31 punti per la difesa della tradizione rivoluzionaria della sinistra

“In questioni di scienza, l’autorità di mille
non vale l’umile ragionare di un singolo”
(G. Galilei)
“Ovunque non si tratta di immaginare
rapporti nella propria mente, ma di
scoprirli nei fatti”
(F. Engels)
A tutti i compagni.
Il documento che vi apprestate a leggere è il frutto di un lavoro durato molti mesi che, a buon diritto, possiamo definire di partito ed al quale hanno collaborato, insieme alla sezione di Schio, altre sezioni e singoli compagni che hanno sentito – una volta compreso ciò che stava accadendo – l’esigenza di fare chiarezza. Questo lavoro si è reso assolutamente necessario per stabilire alcuni punti fermi dai quali ripartire.
Siamo stati costretti a questo in quanto, all’interno della compagine del partito è assente, ormai da molto tempo, il corretto funzionamento del centralismo organico; anzi, esso è totalmente assente. Per disciplina di partito siamo stati in silenzio – e siamo stati anche criticati per questo – per moltissimo tempo, tentando di sollecitare il centro a modificare rotta; per rendersene conto i compagni non debbono fare altro che leggere tutta la corrispondenza intercorsa tra il centro e la sezione di Schio. D’altro canto, non siamo stati i soli a lanciare delle grida di allarme dalla periferia che, purtroppo, sono rimaste inascoltate. A queste sollecitazioni si è risposto con il silenzio prima; poi con manovre, menzogne e calunnie degne di un gruppo stalinista; successivamente con richiami ad una disciplina formale e burocratica; infine con provvedimenti di espulsione (anche se ipocritamente non si è voluto usare questo termine, la sostanza non cambia) che hanno colpito la sezione di Schio, quella di Madrid e, ultimamente, la sezione di Messina nei confronti della quale non ci si è nemmeno sforzati di produrre una comunicazione scritta: semplicemente è stata interrotta la spedizione del giornale e non è stata inviata la circolare di convocazione per la RG. Si è arrivati persino ad affermare che siamo stati nel partito per fare dell’ ’’entrismo” (pratica che è completamente fuori dal materialismo marxista per ovvi motivi) e che avremmo pugnalato alle spalle l’attuale centro!
Sono cose che si commentano da sole e che basterebbero a qualificare i nostri contraddittori.
Il centro, una volta che si è cominciato a sapere quello che stava accadendo, ha accumulato una serie impressionante di goffaggini che, nel linguaggio dell’impotenza, significano semplicemente ostilità. Ostilità nei confronti di chiunque abbia mosso delle critiche concernenti la deriva attuale che ci porta inesorabilmente verso una secca dalla quale sarà impossibile uscire. Se una nave prende una rotta sbagliata e pericolosa è dovere dell’equipaggio tutto sollecitare il ponte di comando e, se questo rimane sordo alle sollecitazioni, è dovere dell’equipaggio tutto imporre, in prima istanza, che si ascolti queste sollecitazioni e, se questo non fosse sufficiente, ristabilire la giusta rotta prima che sia troppo tardi. E, se anche il comando della nave avesse ragione e l’equipaggio torto, sarebbe sbagliato non ascoltare le sollecitazioni e trattare da ammutinati tutti coloro che abbiano delle critiche da fare.
Le Tesi del Partito sono fin troppo chiare: la condizione che toglie alle centrali ogni diritto ad ottenere l’obbedienza della base è costituita dal fatto che esse, le centrali, siano “sulla via della deviazione”, non dal fatto che siano ormai giunte al capolinea di quel percorso. Quest’ultima interpretazione di comodo coincide, viceversa, con quanto sosteneva il Centro nel 1981, mistificando e capovolgendo il senso del Centralismo Organico: reagendo agli atti di “indisciplina” della Sezione di Torino, il Centro, dopo essersi richiamato al formarsi delle frazioni e alla loro utilità, che si manifesta in presenza di una “irrimediabile degenerazione dei vecchi partiti e delle loro dirigenze”, si chiede: “Siamo noi arrivati a tanto? Noi lo neghiamo recisamente, la vostra lettera […] non meno recisamente lo afferma” (Lettera centrale di espulsione della Sezione di Torino, Maggio 1981). Il punto è che per la Sinistra le Frazioni sono utili quando i vecchi partiti sono ormai irrimediabilmente degenerati, ma la disciplina verso le Centrali cade non quando esse sono “giunte a tanto”, ma molto prima, quando sono ancora “sulla via della deviazione”. L’attuale Centro è stato ancora più esplicito in proposito, affermando che “in assenza di plateali
dimostrazioni di non aderenza al nostro programma da parte del C. attuale, questo stesso C. esige di essere ascoltato e seguito (alla maniera nostra, ovviamente, che non ha nulla di caporalesco)” (Lettera del Centro del 24.12.02). Se per reagire togliendo al Centro il diritto di esigere obbedienza dovessimo aspettare che esso abbia platealmente deviato, ovvero che sia irrimediabilmente degenerato, le sorti del partito e della Rivoluzione sarebbero già altrettanto irrimediabilmente segnate.
Noi non riconosciamo nella maniera più assoluta questi provvedimenti sia nella forma che nella sostanza. Che piaccia o meno a qualcuno, noi ci sentiamo ancora facenti parte integrante del partito è sarà il partito tutto che deciderà se le tre sezioni incriminate e tutti i compagni che volessero fare delle critiche sono un tutt’uno con le altre o se invece sono fuori dall’organizzazione. In quest’ultima deprecabile eventualità, proseguiremo il nostro lavoro di partito in stretto contatto con il partito storico dal quale riteniamo di non esserci distaccati. Altri – pochi – se ne sono distaccati e tengono in ostaggio tutto il partito accumulando errore su errore, tentando di risolvere i problemi per via burocratica e disciplinare. I problemi così non si risolvono; si aggravano.
Dunque il documento deve, come dicevamo, servire a fare chiarezza. Non è invece nelle nostre intenzioni sollecitare i compagni a schierarsi; cosa che invece il centro vuole imporre. Vogliamo raddrizzare il partito insieme a tutte le sezioni; altrimenti ce ne saremmo già andati e non avremmo perso certamente molti mesi a redigere questo documento.
Il ristabilimento del centralismo organico è la condizione necessaria, anche se non sufficiente, per rimettersi sulla giusta rotta. I compagni hanno appreso con molto ritardo, in maniera frammentaria e, volutamente, distorta quello che stava avvenendo. All’inizio molti non si saranno fatti troppe domande, facendosi bastare quello che gli veniva comunicato col bilancino e con la superiorità di una clessidra sul tempo.
Successivamente, mano a mano che emergeva la reale natura delle cose, l’allarme si è esteso ad altre sezioni e compagni – è il caso della sezione di Roma la cui comunicazione inviata a tutti ha trovato molti compagni concordi ed alla quale il centro non ha mai risposto – che hanno voluto vederci chiaro. E lo hanno fatto nell’unico modo possibile. Nell’attesa di poter leggere il documento (visto che quello che avete letto era solo una bozza – ed il centro lo sapeva da mesi – e, per giunta, è stato fatto circolare senza le essenziali note) si sono messi in contatto con noi, chiedendo chiarimenti e prendendo visione della documentazione scritta. Alcuni non sono stati d’accordo totalmente con noi ma lo sono stati sulla questione del centralismo organico. Non è qui questione di “errori”, che sono sempre possibili e che il Partito in effetti commise; sarebbe stato strano il contrario. Il punto è che, se viene meno la capacità di correggerli ritornando continuamente ai capisaldi della dottrina, gli “errori” si susseguono agli “errori”, determinando un processo continuo e sempre più grave di deviazione dal programma, generando insomma una pericolosa deriva . Questo è ciò che sta accadendo. A questo non potevamo non reagire.
Non ci sembra di pretendere molto se chiediamo ai compagni di evitare giudizi sommari e di prendere visione di tutta la documentazione. Questo ci sembra il minimo.
Non è inutile, a scanso di polemiche pretestuose e banali, ribadire che non si tratta qui di porre in rilievo in modo pettegolo ed antimarxista chi ha ragione e chi invece ha torto, personalizzando lo scontro politico. Quindi non riteniamo, di conseguenza, che il fatto di aver avuto ragione in passato nel dare l’allarme su una serie di deviazioni presenti nel Partito, implichi necessariamente il fatto di aver ragione oggi a dare l’allarme sul risorgere di quelle deviazioni o sull’insorgerne di altre. Chi ha avuto ragione ieri può avere torto oggi, e non ci sono “probiviri” designati a svolgere questa funzione da veri o presunti meriti acquisiti. Ciò che viceversa riteniamo, sulla base degli insegnamenti della Sinistra, è che tutta la compagine del Partito debba assolvere a tale funzione, vegliando affinché il Centro non si discosti dal Programma.
Lo ripetiamo: accetteremo il nostro allontanamento solamente se sarà il partito tutto a chiedercelo. In tal caso – come è nella prassi del centralismo organico – la cosa avverrà automaticamente senza ridicole espulsioni e saranno i fatti che si succederanno a dire, materialisticamente, chi è rimasto sul binario del partito storico e chi se ne è discostato.
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“In genere io penso che in primo piano, oggi, più che l’organizzazione e la manovra, si deve mettere un lavoro pregiudiziale di elaborazione di ideologia politica di sinistra internazionale, basata sulle esperienze eloquenti traversate dal Comintern” (Lettera del rappresentante della Sinistra Italiana a Karl Korsch, 28.10.1926)
“La critica senza l’errore non nuoce nemmeno la millesima parte di quanto nuoce l’errore senza la critica” (Il pericolo opportunista e l’Internazionale, 1925)
“Non è un cattivo metodo prestare al contraddittore opinioni un poco più errate, anzi è un metodo marxista utile, quando conduce a belle chiarificazioni di punti notevoli e che pure alle volte in tanto tempo elementi anche di primo piano non hanno assimilati. […] Evidentemente purché la messa a punto sia buona non è molto grave aver prestato all’altro una tesi che non era proprio la sua: non ci interessa la democrazia nella polemica e non dobbiamo arrivare a punti di merito scolastici e tanto meno ad una classifica generale per vedere chi è il migliore, siamo andati appunto oltre questa robetta. Può essere utile una contestazione inventata per andare avanti; e alle volte scrivendo la formula volutamente falsa si trova la soluzione dell’equazione scoprendo una via che nel procedimento normale non vi era; e intanto non si è mandato in galera nessuno” (Lettera di Alfa ad Onorio, 31.7.1951)
per la difesa della tradizione rivoluzionaria della Sinistra Comunista
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Vicissitudini del Partito Formale dal 1972 al 1982-83 e dopo il 1984, pag. 5.
Punto n°1: la degenerazione dell’Organo formale negli anni ‘70, pag. 5.
Punto n°2: regressione ai metodi schedaioli e democratici, pag. 9.
Punto n°3: si tornano a sollevare dal fango le bandiere lasciate cadere dalla borghesia, pag. 14.
Punto n°4: necessità di un bilancio politico delle crisi di Partito, pag.16.
Punto n°5: il biennio 1982-83, epicedio dell’attivismo movimentista, pag. 21.
Punto n°6: il Partito di fronte ai movimenti studenteschi, pag. 29.
QUESTIONI DI DOTTRINA: l’attacco al “marxismo volgare” è tutt’uno con la regressione alla politique d’abord, col travisamento della funzione del Partito Comunista e con la svalutazione del ruolo storico della Sinistra italiana e della classe operaia internazionale
Punto n°7: promemoria sul comunismo rozzo e sul materialismo volgare, pag. 31.
Punto n°8: le condizioni indispensabili per il successo della lotta rivoluzionaria, pag. 34.
Punto n°9: natura del Partito Comunista, pag. 39.
Punto n°10: rapporto tra Partito e classe, pag. 43.
Punto n°11: tattica del Partito verso le altre forze politiche, pag. 46.
Punto n°12: teoria e pratica, pag. 51.
Punto n°13: gli intellettuali e il Partito, pag. 53.
Punto n°14: le basi di adesione al Partito comportano l’esclusione dei preti e dei proletari che conservano la fede in dio, pag. 62.
Punto n°15: il ruolo storico della Sinistra Comunista d’Italia, pag. 65.
Punto n°16: il ruolo storico della Seconda Internazionale, pag. 71.
Punto n°17: il ruolo storico della Quarta Internazionale, pag. 77.
Punto n°18: le aristocrazie operaie, pag. 61
QUESTIONI DI TATTICA: la delimitazione delle risorse tattiche, il rapporto tattica/strategia, la questione sindacale e nazionale ed il corso dell’imperialismo verso la Terza Guerra Mondiale
Punto n°19: il ruolo storico della Terza Internazionale, pag. 91
Punto n°20: tattica e strategia del Partito rivoluzionario, pag. 93
Punto n°21: caratteri formali dell’azione “esterna” del Partito, pag. 100
Punto n°22: genocidio degli Ebrei o sfruttamento capitalista nei Lager?, pag. 107
Punto n°23: la questione sindacale, pag. 118
Punto n°24: la questione nazionale, pag. 131
Punto n° 25: rapporto tra crisi economica e crisi rivoluzionaria, pag. 136
Punto n° 26: corso dell’imperialismo e guerra, pag. 158
QUESTIONI DI ORGANIZZAZIONE: centralismo organico o “centralismo compatto”?
Punto n°27: quale disciplina e gerarchia devono vigere nel Partito Comunista, pag. 168
Punto n°28: l’autocritica, pag. 181
Punto n°29: la lotta politica nel Partito, pag. 183
Punto n°30: burocratismo, maschera della disomogeneità politica, pag. 191
Punto n°31: il metodo di lavoro, pag. 194 4
Vicissitudini del Partito Formale dal 1972 al 1982-83 e dopo il 1984
Punto n°1: la degenerazione dell’Organo formale negli anni ‘70
IL PARTITO FORMALE IN QUANTO PRODOTTO DELLA STORIA NON POTEVA PASSARE INDENNE ATTRAVERSO IL PIU’ PROFONDO E DURATURO CICLO CONTRORIVOLUZIONARIO. E’ assurda ed antimarxista la pretesa che alla curva continua ed armoniosa del Partito Storico debba necessariamente corrispondere una linea altrettanto continua ed armoniosa del Partito Formale. E’ stata la Sinistra ad insegnarci, sulla base dell’esperienza storica del proletariato mondiale, che il percorso del Partito Formale descrive una linea accidentata: noi ci limitiamo a ripetere. E’ proprio la erronea convinzione del necessario parallelismo delle due curve, viceversa, ad animare quanti, volendosi illudere su una presunta continuità del P.C.Int. in tutto l’arco del trentennio che va dal 1952 al 1982, sostengono in forza di una pura petizione di principio che gli errori che sicuramente furono compiuti dal Partito Formale negli anni ’70 possono avere contribuito al maturare della crisi del 1982, ma non perciò ne hanno intaccato le caratteristiche essenziali, in quanto sono restati per decreto divino confinati nella sfera degli inevitabili errori di dettaglio; costoro pertanto respingono con sdegno anche solo l’ipotesi che il Partito in quel periodo sia degenerato o –il che è lo stesso- che abbia imboccato un “Nuovo corso”, e lo fanno con l’animo del moralista, col cipiglio del servitore fedele ma ottuso della organizzazione esistente, in nome di un malinteso patriottismo di partito che altro non è che feticismo organizzativo, e quindi lo fanno senza minimamente curarsi di entrare nel merito degli argomenti che stanno a dimostrare l’inconsistenza delle loro prefabbricate convinzioni. La nostra corrente nelle infuocate battaglie degli anni ’20 ravvisò nel “cieco ottimismo d’ufficio” secondo cui “tutto va bene, e chi si permette di dubitarne non è che uno scocciatore da mandare al più presto fuori dai piedi” il sintomo che caratterizzava “il peggiore liquidazionismo del partito e dell’Internazionale, accompagnato da tutti i fenomeni caratteristici e ben noti del filisteismo burocratico” (1). Attenendoci allo stesso metodo di valutazione noi oggi siamo costretti a riconoscere che, sia pure su scala infinitamente minore, lo stesso processo si è riprodotto nel nostro Partito a distanza di mezzo secolo. Il P.C.Int.le infatti, dopo alcune non irrilevanti sbandate sulla questione sindacale nel 1968-1971, sbandate che, pur giungendo all’assurdo della “difesa della CGIL rossa” (2), non avevano tuttavia intaccato i principi, iniziò a partire dal 1972 (3) e
1 “Il pericolo opportunista e l’Internazionale”, 1925.
2 Per una disamina delle vicissitudini del “sindacato rosso” vedi oltre al Punto n° 23, dedicato alla “questione sindacale”.
3 Nel 1972 furono infatti redatti i “Punti sindacali” che, come si vedrà poi più in dettaglio al punto n° 21, costituiscono una prima rottura della continuità della linea del Partito, aprendo la strada al “Nuovo Corso” che vedrà la luce due anni dopo: esse infatti giungono a buttare a mare il sindacato sia per una falsa reazione alle precedenti sbandate in senso opposto, condensate nell’esperienza del “sindacato rosso”, sia per un adattamento al “milieu” sedicentemente rivoluzionario di allora, in cui era di moda respingere la forma sindacale in quanto espressione del “vecchio movimento operaio”. Secondo il Collettivo Politico Metropolitano, ad esempio, in forza del piano del capitale “i sindacati devono sempre più funzionare oggettivamente da gestori di contratti e non possono quindi portare un attacco a fondo al piano economico”. Non solo i sindacati esistenti, ma il sindacato in sé, il sindacato in quanto forma di organizzazione agente sul terreno della difesa degli interessi immediati degli operai era considerata una “istituzione politica borghese”. Addirittura, di fronte alla ristrutturazione delle fabbriche, che si tradusse in
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poi in modo ancor più netto dal 1974-75 (4) ad allontanarsi dalla “curva continua ed armonica del partito storico” (5). Imboccò cioè un vero e proprio “Nuovo Corso” che, sviluppatosi da una revisione dell’attività “esterna”, giunse gradualmente a scardinare le sue stesse basi costitutive. Le prime rotture della continuità della linea di Partito avvennero, come al solito, sul terreno della tattica: si cominciò con l’invitare i proletari ad andare a votare in occasione dei referendum sul divorzio e sull’aborto in Italia e di quello sull’immigrazione in Svizzera (6) e si finì con la partecipazione a quei veri e propri fronti unici politici che furono i vari Comitati creati in Italia dai gruppetti ex-extraparlamentari in assenza di una vera partecipazione operaia (come il “Comitato Nazionale contro i licenziamenti” del 1979) o -peggio ancora- ai Comitati contro la repressione; e si passò parallelamente dalla adesione a moti per definizione interclassisti, come quelli degli inquilini e dei senza-casa in Italia e in Germania, alla partecipazione a movimenti essenzialmente piccolo-borghesi, come quelli degli studenti in Italia, presentati tutti ed a torto come l’inizio della ripresa della lotta di classe all’unico fine di giustificare la smania attivistica di dimenare la coda ad ogni costo. Poi arrivarono, come era inevitabile, gli sbreghi sul terreno della dottrina: dalla rottura della consegna dell’anonimato, consumatasi a partire dal 1976 con la pubblicazione dei testi della Sinistra col nome e cognome del suo più conosciuto
una gragnuola di licenziamenti e di sospensioni, il Collettivo Politico Metropolitano arrivò a teorizzare che lo stesso metodo dello sciopero in quanto tale è funzionale al capitale, allineandosi di fatto alla passività del bonzume della trimurti CGIL-CISL-UIL. I “Punti sindacali” del 1972 non sono il frutto di un semplice errore di valutazione, come erano state le precedenti posizioni sul “sindacato rosso”, ma furono qualcosa di più e di peggio, e cioè un errore di principio, ben prestandosi a dimostrare l’assunto secondo cui, dialetticamente, l’accumularsi quantitativo di errori a cui non si reagisce correttamente produce alla fine il salto qualitativo, l’abbandono dei principi. L’abbandono della linea della Sinistra si verificò dunque nel 1972 sul terreno sindacale e si estese poi nel 1974 sul terreno politico generale. Ma tra i due fenomeni vi fu uno stretto rapporto, in quanto la teorizzazione della rinascita della lotta di classe sul terreno immediatamente politico contenuta nei “Punti sindacali” del 1972 fu la necessaria premessa del rinnegamento del fronte unico sindacale come alternativa ai fronti unici politici e, di riflesso, della riabilitazione di questi ultimi che successivamente maturerà in seno ad un Partito ormai alla deriva.
4 Non è una data che prendiamo a caso, ma che è stata indicata dal “programma comunista” n° 1, 1983, dove si spiega che i compagni di Benevento-Ariano Irpino, che lasciavano in quel torno il Partito, si erano visti costretti a compiere questo passo sulla base di un bilancio che identificava una degenerazione attivistica collegata al “lavoro che il partito nel suo insieme ha compiuto da alcuni anni a questa parte (si può dire a partire dal 1974-75), attività che è, nella sua gran parte, documentata dalle prese di posizione del nostro giornale (in base alle quali il lettore ha dunque la possibilità di verifica)” (“Perché se ne vanno”, il programma comunista, n° 1, 1983). La confessione da parte del Centro di avere intrapreso una lotta politica per far trionfare un “Nuovo Corso” a partire proprio dal 1974 è d’altra parte formulata in modo ancora più esplicito nella “Traccia di riunione del Centro per il 17.10.82”, che recita testualmente: “La nostra analisi del partito non piatta, ma articolata, sulla lotta politica delle forze presenti nel partito. E’ l’evoluzione di una discussione che è iniziata nel partito sin dal 1974 e si è espressa in questi punti: valutazione gruppi, fronte unico, conferme dai fatti sociali, separazione con Ivrea-Torino e riunione del 7/8 marzo 1981”. Dopo l’esplosione del Partito, avvenuta il 17.10.82, il Centro italiano preconizzò la necessità di proseguire quella lotta politica “del resto già in corso nel partito da tempo” andando (senza ironia) ancora più a fondo: la Circolare centrale del 2.11.82 recitava infatti: “Deve continuare una battaglia contro posizioni «arretrate» e le forze che le sostengono all’interno ancora oggi”, rilevando come l’ultima R.G. (quella dell’esplosione) indicasse “la necessità di far fare un salto di qualità alla nostra organizzazione”. Il salto di qualità “sulla via dell’instaurazione di un più organico metodo di lavoro interno”, rispetto a cui il Centro sentiva di doversi assumere la responsabilità di “permettere e favorire la più ampia discussione”, si concretizzò poi nell’esortazione: “usiamo il meccanismo democratico” (Bollettino n° 1, novembre 1982) e nella istituzione di un Comitato Centrale, espressione democratica delle Sezioni rimaste, che surrogò poi il Centro nel 1983 e diede vita a “Combat”.
5 “Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale – 1965” (“In difesa della continuità del programma comunista” pag. 180).
6 Vedi in proposito il successivo Punto n° 2.
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rappresentante ad opera di una casa editrice parallela (7), si giunse al ripudio del “partito-programma” (8) sulla base di una concezione volontaristica dell’azione del partito (vedi in proposito la Controtesi n. 3), per finire con l’elaborare la falsa teoria dei “supplementi di doppie rivoluzioni” in America Latina ed in Medio Oriente, ricalcata sulla tesi togliattiana del “secondo risorgimento” in Italia (9), e ciò sempre per la smania di correre dietro ai “movimenti”, che, allora come oggi, occupavano il proscenio agitando il vessillo di un fasullo “antimperialismo” terzomondista. Ed infine la linea della Sinistra fu infranta sul terreno dell’organizzazione: si fece ricorso infatti alla fine degli anni ’70 al metodo delle espulsioni sistematiche delle sezioni “non allineate” (Ivrea, Torino, Marsiglia e le altre Sezioni del Sud della Francia) e dell’allontanamento forzato delle altre sezioni “indisciplinate” (Madrid, Schio, Benevento-Ariano Irpino e Torre Annunziata), e si adottarono nello stesso tempo delle artificiose norme di sicurezza, idonee solo a illudere i militanti su un’imminente apertura di una nuova “fase rivoluzionaria”, ed altre misure tipiche dei periodi di ripresa classista, ma che, nella situazione reale di allora, riuscirono solo a consumare insensatamente le energie dei compagni, “bruciandone” non pochi nella frenesia di una attività esterna senza capo né coda. Nel 1982-83 il Partito ebbe dunque l’indomani che il suo precedente corso degenerativo aveva saputo preparare: si determinò cioè, come logica continuazione del “Nuovo Corso”, la aperta e simultanea sconfessione della linea della Sinistra da parte del Centro su tutti i piani. Sul terreno della tattica: dissoluzione del Partito all’interno dei “movimenti sociali” interclassisti e piccolo-borghesi secondo la versione iniziale del liquidazionismo, che fu propria della Centrale franco-tedesca imperante nel 1982, mantenimento in vita di una compagine amorfa che avrebbe operato “per il partito comunista internazionale” secondo la versione successiva del liquidazionismo, che fu propria della nuova Centrale italica imperante nel 1983. Su quello della dottrina: enunciazione della tesi balorda sul presunto ruolo “anti-capitalista” del pretume progressista (10), ed anche dell’ecologismo e del pacifismo
7 “La manìa di usare il mio nome al posto dell’anonimo la hanno quelli soli che rifiutano i risultati del mio lavoro sistematico e scuotono la testa alle mie tesi” (Lettera a Perrone, 3.6.1953).
8 Il ripudio del partito-programma ha accomunato i liquidatori delle due successive ondate, quelli palesi che nell’82 volevano disciogliere il Partito nel “movimento sociale” e quelli più insidiosi del 1983, che volevano trasformarlo in uno dei tanti “nuclei” formativi di un Partito tutto da inventare. Gli uni e gli altri intendevano significare con questo ripudio il loro generoso ed antiaccademico desiderio di agire dimenandosi assieme agli altri gruppettari figli della degenerazione piccista piuttosto che della putrefazione interclassista del ’68. Ma non si accorsero, nel pronunziare quel ripudio, di aver confessato la loro completa abiura del marxismo: il partito-programma, infatti, è il Partito Storico, è il “Partito nella sua larga accezione storica”, di cui parlava Marx nella Lettera a Freiligrath del 29.2.1860. Ripudiare il partito-programma equivale a gettare alle ortiche il Partito Storico, che nulla è di diverso dal programma integrale del Comunismo, dal programma dell’Essere umano in quanto fondamento della vera Comunità. “Solo i gruppi che erano rimasti sul terreno del Programma integrale [dopo la disfatta del 1914] assicurarono la continuità dell’Essere umano = partito-programma” (“Origine e funzione della forma partito”, il programma comunista, n° 13, 1961).
9 Vedi in proposito il Punto n° 3.
10 Gli epigoni del “Nuovo Corso” nel 1984 non ebbero l’ardire di enunciare la tesi della compatibilità tra adesione al Partito e fede religiosa, ma si limitarono ad esporre quella secondo cui la fede religiosa può costituire uno stimolo per la lotta anticapitalistica, prendendo come esempio del tutto improvvido il ruolo svolto dalla “Teologia della Liberazione” in America Latina. Essi affermarono infatti che “un ribelle (se proprio non vogliamo usare il termine «rivoluzionario») può utilizzare, magari per un certo periodo, elementi della religione per dare forza ideale alla sua fisica spinta all’azione contro il capitale” (“Il coraggio e la sfida”, Combat n° 4, 1984). La tesi sopra esposta ricalca quasi alla lettera le posizioni togliattiane: “abbiamo affermato ed insistiamo nell’affermare che l’aspirazione a una società socialista non solo può farsi strada in uomini che hanno una fede religiosa, ma che tale aspirazione può trovare
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(11), presentazione del partito-programma addirittura come un ostacolo allo sviluppo di un non meglio definito “movimento rivoluzionario”, enunciazione della teoria del “vizio d’origine della Sinistra” e quindi della necessità di “ritornare a Lenin”. Sul terreno della organizzazione: regressione dei “restanti” ai metodi del centralismo democratico ed elezione di un Comitato Centrale. Non è qui questione di “errori”, che sono sempre possibili e che il Partito in effetti commise anche prima degli anni ’70, come fu nel caso, ad esempio, del “sindacato rosso”. Il punto è che dopo il 1972 venne meno la capacità di correggerli ritornando continuamente ai capisaldi della dottrina, ed è proprio perciò che gli “errori” si susseguirono agli “errori”, determinando un processo continuo e sempre più grave di deviazione dal programma, generando insomma quella vera e propria deriva movimentista che fu la sostanza del “Nuovo Corso”.
stimolo nella coscienza religiosa stessa, posta di fronte ai drammatici problemi del mondo contemporaneo” (P. Togliatti, “Il destino dell’uomo”, conferenza tenuta a Bergamo, in “Comunisti e cattolici”, Ed. Riuniti, 1966, pag. 91-95). La tesi è marcia non perché l’ha enunciata Togliatti, ma perché capovolge la dottrina stabilita da Marx, il quale affermò che se nelle trascorse rivoluzioni borghesi “la resurrezione dei morti servì […] a magnificare le nuove lotte, non a parodiare le antiche” ciò avvenne solo in quanto le illusioni anche religiose erano precisamente ciò di cui i combattenti “avevano bisogno per dissimulare a se stessi il contenuto grettamente borghese delle loro lotte e per mantenere la loro passione all’altezza della grande tragedia storica”, mentre al contrario “la rivoluzione sociale del secolo decimonono non può trarre la propria poesia dal passato, ma solo dall’avvenire. Non può cominciare ad essere se stessa prima di aver liquidato ogni fede superstiziosa nel passato” (Marx, “Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte”, Ed. Riuniti, pag. 50) in quanto il proletariato è la prima classe nella storia che non si batte per altri ma per sé stessa e quindi non ha bisogno di illusioni per dare forza ideale alle sue fisiche spinte. I continuatori del Nuovo Corso sono andati molto più avanti dei loro predecessori, arrivando addirittura a proclamare la compatibilità tra la fede religiosa e l’appartenenza al Partito, come si vedrà più avanti, ma quello che ci preme qui di rilevare è che, in ossequio al principio della invarianza storica dell’opportunismo, l’asino casca sempre nelle stesse trappole.
11 Nell’articolo “Contro i missili a Comiso e in qualunque altro posto” (il programma comunista, n° 1, 1983) , che appartiene alla serie che gli eredi legittimi del “Nuovo Corso” rivendicano, si ipotizzava ad esempio, che fosse possibile, a partire dalle iniziative pacifiste, “lo sviluppo di un movimento di massa in cui la lotta per la pace non sia subalterna a calcoli politici e dia corso ad iniziative effettive di lotta contro gli apparati militari e non soltanto ad appelli”, delineando in tal modo la possibilità che “l’incerto e confuso movimento” pacifista potesse “tuttavia produrre in alcune sia pur piccole frazioni una comprensione più ampia della posta in gioco” in forza dell’”intreccio di iniziative di lotta non soltanto simboliche e l’intervento politico polarizzatore dei comunisti”, ragion per cui, essendo le prime “in qualche misura condizionate dal secondo”, si preconizzava l’intervento del Partito “dall’esterno e dall’interno del movimento” pacifista allo scopo di radicalizzarlo.
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Punto n°2: regressione ai metodi schedaioli e democratici
L’ASTENSIONISMO COMUNISTA E’ INTEGRALE E DEFINITIVO, E QUINDI ESCLUDE PER SEMPRE OGNI RICORSO AI FRADICI MECCANISMI DELLA DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA ED A QUELLI, ANCOR PIU’ INSIDIOSI, DELLA DEMOCRAZIA DIRETTA. E’ noto che nell’immediato dopoguerra il nostro Partito (all’epoca P.C. Internazionalista) non solo non escluse in via ipotetica la partecipazione alle sagre schedaiola della democrazia rappresentativa, sia pure nel quadro tattico del “parlamentarismo rivoluzionario”, (1) ma presentò dei suoi candidati alle elezioni (2). Tale evidente sbandata, che era spiegabile ma non giustificabile sulla base delle attese di un nuovo dopoguerra rosso, fu poi corretta dal Partito stesso, che dimostrò a questo modo la sua capacità di recuperare la rotta momentaneamente perduta sulla base della utilizzazione della bussola marxista.
La prospettiva leninista del cosiddetto “parlamentarismo rivoluzionario” fu infatti in seguito definitivamente sepolta dal Partito alla luce del bilancio dinamico di mezzo secolo di battaglie e di sconfitte del movimento proletario: “Il parlamentarismo, seguendo lo sviluppo dello Stato capitalista che assumerà palesemente la forma di dittatura che il marxismo gli ha scoperto sin dall’inizio, va man mano perdendo d’importanza. Anche le apparenti sopravvivenze degli istituti elettivi parlamentari delle borghesie tradizionali vanno sempre più esaurendosi rimanendo soltanto una fraseologia, e mettendo in evidenza nei momenti di crisi sociale la forma dittatoriale dello Stato, come ultima istanza del capitalismo, contro cui ha da esercitarsi la violenza del proletariato rivoluzionario. Il partito, quindi, permanendo questo stato di cose e gli attuali rapporti di forza, si disinteressa delle elezioni democratiche di ogni genere e non esplica in tale campo la sua attività” (3). E la sua parola d’ordine, pertanto, non può essere che una sola: “volga le terga per sempre, il proletariato, all’ignobile teatro dei pupi, e cerchi l’ossigeno delle grandi battaglie passate e avvenire –per dirla con Trotski- là dove è solo possibile respirarli: fuori da quelle mura, sulle piazze!” (4). Quello che la
1 “Comunque, quale che possa essere la tattica del partito (di partecipazione alla sola campagna elettorale con propaganda scritta ed orale; di presentazione di candidature; di intervento nel seno dell’assemblea) questa si dovrà ispirare non solo ai principii programmatici di esso, ma alla aperta proclamazione che in nessun caso la consultazione col meccanismo elettivo può consentire alle classi sfruttate di dare adeguata espressione ai loro bisogni e ai loro interessi e tanto meno di pervenire alla gestione del potere politico” (“La piattaforma politica del Partito”, 1945).
2 Negli anni successivi la tattica del “parlamentarismo rivoluzionario” fu effettivamente praticata dal P.C. Internazionalista e precisamente in occasione delle elezioni politiche del 1948: “Nel 1947, valutando come la situazione internazionale rendesse impossibile la continuazione della collaborazione governativa delle sinistre, Battaglia Comunista correttamente prevede l’aprirsi di una nuova fase massimalista del PCI in cui la fraseologia anticapitalista nei fatti tende a coprire la tradizionale politica filo-russa a livello parlamentare ed elettoralistico. L’analisi è come sempre lucida e corretta, molto meno le implicazioni politiche che ne vengono fatte derivare. Nella convinzione che il manifesto fallimento della politica togliattiana apra consistenti spazi a sinistra gli internazionalisti decidono di partecipare alle elezioni del 1948, raccogliendo nelle pochissime circoscrizioni in cui si presentano poco più di 20 mila voti. Un risultato non disprezzabile, ma certamente di molto inferiore alle attese. Il fallimento delle speranze elettorali riattizza le polemiche fra le varie anime del partito”, per cui “nel Congresso di Firenze (maggio 1948) lo scontro è furibondo” (“Materiali per la storia della Sinistra”, Quaderni del Centro di Documentazione sull’età contemporanea di Savona – Gennaio 2003, Nuova Serie) fra la corrente che di lì a 5 anni darà vita al periodico “il programma comunista” -e che rappresenta la autentica continuità storica della Sinistra- e quella che, facendo valere la proprietà giuridica della vecchia testata, proseguirà a pubblicare “battaglia comunista” e “prometeo”.
3 “Le Tesi caratteristiche del Partito”, 1951 – Parte IV. 12.
4 “O preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale”, Ed. il programma comunista, Parte V, “Bilancio
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Sinistra traccia negli anni del dopoguerra è un vero e proprio bilancio del parlamentarismo in generale e del parlamentarismo rivoluzionario in particolare: “se nel 1926 […] Bucharin […] avesse potuto fare nello spirito del II Congresso [dell’Internazionale Comunista, NdR] il bilancio di cinque anni di «parlamentarismo rivoluzionario» nei maggiori partiti comunisti di Occidente, il quadro non sarebbe stato meno triste di quello da lui tracciato nel 1920 in riferimento a partiti ancora alberganti nel loro seno nutrite ali riformiste. Il Partito tedesco aveva bensì ottenuto grandi successi elettorali, ma, nella stessa misura, aveva perduto in combattività e mordente sul terreno –l’unico che nel 1920 fosse preso a criterio di giudizio- degli scontri di classe: mieterà voti ancora alla vigilia dell’incruenta ascesa al potere di Hitler! Quanto alla sua attività parlamentare, non solo non poteva vantare alcun esempio di «sfruttamento» della tribuna del Reichstag a fini di propaganda e di battaglia rivoluzionaria, ma aveva giustificato in pieno l’allarme della Sinistra al II Congresso, andando nel 1923 al governo con i socialdemocratici in Sassonia e Turingia (pronubo l’Esecutivo dell’I.C.) e, dopo l’elezione di Hindenburg alla presidenza del Reich, lanciando proposte di … fronte unico elettorale e parlamentare non pure alla socialdemocrazia, ma alla «sinistra» borghese. Il P.C. di Francia si era attirato, ad ogni nuova riunione a Mosca, i fulmini dell’I.C. per le sue croniche recidive parlamentaristiche, per la mancata o insufficiente «utilizzazione del parlamento» durante l’occupazione della Ruhr e, peggio, durante la guerra coloniale del Riff, mentre sul piano delle elezioni amministrative tornava agli antichi amori con l’appoggio ai «cartelli di sinistra» (tattica di Clichy)” (5).
Se è vero che “la tattica [del parlamentarismo rivoluzionario, NdR] voluta da Mosca fu disciplinatamente, anzi impegnativamente, seguita dal partito di Livorno”, andava però riconosciuto senza mezzi termini che “purtroppo la subordinazione della rivoluzione alle corrompenti istanze di democrazia era ormai in corso internazionalmente e localmente, e il punto di incontro leninista dei due problemi, nonché il loro peso relativo, si palesarono insostenibili. Il parlamentarismo è come un ingranaggio che se vi afferra per un lembo inesorabilmente vi stritola. Il suo impiego in tempo «reazionario» sostenuto da Lenin era proponibile; in tempo di possibile attacco rivoluzionario è manovra in cui la controrivoluzione borghese guadagna troppo facilmente la partita. In diverse situazioni e sotto mille tempi, la storia ha convinto che migliore diversivo della rivoluzione che l’elettoralismo non può trovarsi” (6). E ancora: “Se queste tappe ancora una volta rammentiamo, è per stabilire lo stretto legame tra ogni affermazione di elettoralismo, parlamentarismo, democrazia, libertà, ed una sconfitta, un passo indietro del potenziale proletario di classe” (7). Non si tratta qui dunque di un bilancio che investe solo gli istituti parlamentari, ma che investe l’elettoralismo in generale, la democrazia in tutti i suoi aspetti e le cosiddette “libertà civili” in primo luogo, come infatti il Partito esplicitamente stabilì pochi anni più tardi: “dopo la prova dei fronti popolari e dei blocchi di
finale”, pag. 71.
5 “O preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale”, Ed. il programma comunista, Parte V, “Bilancio finale”, pag. 69.
6 Ibidem.
7 “Il cadavere ancora cammina”, dall’opuscolo del Partito Comunista Internazionale “Sul filo del tempo”, maggio 1953.
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resistenza partigiana […] è un astensionismo integrale e definitivo quello che la Sinistra trasmette alle future generazioni rivoluzionarie” (8).
Nel 1974 in polemica contro la pretesa di ridurre l’astensionismo “a principio imperituro e sovrastorico” si preconizzò purtroppo e senza alcun pudore la necessità, a proposito del referendum sul divorzio, di “utilizzare un mezzo borghese [la scheda] per mantenere in vita un borghesissimo e meschinissimo diritto civile [il divorzio]” (9). Secondo quelli che del “Nuovo Corso” furono i primi vagiti, infatti, “posti di fronte all’alternativa su cui poggia il referendum –un pizzico di divorzio o l’indissolubilità del vincolo matrimoniale in perpetuo- i proletari voteranno a giusta ragione contro l’abrogazione della legge esistente, come voterebbero, putacaso, contro l’abolizione dell’assistenza medica in fabbrica per pidocchiosa e meschina che sia: meglio una briciola che nulla addirittura” (10), senza avvedersi del fatto invitare i proletari in tal modo a barattare, per l’appunto, una briciola contro i metodi stessi della lotta di classe. Senza avvedersi che, prosternandosi alla sagra schedatola del referendum allora in atto con la scusa che “col referendum non si tratta di sanzionare istituti specifici del dominio borghese come il parlamento o le amministrazioni comunali” (11), finivano con l’approdare alla genuflessione di fronte ai meccanismi della democrazia diretta che, da quello svolto in poi, furono utilizzati proprio come antidoto alla lotta di classe e come integrazione dei tradizionali ed ormai logori meccanismi indiretti della democrazia rappresentativa, e che tanto più funzionarono in tal senso quanto più furono poi invocati ed utilizzati per dirimere le controversie sindacali che in precedenza si affrontavano sul terreno dello sciopero. Ciò che ottusamente non si volle vedere è che la democrazia diretta è essa stessa un istituto specifico del dominio borghese, quasi che ci sia bisogno di avere delle persone fisiche riunite in una stanza perché possa parlarsi di una istituzione politica dello Stato borghese, quasi che –mutatis mutandis- ci sia bisogno delle persone fisiche dei capitalisti perché sussista il Capitale in quanto rapporto sociale. Quando i luminari del “Nuovo Corso”, che dall’alto della loro cattedra di “marxismo” avevano distribuito a degli ex-compagni testé espulsi (appartenenti a quelle sezioni fiorentine che si organizzarono attorno al giornale “Il Partito Comunista”) l’elegante epiteto di “tapini” e di “cretini”, se ne accorsero, furono costretti, arrendendosi all’evidenza, a fare dietro-front, ed a “scoprire” senza arrossire di vergogna per le bestialità di prima, che anche la democrazia diretta è un’arma istituzionale del padronato (vedi in proposito il successivo articolo “Nel vortice della referendomania”, il programma comunista n° 10, 1975). Non vi erano dei precedenti a cui fare riferimento? Ci si trovava di fronte ad una situazione imprevista? Niente affatto. Nel 1945 il nostro Partito, anche se non era ancora omogeneo, si era ben guardato dal lasciarsi suggestionare dalle sirene del referendum che poneva la scelta tra la forma monarchica e quella repubblicana del dominio borghese. Non aveva detto che era meglio uno straccio di borghesissima e meschinissima repubblica piuttosto della permanenza dei Savoia e neppure, pertanto, che i proletari avrebbero votato a giusta ragione contro la monarchia. Aveva detto ben altro: “Noi non siamo davvero teneri per la monarchia
8 “O preparazione rivoluzionaria o preparazione elettorale”, Ed. il programma comunista, parte IV, “Alla prova delle grandi battaglie di classe (1913-1926)”, pag. 54.
9 “Cretinismo in veste antiparlamentare”, il programma comunista, n° 10, 1974.
10 “Diciamo la nostra sul referendum”, il programma comunista n° 7, 1974.
11 Ibidem.
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dei Savoia, come per nessun’altra monarchia, e attendiamo la sua eliminazione dal complesso nazionale con la stessa appassionata urgenza e lo stesso interesse che avremmo per l’estirpazione di un cancro dal corpo di una persona cara, ma denunciamo il tentativo di fare della questione istituzionale un problema fondamentale, un espediente addormentatore delle masse per allontanarla dai veri e veramente fondamentali obbiettivi della sua lotta” (12). E ancora: “la cosiddetta questione istituzionale, ossia quella della sostituzione della repubblica alla monarchia, non rappresenta per sé stessa un apporto a nuove soluzioni sociali, più che non l’abbia rappresentata nel regime italiano del Nord. Il proletariato rivoluzionario ha interesse ad inchiodare la dinastia sabauda alla sua responsabilità storica nella controffensiva borghese fascista esattamente come ha interesse a inchiodare alla stessa responsabilità tutti i gruppi sociali delle classi privilegiate italiane e tutte le gerarchie dei partiti che oggi si pongono, per servire quella classe dominante, sul terreno della collaborazione e della unità nazionale. Il proletariato rivoluzionario, quando sarà in grado di mandare in pezzi l’apparato di stato borghese, riserverà pari sorte al suo convenzionale vertice giuridico, re o presidente” (13). Sulla base anche dell’ulteriore esperienza delle reiterate sagre referendarie degli anni ’70, che le ha sempre identificate come un diversivo alla lotta di classe ancor più insidioso degli ormai logori riti della democrazia rappresentativa, resta pertanto escluso il ricorso agli istituti ed ai meccanismi della democrazia diretta come arma per ottenere piccole o grandi concessioni interessanti gli operai. E resta stabilito che il Partito propugna l’astensione da ogni tipo di torneo democratico –referendum inclusi- e propaganda la necessità dell’azione diretta degli operai sul terreno di quegli stessi interessi immediati che si vorrebbero difendere a colpi di scheda, ribadendosi in tal modo la tattica dell’astensionismo integrale e definitivo fissata dal Partito nel dopoguerra dopo le polemiche sopra rammentate circa il possibile ricorso al “parlamentarismo rivoluzionario” ed in forza di esse.
L’unica eccezione a tale regola, che ci deriva dall’esperienza storica, è infatti rappresentata dai casi in cui il torneo elettorale sia chiaramente condizionato e manomesso dall’azione di bande armate controrivoluzionarie. All’epoca in cui il Partito era ancora vincolato alla tattica del “parlamentarismo rivoluzionario” la partecipazione dei comunisti alla consultazione popolare che si svolse sotto la pressione dei manganelli fascisti presentava il duplice vantaggio di contenere una evidente conferma della nostra polemica sul carattere farsesco di qualsiasi chiamata alle urne ed eventualmente, se i rapporti di forza lo avessero consentito, anche quello di rappresentare un’occasione propizia per trasformare quella consultazione elettorale nel primo atto di una vera e propria guerra civile, restando inteso che la nostra partecipazione in tanto poteva essere idonea allo scatenamento dell’offensiva finale (o, nella fattispecie, della riscossa del proletariato in armi) in quanto il Partito aveva ribadito il suo antidemocratismo chiarendo che era ben deciso a non disertare le elezioni proprio per la illegittimità giuridica da cui la consultazione era affetta (14). Va da sé che oggi che il Partito
12 Punti d’orientamento del Partito Comunista Internazionalista, Volantino 1° Maggio 1945.
13 “La piattaforma politica del Partito”, 1945.
14 “Io non dico, si badi, che dobbiamo accettare le elezioni come una disfida da raccogliere sul terreno della violenza: la opportunità di accettare le provocazioni di tale natura si decide con ben altri coefficienti di strategia politica, che oggi certo la escludono. Ma, non potendo parlare di trasformazione della campagna elettorale in guerra di classe, dobbiamo almeno guardarci severamente da attitudini politiche che facciano smarrire alla massa il senso della necessità della soluzione rivoluzionaria avvenire, come avverrebbe per la astensione – e soprattutto per quella forma ultracretina di essa che potrebbe accomunarci alle prefiche
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non è più vincolato -sia pure per disciplina- alla tattica ormai rancida del “parlamentarismo rivoluzionario”, oggi che il Partito, a differenza di quanto accadeva nel 1924, diserta sempre e comunque le sagre schedatole, non avrebbe senso farvi ritorno solo perché le urne sono state manomesse, e quindi viene a cadere il primo degli argomenti “elezionisti” esposti dalla Sinistra nel 1924, allorché non si trattava di rientrare nell’ovile elettoralesco, ma si trattava di restarvi da comunisti, ovvero di non abbandonarlo in nome del più lacrimevole dei belati democratici. E resta in piedi solo il secondo argomento, quello cioè che riguarda la possibile “trasformazione della campagna elettorale in guerra di classe”, una trasformazione la cui eventuale esplicazione pratica deriva, a sua volta, solo dalla valutazione dei rapporti di forza esistenti. Oggi quindi una eventuale partecipazione elettorale, nelle circostanze sopra descritte, avrebbe senso solo a condizione che il Partito abbia chiarito fin dall’inizio e senza ombra di dubbio che la sua presenza sul terreno elettorale discende dalla illegittimità giuridica da cui la consultazione è affetta ed insieme dall’opportunità, che essa concretamente gli offre, di “accettare le elezioni come una disfida da raccogliere sul terreno della violenza”, opponendo le armi alle armi.
riformiste piangenti sulla perduta libertà, come sulla perduta occasione di avere esse, anziché il fascismo, il merito di recidere i garretti al proletariato” (“Nostalgie astensioniste”, da “Stato Operaio”, n. 5 del 1924).
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Punto n°3: si tornano a sollevare dal fango le bandiere lasciate cadere dalla borghesia
LA TATTICA DELLA SINISTRA ESCLUDE E COMBATTE LA TESI DEFORME DEI “SUPPLEMENTI DI RIVOLUZIONE DEMOCRATICA” NEI PAESI A PIENO CAPITALISMO. A proposito del ciclo delle rivoluzioni nazionali e coloniali del secondo dopoguerra, che a quell’epoca si era ormai concluso, il Partito affermò alla fine degli anni ’70 che “l’«indifferentismo da gran signori» è e non può non essere disfattista nei confronti delle lotte proletarie scaturite da quegli stessi moti e dai loro strascichi, lotte di cui neppure si accorge (puah, divampano alla periferia del mondo civile!) e che, se non possono essere risolutive nella guerra mondiale contro il capitalismo, sono tuttavia destinate ad agire sempre più come detonatori della ripresa classista e proletaria nelle stesse aree a capitalismo avanzato” (1). Sembra che fili tutto liscio, ma l’insidia, come nelle polizze assicurative, si nasconde in un codicillo, in una piccola nota a piè di pagina, dove si chiarisce di quali strascichi si parli e soprattutto come, nel contesto di tali strascichi, il Partito avrebbe dovuto intervenire, precisando che “esso [l’indifferentismo] non comprenderà neppure che il proletariato di questi paesi [appartenenti alla periferia del capitalismo ma ormai entrati in pieno nel vortice della moderna produzione borghese], proprio per essere stato posto dall’opportunismo a rimorchio delle borghesie nazionali, quindi nell’impossibilità di spingere fino in fondo la «rivoluzione democratica», dovrà farsi carico nella sua rivoluzione di compiti lasciati inadempiuti da quella: basti pensare, fra gli altri problemi, alla questione agraria. E tuttavia, come è stato messo in luce nel rapporto, su di essi la giovane classe operaia potrà far leva per mobilitare le grandi masse semiproletarie o in corso di proletarizzazione e assicurarsene l’attivo sostegno. Orrore! dirà l’«indifferentismo»: compiti ancora «borghesi»!”. (2). Né la Germania (rivoluzione borghese “alla prussiana”!), né la Spagna, né l’Italietta savoiarda, ligia alla strategia cavouriana del carciofo, hanno fatto una rivoluzione borghese dal basso, l’unica veramente radicale, l’unica capace di spingersi fino in fondo nel liquidare con un solo colpo di scopa i residui del vecchio mondo, come accadde in Inghilterra e in Francia. Ma questo non significa che il Italia e in Germania (o, mutatis mutandis, in America Latina e in Medio Oriente) ci siano ancora dei residui feudali da liquidare agitando delle parole d’ordine democratiche, perché i compiti che la scopa della rivoluzione non ha assolto li ha sempre assolti a stretto giro di posta il bulldozer dell’edificazione borghese. Né significa che vi siano delle vaste plebi semiproletarie da affasciare attorno al proletariato in nome degli obiettivi borghesi non conseguiti a suo tempo da una borghesia tanto più pavida quanto più ritardataria, ovvero da intruppare al seguito delle bandiere nazionaldemocratiche che la borghesia avrebbe lasciato cadere nel fango e che il proletariato, nel corso della sua rivoluzione, si dovrebbe prendere la briga di risollevare. Ricordiamo allora agli immemori che “non si può ridare vita agli ideali sorpassati dalla storia” (3) e pertanto che “la sguaiata consegna davanti alla quale e per sempre tagliammo il ponte” era precisamente quella di “raccogliere le bandiere borghesi
1 “Note integrative alla nostra riunione generale di novembre ’79”, il programma comunista, n° 3, 1980.
2 Ibidem.
3 “La farsa garibaldina”, “L’Avanguardia” del 22 dicembre 1912.
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che, già in alto al tempo di Cromwell e di Washington, di Robespierre o di Garibaldi, sono poi cadute nel fango, e che invece la marcia della rivoluzione deve affondarvi senza pietà, opponendo la società socialista alle menzogne ed ai miti dei popoli, delle nazioni e delle patrie” (4). E constatiamo purtroppo che le tortuose enunciazioni sopra riportate altro non sono se non l’espressione di una garibaldata degna del peggiore opportunismo togliattiano, quella che fu a suo tempo staffilato senza pietà dalla Sinistra quando il Fronte Popolare nel 1948 inalberò sui suoi vessilli il volto di Garibaldi, riconoscendo che con tale espediente pubblicitario “l’offesa era recata non al ricordo del Generale, idolo a giusta ragione delle generazioni borghesi ottocentesche, bensì alle migliori e più degne tradizioni del movimento proletario italiano, che le inesauribili risorse del super-opportunismo nostrano non perverranno a obliterare e cancellare dalla storia” (5). Si giungerà poi al capolinea allorché, sull’onda di quelle improvvide riflessioni teoriche, verrà enunciata la non meno turpe guevarata post-sessantottarda, e cioè quando su “il programma comunista” uscirà l’articolo demente “In memoria di Ernesto Che Guevara”, degno parto terzomondista del “Nuovo Corso” e che non a caso è stato in anni recenti riprodotto dai suoi solerti continuatori.
4 “Dialogato con Stalin”, Ed. Sociali, pag. 57.
5 “Dopo la garibaldata”, “Prometeo” n. 10 del giugno 1948.
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Punto n°4: necessità di un bilancio politico delle crisi di Partito
L’ONORE DEL PARTITO SI DIFENDE RESTAURANDONE LA ORIGINARIA FISIONOMIA E BUTTANDO FUORI LE POSIZIONI CON ESSA CONTRASTANTI. E’ completamente estranea al determinismo marxista l’affermazione secondo cui la Storia avrebbe concesso al Partito formale il diritto di prendersi delle inopinate ed impreviste “vacanze”. Va quindi respinta la teoria ridicola e assurda secondo cui il nostro Partito avrebbe potuto efficacemente e validamente rinascere dalle sue ceneri nel 1984 sconfessando della sua storia passata solo i 5 numeri del giornale fatti uscire tra il Luglio 1983 ed il Gennaio 1984 dai liquidazionisti che daranno poi vita a “Combat”, e precisamente la serie che va dal n° 7 al n°11, ma non quelli precedenti, che uscirono prima che il vecchio Centro del Partito fosse sostituito dal Comitato Centrale, voluto dai suddetti liquidazionisti. Ed anche quella -non meno idealistica- secondo cui il Partito avrebbe potuto poi ritornare sul proscenio alcuni mesi dopo l’éclatement del 1982-83 per riprendere il cammino interrotto (a ranghi ridotti ormai al lumicino) come se nulla fosse accaduto. Sono teorie che funzionano, per l’appunto, solo sul palcoscenico di un teatro. Dopo l’esplosione del 1982-83 una parte dei compagni si riorganizzò nel 1984 attorno al periodico “il programma comunista”, ma lo fece riprendendo il cammino che era stato esplicitamente e platealmente spezzato in tutto l’arco del biennio precedente. Nel 1990 avvenne poi una prima riaggregazione tra i compagni che avevano ripreso a lavorare in difesa dei principi comunisti attorno alla testata che li aveva rappresentati e una parte delle forze originarie del Partito che, come la Sezione di Schio, dopo essersi opposte al “Nuovo Corso”, erano state costrette ad allontanarsi dall’organizzazione prima dell’éclatement, ma non per questo, pur nel loro isolamento, avevano smesso di praticare e seguire, nei limiti delle loro possibilità, il solco tracciato dal Partito Storico. Essendo infatti ormai assodato che “i comunisti non possono scegliere come organizzarsi, ma devono in ogni caso organizzarsi come partito, ossia come struttura politica distinta da tutte le altre” (1) ed essendo nello stesso tempo per noi comunisti esclusa “ogni tolleranza, verso forme ed accordi di organizzazione fra gruppi o sezioni disomogenee” (2), entrambe le parti riuscirono a “conciliare la rivendicazione della continuità organizzata del partito con la situazione di confusione imperante nelle forze rivoluzionarie che seguì la crisi organizzativa e politica del partito nel ’82” (3) nell’unico modo che è non solo ammissibile ma doveroso per dei comunisti che tali intendano essere non solo di nome, e cioè riconoscendo che “non si trattava e non si tratta per noi, di «creare» un nuovo partito (i partiti non si creano) ma, nella sostanza, di continuare quello di sempre con le ridotte forze a disposizione” (4) ove tali forze avessero parlato lo stesso linguaggio e propugnato gli stessi metodi, come i compagni positivamente verificarono. Fu proprio su tale base che la Sezione di Schio “ritrovando[si] su un terreno comune e sgombro da impedimenti tattici”, ricominciò “il lavoro politico con i compagni che lavoravano attorno al giornale «il programma comunista»” (5), pur nella consapevolezza che un vero bilancio politico della crisi del Partito era indispensabile e che avrebbe
1 Rapporto della Sezione di Schio per la Riunione Organizzativa di Marzo 2003.
2 Ibidem.
3 Ibidem.
4 Ibidem.
5 Ibidem.
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dovuto essere fatto quando le nostre forze ci avrebbero consentito di andare oltre il piano elementare della sopravvivenza. Tale bilancio non era stato infatti definito né nel 1984 né nel 1990, anche se in questa seconda data alcuni passi in tale direzione furono compiuti, passi che, per quanto ancora timidi e incerti, andavano tuttavia in una direzione ben precisa, quella che di fatto sconfessava tutto il “Nuovo Corso”. Ciò risulta del resto evidente dal fatto stesso della riaggregazione con la Sezione di Schio prima e con quella di Madrid nel 2000: due delle Sezioni, che erano state costrette proprio dal “Nuovo Corso” ad allontanarsene, rientrarono infatti nel Partito non soltanto senza che fosse fatta riconoscere loro la giustezza dei precedenti provvedimenti disciplinari e senza che esse dovessero rinunziare alle posizioni politiche per cui quei provvedimenti erano stati presi, ma sulla base di un processo politico svoltosi in senso esattamente contrario ad una simile rinunzia. La riaggregazione con la Sezione di Schio avvenne infatti, come si dirà più in dettaglio più avanti, proprio sulla base del riconoscimento, da parte del Centro, della correttezza delle posizioni difese dalla sezione di Schio e che furono all’origine della precedente separazione. Il Partito trovò quindi in quello svolto la forza di proseguire il suo cammino senza fare certamente pettegoli e fasulli “bilanci” di colpevoli o innocenti, di meriti o demeriti individuali, ma facendo alcuni passi nella direzione di un bilancio politico dell’ultima grave crisi, ciò in cui è da individuarsi la sua capacità di riprendere nella sostanza e non solo formalmente il “filo del tempo”. Un bilancio, tuttavia, che era ancora tutto da svolgere proprio in forza di quel lavoro organico di Partito in assenza del quale l’organizzazione non può che passare da una catastrofe all’altra. Un bilancio quindi che, prendendo le mosse da quanto timidamente si era iniziato ad ammettere, avrebbe dovuto essere solidamente impostato e definito e, soprattutto, avrebbe dovuto essere reso patrimonio vivente dell’intera compagine del Partito, cosa che purtroppo non avvenne né nel 1990 né dopo. Del resto, dal punto di vista materialistico, da noi sempre rivendicato, non aveva e non ha alcun senso considerare l’esplosione dell’intera organizzazione, avvenuta nell’82-83, come una parentesi priva di qualsiasi rapporto con gli accadimenti degli anni precedenti, come una inspiegabile vacanza o come un’eclisse dovuta al transito di un astro ignoto ed inatteso. E’ evidente inoltre che tutte le crisi attraversate dal Partito sono per noi degne di interesse, ma è altrettanto evidente che non lo sono tutte ugualmente in ogni momento, e in particolare che la crisi che noi oggi abbiamo il massimo interesse a porre sotto la lente d’ingrandimento del nostro metodo è quella del 1982 non solo perché è stata la più catastrofica, ma soprattutto perché un bilancio politico attorno ad essa è stato delineato solo in modo estremamente sommario e quindi non è mai stato né approfondito né, a maggior ragione, formalizzato, reso esplicito ed assimilato dall’intera compagine dei militanti. Il nostro Partito infatti dopo il 1984 e anche dopo il 1990 ha avuto il torto di non procedere in modo chiaro, netto ed irrevocabile ad una pubblica sconfessione del “Nuovo Corso” e dei suoi prodotti, circolari e provvedimenti disciplinari inclusi; di non addivenire cioè, come il Partito aveva sempre fatto nella sua storia (1952, 1964), ad un bilancio politico approfondito e completo della crisi dell’organizzazione, cioè ad uno studio organico e dialettico e quindi senza nomi della malattia e delle sue cause. Il risultato di questa omissione è stato che in sordina, sospinto a poco a poco sul proscenio dalla pressione irresistibile di una controrivoluzione che continua purtroppo a pesare sul Partito come una cappa di piombo, il “Nuovo Corso” ha ripreso vigore nelle nostre file senza trovare una efficace risposta anticorpale. Non 17
rendere esplicita la sconfessione del “Nuovo Corso” ha significato infatti ammettere, di fatto, che la crisi del 1982-83 fu il risultato del prevalere -rispetto alla corretta linea marxista, rappresentata dal Centro e dal “Nuovo Corso” politico da esso propugnato- dei due mostri Aktivia ed Akademia, tra loro oscenamente alleati nell’opera di distruzione del Partito, due mostri che fino al momento dell’esplosione il Centro sarebbe riuscito vittoriosamente a dominare. La gravità delle crisi appena trascorsa e che si è conclusa con la nostra espulsione risiede nel fatto che si innesta su una crisi precedente non chiarita fino in fondo nella sua origine e natura, e da cui non si sono né a suo tempo né dopo tirate tutte le necessarie lezioni. Compiere degli ulteriori passi in tale direzione era diventato pertanto un compito di importanza vitale, e quindi andava perseguito ad ogni costo, come abbiamo cercato di fare, all’interno dell’organizzazione esistente. Anche se ciò avrebbe comportato ulteriori lacerazioni, come poi si è puntualmente verificato.
L’articolo “Ciò che li distingue da noi” (6) comparve, ad esempio, nel n° 5, 1983 de “il programma comunista”, e dunque appartiene ad un periodo della vita del Partito che, secondo la tesi distorta riportata all’inizio, dovrebbe essere pienamente rivendicato e difeso: esso metteva in evidenza l’abisso esistente tra le posizioni del Centro del Partito di allora e quelle sostenute dalla Sezione di Schio, da poco costretta ad allontanarsene, che erano additate come l’espressione di un “asservimento alla spontaneità più retrograda”. Come si spiega allora non solo il fatto che dieci anni dopo i “retrogradi” vengano riammessi nel Partito senza dover fare ammenda dei loro precedenti peccati “spontaneisti”, ma anche e soprattutto il fatto che nel 1990 il Centro del Partito avesse affermato addirittura che “Schio non è Torino, e aveva ragione” (7) nel momento in cui fu costretto ad allontanarsi, e come si spiega poi che nel 1993 lo stesso Centro si sia preso la briga di precisare che “Schio «aveva ragione» allorché i compagni di laggiù mettevano il Partito in guardia contro queste «deviazioni» attuali o potenziali” e che “noi [il Centro] avevamo torto a sottovalutarle” (8)? Di quali deviazioni si trattasse lo spiega la stessa Lettera centrale del 1993 sopra citata, chiarendo che la Sezione di Schio aveva avuto ragione a dare l’allarme a proposito delle deviazioni movimentiste presenti nel Partito, rappresentate dalla “tendenza a vedere in tutto quello che si muove l’espressione di «interessi proletari»: vedi la sopravvalutazione della lotta palestinese in quanto «terreno di classe», vedi il lancio di parole d’ordine parademocratiche in Algeria, vedi la frenesia dell’intervento in ogni comitato possibile in Italia”. Ciò significa che, secondo quanto stabilì il Centro nel 1993, Schio dieci anni prima aveva avuto ragione ed era stata “una delle sezioni all’avanguardia” (9) proprio nel combattere la tendenza dei dirigenti di allora a cadere “nella fraseologia inutile e nell’attivismo senza capo né coda”, a mescolarsi “a democratici di vario tipo”, a contrastare in modo volontaristico una “realtà […] ancora controrivoluzionaria” ed in cui “la lotta di classe stenta a riprendere”, e cioè per esempio creando “dei «comitati» che la facciano rinascere” oppure aderendo “a quelli che già ci sono” non solo sul terreno sindacale ma anche “per aiutare il «proletariato prigioniero» dato che, se non tutti i detenuti, almeno tutti quelli politici, secondo loro, sono in quanto tali, «avanguardie»” (10).
6 “Ciò che li distingue da noi” , il programma comunista, n° 5, 1983.
7 Lettera del Centro a Parigi del 6.VII.1990.
8 Lettera del Centro a Parigi del 29.III.1993.
9 Ibidem.
10 “Ciò che li distingue da noi”, il programma comunista, n° 5, 1983.
