedere facilmente alle risorse petrolifere arabe, nella persuasione di contenere la crescita di questo paese e di bloccare le ambizioni di dominio globale dello schieramento imperialista concorrente. Dagli anni settanta la Siria ha spregiudicatamente perseguito i propri interessi nazionali, subordinandosi di volta in volta a gruppi imperialisti differenti, ma ormai da dieci anni il suo gioco è pienamente inserito nello schieramento ‘orientale’, di conseguenza, essendo un’importante pedina di questa fazione capitalista, non può essere abbandonata, da suddetta fazione, al solito intervento ‘umanitario’ dei paesi europei e dell’America (come viceversa accaduto per la Libia). Un particolare poco noto, risalente ai primi giorni di dicembre 2012, dovrebbe far riflettere sulla serietà dello scontro interimperialista in corso e sull’avventurismo degli attori coinvolti. Agli inizi di dicembre, quindi, è accaduto che una squadra navale americana, guidata dalla portaerei Eisenhower, si è portata davanti alle coste siriane, pronta a sferrare un attacco congiunto con il coinvolgimento della Turchia, della Francia, della solita Gran Bretagna, di Israele e di qualche paese arabo volenteroso. Tuttavia l’attacco è stato sospeso, probabilmente per la minaccia reale di rappresaglie militari da parte delle forze russe presenti nell’’area, già coinvolte direttamente, attraverso i propri istruttori militari, negli scontri con la guerriglia anti-regime. Gli scenari del grande gioco imperialista sulla Siria e sulle spalle del proletariato siriano, inizialmente ribellatosi a condizioni di vita insostenibili, presentano quindi delle possibilità di sviluppo e di allargamento inquietante, prefigurando eventi catastrofici di portata enorme. Come affermato e ripetuto da lungo tempo, solo una rivoluzione comunista potrebbe rovesciare i giochi distruttivi delle potenze capitalistiche regionali e mondiali, mettendo in scacco l’imperialismo e il massacro di proletari prevedibilmente susseguente a una nuova guerra fra banditi capitalisti.

Parte quarta: approfondimento delle difficoltà egemoniche del capitalismo statunitense alla luce delle vicende siriane