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Dato che quelle sopra riportate e riprese dall’articolo che le condannava erano le critiche fatte da Schio al Centro nel 1983, non resta allora che constatare che nel 1993 il Centro trovò la forza di riconoscere di aver avuto torto, quantomeno nel sottovalutare il pericolo movimentista, ma anche che ebbe la debolezza di non rendere esplicito e di pubblico dominio questo riconoscimento. Quello che importa in conclusione di rilevare è che Schio aveva avuto ragione –e, assieme a Schio, avevano avuto ragione anche tutte le altre voci (11) che dalla periferia avevano lanciato in nome della tradizione del Partito un grido d’allarme contro la deriva movimentista ormai in pieno svolgimento- non su una questione di dettaglio, ma nel combattere proprio contro quella tendenza a dimenticare i “limiti che ci separano dall’attivismo ad ogni costo” in cui, sempre secondo la lettera centrale del 1993, “la crisi del 1982 [aveva] avuto le sue radici” (12). Schio aveva avuto ragione, insomma, nel difendere non delle posizioni qualsiasi, ma precisamente quelle che nel 1983 i dirigenti di un Partito che, in ossequio ai dettami del feticismo organizzativo, si sarebbe mosso nella più piena continuità e aderenza al nostro programma storico, additarono al pubblico ludibrio come espressione di un “asservimento alla spontaneità più retrograda”. Il che significa, detto fuori dai denti, che la Sezione aveva avuto ragione nel difendere la continuità del Partito contro il “Nuovo Corso”. Sì: nuovo corso, che, nel nostro linguaggio, è sinonimo di opportunismo (13). Non dimentichiamoci che l’opportunismo non è una categoria morale, ma che significa semplicemente e soltanto barattare l’avvenire del movimento proletario in funzione di un successo momentaneo. Lanciare parole d’ordine parademocratiche in Algeria e paranazionaliste in Palestina, aderire ai fronti unici politici coi gruppetti nati dalla putrefazione dello stalinismo, corteggiare le sedicenti “avanguardie” ed il cosiddetto “proletariato prigioniero” per la smania di ingrossare le fila del Partito, o, peggio ancora, sbarazzarsi dei compagni della vecchia guardia come zavorra da buttare a mare per procedere più speditamente verso un Partito non più affetto dalla dannazione del rachitismo, tutto ciò significò, per l’appunto, sacrificare la ragion d’essere del Partito, i suoi principi ed i suoi fini sull’altare dell’effimero successo rappresentato dal sospirato ingrossamento delle sue fila, anche se il risultato di questa smania non fu quello atteso, anche se al posto di un
11 La sezione di Benevento-Ariano Irpino, ad esempio, aveva avuto ragione almeno quanto quella di Schio nel denunciare la degenerazione attivistica che aveva coinvolto l’insieme del Partito, evidenziando in particolare che “la questione non è definibile come «malattia del Centro»” dato che “le posizioni del Centro non sono «cervellotiche», ma rispondono alle velleità attivistiche della «periferia»” (“Perché se ne vanno”, il programma comunista, n° 1, 1983). Va da sé che anche di fronte a questo ulteriore grido d’allarme il Centro di allora, muovendosi … “nella più piena continuità e aderenza al nostro programma storico”, come oggi si pretende senza arrossire, reagì decretando che i compagni erano colpevoli del reato di essere dei metafisici inetti a praticare il nobile sport della lotta politica interna: “la loro «colpa» -sentenziava infatti il “nostro” giornale- non è tanto di essere rimasti imprigionati in una visione che riteniamo metafisica, […], ma è di tradurre questa metafisica anche nei rapporti interni di partito, per cui essi non sono disposti a disciplinarsi nell’attività di un partito di cui condividono i principi che tuttavia vedono male applicati. Si dichiarano così incapaci di lavorare controcorrente, conducendo una lotta politica interna” (“Perché se ne vanno”, il programma comunista, n° 1, 1983).
12 Lettera del Centro a Parigi del 29.III.1993.
13 “O nella storia è possibile fissare concomitanze generali tra spazi e tempi lontani, ovvero è inutile parlare di partito rivoluzionario, che lotta per una forma di società futura. Come abbiamo sempre trattato, vi sono grandi suddivisioni storiche e «geografiche» che danno fondamentali svolti all’azione del partito: in campi estesi a mezzi continenti e a mezzi secoli: nessuna direzione di partito può annunziare svolti del genere da un anno all’altro. Possediamo questo teorema, collaudato da mille verifiche sperimentali: annunziatore di «nuovo corso» uguale traditore” (“Dialogato coi Morti”).
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irrobustimento organizzativo del Partito a scapito dei principi (ovvero un suo consolidamento su basi opportunistiche) vi fu la disgregazione del Partito. Ci piaccia o meno, quello era ed è comunque opportunismo. Anche se non ebbe a raccogliere il successo sperato. Ed anche se chi propugnava quelle porcherie non lo faceva col torvo cipiglio di uno Stalin, perché lo faceva comunque alla maniera stalinista, mettendo in campo cioè il gelido calcolo per cui “il fine giustifica i mezzi”. Ma torniamo al bilancio della esplosione del Partito dell’82-83. A quei primi passi utili in tale direzione che abbiamo prima rammentato fece seguito nel 1994 anche un ulteriore e importante riconoscimento da parte del Centro: quello della necessità di distaccarsi dalle Circolari attraverso cui si era voluto far passare il “Nuovo Corso” prima del 1982 (14), il che significava che bisognava raddrizzare il Partito, rimettendolo sul binario da cui per un decennio si era deviato. Non è inutile, a scanso di polemiche pretestuose e banali, ribadire che non si è voluto qui porre in rilievo in modo pettegolo ed antimarxista chi aveva avuto ragione e chi invece aveva avuto torto, personalizzando quello che fu a tutti gli effetti uno scontro politico, ma si è voluto precisare su che cosa, a proposito di quali contenuti e proposizioni qualcuno, non importa quale nome avesse e quale fosse la sua collocazione geografica, aveva avuto ragione in quello scontro. E che non riteniamo, di conseguenza, che il fatto di aver avuto ragione in passato nel dare l’allarme su una serie di deviazioni presenti nel Partito, implichi necessariamente il fatto di aver ragione oggi a dare l’allarme sul risorgere di quelle deviazioni o sull’insorgerne di altre. Chi aveva avuto ragione ieri può avere torto oggi, e non ci sono “probiviri” designati a svolgere questa funzione da veri o presunti meriti acquisiti. Ciò che viceversa riteniamo, sulla base degli insegnamenti della Sinistra, è che tutta la compagine del Partito debba assolvere a tale funzione, vegliando affinché il Centro non si discosti dal Programma.
14 Lettera della Sezione francese al Centro del 16.12.03.
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Punto n°5: il biennio 1982-83, epicedio dell’attivismo movimentista
REGOLE ELEMENTARI PER NON PRENDERE LUCCIOLE PER LANTERNE.
“La ripresa della lotta di classe si esprime già oggi in manifestazioni che coinvolgono sia il proletariato, sia strati semi-proletari, sia quegli elementi che si sono già posti all’avanguardia di questo movimento reale, sia in quanto [il partito, NdR] deve saper dare le risposte che esso cerca, sia in quanto deve saper fornire il contributo perché esso possa svilupparsi e organizzarsi. Deve però anche determinare, per quanto approssimativamente, i limiti del movimento stesso, oltre che il carattere distinto e separato del partito”. Questa proposizione, affermata in modo finalmente esplicito nella Circolare centrale del 5.9.1982 (1), ad un passo dall’éclatement, esprime l’essenza, il nucleo di quello che abbiamo definito un “Nuovo Corso”. Pretendere che a tale Circolare sia utile ritornare oggi come ai nostri testi classici è solo l’espressione della infinita supponenza di chi del marxismo nulla ha digerito, non avendone neppure appreso il senso della misura, quello che impone al rivoluzionario di essere un semplice ripetitore e che stabilisce quindi la distanza intercorrente tra i nostri testi classici e gli apporti successivi, una distanza che si misura col metro dei fatti storici e non con quello della maggiore o minore “genialità” di questo o quel capo.
“Sarà la maturità della situazione –ossia il manifestarsi di un contrasto profondo tra gli interessi proletari e gli interessi borghesi- a porre al partito le condizioni reali della sua influenza sulla classe proletaria e del contributo alla ritessitura di organizzazioni di carattere classista aperte a tutti i lavoratori. Fino a questa manifestazione di contrasto fondamentale –ossia finché la situazione non cessi di essere controrivoluzionaria- il lavoro di partito è sì di appoggio alle lotte proletarie, ma non ancora di promozione di forme d’organizzazione indipendenti, perché queste non sono tali, ma solo gusci vuoti in cui le varie “avanguardie” trovano la loro tribuna. Non solo: la possibilità di una vera influenza su alcuni elementi operai è legata alla presa di distanza da questi fenomeni della politica degenere delle formazioni politiche sedicentemente rivoluzionarie” (2). Questa seconda proposizione, condannata in quanto metafisica dalla Circolare Centrale del 5.9.82, rappresenta e difende l’onore del Partito. Quella riportata più sopra rappresenta invece una vera e propria Controtesi in quanto sintetizza quella concezione volontaristica dell’azione del Partito che fu alla base dell’esplosione del 1982-83. Pertanto la Circolare centrale che difende la prima proposizione e condanna la seconda (“Il partito di fronte alle questioni sorte nel recente passato”) deve considerarsi –dal punto di vista del Partito Storico- nulla e non avvenuta, allo stesso titolo di tutti gli altri documenti centrali elaborati sulla medesima falsariga in particolare tra il 1980 e il 1983: né l’una né gli altri appartengono infatti alla storia del Partito, ma a quella della sua degenerazione. La concezione dell’attività del Partito cui tali documenti si richiamano, infatti, non costituisce solo il capovolgimento delle posizioni tradizionalmente difese dalla Sinistra, ma dello stesso materialismo storico e dialettico. Le prime infatti sin
1 “Il partito di fronte alle questioni sorte nel recente passato”, circolare del 5.9.82 citata nell’articolo “Perché se ne vanno” (“il programma comunista” n° 1, 1983).
2 Ibidem.
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dagli anni ’20 avvertivano che “noi non siamo contro la costituzione dei Comitati operai e contadini, se essi non sono un blocco di partiti […], ma sono una iniziativa di fronte unico della classe operaia fatta dal basso e sulla base di organismi economici e naturali del proletariato” stabilendo nello stesso tempo che “siamo invece contro la loro costituzione, accompagnata da un abuso incredibile di letteratura a vuoto attorno ad essi, se è manovra tra partiti politici” (3) ed affermano inoltre senza possibilità di equivoco non solo che nei periodi controrivoluzionari “il partito si riduce ai soli compagni i quali hanno rifiutato in un modo o nell’altro la vittoria della classe avversa”, ma anche che esso deve soprattutto rifiutarsi “di lasciarsi attirare –in nome di un attivismo ad ogni costo- nel turbine della corruzione borghese”, consapevole del fatto che il suo apparente “ritiro dall’azione” altro non è che “volontà deliberata di rifiutare l’azione sul terreno borghese quando quella autonoma del proletariato non è possibile” (4) ed è surrogata, per l’appunto, dalle manovre tra partiti e partitini. Resta quindi fissata una doppia equazione: periodo controrivoluzionario = impossibilità di una azione autonoma del proletariato = impossibilità per il Partito di promuovere forme di organizzazione su cui possa poggiare un’attività di classe che è ancora di là da venire. L’avvento di tale spontanea effervescenza di lotte operaie non può in alcun modo essere provocato o accelerato dall’intervento soggettivo del Partito, a maggior ragione se esso, nella vana ricerca di espedienti volontaristici, pretende di scimmiottare le modalità di azione che saranno tipiche della futura ripresa del ciclo rivoluzionario, in quanto la ripresa su vasta scala della lotta di classe dipende esclusivamente da fattori oggettivi, correlati essenzialmente al corso economico catastrofico dell’imperialismo.
Assodato che l’affermazione contenuta dalla Circolare del 5.9.1982 è agli antipodi di quanto la Sinistra ha sempre sostenuto, vediamo ora perché essa rappresenta nello stesso tempo il capovolgimento del materialismo storico e dialettico. A prima vista essa sembrerebbe contenere un argomento “ragionevole”: è incontestabile infatti che anche nella più profonda depressione della curva che esprime l’iniziativa storica del proletariato vi è sempre un minimo barlume di contraddizioni sociali. Altrimenti il capitalismo non sarebbe quel modo di produzione intimamente e profondamente antagonistico che noi abbiamo sempre riconosciuto e denunziato. L’errore sta nel fatto di vedere tra quel minimo di conflittualità sociale che caratterizza i periodi controrivoluzionari e quel massimo di conflittualità che caratterizza le “fasi eruttive” del sottosuolo sociale solo un continuum, una semplice accumulazione quantitativa di contraddizioni che procede e si sviluppa gradualmente nel tempo. E’ una visione, questa, che a buon diritto dobbiamo definire indifferenziata e adialettica perché non evidenzia all’interno di quel continuo accumularsi di materiale esplosivo alcun confine in grado di separare fasi diverse e perché non individua, nella presenza di una simile soglia, il mutarsi improvviso della quantità in qualità. La temperatura sale grado per grado dentro il vulcano, ma solo ad un certo punto entra in un equilibrio instabile con la crosta terrestre, ed ha inizio allora la fase eruttiva. La quantità si è trasformata in qualità. La Sinistra ci ha fatto l’esempio della ionizzazione, che vuol dire la stessa cosa: nei “periodi morti e schifosi, la molecola persona può mettersi a giacere orientata in un qualunque modo, il «campo» storico è nullo e nessuno se ne frega. […] Lasciate però che, come nella Russia della grande
3 “Il pericolo opportunista e l’Internazionale”, 1925.
4 “Origine e funzione della forma partito”, il programma comunista, n° 13, 1961.
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guerra civile, le grandi forze del campo storico si destino suscitate dagli urti delle nuove forze produttive che urgono contro la rete delle vecchie forme sociali che vacillano, è allora che nella nostra immagine l’atmosfera storica, il magma sociale umano si presentano ionizzati, e se vi fosse un contatore Geiger della rivoluzione le sue lancette prenderebbero a follemente danzare” (5). Gli urti delle forze produttive contro i rapporti di produzione, dunque, ci sono sempre, anche nelle fasi “morte”, ma solo ad un certo punto diventano tanto forti (passaggio dalla quantità alla qualità) da generare la scarica elettrica ionizzante, quella per cui “l’individuo-molecola-uomo corre nella sua schiera e vola lungo la sua linea di forza” (6). Da questa visione dialettica nasce da un lato l’ansia di scrutare nelle viscere della terra con la sonda delle apparentemente aride cifre delle statistiche economiche il crescere e il dispiegarsi di quegli urti elementari, dall’altro la definizione di una soglia, che ha implicazioni politiche enormi non perché al di qua di essa il Partito si vieti di agire in seno alla classe, rinchiudendosi nella “torre d’avorio” della restaurazione della dottrina, e al di là di essa il Partito debba, viceversa, proiettarsi totalmente nel vivo dell’azione, negligendo la teoria, ma perché sappiamo che è solo dopo averla varcata che cesseremo di essere poco più di una “vox clamans in deserto”. Non perché, dunque, al di qua di tale limite il Partito debba propagandare le sue parole d’ordine, caratterizzate da una ben precisa e tagliente fisionomia, e dopo averlo varcato debba cambiare il suo linguaggio, debba cessare di essere quella voce che grida e, soprattutto, che grida quelle parole inconfondibili, per trasformarsi in una voce che sussurra e articola altri e più comprensibili verbi. Ma perché il Partito sa che prima di aver superato quella soglia gridare le sue parole d’ordine significa solo far sedimentare tra un esile strato di proletari una traccia utile per l’avvenire, mentre continuare a farlo dopo che essa è stata infranta da forze più grandi di noi significa esercitare infine l’effetto di richiamare su vasta scala le “nostre” particelle a schierarsi nel loro campo di battaglia ed a volare verso la Rivoluzione.
Non è inutile, a questo punto, stabilire secondo quali criteri va individuata la soglia di cui parliamo. La sua collocazione non dipende dal numero di ore di sciopero, che non significa nulla perché vi si annoverano anche quelle degli scioperi contro il terrorismo, contro la delinquenza o per le riforme, ma dal fatto che settori consistenti di proletari puri non politicizzati dell’industria o dell’agricoltura prendano ad infrangere in modo non episodico le norme della civile e democratica convivenza e quelle dei codice penale per assicurarsi le condizioni della propria fisica sopravvivenza. Fissare questo concetto è di non poca importanza perché ad ogni militante spetta il compito di vigilare affinché tale soglia non venga forzata. Ognuno di noi deve quindi essere in grado di identificare con immediata sicurezza ogni interpretazione di comodo che, di contrabbando, pretenda di spostarla in funzione di individuali o collettivi attivistici pruriti. La genesi della Controtesi enunciata all’inizio di questo paragrafo è stata lunga e tormentata in quanto si è svolta tra il 1974 ed il 1982 in diverse e successive tappe, nelle quali è istruttivo rintracciare una breve storia del “Nuovo Corso”. Si cominciò col dire: la situazione oggettiva si sta per modificare (nel senso che ci si attendeva che si modificasse a breve scadenza), quindi dobbiamo adeguare la nostra attività esterna ai compiti nuovi che fra non molto emergeranno non perché ci attendiamo da questo adeguamento dei risultati qui ed ora, ma perché il Partito deve iniziare ad allenarsi a intervenire in
5 “Struttura economica e sociale della Russia d’oggi”.
6 Ibidem.
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una realtà sociale che, nel prossimo futuro, tornerà a essere incandescente (7).
7 Dopo aver ricordato che “l’intervento del partito […] è indispensabile anche solo affinché la lotta rivendicativa […] sia condotta in modo radicale e conseguente” e quindi “riconquisti e impieghi le armi elementari, i presupposti minimi, di un suo sviluppo non effimero circoscritto”, si affermava ad esempio che, di conseguenza, “in una situazione di crisi prolungata e generale anche se lenta a tradursi in tensioni sociali e, a maggior ragione, politiche, il Partito ha impegnato e impegna oggi i suoi militanti a «rappresentare nel presente il futuro del movimento» anche nell’umile, grigia, logorante attività rivendicativa”, a “stabilire con la classe –sia pure con un suo esile e magari sottilissimo strato di avanguardia- dei legami poggianti non solo sulla predicazione di ciò che la ripresa di classe esige come condizione minima, ma sulla dimostrazione di sapere ed essere pronti a battersi perché questa condizione minima si realizzi” guardandosi tuttavia dall’”errore […] di attendersi da questa necessaria battaglia ciò che non può dare: né capovolgimenti di situazioni, né ingrossamenti delle file del partito, né conquiste di larghi strati proletari al comunismo”. Se “quella che la crisi internazionale ci apre è una prospettiva non di rivoluzione, ma di ardua e costante preparazione rivoluzionaria in vista di una ripresa della lotta di classe”, di tale preparazione faceva parte infatti sia la creazione attorno al Partito di una “fascia progressivamente allargata” di conoscenza e di simpatia, che definisse “l’anello concentrico e per definizione aperto della sua influenza sulla classe” sia il necessario “allenamento su scala ridotta dei militanti ai compiti di portata ben maggiore che li attendono domani” (“Il senso della nostra azione «esterna»”, il programma comunista, n° 2, 1976). Nel prosieguo dell’articolo si preconizzava inoltre la necessità, nell’ottica prima delineata, di riproporre nella situazione di allora il fronte unico, inteso al modo nostro, e quindi come unità “dal basso” dei proletari disposti a difendere in modo conseguente i loro interessi immediati indipendentemente dalle loro convinzioni politiche, e ciò veniva fatto raccomandando sì di evitare “una meccanica applicazione alle condizioni odierne di direttive specificamente legate ad una congiuntura storica assai diversa” (“Il senso della nostra azione «esterna»”, il programma comunista, n° 3, 1976), ma individuando l’abisso che separava le due differenti situazioni storiche del 1921-22 e del 1975 solo nel fatto che “non vi sono oggi né un’Alleanza del Lavoro, né sindacati di classe la cui «autonomia» dallo Stato borghese e dai partiti del padronato debba essere salvata” (Ibidem) e non anche e soprattutto nella persistente assenza di ogni iniziativa non episodica di lotta autonoma della classe operaia, come sarebbe stato necessario fare. E quindi senza mettere in guardia né sulla necessità che tale indicazione, per non essere grossolanamente stravolta, fosse rigorosamente limitata ai proletari puri dell’industria e dell’agricoltura e non estesa impropriamente, data la mancanza sulla scena dei destinatari naturali di quelle consegne, a gruppuscoli che fossero, al contrario, espressione esclusiva o prevalente del medio ceto borghese e dell’ondeggiare dei “movimenti” da esso scaturiti, né sulla necessità, non meno vitale per prevenire altri ed anche peggiori stravolgimenti, di non scambiare -cosa tutt’altro che ipotetica ed improbabile in una situazione di persistente stasi dell’iniziativa autonoma della classe operaia- per organismi “aperti”, raggruppanti proletari decisi a difendere conseguentemente i propri interessi economici immediati, degli organismi che aperti erano solo di nome, altro non essendo, di fatto, che delle federazioni di gruppi e gruppuscoli di falsa sinistra malamente camuffate, dato che riunivano soltanto o quasi soltanto elementi politicizzati, e che pertanto esprimevano, sia pure su scala ridotta, il concetto e la realtà di quei “fronti unici politici” che la nostra corrente ha sempre respinto. L’enfasi posta allora su un sedicente “fronte unito proletario”, da contrapporre al simmetrico “fronte unito borghesia-opportunismo”, a parte ogni considerazione sulla sproporzione tra la portata e il “peso” di una simile parola d’ordine, peraltro del tutto nuova per il nostro Partito nel dopoguerra, e le realtà minime, se non microscopiche, a cui essa di fatto rimandava, non faceva che ribadire la gravità della sottovalutazione di questo secondo pericolo, sottovalutazione che cocciutamente proseguì fino al 1982 contro tutte le resistenze opposte dalle Sezioni a reale contatto con la classe operaia, e che, ad un certo punto, giunse fino all’assurdo di imporre al Partito addirittura di intervenire in qualsiasi “movimento reale” per far lievitare un presunto “interesse proletario” che sarebbe stato presente anche nei movimenti di indole e composizione sociale piccolo-borghese. La parola d’ordine demagogica del “fronte unito proletario” ebbe per fortuna vita breve: dopo essere stata improvvisamente sbandierata proprio nel periodo in cui furono pubblicati gli articoli sulla nostra “azione «esterna»” (si veda in proposito “Fronte unito proletario e organizzazioni tradizionali, oggi”, il programma comunista n° 1, 1975 e “Basi oggettive e delimitazione programmatica del fronte unito proletario”, il programma comunista, n° 6-7, 1975), essa fu infatti altrettanto improvvisamente lasciata da parte. O, per meglio dire, fu lasciato da parte il termine ambiguo e spurio di “fronte unito”, ma non senza che da quel ceppo si sviluppassero, sia pure in forma diversa, le medesime deviazioni, che costituirono poi la sostanza del “Nuovo Corso” e il vero motivo della lotta politica innestata dal Centro per imporre l’uno e le altre ai recalcitranti, con il corollario inevitabile delle espulsioni a catena che ne derivarono e dell’esplosione finale del 1982. Non è tuttavia irrilevante il fatto che già dal 1975 si teorizzasse che per costituire il famoso “fronte unito”, ci dovessimo rivolgere non soltanto “a tutti i proletari che sentono istintivamente a quale abisso e disarmo li conduce la politica opportunista”, ma anche “a tutti i rivoluzionari comunque organizzati nell’accezione più larga della parola” (“Basi oggettive e delimitazione programmatica del fronte
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Intervenire all’esterno in modo più adeguato significava intervenire in modo più puntuale, più preciso, più calibrato. E, fin qui, chi potrebbe obiettare qualcosa? Ma significava anche e soprattutto intervenire in un modo più articolato, meno schematico e più aderente alla realtà. Ed è qui che si iniziò a deviare. Nota bene: non si deviò perché si dicesse che bisognava fare più attività pratica e meno attività teorica, ovvero che certi settori di attività avrebbero potuto e dovuto ampliarsi, cosa che è ovvia, ma perché si disse che bisognava su entrambi i piani agire diversamente da prima, perché si introdusse una modificazione qualitativa della nostra azione politica a tutti i livelli. Che altro significava infatti lanciare nel 1974-75 la altisonante parola d’ordine di un “fronte unito proletario” che -oltre ad essere concepita nel più totale dispregio delle rigorose delimitazioni tattiche storicamente assegnatele dalla Sinistra, atte ad escludere esplicitamente le intese e i cartelli politici tra partiti anche proletari- rappresentava una novità assoluta rispetto a ciò che nel secondo dopoguerra il Partito aveva propagandato ed agitato tra gli operai? Ad un diverso modo di intervenire all’esterno si affiancò inoltre anche un diverso modo di concepire la formazione teorica dei compagni. Che altro significava infatti affermare che i tempi lunghi della assimilazione della dottrina non ci sarebbero stati più concessi, se non che dovevamo articolare diversamente, modificandolo, anche il nostro modo di formare i militanti, dando via libera ai “brevi corsi” di dottrina e all’intruppamento di “leve leniniste” temprate più dal facchinaggio dei volantini che dalla meditazione approfondita e completa dei nostri testi classici? Le conseguenze furono poi sotto gli occhi di tutti: sbracamento e sfaldamento al primo urto della maggioranza della compagine degli organizzati. Ma qui si vuole rilevare l’errore di principio: se si avvicinano tempi di ferro e di fuoco, a maggior ragione dobbiamo disporre di veri militanti, fedeli anche più di prima alla dottrina di sempre, che non è un lusso accademico, ma è l’esperienza delle lotte trascorse, e a cui non si può certo essere fedeli se neppure la si conosce. Seconda tappa: la situazione oggettiva si sta modificando (nel senso che già adesso si aprono dei nuovi e più ampi spiragli all’azione del Partito), quindi un intervento più puntuale, articolato ecc. nei movimenti sociali in atto non garantisce solo un allenamento ma può già fin d’ora dare dei risultati visibili, anche se parziali. In queste due tappe l’accento restava comunque sulla situazione oggettiva che, modificandosi, avrebbe consentito al Partito maggiori possibilità di successo, ragion per cui il “Nuovo Corso” mantenne fino a quel punto un’apparenza ortodossa ed una rispettabilità “marxista”, sia pure di facciata. Nella terza fase ci si rese conto che nonostante il più articolato e puntuale dimenarsi del Partito nei movimenti interclassisti ed anche piccolo-borghesi, come quelli degli studenti (8), per imporre loro una linea “classista” che poggiava e non poteva che poggiare sul vuoto assoluto in quanto la classe operaia era ancora immota o seguiva pecorescamente l’opportunismo, i risultati visibili non venivano. Quindi si opinò che bisognava dimenarsi di più e soprattutto meglio, e cioè che occorreva essere
unito proletario”, il programma comunista, n° 6, 1975), ponendo così sullo stesso piano i proletari ed i (sedicenti) rivoluzionari. Ciò significa che i “fronti unici politici” poi ostinatamente perseguiti non furono affatto il frutto di una semplice omissione da parte del Centro nell’indicare a quali condizioni dovessimo intervenire per contribuire all’azione di organismi immediati di lotta sindacale “aperti” a tutti i lavoratori ed a quali condizioni dovessimo intervenire per promuoverne noi la costituzione, ma di una deliberata volontà di forzare entrambe quelle condizioni per promuovere attivisticamente l’intervento ad ogni costo ed in ogni tipo di comitato.
8 Vedi in proposito il successivo Punto n° 6.
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ancora più articolati, dinoccolati e “politici”. L’accento, a questo punto, si spostò completamente sulla soggettività, con la famigerata teoria del “ritardo del Partito” (mentre in realtà erano le condizioni obiettive che tardavano a modificarsi in senso favorevole ai rivoluzionari) e con la conseguente, balorda teorizzazione della necessità di far avvicinare le due curve, quella sociale e quella politica. Quarta ed ultima fase: si scoprì che le contraddizioni sociali ci sono sempre, che la teoria del ciclo controrivoluzionario è solo un comodo paravento per crogiolarsi nell’inattività o in un’attività di mera e sterile propaganda, e quindi si addivenne alla conclusione che non è il corso oggettivo dell’economia capitalistica a determinare le possibilità di successo della rivoluzione comunista, ma la capacità soggettiva del Partito di sfruttare intelligentemente le contraddizioni sociali che sono sempre presenti, anche se con diversa intensità, in tutti i periodi che il dominio capitalistico attraversa. Ribaltamento completo della posizione iniziale. Esso è segnalato dalla comparsa di un avverbio-spia nel lessico dei capi: “fortunatamente”. Tale avverbio, associato di regola ad un sorrisetto compiaciuto, compare inserito nella frase “le condizioni oggettive non sono fortunatamente ancora mature in senso rivoluzionario”, frase che fa sentire i suddetti capi molto perspicaci e che invece esprime il rinnegamento più competo del materialismo dialettico: se le condizioni oggettive fossero mature, infatti, il Partito non sarebbe quello che è, per cui pronunziare quella frase equivale a rallegrarsi del fatto che il Partito è debole, non ha quasi contatti con la classe, ecc.. Ricordiamo infatti en passant che è stata proprio la Sinistra ad insegnarci che è inconsistente la teoria trotzkista secondo cui tutti i coefficienti obiettivi della rivoluzione proletaria sono maturi ma essa non viene per la mancanza del fattore soggettivo (9). Alla fine del processo di degenerazione sopra descritto il “Nuovo Corso” approdò proprio a questa concezione adialettica e soggettivistica che il nostro Partito aveva a suo tempo denunciato tra gli epigoni di Trotsky. La conclusione era e non poteva che essere il rovesciamento completo delle tesi tracciate dalla Sinistra in ambito tattico: fatto tanto di cappello ai nostri compagni della vecchia guardia perché avevano demolito il mito del presunto “socialismo” moscovita, reso un garbato omaggio alla avvenuta “restaurazione teorica”, non restava infatti che riconoscere mestamente che, dal punto di vista tattico, la Sinistra aveva proprio i difetti congeniti che gli avversari le avevano sempre rimproverato: per troppa rigidità e per mancanza di concretezza essa infatti non aveva potuto lasciarci nessun positivo contributo all’articolato, dinoccolato e intelligente dimenarsi sfruttando duttilmente le contraddizioni altrui, di cui noi tanto avremmo avuto bisogno. Da qui la sguaiata consegna di “ritornare a Lenin”, ossia alla tattica duttile, intelligente, flessibile, alla capacità insomma di “fare politica” che gli opportunisti vollero affibbiare a Lenin, ma anche alle tattiche equivoche che Lenin effettivamente propugnò, volgendo definitivamente le terga alla Sinistra ed al suo dannato “vizio d’origine”. La deviazione sta, come al solito, in principio: nel fatto di ammettere che una situazione oggettiva caratterizzata da maggiori spiragli imponga al Partito un modo di intervenire diverso da quello di prima. Il resto viene da sé, ed è il solito piano inclinato. Quello che accadde e che purtroppo è di nuovo accaduto al nostro interno ha infatti una giustificazione storica oggettiva e “non si spiega banalmente con gli errori di Tizio o di Sempronio” (10). Si tratta piuttosto di
9 Classe, Partito e Stato ?
10 Premessa alle “Tesi del P.C.d’I. per il IV Congresso dell’Internazionale Comunista – Mosca novembre 1922” (“In difesa della continuità del programma comunista”, 1970).
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capire, come ha sempre fatto la Sinistra nell’atto stesso di dare l’allarme sulle possibili deviazioni, che gli individui, siano essi gregari o capi, “agiscono come la via imboccata impone loro di agire” (11). E, senza stare a descriverne la cronaca nera nel dettaglio dei suoi continui e anche disgustosi episodi, si tratta di capire inoltre che la situazione di profonda confusione in cui si è trovato il Partito è stata anche il risultato di un “accumularsi simultaneo” di condizioni avverse, cui il Partito ha risposto in modo sbagliato. Si è tornato infatti a commettere lo stesso errore che fu all’origine del “Nuovo Corso” quando si è avuta la pretesa di rifarsi oggi a Trotsky, il quale affermava nelle “Lezioni dell’Ottobre” che “le crisi in seno ai Partiti nascono in genere ad ogni serio svolto del cammino che il Partito stesso percorre […] e ciò perché ogni periodo di sviluppo del Partito ha i suoi tratti caratteristici ed esige determinati metodi e abitudini di lavoro”, ragion per cui “un riorientamento tattico del Partito significa sempre una rottura più o meno radicale coi metodi e le consuetudini del periodo precedente”. La deviazione è gravissima, e sta nel fatto di trasferire meccanicamente e acriticamente al Partito di oggi le lezioni derivate dalla storia di un Partito –come quello russo del 1917- che ad ogni svolto necessitava effettivamente di un “riorientamento tattico” proprio perché agiva in un contesto di “doppia rivoluzione”, che gli imponeva per dei periodi più o meno lunghi delle alleanze con altre classi e con altri partiti, alleanze che il corso stesso della Rivoluzione si sarebbe incaricato poi di bruciare una dopo l’altra. Attingendo direttamente da Trotsky senza utilizzare la lente che la Sinistra ci ha trasmesso, come si è peraltro addirittura teorizzato dimostrando solo una infinita presunzione, si è giunti infatti all’assurdo di ritenere che anche per il nostro Partito, che non agisce nel contesto di una “doppia rivoluzione”, si renda necessario attraversare oggi diverse fasi, con il loro corollario di svolte tattiche, nuovi corsi e lotte politiche per imporli contro quelle che Trotsky definiva le “resistenze di un passato che si presenta sotto le insegne della tradizione”, e che proprio perciò “assume talvolta una durezza straordinaria”. L’aberrazione sta nel fatto di non avvedersi che le resistenze che il Partito russo dovette affrontare e vincere per andare avanti emanavano da una tradizione, da un insieme di metodi e consuetudini consolidate che erano radicate in una pratica di alleanze con altre forze sociali e politiche, mentre la resistenza che nel nostro Partito si è opposta al “Nuovo Corso” in nome della nostra tradizione esprimeva, al contrario, la volontà di impedire la reintroduzione di pratiche che, come quelle dei Fronti Unici, appartengono ormai al passato del movimento operaio e comunista. Noi quindi, guardandoci indietro, non possiamo quindi gonfiarci il petto per l’orgoglio di possedere un luccicante medagliere, di poter sventolare un vessillo incorrotto. E’ ormai fuori di dubbio che, nello sviluppo del Partito, al cammino ascendente del Partito Storico non corrisponde meccanicamente quello del Partito Formale, il quale, anzi, presenta alti e bassi, continue inversioni, rinculi e, a volte, rovinose cadute. Sono le nostre “Tesi di Roma”, infatti, a stabilire che “il processo di formazione e di sviluppo del partito proletario non presenta un andamento continuo e regolare, ma è suscettibile nazionalmente ed internazionalmente di fasi assai complesse e di periodi di crisi generale” (12). Dobbiamo pertanto riconoscere che il Partito cui ci richiamiamo ha ampiamente e gravemente deviato dal Programma, che la nostra bandiera è sbrindellata in più punti. E’ la verità, anche
11 Ibidem.
12 “Tesi sulla tattica del P.C. d’Italia – Roma, marzo 1922”, “In difesa della continuità del programma comunista”, pag 38.
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se non ci fa piacere ammetterlo, ma il materialismo storico ci insegna che non poteva essere diversamente, che la controrivoluzione produce materiale umano di basso profilo, genera dei militanti scadenti in quanto inetti allo sforzo perenne di ricollegarsi al Programma, se non addirittura dei gattini ciechi, che non potranno mai nemmeno guardare la luce che ne sprigiona. La vecchia guardia, che aveva appreso il marxismo in galera, è stata sostituita da militanti che quei corsi li hanno fatti nelle accademie. Alla ennesima sconfitta pratica del nostro Partito, fa eco quindi ancora e malgrado tutto una vittoria teorica del nostro metodo. E riconosciamo nello stesso tempo che l’onore del Partito non sta nell’esibizione sospetta di un luccicante medagliere e di un vessillo sgargiante, che fanno parte piuttosto della messinscena romantica delle parate che si snodavano sulle rive della Moscova, ma nella sua capacità di ritornare continuamente indietro e di criticare sé stesso, buttando fuori le posizioni sbagliate senza crocifiggere o mandare in galera nessun “colpevole”. Ciò implica anche un’altra, rilevante conseguenza: non già che le annate de “il programma comunista” dal 1974 al 1982 debbano essere rigettate in toto e che da esse nulla possiamo oggi attingere (13), ma che da esse possiamo attingere solo con sospetto, un sospetto che aumenta quanto più ci si avvicina al 1982, e che si risolve dal punto di vista pratico sottoponendo tutto quanto al solito filtro della aderenza o meno di questo o quell’articolo del giornale al corpo unitario delle Tesi del Partito. Ritenere, al contrario, che proprio gli articoli e le circolari che contrassegnarono il percorso che condusse il Partito ad esplodere siano dei preziosi strumenti politici di saldatura con la nostra tradizione e, addirittura, presumere che ad essi sia utile tornare come ai nostri testi classici anziché avere il coraggio politico di distaccarsene definitivamente, come aveva correttamente preconizzato il Centro nel 1994, significa o non aver appreso assolutamente nulla dall’esperienza trascorsa o che nel Partito sono sorti ed hanno messo radici profonde dei gruppi di interessi che nulla hanno a che spartire con gli interessi storici ed immediati della classe proletaria.
13 Questa è la posizione che ci viene scioccamente attribuita, ma non è la nostra, come risulta del resto evidente dal fatto che abbiamo utilizzato nella stesura di questo stesso testo anche degli articoli usciti negli anni ’70 in quanto risultano in linea con il corpo invariante delle Tesi di Partito.
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Punto n°6: il Partito di fronte ai movimenti studenteschi
LA LIMPIDA VIA DELLA RIVOLUZIONE E’ FUORI E CONTRO I MOVIMENTI STUDENTESCHI, IN CUI SI CONCENTRA LA PEGGIORE MUFFA INTERCLASSISTA. Il nostro Partito valutò a suo tempo in modo assolutamente negativo il movimento studentesco del ’68 non solo per il fatto di respingere la “tesi superbestiale che le bande di studenti, più o meno accese dagli ideali di saltare le lezioni, impiccare i professori e barare nei voti di esame, formino una classe sociale” (16), tesi che risultava ben sintetizzata dal celebre slogan “studenti – operai uniti nella lotta”, ma anche per il fatto -non meno importante- di riconoscere che nei movimenti incoerenti dell’intellettualità in genere “come scrittori, artisti, istrioni di diversi tipi” e degli studenti in particolare “si cristallizza la degenerazione di questa società borghese” (17) e che, di conseguenza, “le classi fantasma, le false classi che si offrono, come oggi gli intellettuali, a fare da ruffiane e mezzane per eludere la linea inesorabile della storia” di altro non sono portatrici se non “della più sinistra insidia” (18) per il nostro movimento. A quel non equivoco giudizio fece seguito dapprima una valutazione sia pur cautamente positiva del movimento studentesco del ’77, che del precedente fu in realtà solo una riedizione riveduta e corrotta, surrogandosi ad un “marxismo-leninismo” d’accatto le infinite miserie del “marxismo creativo” e anarchicheggiante, dissolvitore per definizione e per principio delle classi sociali nel pantano dei variopinti “soggetti desideranti” (19) e poi una rivalutazione dello stesso movimento sessantottardo, rivalutazione completamente dimentica del fatto che proprio in quegli anni si assisteva alla trasformazione dei “reduci” del ’68 nell’ossatura portante degli organigrammi del potere borghese a tutti i livelli (dal giornalismo alla gestione aziendale alla direzione politica). L’unica posizione in linea col Partito Storico è la prima, quella sintetizzata nell’articolo del 1968 e che ritroviamo intatta in uno scritto dell’anno successivo, in cui gli studenti sono definiti come “la peggiore muffa interclassista” (20), in quanto essa non fa che riprendere le posizioni classiche che la Sinistra aveva espresso fin dal 1912, identificando senza esitazioni lo studentume come uno strato sociale reazionario. Dopo aver evidenziato l’“entusiasmo di parata” manifestato dalla gioventù universitaria per la guerra di Libia, la Sinistra concludeva infatti già allora affermando recisamente che “occorre che si ridesti tra i giovani lavoratori la coscienza che la parte veramente attiva, socialmente e – oso dire – intellettualmente, della gioventù moderna, non sono i figli colti ed istruiti (?!) dei ricchi, che l’educazione di una società falsa e corruttrice conduce innanzi tempo al cinismo e al disprezzo di tutti gli ideali, ma è quella foltissima schiera di giovani operai che saprà veramente educare se stessa ad essere l’avanguardia della trasformazione sociale” (20). Nulla è più lontano dall’attitudine del rivoluzionario, in realtà, del “bisogno innato del chiasso” che contraddistinse la bohème studentesca tanto nel 1913 quanto nel 1968 e nel 1977: solo che nel 1912 e nel 1968 il Partito sapeva ben distinguere i suoi polli, e irrideva con eguale disprezzo alle balorde ed innocue trasgressioni degli studenti, sia di quelli che nel 1912 inneggiavano al sommo ideale di “vendere i libri, perseguitare le sartine… fare del nazionalismo, gridando: Viva l’Italia e viva il Re!”, sia di quelli che nel ’68 si agitavano per saltare le lezioni, pronti gli uni e gli altri a dar prova di anticonformismo con “rotture di vetri” e coi cazzotti menati “alle guardie e altre nobili gesta” (21). Al contrario nel 1977, invece di ribadire che, se è ben
16 “Nota elementare sugli studenti”, il programma comunista, n.8 del 1968.
17 Ibidem.
18 Ibidem.
19 “Dal crollo del tempio della cultura è ora di trarre una lezione rivoluzionaria di classe”, il programma comunista, n° 4, 1977.
20 Lettera a Terracini, 4 marzo 1969.
20 “La balda gioventù studentesca”, L’Avanguardia, a. VI, n. 245, 26 maggio 1912.
21 Ibidem.
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vero che “noi non difendiamo qui la pudicizia delle sartine, l’integrità delle austere invetriate degli edifici universitari nè tampoco i chepì delle guardie”, è altrettanto vero però che non ci facciamo comunque ingannare da questi eroici furori di figli di papà, e teniamo quindi a precisare polemicamente che quando il proletariato aprirà gli occhi “allora romperà qualcosa di più alto dei vetri universitari” (22), ci si lasciò sedurre dalla bohème, inneggiando addirittura al presunto “crollo del tempio della cultura” per mano dei prodi ettorri universitari, ossia adeguando il proprio palato a quello che passava il convento. Cogliamo l’occasione allora per precisare che un abisso deve separare i rivoluzionari dai bohémiens universitari, e non solo nell’empireo della dottrina, ma nella pratica e nello stile della vita quotidiana. I comunisti sono e devono essere diversi da quella gentaglia, come ci insegnavano i vecchi compagni, anche fisicamente, anche nel modo di parlare, di vestirsi, di interagire con l’ambiente, rifuggendo da frequentazioni inquinanti e dal contagio dei balordi comportamenti trasgressivi di cui essi si compiacciono. Non è certo per amore della proprietà privata, ad esempio, ma è per il desiderio bruciante di togliere la vita all’idra capitalista, che bisogna rinunziare a sfogare oggi la propria rabbia, che è un bene prezioso, al modo dei piccolo-borghesi, che si accontentano di rubacchiare qualcosa nei templi del consumismo.
22 Ibidem.
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QUESTIONI DI DOTTRINA: l’attacco al “marxismo volgare” è tutt’uno con la regressione alla politique d’abord, con il travisamento della funzione del Partito Comunista, e con la svalutazione del ruolo storico della Sinistra italiana e della classe operaia internazionale
Punto n°7: promemoria sul comunismo rozzo e sul materialismo volgare
I CORSI UNIVERSITARI DEL “MARXISMO RAFFINATO” INIZIANO SEMPRE CON LE CANTONATE SULLE QUESTIONI ELEMENTARI. Vi è una favola che tutti gli opportunisti amano raccontare: quella secondo cui vi sarebbe in circolazione un marxismo rozzo e volgare, che deve essere combattuto per assicurare il sano procedere del Partito e della rivoluzione. Questo spettro che turba i sonni degli opportunisti, ha tanti nomi, proprio come il demonio, il cui nome è legione: meccanicismo, economicismo, operaismo … . Insomma, riassume e racchiude tutta quella legione di diaboliche storture che i “marxisti raffinati” apprendono nelle accademie ad esorcizzare. Purtroppo però i corsi universitari del “marxismo raffinato” cominciano –come al solito- con le cantonate sulle questioni elementari, forse perché … il demonio ci ha messo la coda. Non esiste, infatti, giusta la dottrina rivoluzionaria del proletariato, un “marxismo rozzo e volgare”. Da quando il marxismo è marxismo, infatti, esso non ha mai ammesso la ipotesi di possedere un “gemello deforme” nato dal medesimo grembo. Esistono, invece, un materialismo volgare ed un comunismo rozzo, ma sono entrambi estranei alla dottrina critica marxista: positivista e borghese il primo, proletario ma ancora utopista il secondo. Secondo l’insegnamento trasmessoci dalla Sinistra, “il materialismo volgare come lo intende Marx è quello che si sviluppa poi nel positivismo oggi giustamente dileggiato e scientizzante degli Spencer, Comte, Ardigò e varie versioni nazionali, che adescarono decenni addietro i socialisti revisionisti anglo-latini” e non quello illuministico pre-rivoluzionario, materialismo “che Marx chiama appunto classico” (1), mentre il comunismo rozzo o “grossolano” cui Marx si riferiva nei “Manoscritti economico-filosofici del 1844”, rappresentò al contrario “oltre un secolo addietro, un primo passo effettivo contro la alienazione dell’uomo dovuta alla forma capitalistica” (2) e quindi una “forma preliminare” (3) del socialismo scientifico, tanto è vero che “Marx ed Engels hanno […] scritto degli utopisti senza alcun disprezzo, e per alcuni di essi come Saint Simon, Fourier, Owen, con vera ammirazione” (4). La miopia e la ottusità del materialismo volgare stanno nel porre la relazione che deriva le umane opinioni e ideologie dalla sottostante dinamica dei fatti materiali “nel campo chiuso dell’individuo umano” (5). Al comunismo rozzo va invece riservata una ben più alta considerazione: esso
1 “La teoria della funzione primaria del partito politico, sola custodia e salvezza della energia storica del proletariato – I vari materialismi”, Riunione interfederale di Parma del 20 e 21 settembre 1958 (Raccolta delle Riunioni di Partito, Volume N. 5, pag. 135).
2 “Tavole immutabili della teoria comunista di partito – Il comunismo rozzo”, in “Soluzioni classiche della dottrina storica marxista per le vicende della miserabile attualità borghese – Rapporti alla Riunione di Milano del 17-18 ottobre 1959” (Raccolta delle Riunioni di Partito, Volume N. 6, pag. 76).
3 Ibidem.
4 “Dialogato coi Morti”.
5 “La teoria della funzione primaria del partito politico, sola custodia e salvezza della energia storica del
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era grossolano, è vero, ed anche “ingenuo ed arretrato” (6), ma era cionondimeno di “non sempre ignobile origine” (7), tant’è vero che espresse prima attraverso Thomas Müntzer una visione che “si spinge tant’oltre da precorrere, nella misura consentita dai tempi, la dottrina comunista della quale egli già intravedeva e formulava chiaramente i corollari sostanziali” ed in particolare il fatto che “le classi allora esistenti, coi loro contorni ben delineati e distinti, avrebbero dovuto sparire” (8); e poi, tramite il “gigante Gracco Babeuf” (9), formulò un programma che in tanto è originato “intuitivamente da una posizione di classe” (10), in quanto in esso “è detto che la forza saprà contare più che la ragione” (11), affermazione che è in cruda antitesi rispetto “alla illuminista dottrina della nuova Dea Ragione” (12) ed al suo “sforzo vano di emancipare l’uomo partendo dal pensiero” (13). I limiti di questo “comunismo rozzo” stavano anzitutto nell’attendere l’affermazione dei propri postulati di rinnovamento del mondo “da un’opera di persuasione tra gli uomini” (14), nel credere cioè di “vincere proponendone il disegno ai potenti del tempo o alla forza dell’opinione generale” (15), tanto è vero che “i vecchi utopisti come Cabet pensavano che tutti si sarebbero fatti socialisti traverso visite alle Icarie, ai Falansteri” (16), ed anche in quell’“errore di prospettiva, frutto dei tempi”, per cui la “inversione della alienazione” si presentava all’ex-lavoratore autonomo (contadino o artigiano che fosse) “come la riconquista delle perdute parcelle e la assegnazione ad ogni membro della società di una libera parcella” (17), e quindi
proletariato – I vari materialismi”, Riunione interfederale di Parma del 20 e 21 settembre 1958 (Raccolta delle Riunioni di Partito, Volume N. 5, pag. 135).
6 “I caratteri della società comunista e la natura borghese di ogni economia mercantile, monetaria e di salariato” paragrafo 16 (“Il comunismo grossolano”), il programma comunista, nn. 15-18, 1959.
7 “Il programma rivoluzionario della società comunista elimina ogni forma di proprietà del suolo, degli impianti di produzione e del prodotto del lavoro. Corollarii della Riunione di Torino – Utopia e marxismo”, 1-2 giugno 1958 (Raccolta delle Riunioni di Partito, Volume N. 5, pag. 76).
8 “Figure di precursori. Tomaso Münzer”, Prometeo, n° 4, 1924, pag. 86.
9 “La invarianza storica del marxismo”, dall’opuscolo «Sul Filo del Tempo», pubblicato dal Partito Comunista Internazionalista nel maggio del 1953.
10 “I caratteri della società comunista e la natura borghese di ogni economia mercantile, monetaria e di salariato” paragrafo 18 (“Marx e il «comunismo rozzo»”), il programma comunista, nn. 15-18, 1959.
11 Ibidem.
12 “La invarianza storica del marxismo”, dall’opuscolo «Sul Filo del Tempo», pubblicato dal Partito Comunista Internazionalista nel maggio del 1953.
13 Ibidem.
14 “Il programma rivoluzionario della società comunista elimina ogni forma di proprietà del suolo, degli impianti di produzione e del prodotto del lavoro. Corollarii della Riunione di Torino – Utopia e marxismo”, 1-2 giugno 1958 (Raccolta delle Riunioni di Partito, Volume N. 5, pag. 76).
15 I “piani di future società, repubbliche, colonie di isole di uomini liberi da disuguaglianza, servitù e sfruttamento” che “disegnò la letteratura di tutti i secoli […] furono dovuti ad ingegni potenti”. “Sognarono spiriti insigni la Città di Dio o la Città del Sole, altri cercarono e progettarono la nuova Città dell’Uomo, e credettero vincere proponendone il disegno ai potenti del tempo o alla forza dell’opinione generale… Andammo più oltre. Ma non perché, deridendo poeti e mistici, apostoli e missionari, ci compiacessimo nella bassezza dello scetticismo, dell’agnosticismo, dell’eclettismo che si pasce nel giro dell’oggi e in quello più cieco ancora della persona, bensì perché considerammo positivo e sicuro lo studio della città di domani, e più ancora la diretta battaglia per lei ” (“Esploratori nel domani”, Battaglia comunista, n° 6, 1952).
16 “Dialogato coi Morti”.
17 Qui la Sinistra chiarisce che grossolano (e cioè “ingenuo e arretrato”) fu il “primo comunismo coevo della grande rivoluzione francese” in quanto soffriva di un “errore di prospettiva, frutto dei tempi”, errore rappresentato dal fatto, a fronte di una “pratica perdita di un piccolo retaggio di una dignità di produttore autonomo e autosufficiente” , di presentare la inversione di questa alienazione “come la riconquista delle perdute parcelle e la assegnazione ad ogni membro della società di una libera parcella” (“I caratteri della società comunista e la natura borghese di ogni economia mercantile, monetaria e di salariato” paragrafo 16, “Il comunismo grossolano”, il programma comunista, nn. 15-18, 1959).
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“la soppressione della proprietà privata appariva come la sua generalizzazione e il suo completamento” secondo la formula ingenua “tutti proprietari e tutti proletari”, cui la critica di Marx surrogò quella che sta scritta nel nostro programma: “nessun proprietario e nessun proletario” (18).
La sua grandezza risiede nel fatto che questa “prima ed inferiore forma di socialismo dette scosse potenti al movimento contro i difensori del sistema borghese e dell’economia proprietaria, anche limitandosi agli aspetti meno profondi” (19) ed anche nel fatto che soprattutto i sistemi dei “tre colossi Saint Simon, Fourier ed Owen, che stanno sulle soglie dell’Ottocento […]già sono, per noi materialisti storici, la prova che ci si può porre il compito socialista. Essi sono già collegati, non al privo di senso «interesse dell’umanità»”, ma all’interesse di una ben definita classe, il proletariato, «originatosi frattanto nel grembo della storia»” (20). Perciò la Sinistra ha potuto affermare che “apparendo dopo un secolo la barba di Marx, ne uscirebbe […] un bacio commosso ai sognatori della fiammante Utopia, ai poeti e ai romanzatori di un mondo, costituente il domani della sporca, ipocrita e vile civiltà moderna” (21).
La dottrina che prende il nome di Marx è una sola e non sopporta di essere smembrata in diverse varianti e versioni. L’accusa di meccanicismo e di marxismo volgare nei confronti della Sinistra è d’altra parte un leit-motiv ricorrente dell’opportunismo, a partire da quello della dirigenza centrista del P.C.d’I ligia allo stalinismo nascente (22). Chiunque sia oggi a riecheggiarle, non fa che copiare le accuse logore e imbecilli rivolte alla nostra corrente nel 1924 da parte della Centrale ormai bolscevizzata del P.C.d’I..
18 “Ci interessa far vedere che il nostro termine immediatismo – valido a battere insieme stalin-krusciovisti e falsi sinistri comunisti – è vecchio di cento anni. Esso è introdotto da Marx nella critica alla prima forma incompleta del «comunismo rozzo» su cui lungamente ci fermammo. In questa prima formulazione del programma della classe operaia la soppressione della proprietà privata appariva come la sua generalizzazione e il suo completamento. La giusta critica di Marx vuole mostrare come la formula: nessun proprietario e nessun proletario, appare prima ingenuamente come quella: tutti proprietari e tutti prole-tari. Questo è proprio l’errore dei russi con la loro «proprietà di tutto il popolo» nonché degli ouvriéristes de gauche tipo Socialisme ou Barbarie con la loro rivendicazione: gestione della fabbrica agli operai, e tutti operai” (“Tavole immutabili della teoria comunista del Partito”, il programma comunista” n. 5 del 1960).
19 “Esploratori nel domani”, Battaglia comunista, n° 6, 1952.
20 Ibidem.
21 Ibidem.
22 A dimostrazione della ricorrenza dell’accusa di materialismo volgare (e quindi dell’invarianza dell’opportunismo), ricordiamo che i centristi allineati a Mosca individuarono allora proprio in tale deviazione uno dei peccati originali della nostra corrente, additando al pubblico ludibrio il nostro rappresentante, il quale aveva osato affermare che da ciò che i delegati avevano mangiato si potevano trarre delle deduzioni circa la bontà o meno delle deliberazioni politiche cui essi sarebbero addivenuti.
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Punto n°8: le condizioni indispensabili per il successo della lotta rivoluzionaria
LA TRASFORMAZIONE DEI NOSTRI POSTULATI PROGRAMMATICI IN UNA “VIVENTE STRATEGIA” E’ UN COEFFICIENTE DI DISORIENTAMENTO E DISCONTINUITA’ DEL PARTITO, QUINDI DI SICURA SCONFITTA DELLA LOTTA RIVOLUZIONARIA. Il marxismo non adulterato ha sempre sostenuto che la ripresa classista e rivoluzionaria avverrà in forza dell’interazione tra le spinte oggettive che scaturiscono dai fatti economici e il depositarsi subliminale dei postulati comunisti propagandati di lunga mano dal Partito comunista tra i proletari, o, se si preferisce, per la semplice interazione tra un Partito che spiega la natura dei rapporti di classe esistenti e proclama la via da percorrere per liquidarli per sempre e una classe che assimila quasi subliminarmente e poi –sotto la pressione dei fatti materiali- si schiera dalla parte della Rivoluzione. In questa capacità di discernere l’essenziale dall’accessorio -e quindi di semplificare e di schematizzare- risiede, per gli opportunisti di ogni specie, il peccato originale di quello che essi definiscono “marxismo rozzo e volgare”, ed al quale pertanto ci compiaciamo di essere stati polemicamente associati (1): per gli adepti del “marxismo raffinato”, infatti, la semplicità è sinonimo di semplicismo in quanto da sempre i rinnegati campano -proprio come i burocrati dello Stato borghese- sulla complicazione degli affari semplici. Secondo costoro, perché la ionizzazione sociale possa avvenire, è necessario infatti -oltre al persistere della compagine organizzata del Partito, al suo contatto con la classe ed alla sua attività intesa a propagandare, agitare e trasformare, se possibile, in azione i postulati programmatici comunisti- che vi sia anche un quarto coefficiente, rappresentato dal fatto che il Partito, che grazie alla sua dottrina è in grado di proclamare le «cose giuste», sia capace altresì di trasformare quelle proclamazioni in una vivente strategia, ossia di svolgere i percorsi dialettici attraverso cui le posizioni comuniste possano infine articolarsi in parole d’ordine precise e comprensibili. Senza questa necessaria opera di adattamento, infatti, le storiche parole d’ordine del movimento operaio non potrebbero che risultare stravolte ed immiserite nella loro immediata attualizzazione, e l’attività del Partito si risolverebbe in uno sterile «volontarismo» politico-educazionista. I liquidatori del 1982-83 non avevano detto niente di diverso, scagliandosi contro le “proclamazioni” e le “declamazioni” di un Partito
1 La smania di manomettere il Programma per derivarne delle implicazioni strategiche “concrete” atte a snaturarlo e l’accusa di economicismo verso i rivoluzionari, che negano tale necessità proprio perché convinti che saranno i fattori economici a spingere gli operai verso di noi, è una malattia ricorrente che alligna non solo all’interno della nostra organizzazione, ma anche e soprattutto all’esterno di essa. Ne è un esempio edificante la prosa di cui ci delizia il gruppo di “Lotta Comunista”. Secondo costoro sarebbe infatti necessario “mettere a fuoco il carattere dialettico del rapporto tra struttura e sovrastruttura, affilando la critica sia verso il meccanicismo, che ridurrebbe l’analisi politica a valutazione econometrica, sia verso l’illusione del primato della politica che non vede l’effettiva determinazione economica” (A. Cervetto “L’involucro politico”, Ed. Lotta Comunista, 1994). E nello stesso tempo demolire “l’indifferentismo politico” della nostra corrente (pag. 146) e la sua “insufficienza strategica” (pag. 150). La mancanza nella Sinistra di “una strategia, scientificamente fondata sull’analisi del reale processo di sviluppo capitalistico nello stadio imperialista” avrebbe in particolare condotto la nostra corrente all’aberrazione di ritenere che “dato che la concentrazione del capitale determina il centralismo politico […] la democrazia si trasformi in fascismo” (pag. 171). Orrore! orrore meccanicista e indifferentista, strillano i “leninisti”: si osa affermare che “non si può più utilizzare una forma politica [la democrazia] che è finita perché è finita la situazione strutturale che la determinava” (pag. 178). Ne deduciamo che, siccome tutti i salmi finiscono in gloria, secondo i gusti dei nostri “leninisti”, Madama Democrazia i proletari la possono ancora utilizzare …
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congenitamente incapace di “far politica”, ossia di mediare tra le rivendicazioni e le parole d’ordine storiche (leggi: rivoluzionarie) e le necessità di adattamento che scaturiscono dal quotidiano decorso della civiltà capitalistica (leggi: opportuniste). Occorre quindi fare un passo indietro e riaprire i nostri testi. Le “condizioni indispensabili per il successo della lotta rivoluzionaria” sono rappresentate “secondo tutte le tradizioni del marxismo e della Sinistra italiana e internazionale” da tre elementi: 1) “il lavoro e la lotta nel seno delle associazioni economiche proletarie”; 2) la “pressione delle forze produttive contro i rapporti di produzione”; 3) la “giusta continuità teorica, organizzativa e tattica del partito politico” (2). Quindi, chiosando il testo, i coefficienti utili alla Rivoluzione sono: 1) il contatto del partito con la classe; 2) la pressione dei fatti materiali; 3) la capacità del partito di affermare e proclamare la giusta prospettiva rivoluzionaria. 1 + 2 + 3 = successo della lotta rivoluzionaria (un successo che presuppone come già avvenuta la “ionizzazione sociale” verso il polo rivoluzionario, rappresentato dalle posizioni comuniste, ed anche verso il polo opposto, quello della controrivoluzione). Non c’è posto quindi per una quarta condizione, rappresentata dalla capacità del partito di trasformare il programma rivoluzionario, cento volte riaffermato a stretto contatto con la classe sul filo della sua continuità teorica, organizzativa e tattica, in una “vivente strategia”. Ma apriamo anche un altro testo, a fini di un miglior chiarimento di questa delicata questione. “Il partito comunista […] finché la borghesia conserva il potere assolve i seguenti compiti: a) elabora e diffonde la teoria dello sviluppo sociale, delle leggi economiche caratterizzanti il sistema attuale dei rapporti produttivi, dei conflitti di forze di classe che ne sgorgano, dello Stato e della rivoluzione; b) assicura l’unità e la persistenza storica dell’organizzazione proletaria. La unità non è il raggruppamento materiale degli strati operai e semi-operai che subiscono, per il fatto stesso del dominio della classe sfruttatrice, l’influenza di direzioni politiche e di metodi di azione dissonanti, ma lo stretto legame internazionale delle avanguardie pienamente orientate sulla linea rivoluzionaria integrale. La persistenza è la rivendicazione continua della linea dialettica senza rotture che lega le posizioni di critica e di battaglia assunte successivamente dal movimento nella serie delle condizioni mutevoli; c) prepara di lunga mano la mobilitazione e l’offensiva di classe con l’impiego armonico di ogni possibilità di propaganda e di agitazione e di azione in ogni lotta particolare scatenata dagli interessi immediati, culminando nell’organizzazione dell’apparato illegale ed insurrezionale per la conquista del potere” (3). Ancora una volta, come si vede, i compiti del Partito si compendiano in una triade: elaborazione teorica + assicurazione della continuità della classe nello spazio-tempo + preparazione dell’offensiva rivoluzionaria; e poi si precisa anche che la preparazione dell’offensiva finale è basata sull’intervento del Partito nelle lotte parziali con una propaganda, una agitazione e (se possibile, aggiungiamo noi) con un’azione (altra diabolica triade!) intese ad unificarle e ad indirizzarle verso l’obiettivo finale rivoluzionario. Tra i compiti del Partito Comunista prima della rivoluzione, vediamo quindi che, ancora una volta, la Sinistra annovera: 1) l’elaborazione e la diffusione della teoria scientifica marxista, unico strumento per analizzare la dinamica della società esistente e per poter dire ai proletari le “cose giuste”; 2) l’assicurazione della continuità del movimento rivoluzionario proletario, che proprio stringendosi saldamente attorno alla riaffermazione di quelle “cose giuste” (le
2 “Teoria e azione nella dottrina marxista”, 1951, punto 4, in “Partito e classe”, pag. 119.
3 “Dittatura proletaria e partito di classe”, 1951, in “Partito e classe”, pag. 65-66.
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“vecchie parole” e i “vecchi chiodi” della tradizione rivoluzionaria) sopravvive, si afferma e si tempra; 3) la preparazione dell’offensiva finale, che avviene sfruttando ogni spiraglio per proclamare e spiegare le “cose giuste” a quei proletari –necessariamente pochi- che sono interessati all’insieme delle nostre posizioni (propaganda), per proporle come obiettivo immediato a strati più ampi di proletari in lotta (agitazione) e infine, quando la temperatura sociale lo consente, per improntare ad esse l’azione della classe. L’offensiva finale non si prepara quindi affatto trasformando le “cose giuste” in una “vivente strategia”, ma semplicemente proclamandole, agitandole e infine trasformandole in azione. In conclusione ribadiamo nel modo più categorico che nella tradizione della Sinistra -così come è codificata in “Teoria e azione nella dottrina marxista” e “Dittatura proletaria e partito di classe”- non c’è assolutamente posto per un quarto coefficiente, rappresentato dalla sedicente trasformazione dei postulati marxisti in una “vivente strategia”. Perché tale operazione per definizione non può che essere una operazione volta a trasfigurare quei postulati, a mutarli in qualcosa di diverso da quello che erano e che sono, e quindi a snaturarli. Il coefficiente che viene invocato è pertanto un coefficiente di disorientamento e discontinuità del Partito, e quindi di sicura sconfitta della lotta rivoluzionaria. Giusta la tradizione della Sinistra i postulati comunisti non abbisognano di essere in alcun modo trasformati in qualcosa d’altro: devono solo essere propagandati tra i proletari più avanzati nelle fasi di rinculo, agitati tra le masse operaie in quelle di ripresa del movimento e tradotti in azione nel fuoco della lotta rivoluzionaria. Il fatto di porre in rilevo la necessità di opporsi al “lento abbandono dell’azione pratica” (4), come abbiamo fatto in tempi recenti, non è affatto sinonimo, quindi, di un presunto «volontarismo» politico-educazionista perché tale attività pratica, coincidendo con “quel lavoro politico a contatto della classe operaia, che è uno dei nostri cardini di azione, e che definisce il nostro stesso essere Partito” (5), non si limita ai tanto vituperati volantinaggi, ma consiste nel portare la nostra parola e il nostro giornale in tutte le forme, anche limitate, di vita della classe, quindi nelle assemblee, nelle manifestazioni, negli scioperi, ecc., ed ha soprattutto un senso e uno scopo ben preciso, che non è certo quello di affrettare l’incontro teoria-masse o di avvicinare le curve del Partito e della società, come pretendevano i sostenitori del “Nuovo Corso” prima dell’82, che non è, insomma, quello di imboccare le scorciatoie che contraddistinguono il velleitarismo educazionista, cui la Sinistra si è sempre tenacemente opposta, ma è quello di far sedimentare nella memoria degli operai una traccia, che consentirà poi loro, nelle fasi di ripresa anche solo parziale delle lotte fuori dal controllo degli apparati borghesi, di non confondere il Partito con gli innumerevoli opportunismi dipinti di rosso che si desteranno allora dal loro precedente letargo o dal torpore della loro routine collaborazionista al solo scopo di “cavalcare la tigre” con frasi roboanti e dal suono “rivoluzionario” e di ricondurla poi all’ovile. Una traccia, quindi, che consentirà alla classe di riconoscere il Partito sulla base di una verifica diretta, immediata, della limpida continuità delle sue posizioni e delle sue parole d’ordine, in cui è scolpita la sua inconfondibile fisionomia. Perciò la nostra parola deve essere sempre la stessa, pur aderendo e rispondendo alle diverse situazioni contingenti. Come dicevano i vecchi compagni: un comunista, una
4 Rapporto alla R.G. di Partito del 2001.
5 Ibidem.
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parola, un opportunista, un vocabolario. Per dirimere in via definitiva il dilemma sulla necessità o meno di “viventi strategie”, diamo infine la parola allo stalinismo nascente. “Sentite quello che il relatore Bucharin, in sede di discussione del 1° punto all’O.d.G. dell’Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista (25 febbraio 1926) diceva: «Esistono due metodi, a fondo differenti, di lotta per la prospettiva rivoluzionaria. Il primo è il metodo marxista: esso consiste [udite, udite] nell’adattare alla realtà concreta la nostra lotta per la prospettiva rivoluzionaria, nel prendere la realtà così com’è, anche se sfavorevole. L’altro metodo è quello di Bordiga, il quale fa completamente astrazione dalla situazione e si contenta di affermare che noi siamo dei rivoluzionari e che dobbiamo combattere per la rivoluzione. Quanto alla analisi marxista della situazione obiettiva e alla tattica che ne scaturisce, essa è, presso Bordiga, completamente assente. Non è un caso fortuito se nel suo lungo discorso non abbiamo udito una sola parola sugli indizi specifici della situazione attuale. Ciò non gli importa affatto, perché egli considera tutto da un punto di vista generale ed astrattamente rivoluzionario e si contenta di coniugare il verbo ‘fare la rivoluzione’. Inutile dire che questo metodo conduce a rendere volgare la nostra tattica, il che non ha niente di marxista»” (6). Perciò va respinto ogni conato, periodicamente risorgente, ad adattare le storiche parole d’ordine del movimento operaio piegandole alle esigenze di moderazione dettate dalla fase morta che attraversiamo. Perciò la loro attualizzazione, lungi dall’immiserirle, le valorizza in quanto fa propaganda oggi delle cose che si dovrebbero fare e che domani torneranno ad essere prassi quotidiana della lotta operaia, in quanto cioè fa sedimentare nell’oggi quella traccia che in tanto è preziosa in quanto costituirà domani uno dei ponti attraverso cui la classe potrà “riconoscere i suoi”. Solo degli inguaribili immediatisti possono infatti stabilire un’equazione tra l’impossibilità a raccogliere un’immediato consenso attorno ad una parola d’ordine ed il fatto di “immiserirla”.
Resta da precisare il fenomeno, anch’esso non certo nuovo, per cui alla fregola di dimenarsi alla ricerca di strategie politiche più o meno intelligenti o addirittura “geniali” -se a pilotare il barcone è un Grande Timoniere- corrisponde regolarmente il fatto di relegare in secondo piano il lavoro di l’analisi economica, che si concentra sui movimenti statistici e sui grafici dell’economia borghese in crisi, e che l’opportunismo ha sempre liquidato spregiativamente come banale statistica econometrica. La correlazione non è difficile da scoprire: senza la tanto decantata capacità di elaborazione strategica e di adattamento politico delle nostre posizioni classiche, infatti, secondo gli “strateghi dell’osteria dell’avvenire”, le spinte del sottosuolo economico resteranno sempre lettera morta. E’ perciò che esse rappresentano comunque una “éntité négligeable”. E’ perciò che il motto caratteristico degli opportunisti, smaniosi di trovate strategiche, è quello della “politique d’abord!”, e cioè: la Politica al primo posto! (7). Alla faccia del determinismo economico, che secondo l’insegnamento della Sinistra rappresenta l’essenza stessa del marxismo!
6 “Attivismo” (“Battaglia comunista” n. 6 e 7 del 1952). Si noti en passant l’affiorare nel lessico buchariniano del termine “volgare” per stigmatizzare le posizioni della Sinistra.
7 “Politique d’abord, non vuole dunque solo dire: indietro la massa e la base, indietro la realtà anche contingente delle situazioni economiche, tecniche, costruttive, amministrative; siano di scena le formazioni politiche in cui la nazione si divide, ossia i partiti. Vuole dire indietro anche questi, che ancora non si sono né schierati né messi in attività (né più si sottrarranno, prima ad un conformismo unico «risorgimentale», dopo a una coppia di conformismi convenzionalmente, retoricamente avversi tra loro, che più non si riscatteranno dalla passività di stile ventennio, e se volete di stile popolar-progressivo). Ed allora se le
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“Oggi il misero Krusciov, per sganciarsi dalle condizioni cui è legata «una» tesi di Lenin, baratta le ultime luci del marxismo che mai lo abbiano raggiunto, e afferma che nel 1914 agivano i fattori economici, nel 1956 sarebbero in gioco anche altri fattori, morali e di volontà. «La guerra non è un fenomeno esclusivamente economico». «Nella questione se la guerra ci deve o non ci deve essere (ma che razza di questione è mai codesta?) assumono grande importanza i rapporti di classe le forze politiche, il grado di organizzazione e la volontà cosciente degli uomini». In quale spaventoso guazzabuglio siamo caduti, per tornare da Stalin a Marx?! Stalin avanzava in libreria col lanciafiamme, ma a quella luce qualche lembo di pagina si leggeva ancora; i vari Krusciov vi irrompono come tori ai quali, a copertura del rischio che abbiano appreso a leggere, si sono bendati gli occhi dopo avere spento tutte le luci. Per caso siamo marxisti, e dopo ciò abbiamo da una parte schierato «i fattori economici», dall’altra, in suggestivo ordine, i rapporti di classe, le forze politiche e di organizzazione, la coscienza, la volontà?! E avviando tra questi avversari una «gara emulativa» sentiamo lanciare un «a voi signori», mentre il maresciallo Bulganin, col più fotogenico sorriso, tiene la smarra?!” (8).
Alla risorgente smania della politique d’abord noi opponiamo quindi, come al solito, la necessità assoluta, immediata e prioritaria di non perdere tempo in vuote chiacchiere strategiche ma di piegare la gobba sulle cifre, sulle tabelle e sui grafici dell’economia borghese nell’ambito della nostra attività teorica senza perciò voler ridurre l’attività teorica al solo studio del corso dell’imperialismo; e, per quanto riguarda l’attività pratica, di continuare ad essere presenti, nei limiti delle nostre forze, davanti alle fabbriche con la nostra parola, una parola che non può non apparire irrealistica e “demagogica” finché la ripresa classista non riproporrà all’ordine del giorno le storiche rivendicazioni del movimento operaio, e che, soprattutto, deve scendere dove è possibile nello specifico e, se si vuole, anche nel dettaglio di ciò per cui bisognerebbe lottare fin d’ora, pena il fatto, in caso contrario, di ridursi ad una generica petizione di principio, priva di qualsiasi impatto su coloro (pochi o tanti che siano) che sono già adesso disposti ad ascoltarci, e quindi incapace di lasciare quella traccia per l’avvenire in cui risiede il suo vero significato, che è sì di essere un pungolo e un mezzo per giungere ad una radicalizzazione delle lotte rivendicative, ma non certo (se non a livello del tutto episodico e marginale) delle lotte attuali, ma delle lotte a venire. Consegna conclusiva: ESCLUDERE VOLI “STRATEGICI” ATTI SOLO A SNATURARE LE NOSTRE POSIZIONI CLASSICHE, RIBADIRE LA DOPPIA NECESSITA’ DI FAR PARLARE LE CIFRETTE E DI NON DISERTARE L’ATTIVITA’ PRATICA A CONTATTO CON LA CLASSE OPERAIA.
classi e i partiti non sono di scena, la formula, sfrontata ma veritiera, a quali rapporti di forza si riferisce? Quali sono gli attori sul palcoscenico, salvo ad indagare dopo se gli attori e specie i protagonisti non siano marionette di cui sono tirati i fili? Tutto si riduce ad un intrigo tra persone, tra «personalità», tra «uomini politici»; ciò viene apertamente confessato” («Politique d’abord»!, in «Battaglia Comunista», N.15, 4-17 settembre 1952).
8 “Dialogato coi Morti”.
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Punto n°9: natura del Partito Comunista
CONTRO LE SUGGESTIONI DEL “PARTITO CEREBRALE”: TRASCENDERE L’INDIVIDUO, RITROVARE L’ANIMA DEI NOSTRI MORTI. Ritenere che il Partito sia l’organo della classe in quanto ne costituirebbe il cervello è una banalizzazione inaccettabile della nostra concezione. Come ogni tentativo pedestre di ridurre i macigni in pillole, porta infatti ad un profondo travisamento delle nostre tesi classiche: seguendo quell’esempio del tutto fuori luogo, infatti, si giungerebbe subito a tirarne la conseguenza che mentre la classe senza Partito può esistere, anche se solo come un “preparato spinale”, e cioè nel senso vegetativo e acefalo della classe per il Capitale, al contrario il Partito senza la classe non può esistere, in quanto fuori dall’apporto costante di sangue e di ossigeno che gli deriva dal corpo fisico della classe, esso immediatamente si paralizza e muore. Le nostre tesi, in realtà, non stabiliscono affatto che il Partito è un organo della classe proletaria, ma che è l’organo della classe proletaria. Il Partito non può quindi essere identificato nel cervello di un organismo antropomorfo. Esso è infatti la parte che contiene il tutto, che contiene il senso del divenire della totalità della classe unitariamente intesa nello spazio-tempo. Il cervello, al contrario, non può assolutamente essere considerato come la parte che contiene il tutto, se non si vuole ricadere nel più piatto razionalismo ed ignorare il fatto, per noi basilare, che, parafrasando Pascal, “il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce”. Se si vuole rimanere dunque nella sfera della biologia, l’unico organo che contiene il tutto non è il cervello, allora, ma sono i genitali, sede delle cellule germinali, da cui si originerà nuovamente l’intero organismo. Pur restando stabilito, quindi, che il Partito non ha la consistenza della tremula gelatina cerebrale, va tuttavia subito precisato che, dal punto di vista scientifico, l’organo che veramente contiene il tutto sono i genitali di entrambi i sessi, perché “un solo coniglio non è un coniglio, due conigli soltanto possono essere un coniglio” (1), come scrisse lucidamente la Sinistra prendendo nelle sue mani il filo del Partito Storico, che nell’arco dei millenni si ricollega al Comunismo primitivo passando anche attraverso la “Res bina” dell’Alchimia (2), scienza che ci ha appreso che la Perfezione, il compimento della Grande Opera della trasformazione dell’uomo in Essere Umano è essenzialmente androgina (leggi: nel Comunismo sarà finalmente risolta la turpe contrapposizione tra i sessi che contraddistingue le società di classe, sciogliendosi così la infame, plurisecolare oppressione della donna). Quindi, per ritornare alla questione del Partito: per definirne l’essenza abbiamo dovuto già infrangere i limiti del soggetto individuale. L’esempio dei genitali, sia pure dei genitali di entrambi i sessi, tuttavia, non è ancora adeguato ad esprimere la natura esatta dell’organo-Partito. Contenere il tutto è una qualificazione necessaria ma non sufficiente, perché manca ancora il requisito della possibilità di una vita in una certa misura autonoma. Per definire la natura dell’organo-Partito occorre pertanto che ci
1 “I fattori di razza e nazione nella teoria marxista”, Ed. Iskra, pag. 23.
2 Che l’Alchimia sia una magnifica anticipazione del materialismo dialettico la Sinistra lo dice infatti tra le righe, ma in maniera inequivocabile: “ben aveva detto l’alchimista di mille anni fa corpora non agunt nisi soluta, i corpi sono attivi solo in soluzione, e la scienza è sempre alla fine vecchia e nuova” (“Struttura economica e sociale della Russia d’oggi”, Ed. Contra pag. 322). Il che significa: a) che l’alchimia è scienza; b) che la nuova scienza (materialismo dialettico) è anche vecchia in quanto incorpora gli elementi essenziali di quella antica (alchimia), la quale, a sua volta, in tanto era anche nuova in quanto aveva saputo anticipare l’avvenire. E’ un sonoro ceffone ai presuntuosi epigoni che hanno avuto l’impudenza di addebitarci il reato di “esoterismo”.
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lasciamo totalmente alle spalle la anatomia del corpo fisico e che ci addentriamo nel terreno della metafisica, disciplina di cui, secondo un’accusa ricorrente, saremmo dei fedeli adepti. Il Partito rappresenta infatti l’organo della classe operaia in quanto ne costituisce l’anima. Se apriamo i testi di Partito, infatti leggiamo: “Il proletariato non esiste se non quando è rivoluzionario, quando ha la sua anima, il suo programma, e oppone il suo Stato, cioè l’Essere umano, alla società borghese. Altrimenti si avvilisce e la sua anima è borghese, una cosa della società borghese; allora non ha più vita, perché la sua vita è la rivoluzione. […] La classe non agisce e quindi non esiste se non quando si costituisce in partito, che a sua volta si caratterizza mediante il programma (e questo ne è l’anima)” (3). E ancora, a maggior scorno dei “cerebrali”: “Allo scopo di assicurare nel movimento storico l’azione d’insieme della classe, occorre un organismo che la animi, la cementi, la preceda, la inquadri” ed in tale preciso senso noi possiamo dire “che il partito è in realtà il nucleo vitale, senza di cui tutta la rimanente massa non avrebbe più alcun motivo di essere considerata come un affasciamento di forze” (4). In effetti, se prendiamo il dizionario, troviamo che “anima” significa esattamente “principio vitale degli esseri viventi” (5) o “in generale, il principio della vita” (6). Il rapporto Partito-Classe non sopporta dunque di essere ridotto ad un biologismo individualistico. Proprio perché non è uno dei tanti organi della classe ma è l’organo della classe, proprio perché non ne è il cervello ma ne è l’anima, ossia lo spirito rivoluzionario (7) che informa il corpo fisico della classe operaia, il Partito può continuare a vivere anche fuori dal rapporto costante con le masse proletarie. Anzi, in determinate circostanze, in cui la classe operaia gravemente ripiega ed i suoi movimenti sono inquadrati dalla borghesia ed ispirati alle sue direttive politiche, il Partito deve, in una certa misura, isolarsi dalle masse intrappolate in quei moti per restare se stesso, ossia deve proclamare e difendere la propria estraneità ed opposizione a tali mobilitazioni, evitando di commettere l’errore rovinoso di mantenersi ad ogni costo in contatto con le masse (8) ed ammettendo come unica forma di contatto possibile e sensata dal punto di vista della rivoluzione quella volta a spingere con la parola e con l’esempio gli operai a disertare quelle mobilitazioni, come accade tutte le
3 “Origine e funzione della forma partito”, il programma comunista, n° 13, 1961.
4 “Partito e classe”.
5 Dizionario Medico UTET.
6 L’Enciclopedia UTET.
7 “Spartaco lo ha detto poco prima di morire: «La vittoria sarà nostra perché Spartacus significa fuoco e spirito, anima e cuore, violenta azione della Rivoluzione proletaria. Spartacus significa tutte le miserie, tutto il desiderio di felicita dei proletariato Significa il socialismo, la rivoluzione mondiale»” (“Nella rossa luce del sacrificio”, «Il Soviet», N.6, 26.1.1919).
8 “Per quanto riguarda la tattica, cioè l’azione del partito in rapporto con le situazioni, riteniamo che le formulazioni presentate dalla centrale del partito siano molto pericolose. Ad esempio ora si dice che il partito deve rimanere «in qualunque situazione» in contatto con le masse per esercitare un’influenza predominante su di esse. Questa non è più nemmeno una tesi di Lenin. Lenin formulò la tesi della conquista della maggioranza in un periodo che era considerato come precedente una lotta per la conquista del potere. Lenin oppose questa tesi alla tesi della «offensiva» cioè alla tesi secondo la quale sarebbe possibile al partito comunista di lottare per la conquista del potere anche senza avere sotto il suo controllo una parte decisiva delle masse. Noi accettiamo la tesi di Lenin come egli l’ha formulata, cioè per il periodo che precede la conquista del potere, ma respingiamo l’estensione di essa che ora si vorrebbe fare e consideriamo anzi questa estensione come un passo verso l’opportunismo. Essa contraddice del resto anche alla storia del bolscevismo. Questa storia ha mostrato che vi sono dei periodi in cui è meglio essere pochi che molti” (“Intervento della Sinistra alla Commissione politica per il Congresso di Lione”, in “Critica marxista”, settembre-dicembre 1963, pp. 308-313 e in A. Bordiga, “Scritti scelti”, Feltrinelli, pag. 186.
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volte che gli operai agiscono non sul proprio terreno, per quanto in modo timido, esitante ed anche minimalista, ma sul terreno borghese (dalla lotta partigiana agli scioperi contro il terrorismo e per la difesa della democrazia). Altrove la Sinistra dice addirittura che il Partito, nelle situazioni di grave controrivoluzione, può sopravvivere anche in una pagina dimenticata. L’esempio che ci serve non va cercato quindi nella struttura biologica dell’individuo, ma in una in/formazione biologica (leggi: ciò che dà forma) che supera e trascende l’individuo, in un DNA in cui è codificato il programma di vita della Specie (leggi: il senso del cammino storico della classe) e che può sopravvivere per un certo periodo anche fuori dal corpo (leggi: fuori dal contatto con le masse operaie), anche in una provetta dimenticata (leggi: in una biblioteca). Come il DNA è il programma di vita della Specie, così il Partito Storico è il programma del Comunismo. Più in generale, se si vuole passare dalla metafisica, che parla di “anima”, alla fisica quantistica, che studia i “domini di coerenza” della materia (9), il Partito è l’in/formazione che la classe dovrà necessariamente e nuovamente incorporare per incominciare ad esistere, cioè per essere, per l’appunto, un insieme coerente e non un informe aggregato statistico di individui. E poiché dire informazione significa dire “memoria storica”, dato che la memoria altro non è che un insieme organico di informazioni tra loro collegate, ne deriva che il Partito Storico è quell’in/formazione, mentre il Partito Formale ne costituisce il vettore materiale, fisico, è il supporto ad essa adeguato, su cui quell’informazione deve necessariamente viaggiare per raggiungere il suo naturale destinatario. Il Partito Storico, insomma, si identifica con i testi in cui è codificata la nostra dottrina, il Partito Formale è invece l’organizzazione esistente qui ed ora e che raggruppa un certo numero di esseri umani, necessariamente ristretto, che in quella dottrina si riconoscono e nel cui solco intendono operare. Il Partito Storico, pertanto, non è l’organizzazione esistente nell’atto in cui si dedica al lavoro teorico, e il Partito Formale non è quell’organizzazione nell’atto in cui si dedica al lavoro pratico e cerca di collegarsi con la classe operaia attraverso la partecipazione attiva a tutte le sue lotte. Il lavoro teorico e il lavoro pratico sono i due aspetti, fondamentali ed indispensabili entrambi, della vita quotidiana del Partito Formale. Il Partito Storico non è l’attività di fondazione o di ribadimento o di difesa della dottrina, ma è il risultato di quell’attività, ed insieme anche dell’attività pratica che gli organismi formali via via svolgono, la quale, se non è, come non intende essere, un’attività acefala e slegata dalla dottrina, si traduce necessariamente in bilanci dinamici che, a loro volta, necessariamente si riverberano nell’attività teorica. E’ insomma la cristallizzazione in testi scritti dell’esperienza storica teorica e pratica della classe operaia mondiale. E’ quindi profondamente falso, presuntuoso e idealistico affermare che noi siamo il Partito Storico che tende a farsi Partito Formale, quasi che noi potessimo ammettere uno Spirito che si fa Carne, un’Idea assoluta che, hegelianamente, si realizza. Quasi che noi potessimo concepire dei testi che camminino da sé verso il proletariato piuttosto che verso i sindacati o i partiti. Oppure che la dottrina tenda per virtù propria a trasformarsi e a tradursi in un’organizzazione politica ed a radicarsi in tal modo nella classe. Quell’affermazione, riferita all’organismo politico oggi esistente, dice insieme troppo e troppo poco: troppo perché fa
9 Vedi in proposito il volume di P. Spaggiari e C. Trebbia, “Medicina quantistica”, Ed. Tecniche Nuove, 2002, cui rimandiamo non per gusto di erudizione ma perché i concetti ivi esposti rappresentano una vittoria del materialismo dialettico, e quindi ci interessano direttamente.
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assurgere quattro gatti all’altezza stratosferica della Dottrina, troppo poco perché –ammesso lo sforzo dei suddetti quattro gatti di sollevarsi a quell’altezza- toglie poi loro l’unica qualificazione che ne può e ne deve derivare, che è quella di essere, per l’appunto, il Partito Formale e non un informe nucleo o un malformato embrione tendente al Partito Formale. Il Partito Storico esiste e risplende come corpo di gloria indipendentemente da noi, fortunatamente. Vive nei testi in cui è condensata la dottrina, non lotta né si muove per tradursi in Partito Formale. Noi non potremo mai essere al contempo Partito Storico e Partito Formale, possiamo essere solo ed esclusivamente il Partito Formale, e lo siamo all’unica condizione di resistere sulle linee dorsali del Partito Storico.
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Punto n°10: rapporto tra Partito e classe
IL PARTITO COMUNISTA, IN PERFETTA COERENZA CON LA SUA NATURA ANTIDEMOCRATICA, TRAE IL SUO MANDATO STORICO SOLO DA SE STESSO E RESPINGE LA BRAMOSIA RICORRENTE DI RICONOSCIMENTI E DI LEGITTIMAZIONI DA PARTE DELLE ALTRE CLASSI O DEGLI STESSI OPERAI COME UNA RECIDIVA DI LEBBRA DEMOCRATICA. Il Partito è tale perché vive scomodamente, perché lungo tutto l’arco storico del suo cammino, se non può fare di peggio, quantomeno dice cose sgradevoli per la classe dominante, cose che offendono i benpensanti, che lo mettono in cattiva luce, insomma che danno fastidio ai corifei dell’ordine costituito. Altrimenti vuol dire che si sta trasformando in qualcosa d’altro, che ha cominciato a non essere più il Partito della rivoluzione. Il Partito pertanto non potrà mai non diciamo essere blandito e corteggiato dai “comitati contro la repressione” piuttosto che dai “comitati per la difesa della memoria dell’Olocausto”, ma neppure essere riconosciuto da costoro come un interlocutore “affidabile”. Sarà al contrario sempre additato dagli uni e dagli altri come un partito-canaglia, come un insieme di gente perduta per la “civile e democratica convivenza” e con cui non si può ragionare se non con la rivoltella alla mano. Non sarà mai “riconosciuto” da nessuno, né dalla classe finché è asservita all’ideologia dominante, né –tantomeno- dalla borghesia: questa è la bussola, giusta Carlo Marx. Perché è stato proprio lo “stolto” Marx a scrivere che “il nostro mandato di rappresentanti del partito proletario noi non l’abbiamo che da noi stessi. Ma esso è controfirmato dall’odio esclusivo e generale che tutte le frazioni del vecchio mondo e dei suoi partiti ci riservano” (1). Il Partito infatti non può attendere di essere “riconosciuto” e proclamato tale, magari a maggioranza, da una classe che ancora non esiste, e neppure si aspetta di ricevere questa investitura dagli avversari, che casomai si limitano a controfirmarla. Nota bene: la controfirma viene dall’odio del nemico di classe, non da un riconoscimento da esso gentilmente elargito. Ma ciò che più conta è che, escludendo anche una qualsiasi forma di dipendenza del Partito dal consenso espresso dal movimento operaio, Marx ha fatto a pezzi anche l’ultimo vestigio di democratismo. Questa visione bastarda, la lasciamo volentieri agli epigoni brigatisti della resistenza, che non a caso latravano e guaivano in vista della agognata “legittimazione” da parte dello Stato, o –il che è lo stesso- nella speranza, rivelatasi poi vana solo fino ad un certo punto, del “riconoscimento” dello status di prigionieri politici … Il Partito, dice Marx, la sua investitura storica se la dà da sé, non la attende da altri. Ripetiamo: noi comunisti non possiamo chiedere né alla classe operaia né alla borghesia alcun “riconoscimento”, che equivale al vecchio concetto di “fare la rivoluzione con l’autorizzazione dei carabinieri”. Al contrario: siamo noi che possiamo e dobbiamo negare ogni “riconoscimento” ad entrambe, nel senso che dichiariamo virtualmente defunta e quindi inesistente fin d’ora la borghesia (2), e non ancora
1 Marx a Engels, 18.5.1859, citazione tratta dal nostro “Origine e funzione della forma partito” (il programma comunista, n° 13, 1961).
2 “Una volta scoperto che la chiave del meccanismo del sistema capitalistico non è la brama di capitalisti personali di godere dei profitti, ma è la impersonale esigenza del capitale sociale di aumentarsi di plusvalore, forza sociale che solo una Rivoluzione potrà abbattere, resta dimostrata la necessità della morte del capitalismo, e quindi la sua scientifica non-esistenza potenziale dichiarata da Marx” (“Scienza economica marxista come programma rivoluzionario – Il capitalismo «non esiste»” (Raccolta delle Riunioni di Partito, Volume N. 6, pag. 146).
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esistente la classe operaia. Il Partito, per quanto “invisibile”, è l’unica categoria realmente esistente. Ciò che è reale non può chiedere ai non-esistenti, agli abitanti del mondo delle ombre, di rilasciargli un qualsiasi “certificato di esistenza in vita”. Quand’è infatti che l’attuale “nucleo” -come dicono in coro tutti i figli del “Nuovo Corso”, che introdusse questo infelice termine- potrà dire di essere finalmente diventato quello che voleva essere? quando avrà dimostrato a sé ed agli altri, ai proletari e alla stessa borghesia, di essere veramente il Partito Comunista. E quand’è che potrà rendersi conto di essere giunto a tanto, se non quando il proletariato ed il nemico di classe glie ne daranno atto, riconoscendolo come il gruppo politico più coerente sul terreno della lotta politica rivoluzionaria? Fino ad allora –secondo gli esponenti di un “marxismo” evirato ed inoffensivo- l’attuale compagine organizzata non avrebbe alcun diritto di autoproclamarsi Partito di classe, ma avrebbe il diritto e il dovere di ammettere di essere quello che è, e cioè -per l’appunto- solo un nucleo del futuro Partito rivoluzionario. Con questa impostazione giuridica si naviga a vele spiegate verso il cretinismo democratico integrale: alla “stolta” autoproclamazione rivendicata da babbo Marx si contrappone infatti la delega alla classe operaia a legittimare il Partito per ciò che esso è. Il Partito, che dovrebbe indirizzare e guidare la classe verso i suoi scopi, il Partito, senza il quale la classe ancora non esiste se non come classe per il capitale, dovrebbe quindi aspettarsi da quest’ultima la propria investitura, dovrebbe attendersela cioè da un agglomerato statistico di una umanità annientata e stritolata fisicamente e mentalmente dal regime di fabbrica. Complimenti davvero ai “marxisti raffinati” di ieri, di oggi e di domani: da qui alla conquista del titolo di apologeti del capitalismo e di campioni della sagra schedaiola non c’è che un passo …
Se fosse vero infatti che il Partito, per poter proclamare di essere ciò che realmente è, dovesse prima dimostrare al proletariato di essere il raggruppamento politico più coerente sul terreno della lotta classista e rivoluzionaria, ciò significherebbe che il Partito diventa veramente tale di nome e di fatto solo nel momento in cui la classe operaia gli attesta, col suo consenso, che esso è coerente coi suoi propri obiettivi, riconoscendolo e legittimandolo come Partito. E’ proprio lì la rogna democratica che ritorna, con tutti i suoi pruriti giuridici di legittimità, perché, come al solito, ci si crede rivoluzionari e ci si ritrova invece … legittimisti. Oltre che democratici. Quanto dovrebbe essere vasto, infatti, questo consenso? Come lo misuriamo? coi sondaggi d’opinione, oppure a occhio e croce, oppure col voto? Se si tengono fermi i postulati marxisti, inoltre, si incappa in un evidente vizio logico: la classe operaia, che senza il Partito non esiste, dovrebbe infatti riconoscerlo affinché esso possa cominciare ad esistere. Si giunge così all’annullamento reciproco di entrambi i lati del rapporto: il Partito non vedrà mai la luce perché la classe capace di riconoscerlo, e quindi di farlo esistere non potrà mai nascere, e non potrà mai nascere perché non potrà mai incontrare nel suo cammino alcun Partito, mentre la borghesia, nel frattempo, si sarebbe conquistata il privilegio dell’immortalità …
Concludendo: il Partito Comunista è una organizzazione che deriva la propria legittimazione esclusivamente dal proprio programma o non è. Chi afferma il contrario, chi si compiace di utilizzare espressioni mutuate dal linguaggio dei gazzettieri borghesi per dire che il Partito non sarebbe un’organizzazione “autoreferenziale”, non fa che adattarsi al capitalismo, mutuando non solo le forme ma anche i contenuti del regime sociale esistente. Non fa che importare all’interno del Partito le ordinarie concezioni vigenti al di fuori di esso, e cioè nella
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società e nella politica borghesi, dove ogni ditta ed ogni partito traggono la loro legittimità dal reciproco riconoscimento in quanto sono elementi del medesimo gioco, anelli della stessa catena. Ma il Partito Comunista è altro, è l’anticipazione di un assetto sociale che fa parte del futuro. Ed è cosa molto grave per dei comunisti il fatto di dimenticarsene.
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Punto n°11: tattica del Partito verso le altre forze politiche
CONTRO LA NUOVA DOTTRINA DELL’EMBRIONE O DEL «NUCLEO DI PARTITO» E LE «ATTRAZIONI FATALI» CHE NE EMANANO E CHE SOSPINGONO INVARIABILMENTE ALL’ACCOPPIAMENTO DI SPECIE STORICHE DIVERSE. Il Partito Formale è tale in quanto compagine fisica contingente di militanti che si allinea al Partito Storico. Esso si definisce ed è realmente il Partito della rivoluzione non perché è più o meno grande, potente ed influente, ma solo perché si attesta solidamente su quella ben definita ed unica linea, che contraddistingue il Partito Storico: “non esiste adunque un rapporto definito o definibile tra gli effettivi del partito e la grande massa dei lavoratori. Assodato che il partito assolve la sua funzione come minoranza di essi, sarebbe bizantinismo indagare se esso debba essere una piccola o una grande minoranza” (1). Il Partito Formale nasce pertanto dallo sforzo di un insieme di militanti di ricollegarsi a un vettore che in tanto è il vettore della rivoluzione in quanto è una freccia che attraversa la storia dirigendosi verso un unico obiettivo, in quanto ciò che lo caratterizza è un solo ed invariante programma, e non un assieme di proposizioni eterogenee tratte da diversi programmi e orientate verso obiettivi contrastanti tra loro. E’ per questo che, seguendo la tradizione della Sinistra, occorre ribadire che “il Partito, ucciso goccia a goccia da trent’anni di avversa bufera, non si ricompone come i cocktails della drogatura borghese” (2) e che da parte nostra “non si considera il Partito come un integrale di gruppi e nuclei” (3). E’ per questo che il Partito Formale non può nascere da quadrifogli o matrimoni di gruppo, che non può sorgere da ibridazioni tra “nuclei” o “circoli” eterogenei, che in tanto sono infeconde in quanto gli accoppiamenti di specie storiche differenti sono sempre sterili o abortivi. Dai circoli e dai nuclei possono sorgere infatti solo quegli aborti viventi che sono i partiti operai-borghesi, corifei bastardi del sistema capitalista dotati di deretano proletario e cervello borghese perché questo è l’unico risultato possibile del fatto di aver integrato vettori storici tra loro opposti. Il Partito Comunista si attende la propria crescita dall’affluire di proletari puri sospinti dall’esplodere dei contrasti di classe verso le posizioni che sono sue e di nessun altro. La cosiddetta “forza centripeta”, ovverosia il nucleo aggregante e restaurante di un Partito comunista tutto “da costruire” o, se si preferisce, “da inventare”, si propone al contrario di crescere, per l’appunto, aggregando altri nuclei o frammenti di partiti. Quindi inizia fin d’ora, come è stato detto da alcuni nostri contraddittori privi persino del senso dell’umorismo, a rendersi “fisicamente attraente”, ossia a sculettare in modo da adescare quelle che nel 1982 erano le famose “avanguardie” e che adesso sono diventate delle quantiche ma non meglio definite “energie” provenienti da una dinamica che comunque è già in movimento (come gli autobus, e che, come gli autobus, si tratta solo di agguantare per non restare a piedi) e che attraversa Partiti e militanti politici e sindacali. E’ una minestra che conosciamo bene perché ci è stata già propinata dal “Nuovo Corso” ben prima del 1982. Attrarre queste “energie” o queste “avanguardie” (di eserciti inesistenti o in via di estinzione ed inoltre novantanove volte su cento non proletari) servirebbe all’organizzazione attuale, al “nucleo” per crescere più rapidamente, annettendosi in un sol colpo le “avanguardie” ed il loro seguito, le “energie” e
1 “Partito e classe”, pag. 40.
2 Prefazione al “Dialogato coi Morti”.
3 “Appunti per le tesi sulla questione di organizzazione”, 1964.
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i quanti da esse magnetizzati. Si tratta di un espediente inteso a superare il “ritardo del Partito” –o, meglio, del “nucleo”- rispetto alla presunta maturazione della lotta di classe, e ad evitare che esso si presenti all’appuntamento con la Rivoluzione in uno stato di eccessiva gracilità organica. Non è certo una novità: già nel 1975 infatti, delineando la prospettiva di un malinteso “fronte unito proletario” inteso ad affasciare non solo i proletari più combattivi, ma anche gli pseudorivoluzionari di tutte le specie zoologiche, si individuava infatti “il doppio compito di costruzione e rafforzamento del partito «a contatto con la classe operaia» e di attivo aiuto in tutte le situazioni in cui si pongono la lotta e l’organizzazione di difesa degli operai in quanto tali” da un lato come “proiezione del partito –o «nucleo», come si preferisce- verso l’esterno, cioè verso il movimento operaio nelle condizioni date” e dall’altro come “l’arricchimento, se ci è permesso il termine, del partito in tutti i suoi aspetti di organo «operativo» che si appropria di forze e di esperienze in questa attività” (4). Non è una questione terminologica: a parte l’infelice sortita sulla “costruzione del Partito”, il fatto essenziale è che Partito e nucleo non sono la stessa cosa, come il passaggio sopra riportato avrebbe voluto far credere ai gonzi. Non si parla di Partito o nucleo a caso, o “come si preferisce”.
La “effettiva ripresa del movimento rivoluzionario”, secondo quanto le nostre “Tesi caratteristiche” avevano stabilito, “si basa sulla reale maturità dei fatti e del corrispondente adeguamento del partito, abilitato a questo soltanto dalla sua inflessibilità dottrinaria e politica” (5). Quel “soltanto” significa che il piccolo partito formatosi nel secondo dopoguerra riteneva nel 1951 di possedere in forza della sua coerenza col Partito Storico TUTTI i requisiti per diventare in seguito “adeguato” alla reale “maturità dei fatti”, ossia DI POSSEDERE IL NECESSARIO ED IL SUFFICIENTE per divenire il “partito compatto e potente” di cui la Rivoluzione avrà bisogno. E infatti in un altro nostro testo del 1951 si afferma che “il partito esclude assolutamente che una accelerazione del processo [della ripresa rivoluzionaria, NdR] maggiore di quella che deriva, oltre che dalle cause sociali profonde, dall’opera non clamorosa di proselitismo e propaganda coi ridotti mezzi possibili, si possa trarre da risorse, manovre, espedienti che facciano leva su quei gruppi, quadri e gerarchie che, usurpando il nome di proletari, socialisti, comunisti, dominano oggi le masse” (6) o –aggiungiamo noi- da manovre che pretendano di arricchirlo appropriandosi di forze ed esperienze che derivano dai prodotti della successiva decomposizione di quei gruppi, quadri e gerarchie. Ed è proprio perciò che le “Tesi di Napoli”, a distanza di 14 anni, definiscono la nostra organizzazione come un “piccolo partito” e non come un “nucleo”: “va respinta la posizione per cui il piccolo partito si riduca a circoli chiusi senza collegamento coll’esterno” (7).
Se dal 1975 in avanti si parla invece di nucleo piuttosto che di Partito, è perché si intende qualcosa d’altro, e cioè che l’organizzazione esistente è una compagine fisica di militanti che non possiede tutto ciò che le serve per diventare il “Partito compatto e potente di domani” e che, pertanto, si attende di acquisire ciò
4 “Fronte unito proletario e organizzazioni tradizionali oggi” il programma comunista, n° 1. 1975.
5 “Tesi caratteristiche del Partito” (1951).
6 “Riassunto delle tesi esposte alla Riunione di Firenze, 8-9 Settembre 1951” Dall’opuscolo Sul Filo del Tempo, pubblicato dal Partito Comunista Internazionalista nel maggio del 1953.
7 “Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale secondo le posizioni che da oltre mezzo secolo formano il patrimonio storico della sinistra comunista (Tesi di Napoli)”, 1965, Punto n° 9.
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che le manca dal dialogo e dal confronto più o meno camuffato con altri nuclei e dall’arricchimento che spera di ricavare dalla appropriazione di forze ed esperienze altrui che tale fecondo dialogo renderà possibile. Lo affermerà esplicitamente a distanza di due anni rispetto al vaniloquio sul “fronte unito proletario” l’articolo “Sulla via del «partito compatto e potente» di domani”: “sarebbe un errore ritenere che il partito, essendo in possesso fin dalla nascita di un patrimonio completo ed omogeneo di posizioni teoriche e programmatiche e di indirizzi tattici, abbia con ciò non solo tutto il necessario (il che è vero), ma anche il sufficiente per non mancare allo storico «appuntamento» con il movimento reale quando esso esploda sotto la spinta di determinazioni materiali” (8), vietandosi in tal modo di opporsi seriamente alla teoria del “crogiuolo”, che pure quell’articolo pretendeva di combattere, ed approdando ad una formulazione profondamente errata, che, postulando l’organizzazione esistente come un “nucleo sì, ma di partito” (9), capovolgeva il limpido dettato delle nostre “Tesi caratteristiche”. A nulla vale infatti ripetere mille volte che il “nucleo di partito” non intende addivenire a confronti e dibattiti con le avanguardie esterne, ma vuole crescere solo sulle sue proprie basi: una volta escluso l’errore “meccanicista e fatalista” secondo cui il piccolo partito di oggi possiede tutto ciò che gli occorre per diventare il Partito della Rivoluzione, una volta ammesso che l’attuale “nucleo di partito”, viceversa, non ha in sé tutto ciò che gli serve (e quindi non solo il necessario, ma anche il sufficiente) per crescere e divenire, quando sarà venuto il momento, il “vero” Partito capace di guidare il proletariato nell’assalto finale ai poteri statali borghesi; una volta frantumato, insomma, quello che è il criterio-base che definisce il Partito in quanto Partito, è inutile rincorrere i buoi che sono ormai scappati dalla stalla. E’ inutile negare a parole di voler addivenire a confronti e dibattiti con le suddette avanguardie, perché si tratta solo di kautskismo risorgente e tenace. Perché si tratta, proprio come nel caso della socialdemocrazia tedesca, di una ortodossia apparente. Perché la sua anima opportunista è subito tradita e svelata già soltanto da quel maldestro riferimento a un non meglio definito “movimento reale”, ad un “movimento” cioè la cui fisionomia classista resta nel limbo della più completa indeterminatezza. Proprio perciò quell’ortodossia di facciata era destinata inevitabilmente a liquefarsi al primo urto, come poi l’esperienza si incaricherà puntualmente di dimostrare. Il “nucleo”, sia pure “nucleo di Partito”, non è infatti un Partito in piccolo. Non è un Partito che, pur nei limiti del perimetro ristretto in cui la controrivoluzione lo costringe ad agire, svolge tutte le funzioni che gli sono proprie, ma è, che lo si voglia ammettere o no, un Partito monco. E’ proprio perché il nucleo non è un Partito su scala ridotta o, se si vuole, microscopica, che si fu e si è costretti anche adesso ad utilizzare un termine nuovo e diverso, che altrimenti non avrebbe avuto ragion d’essere. Ed è in quest’ottica, in cui i due termini di “Partito” e di “nucleo” non sono affatto interscambiabili a piacere, che si opinava infatti -allora come oggi- che il “nucleo” sarebbe diventato Partito arricchendosi -termine cui, secondo la Sinistra, bisogna sempre guardare con sospetto anche quando non si riferisce alla sfera della pura dottrina (10)- grazie
8 “Sulla via del «partito compatto e potente» di domani”, il programma comunista, n° 18, 1977.
9 Ibidem.
10 Caratterizza infatti la nostra corrente “la tesi centrale della invarianza opposta alla eresia dell’arricchimento del comunismo marxista” (“Tavole immutabili della teoria comunista del Partito”, il programma comunista” n. 5 del 1960).
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alla sua attività esterna, e cioè appropriandosi di forze politiche e di esperienze di lotta ad esso estranee, e che si identificavano nelle “avanguardie” pseudo-rivoluzionarie, con cui lavorava gomito a gomito in quei fronti unici politici (o “intergruppi”) che novantanove volte su cento gli “organismi proletari immediati”, nelle condizioni date, si riducevano ad essere; pena il fatto, in caso contrario, che “l’organo stesso che si deve costruire [e dalli!] (11)”, e cioè il nucleo in via di farsi Partito, fosse condannato al “rachitismo” (12), e cioè a rimanere per sempre niente più di un nucleo, niente più di un semplice conato verso un Partito sempre più lontano. L’errore compiuto nel 1975, lungi dall’essere corretto sulla base della sana dottrina, fu quindi testardamente ribadito nel 1977, con l’aggravante di rivestirlo di un manto di ortodossia, mentre la preoccupazione per la gracilità del Partito si trasformava in una vera e propria ossessione del “rachitismo” e quindi nella smania di superarlo ad ogni costo. Fino al punto di giungere, nel 1981, a teorizzare che l’accrescimento quantitativo del Partito potesse derivare dalla attrazione delle “avanguardie” al suo interno (13), col risultato di stravolgere completamente i termini della questione. E’ vero infatti in linea generale che è ben possibile (e nelle fasi di ripresa della grande lotta di classe sarà non solo possibile, ma necessario) che delle avanguardie classiste (e quindi operaie) si formino al di fuori del perimetro del Partito come espressione di lotte proletarie da cui si sprigiona una sia pur embrionale coscienza di classe, e che è quindi da respingere come metafisica la pretesa che il Partito in quanto avanguardia politica della classe operaia debba necessariamente ed in ogni momento inglobare al suo interno tutti gli strati operai che, per la loro risolutezza e consapevolezza, precedono il grosso della truppa. Ma ciò che è completamente assurdo ed antimarxista era ed è il fatto di ritenere che tali avanguardie classiste fossero presenti sulla scena sociale nel 1975 o nel 1977 o nel 1981 o che siano
11 “Fronte unito proletario e organizzazioni tradizionali oggi” il programma comunista, n° 1. 1975. Nel 1975 era ormai diventato lecito persino affermare che il Partito “si costruisce”! “Partito e azione di classe”, dove si dice che “non si creano né i partiti né le rivoluzioni. Si dirigono i partiti e le rivoluzioni”, evidentemente era stato usato come carta da cesso… E il medesimo destino era stato riservato anche ad un altro fondamentale testo (Il partito comunista, Ordine Nuovo del 1 maggio 1921), in cui la Sinistra afferma che i Partiti comunisti non si costruiscono, ma si formano: “I Partiti della classe proletaria non sono solo i depositari della esperienza critica che discende dalle alterne vicende della lotta di classe, ma sono risultati reali della lotta stessa e si formano e si decompongono secondo un processo che segue le fasi della vita del mondo capitalistico, che ne è il riflesso e l’effetto, mentre costituisce la parte più suggestiva del fenomeno per cui, nel suo evolvere, il regime presente enuclea dal seno della società le forze che dovranno distruggerlo: i suoi becchini”.
12 “Fronte unito proletario e organizzazioni tradizionali oggi” il programma comunista, n° 1. 1975.
13 Circolare del BCF del Partito Comunista Internazionale del 25.11.1981: “La questione di fondo è la visione materialista delle cose, è di ammettere che esistano a fianco del partito, fuori del partito, delle avanguardie, degli elementi avanzati, cioè degli individui e dei gruppi più o meno strutturati, più o meno formalizzati, che sono spinti a battersi contro l’ordine esistente, ed a organizzare o a cercare di organizzare attorno a loro delle porzioni della classe operaia”. Dal che si evince che queste avanguardie, coincidendo con degli “individui o gruppi più o meno strutturati e formalizzati” in cerca di un seguito tra gli operai, non erano affatto da identificarsi con dei settori operai combattivi e all’avanguardia di lotte reali, ma con delle formazioni politiche più o meno strutturate, formazioni che di operaio avevano molto poco (altrimenti non avrebbero aspirato a fare dei proseliti, che evidentemente non avevano, in seno alla classe operaia), ma che di politico avevano invece molto, visto che si afferma che erano “spinte a battersi contro l’ordine esistente”, come è costume di tutto il piccolo-borghesume infuriato. Ora, il testo prosegue domandandosi: “Si tratta di avanguardie?” e risponde: “Sì perché combattono e cercano di organizzare il combattimento contro il nemico quando il grosso della truppa non lo fa ancora”. Col risultato di far credere che la massa operaia ancora inerte fosse il grosso di una truppa in attesa solo dell’ordine di attacco per passare all’azione, mentre in realtà era semplicemente una massa operaia che non poteva assolutamente definirsi “truppa” in quanto non era stata né mobilitata né, tantomeno, armata per un’imminente battaglia.
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presenti oggi, insomma che esse possano sorgere quando ancora la cappa di piombo della controrivoluzione pesa come un macigno sul proletariato e una ripresa della lotta autonoma della classe operaia ancora è ancora di là da venire, e dunque quando, non esistendo un esercito proletario in lotta contro il capitalismo, non se ne possono certo scorgere da nessuna parte le “avanguardie”. Il risultato di una simile pretesa fu ancora più disastroso in quanto si giunse, in mancanza di meglio, ad identificare tali avanguardie CLASSISTE con le sedicenti avanguardie POLITICHE presenti sul proscenio, ovvero con i gruppuscoli di falsa sinistra che il Partito aveva sempre in passato denunciato come delle semplici varanti dell’opportunismo. Attraverso questa astuta scorciatoia il Partito eviterebbe infatti, oggi come ieri, di sobbarcarsi la difficile e lunga opera finalizzata alla penetrazione diretta tra le masse operaie, dedicandosi piuttosto ad attrarre a sé le “avanguardie” politicizzate, che poi si porterebbero dietro le “masse”. Piegandosi al criterio borghese del “massimo risultato col minimo sforzo” il Partito potrebbe ottenere in breve tempo una non trascurabile crescita quantitativa: basta infatti un po’ di maquillage, qualche strizzatina d’occhio al momento giusto e il gioco è fatto. Dopo aver liquidato, beninteso, i compagni “impresentabili”, quelli che fanno fare cattiva figura in società. I nostri contradditori potrebbero obiettare che siamo dei paranoici e che se una “avanguardia” politica o sindacale entra nel Partito è perché è diventata a tutti gli effetti comunista, e quindi non c’è nulla di male se questa “avanguardia”, divenuta comunista, induce un avvicinamento al Partito anche tra i suoi ex-gregari, portandosi dietro un certo gruzzolo di organizzati. Questo ragionamento è completamente falso: se veramente la suddetta “avanguardia” politica o sindacale diventa comunista (e per noi lo diventa solo dopo averla fatta peregrinare per anni nel deserto, come fece Mosè con gli Ebrei dopo la schiavitù in Egitto, affinché perda anche la memoria della sua precedente schiavitù ideologica), allora non può portarsi dietro nessuno di coloro che ne seguivano prima le indicazioni. Se un parroco comunica dal pulpito ai suoi fedeli che si è reso conto di averli sempre turlupinati, che dio non esiste, che si è iscritto alla “Lega dei Senza-dio” e che li invita a seguirlo per meglio distruggere la Chiesa e le sue opere, fino a quel momento energicamente perseguite da tutto il gregge dei fedeli, stiamo pur certi non soltanto che non troverà un cane disposto a seguirlo, ma che rischierà fortemente di essere preso a legnate dai fedeli inferociti. Ma se quel parroco rassicura i fedeli che aderendo tutti quanti ad un non meglio definito “Partito Comunista” potranno proseguire con maggior efficacia a fare esattamente le stesse cose di prima, sia pure presentate in forma un po’ diversa, allora è possibile che una parte almeno dei fedeli lo segua. Fuor di metafora: presumere che le pecorelle seguano la presunta “avanguardia” che ha in ipotesi aderito al nostro Partito equivale a confessare che le si concederà di continuare -in forma un po’ diversa e con diversi orpelli ideologici- a fare esattamente le stesse cose di prima, ovvero proseguire un’attività che è agli antipodi del comunismo rivoluzionario. Senza considerare poi il fatto che, in una situazione come quella vigente allora ed oggi, caratterizzata dall’assenza di qualsiasi accenno di una non effimera ripresa classista, l’unica dinamica che è in atto e che coinvolge militanti politici e sindacali è la dinamica, ormai in fase avanzata, della putrefazione sia dei partitacci stalinisti sia delle formazioni politiche sorte da una falsa reazione contro lo stalinismo.
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Punto n°12: teoria e pratica
IN NESSUN PERIODO ANCHE DI STASI PROFONDA E DURATURA DELLA INIZIATIVA AUTONOMA DELLA CLASSE OPERAIA PUO’ ESSERE CALATA UNA BARRIERA TRA TEORIA E PRATICA: E’ PROPRIO IN TALI FASI, IN CUI L’ATTIVITA’ PRATICA E’ INGRATA E AVARA DI RISULTATI IMMEDIATI, CHE VI E’ INFATTI IL CONCRETO RISCHIO DI UN RIPIEGAMENTO SU UN’ATTIVITA’ PURAMENTE TEORICA. Nelle epoche controrivoluzionarie o storicamente sfavorevoli gli unici successi, le uniche vittorie che al Partito è consentito di conseguire sono le vittorie teoriche, dato che l’inerzia dell’iniziativa di classe rende l’attività pratica del partito sostanzialmente ininfluente, almeno all’immediato. Ne consegue che l’attività pratica, nei suddetti periodi, è necessariamente meno gratificante dell’attività teorica per i militanti che intendono restare allineati al Comunismo. Pur restando “difficili” entrambe, come sempre, si aggiunge infatti in tali circostanze per quanto riguarda l’attività pratica una difficoltà supplementare, ossia la difficoltà psicologica di continuare a lavorare contro corrente senza poter vedere un minimo risultato. Il rigore con cui l’attività teorica deve essere sempre svolta non autorizza quindi nessuno a ripiegare su di essa disertando l’attività pratica quando essa è particolarmente avara di successi e di gratificazioni. Il rischio di tale ripiegamento, lungi dall’essere un’invenzione generata da un “attivismo operaista” senza capo né coda, è un rischio concretamente esistente, tanto è vero che le nostre Tesi ripetutamente ed esplicitamente vi alludono, esortando a non calare mai una barriera tra teoria e pratica. “Non vogliamo ridurre il Partito a un’organizzazione di tipo culturale, intellettuale e scolastico […] Dato che il carattere di degenerazione del complesso sociale si concentra nella falsificazione e nella distruzione della teoria e della sana dottrina, è chiaro che il piccolo Partito di oggi ha un carattere preminente di restaurazione di principi di valore dottrinale […]. Tuttavia non per questo possiamo calare una barriera tra teoria e azione pratica; poiché oltre un certo limite distruggeremmo noi stessi e tutte le nostre basi di principio” (1). Questa esortazione non è affatto una tiritera di stampo volontarista, ma risponde alla duplice esigenza di non distruggere noi stessi, essendo dimostrato che senza disporre di adeguati “sensori” si va regolarmente fuori strada, e di lasciare nella classe operaia un’impronta delle consegne comuniste quanto più è possibile persistente e profonda, e quindi tanto più utile e preziosa per l’avvenire. L’affermazione sopra richiamata, inoltre, non significa affatto che un minimo di attività pratica, anche nelle situazioni più nere, bisogna pur farla per salvare l’immagine e il decoro del Partito, ma significa ben altro: e cioè che l’attività svolta, per limitata che sia, deve essere collegata alla teoria. Nell’inosservanza di questo dettato fondamentale delle nostre Tesi risiede la principale causa soggettiva delle crisi ricorrenti del Partito in particolare dall’inizio degli anni ’70. Tali crisi sono state la conseguenza di un’attività pratica che non è mai stata in difetto quantitativo, anzi, che talora è stata anche fin troppo estesa, ma che in ogni caso, da quell’epoca in avanti, è stata abbandonata a se stessa, non è stata guidata, controllata e disciplinata dalla dottrina. Sappiamo che il rovesciamento della prassi si verifica solo nel Partito. Non solo nel senso che il Partito anticipa l’azione della classe ma anche nel senso che il Partito deve
1 “Considerazioni sull’organica attività del Partito nelle situazioni storicamente sfavorevoli”, 1965 (“In difesa della continuità del programma comunista”).
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prevedere alla luce della teoria la sua stessa prassi e quindi non solo deve guidarla man mano che si sviluppa, ma anticiparla teoricamente, sapendola e volendola prima di effettuarla. Dall’inizio degli anni ’70, al contrario, l’attività pratica è stata acefala, e la teoria ha inseguito l’attività pratica, dandole via via una serie di pezze giustificative post festum. Poca attività pratica, quindi? Tutt’altro: troppa attività pratica e, quel che è peggio, un’attività sempre più scollegata dalla teoria. E, all’inverso, una teoria ridotta ad essere serva di una prassi che camminava con le sue gambe, ovvero che camminava assimilando e facendo propri i moduli di comportamento altrui, i modelli della classe dominante, che furono a questo modo importati all’interno di quello che era stato e avrebbe dovuto continuare ad essere il bastione del marxismo rivoluzionario. Ma la teoria “marxista” che si affanna a dare coperture e dignità “rivoluzionaria” ad una prassi opportunista ha un nome: si chiama kautskismo. La supponenza intellettualistica con cui si sono liquidate in passato nel Partito le “questioni pratiche” è la stessa supponenza con cui ora si irride di fronte alla messa in guardia dal pericolo di disertare il terreno dell’attività pratica. Non è sano dottrinarismo, questo, è intellettualismo degenere. Non è amore per la teoria, ma solo per il ruolo di difensori della teoria che ci si è arrogato. E’ indifferentismo da gran signori nei confronti dell’attività pratica e di quella teorica.
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Punto n°13: gli intellettuali e il Partito
IL PARTITO PROLETARIO AMMETTE NELLE SUE FILA I TRANSFUGHI DELLE ALTRE CLASSI MA SI DIFENDE DALLE INFEZIONI CHE ESSI -ED IN PARTICOLARE GLI INTELLETTUALI- POSSONO TRASMETTERE ATTRAVERSO UN VERO E PROPRIO CORDONE SANITARIO, BEN SAPENDO CHE LA VERA DISERZIONE PRESUPPONE L’AFFLOSCIAMENTO DELLA PRESUNZIONE -TIPICA DELL’INTELLETTUALE- DI AVERE TUTTO COMPRESO, CONQUISTA IN ALTO GRADO INSTABILE E CHE NON ESIME QUINDI IL PARTITO DA UNA CONTINUA VIGILANZA. “Una negazione dell’immediatismo che sta alla radice di ogni falso sinistrismo […] è quella di ammettere, giusta il sano marxismo, che come un membro della classe oppressa ben accade che stia nei partiti della classe dominante, inversamente ben può stare nel partito rivoluzionario chi della classe oppressa non sia membro. Per via mediata e non immediata la rivoluzione riceve l’apporto di elementi che non vi hanno diretto interesse” (1). Il Partito pertanto non esclude dalle sue file gli “elementi di classi non puramente proletarie” (2), in tal modo “evitando la stretta concezione laburista del partito” (3), ma lo fa solo a condizione che a tali elementi sia “richiesto in modo inesorabile il superamento di qualunque esitazione sugli specifici postulati teorici e politici del movimento” (4); non rifiuta insomma di accogliere nella sua organizzazione dei “qualificati individui delle classi economicamente superiori” (5), ma solo quando essi “sono dei veri disertori del campo sociale avversario” (6). Ciò significa che non basta accogliere tali elementi sulla base di una loro adesione razionale alla dottrina comunista: la qualificazione di cui si tratta richiede infatti che essi si siano strappati non solo dalla mente ma anche dal cuore le loro rispettive collocazioni anagrafiche, superando così tanto le esitazioni di natura intellettuale quanto quelle di ordine emozionale, ben peggiori perché più direttamente delle precedenti incardinate alle spinte fisiche che muovono da specifici interessi di classe. E questo richiede delle particolari misure di precauzione del Partito, atte non solo e non tanto ad ovviare alle “crisi e ritorni nei casi singoli” (7), che sono sempre da mettere in conto, ma soprattutto a prevenire il danno che un’adesione platonica ed epidermica da parte di tali elementi non può non arrecare al Partito. Quella del cordone sanitario non è affatto una “nuova dottrina”, che ci siamo inventati oggi per animare polemiche inutili: rispetto al “Manifesto” del 1848 “tutta la posteriore esperienza sta ad ammonire che il proletariato si deve guardare con particolari garanzie organizzative – e tattiche pensiamo noi – dal pericolo sempre presente che questi elementi intellettuali, e insieme ad essi gli operai elevati a capi del movimento, si trasformino in agenti della borghesia tra le file operaie” (8). Ma vediamo quali garanzie particolari la Sinistra ritiene necessarie per i primi, per gli
1 “Contenuto originale del programma comunista è l’annullamento della persona umana singola come soggetto economico, titolare di diritti ed attore della storia umana” (Raccolta delle Riunioni di Partito, Vol. n° 5, pag. 140).
2 “La piattaforma politica del partito”, 1945.
3 Ibidem.
4 Ibidem.
5 “Gli intellettuali e il marxismo”, Battaglia comunista, n. 18, 1949.
6 Ibidem.
7 Ibidem.
8 “La natura del partito comunista”, L’Unità, 26.7.1925.
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“elementi intellettuali”, e su quali basi esse poggiano: “cominceremo col fare una distinzione tra socialisti operai e socialisti «intellettuali». L’operaio diviene socialista quando prende a considerare la sua posizione di vittima non isolatamente, ma insieme a quella dei compagni di lavoro. Questo – l’abbiamo detto tante volte! – è conseguenza del suo stato di disagio economico a cui l’istinto di conservazione gli fa cercare un rimedio. Nel fare questi sforzi per il suo miglioramento, esso finisce col vedere che occorre colpire alla radice il presente regime economico, e per fare ciò bisogna portare la lotta sul terreno politico dirigendola contro le istituzioni attuali. E’ evidente che quello stesso istinto di conservazione che lo ha spinto su questa strada, lo trattiene poi nel momento decisivo dell’azione rivoluzionaria, e molte volte l’operaio finisce coll’adattarsi alla condizione presente, per tema di arrischiare troppo e di fare un cattivo guadagno. Ma quando certe particolari condizioni economiche esasperano il suo sentimento di ribelle, allora egli non esita più e si lancia nella lotta rivoluzionaria. Ora il Partito Socialista proponendosi di affrettare tale processo vuole convincere l’operaio della necessità di svolgere quella lotta, unica possibile soluzione del problema sociale nell’interesse del proletariato. L’operaio solidamente convinto di questo è un buon socialista. Quale dunque sarà il metodo per effettuare tale convinzione? Quello della dimostrazione teorica, della cultura? Dovremo allora aspettare vari secoli ancora per «preparare» il proletariato! No, perdio, la via della propaganda non è la teoria, ma il sentimento, in quanto questo è il riflesso spontaneo dei bisogni materiali nel sistema nervoso degli uomini. Occorre, se vogliamo vincere le riluttanze egoistiche dell’operaio, fargli vedere le condizioni di tutti i suoi simili, portarlo in un ambiente che gli parli della «classe» e del suo avvenire. Sotto l’influenza di tale ambiente egli non correrà rischio di diventare un rinnegato. E che non sia questa un’opera di cultura lo prova il caso degli intellettuali che «rinnegano» con grande facilità, malgrado la solidità teorica delle loro idee, a cui certo non potrebbero mai giungere gli operai. Però il caso degli intellettuali è ben diverso. Essi vengono da un ambiente non socialista, per accidente, per istinto forse, più spesso per essersi urtati in qualche spigolo dell’ambiente che lasciano – quasi mai colla cosciente malafede di farsi un piedistallo politico, perché questo vien dopo” (9). E se delle contromisure difensive devono esser fatte valere per il medico e per l’ingegnere, per il farmacista e per il rentier, per il bottegaio ed il contadino, è evidente che esse devono essere operanti a maggior ragione per gli intellettuali (professori, giornalisti, scrittori, poeti, preti spretati, avvocati, ricercatori ed accademici vari), per coloro insomma che -non ce ne vogliano i “marxisti raffinati”- in tanto fanno parte della suddetta categoria in quanto non lavorano con le mani, ma prostituiscono il loro cervello per meglio servire le classi dominanti. La Sinistra infatti ci ha insegnato che “il movimento comunista rivoluzionario annovera tra i suoi nemici peggiori, con i borghesi i capitalisti i padroni e con i funzionari e giannizzeri delle varie gerarchie, i «pensatori» e gli «intellettuali» indiscriminati, esponenti della «scienza», della «coltura», della «letteratura» o dell’«arte» accampati come movimenti o processi generali al di fuori e al di sopra delle determinanti sociali e della lotta storica e delle classi” (10). Per la Sinistra dunque gli intellettuali, come nemici della classe proletaria, stanno sullo stesso piano dei capitalisti e degli sbirri. Altrove, a proposito dei “ceti piccolo-borghesi di cui fanno parte i cosiddetti intellettuali”, la Sinistra afferma addirittura
9 “Un programma: l’ambiente”, “L’Avanguardia” del 1° giugno 1913.
10 “Gli intellettuali e il marxismo”, Battaglia comunista, n. 18, 1949.
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che non si tratta di vere classi ma di “spregevoli ceti marginali e ruffiani, nei quali non si ravvisano i disertori della borghesia di cui Marx descrive il fatale passaggio nelle file della classe rivoluzionaria, ma i servitori migliori e le lance spezzate della conservazione capitalistica, che campano di stipendi tratti dalla estorsione del plusvalore ai proletari” (11). Non ci rifiutiamo quindi di far entrare dei borghesi nel Partito, ma diciamo che bisogna fare molta attenzione agli intellettuali in generale e che in particolare dobbiamo chiudere la porta agli intellettuali piccolo-borghesi: non vediamo infatti tra questi ultimi nessun vero disertore. Da dove deriva un giudizio così drastico, che non abbiamo voluto in alcun modo attenuare (12) perché è la trascrizione letterale di quanto la Sinistra ha stabilito nelle Tesi di Partito? Dal fatto che costoro sono gli sbirri morali del sistema borghese, che sono stipendiati allo scopo specifico di tutelare l’ordine costituito raccontando menzogne alla classe proletaria. A differenza di un medico che, immergendo le mani nel sangue, qualche vita a volte la salva, di un ingegnere che, sgobbando sulle cifre, malgrado tutto un ponte lo progetta, del bottegaio che una pagnotta, per quanto inquinata, la distribuisce, di una prostituta che una prestazione sessuale, sia pure frettolosa, la concede, a differenza di tutti costoro, l’intellettuale non maneggia, non elabora, non distribuisce valori d’uso, ma ha come compito specifico quello di occultare la legge del valore che domina su tutte le attività umane e le rende abiette, quello di rendere accettabile l’inaccettabile, di presentare il Moloch capitalista che tutto ingoia omogeneizza e distrugge come un sistema “dal volto umano”. Qual’è dunque il rimedio, il controveleno che il Partito deve applicare? Anzitutto il ripudio di qualsiasi forma di “subordinamento e di insufflamento alla vanità degli intellettuali del mondo borghese” (13). Non basta quindi che nel Partito si respiri l’aria pura di un ambiente ferocemente anti-individualistico, di cui il rispetto più rigoroso e inflessibile dell’anonimato è parte integrante, ma bisogna che ogni manifestazione del suddetto insufflamento deve essere repressa sul nascere, il che significa non solo che nessun posto in prima fila deve essere preparato nel Partito per i “professorini”, ma anche che nessun “corteggiamento” è ammesso né per farli entrare né per farli restare. Abbiamo infatti sempre respinto come manifestazione tipica del politicantismo -elettoralesco e non- ogni tentazione ad “accattivarsi le simpatie degli strati ibridi e lubrichi, costituiti da tutti gli scrittorelli, pittorelli e artistucoli della gloriosa Italietta” (14). Se è vero che la struttura caratteriale è quella plasmata dai più turpi servigi resi alle classi possidenti, se è vero che un carabiniere resta di solito un carabiniere anche quando ha tolto la divisa, dobbiamo avere sempre ben presente che è più facile che un bottegaio o una prostituta o un medico siano dei veri disertori piuttosto che un professore, un avvocato o un giornalista, e che questi ultimi, gli intellettuali, per strapparsi di dosso la loro collocazione anagrafica devono percorrere un cammino molto più difficile, ripido e doloroso di
11 “Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale secondo le posizioni che da oltre mezzo secolo formano il patrimonio storico della sinistra comunista (Tesi di Napoli)”, 1965 (“In difesa della continuità del programma comunista” pag. 176).
12 Sappiamo bene infatti che, se è vero in generale che gli intellettuali “sono contro il lavoratore” anche “per quell’avversione costituzionale che ha posto sempre il servidorame intellettuale, ammesso alla tavola del signore, contro il servidorame del pianterreno e della soffitta”, è altrettanto vero che “non tutti sono così”; ma sappiamo anche che politicamente “la eccezione non importa” (“Gli intellettuali”, Prometeo, n° 1, 15 gennaio 1924, pag. 8).
13 “Gli intellettuali e il marxismo”, Battaglia comunista, n. 18, 1949.
14 “I marxisti e la religione”, il programma comunista n.14 del luglio 1964.