Mentre vengono scritte queste righe continua il folle mattatoio nei territori siriani: esercito regolare contro ribelli di diverse tendenze, popolazione civile allo sbando e costretta fuggire dal teatro degli scontri per evitare la morte e la violenza. Centinaia di migliaia di profughi nelle aree di confine con le nazioni circostanti, ulteriore impoverimento delle fasce più deboli della popolazione, tutto quest’enorme carico di sofferenza per una rivolta dalle prospettive politiche ambigue, incerte, segnata dal fondamentalismo islamico e dal democratismo laicista. Un’insurrezione ancora incapace di proporsi una meta rivoluzionaria classista e proletaria, segno della perdurante potenza dei condizionamenti del sistema capitalistico fin dentro lo sfacelo sociale prodotto dalla sua crisi economica globale. Abbiamo, nelle pagine precedenti, sviluppato un tentativo d’analisi dei fattori storico-sociali (interni ed esterni) che condizionano l’attuale situazione siriana, in tale analisi emergeva il ruolo chiave della contesa fra blocchi imperialistici e la duttilità pragmatica della borghesia siriana nello sfruttare a proprio vantaggio, alternativamente, i favori dei vari contendenti.
Dopo l’episodio relativo all’uso di armi chimiche in un quartiere periferico di Damasco, si è prefigurato un nuovo scenario di opzioni e possibilità di intervento per il blocco imperialista ruotante intorno agli USA, lestamente pronto, insieme alla Francia, alla Turchia, all’Inghilterra e all’Arabia Saudita, a sfruttare quell’episodio per insidiare la presenza russa, iraniana e cinese in quel teatro dello scacchiere mondiale. Per vari giorni i mezzi di comunicazione hanno diffuso le dichiarazioni di Obama e degli altri statisti suoi compagni di merenda, intenzionati a ripristinare la cosiddetta legalità internazionale violata dal perfido dittatore siriano, inoltre, gli stessi mezzi di comunicazione, si sono scatenati nella ridda di ipotesi relative alle varie opzioni militari che sarebbero state impiegate dalla solita coalizione dei volenterosi creatasi intorno all’America. Una stucchevole e ipocrita propaganda preventiva ha quindi cercato di nascondere per settimane intere la natura imperialista dell’ipotetico intervento militare degli USA e dei suoi complici, mistificando e occultando le vere ragioni di un eventuale attacco militare. L’esito finale è stato invece miserevole e amaro per l’orgoglio del gendarme globale americano, e anche per gli altri paesi che si apprestavano a condividere la gloria del loro grande fratello. La dura lezione di realtà deve essere stata piuttosto indigesta per questi volenterosi crociati del bene. Come era accaduto appena nove mesi prima, nel dicembre 2012, anche questa volta le minacce di intervento militare statunitense si sono scontrate con la ferma determinazione della potenza militare russa, che ha serenamente comunicato all’avversario l’intenzione di volere difendere il protettorato siriano. Anche durante la guerra russo-georgiana la flotta americana, intenzionata a intervenire a favore della Georgia, fu costretta a retrocedere in seguito alle minacce di attacco missilistico provenienti da un generale russo, acquartierato con le sue divisioni a breve distanza di tiro dalle unità navali americane. Giochi di guerra fra opposte potenze imperiali, insieme all’immancabile contorno di stati vassalli, a null’altro si riduce l’attuale vicenda siriana, permanendo la profonda difficoltà della classe proletaria, in questa fase storica, a superare la forza dei condizionamenti del regime capitalista. Eppure, al netto di questo dato non trascurabile, l’attuale sconfitta americana segna probabilmente l’inizio di una svolta per il ruolo e il peso tradizionale di questo paese nelle vicende mondiali. L’America ha fatto marcia indietro, la sua borghesia ha dovuto fare i conti con la nuova realtà economico-politica globale, e di fronte alla minaccia di uno scontro letale e autodistruttivo con il suo avversario russo, ha preferito abbozzare e accettare un compromesso di basso profilo. Ma il danno d’immagine, derivante dalla sconfitta avvenuta sul piano simbolico, sarà questa volta difficilmente metabolizzabile nel breve periodo. Costretta a bluffare pur di mantenere la sua presunta egemonia globale, l’America ha mostrato pubblicamente la sua debolezza, ritirandosi di fronte alla sfida del blocco capitalista concorrente. Era già accaduto che gli Stati Uniti intervenissero in Afghanistan e in Iraq, senza ottenere dei risultati militari duraturi e consolidati, e quindi senza ottenere dei vantaggi politici ed economici significativi. In Iraq, in modo particolare, il suo intervento ha di fatto favorito l’avversario iraniano, che ha allargato la sua sfera di influenza nelle aree sciite del sud, costruendo, di fatto, un ponte territoriale ininterrotto con la Siria e il Libano. Anche l’intervento in Libia non ha rappresentato una vittoria duratura per gli interessi americani, e gli ultimi episodi terroristici ne sono la dimostrazione palese. Il malessere sociale nelle aree medio-orientali è strutturale e ineliminabile, e d’altronde questo dato di fatto è collegato al sistema capitalistico, e vale quindi per tutto il pianeta. Le politiche imperialiste cercano di tamponare le falle che si aprono di volta in volta sullo scacchiere mondiale, intervenendo per tutelare i propri interessi e garantirsi fette di plusvalore, anche se questo significa innescare una pericolosa competizione banditesca con i propri concorrenti. Con un debito pubblico che si aggira intorno ai 13.000 miliardi di dollari, con un tasso di povertà e di disoccupazione elevati, in presenza di una serie di economie capitalistiche emergenti e agguerrite come la Cina e L’India, il colosso americano cerca disperatamente di conservare il bastone del controllo politico globale, giocando la carta della presunta supremazia militare. Questa volta il gioco non ha funzionato, e la politica delle cannoniere si è rivelata inattuabile nella realtà e disastrosa sul piano dell’immagine, la competizione con i concorrenti internazionali continuerà sicuramente in altre forme, ma forse, fra qualche tempo, l’America dovrà affrontare un nemico interno ancora più insidioso, il proprio proletariato.

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