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quello degli altri transfughi. Ricordava infatti la Sinistra che “colla centralizzazione e quindi collettivizzazione della grande industria spariranno proprio gli avvocati e i professori di filosofie più o meno idealisticamente borghesi, che quindi per definizione sono reazionari” (15). Non solo questi ultimi non devono insufflarsi, ma non devono neppure essere insufflati da altri nella loro intellettuale vanità anche solo per un’ammirazione ingenua, che tradisce tuttavia nella reverenza per le classi colte l’interiorizzazione di una soggezione di classe dura a morire. “Siccome però l’intellettuale e l’operaio credono entrambi, molto spesso, alla superiorità politica dell’uomo più colto, così finiscono col trovarsi in due piani distinti, e l’operaio si abitua a credere che l’intellettuale sia un essere superiore, con possibilità di azione immensamente maggiori […] finisce col farsene un idolo, e intanto lo manda fuori dell’ambiente operaio” (16). Ecco l’origine dell’insufflamento: la presunzione di una superiorità politica emanante da una maggiore cultura, presunzione che non solo è totalmente erronea perché la cultura di cui gli intellettuali sono imbevuti fa a pugni con la politica rivoluzionaria, ma che nello stesso tempo tradisce il persistere nella testa di chiunque vi aderisce del tarlo idealistico proprio dell’ideologia borghese, che è tutt’uno col fatto di prosternarsi all’esperto, al tecnico, al “notaio” secondo uno stile che Mike Bongiorno ha consegnato alla storia. “Comincia così la logica parabola dei borghesi socialisti, riassorbiti dalla società borghese. E’ un processo quasi necessario: il proletariato sottrae alla borghesia alcuni elementi rivoluzionari, evoluti, e li sfrutta contro di essa finché questa non riesce a riprenderli nelle sue file. E’ un passaggio continuo che non recherebbe gran danno al socialismo se quegli intellettuali, andandosene, non lasciassero dietro di loro un seguito di ammirazione personalistica negli operai. Il nemico che ci vediamo contro in questi fenomeni, l’artefice delle defezioni operaie e non operaie dalle nostre file è sempre lo stesso: si chiama «individualismo». Esso è il riflesso dell’ambiente della società borghese. Esso ha le sue radici sul regime economico della proprietà privata e della concorrenza. E’ un nemico che dobbiamo combattere. Sarà abbattuto quando si potrà instaurare il regime economico comunista, ma bisogna assalirlo anche oggi” (17). Fai dell’intellettuale un idolo, insufflane le vanità, dice la Sinistra, e lo spingerai a rinnegare necessariamente la sua diserzione. Ma il peggio non è quando egli fa ritorno nel seno della sua classe d’origine, ma quando, pur avendo compiuto quel processo a ritroso, resta tra di noi “colla cosciente malafede di farsi un piedistallo politico” (18) a spese del proletariato e del suo Partito. Quando ha rinnegato la sua diserzione nei fatti ma non a parole, quando resta sì nelle nostre file, ma solo per trasformarsi in un Pastore, in un Migliore, o anche solo in un membro di una sedicente élite dirigente. Quando il suo restare nelle nostre file esprime, in altri termini, il formarsi ed il consolidarsi nel Partito di quei “gruppi di interessi capitalisti e contadini medii o mezzo borghesi” che noi, in linea con Engels, noi non potremo mai tollerare (19). Dopo che il “Nuovo Corso” e l’éclatément dell’82-83 ci hanno fornito delle ulteriori conferme di quanto sia grave il danno arrecato al Partito dal riprodursi di questi fenomeni su scala
15 “La natura del Partito Comunista”, L’Unità, 26.7.1925.
16 “Un programma: l’ambiente”, “L’Avanguardia” del 1° giugno 1913.
17 Ibidem.
18 Ibidem.
19 “Contenuto originale del programma comunista è l’annullamento della persona umana singola come soggetto economico, titolare di diritti ed attore della storia umana” (Raccolta delle Riunioni di Partito, Vol. n° 5, pag. 141).
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allargata in rapporto ai noti fattori ambientali sfavorevoli, persistenti ormai da 80 anni, non ci resta che rilevare la necessità di contromisure più radicali, di un cordone sanitario più rigido, inteso a prevenire tali fenomeni patologici prima ancora che a combatterli quando hanno già preso piede. Non basta allora che gli intellettuali non siano condotti ad insufflarsi, ma devono iniziare il loro cammino con l’ammosciarsi. Devono cioè, varcando la soglia del Partito, apprendere per prima cosa quanto sono vuoti, fessi, vili e inebetiti da pregiudizi ormai putridi (20). E anche questa non è una novità, ma è la trascrizione di una indicazione che viene da lontano e che oggi è solo diventata ancora più imperativa. Che altro significa, infatti, la consegna rigorosa data dalla Sinistra nel 1913 a questo genere di transfughi, e sulla quale più avanti ritorneremo: essere “compenetrati della serietà del compito che si sono assunti e della modestia di ciò che possono dare al proletariato” (21)? Se è ben vero infatti che abbiamo bisogno delle loro nozioni tecniche e di muscoli-cervelli allenati da mettere al lavoro, non è però il loro bagaglio di cultura e non è il loro modo di usare il muscolo-cervello quello che ci occorre in quanto “il pensiero, l’ideologia operaia si determinano al di fuori della filosofia guidata dalla classe che ha il monopolio dei mezzi di produzione, e il monopolio della «cultura»” (22). E quello specifico apprendimento costituisce nello stesso tempo la via maestra per la distruzione sistematica del loro ipertrofico Ego, che è costruito proprio sulla presunzione di una superiorità intellettuale. Se la collocazione anagrafica è quella dell’uomo di cultura, strapparsi dalla mente e dal cuore tale collocazione non può infatti che coincidere con il cessare di amare e di adorare il proprio Ego professorale, il proprio ruolo di superatleti dell’Intelletto, accettando senza più inorridire il fatto di essere digiuni del pane amaro della vera scienza, che non è quello che si distribuisce nelle mense universitarie, ma corrisponde a “quella coltura della lotta di classe che Engels auspicò al proletariato tedesco, riconoscendovi la ferrea dialettica socialista, che è una sintesi di pensiero e di fatto in cui resta stritolato tutto il ciarpame filosofico delle cattedre borghesi” (23), ed accettando anche come una cosa scontata per chi si vuol richiamare al materialismo il fatto di essere inetti al maneggio del muscolo della dialettica proprio perché troppo avvezzi a far lavorare i muscoli della logica formale. E poi dovranno -come tutti- riconoscere le periodiche recidive di fessaggine, viltà ed ignoranza da cui saranno invariabilmente affetti ed accettarle non solo senza adontarsene, ma prendendo tali recidive come un dato di fatto normale, naturale in una società divisa in classi ed in cui quindi l’ideologia borghese tende comunque alla lunga a prevalere. Nessun risibile “rieducazionismo” di stampo operaista, quindi, ma nello stesso tempo nessuno sconto particolare per la nobile categoria dei saltimbanchi dell’intelletto: il prezzo del biglietto d’ingresso nel Partito è uguale per tutti, anche se sappiamo che costoro faranno più fatica degli altri transfughi a cavarlo dalle tasche. La storia recente del movimento del sessantotto e dei suoi successivi strascichi è lì infatti per confermare che gli
20 “Voi non avete pratica degli intellettuali e non sapete abbastanza quanto sono vuoti fessi vili e difficili a spostarsi un millimetro dai pregiudizi dominanti. Da quarant’anni ho imparato a fondo quanto più facilmente un uditorio operaio afferra tesi audaci radicali e in controsenso alle idee tradizionali, laddove i benpensanti magari con diverse lauree rispondono enunciando fesserie giganti e pietose” (Lettera a Salvador, 23.11.52).
21 “Partito socialista e organizzazione operaia”, L’Avanti! del 30 gennaio 1913.
22 “Il problema della cultura”, L'”Avanti!” del 5 aprile 1913.
23 “La nostra missione”, “L’Avanguardia” del 2 febbraio 1913.
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intellettuali (i Ferrara, i Maroni, per arrivare fino a Bossi, a Santoro e a Gad Lerner sono tutti ex-sessantottini) sono il terreno più favorevole per l’ondeggiare escrementizio dei prodotti della putrefazione dei partiti stalinisti, che fino all’altroieri “ammorba[va]no l’aria della lotta di classe, facendo ingoiare ai proletari le peggiori porcherie inzuccherate in una fraseologia pseudo-violenta e falsamente rivoluzionaria” (24) e che oggi seguitano ad ammorbarla, anche se lo fanno senza sentire più la necessità di condire con una fraseologia di pseudosinistra le suddette porcherie. Abbiamo allineato una batteria anti-intellettualistica che trae le sue formidabili armi non solo dalla Sinistra, ma anche direttamente da Marx ed Engels, come si vedrà più avanti. In Lenin questa artiglieria ha senza dubbio una minore potenza di fuoco. Ma non è un caso. E’ il necessario riflesso delle esigenze di doppia rivoluzione cui egli dovette sottomettersi. E che imponevano di considerare e trattare il transfuga (intellettuale o meno) della borghesia e, soprattutto, il transfuga delle mezze classi non come il transfuga proveniente da classi ferocemente nemiche, ma da classi che fino ad un certo punto avrebbero potuto e dovuto agire in sintonia col proletariato contro i residui feudali. “Quando la rivoluzione borghese doveva ancora esplodere e si trattava di abbattere le forme feudali, come nell’esempio della Russia del 1917, in questi strati di «popolo» non ancora proletario vi erano forze ed energie dirette contro il potere dello Stato e i vertici della società: in un deciso trapasso tali strati potevano integrare il proletariato del tempo non solo aumentando l’effettivo numerico, ma aggiungendo un fattore di potenziale rivoluzionario, utilizzabile nella fase di transizione, sotto la condizione della chiara visione storica e della potente organizzazione autonoma del partito della dittatura operaia e della sua egemonia, garantita dai legami col proletariato mondiale. Esaurita la pressione rivoluzionaria antifeudale, questa «cornice» che attornia il proletariato rivoluzionario e classista diventa reazionaria non quanto, ma ben più dell’alta borghesia. Ogni passo per legarsi ad essa è opportunismo, distruzione della forza rivoluzionaria, solidarietà con la conservazione capitalistica. Ciò vale oggi per tutto il contemporaneo mondo bianco” (25). Poteva quella cornice popolare non riverberarsi anche sulla struttura dell’organo-partito e sulla forma, anche se non sul contenuto, della riflessione teorica sul tema del Partito in Lenin? “Questa minoranza, il partito, non è qualcosa di esterno alla classe, ed è ciò grazie al quale la classe esiste come classe, solo esso può integrare tutte le lotte parziali e spontanee della lotta storica per il comunismo. A coloro che cianciano di spontaneità noi rispondiamo: la vera spontaneità storica del proletariato è il partito” (26). Lenin, contro i partigiani della spontaneità, non disse in effetti niente di diverso: “la coscienza politica di classe può essere portata agli operai solo dall’esterno; cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno dei rapporti
24 “Sapevamo benissimo […] che i partiti opportunisti non si sarebbero dissolti di colpo, ma solo dopo una lunga agonia che ci avrebbe fatto assistere all’espulsione da questi organismi putrefatti di ogni sorta di escrementi. E oggi che lo sfilacciamento dei partitacci é finalmente incominciato, questi escrementi, sotto forma di innumerevoli gruppi e gruppetti, di parodie di grandi partiti e di sette varie, ammorbano l’aria della lotta di classe, facendo ingoiare ai proletari le peggiori porcherie inzuccherate in una fraseologia pseudo-violenta e falsamente rivoluzionaria. E, è inutile dirlo, tutto questo ondeggiare di merda trova il suo terreno più favorevole nelle aule delle università borghesi, fra gli studenti, gli intellettuali, l’«intellighentsia» che nella sua ignoranza presume di avere qualche cosa da insegnare alla classe proletaria, mentre avrebbe tutto da imparare mettendosi alla scuola delle battaglie proletarie di ieri e di oggi, in tutta umiltà” (il programma comunista n.13 del 1968).
25 “I fondamenti del comunismo rivoluzionario”.
26 il programma comunista. n.6 – 1969.
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della sfera operai e padroni” (27). Il contenuto è dunque identico: il Partito, che rappresenta l’anima della classe, non è e non può essere qualcosa di esterno alla classe, e quindi, lungi dall’agire dall’esterno rispetto alla classe, agisce dall’esterno soltanto rispetto alle lotte parziali intraprese dai diversi reparti locali della classe operaia, e proprio perciò può integrarle nella lotta generale ed unitaria per il comunismo. E’ diverso l’accento, in Lenin, che dà maggior risalto al carattere “esterno” della azione del Partito senza specificare a sufficienza che di una “azione esterna” si tratta non rispetto alla classe, ma rispetto alle sue disiecta membra, rispetto al suo localismo, rispetto alla sua spontaneità contingente, aspetti questi che nel concetto di “lotta economica” e di “rapporti della sfera operai e padroni”, di cui Lenin parla, sono bensì presenti, ma in una forma non ancora del tutto esplicita. Lenin questi aspetti in effetti li pone, ma in una forma che li lascia solo adombrati, e quindi non chiarisce fino in fondo che quella “azione esterna” è indispensabile affinché la classe cessi di essere esterna ed estranea rispetto a se stessa, affinché possa unificarsi nel suo moto ascensionale, affinché la sua spontaneità storica, che si identifica nell’adesione al programma comunista, possa surrogarsi alla sua spontaneità contingente. Ma l’enfasi di Lenin sul Partito che agisce “dall’esterno” trova nella “doppia rivoluzione” in Russia la sua base materiale. Perché “doppia rivoluzione” significa, tra l’altro, anche che la necessità di difendere il Partito dalle infezioni, di cui i transfughi sono pur sempre portatori, si impone in modo meno imperativo. In una doppia rivoluzione essi portano la scarlattina dentro il Partito. In una rivoluzione proletaria pura essi vi iniettano il vaiolo. Ecco perché il Partito in Lenin appare più “esterno” rispetto alla classe operaia di quanto esso non risulti sulla scorta di Marx, di Engels e della Sinistra: perché nella Russia del 1905 e del 1917 la sua reale composizione e fisionomia sociale era molto più borghese e piccolo-borghese di quanto non deve accadere nel contesto di una rivoluzione puramente proletaria. Perché ad esso ebbero accesso necessariamente molti più transfughi e, soprattutto, molti più transfughi a cui non era stato fatto l’esame del sangue in quanto molto minori erano, in quel contesto, i pericoli. E’ ben vero però che Lenin mise comunque in guardia il Partito contro questi “compagni di viaggio”, ricordando agli “economisti” che “precisamente la larga partecipazione dei ceti «accademici» al movimento socialista di questi ultimi anni ha causato una così rapida diffusione del bernsteinismo” (28). La Sinistra ha riecheggiato queste parole, affermando che proprio perché “la fase storica delle alleanze interclassiste non era chiusa” ma rappresentava “il primo problema”, si aveva in Russia che “non solo malgrado questo, ma tanto più per questo, il partito doveva avere non una frontiera elastica e indistinta, facile da varcare e rivarcare, ma ferrei limiti di dottrina e di organizzazione opposti allo stesso titolo ai nemici dichiarati e ai famosi transitori compagni di viaggio” (29). Ma è altrettanto vero che nello stesso testo essa aggiunge che “nell’attesa della rivoluzione unica […] la classe operaia e il suo partito non fanno alleanze. Sanno che nella rivoluzione non avranno che nemici” (30). Quindi non ci saranno più “compagni di viaggio” in quanto le mezze classi saranno a noi avverse ancor più ferocemente dell’alta borghesia. La Sinistra pertanto ha potuto quindi affermare
27 Lenin, “Che fare?”, Ed. Riuniti.
28 Ibidem, pag. 40-41.
29 “Russia e rivoluzione nella teoria marxista”, pag. 176.
30 Ibidem.
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polemicamente che si fu ferrei in Russia rispetto ai “transfughi”, ma lo ha fatto solo per dire che a maggior ragione dobbiamo e dovremo essere ferrei nell’Occidente supersviluppato. Per ribadire che nelle aree di rivoluzione proletaria pura la frontiera del partito deve essere ancor più impervia e che i limiti ferrei che devono essere opposti ai nemici appartenenti alla borghesia ed a quelli appartenenti alle mezze classi (tra cui stanno gli intellettuali) non devono essere fatti valere allo stesso titolo verso entrambi, ma con maggior energia e determinazione proprio verso i secondi, che in quel contesto storico sono divenuti più reazionari dell’alta borghesia. Perciò va ribadito, in conclusione, che appoggiarsi direttamente su Lenin in materia di organizzazione è pericoloso quanto lo è nel campo della tattica, e in particolare lo è poggiare sulle affermazioni di Lenin che danno per scontato non solo e non tanto il fatto che il Partito brulichi di esponenti dell’intellighentsia, quanto il fatto che brulichi di elementi che nessun cordone sanitario ha provveduto preliminarmente a filtrare, scremando i veri disertori dai profittatori della Rivoluzione (31). Nell’atto stesso in cui rivendichiamo la concezione del Partito di Marx, di Lenin e della Sinistra, dobbiamo pertanto respingere ogni maldestro riferimento ad una “concezione leninista del Partito”, che, nella misura in cui esiste, altro non può essere se non il riflesso ideologico delle esigenze particolari cui, anche su questo terreno, Lenin dovette rispondere nella Russia semifeudale dell’inizio del XX secolo, esigenze che ben traspaiono, del resto, anche nello schema del “centralismo democratico”. Ma torniamo alle vicissitudini più recenti del nostro Partito. Pur essendo ben lontani dal voler celebrare le virtù intrinseche dei militanti operai o peggio dal tessere l’elogio delle “mani callose”, dobbiamo comunque registrare un dato di fatto, e cioè che da quando è iniziato il “Nuovo Corso” sono state sempre ed invariabilmente attaccate e poi espulse o comunque liquidate proprio le sezioni operaie del Partito: Torino, Ivrea, Madrid, Schio alla fine degli anni ‘70, e adesso di nuovo Madrid e Schio. Non può essere frutto del caso ma della idiosincrasia viscerale della élite dirigente del Partito, composta esclusivamente da intellettuali, non verso gli operai in quanto tali, ma verso gli operai che hanno la presunzione di poter mettere mano alla teoria, disciplina di cui per tradizione di casta gli intellettuali detengono l’esclusivo monopolio, non parliamo poi di quegli operai che, pur essendo degli “illetterati”, hanno la pretesa assurda di essere i depositari della dottrina marxista allo stesso titolo di una élite dirigente fatta di laureati e di professori. Orrore: mani impure sui testi sacri della dottrina! Mani profane che osano interpretare le Scritture, e magari esternare per iscritto a nome del Partito le loro elucubrazioni da ignoranti, esponendoci tutti quanti al ridicolo! Facevano bene i vescovi a bruciare come eretici i fedeli cui fosse stata trovata in casa una copia della Bibbia! Il rimedio contro questo schifo non viene dalle risorse dell’immediatismo operaista, che
31 Dopo aver richiamato il fatto che “Marx ed Engels erano degli intellettuali borghesi” Lenin osserva ad esempio che “anche in Russia la dottrina teorica della socialdemocrazia sorse del tutto indipendentemente dallo sviluppo spontaneo del movimento operaio; sorse come risultato naturale e inevitabile dello sviluppo del pensiero fra gli intellettuali socialisti rivoluzionari”, categoria che, “armata della teoria socialdemocratica, nutriva il desiderio ardente di avvicinarsi agli operai” (“Che fare?”, Ed. Riuniti, pag. 63-64). Come è possibile non scorgere in questa rappresentazione del Partito comunista come un partito di intellettuali borghesi, che si forma indipendentemente dal movimento operaio e al di fuori di esso, un riflesso ideologico, politico ed organizzativo della arretratezza del movimento operaio russo, del carattere ancora semifeudale della società russa e quindi delle esigenze di una rivoluzione che era ancora in larga misura una rivoluzione borghese? Non è certo in forza questi caratteri specifici e limitati che la Sinistra definì il bolscevismo una “pianta d’ogni clima”!
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vorrebbe escludere gli intellettuali in quanto tali, ma si identifica nel “cordone sanitario” cui si accennava prima. Sappiamo bene che Marx, Engels e Lenin erano degli intellettuali borghesi, ma ci risulta che Marx, ad esempio, si fosse strappato dalla mente e dal cuore la sua collocazione anagrafica fino al punto non solo di scrivere un magnifico testo come la “Questione ebraica” ma di mangiare carne di maiale sulla tomba dei suoi avi. Gesto all’apparenza minimo, ma non banale, perché equivaleva ad un plateale e totale rigetto di una tradizione religiosa, familiare e di classe, e proprio perciò rappresentava la premessa indispensabile affinché il cittadino Marx potesse ricollegarsi ad una Tradizione più alta, quella del “arco millenario”. Chiedete a uno qualsiasi dei frigidi e slavati diadochi che presumono di rappresentare la continuità della Sinistra difendendo il “Nuovo Corso” di compromettere la sua carriera non diciamo andando a distribuire sulle soglie dei templi della Cultura di ogni ordine e grado volantini “deliranti” o “troppo gridati”, ma anche soltanto rendendosi corresponsabile e complice di enunciazioni politiche men che “politicamente corrette”, chiedetegli di dire “spazzini” anziché “operatori ecologici”, “orbi” o “ciechi” anziché “non vedenti” nelle assise dei suoi pari, chiedetegli di esporsi ai loro occhi come militante di un Partito che nega che si possa storicamente parlare di un “Olocausto ebraico” e che ritiene che l’apparato statale nordamericano abbia deliberatamente tollerato che venisse progettato e portato a termine l’abbattimento delle Twin Towers, e vedrete che proprio dalle reazioni livide e rabbiose si potrà dedurre che costoro non si sono strappati dalla mente e dal cuore nemmeno un milligrammo del loro stupido orgoglio di casta.
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Punto n°14: le basi di adesione al Partito comportano l’esclusione dei preti e dei proletari che conservano la fede in dio
RITORNARE ALLE BASI DI ADESIONE AL PARTITO NOTE DA CINQUANT’ANNI RESPINGENDO OGNI REVISIONE DERIVANTE DALLE SUGGESTIONI DELL’ATTUALITA’. Al Partito si aderisce condividendone il corpo unitario di dottrina, programma e tattica così come sono definiti dalle Tesi della Sinistra. Rileggiamo l’“Atto di adesione del militante comunista” del Febbraio 1953, che recita: “Voglio far parte del movimento, di cui accetto i testi e i documenti classici, che nel corso di un secolo hanno: – fissato la prospettiva e l’analisi del passaggio dall’ordinamento capitalista alla rivoluzione comunista, – discusso e schiacciato per sempre le innumerevoli deviazioni, – escluso ogni specie di imprevisti e di improvvisazioni. La sola garanzia reciproca è che ognuno si impegni a: – nulla rivedere, nulla aggiungere, nulla aggiornare; – tutto sostenere, difendere confermare e diffondere, come blocco monolitico e con tutte le sue forze” (1). Proprio perciò, dato che la dottrina condensata in quei “testi e documenti classici” e rappresentata dal materialismo storico e dialettico, include e impone il netto ripudio di ogni visione religiosa, al Partito non può aderire né il prete né il proletario che conserva la fede in dio, con buona pace di Lenin, le cui consegne (2) erano e non potevano che essere, anche in tale ambito, quelle dettate dalle esigenze di una doppia rivoluzione. La discriminante antireligiosa è del resto esplicitamente formulata nella “Piattaforma politica del Partito” del 1945, che afferma che la nostra organizzazione “dichiara incompatibile con l’appartenenza alle file rivoluzionarie quella ad associazioni e confessioni religiose di qualunque scuola” (3) ed è poi ribadita nel “Tracciato d’impostazione” del 1946, che apertamente propugna una posizione antireligiosa e anticristiana (4). Qualsiasi affermazione in senso contrario, da chiunque provenga, deve essere considerata nulla, e nessuna ubbidienza può e deve essere data agli organismi centrali qualora essi affermino, ad esempio, che al Partito si aderisce in forza del semplice fatto di sottoscriverne l’impostazione politica, e quindi che se un prete, spinto magari da una lettura radicale del Nuovo Testamento, si avvicina oggi al Partito non ci sarebbe niente di male in quanto egli, senza per questo cessare di essere un prete, apprenderebbe il materialismo dialettico e nel Partito si trasformerebbe radicalmente, giungendo infine a non essere più il prete che era entrato. Il nostro Partito, che nel 1966 aveva il coraggio di gridare sul muso ai preti del “dissenso”
1 “Schema di circolare”, Febbraio 1953.
2 Lenin, “L’atteggiamento del partito operaio verso la religione”, 26.5.1909 (Opere Complete, vol. XV, pag. 381), ripubblicato ne “il programma comunista” n° 3, 2000. In uno scritto coevo a quello sopra citato la Sinistra italiana, che, al contrario di Lenin, non aveva i problemi di una doppia rivoluzione da sbrogliare, affermava nitidamente l’incompatibilità tra fede religiosa ed appartenenza al Partito rivoluzionario: “Anche ammettendo la piena buona fede, chi ha opinioni filosofiche cristiane dovrebbe filosofare ove meglio crede, ma non mai nelle file del Partito Socialista” (“Socialismo cristiano?”, “L’Avanguardia” del 21 dicembre 1913).
3 “La piattaforma politica del partito”, 1945.
4 “Non è possibile condurre la lotta per spezzare i limiti di una economia a ditte private e a bilanci individuali, senza prendere in maniera aperta una posizione antireligiosa e anticristiana” (“Tracciato d’impostazione”, 1946, pag. 16). Tale posizione è del resto la stessa del Partito-Marx, che affermò senza mezzi termini che “i principi sociali del Cristianesimo hanno giustificato l’antica schiavitù, esaltata la servitù nel Medioevo, e acconsentono pure, in caso di bisogno, a propugnare l’oppressione del proletariato, anche se con una cera un po’ piagnucolosa” concludendo: “i principi sociali del Cristianesimo sono ipocriti e il proletariato è rivoluzionario” (“Il comunismo dell’Osservatore renano”, 1847).
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che i proletari non sono pecore e non hanno bisogno di pastori (5) non si può certo ridurre oggi a belare ai piedi dei pastori progressisti, ovvero di quei cristiani sociali o socialisteggianti nei quali noi abbiamo sempre riconosciuto dei nemici anche peggiori dei preti conservatori o reazionari in perfetto accordo, stavolta, anche con Lenin (6) perché predicano la possibilità di addolcire il capitalismo con la pappa calda della carità cristiana. Riguardo all’adesione al Partito: se sull’ultimo numero del giornale escono delle posizioni sulla religione incompatibili con il “Tracciato d’impostazione” e con la “Piattaforma politica del Partito” sono il “Tracciato” e la “Piattaforma” che decidono chi è sulla linea del Partito e chi non lo è, non certo l’articoletto o la circolare dell’ultima ora. Chi ricorda oggi la sciagurata Circolare del Settembre ’82, che siamo andati prima a riesumare? Gli articoli di giornale e le circolari passano, le Tesi restano. Se bastasse infatti la successione dei numeri del giornale a definire la linea del Partito, per quale motivo si sarebbe sentito il bisogno di scrivere delle Tesi? Se sul giornale non fossero comparse anche delle posizioni insufficienti o addirittura sbagliate e talora in contraddizione tra loro, non ci sarebbe stato evidentemente bisogno di scrivere delle Tesi. Se le Tesi sono state scritte è stato con l’obiettivo di condensare le posizioni essenziali, fondamentali, irrinunciabili, in una parola di fissare la linea del Partito, il corpo di direttive cui tutti debbono attenersi e sulla cui base esclusiva si aderisce o non si aderisce al Partito. Chi afferma il contrario, chi privilegia l’ultimo numero del giornale, sulla cui base giudica la “avvenuta assimilazione” dei testi e delle tesi del Comunismo da parte dei compagni, e svaluta di riflesso la dottrina fissata nelle Tesi ha già confessato di stare fuori dalla linea del Partito. “Gridino pure i venduti alla mania della purezza: era ed è per noi un’esigenza di difesa. Ai partiti «comunisti» di oggi chiunque può aderire, il prete come il massone; tutti fuorché il rivoluzionario!” (7). Quello che i nostri contraddittori hanno confessato, infatti, è che il Partito come lo concepiscono loro è diventato proprio come i “partiti «comunisti» di oggi”, a cui il prete può aderire ed il marxista rivoluzionario no; che il Partito come lo concepiscono loro è un Partito che invita i preti ad entrare ed espelle i comunisti. A questa svalutazione di ciò che è la sostanza dell’adesione al Partito corrisponde una simmetrica esaltazione di formalismi organizzativi che la Sinistra ha sempre respinto e deriso: l’adesione al Partito richiede, oltre al fatto di abbracciarne antiscolasticamente la dottrina, le “doti che Lenin chiamò di coraggio, di abnegazione, eroismo e volontà di combattere” (8), ed è su questo duplice terreno che “si discrimina fra il simpatizzante o candidato ed il militante, il soldato attivo dell’esercito
5 “E invitiamo i proletari coscienti, che vogliono lottare per la distruzione del capitalismo e per il trionfo del comunismo nel mondo intero, a rispondere duramente sul viso dei preti progressisti, con o senza tonaca, con o senza colletto bianco: GLI OPERAI RIVOLUZIONARI NON HANNO BISOGNO DI PASTORI. UNA SOCIETA’ IN CUI VI SONO PASTORI, E’ UNA SOCIETA’ COMPOSTA DI PECORE. GLI OPERAI RAPPRESENTANO LA CLASSE PIU’ RIVOLUZIONARIA DELLA STORIA, E NON HANNO NESSUNA INTENZIONE DI ESSERE TRASFORMATI IN PECORE. IL PROLETARIATO RIVOLUZIONARIO LOTTA PER UNA SOCIETA’ IN CUI NON VI SARANNO PIU’ NE’ PECORE NE’ PASTORI: PER LA SOCIETA’ COMUNISTA” (“Preti o Pastori, sempre al servizio del Capitale”, il programma comunista, n° 15, 1966).
6 “Il prete cattolico che travia le ragazze (leggo casualmente questo fatto in un giornale tedesco), è proprio per la democrazia, molto meno pericoloso del prete senza sottana, del prete che non ha una religione grossolana, del pope idealista e democratico che predica l’edificazione e la creazione del buon dio. Perché è facile smascherare, condannare e cacciare il primo; ma non ci si potrebbe disfare del secondo con la stessa facilità ed è mille volte più difficile smascherarlo” (Lenin, Lettera a Massimo Gorki, 14.11.1913).
7 “La continuità di azione del Partito sul filo della tradizione della Sinistra”, il programma comunista, n° 3, 1967.
8 Note della Sezione di Schio per la Riunione Organizzativa di marzo 2003.
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rivoluzionario; non certo perché il simpatizzante non «sa» ancora, mentre il militante possiede coscienza”, perché “se così fosse cadrebbe tutta la concezione marxista, perché il partito comunista è quel tale organismo che deve nei momenti di ripresa rivoluzionaria, organizzare nel suo seno forse milioni di uomini i quali non avranno né il tempo, né la necessità di fare corsi di marxismo neanche accelerati ed aderiranno a noi non perché sanno, ma perché sentono «in via istintiva e spontanea e senza il menomo corso di studio che possa scimmiottare qualificazioni scolastiche»” (9). Dato che “la teoria marxista del verificarsi dei fenomeni non ha niente di gradualistico, ma parla di «ionizzazione della storia», di sviluppo catastrofico delle situazioni” e dato anche che “il partito non si sottrae a queste determinazioni” (10), la retta applicazione della nostra dottrina non solo esclude di ridurre il Partito Formale ad “un modellino che deve rispondere solo a precise regole di procedura organizzativa”, ma “manda nel regno del più puro idealismo lo schemetto gradualista del «metodo per incontrare, raggiungere e poi lavorare per il partito»” (11), che del tutto astrattamente e burocraticamente moltiplica senza alcun motivo razionale il numero dei passaggi necessari per entrare nel Partito, ben prestandosi a dimostrare che, come al solito, la rilassatezza sul terreno dei principi, quella che vorrebbe spalancare le porte ai preti, si coniuga volentieri con l’abuso dei formalismi (12).
9 Ibidem.
10 Ibidem.
11 Ibidem.
12 L’assurdità di prevedere, ad esempio, ben 5 distinti scalini (contatto, lettura, lavoro con i militanti, candidatura, militanza), sfiora addirittura il ridicolo. Dove sta scritto, infatti, che necessariamente il contatto deve precedere la lettura? Si forse vuole negare al lettore che trova la nostra stampa in una libreria prima di aver preso contatto con chicchessia la possibilità di entrare nel Partito? E dove sta scritto che la lettura debba per forza precedere il lavoro con i militanti? Se un illetterato comincia a lavorare in fabbrica assieme ai nostri militanti e solo dopo si mette a leggere il giornale, gli saranno opposti dei veti? E il contatto, a sua volta, se non risponde a una curiosità sterile o sospetta, in che cosa si distingue dalla candidatura? Contattando il Partito, che cosa fa mai un proletario, se non avanzare nei fatti la sua candidatura ad entrarvi? O bisogna prima riempire un apposito modulo?
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Punto n°15: il ruolo storico della Sinistra Comunista d’Italia
LA SINISTRA COMUNISTA D’ITALIA, CONDENSANDO L’ESPERIENZA DEL CICLO RIVOLUZIONARIO DEGLI ANNI ’20 NELLE AREE DI RIVOLUZIONE ANTICAPITALISTICA PURA, RAPPRESENTA IL PUNTO PIU’ ALTO STORICAMENTE RAGGIUNTO DALLA DOTTRINA CRITICA DEL PROLETARIATO. La Sinistra nulla aggiunse e nulla tolse alla dottrina che prese il nome di Marx e che Lenin restaurò egregiamente all’inizio del secolo scorso, sgominando le interpretazioni deformi della socialdemocrazia. Proprio perciò è oggi obbligatorio, per poter leggere Marx e Lenin da rivoluzionari comunisti e non da stalinisti o da antistalinisti democratici, passare attraverso la lettura che la Sinistra fece degli scritti di Marx, di Engels e di Lenin. La lente che la Sinistra ci ha lasciato non è il frutto di una lettura particolare, non è il parto di una interpretazione originale dei testi classici, ma è il risultato della dura opera di restauro della dottrina rivoluzionaria che la Sinistra ha svolto scontrandosi teoricamente ed anche fisicamente con la terza e peggiore ondata revisionista, quella che per comodità chiamiamo “stalinista”. Essa è il risultato dello sforzo costante dei nostri compagni della vecchia guardia di non essere originali, o, meglio, di respingere qualsiasi interpretazione particolare o “creativa” dei testi classici del marxismo. Ed è perciò che è indispensabile passare proprio attraverso quella lettura se si vuole accedere a quei testi senza cadere nelle interpretazioni particolari, originali, nelle elucubrazioni creative dei cervelli individuali affittati dapprima alle centrali imperialiste d’Occidente (anche Kautsky leggeva Marx a modo suo!) e poi a quelle di Mosca o di Pechino, dell’Avana o di Belgrado (ognuna di esse, non dimentichiamolo, ha sviluppato una “sua” lettura delle opere di Marx e di Lenin!) e senza scivolare nelle versioni altrettanto innovative del marxismo che si sono distillate nei tentativi infruttuosi di opporsi a quella deriva fuori solco di una rivendicata, voluta e ricercata ortodossia, come nel caso degli epigoni di Trotsky. Se l’opera di restauro effettuata dalla Sinistra si colloca per determinazione storica e non certo per meriti individuali su un livello superiore a quello su cui si trovarono ad operare i precedenti restauratori, ciò non dipende solo dal fatto che il terzo assalto del dubbio revisionista è stato il più devastante (1). Altri e rilevantissimi fattori concorsero a collocarla in quella posizione, e precisamente il fatto che la Sinistra Italiana fu l’unica corrente del movimento operaio internazionale a collocarsi su un terreno nitidamente marxista in Occidente, dove non erano all’ordine del giorno quei compiti di
1 “Nel periodo della seconda guerra mondiale, l’opportunismo che ha conquistato le file della III Internazionale –il cui processo storico va meglio indagato in ordine a quello svoltosi in Russia dal 1917 ad oggi- ha dato una parola più spinta in senso disfattista di quella del classico opportunismo sbaragliato da Lenin. Secondo il piano dei nuovi opportunisti, la borghesia otterrà una tregua ad ogni lotta di classe, ed anzi una diretta collaborazione nei governi nazionali come nella costruzione di nuovi organismi internazionali, non solo per tutto il periodo della guerra e sino alla sconfitta del mostro nazista, ma per tutto un periodo storico successivo, di cui non si intravede il termine, durante il quale il proletariato mondiale dovrebbe vigilare, in combutta con tutti gli organismi dell’ordine costituito, a che il pericolo fascista non risorga, e collaborare alla ricostruzione del mondo capitalistico devastato dalla guerra (e per ciò si intende la guerra dell’Asse). Quindi l’opportunismo non promette neanche più di ritornare dopo la guerra alla autonomia dell’azione di classe dei lavoratori” (“Il corso storico del movimento di classe del proletariato. Guerre e crisi opportunistiche”, in “Per l’organica sistemazione dei principi comunisti”, pag. 88). “Lo stalinismo assomma i caratteri più deteriori delle due ondate precedenti dell’opportunismo” (“Tesi caratteristiche del partito – dicembre 1951” in “In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 162).
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“doppia rivoluzione” che tanto pesarono (e pesarono sfavorevolmente) sul Partito bolscevico, e che resero necessariamente più limitata e, se si vuole, meno profonda e coerente in tutti i suoi aspetti tale opera, sebbene in Russia esso si trovasse allineato sulla stessa identica posizione dei sinistri italiani, intesa a sconfiggere i revisionisti ed a ribadire dei vecchi chiodi marxisti. Una gerarchia quindi, all’interno di un marxismo che pure riconosciamo monolitico, esiste, e colloca su piani diversi di un insieme coerente le successive opere di restauro della stessa dottrina. Essa non è certo da identificarsi in una banale e pettegola gerarchia di valore, ossia in una presunta classifica di merito” , tale per cui, ad esempio “Vulcano della produzione…” sarebbe «meglio» dell’«Imperialismo», o i “Fattori di razza e nazione…” sarebbero «meglio» dell’“Origine della famiglia” o in forza della quale i rappresentanti della Sinistra Italiana sarebbero stati «migliori» di quelli del Partito bolscevico. Si tratta piuttosto di identificare una gerarchia funzionale, che sorge dalla pressione di quelle determinazioni materiali che costrinsero la Sinistra Italiana ad essere più lungimirante di Lenin e dei bolscevichi non certo per il prevalere di capacità individuali nei rispettivi capi ma per l’effetto della diversa collocazione geo-storica in cui essi ebbero a muoversi. Tale collocazione non deve essere identificata solo nell’area o campo geo-storico in cui la Sinistra Comunista d’Italia nacque ed agì, che era quella del capitalismo avanzato, e quindi non delle “doppie rivoluzioni”, ma della rivoluzione proletaria “pura”, ma deve includere anche l’apprezzamento del ruolo specifico di “laboratorio politico” svolto dal capitalismo in Italia (2), ruolo che da un lato ha significato la continuazione dell’esperienza borghese d’avanguardia dei Comuni e poi del Rinascimento, dall’altro si concretizzò a distanza di 5 secoli nel fatto che la penisola fosse spinta nuovamente all’avanguardia nell’esprimere sia la tendenza fascista, che sarà poi riprodotta su vasta scala in Germania e, dalla fine della Seconda Guerra imperialista in avanti, in tutto il mondo, sia la reazione proletaria contro tale tendenza, rappresentata, per l’appunto, dalla Sinistra “italiana”, dove le virgolette stanno a dire “nata in Italia”, ma le cui fondamentali
2 Vedi in proposito quanto affermarono correttamente i compagni di “N+1” nel 1994: “Perché proprio la Sinistra italiana e non per esempio la Sinistra tedesca? Abbiamo cercato di individuarne le ragioni e abbiamo studiato le peculiarità di questo nostro paese dove passano tutte le correnti storiche (oltre agli eserciti occupanti e liberanti), dove esse fanno gli esperimenti sociali più arditi per poi abbandonare il terreno e andare ad applicare i risultati in situazioni che rappresentano terreno migliore per la coltura definitiva. Ecco perché, per esempio, ci siamo cimentati, nella Lettera ai compagni sul 18 brumaio del partito che non c’è, con la situazione attuale italiana, dove vediamo una borghesia bisognosa di una soluzione fascista ai propri problemi che cerca in tutti i modi di far morire il vecchio apparato erede del fascismo per farne nascere uno nuovo, quello che per ora chiamiamo “il partito che non c’è”. La Sinistra effettivamente scaturisce da un clima fecondo per la maturazione teorica: questo è il più antico paese capitalistico, dove la rivoluzione nazionale non dovette essere antifeudale per la semplice ragione che il feudalesimo vi era sparito da troppi secoli se mai vi fu in pieno. Questo è anche, e proprio per le ragioni suddette, il primo paese in cui il capitalismo è stato portato alle sue estreme conseguenze con il fascismo, reazione alle difficoltà crescenti dell’economia finanziaria uscita dalla Prima Guerra Mondiale, ma anche contraltare borghese della Rivoluzione d’Ottobre. La rivoluzione russa era mistificabile perché doppia: “democratica” e proletaria. Troppe le parole d’ordine ancora a carattere democratico; troppe le influenze dell’antico sull’azione, sul linguaggio, sulla tattica. La rivoluzione tedesca non aveva bisogno di essere mistificata perché conteneva nei suoi programmi i germi della propria negazione: la democrazia realizzata invece che superata; l’autodisciplina e la spontaneità invece del partito centralizzato come organo della rivoluzione; i consigli decentrati invece dello Stato della dittatura proletaria. Il Fascismo e la Sinistra furono la risposta concreta, mondiale da parte borghese e da parte proletaria. Il Fascismo diventò mondiale come modo di dominio, la Sinistra divenne l’espressione teorica coerente del superamento della III Internazionale: partito unico mondiale invece di federazione di partiti comunisti nazionali” (Dieci anni, Lettera ai compagni n° 30, 1994).
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lezioni ne faranno una “pianta d’ogni clima”, ovvero la base dottrinale indispensabile per la definizione di un’ideologia di Sinistra internazionale capace di superare i limiti oggettivi della III Internazionale, e quindi l’ossatura portante del Partito Comunista Internazionale, Partito unitario e mondiale e non agglomerato federativo di partiti nazionali. Ciò significa in pratica che, laddove in superficie appare una divergenza di valutazioni tra Lenin e la Sinistra (elezionismo, fronti unici, possibilità per i preti di aderire al Partito, valutazione della socialdemocrazia, esistenza di diverse “fasi” di sviluppo del Partito con passaggi dall’una all’altra caratterizzati dall’insorgere di una necessaria lotta politica, e quindi anche centralismo organico piuttosto che centralismo democratico), essa si deve sempre risolvere in linea di principio aderendo anzitutto senza discussioni ed esitazioni alle posizioni che storicamente caratterizzarono la Sinistra anche, ripetiamo, contro Lenin; e che va in prima istanza escluso ogni riferimento a testi di Marx, di Engels e di Lenin che evidenzino affermazioni con esse in apparenza contrastanti. Ed, in secondo luogo, ciò significa che le apparenti divergenze devono risolversi comprendendole alla luce del materialismo storico, e quindi superando realmente e non solo a parole, i limiti connaturati alla precedente esperienza storica del Partito bolscevico, il che significa ristabilire ogni volta con l’arma del nostro metodo dialettico la continuità sostanziale della linea che va da Marx a Lenin alla Sinistra al di là delle oscillazioni che possono talora in superficie affiorare. E’ purtroppo vero che, proprio come in nome di Lenin si fecero più cose cattive che cose buone, una sorte non dissimile è toccata anche alla Sinistra: lo sfascio completo della III Internazionale, la sua aperta degenerazione consumatasi nel nome di Stalin hanno fatto sì che chiunque voglia oggi con un minimo di coerenza e di rispettabilità teorica rifarsi a Lenin e alla III Internazionale, ad un Lenin ed a una III Internazionale, beninteso, con tutti i loro limiti e anche con i loro errori, per poterlo fare deve venire a casa nostra. Perché la Sinistra è l’unica corrente che ha saputo conservare ciò che è valido e imperituro della lezione di Lenin, dopo avere superato dialetticamente la parte caduca del suo lascito storico, anzi, proprio in forza del fatto di essere addivenuta a tale superamento. Come riflesso della catastrofe della controrivoluzione abbiamo quindi avuto, tra l’altro, anche l’afflusso di militanti schiettamente “terzinternazionalisti” nelle nostre file, di militanti cioè che non avrebbero avuto alcuna esitazione, ai tempi di Lenin, a scagliarsi contro l’”estremismo” della nostra corrente, e che infatti osano adesso affermare senza alcun pudore che leggere Lenin e Marx con la lente della Sinistra sarebbe profondamente controrivoluzionario, mostrando di essere andati in effetti anche un po’ più avanti rispetto all’invettiva contro l’estremismo, e cioè di essere ormai approdati alla bolscevizzazione. “Le considerazioni sulla dottrina, la natura e la funzione del Partito, che siamo venuti modestamente esponendo sulla traccia delle Tesi di Lione racchiudono in sé la risposta a una serie di deviazioni dalla giusta tattica rivoluzionaria che la III Internazionale compì dopo il monolitico triennio della sua nascita e della sua affermazione in un periodo ardente di offensiva proletaria; che la Sinistra denunziò con insistenza nel ’22-26, e la cui gravità appare oggi tanto maggiore, in quanto la storia ne ha dato la tragica conferma obiettiva, conferendo al nostro movimento, che per primo lanciò allora il grido d’allarme, il diritto di costruire sulla loro demolizione l’edificio unitario delle norme tattiche, e di consegnarlo alle 67
generazioni chiamate a battersi nello scontro decisivo e finale fra le classi come un insieme di direttive valide per sempre e sotto tutti i cieli” (3). La questione della “lente” non è pertanto una discussione bizantina sul sesso degli angeli, ma è una questione di immediato interesse e valore politico, tanto è vero che i nostri contraddittori sono giunti in modo altrettanto spudorato a rivendicare la partecipazione del Partito alle sagre schedaiole della democrazia diretta (referendum), mettendosi sotto i piedi l’astensionismo, a rivendicare le espulsioni, facendo gettito del centralismo organico, a rivendicare i fronti unici politici, liquidando la basilare contrapposizione tra quelli ed il “fronte unico sindacale”, a rivendicare l’ingresso dei preti nel Partito, cui la Sinistra chiuse e porte fin dal 1913, e via scivolando sempre più velocemente lungo una china al termine della quale essi potranno trovare solo un nuovo 1982. Ben si comprende quindi per quali motivi essi vogliano sentirsi le mani libere e liquidino come … controrivoluzionaria l’esigenza di rifarsi alla lettura data dalla Sinistra dei testi classici del marxismo. Chiarire fino in fondo questo punto è diventato quindi essenziale per la nostra stessa sopravvivenza. Dobbiamo denunciare col massimo vigore che è un’obiezione sofistica quella di chi dice: Lenin e la Sinistra nulla aggiunsero alla dottrina unica ed invariante, quindi si può prescindere dalla lettura da essi fornita delle originarie scritture e direttamente abbeverarsi a queste ultime senza bisogno di alcun filtro. Se così fosse, per quale motivo Lenin e la Sinistra avrebbero dovuto affannarsi a restaurare il dettato di Marx ed Engels? Sono stati così fessi da restaurare il marxismo per uno scrupolo estetico, letterario, insomma per quella propensione accademica che sempre gli avversari, gli innovatori, rimproverarono loro? Il fatto è che alle tre grandi ondate opportunistiche il proletariato ha risposto sul terreno dottrinario scolpendo sempre meglio i tratti del suo programma. Ciò significa che i postulati che prima di Lenin non erano sufficientemente chiari, le tesi che nonostante tutto lasciarono aperto il varco alla penetrazione snaturatrice dei Bernstein e dei Kautsky, divennero dopo Lenin molto più nette, essendo state eliminate e sradicate dal corpo dottrinario le incrostazioni posticce degli “aggiornatori” delle nostre posizioni classiche a proposito, rispettivamente, del corso catastrofico dell’economia borghese e della teoria dello Stato (4) ed essendo stati posti in miglior rilievo gli anticorpi precostituiti contro quelle deviazioni. Ciò significa inoltre che le proposizioni che prima della Sinistra non erano sufficientemente esplicite, i punti programmatici che, nonostante tutto, lasciarono aperti altri spiragli alla penetrazione snaturatrice dei rappresentanti del nuovo opportunismo “comunista” (Stalin) e, in parte, anche di coloro che vi si opposero in modo non sempre coerentemente marxista (Trotzky), ma che non per questo sono da definire opportunisti, dopo la restaurazione della dottrina operata dalla Sinistra divennero ancora più nitidi e taglienti: grazie a quell’opera di restauro, infatti, furono strappate dal corpo dottrinario di sempre delle altre e non meno perniciose incrostazioni, quelle del “socialismo in un solo paese” e delle false reazioni democratiche ed anti-burocratiche contro di esso, e il risultato di tale opera fu, una volta di più, quello di rivitalizzare gli anticorpi che nel DNA del marxismo erano già presenti e precostituiti per combattere contro quelle deviazioni. In
3 “La continuità d’azione del Partito sul filo della tradizione della Sinistra”, il programma comunista n° 4, 1967.
4 “Con Lenin venne restaurata la linea di principio demolendo i dati delle due «revisioni» socialdemocratica e socialpatriottica” (“Riassunto delle tesi esposte nella riunione di Firenze, 8-9 settembre 1951”, Parte IV, punto 5, in “Per l’organica sistemazione dei principi comunisti”, pag. 17).
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questo processo a spirale noi dobbiamo leggere materialisticamente il riflesso ideologico del processo di sviluppo delle forze produttive, che è il vero motore del delinearsi di contrasti di classe sempre più netti, che poi i capi del movimento operaio si limitarono a registrare sul piano teorico, rendendo sempre più rigida e tagliente la nostra dottrina, e quindi rimettendo nuovamente “in fase” struttura e sovrastruttura. Chi ha perso di vista questo fondamentale processo è stata purtroppo la nostra organizzazione contingente, che negli anni 1974-1982 si allontanò sempre più dal Partito Storico, e che, dopo l’esplosione della rete organizzativa, giunse al punto di denunziare un presunto “vizio d’origine della Sinistra” e di farsi beffe dei “fossili” che ancora si ostinavano a riferirvisi invitandoli a costituire un circolo culturale di “amici della Sinistra” all’interno del Partito. Da ora in avanti perciò l’affermazione secondo cui dato che la Sinistra nulla pretese di innovare rispetto all’opera di Marx e Lenin, si può fare a meno di passare attraverso la sua opera per accedere alla dottrina di sempre è affermazione che caratterizza e definisce la carogna. Precisiamo che per carogna intendiamo chi di fronte alla richiesta altrui di far gettito della tradizione della Sinistra comunista d’Italia, volgarmente nota come “bordighismo” esattamente come la dottrina critica del proletariato è volgarmente nota come “marxismo”, per poter proseguire nei pourparler e nelle manovre di corridoio, si affretta pretescamente a rassicurare i compagni di merende e i commensali dell’osteria del “partito da inventare” sul fatto che … il nostro DNA è il marxismo, in una parola chi tradisce professando la massima fedeltà ai principi. Oltretutto è ridicolo che si accosti a distanza di poche righe l’affermazione sopra riportata, che rivendica un “marxismo” che Marx steso ebbe a suo tempo giustamente a sconfessare, alla denunzia della aberrante costruzione del «bordighismo». Se vogliamo essere rigorosi, siamolo allora fino in fondo, atteniamoci pedissequamente a Marx, che respingeva per sé l’epiteto di “marxista”, denunziamo tutte le aberranti costruzioni che pretendono di aggettivare con nomi di persona la dottrina rivoluzionaria del proletariato, e non parliamo allora né di marxismo né di leninismo né di bordighismo, evitando così di cadere nel tranello di stabilire un’eccezione per Carlo Marx con la mediocre scusa che “così fan tutti”. L’errore infatti non sta soltanto, come ritengono ottusamente i nostri contraddittori, nella pretesa di «aggettivare il marxismo», come già fece Stalin coniando il termine osceno di “marxismo-leninismo”, ma risiede ancor di più in quella di aggettivare la monolitica dottrina rivoluzionaria del proletariato affibbiandole dei nomi di persona, che, se per comodità possono talvolta anche tollerarsi, devono esserlo allora per tutti i grandi svolti in cui la dottrina fu prima definita e poi ribadita contro gli innovatori ad opera di cervelli che agivano non in quanto appannaggio di persone, individui singoli o, peggio, “pensatori solitari”, ma in quanto sonde appartenenti alla Specie. All’obiezione più insidiosa secondo cui la Sinistra non ha sottoposto alla sua indagine il corpo dottrinario che per comodità chiamiamo marxista in tutti i suoi aspetti, rispondiamo infine che non ci asterremo certo dall’attingere ad eventuali inediti di Marx o di Lenin o a testi non abbastanza compulsati dai compagni della Sinistra per lasciarcene una traccia, ma che vi attingeremo usando lo stesso metodo che essi utilizzarono: dove la lente non c’è la si fabbrica, ma usando le stesse norme di fabbricazione: mettere a tacere i pruriti
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intellettuali di rivedere, aggiungere ed aggiornare (5), escludendo “ogni lavoro dottrinale che tenda a fondare nuove teorie” (6).
Una precisazione, infine , è opportuna rispetto alla logora accusa, che ci è stata ripetuta di recente, di “ripetizione ossessiva e liturgica” dei testi della Sinistra: non è nuova, come accusa, è il solito rigurgito opportunista che è anti-liturgico oggi quanto fu anti-talmudico in un non lontano passato, per cui quasi non varrebbe la pena di occuparsene. Se non fosse per un aspetto particolare: i nostri contraddittori infatti nell’atto di lanciare l’accusa, parallela alla precedente, di aver trasformato la Sinistra in una nuova “icona inoffensva”, hanno manifestato la loro profonda insofferenza per la nostra mania di “infarcire” i nostri scritti di citazioni della Sinistra piuttosto che di Marx o di Lenin, quasi che i nostri testi classici altro non siano se non un “serbatoio di citazioni”, mentre appare a lorsignori più elegante evitare questo sforzo e rimandare il “militante” alla consultazione dei testi medesimi. Bene: è proprio quest’ultima la strada che conduce alla “imbalsamazione liturgica” dei sacri testi, che vengono invocati esattamente come un prete biascica i nomi dei santi nelle sue litanie, ma che non vengono utilizzati come uno strumento vivo, come materiale di lavoro. Si è mai visto un prete che conosce e soprattutto che trasmette ai fedeli il contenuto originale degli scritti di Paolo o di Agostino, di Tommaso o di Ignazio di Loyola? Giammai. Basta la giaculatoria: virgo prudentissima, ora pro nobis, turris eburnea, ora pro nobis, fidelis arca, ora pro nobis, beato paolo, ora pro nobis … Che importa ciò che i beati paoli dissero e scrissero? Non dovremo mica prenderci questa inutile fatica –pensano i preti- quando abbiamo affari ben più importanti da sbrigare, come la questua, l’amministrazione dei lasciti dei fedeli e quant’altro. Correndo inoltre il rischio di dover rivelare urbi et orbi che di ciò che i beati paoli dissero non sappiamo in realtà un … beato corno. Per questi preti “marxisti”, quindi, ed a maggior gloria della loro dotta ignoranza, ciò che i beati paoli dissero può e deve restare sepolto nei libri. E allora, vien da aggiungere, … requiescant in pace.
5 “Schema di circolare”, Febbraio 1953.
6 “Riassunto delle tesi esposte nella riunione di Firenze, 8-9 settembre 1951”, Parte IV, punto 6 (“Per l’organica sistemazione dei principi comunisti”, pag. 17).
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Punto n°16: il ruolo storico della Seconda Internazionale
LA LINEA DEL PARTITO STORICO NON PASSA ATTRAVERSO LA II INTERNAZIONALE. Noi riconosciamo il Partito Storico nella “linea da Marx a Lenin, a Livorno 1921, alla lotta della sinistra contro la degenerazione di Mosca, al rifiuto dei blocchi partigiani, la dura opera del restauro della dottrina e dell’organo rivoluzionario, a contatto con la classe operaia, fuori dal politicantismo personale ed elettoralesco” (Distingue il nostro Partito). Prima, elementare considerazione: quella del Partito Storico è una linea che collega in modo diretto Marx-Engels a Lenin ed alla Sinistra. Risulta pertanto totalmente fuori luogo la rivendicazione delle battaglie della II Internazionale che si è voluta improvvisare in un opuscolo destinato a divulgare le nostre posizioni, secondo cui “il partito storico è l’insieme dell’elaborazione teorica, del programma, delle tesi, dell’esperienza storica del comunismo. Esso data ormai dal 1848, quando venne pubblicato il Manifesto del partito comunista, e comprende (in un tutto monolitico le cui parti si integrano organicamente le une alle altre) le opere di Marx, Engels e Lenin, le battaglie politiche della Prima, della Seconda, della Terza Internazionale, gli insegnamenti della Comune di Parigi del 1871, della Rivoluzione russa del 1905, della Rivoluzione dell’ottobre 1917, l’esperienza delle grandi lotte nell’Occidente capitalistico e nell’Oriente di colore tra 1917 e 1927, l’elaborazione teorico-politica prodotta dalla Sinistra Comunista sull’arco di più di mezzo secolo, le lezioni che essa ha saputo trarre dalle controrivoluzioni” (1). Ancor più rivoltante è l’apologia della II Internazionale che si volle celebrare in un precedente opuscolo sempre di tipo divulgativo, in cui addirittura si sosteneva che “nel 1889, a Parigi, fu proclamata l’Internazionale Socialista per coordinare e unificare l’azione delle diverse sezioni nazionali. La sua attività trascinò nel movimento di emancipazione della classe operaia nuove nazionalità. Essa ebbe una parte determinante nell’organizzazione della classe lavoratrice sul terreno sindacale, e fece della manifestazione internazionale del 1° Maggio, commemorazione delle vittime della repressione capitalistica e battaglia per la giornata lavorativa di 8 ore, un potente mezzo di lotta e educazione classista del proletariato. Questo vasto movimento di organizzazione operaia servì a sua volta di efficace trampolino al movimento politico della classe” (2). L’errore non è attenuato, ma aggravato dal fatto che si tratti di opuscoli divulgativi, in quanto essi, a questo modo, presentano il Partito e la sua storia in una luce completamente deformata proprio a chi ancora non ci conosce o si conosce poco, ed avrebbe quindi diritto ad un minimo di chiarezza. In seguito si tentò di riprendere la rotta poggiando direttamente sui testi di Engels, ma lo si fece nel contesto di un altro e più ampio lavoro di Partito, e quindi senza dare alla questione il dovuto rilievo sul piano della propaganda quotidiana. Si evidenziò in particolare che la fondazione della II Internazionale nel 1889 avvenne “fuori e contro la volontà di Engels, che vi ravvisava un atto di volontarismo e velleitarismo, essendo disomogenei e male orientati i partiti nazionali” (3), ovvero privi di quell’orientamento integralmente marxista, che Engels stesso 13 anni prima aveva invece posto come precondizione per la formazione di una nuova
1 “Che cos’è il Partito Comunista Internazionale”, il programma comunista, Dicembre 1995.
2 “Dalla crisi della società borghese alla rivoluzione comunista mondiale – Manifesto del Partito Comunista Internazionale”, 1981.
3 “Come poniamo la Questione Nazionale e coloniale oggi”, il programma comunista, n° 5/6, 1998.
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Internazionale: “Credo che la prossima Internazionale – dopo che le opere di Marx avranno esercitato la loro influenza per alcuni anni – sarà direttamente comunista e proclamerà apertamente i nostri principi” (4). Ne deriva una seconda altrettanto elementare considerazione: data la piega presa dagli avvenimenti, che purtroppo non fu quella auspicata, per il Partito-Engels era prevedibile, ancor prima della sua fondazione, che il nuovo organismo si sarebbe risolto in forme federaliste inconciliabili con l’orientamento marxista e con la prospettiva rivoluzionaria. E infatti, dopo aver precisato scherzosamente che “l’unico congresso che desidero, sarebbe con Nim attorno a una bottiglia di birra portata su dalla cantina fresca”, Engels esattamente un mese prima del Congresso di fondazione della II Internazionale paventava che vi fosse “da qualche parte la nostalgia di ricostituire l’Internazionale, sotto una forma o sotto un’altra, alla qual cosa i tedeschi si opporrebbero a giusto titolo e con tutte le forze” in quanto “i nostri e gli austriaci sono i soli a dover sostenere una vera battaglia e fare veri sacrifici, hanno un centinaio di uomini in prigione e non possono permettersi di giocare a creare organizzazioni internazionali, che al momento sono tanto impossibili quanto inutili” (5). E otto anni prima Lafargue, facendosi portavoce di Marx e di Engels, ne aveva sintetizzato in questi termini le posizioni in una lettera a Guesde del luglio 1881: “L’Internazionale ha giocato un grande ruolo, ha impresso alla classe operaia un movimento; noi dobbiamo rifare l’Internazionale. Ma invece di procedere come sotto l’Impero con una azione internazionale, dobbiamo procedere con organizzazioni nazionali che, quando saranno abbastanza forti” permetteranno di procedere alla creazione di una nuova Internazionale (6). La Sinistra potè pertanto giustamente affermare che “la II Internazionale (1889-1914), vissuta in un periodo di evoluzione del capitalismo, operò in realtà come una federazione di partiti, ciascuno dei quali restava autonomo nell’azione. Allo scoppio della prima guerra imperialista, tutti i partiti che ne facevano parte finirono ignominiosamente nella politica nazionale e democratica, che del resto avevano anche prima in buona parte praticata” (7). Terza considerazione: se è vero che quanto Engels aveva paventato si ebbe poi purtroppo ad avverare con un trionfo di forme federaliste in totale antitesi col centralismo della I Internazionale, va ribadito allora che la II Internazionale “si colloca per intiero fuori dal cammino storico del partito” (8) ovvero che è da considerare come un vero e proprio corpo estraneo rispetto alla linea del Partito Storico. I due fondamentali motivi che stanno alla base di tale valutazione sono espressi a chiare lettere nel testo di Partito del 1964 sopra richiamato: a) perché fu una federazione di partiti autonomi e non un vero partito internazionale, e cioè tutto fece fuorché “coordinare e unificare l’azione delle diverse sezioni nazionali”, come si desume invece dalla lettura dell’infelice “Manifesto del 1981”, che si ferma a considerare i buoni propositi con cui essa fu fondata senza analizzare se le intenzioni corrisposero poi a dei risultati reali; b) perché fece una politica nazionale e democratica in Europa e quindi servì gli interessi della borghesia già prima dell’ignominia del 4 agosto 1914. Il testo che abbiamo citato afferma che i partiti della II Internazionale praticarono tale politica “in buona parte”, ma lo fa
4 Lettera di Engels a Sorge, 12 e 17 settembre 1874.
5 F.Engels, Lettera a Laura Lafargue, 28 giugno 1889, in Marx-Engels, Opere Complete, vol. XLVIII, p. 256.
6 Francuzskij Ežegodnik, 1962, Moskva, Izd. Akademii Nauk SSSR, 1963, p. 478, cit. In G. Haupt, “La II Internazionale”, La Nuova Italia, 1973, pag. 9.
7 “Ad un secolo dalla fondazione della I Internazionale” il programma comunista, n. 18-21, 1964.
8 “Come poniamo la Questione Nazionale e coloniale oggi”, il programma comunista, n° 5/6, 1998.
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solo per dire che al loro interno vi erano delle correnti di sinistra che, per quanto minoritarie (Luxemburg, K. Liebknecht, la Sinistra Italiana, Lenin, Pannekoek, …), si opposero in modo vigoroso a quell’andazzo, difendendo in tal modo l’onore del marxismo sia contro i revisionisti della destra (Bernstein, Auer, Turati, McDonald …) sia, anche se non sempre con la lucidità che sarebbe stata necessaria, contro gli esponenti di un centro solo sedicentemente ortodosso (Kautsky, Hilferding, Serrati, Plechanov …), in quanto, come vedremo meglio poi, si limitava in realtà a rivestire di una patina marxista la prassi riformista dei destri. Atteso però che l’apparato di quei partiti (sindacati, cooperative, gruppi parlamentari) era saldamente in mano ai destri, ne deriva che la prassi politica dei partiti della II Internazionale aderì ai postulati nazional-democratici non “in buona parte” ma integralmente e fin dall’inizio: le correnti e le frazioni che aderivano ai postulati del marxismo rivoluzionario erano infatti escluse dagli apparati che controllavano l’attività pratica quotidiana dei partiti socialdemocratici, ed il marxismo ci ha insegnato che non importa ciò che gli uomini ed i partiti pensano di se stessi, ma ciò che essi sono, e che questo a sua volta dipende da quello che fanno. “La Luxemburg [nella “Juniusbrochure” del 1915] osserva giustamente che l’inaudito voto del 4 agosto [1914] con tutto quello che ne seguì, non è certo uno scherzo del caso, ma ha «radici profonde e lontane». Nel ricercarne le cause, tuttavia, si ferma alla superficie, parla degli «errori della guida del proletariato, la socialdemocrazia, del venir meno della nostra volontà di combattere, del nostro coraggio, della fedeltà ai nostri convincimenti», senza avvedersi che per un materialista questa «spiegazione» rimanda a qualcos’altro, di cui il venir meno della coscienza socialista non può che essere il riflesso. La realtà è che il disastro, per il movimento operaio, era molto più grave, nel senso che da almeno un ventennio la socialdemocrazia, non alcuni capi esplicitamente revisionisti, ma l’intero apparato, si era completamente asservito alla borghesia, pur mantenendo una fraseologia marxista di copertura, e questo per fenomeni oggettivi, ossia a causa dell’impetuoso sviluppo imperialistico dell’economia tedesca negli anni ‘90, che a sua volta comportò la formazione di un’importante aristocrazia operaia, ossia del veicolo privilegiato attraverso il quale l’influenza della borghesia poté penetrare in seno al partito. […] La catastrofe era quindi una catastrofe annunciata, non certo dalle risoluzioni dei congressi, ma dalla prassi sindacal-parlamentare del partito. Altro che «tradimento»: si dovrebbe parlare invece di fedeltà della socialdemocrazia alle classi dominanti!” (9). “Anche prima del fatidico 1914, dalla sua nascita nel 1875 al congresso di Gotha, l’SPD nel suo insieme non è assolutamente un’organizzazione rivoluzionaria”, per cui “parlare di «tradimento» è assolutamente improprio” (10). Se possiamo infatti anche ammettere che la socialdemocrazia, in particolare tedesca, fu in grado “almeno nella prima fase della sua esistenza [coincidente in larga misura con il periodo delle leggi anti-socialiste] di coniugare la tenace lotta quotidiana, soprattutto sul terreno sindacale, la conquista di una vasta rappresentanza parlamentare e la crescente unità dei lavoratori con lo sviluppo della coscienza di classe e con la prospettiva rivoluzionaria” (11), dobbiamo tuttavia riconoscere, per evitare la retorica di una agiografia fuori luogo, da un lato che, se è vero che “la storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia, colle sue sole
9 P.C. Internazionale, Rapporto alla R.G. del 1996, pag. 18-19.
10 P.C. Internazionale, “La situazione economica in Germania durante la repubblica di Weimar e la politica della socialdemocrazia”, Materiale di lavoro, Vol. n° 15, pag. 7.
11 P.C. Internazionale, Rapporto alla R.G. del 1996, pag. 18.
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forze, è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionistica” (12), è evidente allora che lo sviluppo di una lotta quotidiana anche tenace sul terreno sindacale non richiede necessariamente la presenza di un partito rivoluzionario, il che vuol dire che i presunti “meriti storici” della socialdemocrazia si riducono al fatto di aver posto il proprio cappello politico su un patrimonio di lotte e su una rete di organizzazioni immediate che la classe operaia avrebbe comunque accumulato, il che è davvero una ben povera cosa. Dall’altro, dobbiamo, soprattutto, riconoscere che la “coscienza di classe” e la “prospettiva rivoluzionaria” rivendicate a parole dai capi socialdemocratici non trovarono nel breve periodo della apparente ortodossia, alcun serio ostacolo capace di metterne a nudo la reale natura, che era quella di vuote proclamazioni, che avevano “essenzialmente lo scopo di mantenere vivo l’entusiasmo delle masse”, funzionando come “una specie di surrogato del paradiso dei credenti” (13). Se la Sinistra ha affermato infatti che “nel 1889 si ricostituisce la II Internazionale, dopo la morte di Marx, ma sotto il controllo di Engels”, ha dovuto subito aggiungere “le cui indicazioni non sono però applicate” e precisare altresì che solo “per un momento” in seno alla II Internazionale “si tende ad avere di nuovo nel partito formale la continuazione del partito storico”, il che significa che quella continuazione del Partito Storico, di fatto, non la si ha neppure per un istante se non sotto la forma di un conato iniziale, di una spinta effimera verso il Partito Storico che non riesce tuttavia a raggiungerne l’altezza e in breve si esaurisce, dato che quel conato “è spezzato negli anni successivi dal tipo federalista e non centralista, dalle influenze della prassi parlamentare e del culto della democrazia e dalla visione nazionalista delle singole sezioni non concepite come eserciti di guerra contro il proprio stato, come avrebbe voluto il Manifesto del 1848” (14). Le parole dal suono marxista pronunziate da Kautsky e dai suoi restarono un semplice conato verso il Partito storico perché in quel breve periodo iniziale non furono messe alla prova da nessun evento in grado di fungere da cartina al tornasole. Quando invece, a partire dal 1890, quelle materiali pietre d’inciampo, che chiamiamo imperialismo e formazione di aristocrazie operaie, si manifestarono in tutta la loro virulenza anche sul suolo tedesco, il pilastro della II Internazionale (non solo la destra di Bernstein, dunque, ma anche il centro di Kautsky) fu costretto dalla loro pressione inesorabile a disvelare ben prima del 1914 la sua reale natura di partito operaio borghese. Afferma infatti la Sinistra in un altro Testo che “quello [l’opportunismo] della Seconda Internazionale ebbe come ciclo culminante il decennio 1912-1922”, ma “con origini e sviluppi più estesi” (15). “In realtà non esiste alcuna cesura tra prima e dopo il 1914” (16). L’intera socialdemocrazia tedesca (e non solo tedesca), in sintesi, fu ligia agli interessi della borghesia fin dall’inizio e prese a manifestare anche esteriormente tale devozione dal Congresso di Erfurt (1891), quando si stilò un programma che, lasciando nel vago le modalità della “conquista del potere”, rinunziava di fatto all’insurrezione. Se già quando l’organizzazione mosse i suoi primi passi, pertanto, l’ortodossia socialdemocratica era solo carta straccia, la II Internazionale rivelò tuttavia la sua reale ed originaria natura solo quando la storia gliene offrì l’occasione, e cioè non
12 Lenin, “Che fare?”.
13 Nota introduttiva a “Riforma sociale o rivoluzione?”, R. Luxemburg, Scritti scelti, Ed. Riuniti, pag. 134.
14 “Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione è storicamente sfavorevole” (1965), punto 13, In difesa della continuità del programma comunista, pag. 168.
15 “Appello per la riorganizzazione internazionale del movimento”, Opuscolo ciclostilato, 1949.
16 P.C. Internazionale, “La situazione economica in Germania durante la repubblica di Weimar e la politica della socialdemocrazia”, Materiale di lavoro, Vol. n° 15, pag. 7.
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nel 1914 ma un ventennio prima, quindi nella prima metà degli anni ‘90. E a tale proposito giova riprendere quanto un vecchio compagno aveva molto giustamente ricordato in occasione dell’esposizione orale del Rapporto prima citato, e cioè che “la sottovalutazione della gravità della malattia opportunista che aveva colpito la II Internazionale non era una caratteristica che possiamo imputare alla sola sinistra tedesca, ma si tratta di un’incomprensione che purtroppo ha caratterizzato tutta la sinistra internazionale, tant’è che lo stesso Lenin fu colto alla sprovvista dal voto del Reichstag a favore dei crediti di guerra, e in un primo momento addirittura credette ad una montatura giornalistica” (17), e giova ancor più aggiungere che, se nel 1902 egli diede al fatto che “il partito tedesco [avesse] per ben due volte respinto il bernsteinismo” (18) una esagerata importanza, non commisurata al valore puramente diplomatico delle risoluzioni di Hannover (1899) e di Lubecca (1901), la prima delle quali fu infatti votata anche dai seguaci di Bernstein, egli anche in seguito non riuscì a comprendere fino in fondo il ruolo controrivoluzionario della socialdemocrazia, e lo dimostrerà a chiare lettere trattando ancora Kautsky da “rinnegato”. Non è un caso, quindi, che nella nostra “manchette”, riportata all’inizio di questo paragrafo, non si parli di una “linea da Marx a Kautsky a Lenin” e neppure di una “linea dalla I alla II Internazionale ed ai primi due Congressi della III Internazionale”, ma si identifichi invece il Partito Storico solo ed esclusivamente nella “linea da Marx a Lenin alla Sinistra”: non appena delle consistenti aristocrazie operaie si formarono, infatti, i partiti della II Internazionale lavorarono per smembrare la classe operaia e non per unificarla, per disorganizzarla anche sul terreno sindacale e non per organizzarla, come sostiene invece, sulla base di una grossolana falsificazione della realtà storica, il “Manifesto del 1981” sopra citato, in quanto quei partiti organizzarono e difesero gli operai qualificati (19), abbandonando la massa degli operai generici al loro destino e rivolgendo nello stesso tempo la loro attenzione ai contadini, in particolare in Baviera, dove Von Vollmar si fece promotore di un programma agrario che tenesse conto “degli interessi dei medi e grossi contadini” (20). Non appena iniziarono, inoltre, anche in Germania le imprese coloniali, la socialdemocrazia tedesca, ricalcando del resto le orme di quella francese e belga, se ne guardò bene dal chiamare alla lotta contro l’imperialismo i popoli di colore e i giovani nuclei operai di laggiù, propagandando la prospettiva marxista della “doppia rivoluzione” e quindi trascinando “nel movimento di emancipazione della classe operaia nuove nazionalità”, come afferma altrettanto falsamente il “Manifesto del 1981”: i revisionisti diventarono in quello svolto socialimperialisti, plaudendo spudoratamente al colonialismo, mentre gli “ortodossi” vilmente negarono valore ai movimenti nazionali anti-imperialisti nelle colonie. A un Von Vollmar che già nel 1891 presentò la Triplice Alleanza come uno strumento di pace, fece infatti da controcanto un
17 P.C. Internazionale, Rapporto alla R.G. del 1996, pag.
18 Lenin, “Che fare?”, Ed. Riuniti,pag. 43.
19 “La figura sociale di operaio qualificato […] si trovava oggettivamente vicino ai quadri tecnici e dirigenziali con i quali spesso condivideva le concezioni sull’azienda e sul lavoro e con i quali, almeno fino ad un certo punto, difficilmente rompeva con azioni quali lo sciopero ma, allo stesso tempo, era detentore di un certo potere proprio in virtù delle sue conoscenze tecniche (come ben comprese Taylor); ed è proprio questa figura sociale che era al centro dell’azione del socialismo e del sindacalismo tedesco” (P.C. Internazionale, “La situazione economica in Germania durante la repubblica di Weimar e la politica della socialdemocrazia”, Materiale di lavoro, Vol. n° 15, pag. 4).
20 Nota introduttiva a “Riforma sociale o rivoluzione?”, R. Luxemburg, Scritti scelti, Ed. Riuniti, pag. 137.
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Kautsky pontificante in tono “marxista” che “non è più il caso di aspettarsi in nessun posto una guerra per la difesa della libertà della nazione, nella quale potrebbero allearsi il patriottismo borghese e quello proletario” (21), un Kautsky dunque che, “nell’atto stesso in cui tollera[va] i patriottardi filo-imperialisti in casa sua, [anda]va a fare le pulci al nazional-rivoluzionario indiano o malese” (22). Che la II Internazionale sia stata fin dall’inizio fuori dal solco del marxismo rivoluzionario non lo diciamo noi adesso, ma lo confessarono già allora gli stessi esponenti socialdemocratici, e precisamente uno dei capi della destra, Ignazio Auer, quando scrisse a Bernstein: “Mio caro Ede, quel che tu chiedi, non si vota e neppure si dice, ma si fa. Tutta la nostra attività -persino quella svolta sotto la legge vergognosa- è stata l’attività di un partito socialdemocratico riformista” (23).
21 P.C. Internazionale, Rapporto alla R.G. del 1996, pag. 25.
22 Ibidem.
23 P.C. Internazionale, Rapporto alla R.G. del 1996, pag. 10.
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Punto n°17: il ruolo storico della Quarta Internazionale
LA LINEA DEL PARTITO STORICO NON PASSA ATTRAVERSO L’ESPERIENZA FALLIMENTARE DELLA IV INTERNAZIONALE. L’opera di restaurazione teorica del marxismo fu condotta dalla Sinistra non solo contro le proposizioni dei suoi epigoni, ma anche contro le seguenti posizioni politiche di Trotsky: fronti unici, sostegno alle parole d’ordine democratiche, ripudio della dittatura del Partito comunista, che pure in precedenza aveva rivendicato in quanto nocciolo della dittatura del proletariato (1), in nome di una fantomatica “democrazia proletaria”, teoria dello “stato operaio degenerato”, difesa dell’URSS, creazione di una IV Internazionale a freddo e con materiali eterogenei. Tale opera fu condotta inoltre contro tutti i suoi seguaci, che le portarono alle loro estreme conseguenze. Sostenere il contrario significa travisare la realtà storica e rinnegare l’opera della Sinistra. Fu proprio la Sinistra, infatti, ad opporsi nel modo più netto ai tentativi di fusione dei partiti comunisti coi partiti socialisti perseguiti anzitutto da Trotsky negli anni ’20 dopo i falliti tentativi rivoluzionari in Ungheria (1919), in Germania (1919, 1920, 1921) e in Italia (1919, 1920, 1921) e dopo la sconfitta dell’Armata Rossa alle porte di Varsavia (luglio 1920) (2). Contro la “difesa dell’URSS” preconizzata da Trotsky negli anni ’30 la nostra corrente si contrappose poi con la massima energia: “noi pensiamo che, in caso di guerra, il proletariato di tutti i paesi, compreso la Russia, avrebbe il dovere di concentrarsi in vista della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile. La partecipazione dell’URSS ad una guerra di rapina non cambierebbe il carattere essenziale della guerra e lo Stato proletario non potrebbe che affondare sotto i colpi delle contraddizioni sociali che una tale partecipazione porterebbe” (3). Ma veniamo agli epigoni di Trotsky. Ciò che rimproveriamo loro è il fatto di aver “spinto fino in fondo gli errori di Trotsky, al punto di rinnegare la tradizione vivente del Trotsky di Terrorismo e comunismo e della fondazione dell’Internazionale Comunista” (4). “Più si seguono le evoluzioni tattiche del trotzkismo, più ci si accorge della estrema fragilità dei motivi che lo differenziano dallo
1 L. Trotsky, “Terrorismo e comunismo”.
2 “1922. Si vuole dal partito italiano, che al Congresso di Roma ha stabilito in organiche tesi il suo indirizzo (sola opposizione a destra: Tasca e Graziadei; nell’organizzazione inapprezzabile), che non solo cambi idea sulla tattica generale e accetti il fronte unico e il governo operaio, ma che faccia la fusione con l’ala sinistra staccatasi dal partito socialista: il piccolo gruppo dei “terzini” con Serrati, Maffi, Lazzari, Riboldi. La maggioranza del partito non vuole. Al Congresso di Mosca del novembre (subito dopo la vittoria fascista) viene fatto un primo serio lavoro per “sgranare” la Sinistra, con i primi risultati. Ma, come qualcuno ha ricordato (zoppo nelle meningi), Lenin era malato. Chi fece il pezzo di lavoro? Trotzky! Alla data 1922 era ortodosso e non alla opposizione in Russia o nel Comintern. Lui, Zinoviev e Bucharin catechizzano i delegati italiani uno per uno, varii ne guadagnano, mentre la maggioranza vota contro la fusione, pure accettando per disciplina. Importano i nomi dei mollatori d’ormeggio? Antesignano della marcia al rinculo fu indubbiamente Togliatti: la storia ne fa il fondatore del partito, mentre fondò solo il deviazionismo. Cede Gennari, cede Terracini, cede Scocci: l’eloquenza di Leone Trotzky, nella commissione italiana e nei colloqui, è calda e trascinante: egli prende di petto i sinistri. Dovete, egli grida, dopo aver dato il vostro contributo critico al dibattito, votare nel plenum per la fusione cui siete contrari, altrimenti ne danneggerete lo sviluppo e romperete la disciplina comunista che vuole voto unanime. Togliatti e gli altri, da allora, fanno di questa formula sangue del loro sangue e plaudono vigorosamente. I delegati, tra cui in prevalenza quelli operai, stanno con l’Esecutivo italiano: staremo nel comitato di fusione, la eseguiremo in Italia, ma votiamo contro nel congresso mondiale. Trotzky e Zinoviev, invano furenti, non capivano allora che avevano il piede su una falsa strada, o meglio lo aveva tutto il movimento” (“La dégringolade”, Battaglia comunista, n° 6 del 1951).
3 “Dall’Internazionale due e tre quarti alla seconda Internazionale”, Bilan n.10, agosto 1934, p 345-6.
4 “Ce que nous pouvons revendiquer de Trotsky”, le prolétaire, n° 303, 28 dic. 1979 – 3 genn. 1980.
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stalinismo” di cui è il “presunto ma fittizio rivale” (5). “È perciò una logica storica ferrea quella che, al termine di violenti contrasti, porta regolarmente il trotzkismo a riaffiancarsi alle formazioni più tipicamente reazionarie del riformismo e a regger la coda ai fronti popolari o alla guerra” (6). Nell’articolo sopra citato si prendeva spunto dalla questione nazionale per mostrare come tutte le varianti del trotzkismo fossero agli antipodi del marxismo rivoluzionario. Tale era il risultato inevitabile del fatto di appoggiare la rivendicazione dell’autodecisione non solo nei paesi coloniali e semicoloniali, ma anche nei “paesi ad alto sviluppo industriale che la seconda guerra imperialistica ha sottoposto al controllo ferreo e allo sfruttamento integrale delle grandi potenze vincitrici”, come ad esempio il Giappone, posizione deforme sostenuta all’epoca dalla IV Internazionale, che nel suo «Messaggio» ai Lavoratori Giapponesi preconizzava la “«richiesta» del «ritiro delle truppe di occupazione e del diritto del popolo a disporre di se stesso»” (7). Ma non erano da meno i “dissidenti” di Shachtman negli Stati Uniti, che a proposito del “Piano Marshall” sostenevano doversi “accettare gli aiuti all’Europa, ma esigere che non diventino un’arma per lo assoggettamento del Vecchio Mondo all’imperialismo del Nuovo. In altre parole, chiedere all’imperialismo che faccia della beneficenza, protestare anzi perché ne fa troppo poca, meno di quella che potrebbe fare, e pretendere che gli aiuti concessi siano dati senza contropartita, per cristiana pietà, e non creino vincoli di dipendenza per chi li riceve (per questi marxisti, si può essere debitori e indipendenti, schiavi e liberi!)” (8). Posto che tali erano cinquant’anni or sono le posizioni dei trotzkisti ufficiali e non, ci chiediamo se nel 2003 vi è qualche corrente o frazione trotskista che abbia compiuto quel cammino a ritroso necessario a ritrovare la bussola marxista. Noi non ne siamo a conoscenza.
5 “Spigolature trotzkiste”, «Prometeo», n° 9, Aprile-Maggio 1948.
6 Ibidem.
7 Ibidem.
8 Ibidem.
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Punto n°18: le aristocrazie operaie
LA STRAGRANDE MAGGIORANZA DELLA CLASSE OPERAIA DELLE METROPOLI E’ IDEOLOGICAMENTE ASSERVITA AL CAPITALISMO MA NON CORROTTA. Il fenomeno dell’apparire delle aristocrazie operaie e la sua correlazione coll’opportunismo politico e sindacale da un lato e con l’imperialismo dall’altro non sono certo dei fatti nuovi. Lo spiega molto bene un “Filo del Tempo” che è utile rileggere estesamente. “Occorre rilevare come in Inghilterra la tendenza dell’imperialismo a scindere la classe lavoratrice, a rafforzare in essa l’opportunismo, e quindi a determinare per qualche tempo il ristagno del movimento operaio, si sia manifestata assai prima della fine del XIX e degli inizi del XX secolo. Ivi infatti le due caratteristiche più importanti dell’imperialismo, cioè un grande possesso coloniale e una posizione di monopolio del mercato mondiale, apparvero fin dalla metà del secolo XIX. Marx ed Engels seguirono per decenni sistematicamente la connessione dell’opportunismo in seno al movimento operaio con le peculiarità imperialistiche del capitalismo inglese. Per esempio Engels scriveva a Marx il 7 ottobre 1858 (ot-to-cen-to): «Il proletariato inglese si imborghesisce sempre più, sicché questa, che è la più borghese di tutte le nazioni, sembra infine voler arrivare a possedere un’aristocrazia borghese e un proletariato borghese, accanto alla borghesia. Del resto ciò è in una certa guisa spiegabile per una nazione che sfrutta tutto il mondo»” (1). Già un secolo e mezzo fa la classe operaia metropolitana era imborghesita, dunque? Certo, ma questo non significa automaticamente che fosse corrotta. Proseguiamo. “Circa un quarto di secolo più tardi, in una lettera dell’11 agosto 1881, egli parla di quelle spregevolissime Trade Unions inglesi «che si fanno guidare da uomini venduti alla borghesia o almeno da essa pagati»” (2). Ecco dunque comparire sul proscenio i corrotti, i venduti, coloro che sono pagati dalla borghesia per aggiogare gli altri operai al carro del capitalismo: sono coloro che guidano le Trade Unions, sono i bonzi sindacali, oltre che, naturalmente, i caporioni del Labour Party. “E in una lettera a Kautsky del 12 settembre 1882 [Engels] scriveva ancora: «Ella mi domandava che cosa pensino i lavoratori inglesi della politica coloniale. Ebbene, precisamente lo stesso che pensano della politica in generale. In realtà non esiste qui alcun partito di lavoratori, ma solo conservatori e liberali radicali, e gli operai godono del monopolio commerciale e coloniale dell’Inghilterra sul mondo». E lo stesso dice Engels nella prefazione alla seconda edizione della «Situazione delle classi lavoratrici in Inghilterra», nel 1892” (3). Quindi secondo Engels i lavoratori inglesi in generale (o una gran parte di essi) sono ideologicamente asserviti alla borghesia nel senso che la pensano come i borghesi, ma solo i loro capi, una ristretta élite del proletariato, rappresenta le fetta dei corrotti. Ma lasciamolo dire meglio dalla Sinistra: “Qui sono svelati chiaramente cause ed effetti. Cause: 1) sfruttamento di tutto il mondo per opera del paese in questione; 2) sua posizione di monopolio sul mercato mondiale; 3) suo monopolio coloniale. Effetti: 1) imborghesimento di una parte del proletariato metropolitano; 2) una parte del proletariato si fa guidare da capi che sono comprati o almeno pagati dalla borghesia” (4). Se i due fenomeni citati tra gli
1 “Imperialismo vecchio e nuovo”, Battaglia Comunista n. 3 del 1950.
2 Ibidem.
3 Ibidem.
4 Ibidem.
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effetti fossero in realtà lo stesso fenomeno non ci sarebbe bisogno di enumerarli in due punti tra loro nettamente distinti e separati, il punto 1 che concerne una parte del proletariato metropolitano (imborghesito, e cioè asservito ideologicamente alla borghesia), e il punto 2, che concerne i suoi capi (comprati o almeno pagati e quindi corrotti). La chiave di volta dell’intera questione è che l’adesione ai postulati ideologici delle classi possidenti e l’inquadramento entro i meccanismi che ne esprimono il potere non traduce meccanicamente una identità di interessi materiali nel mantenere in vita l’impalcatura del vigente modo di produzione da parte di tutte le classi e frazioni di classi che a quei postulati ideologici aderiscono. La maggioranza della classe operaia delle metropoli è resa “esitante ed anche opportunista al momento della lotta sindacale e peggio dello sciopero e della rivolta” (5) dalle sia pur minima riserva economica che l’imperialismo può tuttora offrirle, riserva che si collega a “tutta la gamma di misure riformiste di assistenza e di previdenza per il salariato” e che “rappresenta una piccola garanzia patrimoniale da perdere” (6). La massa operaia dà ogni giorno innumerevoli “prove di egoismo o d’indifferenza” (7). Ciò significa che l’aristocrazia operaia si è oggi dilatata fino ad inglobare la stragrande maggioranza della classe operaia delle metropoli? Che la stragrande maggioranza della classe operaia metropolitana è corrotta, come lo è per definizione l’aristocrazia operaia? Che la stragrande maggioranza della classe operaia metropolitana è degenerata, ossia che è uscita dal suo genere (proletariato) per andare a far parte di un altro genere (piccola borghesia)? Che essa si è, in altri termini, socialmente e non solo ideologicamente imborghesita? Per rispondere a questi quesiti dobbiamo esaminare anzitutto il significato delle parole che usiamo. Primo punto: che cos’è l’aristocrazia operaia? Essa rappresenta una frazione della classe operaia che è a tutti gli effetti socialmente degenerata (imborghesita) e corrotta. Corrotta non significa che “gode” rispetto al passato di un maggior benessere, in cui si concretizzano gli sbandierati “miglioramenti del tenore di vita operaio”, ma che campa poggiando sullo sfruttamento altrui e approfittando di esso per mantenere un tenore di vita nettamente più elevato del resto degli operai o per accumulare ricchezze. L’arcano del migliorato tenore di vita operaio col progredire del capitalismo, invece, è tutt’uno con la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, e non vi si scopre la diagnosi fasulla di un imborghesimento dell’operaio e quindi dell’eternità del capitalismo, ma, all’opposto, quella della morte certa di esso, soffocato dall’ingorgo delle immense masse di prodotti in cerca di consumatori: “il modo capitalista di produzione una volta instaurato non può sostenersi se non accrescendo di continuo, non la dotazione di risorse ed impianti atti a una migliore vita degli uomini con minori rischi, tormenti e sforzi, ma la massa delle merci prodotte e vendute”. Siamo nel sancta sanctorum del modo capitalistico di produzione perché l’insopprimibile spinta al lievitare bestiale della massa dei prodotti traduce la reazione all’inevitabile caduta del saggio di profitto, del profitto per unità di prodotto. “Crescendo la popolazione meno della massa dei prodotti”, il che è inevitabile dato che gli esseri umani, a differenza dei prodotti industriali, non si riproducono a macchina e crescono in relazione a spinte biologiche che non sempre obbediscono alle inorganiche esigenze della macchina produttiva borghese, “occorre trasformarne le masse [dei prodotti] in
5 “Partito rivoluzionario e azione economica”, da “Bollettino interno n. 1”, settembre 1951.
6 Ibidem.
7 “Partito socialista e organizzazione operaia”, L’Avanti! del 30 gennaio 1913.
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maggiori (quali che siano) consumi, e in nuovi mezzi di produzione, infilando una via senza uscita. Questo il carattere essenziale, inseparabile dall’aumentata forza produttiva dei meccanismi materiali che scienza e tecnica mettono a disposizione. Ogni altro carattere relativo alla statistica composizione delle classi, e al gioco, indubbiamente influente, delle soprastrutture amministrative, giuridiche, politiche, organizzative e ideologiche non è che secondario ed accessorio e non sposta i termini della fondamentale antitesi col modo di produzione comunista contenuta intiera ed invariante nella dottrina proletaria rivoluzionaria, dal Manifesto del 1848” (8). Ben altra cosa rispetto all’aumento dei consumi operai ed al migliorato tenore di vita della massa dei lavoratori, di cui si è sopra chiarita l’origine, è il fenomeno della corruzione. L’operaio corrotto è l’operaio che campa, come la piccola borghesia, pappandosi una quota del plusvalore estorto al resto della classe operaia dentro e fuori dalle metropoli imperialiste. Corruzione significa, in altri termini, essere pagati non occasionalmente al di sopra del valore della propria forza-lavoro, significa percepire di più di quanto serve per ricostituire quella forza-lavoro, e talora, ma non necessariamente, anche di più del valore di quanto si produce. Non significa affatto, come ritengono i nostri contraddittori, avere più beni di consumo a disposizione, ossia maggior “benessere”, in quanto la maggiorata massa di beni di consumo può corrispondere e di fatto corrisponde ad un uguale o anche ad un minor valore e, in quest’ultimo caso, ad una maggiore erogazione di plusvalore: prima con 4 ore-lavoro producevo il controvalore del mio consumo e le altre 4 ore se le pappava il capitalismo, adesso con 2 ore-lavoro produco il controvalore di un consumo che include anche auto, stereo e lavatrice, ma il capitalismo si pappa 6 ore. Il mio “maggior benessere” consiste in un’auto, in una lavatrice ed uno stereo svalutati in più di contro ad un’estorsione accresciuta di lavoro non pagato. “Il lavoratore riceve il suo salario e lo consuma tutto. In origine esso basta appena a farlo vivere, colla aumentata produttività esso cresce, ma in ragione assai più lenta di questa: eleva il suo tenore di vita, ma non raggiunge nemmeno per sogno gli euforici livelli ai quali gli si può dire: metti da parte!” (9). Non può mettere da parte perché nulla gli resta dopo aver provveduto a ricostituire la sua forza-lavoro, necessità in cui, col progredire del sistema capitalista, rientrano anche le rate dell’auto, la benzina e talvolta anche il biglietto dell’autostrada, di sicuro quelle della lavatrice, senza la quale dovrebbe restare a casa a fare il bucato a mano invece di occupare il suo tempo a spostarsi dal suo domicilio al posto di lavoro e viceversa, e cioè i tanto decantati fattori del suo “welfare”. Dando prova di una grande capacità di sintesi il marxista inconsapevole Antonio De Curtis, facendo il verso al lirico “io ho quel che ho donato” di Gabriele D’Annunzio, aveva enunciato una legge generale: “Io ho quel che ho rubato” (10). Ben diversa è la condizione dell’aristocrazia operaia, cui viene corrisposto un salario corrispondente, poniamo, a 6 ore-lavoro mentre per ricostituire la sua forza-lavoro basterebbe un salario corrispondente a 2 ore-lavoro (stereo, auto e lavatrice inclusi): il capitalismo ci rimette 4 ore-lavoro nette, che letteralmente regala all’aristocrazia per comprare i suoi servigi sociali e politici, prelevandole
8 “Riunione di Genova 26 aprile 1953, Parte II – La rivoluzione anticapitalista occidentale” (Per l’organica sistemazione dei principi comunisti, pag. 32).
9 “Vulcano della produzione o palude del mercato?” in “Economia marxista ed economia controrivoluzionaria” pag. 147.
10 Dal film “I tre ladri” (Totò, “Parli come badi”, Bur, pag. 44).
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dalla massa del plusvalore estorto all’insieme della classe operaia. E’ in quel “di più” stabilmente e consistentemente percepito rispetto al valore reale della forza-lavoro ceduta che risiede la base economica della corruzione. Quel “di più” rappresenta infatti il prezzo del tradimento proprio perché è plusvalore estorto al resto della classe operaia, contro la quale l’aristocrazia operaia, proprio come la piccola e media borghesia, si erge ora come un’entità estranea e nemica. Il capitalismo infatti in tanto è parassitario in quanto pone “parte di frutti” derivati dallo sviluppo delle forze produttive “a disposizione di uno strato di ceti intermedi, di piccola e media borghesia e di aristocrazia operaia ai fini della sua conservazione” (11). Già sulla base di queste elementari considerazioni risulta evidente che, coi conti della serva alla mano, l’aristocrazia operaia non può per definizione dilatarsi fino ad includere, come si pretenderebbe, “la stragrande maggioranza della classe operaia”. Il Partito non ha mai parlato, in effetti, fino ad ora, di una corruzione della maggioranza della classe operaia, e tantomeno della sua “stragrande maggioranza”, ma ha parlato, invece, di “briciole, concesse a una parte della classe operaia” e tratte “delle masse enormi di profitti e sovrapprofitti estorti dalla propria borghesia al resto del mondo”; ed anche di “alcuni strati della classe operaia in Europa e negli Stati Uniti” che in forza di quella spoliazione “si sono venuti a trovare, rispetto a quelli del resto del mondo, in una diversa condizione materiale di vita” (12). Anzi, il Partito ha respinto in anticipo simili teorizzazioni affermando nel 1953, in pieno delirio “benesserista”, che “giace in pezzi la descrizione di questa pretesa società prospera, avviata verso un livellamento del tenore di vita e della ricchezza individuale, che sarebbe composta da una classe media senza classi estreme” (13). La controtesi che oggi si enuncia, secondo cui la “stragrande maggioranza” della classe operaia è imborghesita e corrotta, non costituisce quindi una novità, ma è la carrozzella di ritorno della dottrina balorda secondo cui dovremo registrare il trionfo delle “mezze classi”, facendo gettito dei cardini stessi del marxismo. Questa dilatazione inconsulta e inaudita, che oltretutto annulla il significato stesso del termine “aristocrazia” (quando mai si è visto che un’aristocrazia costituisca la stragrande
11 “Riunione di Genova 26 aprile 1953, Parte II – La rivoluzione anticapitalista occidentale” (Per l’organica sistemazione dei principi comunisti, pag. 33).
12 “Il proletariato degli Stati Uniti e di alcuni Stati europei si trova a vivere in paesi che detengono la egemonia economica e militare, finanziaria e politica, sul resto dei mondo. Questo fatto ha notevoli conseguenze su strati più o meno numerosi della classe operaia, sul suo atteggiamento politico, e in genere sullo svolgimento della lotta di classe e rivoluzionaria per l’abbattimento del sistema di produzione capitalistico” (“Ad un secolo dalla fondazione della I Internazionale” – La piovra dell’aristocrazia operaia, il programma comunista, n. 18-21, 1964). Ed ancora nello stesso testo si legge: “Nel corso di interi secoli e fino ad oggi uno strato più o meno numeroso del proletariato dei paesi capitalistici di occidente, in particolar modo di alcuni paesi di questa area geografica, ha divorato le briciole delle masse enormi di profitti e sovrapprofitti estorti dalla propria borghesia al resto del mondo, grazie al suo dominio commerciale, tecnico, finanziario, militare. Con queste briciole, concesse a una parte della classe operaia, la borghesia ha posto al suo servizio gli stessi partiti operai, cointeressandoli alla politica colonialista e di brigantaggio imperialista. Il proletariato di questi paesi si è quindi venuto a trovare e tuttora si trova in una situazione di apparente benessere di fronte al resto della popolazione mondiale; ma la radice materiale di questa situazione risiede nello sfruttamento esoso, nelle sofferenze atroci, inflitte a centinaia di milioni di lavoratori, nella rapina e nello sterminio di interi popoli. La borghesia occidentale, oggi non la sola, ha praticato e pratica il saccheggio e lo sfruttamento coloniale di territori e popolazioni immensi, il brigantaggio imperialistico sul mondo intero. Se dunque alcuni strati della classe operaia in Europa e negli Stati Uniti, se in genere il proletariato d’Occidente, si sono venuti a trovare, rispetto a quelli del resto del mondo, in una diversa condizione materiale di vita, tutto ciò non è dipeso e non dipende che dalla spoliazione di una buona parte del pianeta ad opera delle rapaci borghesie metropolitane”.
13 il programma comunista – Spartaco, n° 4, 1965.
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maggioranza di un aggregato sociale?), implica infatti che il capitalismo abbia risolto definitivamente tutte le sue contraddizioni, che non prelevi più il plusvalore come lavoro operaio non pagato ma che abbia trovato il modo di materializzarlo dal nulla. Oppure che il capitalismo non sia più capitalismo, ma che si sia spontaneamente socialistizzato, sottraendo una parte consistente della massa del plusvalore alla sua propria “fame ardente di sopralavoro” (Marx), che lo costringe normalmente a reinvestirlo quanto più è possibile, per andare a distribuirlo sotto forma di beni di consumo, atti a rispondere ai bisogni non già del ciclo di accumulazione, ma degli esseri umani, della “stragrande maggioranza” dei produttori. Nel qual caso la nostra consegna dovrebbe essere: “Proletari, lasciatevi corrompere senza opporre resistenza!”. Perciò ogni teoria sull’imborghesimento della classe operaia, come quella enunciata a suo tempo da Herbert Marcuse e demolita dal nostro Partito (13), rappresenta una nuova dottrina, che dà l’addio per sempre alla nostra Rivoluzione sulla base di una falsa considerazione del divenire del capitalismo. Quindi, rimettendo le cose al loro posto: una minoranza della classe operaia metropolitana (=aristocrazia operaia) è corrotta e imborghesita socialmente e ideologicamente; la maggioranza di essa non è né corrotta né degenerata (=socialmente imborghesita), ma è imborghesita solo dal punto di vista ideologico, nel senso che, pur non avendovi un tornaconto, è succube dell’ideologia borghese, ad essa veicolata da un opportunismo che recluta i suoi quadri sia tra la piccola borghesia sia tra l’aristocrazia operaia. Ecco allora la “base materiale” dell’opportunismo: l’aristocrazia operaia, che, assieme alla piccola borghesia fornisce ad esso materiale umano ed idee. Il resto della classe operaia, la maggioranza, si lascia intossicare da quelle idee non perché condivida gli stessi interessi materiali degli strati operai corrotti e del ceto medio, ma perché agisce e pensa contro i propri interessi materiali, perché agisce e pensa come una cosa della società borghese, come un attrezzo della produzione capitalista. La cosa non dovrebbe stupire quanti hanno appreso l’ABC del marxismo, e cioè che “le idee dominanti sono le idee della classe dominante” (Marx), il che significa che il proletariato, la maggioranza del proletariato professa ideologie contrarie ai suoi interessi storici ed immediati. Ma ancor meno dovrebbe stupire se ci rendiamo conto che tra gli occhi degli operai e la realtà dello sfruttamento capitalistico la classe dominante ed i suoi manutengoli hanno eretto un diaframma costituito da pseudogaranzie, che non annullano lo sfruttamento, ma lo esasperano, portando i senza-riserve col sistema del consumo a credito da una riserva zero ad una riserva negativa (14), anche se simultaneamente hanno comportato finora un certo miglioramento del tenore di vita operaio medio. Migliorato tenore di vita non significa, ripetiamolo ancora una volta, corruzione. Tale miglioramento è infatti
13 “Marcuse, profeta del «piccolo mondo antico»”, il programma comunista, n. 16, 1979. Riportando un’intervista di Marcuse a “La Repubblica” del 5.8.1979, in cui si affermava che “il proletariato marxista è stato sostituito dalla classe media, dai piccoli borghesi. I quali cominciano a ribellarsi dappertutto contro i grandi monopoli che ormai li schiacciano”, l’articolo metteva correttamente in rilievo come tali elucubrazioni riflettessero alla perfezione “la posizione dei ceti improduttivi”, ceti “il cui interesse è in contrasto con quello del proletariato rivoluzionario”.
14 “Già è stato definito feudalesimo industriale questo sistema americano del credito, che lega il lavoratore al suo luogo di lavoro, e di debito. Un ulteriore passo della «crescente miseria», che significa perdita di ogni «riserva» economica. Il proletario classico è a riserva zero, il moderno ha una riserva negativa: deve pagare una forte somma per potersene andare nudo dove voglia. Come pagare, se non come a Shylock, con una fetta di natica?” (Dialogato coi Morti, Ed. Sociali, pag. 78).
14 Ibidem, pag. 125.
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sinonimo di disposizione di un maggior volume di beni di consumo deprezzati e svalorizzati e quindi è del tutto coerente con l’immiserimento simultaneo della classe operaia giacché “miseria non vuol dire basso salario, vuol dire nullatenenza dei soli che la dilagante ricchezza hanno prodotto «remando» nella torva fabbrica dell’impresa industriale” (15). Nello stesso tempo, tuttavia, esso ha agito e agisce tuttora come un sedativo in quanto genera l’illusione che quelle garanzie abbiano una intrinseca stabilità, mentre in realtà voleranno in frantumi al minimo urto nell’arco di poche settimane se non di pochi giorni, che è poi l’illusione di condividere la sorte delle classi possidenti e dell’aristocrazia operaia. “La precarietà in cui vive nella società moderna il salariato non risulta tanto oggi dal suo tenore di vita nei periodi in cui la macchina della produzione marcia e accelera, quanto dall’integrale delle sue condizioni di vita in lunghi periodi di corsa sull’orlo dell’abisso e di alternato precipitare in esso. Per quante impalcature possa la «civiltà» borghese costruire, è certo che in pochi giorni o settimane ogni protezione del salariato, senza proprietà e senza risparmio, senza riserva, sparisce se arriva la nera crisi e la dilagante disoccupazione”, mentre è “ben diversa la sorte delle classi «a riserva»” (16), tra cui va annoverata anche l’aristocrazia operaia, che, come si è visto prima, fa parte a tutti gli effetti dei ceti intermedi. Chi teorizza che la classe operaia è “degenerata” mostra non solo di condividere questa perniciosissima illusione, ma anche di presumere che tra le idee e la collocazione sociale sussista un rapporto diretto, lineare e meccanico, attestandosi su posizioni che la nostra scuola definisce “materialismo volgare” e che, tradotte in politica, significano cretinismo democratico. Se la maggioranza della classe operaia professa idee borghesi ed opportuniste, sostengono i materialisti volgari, ciò significa necessariamente che la maggioranza della classe operaia è corrotta ed aristocratica. Se così fosse, allora nelle epoche che precedettero la fase imperialista, quando ancora la maggioranza degli operai non era corrotta, essa avrebbe dovuto aderire alle idee comuniste e instaurare il comunismo per via elettorale e parlamentare. E invece la maggioranza non corrotta della classe operaia stava e sta dalla parte dei suoi sfruttatori, condividendone le idee anche prima dell’imperialismo, anche prima del sorgere delle attuali “aristocrazie operaie”. Anche allora gli operai non “votavano” per il comunismo. E sin da allora noi eravamo antidemocratici. Chi non ha digerito nemmeno il “Manifesto del Partito Comunista” è destinato a ricadere invece obbligatoriamente nel più crasso democratismo, se è vero che “la realtà non perdona nessun errore teorico” (Trotsky). Prima dell’imperialismo esistevano altre forme di corruzione, altre basi materiali del fenomeno dell’opportunismo: la fusione di alcuni strati operai con l’artigianato non si era ancora dissolta, e persistevano inoltre molto più di adesso alcune figure sociali ibride che sono tuttora in circolazione, come gli operai-contadini, forme che erano tutte l’espressione della arretratezza delle forze produttive. Anche quegli strati erano corrotti perché erano mezzi-borghesi, e da lì l’opportunismo trasse i suoi quadri e le sue idee (Proudhon). Oggi il capitalismo imperialista distribuisce vere riserve e vere garanzie a pochi e false riserve e false garanzie alla maggioranza degli sfruttati, assegnando ai primi il compito di far credere ai secondi che dispongono anch’essi di vere garanzie, in modo da assoggettarli ideologicamente. Non solo: con il progresso delle forze produttive e l’automazione l’aristocrazia operaia tende da un lato a ridursi dal punto di vista
15 Ibidem, pag. 125.
16 “Struttura economica e sociale della Russia d’oggi”, pag. 734.
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quantitativo (fenomeno che è tutt’uno con la proletarizzazione del ceto medio), dall’altro a modificarsi dal punto di vista qualitativo, surrogandosi sempre più un’aristocrazia politica (personale appartenente agli apparati opportunisti) alla precedente aristocrazia tecnica (operai specializzati), come risulta evidente dal ravvicinarsi della forbice salariali tra operai generici e specializzati nei contratti di lavoro e dal simultaneo divaricarsi della forbice tra i salari della massa operaia e gli stipendi dei bonzi. In questo processo noi leggiamo il grandeggiare del parassitismo e della putrefazione capitalista e la verifica della legge storica dell’aumento della massa della miseria, della massa cioè dei senza-riserve, oggi ancora ipnotizzati dalle fasulle “garanzie” che sono state loro propinate e che coincidono, come si è visto, con un miglioramento dei consumi ma anche con un aumento secco del tasso di sfruttamento. Tuttavia va ribadito che “non si può accusare di egoismo e di mancanza di slancio rivoluzionario chi”, in virtù anche di quelle fasulle garanzie, oggi “non sente nemmeno lo stimolo di migliorare le proprie condizioni, non sente né ribellione né malcontento, non difende neppure i più elementari diritti individuali. Procurare di sviluppare nel proletariato l’aspirazione alla più assoluta libertà e uguaglianza sociali, a renderlo intollerante verso qualsiasi ingiustizia, è dovere elementarissimo di ogni socialista, ma a nessuno spetta il diritto di esigere che il proletariato sia oggi come un giorno diventerà. Volere questo vuoi dire fare astrazione dalle condizioni in cui esso vive, vuol dire creare delle utopie, ed ogni utopia è secondo noi una aspirazione piccolo borghese, non già la manifestazione di una volontà fattiva, che è tale perché sa comprendere gli ostacoli, e li affronta per sormontarli” (17). Ciò significa che quando quelle pseudogaranzie andranno finalmente in frantumi il proletariato vincerà se incontrerà un Partito che aveva denunziato già da prima il gioco infame attraverso cui la piccola borghesia ed il bonzume aristocratico le avevano spacciate per delle vere e solide “riserve”, non certo un Partito che si era divertito fino a quel momento a raccontare fiabe sulla presunta “corruzione della classe operaia”, avallando a sua volta l’inganno. Solo se incontrerà un Partito che in tanto ha diritto di dirsi marxista in quanto non nutre sentimenti di disprezzo verso la massa operaia. In quanto non è un Partito genuflesso alle aspirazioni dei piccoli-borghesi infuriati, che esigono che il proletariato sia fin d’ora rivoluzionario o quantomeno animato dallo spirito della lotta di classe e che, se si accorgono che non lo è, si indignano e strepitano che la classe operaia è ormai degenerata e imborghesita. Conviene a tale proposito riportare per esteso alcuni limpidi brani dell’articolo del 1913 prima citato, che rivestono un carattere di grande attualità: “Se si tiene conto delle condizioni sociali e quindi anche morali ed intellettuali in cui vivono le masse, non si ha diritto di meravigliarsi delle prove di egoismo o d’indifferenza che manifestano alcune organizzazioni di mestiere, ma bisogna meravigliarsi che non succeda di peggio”. Per tali motivi “chi è marxista non può deprezzare il movimento operaio”, mentre a tanto giunge, tipicamente, l’intellettuale piccolo-borghese che non è un vero disertore in quanto è rimasto prigioniero della psicologia della sua classe d’origine. “Secondo noi il primo dovere dell’intellettuale che vuole servire la causa del proletariato è quello di spogliarsi della propria psicologia piccolo-borghese e procurare d’immedesimarsi con quella del proletariato. La borghesia come classe non ci potrebbe riuscire – i singoli transfughi della borghesia compenetrati della serietà del compito che si assumono e della modestia di ciò che possono
17 “Partito socialista e organizzazione operaia”, L’Avanti! del 30 gennaio 1913.
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dare al movimento proletario possono raggiungere questo scopo, basta che studino e osservino e disciplinino il proprio pensiero e la propria azione e li immedesimino col pensiero e con la azione del proletariato quale classe che dallo stato di asservimento deve, poco per volta, superando quotidianamente innumeri ostacoli intimi ed esteriori” tra i quali vanno annoverate anche le fasulle garanzie e il cosiddetto benessere “arrivare alla consapevolezza dei propri diritti, alla comprensione dei nessi sociali, alla convinzione che una società basata sulla uguaglianza dei diritti e dei doveri di tutti i cittadini, sostituirà l’attuale organizzazione sociale” (18). Sul muso coriaceo di quanti hanno il coraggio di dire oggi che la questione dei transfughi è chiusa dal 1848, la Sinistra ha quindi assestato un sonoro ceffone già nel 1913, quando ha ripreso pazientemente in esame la questione per dire che non sono veri transfughi quelli che, non essendosi spogliati della psicologia piccolo-borghese, esigono che la classe operaia sia rivoluzionaria e, in caso contrario, la diffamano e la deprezzano cianciando di “corruzione” e di “imborghesimento”; che non sono veri transfughi quelli che non disciplinano il loro pensiero e la loro azione ritmandoli sul pensiero e sull’azione del proletariato e quindi immedesimandosi col suo “cammino di Golgota”; che non sono veri transfughi quelli che, non riuscendo a compiere questo passaggio, che è il minimo che viene richiesto, restano in uno stato di turgore e di insufflamento dell’Io che impedirà loro sempre di compenetrarsi della serietà del compito che si sono assunti, che è molto più importante e più vasto del loro meschino Io, e insieme della modestia di quello che possono dare al movimento proletario, che si riduce a qualche utile nozione tecnica galleggiante nell’oceano di merda dell’“alta cultura”. Giova anche ricordare, a questo punto, che la polemica della Sinistra contro i “bidellini”, lungi dal costituire una “novità”, non è altro che la continuazione di una polemica anti-intellettualistica presente già in Engels, che scrisse parole roventi contro il “professorino” W. Liebknecht: “Nonostante tutte le sue preziose qualità, Liebknecht è un maestro di scuola nato. Se succede che un operaio dica «me» anziché «io» al Reichstag o pronunzi una vocale latina corta come se fosse lunga, e che i borghesi ne sorridano, è preda della più nera disperazione. E’ perciò che vuole avere gente «istruita» come il molle Viereck che ci ha screditato con uno solo dei suoi discorsi al Reichstag più di quanto non avessero potuto fare 2000 “io” errati. Inoltre non sa aspettare. Cerca anzitutto il successo immediato, anche se deve per questo sacrificare un vantaggio futuro ben superiore” (19). Aggiungiamo, chiosando Engels, che la prosternazione verso gli intellettuali, verso i molli Viereck di ieri e di sempre che appestano l’aria del nostro Partito con tutta la loro prosopopea di “gente istruita”, è tutt’uno con quella “incapacità di attendere” e con quella ricerca del successo immediato che caratterizzano e definiscono l’opportunismo. Che cosa altro era, inoltre, la polemica rovente di Marx contro “la casta dei pretesi «uomini di cultura»”, contro “tutta una banda di studenti e di dottori superintelligenti, che vogliono dare al socialismo un indirizzo «superiore, ideale»” (20), se non una battaglia non
18 Ibidem.
19 “Avec toutes ces précieuses qualités, Liebknecht est un maître d’école né. S’il arrive qu’un ouvrier dise «Me» au lieu de «Moi» au Reichstag ou prononce une voyelle latine courte comme si elle était longue et que les bourgeois en rient, alors il est au désespoir. C’est pourquoi il veut avoir des gens «instruits» comme le mou Viereck qui nous a plus discredité avec un seul de ses discours au Reichstag que 2000 fausses «moi» n’eussent pu le faire. En outre il ne sait pas attendre. Il recherche avant tout le succès immédiat, même s’il doit sacrifier pour cela un avantage futur bien supérieur” (Lettera di Engels a Bebel, 10 maggio 1883, in Marx-Engels, “La socialdémocratie allemande”, UGE, 1975, pag. 175).
20 Marx, Lettera a Sorge, 19.10.1877.
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solo contro i “professorini rossi” ma soprattutto ed in particolare contro quei professorini rossi che periodicamente insorgono contro le presunte “volgarità” del marxismo (o, se preferite, contro il “materialismo volgare”, che ostinatamente si oppone dal basso agli “ideali superiori” che costoro vorrebbero instillare nella zucca dei proletari), e che insorgono, come è naturale, in nome delle “loro divinità della Giustizia, della Libertà, della Eguaglianza e della Fraternità” (21), in nome di una mitologia moderna che i professorini di oggi non osano più difendere apertamente, ma che resta nondimeno tanto viva ed attiva nel loro foro interiore da farli sobbalzare di sdegno allorché, ad esempio, si osa riconoscere nella II Internazionale la reincarnazione dei club giacobini nel corpo della classe operaia, ed ancor più quando si addiviene finalmente a formalizzare anche il superamento del giacobinismo residuale della III Internazionale, con le sue vecchie e tramontate parole d’ordine semiborghesi sull’autodecisione dei popoli e con le sue pretese di imporre alla classe operaia occidentale quelle che, sotto la veste dei “fronti unici”, erano di fatto delle alleanze con altre classi. Il grido che prorompe dalle viscere della banda dei professorini (ed anche degli operai che “abbandonano il loro mestiere” e che a quella casta “sono sempre disposti ad associarsi” in posizione sottomessa e genuflessa) è sempre la Marsigliese, anche se la cantano oggi con accento ispano-americano e con piglio guevarista (Libertad por el pueblo! Pueblo unido!). Le gonne sotto cui costoro vanno a rifugiarsi, insomma, sono sempre quelle di Marianna, anche se la loro “mitologia moderna” ha assunto le sembianze del guerriglierismo terzomondista. Saranno ancora Marx ed Engels a precisare, a proposito degli intellettuali, questi contrabbandieri di professione, che, prima di accoglierli nelle file del Partito come i famosi “disertori” che necessariamente la storia fa affluire verso il proletariato, proprio come “noi abbiamo spiegato già nel Manifesto comunista”, bisogna “fare due osservazioni [altro che “questione chiusa dal 1848”: Marx ed Engels la riaprono nel 1879!]: in primo luogo, queste persone per essere utili al movimento proletario, devono veramente portare ad esso degli elementi di formazione dotati di un valore reale” e per far ciò devono “cominciare a studiare seriamente la nuova scienza” invece di “aggiustarsela per farla combaciare con le idee che hanno ricevuto, fabbricandosi una propria scienza privata [compenetrarsi della serietà del compito che si sono assunti, rinunciare alle elucubrazioni individuali, come sarà poi ribadito dalla Sinistra!], con la ostentata pretesa di insegnarla agli altri”, di imparare per davvero la dottrina socialista invece di “cercare di armonizzare le idee socialiste, superficialmente assimilate [niente adesioni epidermiche, quindi, come ripeterà 30 anni più tardi la Sinistra!], con le più disparate opinioni teoriche che questi signori hanno raccattato dall’università o da altrove” in quanto “il partito può fare tranquillamente a meno di tali elementi di formazione teorica, il cui primo principio è di insegnare ciò che non è stato neppure appreso” [vietato insufflare la vanità degli intellettuali, vietato dar corda alle loro eterne pretese di montare subito in cattedra, vietato corteggiarli, come ribadirà ancora una volta la Sinistra, perché noi possiamo fare anche a meno di loro!]. In secondo luogo: allorché questi individui che provengono da altre classi si raccordano al movimento proletario, la prima cosa che bisogna esigere da loro è che non portino con sé nessun residuo dei loro pregiudizi borghesi, piccolo-borghesi, ecc., ma che facciano proprio senza riserve il modo di considerare le cose
21 Ibidem.
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del proletariato [non si dice qui semplicemente la dottrina, la visione teorica del mondo, ma qualcosa di più: il “modo di considerare le cose” è infatti anzitutto un “modo di sentire le cose”, è una consapevolezza che scaturisce dal sentimento, ed è questo far proprio il sentimento di un’altra classe che è il passaggio duro da compiere, perché coincide con la necessità, più volte ricordata, di strapparsi anche dal cuore la propria collocazione anagrafica]” (22). Chiarito il nesso che intercorre tra le deformi teorizzazioni sull’“imborghesimento” della classe operaia metropolitana e l’impazienza piccolo-borghese, conviene soffermarsi sulle implicazioni politiche di tali teorizzazioni. La legge marxista secondo cui via via che il capitalismo si impone e grandeggia la miseria si accumula ad un polo della società simmetricamente al crescere della ricchezza al polo opposto non implica necessariamente che i due “poli” debbano coincidere, come vorrebbero i politologi terzomondisti, con una precisa disposizione geografica e in particolare con una localizzazione al Nord del polo della ricchezza e al Sud di quello della miseria. Che le metropoli imperialiste drenino sovrapprofitti dai paesi della “periferia” è un dato di fatto incontestabile. Che le briciole di tali sovrapprofitti vadano ad alimentare le aristocrazie operaie, vera “cinghia di trasmissione” degli interessi borghesi in seno alla classe operaia, anche. Che a questo modo il capitalismo si assicuri la pace sociale nelle metropoli è una ulteriore fatto che abbiamo registrato. Ma da tutti questi elementi di fatto non è possibile trarre la falsa conseguenza che la lotta di classe nelle metropoli sia ormai storicamente e definitivamente tramontata in forza di profonde e radicali modificazioni che sarebbero intervenute nel tessuto sociale dei paesi capitalisti più avanzati. Le aristocrazie operaie sono sempre state e restano una minoranza più o meno esile della classe operaia metropolitana, il che significa che la massa della miseria seguita a crescere non solo nelle bidonvilles dei paesi della periferia capitalistica, ma nel cuore mostruoso dei principali centri imperiali. Che alla stragrande maggioranza degli operai delle metropoli è negata non solo la facoltà di accumulare, requisito indispensabile per assurgere dai gironi infernali del lavoro salariato all’empireo delle mezze classi, ma anche una quota crescente della ricchezza prodotta, alla faccia del migliorato “tenore di vita”, che è e resta uno specchietto per le allodole. “Eppure, malgrado tutto il «progresso economico», rimane una grande verità di fatto, una verità sempre più viva e palpitante, che la massa della miseria della classe lavoratrice non è per nulla diminuita e che la sua schiavitù salariale è così terribilmente aumentata da superare ogni limite prima raggiunto. Centinaia di milioni di lavoratori, di proletari, di semi-proletari, di salariati di tutti i paesi, sono sottoposti ad uno sfruttamento spietato, a una schiavitù costante ed avvilente; mentre una gran parte di essi vive addirittura nella più nera e squallida miseria, soffrendo letteralmente la fame. Lavoratori dell’India e in genere dell’Asia, dell’Africa, dell’America meridionale e centrale, della «ricca» Europa e della «ricchissima» America del Nord, salariati di tutte le razze e di tutti i continenti, sono permanentemente soggetti all’assillo spietato del bisogno economico e della ricerca del pane, alla minaccia costante della disoccupazione, alla paura della guerra; in balia di un meccanismo inesorabile di sfruttamento. Tutta una massa enorme dell’umanità, la stragrande maggioranza di essa, patisce sofferenze incalcolabili a causa del cieco e spietato dominio del capitale, di questo vampiro sociale che si ingigantisce nutrendosi del sangue succhiato al vivente lavoro” (23). La verità dunque, secondo la Sinistra, è che la miseria cresce
22 Marx ed Engels, Circolare a Bebel, Liebknecht e Bracke, settembre 1879.
23 “Ad un secolo dalla fondazione della I Internazionale”, il programma comunista, n. 18-21, 1964.
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anche nelle metropoli, e che la stragrande maggioranza delle masse salariate di tutte le razze e di tutti i continenti, operai bianchi e metropolitani inclusi, lungi dall’essere corrotta e imborghesita, come osano affermare alcuni sedicenti continuatori della Sinistra corrotti e imborghesiti, patisce, col grandeggiare del dominio capitalista, sofferenze incalcolabili. Secca crescita dello sfruttamento, dunque, anche nei periodi delle “vacche grasse”, per la stragrande maggioranza degli inebetiti operai delle metropoli. Ma quando siamo nei periodi bui delle vacche magre (e lo siamo in tutto il mondo dal 1974-75), alla crescita dello sfruttamento, che per il marxismo non adulterato equivale già a miseria crescente, fa seguito anche il frantumarsi delle pseudogaranzie, l’abbassamento drastico del tenore di vita, insomma la povertà nera, che da allora è andata anch’essa inesorabilmente crescendo anche nelle metropoli, pur senza aver ancora raggiunto il livello di guardia oltre il quale si profila lo spettro delle rivolte e più ancora delle guerre sociali. Nei ricchissimi Stati Uniti infatti “la disintegrazione sociale iniziata negli anni Settanta, si è intensificata negli anni Ottanta ed è accelerata nei Novanta” (24), e per rendersene conto basta studiare l’andamento della popolazione carceraria, che di quella disintegrazione è uno specchio fedele: “i dati forniti regolarmente dall’Ufficio delle statistiche giudiziarie degli Stati Uniti non necessitano di ulteriori commenti. Nel 1975 si contavano 380.000 reclusi, divisi fra carceri statali, federali e locali; la cifra è salita a 740.000 nel 1985, a 1,6 milioni nel 1995. Negli anni Novanta il tasso di crescita annuale della popolazione carceraria è stato dell’ordine dell’8%. Continuando con questa crescita nel 2005 le carceri ospiteranno 3,5 milioni di detenuti. Inoltre, se contiamo anche le persone sotto custodia cautelare, ossia detenuti, cittadini in libertà vigilata e condizionale, avremmo 3 milioni nel 1985, 5,4 milioni nel 1995, superando l’anno seguente i 5 milioni e mezzo, cioè il 2,8% della popolazione adulta del paese. Se estrapoliamo il tasso di crescita medio di questo gruppo durante gli anni Novanta, arriviamo per il 2005 a oltre 7 milioni di persone (Bureau of Justice Statistics). Nel corso dell’ultimo quarto di secolo abbiamo assistito all’espansione accelerata dell’universo carcerario all’interno della società più ricca del mondo” (25). La crescita della popolazione carceraria USA è stata quindi addirittura del 400% dal 1975 al 1995. Le disuguaglianze sociali inoltre, proprio nella “società opulenta” per eccellenza, non hanno fatto che scavare un fossato sempre più profondo tra le diverse classi, a conferma della legge della miseria crescente fissata da Marx: “nel 1974 il 5% più ricco assorbiva il 16,5% delle entrate nazionali, il 21,1% nel 1994, mentre il 20% più povero scendeva dal 4,3% al 3,6%” (26). Nello stesso periodo, infine, secondo le statistiche del U.S. Bureau of the Census, è cresciuta drasticamente la povertà: si è passati dai 24,7 milioni di poveri del 1977 ai 35,6 milioni del 1997, con un incremento di 10,9 milioni di poveri, corrispondente ad un drammatico + 44.12% in 20 anni (27). Il confine delle battaglie a venire è quindi un confine di classe, non coincide con un conflitto nazionale che
24 Jorge Beinstein “Scenari della crisi globale. I cammini della decadenza”, Relazione presentata al II incontro internazionale degli economisti su “Globalizzazione e problemi dello sviluppo” – La Habana, 24-29 gennaio 2000.
25 Ibidem.
26 Ibidem.
27 Fonte: Dalaker J. e Naifeh M., 1998 (Citata in Jorge Beinstein “Scenari della crisi globale. I cammini della decadenza”, Relazione presentata al II incontro internazionale degli economisti su “Globalizzazione e problemi dello sviluppo” – La Habana, 24-29 gennaio 2000).
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opporrà i popoli ricchi ai popoli poveri, ma con un conflitto sociale che attraverserà tanto il Nord quanto il Sud del mondo. In tale contesto ogni cedimento al terzomondismo, anche se nascosto dietro le pompose teorizzazioni sul ruolo crescente del “proletariato periferico”, porta alla svalutazione disfattista delle potenzialità rivoluzionarie del proletariato metropolitano e alla negazione del suo ruolo essenziale ai fini dello scioglimento a noi favorevole della futura ripresa della lotta classista e rivoluzionaria.
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QUESTIONI DI TATTICA: la delimitazione delle risorse tattiche, il rapporto tattica/strategia, la questione sindacale e nazionale ed il corso dell’imperialismo verso la Terza Guerra Mondiale
Punto n°19: il ruolo storico della Terza Internazionale
IL PARTITO ESISTE IN QUANTO CRITICA CONTINUAMENTE SE STESSO SUPERANDO I LIMITI DELLE PRECEDENTI ESPERIENZE TATTICHE, TRA CUI ANNOVERIAMO ANCHE LE DIRETTIVE SPURIE DELLA III INTERNAZIONALE. L’esperienza storica della degenerazione III Internazionale insegna che essa ha preso piede a seguito ed in forza non solo della sconfitta dei conati rivoluzionari germanici ed ungheresi, ma anche della introduzione, in occasione del suo III Congresso, della tattica errata del Fronte unico, ossia della “alleanza dei comunisti coi socialisti in lotte proletarie” (1), tattica che la Sinistra avversò in modo nettissimo, denominandola per una miglior comprensione “Fronte unico dall’alto” o “Fronte unico politico”, e contrapponendovi quella del Fronte unico dal basso o Fronte unico sindacale (2). “Il Partito Comunista d’Italia, tanto nella propaganda interna che in vive discussioni nei congressi internazionali, aveva già sostenuto che non si dovesse adottare la strategia di una lega tra diversi partiti politici ed aveva accettato soltanto la formula, oggetto di gravi polemiche, del fronte unico sindacale, respingendo dunque ogni fronte o blocco politico, con l’argomento che questo avrebbe dovuto di necessità comportare un supremo organo gerarchico, a cui i partiti aderenti si sarebbero impegnati ad ubbidire, col rischio inaccettabile che le forze del nostro partito avrebbero potuto restare forzate ad agire secondo un indirizzo anche in contrasto profondo coi fini programmatici contenuti nella dottrina del partito e nella sua visione storica” (3). Quando la ripresa della lotta di classe verrà il nostro Partito di oggi potrà efficacemente influenzare il proletariato solo a condizione di far propria questa fondamentale distinzione e di escludere dal proprio arsenale di risorse tattiche il fronte unico dall’alto e di astenersi fin da adesso “dal lanciare ed accettare inviti, lettere aperte e parole di agitazione per comitati, fronti ed intese miste con qualsivoglia altro movimento e organizzazione politica” (4). Nel paragrafo dedicato alla II Internazionale abbiamo rilevato che la pretesa, che fu propria della III Internazionale a partire dal III Congresso, di imporre alla classe operaia occidentale, a una classe che era ormai da cinquant’anni fuori da qualsiasi ottica
1 “Riassunto delle tesi esposte nella riunione di Firenze, 8-9 settembre 1951”, Parte III, punto 13 (“Per l’organica sistemazione dei principi comunisti”, pag. 15).
2 “I partiti comunisti hanno la possibilità d’invitare questi strati di lavoratori [che non hanno una coscienza politica sviluppata ma hanno interessi contro cui l’offensiva capitalista urta direttamente] ad azioni unitarie per quelle rivendicazioni concrete ed immediate che consistano nella difesa degli interessi minacciati dalla offensiva del capitale” e lo faranno non solo avanzando rivendicazioni e proponendo mezzi di lotta che non siano contrastanti col proprio programma politico, ma anche rifiutando “di far parte di organismi comuni a vari organismi politici, che agiscano con continuità e responsabilità collettiva, alla direzione del movimento generale del proletariato”, evitando “di apparire compartecipe a dichiarazioni comuni con partiti politici” e realizzando “il centro dirigente della coalizione in una alleanza di organismi proletari a carattere sindacale od affini” (“Progetto di tesi presentato dal P.C. d’Italia al IV Congresso mondiale – Mosca novembre 1922”, In difesa della continuità del programma comunista, pag. 68-70).
3 Una intervista ad Amadeo Bordiga, 1970.
4 Tesi caratteristiche del Partito, 1951.
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di “doppia rivoluzione”, la tattica dei fronti unici equivaleva a imporle di addivenire a delle vere e proprie alleanze con altre classi. I partiti “proletari” con cui i comunisti avrebbero dovuto allearsi, infatti, erano dei partiti operai solo di nome in quanto, come si è visto, la socialdemocrazia si era ridotta ad essere solo un contenitore di gruppi di interessi borghesi piccolo-borghesi (i contadini!) e di strati operai aristocratici (quindi degenerati e imborghesiti), a cui il proletariato era in ogni caso subordinato. Perciò va ribadito che l’attuale incomprensione della gravità della peste opportunista da cui era fin dall’inizio affetta la socialdemocrazia è tutt’uno con l’incapacità di superare realmente i limiti della III Internazionale e quindi di continuare a lavorare sul filo del tempo. Perciò non possiamo che escludere ogni riferimento ad un “fronte unico proletario” non ulteriormente e meglio specificato ed ogni partecipazione a comitati che raggruppino solo o in prevalenza elementi politicizzati devono essere esplicitamente proscritti in quanto esso non solo rappresenta una violazione delle norme tattiche a tutti note, ma nasconde la peggiore incomprensione dei postulati teorici della Sinistra. 92
Punto n°20: tattica e strategia del Partito rivoluzionario
LA STRATEGIA E’ UNA PARTE DELLA TATTICA DEL PARTITO CHE PRENDE VITA NELLE FASI IN CUI LA LOTTA DI CLASSE TRASCRESCE IN GUERRA CIVILE, PER CUI PARLARE DI STRATEGIA OGGI E’ ESPRESSIONE DI SMANIE MILITARISTE FUORI TEMPO E FUORI LUOGO. LA GIUSTA CRITICA DEL TERRORISMO INDIVIDUALISTICO E ROMANTICO FATTA DAL PARTITO NEGLI ANNI ’70 VA RESA ANCORA PIU’ NETTA E TAGLIENTE ALLINEANDO ALLA CORRETTA IMPOSTAZIONE TEORICA DELLE VALUTAZIONI POLITICHE CON ESSA COERENTI E QUINDI CORREGGENDO LE POSIZIONI DEFORMI DEL “NUOVO CORSO” SUL TERRORISMO PICCOLO-BORGHESE COME “PRECURSORE” DELLA LOTTA DI CLASSE E SULLA “SIMPATIA ISTINTIVA” VERSO IL RIBELLISMO DELLE MEZZE CLASSI. Come stabiliscono limpidamente le nostre “Tesi di Lione”, “l’azione del partito prende un aspetto di strategia nei momenti culminanti della lotta per il potere, in cui la parte sostanziale di essa prende carattere militare” (1). Va osservato anche che il riferimento alla strategia sopra citato fa parte del Paragrafo Terzo delle Tesi, che è significativamente intitolato “Azione e tattica del partito”. Ne deriva che, mentre la strategia militare racchiude la tattica militare, la strategia rivoluzionaria è al contrario una parte della linea tattica generale del Partito, in quanto ne rappresenta l’aspetto strettamente e squisitamente militare. Discutere di strategia, quindi, ha un significato non velleitario solo nelle epoche di ferro e di fuoco della Rivoluzione e della guerra civile ed affermare che oggi il Partito si debba dare una strategia significa rovesciare in senso militarista il rapporto tattica/strategia, ricalcando pedissequamente le orme dei liquidazionisti del 1982-83. Anch’essi infatti invocavano una strategia politica, anche se la chiamavano impropriamente “piano tattico”, e identificavano nella incapacità di formulare una efficace strategia il limite storico della Sinistra Comunista d’Italia e la causa della sua presunta “minorità” rispetto all’esperienza bolscevica. Le loro smanie militariste, inoltre, si erano manifestate ben prima dell’82, traducendosi nella pretesa assurda e distruttiva di imporre delle “misure di sicurezza” da tempi di guerra civile ad un Partito immerso fino al collo nella melassa della pace sociale e di spostare sulla carta geografica i suoi malcapitati militanti con lo stesso piglio con cui un Von Clausewitz proletario in sedicesimo avrebbe spostato i reggimenti rossi e i cannoni strappati al nemico; poi, dopo l’esplosione dell’organizzazione, furono sempre quelle smanie a dettare la scelta pacchiana del termine “Combat” per denominare l’organo di stampa dei superstiti del “Nuovo Corso”. Oggi con un proletariato ancora fermo e completamente controllato dall’opportunismo, si torna -da parte di coloro che rivendicano il “Nuovo Corso”- al vaniloquio di allora, ben rappresentato dalle odierne “sparate” su una fantomatica “unità militante del proletariato combattente”! Questa ostinazione nel prendere lucciole per lanterne nasce, oggi come ieri, dall’ansia volontaristica di “avvicinare le curve” del Partito e della classe, proiettando in un presente grigio e impestato di opportunismo una dimensione strategica che avrà un senso solo quando la ripresa della grande lotta di classe porrà all’ordine del giorno la questione militare come un compito immediato del Partito. Ma c’è dell’altro e di peggio: l’ossessione di “generalare” non esprime solo la
1 Tesi di Lione, par. 3, Azione e tattica del partito (“In difesa della continuità del programma comunista” pag. 101).
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preoccupazione velleitaria di trovare stratagemmi, scorciatoie ed espedienti capaci di rovesciare il corso storico, ma anche la malcelata tendenza a scimmiottare i sommi duci della borghesia manovrando i militanti di Partito, al di fuori di una effettiva situazione di guerra di classe, come dei soldatini da spostare a seconda dei repentini mutamenti di rotta dettati dal Napoleone di turno, e trattandoli quindi come delle truppe partigiane, come degli “elementi” che non combattono per sé ma per altri e che quindi possono essere anche inconsapevoli dei fini per cui combattono. Ma se, nelle condizioni imposte dalla guerra civile, i militanti del Partito sono per evidenti motivi inconsapevoli dei dettagli tecnici dell’azione militare intrapresa, al di fuori di tali circostanze eccezionali essi, al centro come alla periferia, devono essere consapevoli non solo dei fini per cui il partito agisce, ma anche di tutte le manovre tattiche che esso intraprende per conseguirli. Perché i comunisti ed i proletari che ne subiscono l’influenza per la prima volta nella storia non combattono per altri, ma per sé stessi. E’ quindi in forza delle caratteristiche specifiche della rivoluzione proletaria che ogni riferimento ad una “strategia” è completamente fuori luogo finché lo scontro militare non è all’ordine del giorno e che, come stabiliscono le “Tesi di Napoli”, la adozione dei “precisi schemi di gerarchie” che assicureranno l’efficienza del Partito nello scontro con le forze nemiche “non deve essere inutilmente scimmiottata in ogni attività anche non combattente del partito” (2). Dimenticarlo significa rimanere prigionieri degli schemi delle vecchie rivoluzioni. Dato inoltre che siamo ancora in una situazione storica controrivoluzionaria e quindi ben lontani da ogni “attività combattente”, risulta quanto mai necessario ribadire e riprendere la critica del terrorismo individualista e romantico formulata a suo tempo dal Partito nello studio intitolato “Il terrorismo e il tormentato cammino della ripresa generale della lotta di classe” (3) rendendola ancora più risoluta e tagliente alla luce dell’ulteriore svolgimento dei fatti, che ha dimostrato anche ai ciechi che “romantico” voleva dire borghese. La messa a punto della critica del terrorismo individualistico e romantico contenuta in quella serie di articoli fu indubbiamente ineccepibile sul piano dei principi e della dottrina. Va subito rilevato, tuttavia: a) che manca una valutazione circostanziata della matrice di classe del terrorismo degli anni ’70, che deve identificarsi non solo nelle mezze classi, ma anche nel sottoproletariato, i cui esponenti guidavano comunque la danza della “lotta armata” sulla base dei loro disegni politici, anche se spesso utilizzarono come manovalanza i giovani proletari ribelli che a quelle organizzazioni affluivano in assenza di una visibile prospettiva classista; b) che, non soffermandosi a criticare a fondo le posizioni politiche dei gruppi della “lotta armata” l’articolo non mette in sufficiente rilievo il nazionalismo brigatista; c) che nel testo alcune smagliature appaiono evidenti allorché si passa dal piano della dottrina a quello della tattica. Nella Premessa, ad esempio, esso afferma che “la critica più radicale e, in date circostanze, la più ferma condanna di quel terrorismo sono possibili –come sono doverose- alla sola condizione di non mettersi sul terreno della neutralità e dell’equidistanza di fronte a fenomeni che mettono faccia a faccia lo Stato borghese, le sue istituzioni, le sue leggi, e chi vi si ribella; alla sola condizione, dunque, di respingere tutte le scappatoie attraverso le quali le false «estreme sinistre» hanno cercato, in Italia come in Germania e dovunque, di «tenere le
2 “Tesi supplementari sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale – aprile 1966”, in “In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 186.
3 il programma comunista, nn. 7/8/9/10 del 1978.
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distanze» da un fenomeno di cui il marxismo conosce le radici materiali e la collocazione storica, e di cui sa quindi anche valutare il peso, fosse pure soltanto marginale, e il valore di sintomo, fosse pure soltanto negativo”. Appare anzitutto molto discutibile sostenere che la più ferma condanna di quel terrorismo, del terrorismo piccolo-borghese fosse possibile e doverosa solo “in date circostanze”, come se ce ne fossero state altre, non meglio precisate, in cui tale condanna non era possibile, non era doverosa o non era comunque opportuna. In secondo luogo sarebbe stato importante precisare che il fatto di non porsi sul terreno della neutralità nello scontro tra piccolo-borghesi (e sottoproletari) infuriati da un lato e Stato borghese dall’altro è la conseguenza diretta del fatto che il Partito Comunista non è mai neutrale, e che non è neutrale per il semplice motivo che è in guerra –oggi sul piano ideologico, domani anche su quello delle armi- contro entrambi (se mai vi saranno ancora alla vigilia della Rivoluzione dei terroristi piccolo-borghesi in circolazione), anche se lo è in forma necessariamente diversa e con diversi accenti sui due lati della polemica che è chiamato a svolgere. E quindi che quella nostra non-neutralità non equivaleva e non poteva equivalere ad esprimere la minima simpatia per uno dei due fronti borghesi in lotta, e imponeva anzi al Partito, contrariamente a quanto si afferma nel testo citato, non solo di “tenere le distanze” da entrambi, ma di tenerle ben ferme. In terzo luogo –ed è la cosa più grave- ammettere che il terrorismo piccolo-borghese potesse avere il valore di un sintomo “non soltanto negativo” della crisi del regime borghese significava, svolgendo la frase un poco contorta, riconoscere la possibilità che esso contenesse anche degli aspetti positivi per il proletariato e per la rivoluzione comunista, scivolando così lungo una china che si dimostrerà poi rovinosa per il Partito. Quali siano stati gli ulteriori sviluppi del terrorismo piccolo-borghese in Italia lo chiarisce molto bene un articolo inviato da un compagno ed intitolato significativamente “Dal «terrorismo rosso» al perdono legislativo dei terroristi” (4). In esso si afferma che lo Stato, che mai “mostrò di perdere il controllo del fenomeno terroristico”, come riconoscono del resto e non da oggi anche alcuni ex-BR (ad esempio Franceschini), colse anzi “l’occasione offertagli dai guerriglieri urbani-guevaristi [sic] per attuare un vero e proprio addestramento sul campo, non soltanto dei suoi corpi polizieschi, ma anche degli organi di indagine e di schedatura dei «servizi»”, per distruggere “in un continuo stillicidio di «azioni» e contro-azioni di polizia […] la possibilità di un «normale» lavoro organizzativo nella classe operaia e di critica su larga scala all’ormai evidente opportunismo sindacale e piccista” e per sventare in tal modo, in seno ad un proletariato “pressato da queste due opposte formazioni armate […] la possibilità di una ripresa non soltanto della lotta di classe, sia pure limitata alla difesa intransigente delle fittizie «conquiste» economiche e normative ottenute con le lotte sindacali del 1969-70, […] ma anche la possibilità di smascherare il PCI quale partito che tutto faceva tranne gli interessi della classe lavoratrice”. In questo obiettivo servizio reso su più livelli alle classi dominanti risiede “l’unica spiegazione dell’altrimenti inspiegabile debolezza degli «organi preposti al mantenimento dell’ordine pubblico» di fronte al crescere ed al ramificarsi dell’azione terroristica. E’ tutt’altro che da escludere infatti che fossero «inerzie», queste degli organi repressivi statali, assai ben calcolate, al fine di presentare lo Stato ed i suoi «servitori» come aggrediti dalla «violenza» dei terroristi e, siccome siamo nella patria del Machiavelli, al preciso scopo di scremare dalla massa proletaria, quel
4 L’articolo di cui riproduciamo ampi stralci, risale al Gennaio 1998, ma non ha perso affatto di “attualità”.
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migliaio e forse più di elementi, quasi tutti giovani e ribelli, che era bene non restassero nelle fabbriche e negli uffici a far fermentare il loro malcontento a contatto di gomito con la massa grigia e immota dei lavoratori”. Infatti sarebbe bastato “attendere che questi «guerriglieri» di città si facessero un po’ di esperienza come «combattenti», che violassero un po’ di articoli del codice penale, opportunamente aggiornato, che entrassero nella clandestinità, per evitare che il loro ribellismo proletario contagiasse altri proletari e soprattutto perché queste energie di giovani schiavi del capitale che rifiutavano questa infame condizione, si consumassero in uno sforzo intenso quanto vano” col risultato di impedire definitivamente che esse “trovassero un inquadramento in un vero Partito proletario di classe”. A fronte poi del fatto che era “dal 1988 che il «proletariato prigioniero», ossia i condannati per atti di terrorismo non «dissociati», chiedeva, dopo una «riflessione autocritica» [non poteva mancare fra stalinisti!] una «amnistia uguale per tutti e senza condizioni, politica e non giudiziaria»”, l’articolo riprendeva poi la giusta posizione di Partito difesa contro il “Nuovo Corso” dalla Sezione di Schio nel 1983, quando “era stato costituito, dietro sollecitazione dei «prigionieri politici» ex terroristi il cosiddetto «comitato contro la repressione»”, posizione che riaffermava con nettezza “la necessità assoluta di evitare ogni metodo non classista ed ogni illusoria alleanza con forze opportuniste e strati piccolo borghesi per difendere chi é stato colpito”, illudendosi nella situazione attuale di poter “far rivivere un «Soccorso rosso» in miniatura”. E che con altrettanta nettezza ribadiva che “non sta scritto poi in nessun codice che i comunisti debbano mobilitare i proletari in difesa di chiunque cada nella rete della «giustizia», magari proclamandosi comunista perché promotore di infantili guerriglie individuali [o poco piu’] contro i padroni del vapore”.
Va da sé infatti che l’inasprimento della nostra critica nei confronti del terrorismo piccolo-borghese è oggi facilitato –e quindi reso tanto più doveroso- dal fatto che la canea urlante del fronte antiterroristico si sia ormai acquietata ed anzi da costì si tenda un ramoscello d’ulivo ai figlioli prodighi di Mamma Resistenza e di Madonna Democrazia. Nell’odierno svolto infatti il Partito, senza timore di essere confuso con i paladini della legalità democratica, può dire fino in fondo la sua parola contro la nuova ed ignobile “tratta dei rossi” (5) consumatasi malauguratamente vent’anni or sono ed i cui strascichi non si sono ancora esauriti, rimediando anche nello stesso tempo alle precedenti sbandate. Si tratta infatti di mettere finalmente in chiaro che la violenza terroristica delle Brigate Rosse ed affini non fu violenza proletaria né manifestazione di impazienza da parte di settori operai, sia pure minoritari, ma fu violenza piccolo-borghese e sottoproletaria, espressione di un avventurismo tipico della disperazione delle mezze classi e della disgregazione degli strati infimi della società. E quindi di respingere in via definitiva le controtesi che furono enunciate dal “Nuovo Corso” alla fine degli anni ’70. Secondo quella tendenza infatti, pur essendo espressione della piccola borghesia, e cioè di strati sociali ferocemente anti-proletari, i gruppi terroristici non erano delle “organizzazioni nemiche” del proletariato, ma erano da considerare dei “precursori” del movimento sociale e quindi
5 Il termine “tratta dei rossi” deriva dall’analisi della nostra Frazione all’Estero sulla guerra di Spagna e in particolare dalla analisi critica dell’attività delle Brigate internazionali. Il termine ci pare quindi che si adatti perfettamente a descrivere l’effetto obiettivo del reclutamento brigatista tra gli operai più combattivi.
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meritavano una “elementare simpatia” da parte dei comunisti (6). La Circolare del 1981 affermava infatti che “la formula del terrorismo «organizzazione nemica del proletariato e del partito» applicata ai NAPAP 1975-80 è del tutto inaccettabile […] perché non esprime un punto di vista di classe ; e, non esprimendo un punto di vista di classe, è «scientificamente» falsa, non ci aiuta a comprendere o a renderci conto della realtà, ma al contrario ci impedisce di vederla” (7). Ma sarebbe fuori luogo cercare il «punto di vista di classe» di cui qui si parla in una definizione materialisticamente fondata e circostanziata delle reali radici di classe del terrorismo di quegli anni. Il «punto di vista di classe» viene infatti riassunto in questi termini: “il nostro lavoro di analisi marxista scientifica e concreta non ha valore e non può dare dei risultati se non è ispirato ed alimentato dall’odio di classe contro l’ignobile ordine borghese” (8), cosa che è del tutto corretta e coerente con quanto la Sinistra ha sempre sostenuto. Ma da questa giusta premessa si trae immediatamente la falsa conseguenza che “quest’odio ci deve far considerare con un minimo di simpatia coloro che si rivoltano contro questo ordine, quali che siano le aberrazioni o le inconseguenze delle loro teorie e –fino ad un certo punto, s’intende- dei loro atti” (9). Siamo completamente fuori strada: l’odio di classe non può che farci rallegrare degli effetti dei colpi inferti all’apparato borghese, chiunque sia ad averli inferti, ma non certo indurci a simpatizzare con chiunque in tal modo si sia ribellato all’ordine costituito indipendentemente dalla sua collocazione di classe. Allorché le fiamme si levano alte sul Pentagono i rivoluzionari, giustamente, avrebbero dovuto levare in alto i loro calici e brindare, ma non avrebbero dovuto per questo simpatizzare con Al Qaeda come non avrebbero dovuto simpatizzare con i neonazisti che avrebbero destabilizzato l’apparato di comunicazione postale statunitense con l’antrace. S dirà: quelli sono islamici furiosi o nazistelli arrabbiati. Ma non si è appena pontificato che la simpatia va profusa a chiunque si ribelli contro l’ordine costituito e anche soltanto ne graffi l’involucro corazzato, “quali che siano le aberrazioni o le inconseguenze delle sue teorie”? O escludiamo che islamici e neonazisti sino portatori di teorie aberranti, oppure li vogliamo escludere “per principio” dal novero di “coloro che si rivoltano contro questo ordine”. Per principio democratico, evidentemente. Col risultato di ricadere in ogni caso in una visione idealista, che privilegia l’ideologia e distribuisce patenti di “ribelle” a seconda della presenza o meno di una vaga rassomiglianza tra le teorie a cui il ribelle si ispira ed il marxismo. La definizione astratta e metafisica che mette in un solo calderone tutti coloro che si ribellano all’ordine costituito (dunque anche i poliziotti che eventualmente si ribellino allo strapotere della magistratura e scioperino per avere maggiori margini di autonomia), deve essere seccamente respinta come una bestialità antimarxista. E allo stesso titolo deve essere respinta la teoria deforme della “simpatia elementare” che ne deriva. La medesima Circolare pervenne inoltre, non potendo affibbiare ai terroristi di pseudosinistra di
6 Circolare del BCF (Bureau Central Français), 25.11.1981.
7 “la formule du terrorisme «organisation ennemie du prolétariat et du parti» appliquée aux Napap 1975-80 est totalement inacceptable […] parce qu’elle n’exprime pas un point de vue de classe; et, n’exprimant pas un point de vue de classe, elle est «scientifiquement» fausse, elle ne nous aide pas à comprendre ou à rendre compte de la réalité, elle nous empêche au contraire de la voir”.
8 “notre travail d’analyse marxiste scientifique et concrète n’a de valeur et ne peut donner des résultats que s’il est inspiré et alimenté par la haine de classe contre l’ignoble ordre bourgeois”.
9 “cette haine nous doit faire considérer avec un minimum de sympathie ceux qui se révoltent contre cet ordre, quelle que soient les abérrations ou les inconséquences de leurs théories et –jusqu’à un certain point, s’entend- de leurs actes”.
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allora l’etichetta di “avanguardie” (visto che con un minimo di buon senso si riconosceva che l’esercito proletario era ben lungi da qualsiasi mobilitazione), all’estrema aberrazione di appuntare sul loro petto la medaglia di “precursori” del movimento sociale: “sarebbe indubbiamente più appropriato, per queste ragioni, parlare di elementi o di correnti «precorritrici» del movimento sociale –ciò che non toglie nulla al fatto che producano delle autentiche figure di rivoluzionari” (10). Dalla “simpatia elementare” alla promozione sul campo dei ribelli a rivoluzionari, il passo è breve. Ma la premessa tattica erronea era già contenuta nell’articolo “Il terrorismo e il tormentato cammino della ripresa generale della lotta di classe” riportato in precedenza, e precisamente laddove non si escludeva che il terrorismo piccolo borghese potesse avere il valore di un sintomo “non soltanto negativo” della crisi del regime borghese. In effetti nella Circolare dell’81 si insiste proprio su questo aspetto, dando grande importanza al fatto che delle avanguardie possano per loro conto assimilare dei frammenti del programma comunista: “non si può escludere che degli elementi o gruppi di avanguardia acquisiscano, o scoprano, dei frammenti o dei lembi del programma e dei metodi marxisti” (11), il che è vero, sì, ma solo in riferimento a delle reali avanguardie della classe operaia, che erano e sono ancora di là da venire, non certo in riferimento ai rottami politici proiettati sul proscenio dalla crisi delle mezze classi. Le azioni del terrorismo piccolo- borghese degli anni ‘70 furono poi addirittura paragonate a delle autentiche azioni rivoluzionarie proletarie, anche se minoritarie, come “la partecipazione dei comunisti alla lotta disperata contro la reazione bianca, nel 1919, in Baviera alla quale il proletariato era stato spinto dalla forza controrivoluzionaria della socialdemocrazia e dall’avventurismo del centrismo indipendente, così come nel marzo 1921 davanti allo scatenarsi della violenza borghese”; i terroristi in definitiva avrebbero commesso sì l’errore di essere “troppo impazienti per intraprendere il lungo e difficile commino della lotta collettiva e disciplinata di classe”, ma cionondimeno erano da valutare, almeno in parte, positivamente, ossia come dei “precursori del futuro risveglio del gigante proletario”, come delle “rare boccate di ossigeno in una atmosfera nauseabonda”, per cui, “quando la classe avrà ritrovato la sua memoria collettiva, essi entreranno tra le figure di quelli che hanno contribuito a riaccendere la fiamma della lotta rivoluzionaria nelle vecchie metropoli”. Essi infatti avrebbero avuto il merito di “richiamarsi alla necessità della violenza per la lotta proletaria” (12). Assodato che non di lotta proletaria si trattava, ma di ondeggiamento piccolo-borghese, resta stabilito che quei movimenti e quelle azioni non solo facevano parte a pieno titolo dell’atmosfera nauseabonda in cui mancava completamente l’ossigeno della lotta di classe, ma anche che le loro gesta non facevano che renderla ancor più ammorbante, assolvendo al triplice compito di svalutare la violenza agli occhi delle masse operaie, di ridare fiato all’opportunismo trasudante pacifismo sociale da tutti i pori e di incapsulare e distruggere in una guerriglia insensata le poche forze che il proletariato era riuscito tuttavia ad esprimere in controsenso rispetto alle direttive opportuniste. Resta inoltre fissato non solo che per dei comunisti il fatto di esprimere un presunto “dovere di
10 “il serait sans doute plus approprié, pour ces raisons, de parler d’éléments ou de courants «avant-coureurs» du mouvement social –ce qui n’enlève rien au fait qu’ils produisent d’authentiques figures révolutionnaires”.
11 “on ne peut pas exclure que des éléments ou groupes d’avant-garde acquièrent, ou découvrent, des bribes ou des pans du programme et des méthodes marxistes”.
12 Le ultime sei citazioni sono riprese dallo studio intitolato “Sinistra Comunista e terrorismo” (“Comunismo” – n. 5 – settembre-dicembre 1980).
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solidarizzare con le vittime della persecuzione borghese” (13) non aveva nessun senso in quanto non ci risulta che per una sorta di “dovere” morale e quindi metafisico i comunisti si sentano chiamati a solidarizzare coi fascisti o coi ladri di regime o coi mafiosi anche quando essi vengono perseguitati dallo Stato borghese (14). E resta stabilito anche che era risibile per le stesse ragioni la pretesa di insegnare ai rottami della piccola borghesia ribelle e guerrigliera “il modo di concepire la propria difesa di fronte all’accusa” (15) che è caratteristico del marxismo, invitando i “somari” a fare tesoro di “Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe”: in quello, come in altri testi, è codificata infatti la dottrina del proletariato rivoluzionario, non quella che può adattarsi alle esigenze difensive delle mezze classi infuriate, per le quali le lezioni ivi contenute resteranno sempre un segreto avvolto in un mistero.
13 “Les communistes, la répression bourgeoise et les procès politiques”, le prolétaire, n° 296, 22 sett. – 5 ott. 1979.
14 Che proprio di un dovere morale si trattasse traspare in modo evidentissimo dal fatto che di fronte alle gesta del terrorismo piccolo-borghese delle B.R. e altri gruppi dediti alla lotta armata si parlasse di “forme di ribellione all’ordine costituito che sono generose – e quindi meritano la solidarietà di ogni proletario verso chi, avendole compiute, paga di persona -, ma velleitarie perché slegate da un preciso rapporto tra classe e partito, e fra azione di classe e situazione oggettiva” (“7 operai armati”, il programma comunista, n° 9, 1977). Da quale deforme visione nascesse questo ossequio pretesco verso chi “paga di persona” non è dato sapere: certo non dal marxismo, che è amorale, che guarda alle classi da cui certe azioni emanano e non alle più o meno “generose” intenzioni dei loro esecutori, tantomeno all’opinione che questi ultimi hanno di se stessi e in forza della quale si pretendono “comunisti” e ancor meno al fatto che essi paghino o no “di persona”.
15 “Les communistes, la répression bourgeoise et les procès politiques” le prolétaire, n° 296, 22 sett. – 5 ott. 1979.
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Punto n°21: caratteri formali dell’azione “esterna” del Partito
GLI STILI DELLE RIVOLUZIONI E DEI LORO PARTITI: NON I SUSSURRI ARTICOLATI, INTELLIGENTI E CRUDELI CHE IL “MARXISMO RAFFINATO” INFLIGGE AL PROLETARIATO CARATTERIZZANO IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE, MA IL FATTO DI RIVERBERARE LE GRIDA DI UNA CLASSE DOLORANTE. Non è questione secondaria quella dello stile che deve caratterizzare il Partito in tutte le sue manifestazioni. Già da tempo (1) abbiamo respinto le suggestioni dello stile romantico in quanto efflorescenze retorico- sentimentali della borghesia post-rivoluzionaria, riconoscendole non solo nelle forme degeneri di Mosca e Pechino, con la vacua, pomposa magniloquenza delle parate, delle icone e dei mausolei, ma anche nelle forme meno vistose ma altrettanto degeneri che caratterizzarono la socialdemocrazia, e che furono anch’esse tutt’uno con la celebrazione enfatica e filistea della grandezza dei Capi: Kautsky, ad esempio, non parlava di Marx se non “a furia di epiteti come «spirito superiore», «Olimpico», «Giove tonante» e altri” ed inoltre “evocando il suo primo incontro col suo eroe si lusingava di non aver ricevuto da lui «l’accoglienza sdegnosa che Goethe aveva riservato al suo giovane confratello Heine»” (2). Ma lo stile cui la nostra Rivoluzione si richiama, innanzitutto, pur essendo antiromantico, e quindi disadorno di inutili fronzoli, non è perciò uno stile semplice, chiaro ed accessibile, ma è di necessità difficile e oscuro: “il testo deve essere difficile. La via dell’opportunismo è lastricata bene e agevole a percorrere: lo stile dei Mussolini dei Nenni etc. è stato sempre limpido: si vedeva limpidamente che erano traditori. La nostra via è disagevole e chi si stanca non la può percorrere”, ragion per cui “io quindi ho desistito da tempo (e la cosa va in parallelo al fatto che non sono finito nel policantismo) dal tentare di essere chiaro”. Ed ancora: “il marxismo è scienza proletaria ma non è scienza popolare. Tra i gravi contrasti che si aprono dinanzi a noi sta quello che la classe illetterata deve possedere e maneggiare la teoria più ardua, mentre i colti borghesi si pascono di buaggini «alla portata di tutti»” (3). Il Partito infatti non solo parla di un mondo che non c’è ancora, ma parla anche del mondo oggi esistente con categorie che, in quanto categorie scientifiche, sono estranee a quelle ordinarie, a quelle derivate dalle ideologie dominanti, da cui le difficoltà enormi anche lessicali. Superare quindi la barriera dei “geroglifici da iniziati”, che sono inevitabili dato che il marxismo, come tutte le scienze, non è immediatamente accessibile ma richiede uno studio specifico, è il minimo che dobbiamo richiedere a chi si avvicina al Partito. Si afferma di
1 Così è descritto dalla Sinistra lo stile della nostra rivoluzione prendendo ad esempio “lo scioglimento nel ridicolo della assemblea costituente” in Russia: “fatto storico immenso: posa drammatica nessuna”, uno stile che rifugge da quella retorica che in seguito et pour cause “prenderà la mano un poco a tutti”, uno stile che si colloca agli antipodi di quello romantico, tipico della “efflorescnza intellettuale che corrisponde […] alla post-rivoluzione capitalista” e che è definito marxisticamente dal “contrasto tra la difesa di un privilegio esoso e la proclamazione di rappresentare l’umanità in emancipazione dalle tenebre barbare”, tra un “contenuto di fermo interesse” e una “forma di estremo disinteresse”, contrasto da cui si sprigiona non solo la retorica e la teatralità, ma anche e soprattutto il sentimentalismo romantico, la sensiblerie, in cui vediamo la deformazione demagogica a volte acida ma più spesso untuosa dell’umano sentimento nella forma di una vacua quanto altisonante esaltazione (“Fiorite primavere del capitale”, il programma comunista, n° 4, 1953).
2 P. Mattick, “Kautsky de Marx à Hitler” (1939).
3 Lettera a Salvador del 29.10.52.
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essere pronti a dare la vita per il Comunismo e non si è disposti a sacrificare qualche ora del proprio tempo per accedere ai postulati autentici della nostra Rivoluzione? Anche attraverso questa ripida via, dunque, la Rivoluzione seleziona i suoi militanti. Poiché è evidente che tutti i militanti devono essere addestrati al maneggio della teoria dato che il loro compito è quello di utilizzarla per spiegare gli avvenimenti e per trasmetterne la corretta interpretazione ai proletari nel lavoro quotidiano, altrimenti a nulla serve parlare di un Partito che opera a contatto con la classe operaia. Va da sé che l’attività di trasmissione alle grandi masse della interpretazione marxista dei fatti sociali che direttamente le toccano, attività che definiamo come attività di agitazione e non di propaganda, essendo rivolta a inculcare poche idee a molti anziché molte idee a pochi, richiede una dose di “chiarezza” maggiore di quella che si richiede su altri piani, in cui il Partito espone in tutta la sua profondità la visione marxista dell’insieme dei fatti sociali, ma anche questa maggior chiarezza non potrà mai essere conseguita a scapito della corretta esposizione delle nostre autentiche posizioni, non potrà mai essere il risultato di una volgarizzazione e di un’annacquamento del loro effettivo contenuto rivoluzionario, e non potrà quindi porsi come il risultato di uno “sforzo per essere chiari”, ma sarà solo ed esclusivamente il risultato del tutto spontaneo dell’avere ristretto il campo della nostra esposizione ad un numero limitato di fenomeni, evitando l’errore infantile di voler concentrare, ad esempio, in un volantino tutta la complessità dell’analisi marxista sulla situazione in cui versa il capitalismo mondiale, sulle prospettive della lotta rivoluzionaria non solo a breve ma anche a lunga scadenza e sui compiti del proletariato e del Partito dopo la vittoria della Rivoluzione. Alla luce di quanto sopra esposto resta escluso ogni vano tentativo di pervenire alla “riduzione in pillole di quelli che sono macigni” (4) e va definitivamente respinto in quanto indizio di politicantismo ogni conato periodico ad essere chiari e comprensibili (o accessibili). Abbiamo già respinto ogni ipotesi di trasformare le posizioni comuniste in qualcosa d’altro, di tradurre i nostri postulati in una “strategia vivente” ossia in un insieme più articolato e comprensibile di proposizioni (vedi Punto n°8) perché sappiamo che ciò equivale a snaturarle. E’ stato proprio quello, infatti, il primo passo del “Nuovo Corso”, e abbiamo visto non solo come è finito, ma abbiamo anche analizzato il concatenamento in forza del quale il percorso degenerativo si è snodato fino alla catastrofe finale (vedi Punto n° 5). Qui vogliamo solo ricordare che l’argomento secondo cui bisogna fare ricorso a proposizioni “più accessibili” è una delle caratteristiche invarianti dell’opportunismo, che infatti nel 1924-25 affermava che il postulato marxista della dittatura proletaria non era abbastanza comprensibile per le masse e quindi bisognava tradurlo in un linguaggio più articolato e “intelligente”, trasformandolo in una parola d’ordine, per l’appunto, più comprensibile, che sarebbe stata quella del “governo operaio”. D’ora in avanti resta pertanto stabilito che le nostre posizioni e le proposizioni che le esprimono devono essere in ogni tempo e in ogni luogo riprodotte meccanicamente, inintelligentemente, pedissequamente, pappagallescamente, senza articolarle in nessun modo e soprattutto senza tentare di renderle più accessibili. Posto che nel normale lavoro di Partito, che comprende l’elaborazione teorica, è prevista l’applicazione e la ripetizione dei concetti già elaborati, e questa non è certo una novità, agli attuali promotori di ridicole opere di “restauro non conservativo”, modo balbuziente per dire “restauro creativo e
4 Ibidem.
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innovativo”, ricordiamo che per la Sinistra tale attività coincide col “preferire novecentonovantanove volte su mille la rimasticazione catechistica all’avventura della nuova scoperta scientifica” (5). In secondo luogo la antiretorica del nostro stile non è neppure sinonimo di un grigiore e di una pacatezza che sconfinano nel pacifismo, perché coloro che remano nelle galere del capitale non possono essere pacati, ma sono costretti al grido e all’insulto. Non è inoltre l’elegante, raffinata e pungente ironia quella che ci caratterizza, ma è proprio il brutale sarcasmo: l’eleganza e la raffinatezza dell’ironia appartengono infatti di diritto alle classi possidenti, le uniche che si possono permettere il lusso di ricorrere, nella polemica, al fioretto, consapevoli che alle loro spalle si muovono i carri armati. Non è nemmeno la crudeltà, l’indifferenza compiaciuta e divertita di fronte alla sofferenza anche del nemico, perché Lenin ci ha insegnato che i membri dei plotoni di esecuzione devono essere sostituiti quando cominciano ad abituarsi ad uccidere. Non è, come l’opportunismo ha sempre preteso, la forza flessibile dell’acciaio (Stalin in lingua russa), ma è la rigidità la qualità che si addice ad una classe che nei momenti gloriosi del suo passato si riconobbe nel motto “mi spezzo ma non mi piego”, e la cui intera storia è lì per dimostrare che flettersi o, peggio, genuflettersi anche una sola volta equivale a perdere la propria anima, ad assumere la posizione caratteristica dei vermouth di una volta (chinati). Sempre per restare sull’argomento di uno stile che è inseparabile dal contenuto non ci si deve stupire allora se, adottando una attitudine di pacato accademismo, si giunge al punto di prosternarsi al linguaggio forbito delle classi dominanti e si parla quindi della necessità per i proletari di difendersi non dagli “attacchi” dei capitalisti o del padronato o -peggio ancora- degli sfruttatori, termini che evidentemente gridano troppo e che potrebbero essere percepiti dai preti e dagli uomini di cultura come dei pugni nello stomaco, ma, molto più educatamente e civilmente, dagli attacchi “degli imprenditori”. Quanto pudore trasuda da questo linguaggio da educande! Come si vede bene che chi rifiuta il nostro linguaggio lo fa proprio perché si adagia senza nessuno sforzo nella terminologia del nemico di classe! Che a questo stile corrisponda in effetti un contenuto altrettanto reazionario lo si ricava dalla constatazione che, dopo aver parlato in punta di forchetta di “imprenditori”, ci si guardi bene dal dire agli operai come devono difendersi, e cioè rivendicando dei consistenti aumenti salariali e ritornando ai metodi classisti dello sciopero senza preavviso e senza limiti di tempo. D’altra parte, come si possono dire delle simili sciocchezze se la massa operaia metropolitana è “corrotta” e gode quindi di salari fin troppo alti? Non è un caso allora che ci si voglia poi guadagnare la simpatia della “pubblica opinione” rivendicando la difesa della famiglia, sussurrando che i proletari devono sì difendere i loro interessi, ma solo per proteggere l’avvenire dei loro figli, bisbigliando che i proletari devono scendere sì in campo ma non lo devono fare per egoismo, ma per difendere la sorte dei loro familiari, col risultato di aggiogare la lotta di classe alla difesa della famiglia proletaria nel più puro stile staliniano, dimenticandosi che noi salutiamo lo stritolamento della famiglia da parte del Capitale come un fatto altamente positivo in quanto ci risparmia il lavoro che la nostra Rivoluzione sarà chiamata a compiere contro la famiglia, anche proletaria, in quanto ignobile cellula di una società fondata sulla proprietà privata, sugli individui e sulle aziende (6). Constatiamo che chi ha voluto dar
5 “Il marxismo dei cacagli”, Battaglia comunista, n° 8, 1952.
6 Nel recensire l’opuscolo di T. Lunedei e A. Faraggiana intitolato “La donna nella Società Comunista”, opuscolo secondo cui “le unioni fondate sul libero amore conducono naturalmente alla monogamia” e si
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prova di inflessibilità verso i militanti del Partito si è adesso convertito repentinamente alla flessibilità, si è trasformato in un servitore felpato ed elastico della “pubblica opinione”, preconizzando la diffusione all’esterno delle nostre posizioni in modo “non rigido” per meglio catturare le famose “avanguardie”. L’elogio della flessibilità e dell’elasticità lo conosciamo bene: basta sfogliare le vecchie annate di “Rinascita”. Quello della crudeltà, anch’essa oggi invocata come un utile ingrediente della nostra propaganda, invece, ci mancava proprio. Il nostro stile antiretorico ed antiromantico è cosa ben diversa: significa fermezza e nervi saldi nell’atto di proferire un verbo che è un pugno nello stomaco o non è, che è una pietra scagliata nella vetrina scintillante del mondo borghese o non è, che è e deve essere sempre, anche nella più cupa controrivoluzione, un grido di guerra (7). Avere paura del ridicolo è solo la manifestazione esteriore del nervosismo e dell’insicurezza dei capi che hanno già tradito. Non avranno alcuna esitazione, i nostri nemici, a massacrarci: possiamo forse pensare che avranno esitazioni a dileggiarci, ad esporci al ludibrio cui sempre nella Storia furono esposti i militi e gli anticipatori di tutte le Rivoluzioni? Ma il nostro stile è fatto anche di denunce precise. Denunce che non sopportano di soggiacere al ricatto giuridico di dover esporre prove documentali e testimoniali che siano inoppugnabili, ma si possono tranquillamente basare anche su semplici ipotesi, laddove tali ipotesi siano storicamente e razionalmente fondate. Denunce che in tanto hanno un senso marxista in quanto svelano non dei complotti di individui o gruppi di individui (la storia non è fatta dai complotti) ma delle manovre compiute sotterraneamente da forze storiche e schieramenti di classe, manovre che non richiedono necessariamente di passare attraverso accordi espliciti tra individui
dovrebbe per conseguenza propugnare una “lotta per il conseguimento di una famiglia fondata sul libero amore o in altri termini dell’attuale famiglia con la variante intrinseca della mancanza di vincoli civili e religiosi e l’altra estrinseca dell’ambiente mutato”, la Sinistra rilevava: “Orbene noi ci saremmo aspettato che gli autori «a coloro che affermano che noi si voglia distruggere la famiglia» avessero risposto e rispondano che la famiglia non siamo noi a volerla distruggere, ma che come istituto coevo e dipendente da quello della proprietà privata scomparirà per necessità quando ne cesserà la causa. […] Onde, senza tema di passare per azzardati o poco cauti profeti, ci par lecito di affermare che con l’abolizione della proprietà privata anche la famiglia verrà a mancare” (“La famiglia secondo la concezione marxista”, Prometeo, n° 1, 15 gennaio 1924).
7 Non gridava forse troppo forte il Partito quando nel 1956, dunque in piena fase controrivoluzionaria, reagiva alla invasione russa dell’Ungheria uscendo col titolo “Con la tresca immonda fra comunismo e democrazia, tutto hanno sfasciato i cani rinnegati” (il programma comunista, n.22, 3-17 novembre 1956)? Vogliamo sfogliare le annate del periodo più luminoso del Partito nel dopoguerra? Troveremo altri titoli che sono altrettanti urli e pugni nello stomaco: da “Vomitorium montecitorii” a “Democrazia maliarda ed assassina” da “Microfonie diarroiche” a “Schifo e menzogna del mondo libero” … Le orecchie dei nostri contraddittori sono davvero diventate molto delicate e sensibili, ma solo quando l’insulto è diretto al nemico di classe, non quando l’epiteto di “criminali” è rivolto a dei compagni. Siamo arrivati infatti al completo capovolgimento dell’unica «morale» che riconosciamo, quella “che Lenin additava alla Russia comunista del ’18: l’amore per i compagni, l’odio per gli altri” (“Marxisti e religione”, il programma comunista n° 14, 1964). Ma c’è anche di peggio nell’indignazione con cui alcuni compagni hanno accolto la prima bozza di questo documento, qualificandola come “irricevibile”, ed è la ipocrita pruderie di chi che si è ritratto sdegnato per il riferimento ai “morti genitali” di Mocenigo o per le qualificazioni del’organo-partito. A queste scandalizzate vestali di non si sa bene che cosa ricordiamo l’altrettanto “irricevibile” Schema di Circolare del Febbraio 1953, in cui il Centro di allora intimava ai compagni “di astenersi dalle stimolazioni patologiche di cui segue la lista: -Testi che non potrebbero essere che testicoli. –Prospettive nell’oscurità totale. –Documenti sullo zero e le ue potenze. –Discussioni che conducono a dissensi sul nulla. –Dibattiti che finiscono nella sregolatezza. –Analisi del vuoto assoluto. –Garanzie sull’attivo della bancarotta. –Congiuntura favorevole a prenderla nel culo. –Posizioni atte alla stessa operazione”. Lo scandalo e l’indignazione equivalgono ad una ulteriore confessione: quella di essere rimasti ancorati al più vieto personalismo, tutto accettando ma solo da parte del Grand’Uomo o Superuomo. Anche l’epiteto di fessi, ritenendo a torto di essere stati con ciò elevati al rango di Superfessi.
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(anche se spesso anche questi aspetti soggettivi non mancano), ma che passano sempre attraverso intese obiettive, attraverso intelligenze e risonanze automatiche in cui si affermano e si difendono gli stessi interessi di classe. Non sappiamo quante volte Rokossovsky abbia avuto incontri segreti con le alte sfere della Wehrmacht, ma sappiamo che si fermò alle porte di Varsavia per consentire a quest’ultima di ripulire la città dalla Comune proletaria. E sappiamo che solo un amico di Rokossovsky e della Wehrmacht avrebbe potuto avere il coraggio di definire l’articolo in cui il Partito denunciava quell’infamia (8) come un articolo paranoico. La stessa cosa vale per gli articoli in cui il Partito denunziò il fatto che Saddam Hussein nel 1991 fosse stato incoraggiato dagli USA ad invadere il Kuwait allo scopo deliberato di indurlo a effettuare l’aggressione che avrebbe consentito poi il solito intervento “liberatore” da parte di questi ultimi. La stessa cosa vale per l’articolo “Auschwitz o il grande alibi”, in cui il Partito denunciava il ruolo di primo piano svolto non dalle famigerate SS ma dai campioni anglo-americani dell’antirazzismo nel negare ai deportati ebrei d’Ungheria qualunque possibilità di scampare al destino loro assegnato nei campi di concentramento. E se facciamo un balzo all’indietro di quasi un secolo troviamo che è il Partito-Marx che denuncia la collaborazione tra prussiani e versagliesi nello schiacciamento militare della Comune di Parigi. Pertanto a quanti amano sciacquarsi la bocca con la “dietrologia”, parolina che è oggi molto di moda tra i pennivendoli, ci limitiamo a ricordare che se la realtà dei processi storici e naturali coincidesse con l’apparenza non vi sarebbe bisogno di scienza. E che Marx ha dedicato un intero volume alla storia della diplomazia segreta. In forza di quanto sopra esposto era e resta corretta e tutt’altro che paranoica la denunzia del fatto che gli USA avessero quantomeno consentito agli attentatori dell’11 settembre 2001 di sviluppare l’attacco alle Twin Towers ed al Pentagono (9) non solo perché quegli attentati, come alcuni settori della stessa stampa borghese hanno poi documentato (10), si inserivano perfettamente nel disegno preesistente del dispiegamento di una guerra ininterrotta degli Stati Uniti contro chiunque ne minacciasse gli interessi e in qualunque punto del globo tale minaccia si fosse delineata. Vi si inserivano sia perché rispondevano al bisogno di mobilitare la “pubblica opinione” attorno a quel programma ed ai suoi corollari di esplicita militarizzazione della intera società statunitense, sia perché, nello stesso tempo, si prestavano ad occultare l’imminente esplosione della “bolla speculativa”, deviando così l’attenzione “dell’opinione pubblica” dalle origini endogene, strutturali, di quella crisi economica statunitense, che stava poi alla base della
8 “Il ghetto di Varsavia”, il programma comunista n° 23 del 1953 e n° 1 del 1954.
9 Nel volantino di Partito elaborato dai compagni spagnoli all’indomani dell’11 settembre (“Esplosioni in USA. Fortezza attaccata, simboli di ostentazione del potere imperialista distrutti: obiettivamente, chi lo desiderava? Chi lo ha permesso? Chi ne beneficia?”) ad esempio si ipotizzava apertamente che le esplosioni potessero essere state “una provocazione montata o tollerata da un settore della stessa borghesia nordamericana per forzare una coesione nazionalista e patriottica di fronte all’esplosione finanziaria” e si evidenziavano a conforto di questa ipotesi dei fatti estremamente eloquenti: “se la conduzione di questi moderni aerei è automatica, chi li ha diretti contro le Torri Gemelle? A qualcuno è passato per la testa che era necessario che i terroristi avessero buone conoscenze di navigazione aerea e grande perizia? O forse hanno manipolato i sistemi di navigazione automatica e li hanno telecomandati da altri posti di comando sulla terra, in mare e nell’aria? Quali terroristi sarebbero in possesso di condizioni tecniche, economiche e territoriali, aeree o marittime, tali da preparare e portare a compimento questo piano quasi diabolico senza che la super potenza unica ed i suoi giganteschi servizi di spionaggio lo abbiano individuato e distrutto? Nessuno!”.
10 T. Meyssan, “11 septembre 2001. L’effroyable imposture”, Carnot, 2002.
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necessità di un così vasto dispiegamento militare da parte degli USA. Ma ciò che deve soprattutto rilevarsi è che consentire ad altri di portare a termine l’“aggressione” contro gli obiettivi a stelle e strisce era solo la continuazione di un metodo più che collaudato da parte della borghesia nordamericana. Storicamente il sostegno popolare all’interventismo americano nelle guerre è sempre stato alimentato, in effetti, da “incidenti” o più in generale da “attacchi” al loro modo di vita: gli USA hanno così sempre assunto la caratteristica “morale” del “gigante buono” che si tramuta per impulso delle azioni criminali altrui in un “castigamatti universale”. Nel 1898 la guerra contro la Spagna inizia dopo una campagna montata dalle catene giornalistiche Pulitzer e Hearst sull’esplosione della nave da guerra Maine di fronte all’Avana. Nel 1915, l’indignazione della sempre più manovrata “opinione pubblica” viene montata sfruttando l’affondamento del transatlantico Lusitania, che, nonostante l’avviso pubblicato dalla Germania sui giornali americani, non tiene la rotta e porta un carico di armi pur essendo stracolmo di passeggeri. Nel 1917, dopo la proclamazione del blocco navale totale da parte della Germania, riprende la campagna giornalistica sul Lusitania che lubrifica l’intervento nella I Guerra. Nel 1941, è l’attacco di Pearl Harbour, conosciuto in anticipo dai servizi segreti americani ma non rivelato, a svolgere lo steso ruolo di catalizzatore dell’unità guerrafondaia di tutte le classi in funzione anti-giapponese: il nostro Partito non ebbe bisogno di raccattare prove per affermare senza mezzi termini che “non certamente per dabbenaggine Roosevelt e i suoi collaboratori deliberatamente provocarono” (11) quell’incidente. Nel 1964 l’incidente del Tonchino permette a Johnson, allora presidente, di dare inizio alla escalation nella guerra del Vietnam. Ora noi capiamo bene che le teorie dei complotti non piacciono alle persone molto “ragionevoli” e dotate di molto buon senso. Sfortunatamente il “buon senso” viene utilizzato anche dagli organizzatori di complotti, anche di grandi complotti. Il “cittadino medio” sempre più corteggiato e fessificato da mostruosi Apparati statali non riuscirà mai ad immaginare che per realizzare obbiettivi politici, ci sia qualcuno, istituzione o stato, che sia capace di organizzare a tavolino assassini di massa di persone innocenti. Il “cittadino medio” troverà invece rassicurante, l’idea che a compiere un’azione così efferata sia opera di pazzi fanatici. Ed è su questo riflesso difensivo che giocano gli ideatori ed organizzatori di “complotti terroristici di stato”. Nel 1997 Gore Vidal nel suo “Menzogne dell’impero ed altre tristi verità” cita l’ex-segretario di stato americano Zbignew Brzezinski, che scriveva in un suo saggio: “bisogna considerare che l’America sta diventando sempre più una società multiculturale e, in quanto tale può essere difficile creare il consenso su questioni di politica estera, tranne che in presenza di una minaccia nemica enorme, diretta, percepita a livello di massa”. Che cosa è stato di diverso l’11 settembre? I riti funebri officiati dai preti di tutte le religioni per le vittime dell’attacco aereo sono stati la rappresentazione visibile, tangibile del conseguimento di quel consenso: le diverse “culture” ed “etnie” finalmente unite di fronte alla morte attorno alla bandiera nazionale. Il Partito, che rappresenta la memoria storica della classe operaia mondiale, aveva dunque il dovere elementare di ricordare ai proletari che l’11 settembre è stato solo un ulteriore applicazione del metodo di sfruttare o pilotare se non addirittura di programmare direttamente gli attacchi proditori degli stati-canaglia di turno (12), pena il fatto di scivolare nel pantano della
11 “La «distensione» aspetto recente della crisi capitalistica”, il programma comunista, n. 1-6, 1960.
12 Sempre nel volantino di Partito di Madrid sopra riportato (“Esplosioni in USA. Fortezza attaccata, simboli di ostentazione del potere imperialista distrutti: obiettivamente, chi lo desiderava? Chi lo ha permesso? Chi
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“manovrata ed inerte opinione pubblica”, oggi più soggiogata che mai dalla droga mediatica distribuita urbi et orbi dalla centrale imperialista di Washington per arricchire di particolari spettacolari o disgustosi la nuova puntata taliban-binladesca del solito copione hollywoodiano della “Dottrina dell’Energumeno”. Altro che volantino assolutamente fuori luogo, improntato a reazioni allarmate e allarmanti e per di più caratterizzato da un tono paranoide che non è all’altezza del nostro Partito! Magnifico spettacolo invece quello di un Partito Comunista Internazionale portato a spasso al guinzaglio come un cagnolino giudizioso da Edward Luttwack e Condoleeza Rice? La Sinistra Comunista addomesticata, teleguidata e ligia al Verbo bushita? Più avvilito di così il Partito della Rivoluzione non avrebbe potuto essere: possiamo quindi solo ringraziare la voce che si è levata della periferia e che ha salvato l’onore del Partito.
ne beneficia?”) si aggiungevano infatti le seguenti fondamentali considerazioni: “Si ricordi bene che la borghesia nordamericana è una grande specialista nel montare provocazioni per giustificare i suoi attacchi, le sue guerre e i suoi massacri; ricordiamo alcune di queste provocazioni: 1886, bombe di polizia contro la mobilitazione dei sindacalisti perla giornata di 8 ore, a Chicago; 1898, fanno esplodere le loro stesse navi a La Havana per dichiarare guerra al colonialismo spagnolo a Cuba; anni 20, fabbricano prove contro Sacco e Vanzetti; anni 30, fabbricano prove, testimoni e processi contro decine di dirigenti sindacali, che sono condannati e giustiziati per aver difeso gli interessi della classe operaia. Memoria storica: nel 1941, in piena Seconda Guerra Mondiale, si produsse l’attacco giapponese di Pearl Harbour. I Servizi Segreti ed il governo statunitense conoscevano da mesi la preparazione dell’attacco, ma non informarono né fecero nulla per contenerlo o impedirlo. Utilizzarono invece l’indignazione della manovrata ed inerte opinione pubblica per rompere ogni tipo di resistenza contro la liberalizzazione più completa nella moltiplicazione dei presupposti per la produzione di armamenti e di tutto ciò che concerne l’esercito e l’entrata formale nella seconda mattanza imperialista mondiale, superando, così, la grande crisi di sovrapproduzione del 1929-33 e del 1938-41”. Vedi anche il successivo volantino sulla guerra della Sezione di Madrid del Partito (“Non sogniamo la pace nel mattatoio capitalista! Le crisi e le guerre imperialiste sono prodotte dal capitalismo! Solo la rivoluzione anticapitalista internazionale metterà fine alle crisi di sovrapproduzione relativa ed alle guerre!”).
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Punto n°22: genocidio degli Ebrei o sfruttamento capitalista nei Lager?
LA POSIZIONE STERMINAZIONISTA, SECONDO CUI IL FATTO DEL GENOCIDIO EBRAICO SUSSISTE, E’ POSIZIONE TIPICAMENTE BORGHESE, CHE OCCULTA LA VERA NATURA DEI LAGER COME AZIENDA CAPITALISTICA, DIFENDE LA PRESUNTA SUPERIORITA’ MORALE DEGLI IMPERIALISMI DEMOCRATICI, GIUSTIFICA LE AZIONI PERPETRATE DAGLI ANGLO-AMERICANI E POI DA ISRAELE, CONTRIBUISCE ALL’ANNIENTAMENTO MORALE DEL PROLETARIATO TEDESCO, IL PIU’ NUMEROSO E CONCENTRATO D’EUROPA E DISTRUGGE LE BASI STESSE DEL MATERIALISMO STORICO. RESPINGERE COME “INFAMANTE” L’ACCUSA DI AVER NEGATO L’OLOCAUSTO EQUIVALE AD ALLINEARSI ALLA STORIA UFFICIALE SCRITTA DALLE BORGHESIE VINCITRICI DELLA SECONDA CARNEFICINA IMPERIALISTA. In occasione delle polemiche sorte negli anni scorsi sul “revisionismo storico” la ossessione di combattere contro la “dietrologia” ha portato i nostri contraddittori a compiere non uno ma due passi indietro rispetto a quanto era stato stabilito dal Partito nel 1960 nel fondamentale testo “Auschwitz o il grande alibi”. Primo passo indietro: pubblicazione di un articolo in cui anziché dire (come recitava il testo originario) che il revisionismo “mette in discussione la realtà storica del genocidio che sarebbe stato perpetrato contro la razza ebraica dai nazisti”, si afferma invece che il revisionismo “mette in discussione la realtà storica del genocidio che fu perpetrato contro la razza ebraica dai nazisti” (1). Il testo originale metteva quantomeno in dubbio la realtà storica del cosiddetto Olocausto. L’articolo nella sua formulazione definitiva, al contrario, non ha nessun dubbio sulla verità storica ufficiale: il genocidio ebraico fu effettivamente perpetrato dai nazisti. Troppo preoccupati di apparire “politicamente corretti” i nostri contraddittori non si sono preoccupati di calpestare i Testi del Partito: “Auschwitz o il grande alibi” era andato infatti ben oltre il biascicamento della generica litania secondo cui la borghesia è la colpevole di ogni nefandezza in quanto aveva spiegato come e perché il capitalismo, sia pur avvalendosi del personale politico e dell’ideologia nazionalsocialista -allo stesso titolo con cui si sarebbe potuto avvalere in altre circostanze di una qualsiasi altra impalcatura ideologica e politica- si era reso responsabile di azioni nefande e, soprattutto, aveva ben chiarito di quali azioni si fosse trattato. Perciò il Partito era potuto giungere alla conclusione che la posizione che “attribuisce al nazismo la responsabilità della morte di 50 milioni di esseri umani di cui 6 milioni di ebrei”, posizione “identica al «fascismo-fautore-di guerra» dei sedicenti comunisti, è una posizione tipicamente borghese” (2). Dire che quella che attribuisce al nazismo la responsabilità dello sterminio di 6 milioni di ebrei è una posizione tipicamente borghese significa affermare che chi non respinge come FALSA la tesi del genocidio ebraico si allinea su una posizione tipicamente borghese. Nell’articolo, di taglio un po’ più agitatorio e polemico, intitolato “Buchenwald è il capitalismo” si dice esattamente la stessa cosa, anche se si utilizza in modo improprio il termine “genocidio”: la fisica
1 “Anti-revisionismo o conformismo?” (il programma comunista n° 2, 1997). Se una correzione su tale testo andava fatta, era quella consistente nel sostituire al termine improprio di “razza ebraica” quello scientificamente più corretto di “popolo ebraico”, come sarà fatto nel prosieguo di questo documento.
2 “Auschwitz ou le grand alibi” (Programme Communiste, n° 11, 1960).
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distruzione degli ebrei internati nei Lager hitleriani viene infatti posta sullo stesso piano dell’uccisione di 40.000 algerini per mano delle truppe della democraticissima République Française nel 1945. “Che cosa fu il massacro dei quarantamila algerini nel 1945, regnando il fronte universale dell’antifascismo borghese, da De Gaulle grande resistente fino a Thorez suo vice-premier, se non un classico esempio di genocidio nello stile della croce uncinata?” (3). E’ un’affermazione che non può che far rabbrividire di sdegno i custodi della memoria dell’Olocausto: si osa infatti stabilire un paragone tra i 6 milioni di ebrei che sarebbero stati uccisi da Hitler sulla base di un premeditato progetto di sterminio (genocidio) fondato sull’odio razziale e quindi esteso, almeno nelle intenzioni, all’intero popolo ebraico, con il massacro di 40.000 algerini, che tutto fu fuorché un tentativo abortito di cancellare il popolo algerino dalla faccia della terra, coincidendo piuttosto con il tentativo (fallito) di ridurli alla ragione, sottomettendoli col terrore di nuovi massacri al cinico sfruttamento della democratica Francia. Lo sdegno della banda sionista, che dai cospicui risarcimenti pagati dalla Germania in avanti, su quella falsificazione campa e gavazza, è più che giustificato: fare un simile paragone infatti, anche a prescindere dai numeri, distrugge il mito della unicità del cosiddetto “Olocausto ebraico” (4) e, nello stesso tempo, anche la tesi dello sterminio programmato del
3 “Buchenwald è il capitalismo” (il programma comunista, n. 1 del gennaio 1960).
4 Il massacro di un milione e mezzo di armeni per mano dei turchi nel 1915, al massimo può essere definito “una tragedia”. Parola di Shimon Peres, spennata colomba israeliana, premio Nobel per la pace per gli accordi di Oslo del ’93. In una dichiarazione virgolettata e non smentita al quotidiano turco in inglese Turkish Daily News, in occasione di una visita ufficiale ad Ankara, Peres ha detto infatti che “noi respingiamo i tentativi di creare una analogia fra l’Olocausto e le asserzioni armene (Armenian allegations). Non è stato nulla di simile all’Olocausto. Quella del popolo armeno è stata una tragedia ma non un genocidio”. Le “asserzioni” degli armeni, che pretendono l’uso dei termini olocausto e genocidio anche per il loro milione e mezzo di morti, sono, secondo quanto Peres ha dichiarato al giornale turco, “senza senso” (meaningless). Le asserzioni di Peres hanno provocato l’ovvio compiacimento del governo turco, con cui Israele ha stretto una alleanza strategica. Sul quotidiano londinese The Independent Robert Fisk scriveva dell’indignata reazione di uno dei principali studiosi israeliani dell’olocausto. Israel Charny, direttore della nuova Encyclopedia of Genocide, ha mandato una lettera a Peres per dirgli due cose: la prima è che con quelle affermazioni si mette sullo stesso piano dei negazionisti-revisionisti -coloro che negano o sminuiscono l’olocausto degli ebrei sotto il nazi-fascismo-, la seconda che con quelle affermazioni “è andato oltre i limiti morali che nessun ebreo dovrebbe oltrepassare”. Israel Charny, che è anche direttore esecutivo dell’Institute on the Holocaust and Genocide di Gerusalemme, ha anche ricordato a Peres che accademici israeliani hanno firmato, in una recente conferenza sull’olocausto ebraico a Filadelfia (Stati Uniti), una dichiarazione in cui si riconosceva l’esistenza del “genocidio degli armeni”. Gli accademici israeliani ci hanno messo un po’ di tempo ma alla fine hanno riconosciuto che fu quantomeno un “genocidio”. A suo tempo anche il Foreign Office britannico denunciò l’olocausto armeno (il primo a usare il termine fu Winston Churchill), anche se oggi il governo laburista di Tony Blair, temendo di dispiacere alla Turchia -valoroso partner della Nato pur se non c’è più la minaccia sovietica sui Dardanelli- ha cercato, secondo Fisk, di impedire la partecipazione degli armeni all’Holocaust Memorial Day di quest’anno. Anche la Francia, dove l’Assemblea nazionale ha di recente approvato una mozione in cui si parla esplicitamente del “genocidio degli armeni” per mano dei turchi, sta sperimentando i contraccolpi di Ankara, che ha bloccato contratti e commesse. Per la storia ufficiale turca il milione e mezzo di armeni massacrati furono vittime della “guerra civile”. E guai a chi osa dire il contrario. Charney, che nella sua Enciclopedia del Genocidio ha dedicato 45 pagine di documenti e prove inconfutabili all’“olocausto armeno”, fu fra quegli storici israeliani che rifiutarono di piegarsi alle pesanti pressioni del ministero degli esteri di Israele quando la Turchia pretendeva che il capitolo armeni fosse cancellato da una conferenza sull’olocausto tenutasi a Tel Aviv nel lontano 1982 (l’anno dell’assedio di Beirut e della strage di Sabra e Chatila). Charney racconta che fu proprio Peres a telefonargli di persona per ingiungergli “di non insistere a includere il tema degli armeni”. Charny disse di no ma Peres ce la fece lo stesso perchè persuase Elie Wiesel, sopravissuto ai Lager nazisti e anche lui futuro premio Nobel, a ritirarsi dal dibattito al momento in cui si discusse sul “genocidio armeno”. Sempre Fisk ricorda nel suo articolo che quando Hitler stava mettendo a punto la “soluzione finale” della questione degli ebrei in Europa, chiese ai generali della Wehrmacht se pensavano che il mondo si ricordasse ancora degli armeni. Nella sua lettera a Peres, Charney scrive: “…può essere che nella sua ampia prospettiva delle necessità dello stato di Israele, sia
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popolo ebraico da parte dei nazisti. Se il Partito nel 1960 aveva quindi apertamente rigettato le tesi sterminazioniste in quanto turpe leggenda di guerra costruita dai vincitori anglo-americani della seconda carneficina imperialista e dai sionisti ad essi affittati a loro uso e consumo, nel 1999 “il programma comunista”, dopo essersi allineato prima in sordina e quasi di nascosto alle verità storiche ufficiali, ha fatto un secondo passo indietro, respingendo addirittura ufficialmente ed esplicitamente la responsabilità di aver demolito prima di chiunque altro e sulla base del solo possesso del metodo marxista, la menzogna del genocidio degli Ebrei. In un ulteriore articolo (5) infatti l’accusa (peraltro falsa sul piano storiografico) di essere stati gli ispiratori del cosiddetto negazionismo è stata respinta come una bieca provocazione, ponendosi in tal modo su un ben viscido terreno. Non si è stabilita in effetti, come sarebbe stato doveroso fare, una netta linea di demarcazione tra le posizioni del Partito e quelle della variopinta e variegata schiera dei “negazionisti” nell’unico modo che ha un senso per dei marxisti, e cioè poggiando tale limite invalicabile sulla sua vera base, che è quella della distinzione e contrapposizione assoluta tra la dottrina della Rivoluzione Comunista e qualunque altra elucubrazione venga posta di volta in volta in circolazione dalle classi dominanti, ma si è lasciato intendere che tale linea di demarcazione potesse poggiare su qualcosa d’altro e di diverso, e cioè sulla nostra presunta sottomissione alle “verità” della storiografia ufficiale. Ciò che si è lasciato intendere, insomma, è che noi oggi respingiamo con sdegno l’accusa di aver negato la leggenda dello sterminio programmato del popolo ebraico anziché rivendicare quella negazione come uno dei meriti storici e politici del nostro Partito. Non si risponde insomma alle accuse della borghesia (l’averci accomunato alla schiera dei negazionisti) allineandosi alle turpi “verità” della storiografia ufficiale (6). Allora una doverosa precisazione si impone. Noi dobbiamo respingere
suo dovere aggirare e desistere dal sollevare il tema con la Turchia, ma come ebreo e come israeliano io mi vergogno di quanto lontano lei si sia spinto nella vera e propria negazione del genocidio armeno, negazione paragonabile a quella dell’Olocausto”. Il consolato israeliano a Los Angeles, richiesto da increduli immigrati di origine armena se le affermazioni di Peres corrispondessero al vero, ha rilasciato una secca dichiarazione in cui si legge che il problema del genocidio armeno “dovrebbe essere trattato dagli storici e non dai politici. Noi non appoggiamo la comparazione delle tragedie armene con l’Olocausto ebraico. Israele non prenderà una posizione storica o politica sul problema”. Non entriamo qui nel merito del vero o presunto “genocidio degli Armeni”, anche se dubitiamo che il massacro del milione e mezzo di armeni corrispondesse ad un vero e proprio sterminio programmato dell’intero popolo armeno, rientrando piuttosto nel quadro di una sanguinosa resa dei conti tra diverse frazioni borghesi rispetto a cui il ruolo privilegiato svolto dalla borghesia armena nei traffici commerciali non è certo estraneo. La vicenda degli armeni risulta quindi molto lontana da quella dei nativi americani, che fu un vero e proprio genocidio, mentre è per certi aspetti assimilabile a quella degli ebrei europei. Nel caso armeno l’arretratezza dell’impianto capitalistico locale rende ragione del fatto che la liquidazione sociale degli Armeni si tradusse immediatamente in un massacro fisico: la borghesia turca era infatti ancora molto lontana dalla capacità manageriale tedesca di trasformare i piccolo-borghesi ebrei proletarizzati in una massa organizzata di forza-lavoro schiava, e il tutto si risolse, per gli armeni, in un pogrom di dimensioni inaudite. Quello che ci interessa rilevare è l’uso politico e strumentale del termine “genocidio”: se fu genocidio quello ebraico, argomentano infatti non a torto gli Armeni sulla base delle evidenti analogie tra le due vicende, allora lo fu anche quello armeno. Ma Israele, aggrappandosi alla leggenda sterminazionista, rivendica l’unicità dell’Olocausto ebraico in quanto esso e solo esso sarebbe stato, a differenza di quello armeno e di altre consimili “tragedie”, un vero genocidio (quello dei nativi americani ovviamente non conta perché erano dei selvaggi), ovvero un progetto criminale inteso a far scomparire un intero popolo dalla faccia della terra. Che è precisamente quanto noi recisamente e ostinatamente neghiamo.
5 “In tema di revisionismo”, il programma comunista n° 6, 1999.
6 Un certo Cesare Bermani in un volumetto intitolato “Guerra civile e Stato” aveva formulato contro la nostra corrente il seguente capo d’accusa: “le posizioni di questo «revisionismo [olocaustico] di sinistra» trovano un loro antecedente in un articolo di Amadeo Bordiga, ‘Vae victis, Germania’ pubblicato su ‘il programma comunista’ nel 1960” (“In tema di revisionismo”, il programma comunista n° 6, 1999). In ciò
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Bernani era “stato preceduto, un paio d’anni fa, da un’autentica campagna contro di noi orchestrata in Francia dal giornale «Libération» e da alcuni «intellettuali di sinistra», che indicavano nel nostro testo «Auschwitz ou le grand alibi» uno dei testi fondanti del revisionismo storico” (Ibidem). L’accusa è solo in apparenza freddamente storiografica. Dietro al quesito asettico: “il revisionismo olocaustico ha preso o no le mosse dai vostri testi?”, cui è facile rispondere con un secco “no” mantenendosi tuttavia nell’iperuranio della pura storiografia, si nascondono infatti un quesito ed un’accusa di natura squisitamente politica, che suonano ben diversamente: “avete o non avete negato il fatto del genocidio (o del tentato genocidio) nazista del popolo ebraico?”. L’articolo destinato a rispondere all’una ed all’altra accusa evita accuratamente di rispondere in modo esplicito ad entrambe, ma manda nello stesso tempo dei segnali atti a rassicurare la platea democratica. “Non ci interessa nemmeno –si afferma infatti nell’articolo citato, dando pubblica prova di … grande coraggio- polemizzare qui sulla questione del «revisionismo olocaustico» o «negazionismo»” (Ibidem). Al che sorge nel lettore l’ovvia domanda: allora perché scrivete un’articolo intitolato “In tema di revisionismo”, se è di tutt’altro che si intende parlare? E in effetti nell’articolo non si afferma assolutamente nulla né rispetto al quesito storiografico –e non sarebbe poi gran cosa- né rispetto alle accuse politiche, il che è molto più grave. Il fatto di ripubblicare nello stesso numero del giornale i due testi su “Auschwitz” e “Buchenwald” non significa assolutamente nulla in quanto nulla dice sulla lettura che noi diamo oggi di quei testi in rapporto ad una polemica che ha visto scatenarsi contro di noi l’intero fronte democratico ed antifascista. Ciò che non si dice, almeno in modo chiaro ed esplicito, è se i nostri testi hanno effettivamente negato il fatto del genocidio ebraico e se noi oggi persistiamo a negarlo. Non si ha il coraggio, insomma, di rispondere con un altrettanto secco “sì” al secondo quesito perché una simile risposta ci avrebbe esposti all’indignazione della platea democratica. Ma non si ha neppure il coraggio di rispondere con un “no” perché i nostri testi in realtà negano che un genocidio ebraico vi sia stato e sostengono che nei Lager si consumò invece uno spaventoso massacro capitalista di forza-lavoro appartenente ai popoli più diversi, ed è troppo difficile e faticoso manipolarli e falsificarli per far dire loro l’opposto di ciò che affermano. Ma purtroppo la viltà politica non conosce remore e limiti. Magari si fossero fermati ad allargare le braccia e a passare oltre, trincerandosi dietro uno sdegnoso “a noi la cosa non interessa”! Se si legge l’articolo con attenzione, infatti, una risposta, purtroppo, la si trova: mormorata a mezza voce, sussurrata, biascicata, nascosta da allusioni pretesche, insomma viscida, ma la si trova. Dopo aver ricordato che nazismo e fascismo “sono una forma del dominio totalitario del capitale in epoca imperialistica” e che “l’altra forma [è] quella democratica”, e che noi le combattiamo entrambe, si puntualizza che “il testo su Auschwitz così come la questione –attuale- del revisionismo, attengono alla «questione tedesca» piuttosto che alla presunta antitesi fascismo-antifascismo” (Ibidem). Ohibò: ma se il testo su Auschwitz è esplicitamente rivolto a smascherare la ipocrisia e le menzogne dell’antifascismo democratico, l’inconsistenza del suo presunto umanitarismo e la sua effettiva corresponsabilità nella tragedia che investì –tra gli altri- anche gli Ebrei, come prova la missione di Joël Brandt, riportata in dettaglio nel testo? Come si può avere il coraggio di affermare che esso si occupa della questione tedesca invece che dell’antifascismo? Che il senso di quel testo sia anche quello di demolire il razzismo antitedesco degli imperialismi vincitori è vero, ma il suo bersaglio principale è l’antifascismo democratico, che del resto rappresenta la reale matrice dell’antitedeschismo di maniera. Ci troviamo quindi davanti ad una prima falsificazione: si vuol far credere che, per quanto noi non siamo certo teneri con il fronte democratico, il testo su “Auschwitz” non se la prende con l’antifascismo, ma si occupa della questione tedesca, come a dire agli antifascisti democratici: “state tranquilli, non utilizzeremo quel testo per attaccarvi e sbugiardarvi in quanto complici delle SS”. Dopo questo primo segnale di tregua da parte dei falsificatori, ecco il secondo: la “polemica sull’Olocausto” sarebbe stata “sviluppata da un’arco variopinto (ma tendente al … bruno) di gruppi politici e di studiosi del nazi-fascismo” (Ibidem), come a dire (dimenticandosi che tra i negazionisti c’è un socialista deportato nel Lager di Dora, come Paul Rassinier, e un ex-stalinista passato poi all’Islam, come Garaudy): “state tranquilli, come potremmo mai sognarci di negare il genocidio ebraico, associandoci di fatto a così indegne compagnie?”. Ma il vero capolavoro di ipocrisia viene dopo: “non ci interessa difenderci dagli attacchi borghesi” e cioè nella fattispecie dall’accusa di aver negato l’Olocausto perché sappiamo che tali attacchi “non esiteranno a gettar fango e accuse infami sul Partito del proletariato e sulle sue intransigenti posizioni”. Come se l’accusa di aver negato il genocidio fosse un’accusa infame ed equivalesse a gettar fango sul Partito! Come se il fatto di negare il genocidio ebraico fosse una cosa infame e infangasse il Partito! Peggio: si citano di seguito altre accuse effettivamente infamanti, lanciate in passato dalla borghesia contro i rivoluzionari: “Non era stato Marx accusato di essere al soldo dei prussiani, Lenin agente tedesco, i nostri compagni al servizio della Gestapo o dei servizi giapponesi?” (Ibidem). Come a dire che il fatto di aver negato o di negare il genocidio ebraico sarebbe una cosa altrettanto infame che l’essersi venduti a questa o a quella frazione borghese! Questa è una confessione in piena regola: si rinnega il testo di Partito su “Auschwitz” affermando che il genocidio ebraico vi fu perché altrimenti, negando il fatto, ci autocollocheremmo nel girone infernale degli infami e dei venduti. Senza accorgersi di avere con ciò compiuto proprio l’infamia che si sarebbe voluta respingere, aderendo acriticamente alle menzogne della propaganda di guerra di una delle due costellazioni
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di appartenere alla schiera dei “negazionisti” per molti e ben fondati motivi: anzitutto perché non facciamo della negazione del cosiddetto Olocausto ebraico l’alfa e l’omega della nostra azione politica, e neppure la poniamo al centro della nostra propaganda; in secondo luogo perché la nostra negazione dello sterminio nazista degli Ebrei è tutt’uno con la denunzia in positivo del massacro della forza-lavoro schiava perpetrato dal capitalismo nei Lager, cosa che nessun “negazionista” si è mai sognato di fare. Noi, al contrario, ci spingiamo ben oltre ed affermiamo anche che cosa effettivamente vi accadde; in terzo luogo perché i motivi che ci hanno spinto e ci spingono a negare il genocidio degli Ebrei sono diversi ed opposti rispetto a quelli, borghesissimi tutti e quindi in pari grado e misura infami, da cui sono animati i “negazionisti”: essi sono mossi di volta in volta dall’odio antiamericano, dal nazionalismo tedesco, da un generico pacifismo, da nostalgie hitleriane, da un antisionismo terzomondista o addirittura islamico, oppure si presentano come i paladini accademici della ricerca di una Verità al di sopra della lotta di classe, di cui noi volentieri ci facciamo beffe; noi, al contrario, siamo mossi da un’unica e fermissima determinazione, quella di non lasciare alcuno scampo e alcun alibi alla Grande Bestia del capitalismo. Perciò, come non possiamo accettare di essere posti assieme ai massoni o ai razionalisti sotto il medesimo ombrello anticlericale, così non possiamo e non potremo mai accettare di essere messi assieme a questi campioni dell’anticomunismo sotto il medesimo ombrello “negazionista”. Il metodo ed i presupposti da cui partiamo, inoltre, non sono solo differenti, ma opposti: la Sinistra, partendo dalle determinazioni materiali degli avvenimenti, tiene conto di tutti i fatti storici, inseriti nello svolgimento della società borghese così com’è, e cioè rende conto delle sue contraddizioni a partire dalla produzione del plusvalore e di ciò che questa legge poi detta agli Stati, alle classi, ai governi ed agli uomini, individuando in tal modo una lunga catena che porta alle radici delle guerre e delle azioni degli uomini, che essi siano coscienti o no dell’esistenza di questa legge che ne determina il movimento. Mentre chi questa possibilità non ha (e quindi tutti gli amarxisti e gli antimarxisti, schiera in cui rientrano sia i negazionisti sia gli sterminazionisti), pur negando in modo assolutamente sporadico alcune delle menzogne attualmente in circolazione, non solo non potrà mai pervenire a chiarire l’origine di tali menzogne e ad individuare la realtà storica che dietro quelle menzogne si nasconde, ma non potrà, brancolando nella confusione delle pensate e dei convincimenti individuali, che adottare un metodo idealistico, e quindi attribuire l’origine delle suddette menzogne all’effetto di volontà malvage di singoli individui o gruppi o -il che è lo stesso- alla mancanza di “obiettività” degli storici. Di conseguenza, pur non disdegnando certo di utilizzare secondo il nostro metodo il materiale documentario da essi raccolto allo stesso modo con cui utilizziamo il materiale documentario prodotto da una qualsiasi fonte d’informazione borghese, materiale che, da qualunque “scuola” provenga (negazionista o sterminazionista) è comunque il benvenuto se, oltre che essere attendibile, si presta a confermare le nostre tesi (come benvenute furono per il nostro “Auschwitz” le “Memorie di Joel Brandt” indipendentemente dalle posizioni politiche, ideologiche o religiose del Sig. Brandt), dobbiamo comunque ribadire che non potremo mai né offrirci come “tribuna” a questi apostoli di tutte le chiese più reazionarie, né, peggio ancora, potremo offrire ad essi una qualsivoglia solidarietà se e quando sono colpiti – in seguito a contrasti
imperialiste, ovvero vendendo il Partito agli apparati di irreggimentazione e di controllo emananti da Washington e da Tel Aviv.
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all’interno della classe dominante – dalla repressione dell’apparato giudiziario borghese, come hanno fatto alcuni esponenti di una maldestra “estrema sinistra” in Francia (7). Noi comunisti non siamo e non dobbiamo essere delle crocerossine, pronte ad accorrere in soccorso di chiunque sia colpito dallo Stato borghese, che si tratti di esponenti del terrorismo piccolo-borghese o di membri anticonformisti del mondo accademico. Noi diamo solidarietà ai proletari, ai membri della nostra classe, mai e poi mai ai rappresentanti delle mezze-classi, né a quelli che sono entrati in conflitto armato con lo Stato borghese né a quelli che sono entrati sì in contrasto qui ed ora con alcune delle menzogne della storiografia ufficiale e dell’ideologia borghese prevalente, ma che si sono già allineati ad altre e non meno ignobili contro-verità borghesi, come quella che fa risalire tutti i mali possibili alla razza ebraica o alla cricca sionista, alla malvagità dei dirigenti di Washington o alla mancanza di “obiettività” e di “imparzialità” dei ricercatori, alla “follia guerrafondaia” dei vertici di tutti gli Stati o alla … cattiva volontà di chi ha perso il senso del sacro così come Maometto lo ha rappresentato. Contro-verità in cui non è difficile rintracciare altrettante versioni della stessa, aberrante “Dottrina dell’Energumeno” che sta alla base della menzogna del genocidio ebraico. Questo e non altro avrebbe dovuto dire il Partito, scendendo in campo nella polemica in modo chiaro e netto. Ma, nel frattempo, mettere in dubbio lo sterminio ebraico è diventato, almeno in Francia, un reato penale (8), e ciò ha evidentemente indotto anche tra di noi delle repentine conversioni al “politically correct” allo scopo di non aver rogne … Anche tra noi ci sono dei pentiti, dunque, e si tratta –come sempre- di penitenti pieni di supponenza: nel caso specifico hanno avuto infatti la cornea faccia di affermare che la Sinistra non si sarebbe posta l’obbiettivo di individuare se quei tragici eventi corrispondessero o meno ad un «piano» di sterminio. Si tratta solo di una ulteriore ed evidente falsificazione, in quanto, come si è visto, la Sinistra ha esplicitamente negato la tesi dello sterminio. Quindi essa tutto poteva fare fuori che non porsi l’obiettivo di individuare se quei tragici eventi, in cui milioni di esseri umani persero la vita, fossero o meno da identificare come lo sterminio programmato di un ben definito popolo, come si è voluto poi far credere. Resta inoltre definitivamente dimostrato che pentimento ed ignoranza si sposano benissimo tra loro: se gli attuali penitenti avessero letto anche una sola volta “Auschwitz o il grande alibi”, non avrebbero potuto sostenere le sopra riferite baggianate. La questione del genocidio ebraico, per esplicita ammissione della borghesia, che è giunta addirittura a trasformarlo in una verità di Stato, è una questione di importanza cruciale, per motivi su cui vale la pena soffermarsi perché ci riguardano direttamente sia dal punto di vista dottrinario che dal punto di vista politico. Bisogna infatti ribadire con forza –quanto al primo aspetto- che o quella del genocidio ebraico, cioè dello sterminio programmato degli Ebrei da parte dell’apparato nazista per odio di razza (9) è una leggenda di guerra, anzi,
7 Il riferimento è ai raggruppamenti noti come “La Vieille Taupe” e “La Guerre sociale”.
8 Se il noto storico revisionista Robert Faurisson è stato denunciato in Francia per “vilipendio dell’Olocausto” da un’organizzazione antirazzista, anche in Italia “a fine dicembre ’96 la violazione del recinto ebraico del cimitero romano di Prima Porta […] ha fornito al senatore Athos De Luca, dei verdi, l’occasione di far noto come stia «studiando un progetto di legge che prevede l’introduzione di un nuovo reato penale che configura il vilipendio delle deportazioni e dell’Olocausto» («Resto del Carlino», 3 gennaio)” (“Il caso Faurisson e il revisionismo olocaustico”, Graphos, 1997, pag. 15-16).
9 “Genocidio: distruzione metodica di un gruppo etnico, per mezzo dello sterminio dei suoi individui” (Dizionario Larousse, cit. in R. Garaudy, “I miti fondatori della politica israeliana”, Graphos, pag. 103). La risoluzione n. 96-1 dell’ONU (11.12.1946) definisce il crimine di genocidio come “il diniego del diritto
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è la più fosca leggenda di guerra che sia mai stata inventata, oppure il marxismo deve essere gettato a mare. Per il semplice motivo che sterminare un intero popolo in nome di una deforme ideologia razzista non genera alcun profitto, ma solo spese inutili, ed è quindi capitalisticamente una completa assurdità. “Dal 1945 una leggenda circola per il mondo, alimentata dai vincitori del secondo massacro mondiale. Secondo questa leggenda, diffusa a piene mani dalla letteratura e dal cinema, fra il 1933 ed il 1945 una banda di pazzi, chiamati nazisti, assunse il potere in Germania. Mossi unicamente dal principio di malvagità, questi pazzi, privi di ogni fine razionale, per puro sadismo, si diedero al massacro e alla distruzione, finché tutti i popoli, con una lotta che rimarrà memorabile nei millenni, non li sconfissero, li processarono secondo le regole del diritto e li impiccarono a Norimberga. Il fine supremo delle persone oneste da allora in poi non sarebbe che di vigilare per impedire il ripetersi di questi scoppi di follia. L’hobby preferito della predetta banda di pazzi criminali era poi la caccia agli ebrei, che vennero massacrati a milioni per puro sfoggio di sadismo” (10). Il capitalismo può ben giungere anche al genocidio nel senso proprio del termine (cioè la soppresione di un intero popolo in quanto tale), ma solo quando vi è costretto dalle necessità del processo di accumulazione: se un intero popolo si pone di traverso a quel processo, allora il capitalismo diventa sterminazionista, ma questo accade solo quando un popolo non è suscettibile di essere ridotto in schiavitù, quando non può e non riesce a trasformarsi in attrezzatura umana del processo produttivo, in bestiame per produrre plusvalore. E ciò accade solo quando il capitalismo viene a contatto con popoli vergini di qualsiasi servitù di classe in quanto stanno ancora sul terreno del primitivo comunismo. Allora, non potendo sfruttarli, il capitale deve sterminarli. E in effetti, di fronte al mito del “genocidio” ebraico, di cui tutti parlano, sta la realtà spaventosa del genocidio dei nativi americani, di cui non si parla. Eppure, in quello svolto, vi fu proprio la cinica programmazione e poi l’effettuazione spietata dello sterminio di un’intera razza … Ma in questo caso rabbrividiscono di orrore solo gli etnografi, mentre la fessificata opinione pubblica, con mentalità non molto distante da quella degli sterminatori, secondo cui i pellerossa non avevano un anima, resta indifferente perché li ritiene gente che “non è come noi”, dei selvaggi, e quindi una selvaggina umana predestinata per i bravi cow-boys. “Cade ogni marxismo quando la causa di guerra, come di oppressione, si attribuisce alla premeditata mala volontà di uomini, poiché tanto equivale a saltare la barricata ed applicare l’altra ed opposta visione della storia”, quella idealistica (11). In questa visione, che la Sinistra definì “Dottrina dell’Energumeno”, la presunta follia di individui o di gruppi o –peggio- la propensione al crimine presente nei loro cromosomi è promossa a motore della storia (12). Col risultato, nel caso della seconda versione, di
all’esistenza di interi gruppi umani” (“L’Enciclopedia UTET”), ribadendo quindi che il crimine è rappresentato dal programma di eliminazione di un intero gruppo umano, popolo o razza che sia.
10 “Leggenda e verità dello sterminio nazista degli ebrei”, il programma comunista, n° 12, 1979.
11 “Avanti, barbari!” , «Battaglia Comunista», n. 22 del 1951.
12 “Dalle grandi alle piccole quistioni ogni sviamento opportunista del movimento di classe ha avuto questo carattere: sostituire agli occhi del proletariato l’avversario, il nemico, l’ostacolo costituito dal presente ordinamento sociale e dalla classe capitalistica con un altro obiettivo su cui dirigere i colpi, sotto pretesto che fosse un obiettivo transitorio ed intermedio, superato il quale si sarebbe tornati alla grande lotta. E per l’accreditamento demagogico di questo metodo che si può ben chiamare intermedismo, con parola brutta quanto lo è la cosa, il meglio è stato sempre, ai fini dell’imbonitore, quello della personificazione del nemico” (Battaglia comunista n. 19 del 1949). Metodo che in tanto è disfattista in quanto consiste nella diversione delle energie del proletariato verso un “obiettivo fantoccio rinvenuto in un personaggio; tiranno, dittatore, Cesare, energumeno o criminale che lo chiamino” (Ibidem) o –il che è lo stesso- verso
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approdare a vele spiegate proprio in quel razzismo che si proclama di aborrire (13). Ciò premesso, in obbedienza alla nostra visione della storia, secondo cui “il «momento determinante» deve trovarsi nella sfera economica e nella lotta delle classi sociali” (14), va rammentata quella che fu la vera natura dei Lager come impresa capitalistica portata fino alle sue estreme conseguenze, basata sullo sfruttamento selvaggio della forza-lavoro schiava (ebrei, comunisti, zingari, omosessuali, prigionieri di guerra), e non come apparato preposto alla distruzione scientificamente programmata di uno specifico popolo. Fu in effetti l’apparato assistenziale statale creato dalla S.P.D. per i disoccupati (15) quello che si incaricò di organizzare, avvalendosi dello stesso personale e degli stessi sportelli, la deportazione degli Asozialen cioè dei proletari disoccupati e dei comunisti
una cricca, ossia una associazione a delinquere, una bieca congrega di cattivi soggetti o un collegio di Energumeni.
13 Ecco tre esempi di applicazione della “Dottrina dell’Energumeno” e del suo svolgimento in una forma apertamente razzista. Il primo viene dalla grande democrazia a stelle e strisce: “I tedeschi (quali che siano: antinazisti, comunisti o anche filosemiti) non meritano di vivere. Di conseguenza dopo la guerra si mobiliteranno 20.000 medici perché ognuno sterilizzi 25 tedeschi al giorno, di modo che in tre mesi non ci sarà un solo tedesco capace di riprodursi e in 60 anni la razza tedesca sarà totalmente eliminata” (Theodor N. Kaufman, “La Germania deve morire”, 1941, cit. in R. Garaudy, “I miti fondatori della politica israeliana”, Graphos, pag. 64). Se gli USA non badano a spese, non avendo allora previsto un tetto per il budget della Sanità, i Russi si attengono a programmi più a buon mercato: “Uccidete! Uccidete! Tra i tedeschi non vi sono innocenti, né tra i vivi, né tra chi deve nascere! Eseguite le istruzioni del compagno Stalin schiacciando per sempre la bestia fascista nella sua tana” (Ilja Erenburg, “Appello all’Armata Rossa”, Ottobre 1944, cit. in R. Garaudy, “I miti fondatori della politica israeliana”, Graphos, pag. 65). Il terzo esempio è tutto italiano: se il “marxista” Luciano Gruppi scriveva che “si parla di tedeschi perché si esprime un giudizio politico, scientificamente rigoroso: non si può dimenticare che se è il nazismo che ha trascinato la nazione tedesca in questa guerra e che ne guida le azioni atroci, è pur vero che il popolo tedesco –di buono o di malgrado- sta fino a quel momento intorno al nazismo, e che gli italiani hanno da combattere non solo contro le SS o altre formazioni naziste o fasciste, ma contro i soldati tedeschi” (Critica marxista, n° 7, 1974), il “comunista” Giancarlo Pajetta, a sua volta, insegnava sulla scorta di quella “scienza rigorosa” che sul soldato tedesco si doveva sparare senza pietà anche se “avrebbe potuto essere un operaio, persino un comunista” (L’Unità, 29.1.1979). Chi, come lo snaturato e diffamato “programma comunista” attuale, aderisce alla tesi borghese del genocidio ebraico, sa adesso qual’è la sua strada: è una strada completamente fuori dal solco del marxismo, e il suo sbocco inevitabile è quello di finire col condividere le rivoltanti proposizioni razziste sopra enunciate. Auguri, signori, siete in buona compagnia!
14 “Avanti, barbari!”, «Battaglia Comunista», n. 22 del 1951.
15 “Il personale della burocrazia assistenziale, in gran parte femminile, è passato senza traumi dal governo socialdemocratico a quello nazista. I nazisti hanno rilevato quasi tutto l’organico e gli hanno chiesto di lavorare come prima, cioè di continuare a esercitare la funzione di sorveglianza, controllo e schedatura e hanno costruito una struttura parallela di selezione degli emarginati, su basi biologiche e razziali. [il nazionalsocialismo, esecutore testamentario della socialdemocrazia, ne eredita le strutture così come esse sono! NdR]La struttura assistenziale, fatta da operatori socio-sanitari oltre che di personale amministrativo, forniva una serie di informazioni sui singoli soggetti, sui singoli «casi», alla struttura che doveva intervenire sul piano della segregazione o dell’annientamento fisico delle persone (internamento in campi di lavoro, in cliniche psichiatriche, o sedicenti tali, dove venivano praticate la sterilizzazione forzata e altri interventi di «eugenetica»). La maggioranza di queste persone venne ritenuta passibile di trattamenti di segregazione e di annientamento in quanto Asozialen, asociali, perché da troppo tempo disoccupati, perché avevano commesso piccoli delitti contro il patrimonio, perché si erano prostituiti, perché avevano malattie considerate ereditarie, perché erano portatori di invalidità gravi, perché avevano comportamenti matrimoniali o sessuali irregolari, perché avevano ripetutamente assunto atteggiamenti antagonisti o di protesta sul luogo di lavoro o contro rappresentanti di istituzioni (è il caso della maggioranza dei simpatizzanti comunisti), perché avevano cambiato troppo di frequente residenza o semplicemente perché erano stati colti troppe volte su mezzi di trasporto pubblici senza biglietto. Una parte dei poveri e degli emarginati venne quindi definita «asociale» sulla base delle informazioni raccolte dagli uffici di assistenza e riportate nelle schede personali e avviati quindi a un processo di selezione che non fu soltanto un processo di selezione razziale, ma anche un processo di selezione sociale”. (S.Bologna, “Nazismo e classe operaia 1933-1993”, Calusca, 1994, pag. 46-47).
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tedeschi nei primi Lager, che sorsero ben prima dell’inizio delle persecuzioni antiebraiche (1937-38). Se ne ricava che coloro che furono internati nei campi lo furono non sulla base di una selezione etnica fondata sull’ideologia antisemita, ma sulla base di una selezione sociale e politica basata, tra l’altro, anche su pseudoscientifici presupposti biologici (16). I Lager erano quindi un’impresa che, come qualsiasi altra azienda capitalista, era finalizzata al profitto senza alcun riguardo per la sopravvivenza fisica dei sovrabbondanti produttori, e che, agendo successivamente in un contesto di una guerra, in cui il Reich si scontrava con una costellazione imperialista avversa soverchiante, non poteva che portare tale logica alle sue estreme conseguenze ai danni non solo dei disoccupati e dei comunisti tedeschi, ma di tutte le masse umane che potevano fungere da forza-lavoro a bassissimo costo: prima la piccola borghesia ebraica tedesca, declassata e quindi resa disponibile a partire dal 1937-38 in forza del processo di autocannibalismo che aveva investito le classi dominanti dopo la “Grande Crisi”, poi i prigionieri di guerra, in particolare polacchi e russi, che le vicissitudini belliche resero disponibili a partire dal 1939-41, ed a cui si aggiunsero dopo il 1943 i prigionieri italiani, resi disponibili a loro volta dal cinico disegno di rovesciamento delle alleanze predisposto dalla borghesia italiana tra il 25 luglio e l’8 settembre per potersi meglio mantenere in sella a guerra finita. Nella “riunione governativa del 20-1-1942 a Wansee” (17) le alte sfere dirigenti nazional-socialiste diedero il via ad un progetto che non era quello della distruzione del popolo ebraico ma della utilizzazione cinica e spietata di tutta la forza-lavoro disponibile: “i proletari tedeschi sono mobilitati in massa e vanno al fronte. Il loro posto sarà preso dai proletari (e anche non proletari, «proletarizzati» per diritto di guerra) dei paesi occupati” (18), dagli ebrei “che per le condizioni precedenti erano stati isolati e messi nella impossibilità di ricevere solidarietà” (19), oltre che essere stati proletarizzati a forza, da “altri gruppi discriminati” (20), come gli zingari e gli omosessuali, ed infine dagli “asociali” tedeschi superstiti (disoccupati cronici e comunisti). Tanto è vero che ogni Lager era collocato in prossimità dei grandi impianti produttivi dell’industria tedesca: “così il famoso Lager di Auschwitz [era] associato col grande complesso chimico Farbenindustrie” (21). E’ da questo progetto e non da quell’altro, del tutto inesistente, che venne la tragedia, che venne il massacro. Massacro capitalista di forza-lavoro supersfruttata appartenente a tutte le razze e le nazioni, non massacro nazista di ebrei, e tantomeno genocidio degli ebrei. Resta quindi dimostrato che le masse dei cadaveri falciati dal tifo e dalla denutrizione nei Lager tedeschi ed anche quelli di coloro che furono uccisi perché inabili al lavoro furono il
16 “La maggioranza degli internati nei campi, all’inizio del regime nazista, era composta da questi cosiddetti «asociali», che successivamente verranno chiamati col termine Gemeinschaftsfremde («estranei alla comunità»). Ancora nel 1941 c’erano 110.000 detenuti tedeschi non ebrei nei campi di concentramento, internati come Asozialen. La politica di selezione della razza non è nata quindi sull’antisemitismo, ma è nata per affrontare la questione sociale, è nata per distruggere fisicamente gli emarginati” (S. Bologna, “Nazismo e classe operaia 1933-1993”, Calusca, 1994, pag. 47): il razzismo hitleriano quindi, lungi dall’essere quel primo motore di tanti drammi che la “Dottrina dell’Energumeno” pretenderebbe, non fu che un sottoprodotto della guerra sociale del capitalismo contro la classe operaia germanica.
17 “Leggenda e verità dello sterminio nazista degli ebrei”, il programma comunista, n° 12, 1979.
18 Ibidem.
19 Ibidem.
20 Ibidem.
21 Ibidem.
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sottoprodotto necessario del meccanismo dello sfruttamento capitalista portato, in condizioni estreme, alle sue estreme conseguenze e quindi allo stato chimicamente puro. L’eliminazione fisica degli inabili e degli invalidi non è forse già in atto anche adesso, dal momento in cui si è deciso di smantellare un apparato assistenziale e in particolare sanitario diventato ormai troppo costoso? Qual è infatti il contenuto reale delle querimonie sulle eccessive spese dello Stato, se non il fatto che l’anziano, l’invalido, il povero devono arrangiarsi, e che crepino pure, se non possono sopravvivere, come di fatto stanno facendo già adesso, togliendo il disturbo della loro incomoda presenza e andandosene all’altro mondo vuoi per mancata assistenza vuoi per scadimento delle condizioni di nutrizione e di igiene ambientale. La democrazia non è pietosa come le SS, non li uccide, non spreca né gas né pallottole: li lascia morire. E resta dimostrato che anche i cadaveri prodotti dagli esperimenti scientifici effettuati in corpore vili dai medici nazisti furono in realtà quelli delle vittime della sete di profitto dell’industria chimico-farmaceutica, esattamente come lo sono oggi i cadaveri prodotti da altre scientifiche sperimentazioni su “volontari” affamati o incarcerati, di cui gli USA ci hanno dato fulgido esempio. Quelli erano pagati con bucce di patate, questi con un pugno di dollari: dipende solo dalle condizioni concrete in cui il capitalismo si trova ad agire. Dopo lo sfruttamento nei Lager è arrivato lo sfruttamento dei Lager, è arrivata la fabbrica americana dei sogni e delle menzogne e su quei cadaveri ha lavorato a pieno regime, creando sulla base del solito copione atrocista portato però dalla tecnica hollywoodiana al virtuosismo più estremo (22), quella che è la più turpe leggenda di guerra che sia stata mai confezionata. L’apparato di imbonimento americano fece cioè del nazismo e anche e soprattutto del popolo tedesco, reo di aver aderito a quel regime atroce, il Criminale storico per antonomasia, il responsabile di un fatto inaudito e mostruoso, lo sterminio di un intera popolazione per un odio di razza iscritto a caratteri indelebili nei suoi criminali cromosomi. Approdando così ad un razzismo anti-tedesco da fare invidia ai deliri hitleriani. Quello di schiacciare la borghesia tedesca sotto il peso di questa costruzione mostruosa non è uno scopo sufficiente per rendere ragione della mobilitazione di un così gigantesco apparato di falsificazione, e soprattutto non è uno scopo sufficiente a rendere ragione del fatto che si pretenda oggi di rendere quella falsificazione una verità storica talmente intoccabile e indiscutibile da essere difesa dai rigori del codice penale. Il fatto lampante è che si è voluta crocifiggere la borghesia tedesca per meglio inchiodare alla croce il proletariato tedesco. Per costringere per sempre al silenzio quello che è l’asse portante del proletariato europeo (23). Per portare a termine l’opera di distruzione della classe operaia tedesca che il nazismo aveva solo iniziato. Se è vero che l’antinazismo democratico, come la Sinistra ha sempre detto, è l’esecutore testamentario del nazismo, qui troviamo solo un’ulteriore conferma di quella legge storica. Tutti hanno visto l’espressione dolorosa e attonita del deputato Schultz dopo che Berlusconi gli aveva affibbiato il titolo di “kapò”. L’insulto non aveva alcun rapporto con le accuse mosse da Schultz a Berlusconi,
22 Che sulla questione dei Lager nazisti i vincitori abbiano esercitato una montagna di propaganda di tipo atrocista non lo stiamo scoprendo nel 2003, ma lo sappiamo sulla base degli insegnamenti della Sinistra fin dal 1960: “Furono i socialisti traditori a preparare la logica soluzione hitleriana, contro la quale furono rilanciate tutte le stesse montagne di esercitazioni atrociste” (“Vae victis Germania”, il programma comunista n. 11 del 1960).
23 “Le speranze possono essere solo in una missione del grande proletariato germanico, che riempia la storia di quanto resta del secolo” (“Vae victis Germania”, il programma comunista n. 11 del 1960).
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per cui allo stesso modo e con gli stessi termini Prodi avrebbe potuto redarguire Schultz se egli avesse osato dire una parola in difesa di Berlusconi. Quell’insulto significa una cosa sola: tu non hai diritto di parlare perché sei tedesco, perché sei un gassatore di ebrei. Bene: proviamo ad immaginare che cosa verrà detto ai milioni di Schultz che lavorano nell’industria tedesca nel momento in cui oseranno sollevare la testa e rimettersi in guerra contro lo sfruttamento capitalistico: “Ancora osate parlare di guerra e di violenza, voi che avete massacrato donne e bambini nei Lager?”, oppure: “Ce l’avete tanto col capitalismo perché è noto che molti capitalisti sono ebrei e volete in questo modo obliquo sfogare la vostra congenita libidine di gassazione?”. Il guaio è che, come il volto di Schultz ed il suo imbarazzato silenzio hanno eloquentemente testimoniato, la menzogna continua a funzionare e il popolo tedesco, tutto il popolo tedesco, dai borghesi al ceto medio, dagli intellettuali ai contadini per arrivare fino gli operai, è tuttora letteralmente schiacciato dal senso di colpa che gli è stato buttato addosso a causa di una colpa che non è stata in realtà commessa. Il secondo ma non meno importante risultato della leggenda olocaustica è quello di chiudere la bocca con l’accusa di antisemitismo a chiunque osi criticare Israele e la sua politica (ed è noto che dietro a Israele ci sono gli USA): Israele è infatti intoccabile in quanto sarebbe (24) l’erede delle vittime del più mostruoso crimine che sia mai registrato negli annali della storia. Perciò distruggere quella menzogna, gelosamente custodita dalla borghesia imperialista americana e mondiale come un bene prezioso, è uno dei compiti primari del Partito che è e pretende di essere Comunista ed Internazionale, come risulta del resto evidente anche dallo spettacolo del turpe pellegrinaggio di Fini a Tel Aviv e di quello, simmetrico e coevo, di Bertinotti nelle italiche sinagoghe.
24 I rapporti tra sionismo e nazionalsocialismo tedesco, che non possono per ragioni di spazio essere affrontati in questa sede, saranno oggetto di un lavoro specifico di Partito, inteso a ribadire alla luce della ulteriore documentazione oggi disponibile i “vecchi chiodi” fissati dal nostro movimento a proposito del “genocidio” ebraico, nonché ad inquadrare la vicenda dei Lager tedeschi all’interno di un più vasto quadro d’insieme, in cui si collocano le vicissitudini della classe operaia tedesca ed ebraica prima e durante il secondo conflitto imperialista.
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Punto n°23: la questione sindacale
LA INDISPENSABILE RINASCITA DEL SINDACATO DI CLASSE POTRA’ PASSARE ANCHE ATTRAVERSO LA CONQUISTA DEGLI ATTUALI SINDACATI TRICOLORE, MA SOLO A CONDIZIONE CHE LA FORZA OPERAIA NEGLI URTI VIOLENTI SUSCITATI DALLA RIPRESA GENERALE DELLA LOTTA DI CLASSE NE DISTRUGGA L’INTERA IMPALCATURA BUROCRATICA. Per il Partito Comunista, l’attività e le forme di organizzazione delle lotte economiche del proletariato vengono per importanza solo dopo la salvaguardia della sua organizzazione, della sua teoria e del suo programma. La finalità da esso perseguita con la sua attività sindacale è quella di influenzare e dirigere le masse, preparandole nel corso degli scontri per le rivendicazioni economiche alla rivoluzione proletaria e comunista. Questo scopo non potrebbe infatti essere raggiunto solo con la propaganda dell’ideologia del Partito: “La conquista delle masse non si può realizzare con la semplice propaganda della ideologia del partito e col semplice proselitismo, ma partecipando a tutte quelle azioni a cui i proletari sono sospinti dalla loro condizione economica. […] Attraverso le azioni per le rivendicazioni parziali il partito comunista realizza un contatto con la massa che gli permette di fare nuovi proseliti” (1). L’obbiettivo di guadagnare terreno ed influenza nel seno del proletariato “deve essere raggiunto partecipando alla realtà della lotta proletaria su un terreno che può essere contemporaneamente di azione comune e di reciproco contrasto, a condizione di non compromettere mai la fisionomia programmatica ed organizzativa del partito” (2). In tutti i periodi storici questa è dunque la condizione indispensabile per la nostra attività negli organismi economici proletari: non compromettere la fisionomia programmatica ed organizzativa del partito. Pertanto “le iniziative e gli atteggiamenti […] non devono in alcun modo essere né apparire in contraddizione colle esigenze ulteriori della lotta specifica del partito a seconda del programma di cui esso solo è assertore e per il quale nel momento decisivo il proletariato dovrà lottare” (3). Fissato questo concetto valido sempre, vediamo ora in che termini il “Progetto di Tesi” del 1922 definisse in modo più dettagliato e preciso il senso dell’azione sindacale comunista nelle condizioni specifiche allora esistenti: “nel loro lavoro nei sindacati i comunisti tendono a realizzare la massima estensione della base di essi, come di tutte le organizzazioni di natura analoga, combattendo ogni scissione e propugnando la unificazione organizzativa dove la scissione esiste, pur che sia loro garantito un minimo di possibilità di lavorare per la propaganda e pel noyautage comunista. […] I partiti comunisti, pur lavorando col programma di assicurarsi la direzione delle centrali sindacali, apparato indispensabile di manovra nelle lotte rivoluzionarie, col mezzo della conquista della maggioranza degli organizzati, [….]” (4). I comunisti dunque negli anni venti, ponendosi di fronte alle grandi confederazioni sindacali, pur controllate dai socialdemocratici, ritenevano che queste riunissero
1 “La tattica dell’internazionale comunista nel progetto di tesi presentato dal pc d’Italia al IV congresso mondiale – Mosca novembre 1922” (“In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 67).
2 “Tesi sulla tattica del pc d’Italia – roma, marzo 1922”, punto 20 (“In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 42).
3 “Tesi sulla tattica del pc d’Italia – roma, marzo 1922”, punto 30 (“In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 45).
4 “La tattica dell’internazionale comunista nel progetto di tesi presentato dal pc d’Italia al IV congresso mondiale – Mosca novembre 1922” (“In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 68).
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in generale le condizioni per lo svolgimento della loro opera politica in una direzione che coincideva col fatto di tendere, all’interno delle organizzazioni sindacali, “a conquistare […] il seguito della maggioranza e le cariche direttive” (5). Quelle specifiche condizioni cambiarono dopo che i sindacati, alla fine della seconda guerra mondiale (1945), si trasformarono radicalmente, subordinandosi in linea di diritto o di fatto all’apparato statale borghese. Gli attuali sindacati, costituiti dopo l’esperienza fascista e dopo la II Guerra Mondiale, sono nati infatti come sindacati tricolori, si sono caratterizzati cioè fin dall’inizio come degli organi dello Stato, per cui sarebbe stato un grave errore nel secondo dopoguerra e lo è a maggior ragione oggi ritenerli e definirli semplicemente come dei sindacati riformisti o opportunisti. Questo processo, inoltre, non ha riguardato un solo paese (la Spagna, come pretenderebbero i nostri contraddittori), ma ha coinvolto tutti i principali paesi dell’Occidente. Non è stato l’eccezione, ma la regola. Già nel 1949 il nostro Partito affermava infatti che il fatto “che l’organizzazione operaia viene impastoiata nello Stato […] è oggi tendenza generale in tutti i paesi, sia con forme di coazione che con forme di subordinazione dei capi sindacali ai partiti borghesi, di cui la seconda evidentemente è peggiore” (6). La Sinistra riconobbe dunque questo cambiamento, scolpendolo fin dal 1945 in una impostazione della “questione sindacale” ben diversa da quella degli anni ’20. La messa a punto sindacale del 1945 era in questo senso assolutamente limpida: “Il partito aspira alla ricostruzione della Confederazione sindacale unitaria, autonoma dalla direzione di Uffici di Stato, agente coi metodi della lotta di classe e dell’azione diretta contro il padronato, dalle singole rivendicazioni locali e di categoria a quelle generali di classe” (7). Anche se dopo il 1944 il sindacato unico si scisse in tre centrali, assumendo l’aspetto di quella che fu definita una trimurti sindacale, il Partito ammonì infatti a non prendere lucciole per lanterne: “le successive scissioni della Confederazione Italiana Generale del Lavoro col distaccarsi dei democristiani e poi dei repubblicani e socialisti di destra, anche in quanto conducono oggi al formarsi di diverse confederazioni, e anche se la costituzione ammette la libertà di organizzazione sindacale, non interromperanno il procedere sociale dell’asservimento del sindacato allo Stato borghese, e non sono che una fase della lotta capitalista per togliere ai movimenti rivoluzionari di classe futuri la solida base di un inquadramento sindacale operaio veramente autonomo” sottolineando in particolare che “anche la Confederazione che rimane coi socialcomunisti di Nenni e Togliatti non si basa su di una autonomia di classe. Non è una organizzazione rossa, è anch’essa un’organizzazione tricolore cucita sul modello Mussolini. La storia del «Risorgimento» sindacale 1944 sta a dimostrarlo, coi suoi nastri tricolori e le sue stille di acqua lustrale sulle bandiere operaie, con le basse consegne di Unione Nazionale, di guerra anti tedesca, di nuovo risorgimento liberale, con la rivendicazione tuttora in atto, di un ministero di concordia nazionale, direttive che avrebbero fatto vomitare un buon organizzatore rosso, anche di tendenza riformista spaccata” (8). L’asservimento del sindacato operaio allo Stato borghese è tutt’uno con la fase imperialista dispiegatasi dopo il 1914: “Nella ripresa del movimento dopo la rivoluzione russa e la fine della guerra imperialista, si trattò appunto di fare il bilancio del disastroso inquadramento dell’inquadratura sindacale e politica, e si
5 Ibidem.
6 “Il marxismo e la questione sindacale”, “Battaglia Comunista” n. 3 del 1949.
7 “La Piattaforma politica del Partito”, 1945 – tesi n° 12.
8 “Le scissioni sindacali in Italia”, “Battaglia Comunista” n. 21 del 1949.
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tentò di portare il proletariato mondiale sul terreno rivoluzionario eliminando con le scissioni dei partiti i capi politici e parlamentari traditori, e procurando che i nuovi partiti comunisti nelle file delle più larghe organizzazioni proletarie pervenissero a buttare fuori gli agenti della borghesia. Dinanzi ai primi vigorosi successi in molti paesi, il capitalismo si trovò nella necessità, per impedire l’avanzata rivoluzionaria, di colpire con la violenza e porre fuori legge non solo i partiti ma anche i sindacati in cui questi lavoravano. Tuttavia, nelle complesse vicende di questi totalitarismi borghesi, non fu mai adottata l’abolizione del movimento sindacale. All’opposto fu propugnata e realizzata la costituzione di una nuova rete sindacale pienamente controllata dal partito controrivoluzionario, e, nell’una o nell’altra forma, affermata unica e unitaria, e resa strettamente aderente all’ingranaggio amministrativo e statale” (9). Il processo sopra delineato è irreversibile: “anche dove, dopo la Seconda Guerra, per la formulazione politica corrente, il totalitarismo capitalista sembra essere stato rimpiazzato dal liberalismo democratico, la dinamica sindacale seguita ininterrottamente a svolgersi nel pieno senso del controllo statale e della inserzione negli organismi amministrativi ufficiali. Il fascismo, realizzatore dialettico delle vecchie istanze riformiste, ha svolto quella del riconoscimento giuridico del sindacato in modo che potesse essere titolare di contratti collettivi col padronato fino all’effettivo imprigionamento di tutto l’inquadramento sindacale nelle articolazioni del potere borghese di classe. Questo risultato è fondamentale per la difesa e la conservazione del regime capitalista, appunto perché l’influenza e l’impiego di inquadrature associazioniste sindacali è stadio indispensabile per ogni movimento rivoluzionario diretto dal partito comunista” (10). Qui si puntualizzano due concetti di enorme importanza: a) che dopo la seconda guerra mondiale, la dinamica sindacale continua a svilupparsi nel pieno senso del controllo statale e dell’inserzione negli organi amministrativi ufficiali, ossia che lo Stato borghese non solo continua a controllare i sindacati anche dopo la disfatta militare del fascismo, ma li controlla ancora più strettamente; b) che il fascismo portò avanti il riconoscimento giuridico del sindacato, dandogli la titolarità della contrattazione degli accordi collettivi col padronato, cosa questa che prima non gli era riconosciuta, per cui il semplice intento di unificare salari e condizioni di lavoro, implicava delle mobilitazioni per raggiungere tali risultati. In una parola, il sindacato doveva guadagnarsi giorno per giorno attraverso la lotta la sua esistenza ed il suo riconoscimento. Il riconoscimento giuridico da parte dello Stato sanzionato dal fascismo, viceversa, e i doveri che spingono i sindacati all’accettazione e alla difesa del regime capitalista, li hanno condotti “fino all’effettivo imprigionamento di tutto l’inquadramento sindacale nelle articolazioni del potere borghese di classe”. Noi considerammo di fondamentale importanza per il Capitale questo imprigionamento delle associazioni economiche nello Stato riconoscendovi la risposta dialettica alla riconosciuta e ribadita necessità che il Partito influenzi la lotta sindacale come stadio indispensabile per ogni ulteriore movimento rivoluzionario. La borghesia insomma, sottomettendo i sindacati alla politica dello Stato capitalista, si difende dalla minaccia della Rivoluzione soprattutto perché in tal modo impedisce, ritarda ed ostacola così l’attività dei marxisti e degli stessi operai combattivi nelle lotte economiche, attività senza la quale non
9 “Partito rivoluzionario e azione economica”, settembre 1951, “Bollettino interno n. 1”, ora in “Partito e Classe”.
10 Ibidem.
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potrà mai prendere vita un movimento più vasto di attacco ai poteri politici borghesi. La Sinistra chiamerà questa mutazione “radicali modificazioni del rapporto sindacale”. Queste modificazioni radicali non dipendono da alcuna mutazione delle contraddizioni inerenti il modo di produzione capitalistico e neppure dal carattere della lotta economica del proletariato. Le modificazioni radicali si riferiscono solo all’inquadramento dei sindacati da parte dello Stato, alla loro integrazione più o meno formale nelle funzioni dello Stato borghese come manifestazione da un lato dell’attuazione della fase imperialista del Capitale, coincidente con la sua sempre maggiore concentrazione e con la corrispondente centralizzazione politica, e dall’altro della completa integrazione politica della socialdemocrazia e dello stalinismo nella struttura politico-sociale ed organizzativa della borghesia. Questa integrazione dell’opportunismo è un fatto sociale e non solo politico: “l’opportunismo è un fatto sociale, un compromesso tra le classi che avviene in profondità, e sarebbe follia non vederlo…” (11). La sua base materiale sta nello sviluppo gigantesco delle forze produttive che ha alimentato la “floridezza” della produzione industriale degli ultimi 100 anni, e, in particolare, dopo il 1945, ammettendosi che essa abbia reso possibile sia la formazione di un’aristocrazia operaia nel senso proprio del termine, cioè di uno strato corrotto e in parte coincidente con il bonzume politico-sindacale, sia anche il varo di tutta una “gamma di misure riformiste di assistenza e previdenza per il salariato” in generale, che, pur non corrompendo la massa operaia, comunque “creano un nuovo tipo di riserva economica che rappresenta una piccola garanzia patrimoniale da perdere, in un certo senso analoga a quella dell’artigiano e del piccolo contadino”, una garanzia ben misera ed aleatoria, ma che vale a rendere il salariato “esitante ed anche opportunista al momento della lotta sindacale e peggio dello sciopero e della rivolta” (12). Queste sono le basi materiali -non certo identiche, ma tra loro parallele- dell’imprigionamento e dell’integrazione dei sindacati nello e da parte dello Stato borghese da un lato, della mancanza di reazioni da parte della massa operaia, tuttora succube degli apparati pseudo-operai affittati allo Stato e dell’ideologia collaborazionista, dall’altro. Nessuna illusione, dunque, di poter “riconquistare” i sindacati tricolore e di farli risorgere come organismi di classe attraverso la semplice sostituzione dei vertici: “Nelle difficili fasi che presenta il formarsi delle associazioni economiche, si considerano come quelle che si prestano all’opera del partito le associazioni che comprendono solo proletari e a cui gli stessi aderiscono spontaneamente ma senza l’obbligo di professare date opinioni politiche religiose e sociali. Tale carattere si perde nelle organizzazioni confessionali e coatte o divenute parte integrante dell’apparato di Stato” (13). La constatazione che i sindacati tricolore non si prestano all’opera del Partito non ci condusse, tuttavia, a negare il terreno dell’azione sindacale, come sostenevano invece i seguaci della corrente che darà poi vita a “Battaglia comunista”: “Se nelle varie fasi del corso borghese: rivoluzionaria, riformista, antirivoluzionaria, la dinamica dell’azione sindacale ha subito variazioni profonde (divieto – tolleranza – assoggettamento), questo non toglie che è indispensabile organicamente avere tra la massa dei proletari e la minoranza inquadrata nel partito un altro strato di organizzazioni, per principio neutre politicamente ma costituzionalmente accessibili a soli operai, e che organismi di questo genere devono «risorgere» nella fase di
11 “I fondamenti del comunismo rivoluzionario”, p. 38.
12 “Partito rivoluzionario e azione economica”.
13 “Tesi caratteristiche del partito”, 1951 da “In difesa della Continuità del Programma Comunista”.
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avvicinamento della rivoluzione” (14). Assodato che “in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori: 1) un ampio e numeroso proletariato di puri salariati; 2) un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato; 3) un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza di lavoratori ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese” e che “la necessità di ciascuna e di tutte e tre queste condizioni, dalla utile combinazioni delle quali dipenderà l’esito della lotta” è stata stabilita dal Partito sulla base della “giusta impostazione della teoria del materialismo storico che collega il primitivo bisogno economico del singolo alla dinamica delle grandi rivoluzioni sociali”, della “giusta prospettiva della rivoluzione proletaria in rapporto ai problemi dell’economia e della politica e dello stato” e “degli insegnamenti della storia di tutti i movimenti associativi della classe operaia così nel loro grandeggiare e nelle loro vittorie che nei corrompimenti e nelle disfatte” (15); assodato per maggior chiarezza che il marxismo, se “considera il sindacato organo insufficiente da solo alla rivoluzione, lo considera però organo indispensabile per la mobilitazione della classe sul piano politico e rivoluzionario, attuata con la presenza e la penetrazione del partito Comunista nelle organizzazioni economiche di classe” e che, per contro, gli attuali sindacati infeudati allo Stato borghese non si prestano più all’opera del Partito, nel senso che esso non è più in grado di utilizzarli così come essi sono come una cinghia di trasmissione delle sue direttive nella classe, ci dobbiamo allora chiedere: come tali organismi o “associazioni a contenuto economico” indipendenti dal controllo statale possono e devono risorgere? Da dove, a partire da quali organismi o situazioni attualmente esistenti o ipotizzabili per il futuro? Prima di rispondere a questi quesiti occorre ammettere che il processo prima descritto rende necessariamente più difficile più arduo il problema dello sviluppo delle lotte economiche in senso rivoluzionario e del conseguimento delle stesse rivendicazioni immediate: “Mano mano che l’organizzazione operaia viene impastoiata nello stato […]il problema dello svolgimento delle lotte economiche e degli scioperi in senso rivoluzionario diviene più complesso e più arduo” (16). Quante volte si è verificata questa previsione negli ultimi anni? Lotta dei minatori inglesi, lotta degli operai polacchi, servizi pubblici in Francia, lotte operaie in Corea, dei minatori in Cina fino alle più recenti lotte in Italia sulle pensioni. Le organizzazioni operaie impastoiate nello Stato, cioè, non hanno fatto che deviare le lotte ad esclusivo beneficio della collaborazione di classe e della conservazione del regime borghese, perché tali organismi hanno come postulato della loro stessa funzione di organizzazione e gestione della lotta operaia la diretta partecipazione dei loro capi e dei loro apparati alla direzione politica del regime borghese. Non hanno forse oggi tutte le confederazioni sindacali e i partiti che le influenzano, come fine la difesa delle istituzioni e del regime democratico, oltre all’eterna aspirazione di farsi governo o di tirare fuori ministri dai sindacati? Non chiamano i propri iscritti e l’opinione pubblica a votare o appoggiare questo o quel partito, questo o quel governo? Non sono i primi difensori delle istituzioni
14 “Sintesi sulla «questione sindacale»”, Riunione di Roma, 1 aprile 1951, nell’opuscolo “Sul filo del tempo”, maggio 1953.
15 “Partito rivoluzionario e azione economica”, 1951, da “Partito e Classe”.
16 Filo del tempo, 1949, II.
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borghesi? Ciò premesso, vediamo come il Partito rispose a quelle fondamentali domande: “a) la situazione sindacale di oggi diverge da quella del 1921 non solo per la mancanza di un partito comunista forte, ma per la progressiva eliminazione del contenuto della azione sindacale col sostituirsi di funzioni burocratiche all’azione di base: assemblee, elezioni, frazioni di partiti nei sindacati e via via di funzionari di mestieri a capi elettivi, etc. Tale eliminazione, difesa nel suo interesse dalla classe capitalistica, vede sulla stessa linea storica i fattori: corporativismo tipo CLN, sindacalismo tipo Di Vittorio o Pastore. Tale processo non può essere dichiarato irreversibile. Se l’offensiva capitalista è fronteggiata da un partito comunista forte, se si strappa il proletariato alla tattica (sindacalista) CLN di fronte a quella, se lo si strappa all’influenza dell’attuale politica russa, nel momento X o nel paese X possono risorgere i sindacati classisti ex novo o dalla conquista, magari a legnate, degli attuali. Ciò non è storicamente da escludere. Certamente quei sindacati si formerebbero in una situazione di avanzata o di conquista del potere. Le differenze tra le due situazioni rendono secondaria quella tra la dirigenza D’Aragona, che non escluse la nostra azione di frazione nella C.G.L. e quella Di Vittorio” (17). Il processo storico di inserimento del sindacato nello Stato era stato dichiarato infatti da noi certamente irreversibile, ma solo stanti gli attuali rapporti di forza fra le classi. Il che significa che se i rapporti di forza si modificano radicalmente a favore del proletariato, quel processo può essere rovesciato. Rimangono quindi inalterate le osservazioni di principio: 1) senza organismi intermedi di carattere economico tra partito e classe non esiste possibilità rivoluzionaria, 2) il partito non abbandona tali organismi per il solo fatto di esservi in minoranza. I sindacati post-fascisti dunque, CGIL inclusa, non erano e non sono più la CGL di D’Aragona: c’è una “i” in più, e quella “i” significa Confederazione “italiana”, significa Confederazione tricolore. Pertanto non potevamo e non possiamo più ritenerli degli organismi “neutri”, di cui possiamo prendere la testa semplicemente scalzando i vecchi vertici opportunisti e sostituendovi un’altra direzione. L’epoca in cui questa conquista relativamente pacifica del sindacato era possibile per i comunisti si è chiusa per sempre. Nell’epoca post-fascista, in cui tutta la rete organizzativa del sindacato è diventata, statutariamente o di fatto, una cinghia di trasmissione del controllo dello Stato borghese sui lavoratori, la conquista (18) di tali organismi può ancora ipotizzarsi, ma solo come un processo che implicherà il rovesciamento violento di tutta la gerarchia sindacale, e non solo la sostituzione di una direzione con un’altra. La conquista elettiva delle direzioni dei sindacati preconizzata nel 1922, quando i comunisti “tend[eva]no a conquistare […] il seguito della maggioranza e le cariche direttive” (19), non solo non è più meccanicamente riproponibile nel secondo dopoguerra, ma è stata esplicitamente esclusa dal nostro Partito proprio in quanto si è avuto quel tipo di salto qualitativo in rapporto agli anni ’20. Nel 1951, infatti, non si parla più di conquista elettiva, ma, come si è visto, del “risorgere” di “sindacati classisti ex novo o dalla conquista, magari a legnate, degli attuali”. Oggi, che sono trascorsi oltre cinquant’anni da quella scientifica registrazione di una evoluzione sindacale che
17 Bollettino per la preparazione del II° Congresso del Partito Comunista Internazionalista, 1951.
18 Di conquista dei sindacati, non di “riconquista” si deve correttamente parlare: perché i sindacati di oggi non sono più quelli pre-fascisti, che erano sì riformisti ma nello stesso tempo indipendenti dagli ingranaggi statali, ma sono un’altra cosa.
19 “La tattica dell’internazionale comunista nel progetto di tesi presentato dal pc d’Italia al IV congresso mondiale – Mosca novembre 1922” (“In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 68).
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era avvenuta nella realtà dei fatti e che da allora non ha fatto che confermarsi e consolidarsi ulteriormente, è pertanto illusorio e disfattista porsi l’obiettivo della conquista delle attuali organizzazioni sindacali da parte dei gruppi di lavoratori inquadrati dalla rete sindacale del Partito Comunista al di fuori di situazioni di reale e non episodica ripresa della lotta di classe, a maggior ragione se tale obiettivo viene concepito come l’unica modalità possibile per la rinascita del sindacato di classe, escludendo l’alternativa della sua formazione ex novo al di fuori dalle reti delle organizzazioni tradizionali ed approdando di fatto in tal modo ad una antistorica e velleitaria difesa di un presunto carattere classista della CGIL in quanto tale o quantomeno -come adesso si lascia intendere- di alcune sue frange e componenti. Tale visione distorta è per alcuni aspetti analoga a quella che nel 1968-71 caratterizzò la seconda, grave crisi attivistica del nostro Partito dopo quella del 1952, e che fu rappresentata dalla vicenda del “sindacato rosso”. Nella seconda metà degli anni ’60, gradualmente, le posizioni del Partito si erano fatte meno nitide: dalla affermazione secondo cui la CGIL era un “sindacato tricolore” esattamente come gli altri due (anche se noi preferivamo lavorare in esso perché inquadrava la maggioranza della classe operaia), per cui la rinascita del sindacato di classe sarebbe passata o dalla conquista a legnate degli organismi esistenti o dalla formazione di nuove organizzazioni di difesa economica nate direttamente dalle lotte operaie, si era passati infatti a quella secondo cui la CGIL era un “sindacato tradizionale” (20), definizione equivoca perché non chiariva che non si alludeva al persistervi di una tradizione rossa, che era in realtà ormai completamente estinta, ma al fatto che gli operai tradizionalmente, per inerzia storica, e quindi a torto, si attendevano dalla CGIL una miglior difesa. Si iniziò poi anche ad arrischiare una contrapposizione scivolosa tra la base “sana” del sindacato ed i vertici, ai quali soltanto si sarebbero dovute riservare le famose “legnate”, ed una altrettanto scivolosa tendenza ad attribuire alla CGIL una “parvenza di classe” (21). Il termine “parvenza” è infatti filologicamente corretto ma politicamente spurio: se veramente di una “parvenza” si trattava, infatti, per quale motivo avremmo dovuto auspicare che di essa non si facesse gettito? Fu solo dopo, tuttavia, e precisamente con “il sindacato rosso” della fine degli anni ’60 si passò dalle formule ambigue al concetto erroneo secondo cui bisognava difendere la tradizione rossa della CGIL, per approdare infine alla pura e semplice difesa
20 “Ci battiamo perché il sindacato operaio tradizionale, la CGIL, rinasca come sindacato di classe; […] ci battiamo perché rinasca il sindacato unitario dei lavoratori: ed esso sarà unitario non già mediante il pateracchio politico e organizzativo coi sindacati bianchi e gialli e subendo i ricatti di organizzazioni padronali come la CISL e la UIL, ma ponendo a tutti i proletari scopi di classe da raggiungere coi metodi della lotta di classe” (Spartaco, 1962).
21 “L’attuale direzione della CGIL è chiaramente dalla parte della collaborazione di classe, della conservazione del sistema capitalistico, e della controrivoluzione. Perciò, invitiamo gli iscritti allo SFI e alla CGIL e tutti i proletari a lottare per la piattaforma dei comunisti internazionalisti, per la difesa in seno alla CGIL dei principi del comunismo rivoluzionario, perché la CGIL torni ad essere un sindacato di classe; invitiamo i proletari a raccogliersi attorno ai comunisti internazionalisti per l’abbattimento violento dell’attuale direzione controrivoluzionaria ed opportunista.” (Spartaco, N.19 del 1964). L’unità sindacale è osteggiata in quanto la CGIL vi perderebbe quella parvenza di classe che le resta: “il ritorno all’unità proletaria o significa – come ora – l’abbandono completo da parte della CGIL di ogni parvenza di classe, ovvero – come noi auspichiamo – sarà il prodotto della crescente mobilitazione di classe dei salariati decisi a ritornare ad un’unica organizzazione compatta ed invincibile, il cui presupposto è la sostituzione dei capi traditori con dirigenti fedeli agli interessi operai […]i comunisti rivoluzionari non si propongono la creazione di nuovi sindacati, finché sarà possibile svolgere opera rivoluzionaria in quelli attualmente esistenti, finché la CGIL non rinuncerà e non vieterà la costituzione di correnti nel suo seno” (Spartaco, N.25 del 1965).
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della CGIL in quanto sindacato di classe, e quindi alla lotta contro l’unità sindacale in funzione di tale difesa. In questo sbandamento dobbiamo vedere il riflesso dell’incapacità del Partito di interpretare correttamente la natura e i limiti del movimento rivendicativo operaio di quegli anni in Italia. La sopravvalutazione delle forze in campo e delle sue stesse possibilità di intervento generarono nel Partito delle illusioni che non potevano non avere delle ripercussioni negative sulla sua compagine in quanto portarono ad un travisamento dei postulati marxisti in precedenza fissati. Nel 1968-71 “il sindacato rosso” infatti, lungi dal riproporre la tesi della possibile conquista “magari a legnate” dell’apparato della CGIL in alternativa alla costituzione di organismi sindacali ex novo -e quindi completamente fuori del raggio di azione e di influenza di quelli esistenti- risolse il dilemma lasciato giustamente in precedenza aperto a favore di uno solo dei suoi due corni, e cioè privilegiando immotivatamente la “rigenerazione del sindacato esistente”, identificato con la CGIL, rigenerazione che fu quindi concepita come il passaggio obbligatorio per la ricostituzione di quel vitale strato di organismi proletari immediati di difesa economica che deve tornare ad esistere tra il Partito e la classe se e quando la Rivoluzione avanza. Non solo tale conquista fu concepita come una via obbligata, ma fu altresì concepita come l’estensione e -per così dire- la proiezione futura della difesa di quanto di positivo nonostante tutto nella CGIL era rimasto, compiendo così un errore ancora peggiore. La conquista della CGIL, infatti, sarebbe stata realizzabile solo a condizione di distruggerne l’impalcatura da cima a fondo, dai sommi duci ai funzionari intermedi fino a quelli più periferici, perché quello e non altro era il senso delle “legnate”. Invece fu teorizzata la difesa del presunto carattere classista dell’apparato della CGIL (bonzi esclusi). La “parvenza” infatti, con l’andar del tempo, tenderà sempre di più a diventare “sostanza”, tanto è vero che nel 1967 si definirà “l’unificazione sindacale, preludio del sindacato di stato”, il che equivaleva a negare che il sindacato fosse già un sindacato di Stato, e che si stabilirà che “opporsi all’unificazione sindacale risponde”, tra l’altro, alla necessità fondamentale per i proletari di “conservare la propria organizzazione di classe” (22). Il che equivaleva a dare alla CGIL un esplicito riconoscimento di essere quello che non era ormai da vent’anni: “Proletari! Lavoratori! Il partito del proletariato rivoluzionario, il partito di classe, vi chiama alla suprema difesa della trincea sulla quale soltanto è possibile salvare l’onore della classe, della tradizione rivoluzionaria comunista. VI CHIAMA A DIFENDERE I SINDACATI DI CLASSE CONTRO la manovra concordata dai capi imborghesiti della CGIL, dei borghesissimi capi della CISL e della UIL, appoggiati ed ispirati dai partiti opportunisti del PCI, PSU e PSIUP e da tutti i partiti borghesi, con a capo il vero unico partito fascista di oggi, la DC. Questa manovra intesa a sopprimere le vostre organizzazioni di difesa economica annegandole in un unico calderone, nel quale dirigenti borghesi e traditori dovrebbero convivere con proletari sinceri, e Voi dovreste illudervi che i primi difendano i vostri interessi, questa manovra può essere sventata alla sola condizione che vi rifiutate di dare il minimo appoggio alla politica sindacale dell’opportunismo” (23). Nel 1967 si invitarono i lavoratori a lottare contro l’introduzione delle deleghe, che, sostituendosi ai vecchi collettori, affidavano al padronato la riscossione delle quote sindacali. Se quella indicazione di lotta fu comunque corretta in quanto difendeva uno strumento di pressione dei lavoratori sull’apparato sindacale evitando che il meccanismo automatico del
22 il programma comunista, n. 10 del 1967
23 il programma comunista, n. 18 del 1967.
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silenzio-assenso surrogasse la corresponsione diretta di quote revocabili in qualsiasi momento, non lo furono altrettanto le motivazioni politiche addotte: non si vide nell’introduzione delle deleghe il cadere di quella che era solo una vecchia e vuota forma, ormai inadeguata alla avvenuta statalizzazione del sindacato, ma un ulteriore passo in avanti verso una statalizzazione che sarebbe stata ancora a metà strada: “[…] il rifiuto degli operai a rilasciare le ‘deleghe’ alle direzioni aziendali […] rappresenta l’opposizione degli operai coscienti alla politica traditrice dei bonzi, costituisce un primo passo verso l’organizzazione di una opposizione rivoluzionaria all’interno della CGIL, rappresenta il preludio al formarsi dei primi nuclei proletari disposti a fermare la politica di distruzione del sindacato di classe […] Il nostro partito è l’unico che abbia denunciato la manovra disfattista dei capi sindacali, la loro politica di consegna dei sindacati allo Stato del Capitale, dei padroni, delle direzioni aziendali […]; è l’unico partito che abbia indicato ai proletari di non abbandonare la lotta, ma d’estenderla e potenziarla, di stringersi intorno ai comunisti rivoluzionari per sventare la fascistizzazione delle organizzazioni di difesa economica dei lavoratori” (24). Si giunse poi addirittura a preconizzare l’abbandono del sindacato se esso si fosse effettivamente statalizzato, indicazione che è fuori da ogni visione marxista, come dimostra il fatto che mai il Partito, pur riconoscendo la natura tricolore dei sindacati esistenti, si pronunziò per il boicottaggio o per l’abbandono: “Abbiamo esplicitamente premesso in nostri precedenti articoli che, qualora si dovesse giungere alla unificazione tra CGIL CISL e UIL, la CGIL cesserebbe di essere una organizzazione operaia per trasformarsi in una appendice dei Ministero del Lavoro, in un organo statale o para statale. In tal caso, allora, i comunisti inciterebbero i proletari ad abbandonare questa centrale e ad organizzarsi in un nuovo sindacato, in un vero sindacato” (25). I testi sopra riportati documentano in modo inoppugnabile il ribaltamento delle posizioni di Partito cui si addivenne ponendo come “sindacato di classe” una CGIL che prima era stata correttamente denunziata come sindacato tricolore ed erede delle esperienze di Mussolini. Ma è altrettanto inoppugnabile che, se si trattò certo di una gravissima sbandata in senso attivistico che coinvolse tutto il Partito, essa, rispondendo in modo inadeguato alle suggestioni sprigionatesi dall’ondata di lotte operaie che culminerà nell’autunno caldo, resta, per l’appunto, una sbandata dettata da una errata analisi della situazione contingente e non da un travisamento dei principi. Nel 1972 i “Punti di orientamento sindacali” corressero la deviazione, almeno in parte, ma lo fecero su una base non più coerente con i principi del marxismo ed obbedendo non già al criterio organico della ripresa e dello studio sistematico dei testi della Sinistra, ma a quello delle improvvise “sterzate” calate dall’alto ed in modo affrettato sul Partito: se alla smania di difendere la CGIL “rossa” subentrò quindi dopo la loro stesura ed in forza di quanto vi era stato affermato la smania di tuffarsi in tutti i Comitati possibili, vedendovi il succedaneo politico della ormai accantonata prospettiva della rinascita del sindacato di classe dall’interno o dall’esterno di quelli esistenti, ovvero riconoscendo in essi una sorta di “prefigurazione dei soviet” su scala minima se non microscopica, quello che era stato un errore di valutazione, per quanto grave, diventò dal ’72 in poi un errore di principio. La lotta di classe, in effetti, non può rinascere su un terreno direttamente politico. Senza un precedente allenamento su quello delle lotte di
24 il programma comunista, N. 3 del 1967.
25 Il Sindacato Rosso, N. 1 del 1969.
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difesa economica non è data ai proletari alcuna possibilità di condurre un vittorioso attacco politico al capitalismo. “La vera, duratura e fondamentale conquista di una simile ripresa sarà il ritorno sulla scena storica, come fattore agente, dell’organizzazione severamente selezionata e centralizzata del partito, ma ad essa si accompagnerà necessariamente anche la rinascita di organizzazioni di massa, intermedie fra la larga base della classe e il suo organo politico. Queste organizzazioni possono anche non essere i sindacati – e non lo saranno nella prospettiva di una brusca svolta nel senso dell’assalto rivoluzionario, come non furono essi ma i soviet, in una situazione di virtuale dualismo di potere, l’anello di congiunzione fra partito e classe nella rivoluzione russa. Nulla però esclude sul piano mondiale che, in paesi non immediatamente invasi dalla fiammata rivoluzionaria ma in fase di travagliata maturazione di essa, rinascano organismi in senso stretto economici, in cui non regnerebbe certo la quiete apparente del cosiddetto e per sempre defunto periodo “idilliaco” o “democratico” del capitalismo, ma divamperebbe di nuovo, assai più che nel primo dopoguerra, l’alta tensione politica delle svolte storiche in cui l’acutizzarsi degli antagonismi economici e sociali si riflette nell’aprirsi di profonde lacerazioni in seno alla classe sfruttata e nell’esasperarsi del cozzo fra la sua avanguardia e le esitanti e renitenti retroguardie” (26). Ciò che nel 1951 era ritenuto indispensabile e cioè la rinascita del sindacato di classe, nel 1972 divenne non solo dispensabile, ma si ridusse ad una remota eventualità, qualcosa che “nulla esclude”, ma solo nei paesi più lontani dalla fiammata della ripresa rivoluzionaria, dove cioè il brusco soprassalto della Rivoluzione non metterà subito all’ordine del giorno il sorgere di organismi immediati di natura politica. Laddove poi i “Punti di orientamento sindacali” affermano che il Partito, riconoscendo nei vari Comitati “il sintomo di una istintiva reazione proletaria allo stato di impotenza al quale i sindacati riducono le sue lotte e rivendicazioni, deve trarne motivo per inculcare in uno strato sia pure esile di sfruttati la coscienza di come i loro sforzi, per quanto generosi, siano condannati a rimanere sterili se la classe non trova in sè la forza di provocare e compiere una inversione completa di rotta politica in direzione dell’attacco diretto e generale al potere capitalistico” (27), l’errore non sta nel fatto di misconoscere il ruolo indispensabile del Partito: non si dice infatti che gli operai dovranno trovare “da sé” la forza di elevarsi sul piano dell’attacco politico contro il Capitale, ma che dovranno trovarla “in sé” e, beninteso, grazie all’intervento del Partito. L’errore sta invece nel modo velleitario, antimarxista ed infantile di concepire l’intervento del Partito, che dovrebbe, sulla falsariga dell’estremismo “occidentale” di falsa sinistra, dire ai proletari che a nulla valgono i loro generosi sforzi sul piano della grigia lotta quotidiana di difesa se non capiscono che devono trovare in sé la forza di attaccare politicamente il Capitalismo. Quella che i “Punti sindacali” delineano in omaggio ad una nuova sbornia attivistica è una vera e propria inversione delle determinanti materiali della storia, che ci impongono di sapere e di dire ai proletari che senza la grigia lotta quotidiana di difesa economica e senza la rinascita dei grandi organismi sindacali ad essa deputati a nulla vale la predicazione dell’attacco finale ed in ogni caso la sua effettiva attuazione, anche in presenza dei soviet, sarebbe solo il preludio dell’ennesimo massacro della nostra parte. E che ci impongono di dire con altrettanta chiarezza che, sulla base
26 “Il Partito di fronte alla «Questione Sindacale»”, il programma comunista, N.3 del 1972
27 Ibidem.
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di quanto stabiliscono le Tesi della Sinistra, i soviet sono, al contrario dei sindacati, degli organismi necessari alla dittatura proletaria ma dispensabili prima della vittoria rivoluzionaria, nel senso che non è detto che sorgano prima dell’assalto finale ai poteri borghesi e, se dovessero sorgere in tali condizioni, sarebbero da considerare degli organismi ad alto rischio di convertirsi in fattori controrivoluzionari (28). Caddero dunque nel 1972 le formule di prima, quelle ormai palesemente insostenibili, restò la sopravvalutazione dei rapporti di forza, il prendere lucciole per lanterne, ma quel che è peggio è che la “comitatomania” distrusse la concezione marxista tanto dei sindacati quanto dei soviet (27) per correre dietro alle “avanguardie” emergenti da una presunta “area rivoluzionaria” e ruppe le delimitazioni tattiche che ci vietano di addivenire a dei fronti unici politici comunque camuffati. Ancora peggiore di quello del “sindacato rosso” è l’”errore” di chi oggi pretende non solo che l’attuale sindacato (salvo casi particolari) sia riformista e non tricolore, non solo cioè che esso non sia organicamente infeudato allo Stato, ma presume addirittura di poter classificare come “non opportunisti” una parte degli attuali quadri sindacali, quei militanti sindacali che una imprecisata “dinamica già in movimento” oggi andrebbe sempre più contrapponendo ai vertici sindacali riformisti, e che sono da identificare presumibilmente nella cosiddetta “sinistra sindacale”. Abbiamo prima ripercorso i punti nodali delle discussioni avvenute nel Partito sulla “Questione sindacale” e riconosciuto la natura e l’origine delle successive deviazioni, di cui quella attuale è solo l’appendice eclettica, dato che mette assieme quel tanto di “sindacato rosso” che serve a contrabbandare l’idea di un sindacato “riformista” e non ancora statizzato con quel tanto di “area rivoluzionaria” che serve a scodinzolare dietro alla “sinistra sindacale”, vista come parte di quell’area e quindi come soggetto “interessante” allo stesso titolo dei brandelli dell’opportunismo politico in via di decomposizione. Ciò che significa scivolare
28 Dalle “Tesi della Frazione Comunista Astensionista del PSI” (1920) si ricava anzitutto che, se è vero che “le organizzazioni economiche professionali non possono essere considerate dal comunisti né come organi sufficienti alla lotta per la rivoluzione proletaria, né come organi fondamentali dell’economia comunista”, deve essere tuttavia affermato nello stesso tempo senza esitazioni che “i comunisti considerano il sindacato come il campo di una prima esperienza proletaria, che permette ai lavoratori di precedere oltre, verso il concetto e la pratica della lotta politica il cui organo è il partito di classe” (Parte II, Tesi n° 10). In secondo luogo apprendiamo dalle stesse Tesi che: “I soviety o consigli degli operai, contadini e soldati costituiscono gli organi del potere proletario e non possono esercitare la loro vera funzione che dopo l’abbattimento dei dominio borghese. I soviety non sono per se stessi organi di lotta rivoluzionaria; essi divengono rivoluzionari quando la loro maggioranza e conquistata dal partito comunista. I consigli operai possono sorgere anche prima della rivoluzione, in un periodo di crisi acuta in cui il potere dello stato borghese sia messe in serio pericolo. L’iniziativa della costituzione dei soviety può essere una necessità per il partito in una situazione rivoluzionaria, ma non è un mezzo per provocare tale situazione. Se il potere della borghesia si rinsalda, il sopravvivere dei consigli può presentare un serio pericolo per la lotta rivoluzionaria, quello cioè della conciliazione e combinazione degli organi proletari con gli istituti della democrazia borghese” (Parte III, Tesi n° 13).
27 I “Punti sindacali” del 1972 citano l’esempio dell’Ottobre 1917 per dimostrare che i soviet potrebbero benissimo sostituirsi ai sindacati come anello di congiunzione tra partito e classe, ma lo fanno dimenticandosi sia che i soviet di Luglio erano ferocemente anti-bolscevichi (altro che “anello di congiunzione”!) sia che in Russia il terreno su cui la rivoluzione si levò e vinse era stato fecondato da decenni di lotte sindacali fervidissime, e che senza questa enorme e preliminare opera condotta sul terreno strettamente economico da sindacati non infeudati allo Stato a nulla sarebbe valso il sorgere di soviet che sarebbero stati, viceversa, condannati a svolgere un servizio ausiliario alla democrazia ed allo Stato borghese. In alte parole: nell’Ottobre i soviet vengono sul proscenio come organismo intermedio solo perché un altro tipo di organismi intermedi, quelli sindacali, avevano per anni sgombrato il terreno alla rivoluzione.
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ancora più in basso di prima: grazie a questa brillante “strategia” infatti il risultato che si ottiene è quello di avere le mani libere per poter addivenire a pateracchi con chicchessia. Ci si “dimentica” che i rappresentanti della “sinistra sindacale” sono dei funzionari statali come gli altri, come i destri, e che la loro “opposizione” ai vertici sindacali vale tanto quanto quella dei D.S. o di Rifondazione Comunista nei confronti del governo Berlusconi, e cioè che essa rientra a tutti gli effetti nel solito “gioco delle parti” che abbiamo il dovere di smascherare, non certo di avallare. Almeno all’epoca del “sindacato rosso” ci si era lanciati, anche se in modo velleitario, fuori cioè da qualsiasi corretto apprezzamento dei reali rapporti di forza, a quella “conquista dei sindacati, magari a legnate” che la Sinistra, come si è visto prima, non aveva affatto escluso. Adesso si pretende che il presunto “carattere classista” della CGIL, anziché fluttuare in spazi indeterminati, si incarni addirittura fisicamente in una parte dei funzionari e dei militanti sindacali, che si presume di poter contrapporre ai vertici “riformisti”, e si finisce quindi col vaneggiare di una “conquista dei sindacati magari con l’aiuto della sinistra sindacale”. Il Partito rimane quindi oggi “fermo nel convincimento che la fase di ripresa non potrà che coincidere col rifiorire di un associazionismo economico sindacale delle masse” (28) senza lasciarsi sedurre da una visione distorta, che, sulla falsariga dei “Punti di orientamento sindacali” del 1972, preveda rifiorire di tale associazionismo direttamente sul terreno politico gettando così a mare il sindacato come organismo intermedio tra il Partito e la classe, e senza vincolarsi a nessuna particolare forma organizzativa in cui imbracare fin d’ora le possibili modalità della futura rinascita del sindacalismo classista. Per l’immediato, vi è da considerare che, nonostante la crescente desindacalizzazione delle masse operaie, resta il fatto che ad un calo degli iscritti non ha corrisposto una parallela riduzione della capacità di mobilitazione dei lavoratori da parte dei sindacati tricolori. E, soprattutto, deve far riflettere la constatazione che l’“abbandono del sindacato” da parte dei lavoratori non ha coinciso con una rinnovata spinta a lottare contro il capitalismo, ma con un ripiegamento degli operai nel guscio dei loro particolarismi fino ad una autentica atomizzazione della classe, e che l’esperienza di questi ultimi anni ha mostrato, a riprova di ciò, che nelle fabbriche dove manca il sindacato non vi sono lotte. Pertanto l’obiettivo di raggiungere i proletari lavorando, dove è possibile, anche all’interno dei sindacati attuali non è da ritenere oggi decaduto, e ha tuttora ragion d’essere la nostra tradizionale consegna di lavorare “dentro e fuori i sindacati” anche se -non per nostra “scelta”, ma la pressione dei fatti materiali, di cui il sempre più robusto “cordone sanitario” eretto nel sindacato contro i rivoluzionari è parte integrante- ci vediamo oggi costretti a lavorare soprattutto fuori dai sindacati esistenti. Se la ripresa della lotta di classe che attendiamo anziché spingere gli operai –come sembra più probabile- a forgiare dei nuovi organismi di difesa economica, il che significa dei nuovi organismi sindacali, rinsanguerà con un nuovo afflusso di energie proletarie gli odierni sindacati tricolore noi non ci rifiuteremo certo in nome di un malinteso “purismo” rivoluzionario di riprendere a lavorare in misura anche prevalente all’interno di quelle fradice strutture per il semplice motivo che lì e non altrove si trova, in quella ipotesi, la massa operaia che vogliamo raggiungere con la nostra parola. E se la carica di violenza sociale espressa dal proletariato ce lo consentirà, ne tenteremo anche la conquista “a legnate”. Ma per l’oggi una
28 “Tesi caratteristiche del Partito”, 1951.
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simile prospettiva resta esclusa sulla base della valutazione dei rapporti di forza esistenti, e la nostra consegna è solo quella di resistere nel rivendicare obiettivi e metodi classisti dovunque ci sia consentito di farlo, guardandoci bene dall’aderire alla linea controrivoluzionaria di un sindacato completamente ligio allo Stato democratico anche nelle sue varianti di pseudosinistra, ma evitando anche di cadere nell’errore infantile di un “boicottaggio”, che coinciderebbe, per la stragrande maggioranza degli operai, solo con un ulteriore ritiro dalla lotta.
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Punto n°24: la questione nazionale
QUELLA DELLA AUTODECISIONE NAZIONALE -O “AUTODETERMINAZINE DEI POPOLI”- E’ UNA PAROLA D’ORDINE CHE APPARTIENE AL PASSATO DEL MOVIMENTO OPERAIO. A titolo di conclusione del lavoro organico di Partito svolto sul tema della questione nazionale, lavoro che in tanto era indispensabile in quanto doveva dire una parola definitiva in merito, abbiamo stabilito sulla base della disamina dei nostri testi classici che la parola d’ordine di Lenin della autodeterminazione o autodecisione nazionale deve essere oggi abbandonata in quanto col 1975 si è chiuso il ciclo delle lotte anticoloniali del secondo dopoguerra in Asia e in Africa e quello delle “doppie rivoluzioni” a livello mondiale. L’idea che stava alla base della parola d’ordine leninista dell’autodeterminazione dei popoli e delle nazioni, partiva dal presupposto che se una nazione nel capitalismo non è ancora riuscita a darsi una Stato proprio, non per questo è una nazione sminuita, e dunque non ha meno diritto di un’altra di disporre di se stessa. Non è necessario uno Stato proprio e distinto perché una nazione esista e sia riconosciuta come tale, ma, per il fatto di esistere, essa ha il diritto ad uno stato proprio (autodeterminazione). Se l’applicazione di questo principio già ai tempi di Lenin era chiaramente subordinata agli “interessi della rivoluzione mondiale”, il suo significato originario, in breve, era che il “diritto al divorzio” di una nazione oppressa dallo Stato che la ingloba non significa “obbligo di divorziare”. Pur riconoscendo in linea di principio e di fatto questo diritto dei popoli oppressi a separarsi “se lo desiderano”, i comunisti quindi non avrebbero dovuto invitare il proletariato della nazione oppressa a battersi comunque ed in ogni circostanza per affermarlo, ed in particolare non avrebbero dovuto sostenere la formazione di nuovi Stati indipendenti se non nei casi in cui la lotta nazionale si svolgesse ancora nel quadro di una “doppia rivoluzione” e non fosse incompatibile con gli interessi della classe operaia e del proletariato mondiale. Oggi quel quadro non esiste più in nessun angolo del pianeta: pertanto l’uso di un termine che, sia pure impropriamente, può dare a intendere che il Partito inviti qualsiasi proletariato, sia pure appartenente alla nazionalità predominante, ad appoggiare la rivendicazione di indipendenza nazionale avanzata da qualsiasi borghesia nazionale, per quanto oppressa, rappresenta un vero e proprio crimine, una abdicazione ai compiti imposti in ogni parte del globo dal premere di una rivoluzione proletaria “pura” nelle viscere di un capitalismo che ha fatto finalmente il giro del mondo. Il fatto che il Centro nel 1993 avesse chiaramente identificato nella “sopravvalutazione della lotta palestinese in quanto «terreno di classe»” e nel “lancio di parole d’ordine para-democratiche in Algeria” (1) le manifestazioni più eclatanti di quel movimentismo che era stato all’origine dell’esplosione del Partito nell’82-83 ci imponeva infatti in modo inderogabile di chiudere definitivamente la questione. Fare altrimenti non ha significato altro che lasciare la porta aperta al ritorno in campo della tesi fasulla sulla necessità di “supplementi di rivoluzione borghese” nei paesi della cosiddetta “periferia” del capitalismo, sulla quale ci siamo soffermati al Punto n° 3. Il fatto grave, in altri termini, è che sia stata sospesa la formulazione delle conseguenze tattiche di un giudizio storico già pronunziato. Per un elementare dovere di chiarezza siamo costretti a questo punto a riprendere in mano materiali (lettere e Circolari) dei quali abbiamo volentieri fatto finora a meno, ma che in questo caso si
1 Lettera del Centro a Parigi del 29.III.1993.
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intrecciano troppo strettamente con la polemica politica per poter essere messi da parte. Nella Lettera centrale del 10.6.00 dopo una Riunione Interregionale ad esso consacrata, si sintetizzava la conclusione del lungo lavoro sulla “Questione Nazionale” pubblicato in diverse puntate si “il programma comunista” nei seguenti termini: “Il P. ritiene che la fase dei moti nazionali e anticoloniali –nei quali spettavano al proletariato anche compiti borghesi, da attuare comunque in totale autonomia politico-organzzativa- si sia conclusa intorno alla metà degli anni Settanta (Tall el Zaatar, ecc.) e che dunque non resti alcuno spazio, in nessuna area geo-storica, per prospettive di “rivoluzione doppia”. Ma la chiusura del ciclo delle doppie rivoluzioni non significa l’eliminazione di situazioni di oppressione nazionale dove il P., tenendo ferma la rotta e la necessità dello sviluppo rivoluzionario e dell’unione del movimento proletario internazionale, deve ancora mantenere la direttiva dell’autodecisione e della dialettica realizzazione dell’unità proletaria internazionale, attraverso opposte consegne per il proletariato dei paesi oppressori e per quello dei paesi oppressi”, assegnando tuttavia alla parola d’ordine dell’autodecisione un significato politico che “attiene alla necessità del disfattismo rivoluzionario nei confronti della borghesia della propria nazione e della lotta contro ogni sciovinismo nazionale palese o mascherato”. Si precisava infatti di seguito che “solo se il proletariato del paese oppressore riconosce il diritto di separazione a quello del paese o della nazionalità oppressa, esso rompe i legami «di fatto» con la propria borghesia e consente contemporaneamente al proletariato del paese oppresso di abbracciare materialmente la consegna dell’unione col proletariato del paese oppressore”. In questa sintesi si era parlato di una “opposta consegna” per il proletariato del paese oppresso e per quello del paese oppressore al solo scopo di non fare confusione parlando, come sarebbe stato più corretto, di una “doppia consegna”, termine che purtroppo riecheggia involontariamente quello, ormai storicamente escluso, di “doppia rivoluzione”. Ma sarebbe stato meglio chiarire subito il fatto cruciale che riconoscere il diritto alla separazione della nazione oppressa non equivale a sostenere o appoggiare la causa di tale separazione, come accadeva e non poteva non accadere nel contesto delle “doppie rivoluzioni”, ma implica al contrario il fatto di opporvisi, anche se con la propaganda rivoluzionaria, naturalmente, e non certo con le baionette. E che proprio perciò le consegne per il proletariato del paese oppressore e per quello del paese oppresso sono diverse ma non opposte: la prima infatti accentua e pone in primo piano un disfattismo ed un anti-sciovinismo che si estende fino alla difesa del diritto alla separazione della nazionalità oppressa o non è nulla, mentre la seconda accentua invece la necessità storica dell’affasciamento del proletariato internazionale in un unico fronte di lotta contro tutti i capitalismi nazionali ed il rigetto di tutte le suggestioni reazionarie dell’indipendentismo. Nella Lettera sopra citata si annunciava inoltre che la parte conclusiva del Rapporto sulla “Questione Nazionale” sarebbe stata “pubblicata sul numero di settembre del nostro giornale”. Nella Circolare centrale n° 2 (21.5.01) si faceva correttamente presente circa la pubblicazione di quelle conclusioni che “per adesso si è ritenuto opportuno soprassedere in quanto le riunioni tenutesi in proposito e i diversi elaborati e contributi ricevuti dal C. non ci hanno consentito di dirimere alcuni dubbi relativi all’impiego o meno della formula dell’«autodecisione», quale forma (particolare e non tipica) di manifestazione del disfattismo rivoluzionario in un’epoca che ormai non mette più all’ordine del giorno in nessuna area geostorica la «rivoluzione doppia»” e altrettanto correttamente si comunicava che “si rende necessario un ulteriore lavoro che ci consenta di arrivare alla massima chiarezza”. 132
Quelli a cui lo studio era stato affidato svolsero tale “ulteriore lavoro”, per cui la successiva Circolare dell’8.6.01, prendendone atto, annunciava nuovamente che “restano da pubblicare i rapporti presentati all’ultima R.G. e la puntata conclusiva dello studio sulla «Questione Nazionale»”. Da allora in poi non solo non è stato pubblicato più nulla, ma nell’arco di due anni non una sola nota, nonostante le ripetute sollecitazioni, è stata inviata dal Centro a coloro che avevano svolto l’ulteriore lavoro che si era reso necessario, neppure per criticare o correggere le conclusioni cui essi erano pervenuti. Vale la pena allora di puntualizzare che tali conclusioni andavano nel senso di seppellire definitivamente la formula dell’«autodecisione» sulla base di un’elaborazione che può ben dirsi collettiva in quanto era stata il frutto di un travaglio che aveva coinvolto tutto il Partito. In un primo tempo infatti la validità attuale di quella formula era stata bensì confermata, ma solo a ben definite condizioni (che si trattasse di vere nazioni oppresse e non dei “popoli senza storia” di cui parla Engels, che l’oppressione nazionale fosse caratterizzata da una “persistenza” storica, ed infine che il proletariato del paese oppresso fosse ancora irretito dal nazionalismo della “sua” borghesia) e, soprattutto, era stata confermata nel rispetto più rigoroso del vero significato che a tale parola d’ordine nelle aree pienamente capitaliste si deve assegnare: nessun appoggio o sostegno alle rivendicazioni di indipendenza nazionale dei popoli oppressi, neppure da parte dei proletari del paese oppressore, ma solo disfattismo da parte di questi ultimi verso la loro borghesia, disfattismo che non può non esprimersi anche contro le vessazioni nazionali da essa perpetrate, e che quindi deve necessariamente spingersi anche fino a riconoscere il diritto della nazionalità oppressa a separarsi “se lo desidera” (Lenin), ma che mai e poi mai potrà corrispondere al fatto di manifestare anche solo una generica simpatia per una simile rivendicazione aderente a prospettive ormai antistoriche e reazionarie. Antistoriche perché il capitalismo si è già impiantato e reazionarie perché propugnano lo spezzamento della classe operaia in segmenti nazionali. Gli estensori materiali dello studio sulla «Questione Nazionale», che così avevano inquadrato il problema, non compresero dapprima le resistenze che da più parti si levavano nel Partito contro una formulazione apparentemente ineccepibile, non avvedendosi che un contenuto politico ineccepibile dal punto di vista marxista veniva poi calato dentro una formula -quella, appunto, dell’«autodecisione»- che non lo era altrettanto. Attenendosi al criterio del centralismo organico, che afferma che se delle resistenze nel Partito vi sono, vuol dire che qualcosa non va nelle proposizioni politiche adottate, essi giunsero poi a individuare questo “qualcosa”, identificandolo non già nel contenuto politico delle conclusioni cui si era pervenuti, ma nel fatto di mantenere in vita una formula equivoca. Ciò che gli estensori materiali degli articoli non avevano visto è che sono passati ormai più di 80 anni da quando la III Internazionale scrisse quella formula sulle proprie bandiere, 80 anni di una controrivoluzione che ha azzerato la memoria storica della classe operaia mondiale e che ha riempito quella formula di altri ed opposti contenuti. Per cui leggendo sulla nostra stampa o ascoltando dalla nostra voce la formula dell’«autodecisione nazionale» nessun proletario sarebbe oggi in grado di riconoscerne il vero significato. La sua mente non associa più quella formula a Lenin, ma a Fidel Castro o a Ho Chi Minh, se non addirittura all’intervento “umanitario” degli USA per l’autodecisione nazionale del Kossovo. Il significato che oggi comunemente si dà a quella formula, insomma, è opposto a quello originario e si identifica, per l’appunto, nel 133
sostegno alla causa dell’indipendenza nazionale di questo o quel “popolo oppresso” e quindi della costituzione di nuovi Stati borghesi. L’unica soluzione corretta dal punto di vista del funzionamento organico del Partito (nel senso che non era l’espressione di “pensate”individuali, ma il risultato del convergere di impulsi provenienti da tutta la sua rete) era pertanto quella di liquidare una formula che –oltre che inadeguata ed amarxista da sempre- aveva il difetto imperdonabile di farci confondere con tutto il ciarpame terzomondista, che si pasce proprio dei sogni impotenti e reazionari di indipendenza nazionale dei “piccoli popoli”. E di fare ciò senza deflettere di un millimetro dalla difesa dell’originale contenuto che era stato adagiato dentro a una formula ormai obsoleta: esortare i proletari dei paesi oppressori ad essere disfattisti fino in fondo, fino a sabotare le imprese scioviniste della loro borghesia volte a bombardare massacrare reprimere nel sangue le nazionalità soggiogate ma non dome, fino alla difesa del diritto di queste ultime a costituire un loro Stato indipendente “se lo desiderano”, ma senza mai stancarsi di gridare loro la vera parola d’ordine del Partito, che non è quella di concedere diritti di indipendenza a chicchessia, che non è quella di propugnare la formazione di nuovi stati-galera per qualsiasi proletariato, ma è quella di sostenere col massimo vigore la prospettiva luminosa della «unione non coercitiva delle nazioni», parola d’ordine in regola col materialismo storico, che non abbiamo avuto bisogno di inventare perché è di Lenin, e che ha il pregio di non esporci a pericolosi equivoci e di non impegolarci in metafisiche rivendicazioni di autonomie giuridiche. L’immotivato rifiuto di pubblicare queste conclusioni è equivalso a calpestare non tanto gli esecutori materiali del lavoro, ma tutto il Partito, sulla base dei cui impulsi tali conclusioni erano state raggiunte. Ed il risultato politico di questa improvvisa ed immotivata sospensione è stato quello di consentire alla Centrale di continuare a tracciare delle direttive à son goût, dettate cioè dagli umori del momento e magari anche dall’orientamento degli interlocutori politici del momento, come è accaduto a proposito del Kurdistan, questione rispetto alla quale sono state pubblicate sul giornale delle posizioni in totale contrasto fra loro (3). E che si assista al fenomeno paradossale per cui dall’America Latina si
3 Nell’articolo “Le false questioni nazionali” (il programma comunista, n° 10, 2002) si afferma infatti che “nel caso del Kurdistan” sono presenti le condizioni che consentono di avanzare “la rivendicazione del diritto di autodecisione”, mentre nell’articolo “La questione palestinese e il movimento operaio internazionale” (il programma comunista, n° 9, 2002) si afferma al contrario che “oggi il ciclo delle lotte e dei movimenti puramente nazionali per la Palestina e tutto il Medio Oriente [di cui il Kurdistan fa parte] è definitivamente privo di qualunque prospettiva storica”. Si deve notare tuttavia en passant che la formula utilizzata nell’articolo, che esclude “movimenti puramente nazionali”, non esclude che nel contesto di movimenti proletari possano ancora essere avanzate parole d’ordine democratiche e nazionali, risollevando dal fango le bandiere lasciate cadere dalla borghesia. Non è tanto importante rilevare una contraddizione tra i due articoli, che comunque risulta evidente agli occhi di qualsiasi lettore che non sia più che allenato alle sottigliezze terminologiche grazie alle quali ciò che viene buttato fuori dalla porta viene fatto rientrare dalla finestra, ma osservare anzitutto che nell’articolo ci si fa beffe del risultato raggiunto dopo anni di lavoro sulla questione nazionale,e cioè della riconosciuta necessità di liquidare il termine “autodecisione nazionale” in quanto esso è fuorviante anche laddove è tuttora giustificato che il proletariato difenda il diritto del popolo oppresso dalla sua borghesia ad andarsene se lo desidera, in quanto la sua utilizzazione lascia presumere che tale difesa coincida col sostegno alla prospettiva dell’indipendenza nazionale, ciò che non è e non può essere in forza del giudizio storico sulla avvenuta chiusura del ciclo rivoluzionario borghese alla scala planetaria, in quanto in altri termini si presta ad una pericolosa confusione tra il disfattismo del proletariato appartenente alla nazionalità dominante nei confronti della propria borghesia e l’appoggio da parte di qualsiasi reparto nazionale del proletariato a qualsiasi rivendicazione di indipendenza nazionale ed a qualsiasi progetto di edificazione di nuovi Stati borghesi. In secondo luogo bisogna osservare che sempre in omaggio al criterio del dispregio del lavoro svolto organicamente dal Partito l’articolo “Le false questioni nazionali” non si prende neppure la briga di precisare da parte di chi la rivendicazione dell’autodecisione
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avvicinano a noi dei compagni sperando di trovare nel nostro Partito delle armi teoriche contro il guerriglierismo terzomondista e che noi rispondiamo a questa esigenza mettendo nelle loro mani articoli come “In memoria di Ernesto «Che» Guevara”, che approdano ad un elogio “marxista” del guevarismo. Allo stesso risultato approdano articoli come quello sul Chiapas messicano (4): si prendono per buoni i dati economico-sociali che compaiono sulle pubblicazioni piccolo-borghesi e che ci presentano il falso quadro di un Messico arretrato ed agricolo, dimenticando l’inurbamento e l’industrializzazione, cioè la proletarizzazione dell’80% del Paese, sicché alla fine tutto cospira a dare l’impressione che siamo ancora nel 1909 o giù di lì e che la rivoluzione borghese sia di là da venire. Le nostre conclusioni “politiche”, che pretendono di criticare le posizioni piccolo-borghesi ed insistono sulla necessità della rivoluzione proletaria, risultano pertanto pura politique d’abord in quanto sono totalmente campate per aria.
kurda (che dovrebbe essere ridefinita come difesa del diritto dei kurdi ad andarsene se lo desiderano) dovrebbe essere avanzata (e cioè che dovrebbe casomai essere avanzata dai proletari turchi, siriani, irakeni e iraniani, ma non certo dai kurdi) e neppure quali sono le “ben precise condizioni” che consentirebbero di avanzarla (e cioè il fatto che l’entità nazionale kurda non sia un ectoplasma creato dall’imperialismo, ma una realtà caratterizzata da una sua persistenza e dignità storica, il fatto che l’oppressione nazionale kurda sia anch’essa una realtà basata su effettive discriminazioni tra proletari appartenenti a differenti nazionalità ed il fatto che il proletariato kurdo sia tuttora inquadrato al seguito della sua borghesia nazionale).
4 il programma comunista, n° 3, 2001.
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Punto n° 25: rapporto tra crisi economica e crisi rivoluzionaria
LA GRANDE CRISI ECONOMICA MONDIALE DI INTERGUERRA INIZIATA NEL 1974-75 NON POSSEDEVA ALL’INIZIO TUTTI I COEFFICIENTI NECESSARI PER TRASCRESCERE IN UNA CRISI SOCIALE E RIVOLUZIONARIA, MA PER SVOLGERSI IN UNA FORMA SENILE DI CRISI CRONICA CHE PERDURA ORMAI DA TRENT’ANNI E CHE NON TRAPASSERA’ FLACCIDAMENTE IN UNA “GUERRA CRONICA”, SOMMATORIA IMPOTENTE DI CONFLITTI LOCALI SEPARATI NEL TEMPO E NELLO SPAZIO, MA SFOCERA’ NECESSARIAMENTE -DOPO L’ESPLOSIONE DELL’ENNESIMA BOLLA SPECULATIVA DI UNA “RIPRESA” FITTIZIA E DROGATA- IN UNA CATASTROFE DI TUTTE LE ECONOMIE DEL GLOBO, PRELUDIO DELLA TERZA GUERRA MONDIALE O DELLA RIVOLUZIONE COMUNISTA. Dobbiamo essere consapevoli che il marxismo, con le sue generalizzazioni, consente di pervenire a conclusioni feconde anche laddove un esame analitico dettagliato (riferito al reperimento di dati fornito dalla serva stampa borghese) sia impossibile. Ma ciò non ci deve far assolutamente pensare che il marxismo sia una sorta di catechismo in base a cui dedurre immancabilmente lo stesso risultato da fatti diversissimi, scordandoci che il materialismo storico non è uno schema a priori, ma è il risultato di un’indagine scientifica, e quindi è valido non in quanto verbalmente attraente, ma perché è verificato dai fatti, i quali, per confermare alcunché, vanno prima di tutto studiati e conosciuti a fondo nella loro specificità e nelle loro relazioni reciproche. Nel compiere anche a grandi linee, e quindi in modo non esaustivo, tale lavoro di analisi, si deve evitare, oltre che ogni transigenza opportunistica, ogni infantile semplificazione: solo a tale duplice condizione infatti il “semilavorato” di oggi potrà essere utilizzato e utilmente stimolare lavori ulteriori e ricerche future. Non è stato purtroppo seguito questo metodo nello svolgimento del lavoro del “gruppo economico”. La debolezza del Partito e la conseguente impossibilità di pervenire attraverso un lavoro organico a conclusioni univoche sul corso del capitalismo, sulla crisi e sulla guerra, sono il frutto di una unilaterale semplificazione di questo lavoro, di una volgarizzazione che è sempre il sintomo di una non corretta o parziale utilizzazione della nostra teoria. Il risultato si è mostrato nel preferire uno dei filoni di posizioni che nell’ambito di quell’organismo di lavoro si erano evidenziati, generando conseguentemente contrasti ancora più profondi, dove invece si trattava non già di “scegliere” la posizione più consona ai propri gusti personali, ma di riprendere il filo incorrotto della nostra tradizione, ed alla sua luce risolvere le divergenze. Ritornare su queste questioni, pertanto, significa per noi ripartire dalle prospettive dello svolgimento del ciclo economico e sociale tracciate dal Partito nel corso della sua passata attività. Tenendo conto che, anche dove esso ha fatto delle “previsioni”, esse non volevano né potevano essere un vaticinio nel senso proprio del termine, ma uno strumento di lavoro che permettesse al Partito di resistere in attesa di un evento storico certo ma lontano. Il nostro Partito aveva previsto nel 1956 che il ciclo di espansione economica post-bellico si sarebbe inevitabilmente concluso, individuando nel 1976 (1) l’epoca in cui
1 Se Trotsky aveva affermato nel dicembre 1926 alla XV conferenza del partito russo che se la rivoluzione europea non avesse prevalso “la Russia bolscevica avrebbe potuto resistere senza falsificare tradizioni, dottrina e programma rivoluzionario anche cinquant’anni”, la Sinistra accettò tale scadenza dei cinquant’anni osservando “che conducono al 1976, data che noi attribuiamo all’incirca al possibile avvento della prossima grande crisi generale del sistema capitalista nel mondo, ovvero alla terza immane
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approssimativamente (2) si sarebbe verificata una nuova, grande crisi di interguerra, della portata di quella del 1929-32, dopo di che si sarebbe nuovamente posto il dilemma guerra mondiale o rivoluzione. Dobbiamo chiederci pertanto alla luce dei dati del corso dell’imperialismo se nel 1974-75 venne una “crisi dei miei stivali” (3) oppure se venne la vera crisi di interguerra che ci attendevamo. Vediamo anzitutto in che termini quella previsione era stata posta. La grande crisi di interguerra, affermò la Sinistra nel 1958, “non potrà svilupparsi se non tra alcuni anni, quando la parola della emulazione e della pace sarà arrivata a svelare il suo contenuto economico: mercato unico mondiale. La crisi non risparmierà allora nessuno Stato” (4). Se tale condizione si verificherà, aveva detto infatti la Sinistra due anni prima, “per il sipario, divenuto un’emulativa ragnatela, la crisi mercantile universale morderà al cuore anche la giovane industria russa. Ciò sarà il risultato di avere unificati i mercati e resa unica la circolazione vitale del mostro capitalista! Ma chi ne unifica il bestiale cuore, unifica la Rivoluzione, che potrebbe, dopo la crisi del secondo interguerra e prima di una terza guerra, trovare la sua ora mondiale” (5). Ciò che il Partito disse è quindi che se i mercati dell’Est e dell’Ovest non saranno unificati, la crisi del secondo interguerra non potrà svilupparsi fino al punto di mordere anche la giovane industria russa, non potrà arrivare al punto di trascinare nel baratro tutti gli Stati esistenti. Non disse affatto, il nostro Partito, che senza unificazione de mercati la crisi di interguerra non sarebbe venuta, ma disse solo che non si sarebbe potuta sviluppare in modo tale da dilaniare simultaneamente tutte le economie del pianeta. E che, non potendo universalizzarsi e quindi esplodere in tutta la sua virulenza, essa non avrebbe potuto avere quelle ripercussioni sociali catastrofiche e, a maggior ragione, quei contraccolpi politici rivoluzionari in cui riponevamo le nostre speranze. Ogni previsione, disse la Sinistra, è condizionata (6). Quindi se alla data del 1974-75 la menzogna del “socialismo”
guerra imperialistica” (“Ripiegamento e tramonto della rivoluzione bolscevica” il programma comunista, n. 12, 1956).
2 Non è importante che la crisi economica sia poi scoppiata, come scoppiò, proprio nella data antiveduta dal Partito, in quanto “come siamo vittime dell’abuso dei nomi dei personaggi illustri, così lo siamo di quello della mania delle date «matematiche»” (“Struttura economica e sociale della Russia d’oggi”, pag. 224). La nostra vittoria fu ben altra: l’aver smentito ancora una volta la tesi delle “magnifiche sorti” del capitale. Quanto alla mania delle date matematiche, noi la respingiamo non perché abbiamo un cattivo rapporto con la matematica, ma perché vi ravvisiamo una manifestazione di tornacontismo individuale: se la rivoluzione arriva entro quel preciso termine, dice infatti il profittatore del Comunismo, allora posso investire su di essa, altrimenti mi conviene puntare su un altro cavallo.
3 Disse la Sinistra in riferimento alla crisi economica del 1957-58 che proprio per l’inflazione “oggi il lavoratore licenziato mangia di meno per doppia ragione, e così tutta la classe operaia” mentre “il profitto è in salvo”, concludendo che proprio perciò si trattava di una “crisi dei miei stivali”, non di una “crisi dei cresi”, come nel 1929-32, ma di una “crisi dei poveri cristi” (“Il corso del capitalismo mondiale…”, il programma comunista, n° 9, 1958).
4 “Il corso del capitalismo mondiale…”, il programma comunista, n° 9, 1958.
5 “Dialogato coi Morti”.
6 Bisogna tenere conto che, anche dove il nostro Partito ha fatto delle “previsioni”, ciò non voleva né poteva essere un vaticinio, ma uno strumento di lavoro che permettesse al Partito di resistere in attesa di un evento storico certo ma lontano. Il Partito scriveva infatti nel 1957, riprendendo un testo del 1924: “Se noi consideriamo l’attività di un partito marxista nel suo aspetto puramente teoretico di studio della situazione e dei suoi sviluppi, dobbiamo certo ammettere che, se questa elaborazione fosse giunta al suo maximum di precisione, dovrebbe essere possibile, almeno in linee generalissime, dire se si è più o meno prossimi alla crisi rivoluzionaria definitiva. Ma, anzitutto, le conclusioni della critica marxista sono in continua elaborazione nel corso del formarsi del proletariato in classe sempre più cosciente e quel grado di perfezione non è che un limite a cui ci si sforza di approssimarsi. In secondo luogo il nostro metodo, più che avere la pretesa di enunciare una profezia in tutte le regole, applica in maniera intelligente il determinismo a stabilire delle enunciazioni in cui una data tesi è condizionata da certe premesse. Più che
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russo sarà già fragorosamente crollata, allora ci potremo attendere anche che “entro in 1975 giunga al mondo la nostra Rivoluzione, plurinazionale, monopartitica e monoclassista” (7). Se, viceversa, il corso economico non unificherà prima la classe operaia di qua e di là dalla “cortina di ferro”, la crisi di interguerra verrà ma non potrà essere il segnale d’avvio della Rivoluzione comunista internazionale. Che questa e non altra sia la lettura della previsione di allora alla quale dobbiamo attenerci non risulta solo da una esegesi scrupolosa dei testi, ma anche, ed in modo assolutamente evidente, da tutta la storia economico-sociale del ciclo precedente, quello del primo interguerra. Nel 1929, in effetti, il mercato mondiale era molto più lontano dall’essersi unificato di quanto non lo fosse nel 1958 e nel 1974: il sipario tra la Russia e l’Ovest non presentava molti varchi e di gare emulative neppure si parlava. Cionondimeno, la grande crisi di interguerra esplose, ma non assunse proporzioni tali da innescare un nuovo ciclo rivoluzionario. “La stessa Russia Sovietica che, secondo la falsa teoria staliniana dovrebbe costruire il socialismo nel chiuso delle sue frontiere, subisce gravissime perdite nel commercio estero ed è costretta a ripristinare le tessere annonarie” (8). Ma il commercio estero alle soglie del 1929 era ancora una frazione molto limitata del prodotto nazionale dell’URSS (9), per cui si può correttamente affermare che in quella data “il nascente e supergiovane capitalismo sovietico non aveva canali di comunicazione con il capitalismo e il mercato internazionale [che] ricominciarono in misura apprezzabile dieci anni più tardi, colla guerra 1939” (10). Ed è questo il motivo per cui l’economia russa non collassò né subito né dopo, ma, al contrario, poté godere del fatto che attraverso il sipario d’acciaio non “potessero passare le fiamme dell’incendio anarchico dei capitalismi troppo maturi” (11). I contraccolpi sociali della crisi, che pur si produssero, come nel 1930-32 in Germania e del 1936 in Ispagna, non ebbero pertanto l’energia sufficiente per sfuggire al destino che li attendeva, che fu quello di essere catturati e incapsulati dalla borghesia sotto la bandiera del fascismo o sotto quella della lotta e poi della guerra antifascista. Il dilemma “guerra o rivoluzione” si risolse pertanto allora in un’unica, obbligata direzione: verso la guerra. Oltre che per difetto di propagazione del “materiale infiammabile”, anche perché un ostacolo di natura
avere la pretesa di enunciare una profezia in tutte le regole, applica in maniera intelligente il determinismo a stabilire delle enunciazioni in cui una data tesi è condizionata da certe premesse. Più che sapere che cosa accadrà, a noi interessa giungere a dire come accadrà un certo processo quando certe condizioni si verificheranno, e cosa ci sarà di diverso se diverse saranno le condizioni […]. Il partito deve sapersi preparare per il comportamento da tenere nelle eventualità più diverse, ma siccome esso è un dato empirico della storia e non il serbatoio della verità assoluta ed indiscutibile […] è interessante che il partito non solo «sappia» che, quando la rivoluzione avverrà, si dovrà agire in quel dato modo ed essere pronti a quei dati compiti, ma «creda» che la rivoluzione verrà il più presto possibile. La rivoluzione totale come scopo dominante deve talmente inspirare l’azione del partito, anche a molti anni da essa che, a patto di non cadere in errori grossolani nella immediata valutazione dei rapporti delle forze, si può affermare «utile» che le previsioni rivoluzionarie siano in qualche anticipo sugli avvenimenti. La storia ci dimostra che chi non ha creduto nelle rivoluzioni non le ha mai fatte: chi ha tante volte attese come imminenti, spesso, se non sempre, le ha viste realizzarsi” (“Lenin nel cammino della rivoluzione”, in “L’estremismo, condanna dei futuri rinnegati”, pag. 31-32).
7 Lettera a Terracini, 4.3.1969.
8 “La «distensione» aspetto recente della crisi capitalistica”, il programma comunista n. 1-6 1960.
9 “Nel 1913 il giro d’affari del commercio estero della Russia zarista rappresentava il 13,2 per cento della produzione nazionale; le cifre corrispondenti per l’Unione Sovietica nel 1925-26 e nel 1926-27 erano il 4,9 e il 4,7 per cento” (E.H. Carr, R.W. Davies, “Le origini della pianificazione sovietica”, Einaudi, Vol. II, pag. 251).
10 “La mentita opposizione tra le forme sociali russe ed occidentali”, il programma comunista, n. 13, 1956.
11 Ibidem.
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politica si oppose alla trasformazione della crisi economica di interguerra in crisi rivoluzionaria: il mito del preteso “socialismo” russo. Fu proprio quel mito, infatti, che alimentò l’adesione dei proletariati europei alla linea politica traditrice dei partiti “comunisti” infeudati a Mosca. Ma quella vera e propria cortina di ferro contro cui dei moti sociali pur generosi e originariamente classisti inesorabilmente si infransero, impedendo alla crisi sociale di trascrescere in crisi rivoluzionaria, e cioè il simulacro bugiardo della “patria del socialismo” da difendere, non era lì per caso, non era piovuto dal cielo come una meteora politica autonoma dalla sottostruttura economica, ma rappresentava il riflesso ideologico e politico della presenza di due mercati separati in Russia e nel resto dell’Europa. Da questi fenomeni storici concretissimi del primo interguerra la Sinistra trasse la lezione che possiamo condensare in una duplice equazione. Mercati separati = vitalità dello stalinismo come potente risorsa anti-rivoluzionaria. Mercati unificati = confessione della natura capitalistica dell’URSS da parte dei dirigenti di laggiù e frantumazione dello stalinismo come arma della controrivoluzione. Ma va aggiunto subito che nella liquidazione della grande menzogna del “socialismo in un solo paese” la Sinistra ha ravvisato una condizione indispensabile ma non sufficiente per il riaprirsi nel secondo interguerra di un nuovo ciclo rivoluzionario, perché a quella prima premessa doveva allinearsi e raccordarsi una seconda, rappresentata dalla persistenza e dallo sviluppo di un Partito veramente comunista, solidamente ancorato alle dorsali storiche del marxismo non adulterato. “Dalla terza guerra mondiale [o dalla crisi di interguerra che la precederà, NdR] nascerebbe la rivoluzione se prima del suo scoppio, che tutto fa ritenere ancora ben lontano, fosse risorto il movimento di classe. La prima condizione per questo arduo risultato è la messa fuori discussione del preteso carattere socialista della Russia presente” (12), mentre invece “ove la guerra anticipi o precipiti questa alternativa rivoluzionaria di classe non c’è: vi saranno al più concomitanti quinte colonne e resistenze partigiane, da cui siamo ben staccati” (13). Si allinea quindi la corretta serie delle subordinate: ci sarà crisi rivoluzionaria prima o durante la terza guerra mondiale solo se prima del suo scoppio risorgerà il movimento autonomo di classe, e quest’ultimo potrà a sua volta risorgere e restare autonomo dalle cerchie statali borghesi solo se sarà ancora vivo e vegeto un Partito Comunista degno di questo nome e se sarà stato demolito prima il mito del “socialismo” in URSS. La “grande confessione”, a sua volta, sarà il risultato inevitabile sul piano sovrastrutturale della unificazione dei mercati dell’Est e dell’Ovest. L’unificazione dei mercati è pertanto condizione necessaria ma non sufficiente, è la prima condizione –disse la Sinistra- ma non è l’unica condizione che deve verificarsi perché non sia di nuovo proiettato il film del primo interguerra, ed alla grande crisi di interguerra possa far seguito, prima o dopo l’inizio della terza guerra mondiale, la nostra Rivoluzione. “E questa crisi generale metterà il mondo alla vigilia di un’altra guerra generale, se non lo metterà alla vigilia della rivoluzione, una delle cui condizioni è lo sviluppo, richiedente decenni, di un partito il cui programma sia distruttivo del «mito del produrre» e del «mito del consumare», legati dal «mito mercantile»” (14). Resta individuata quindi una prima deviazione sul tema del rapporto crisi-rivoluzione: quella non già che deriva in modo meccanico la rivoluzione dalla vera, grande crisi economica, come pretendono oggi i campioni
12 “Dialogato coi Morti”.
13 “Capitalismo classico, socialismo romantico”, il programma comunista n. 2, 1953.
14 “Il corso del capitalismo mondiale…”, il programma comunista, n° 9, 1958.
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della “politique d’abord”, ma quella che deriva la rivoluzione dalla crisi economica in modo frettoloso e sbrigativo, senza soffermarsi ad analizzare quali sono i coefficienti economici che fanno veramente della crisi il motore della rivoluzione, il formidabile bulldozer che spiana il cammino ad un nuovo assalto al cielo. Per spingere le masse operaie a tanto occorre che la profondità della crisi economica sia tale da far sì che esse, come disse la Sinistra nel testo “Intellettuali e Marxismo” (1949), “si rivoltino nell’affamamento”. Questo e non altro significa crisi dirompente, crisi a mercati unificati, crisi che spezza il bestiale cuore unificato del Capitale mondiale. L’errore compiuto dal nostro Partito all’epoca del “Nuovo Corso” che precedette il 1982 non fu, come oggi si opina, quello “meccanicista” di ritenere che tra crisi e rivoluzione vi sia un rapporto necessario di causa ed effetto, ignorando che altri fattori (politici, nella fattispecie) possono intervenire ad invertire le determinanti economiche, perché a questo modo il determinismo economico marxista va a farsi fottere. Perché la dialettica, giusta gli insegnamenti della Sinistra, non sta nel fatto di ritenere che la struttura plasma sì la sovrastruttura ma poi questa rifà la struttura a modo suo, ma nel fatto di riuscire a identificare i cosiddetti “fattori politici”, che indubbiamente giocano un ruolo nelle vicende storiche, non come fattori a sé, dotati di una loro autonomia, ma come il prodotto del sottostante svolgimento dei fatti economici. Se analizziamo in modo dialettico le cose allora non concluderemo che l’economia borghese è impotente a generare la sua negazione, se la Madama la Politica non arriva dall’esterno a soccorrerci, ma che l’economia borghese genera la sua negazione, come la genererà, solo se determinati coefficienti si combinano (effetto moltiplicatore dell’unificazione dei mercati e della universalizzazione del dominio del capitale sul carattere catastrofico del decorso della crisi economica), coefficienti della cui combinazione i “fattori politici” non sono che il riflesso. L’errore fu quindi quello di non accorgersi per troppa fretta di correre a raccogliere i risultati sperati, che non tutti i coefficienti e le condizioni economiche perché la crisi potesse partorire la rivoluzione erano allora presenti. Ed apriamo a questo proposito una piccola ma doverosa parentesi: il “Nuovo Corso” non solo non si ridusse a questo errore, ma neppure fu ad esso imputabile, come ritengono i suoi attuali eredi. No: quello di vedere la rivoluzione più vicina di quanto non fosse in realtà fu certo un errore che il “Nuovo Corso” commise, ma non è lì che va individuata la rottura con la linea del Partito storico, che mai si riduce ad un errore di valutazione che può essere di volta in volta comprensibile o addirittura necessario. Il punto è che anche se quella valutazione fosse stata corretta, fu comunque errata la tattica che si volle dedurne, se di “errore” si può parlare. La vicinanza della situazione rivoluzionaria, insomma, non solo non giustifica le capriole tattiche, i fronti unici, il disprezzo per la teoria, il caporalismo disciplinare, insomma il bestiale rinnegamento dei principi comunisti che rappresentò la sostanza del Nuovo Corso, ma lo condanna senza appello: ciò che è tradimento nelle condizioni ordinarie diventa infatti alto tradimento nei periodi pre-rivoluzionari. Assieme alla proposizione che individuava la crisi economica del 1974-75 come una crisi economica e nello stesso tempo anche sociale e, soprattutto, come una crisi rivoluzionaria (o pre-rivoluzionaria), va respinta anche l’altra proposizione, ad essa simmetrica, che procede da una analoga semplificazione del nostro metodo: quella che pretende di escludere che la crisi del 1974-75, non avendo determinato le ripercussioni sociali e politiche attese, sia la vera crisi di interguerra antiveduta dal nostro Partito fin dal 1958 o comunque ne abbia
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costituito l’inizio, e quindi da un lato ne riduce la portata a quella di una “crisetta” tipo 1957-58, dall’altro postula che la crisi di interguerra sarebbe ancora di là da venire, rimandandosi di conseguenza l’alternativa “guerra o rivoluzione”, di almeno un altro quindicennio da adesso. Questa è solo una diversa versione dello stesso schema erroneo di allora. Ammesso e non concesso che dobbiamo escludere che la crisi del 1974-75 abbia rappresentato l’inizio della vera crisi di interguerra, tale conclusione deve infatti poggiare su ben altri argomenti che non sulla semplice constatazione del mancato sbocco della suddetta crisi nella ripresa generale della lotta di classe e rivoluzionaria. Delimitato il campo d’indagine dalle due controtesi sopra richiamate e che scaturiscono da un uso improprio del nostro metodo, procediamo oltre cercando di attenerci ad esso nel modo più rigoroso. “Il quesito –affermava il Partito nel 1958- è quello se si presenterà nell’avvenire una crisi mondiale con la stessa profondità di quella di allora [1929-32]. La nostra risposta è […] nel senso che una tale crisi verrà, e che essa precederà di molto una terza guerra mondiale e porrà prima di essa l’eventualità di una ripresa internazionale della lotta di classe e della possibile guerra sociale, sola alternativa alla catastrofe del conflitto imperialistico” (15). Ecco di nuovo una concatenata serie: crisi economica mondiale – ripresa internazionale della lotta di classe prima di una terza guerra mondiale – rivoluzione comunista, che tronca il cammino del capitalismo verso il nuovo macello imperialista. “La vera e propria crisi che si porrà storicamente tra seconda e terza guerra mondiale [e che proprio perciò prende il nome di “crisi di interguerra”] sarà, più ancora di quella tra prima e seconda, internazionale, e ne è una prova quanto andiamo sottolineando sulla collaborazione del capitalismo di Stato russo alle «misure anticrisi»; collaborazione che, culminando nella terapia della estensione del commercio mondiale tra i due pretesi blocchi, anche colla sola sua presentazione ideologica sta invece a provare, con forza dialettica, che la prossima autentica crisi di sovraproduzione colpirà ad un tempo tutte le mostruose macchine produttive del mondo, sarà la crisi della follia iperproduttiva che accomuna USA ed URSS nella vantata, da entrambe, competizione emulativa” (16). Limitiamoci a chiosare il testo evidenziando i caratteri distintivi della crisi d’interguerra che il Partito attendeva: a) essa si presenterà con la stessa profondità di quella del 1929-32; b) sarà più ancora di quella internazionale. Soffermiamoci su questo secondo aspetto: sarà una crisi più internazionale di quella del 1929-32 nel senso che colpirà anche ad Est se e nella misura in cui i mercati di Est e Ovest saranno a quella data unificati. Giova a questo proposito osservare che tale processo di integrazione non si presenta come un fenomeno “tutto o nulla” ma come un fenomeno che si è sviluppato per gradi, come accade di regola nell’ambito delle trasformazioni economiche: mentre le conseguenze ideologiche e politiche si presentano in modo catastrofico (abiura del falso socialismo, confessione della natura capitalistica dell’URSS, crollo dei giganteschi apparati dei partiti “comunisti” dell’Est), il processo economico sottostante è molecolare, procede creando via via sbreghi sempre più grandi nel sipario, che si trasforma a poco a poco in una ragnatela sempre più esile. Il che significa: il commercio estero dell’URSS, pur grandeggiante alla data 1974-75 (17), non aveva
15 “Il corso del capitalismo mondiale…”, il programma comunista, n° 9, 1958.
16 Ibidem.
17 L’interscambio totale dell’URSS era di 22.1 miliardi di rubli nel 1970, di 50,7 nel 1975 e raggiungerà i 94,1 nel 1980 (da: Vladimir Sergeevic Alkhimov, “La Banca di Stato dell’Unione Sovietica 1921-1981”, Cariplo-Laterza, pag. 147). Posto che il reddito nazionale russo del 1975 era di 362 miliardi di rubli (“Il mito
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tuttavia portato l’integrazione tra i due blocchi ad un punto tale da provocare, all’insorgere della crisi negli epicentri occidentali, l’immediato sconvolgimento delle economie dell’Est, ciò che se da un lato avrebbe reso la crisi simultanea, ponendo così le premesse per l’unificazione della Rivoluzione, dall’altro avrebbe reso ancor più esplosiva e rovinosa la sua deflagrazione. Ma il processo di avvicinamento reciproco delle due metà del bestiale cuore si era in realtà spinto abbastanza avanti, sicché le ripercussioni della crisi d’Occidente provocarono, purtroppo non subito, ma dopo 15 anni di lenta erosione -cui corrisposero politicamente le parole di glasnost e di perestroika- il collasso dell’economia russa e, di riflesso, il crollo del PCUS e la tanto attesa “grande confessione”. Ma va osservato anche che il processo dell’integrazione crescente delle economie nazionali riguarda in realtà tutto il pianeta, e che le economie dell’Ovest si presentarono all’appuntamento del 1974 molto più integrate e quindi interdipendenti tra loro di quanto non lo fossero nel 1929. Il grado di integrazione delle economie occidentali tra loro e dei due blocchi lo si desume dallo sviluppo del commercio estero registratosi dal 1929 al 1974. Quanto al primo aspetto, dobbiamo chiederci come si misura la profondità della crisi economica. Secondo gli insegnamenti della Sinistra, condensati nel “Corso del capitalismo mondiale” (18), i parametri da prendere in esame sono i seguenti: I) “l’arresto dell’aumento dell’indice di produzione industriale fisica ed il suo ripiegare”; II) “la diminuzione del prodotto lordo nazionale o gross national product”; il movimento all’ingiù di questi due parametri si ha “in tutte le crisi grandi o piccole esaminate”, ragion per cui la discriminazione tra crisi grandi e piccole si ricava dalla misurazione quantitativa di entrambi; III) l’incremento del potere d’acquisto del denaro, manifestazione che caratterizza “la vera crisi in profondo della produzione capitalistica”: posto che “nella vera crisi [1929-32] vi furono tutte le diavolerie meno l’inflazione” e anzi “i prezzi precipitarono, paurosamente quelli all’ingrosso, […] meno decisamente, ma sempre abbastanza […] quelli al dettaglio”, ne risulta che nella nostra analisi va dato grande rilievo all’andamento che riguarda “l’indice del costo della vita”, che è l’inverso del potere d’acquisto del denaro e che smette di salire e addirittura scende quando si profila e grandeggia la vera crisi, riducendosi in particolare il prezzo dei prodotti agricoli; il parametro III è di indole qualitativa esprimendo il fatto dell’ingorgo della macchina produttiva: basta cioè la presenza della “elegante deflazione” a caratterizzare, nel contesto del moto discendente degli altri parametri, la vera crisi, non importa quanto grande essa sia; IV) discesa del saggio medio di profitto del capitale, che, viceversa, “sale altamente” nelle fasi di boom economico, ovvero in quelle “di grande affare sulla guerra, di grande affare sulla ricostruzione (dei depressi e dei fessi)”; V) aumento della remunerazione operaia reale, nelle vere crisi: allo “scemato salario nominale” che si ridusse “da 1106 a 774 dollari annui” corrispose infatti tra il 1929 ed il 1932 per effetto dell’aumento del potere d’acquisto della moneta un “maggiorato salario reale” nella misura “del 42,9%”; VI) diminuzione dell’occupazione operaia: “nel 1929 non vi erano che 1.6 milioni di disoccupati, che salirono a 4.3 nel primo anno della crisi, a 8.0
della«pianificazione socialista» in Russia”, Ed. il programma comunista, pag. 8), ne deriva che nel 1975 il commercio estero rappresentava il 14% del reddito nazionale. Più di quanto non fosse nel 1927 (4,7%), ma non molto di più del dato (13,2%) del 1913. Non abbastanza da trascinare subito la Russia e i satelliti nel gorgo della crisi.
18 “Il corso del capitalismo mondiale…”, il programma comunista, n° 9, 1958: da questo testo sono tratte tutte le citazioni che seguono fino alla prossima nota.
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nel secondo, a 12.1 nel terzo, e a ben 12.8 nel 1933, prendendo poi a diminuire”. Calcolando “la rata di occupati rispetto alla forza lavoro disponibile” vediamo che “i decrementi sono: -5.8%, -8.0%, -9.5%, -1.2%; quello totale della crisi 1929-32: -21.6%; e il medio annuo: -7.8%” e che “nella crisi 1937-38 gli occupati parimenti diminuiscono solo del 5.6%”. Nella vera crisi si registrano infatti fallimenti a catena nel sistema industriale e finanziario, per cui le fabbriche chiudono e la disoccupazione si impenna; si tratta di un parametro quantitativo, e risulta quindi decisivo stabilirne la portata.
Nel 1974-75 la crisi venne. Fu la crisi di interguerra che ci attendevamo, della portata di quella del 1929-32 e più di quella internazionale, ovvero “analoga a quella che scoppiò in America nel 1929” (19)? Il fatto che la crisi economica attuale non sia stata finora contraddistinta dalle stesse manifestazioni esteriori che caratterizzarono la crisi del 1929-32 significa che possiamo relegarla sul piano di una “crisetta” tipo 1957-58? Significa che la previsione formulata allora era sbagliata e che la vera crisi di interguerra deve ancora venire? Noi non facciamo delle previsioni formulate dalla nostra corrente un mito intangibile: siamo disposti anche ad ammettere che quella previsione potesse essere sbagliata, come altre anche di Marx ed Engels lo furono, ma siamo disposti ad ammetterlo non con la frettolosa leggerezza con cui i neofiti della “politique d’abord” hanno voluto sbarazzarsi da quell’ingombrante fardello, ma solo a condizione che l’eventuale errore venga dimostrato. E’ un lavoro di analisi che il Partito con le forze di cui dispone dovrà assolutamente riprendere, per giungere ad una definizione rigorosa di tutta la questione. Ma dobbiamo dire fin da adesso che, ad un primo esame del corso economico del capitalismo mondiale, non sembra che le cose stiano in questi termini. Per cominciare a rispondere dobbiamo non solo analizzare le analogie e le differenze tra le due crisi facendo ricorso ai sei parametri prima evidenziati, ma anche studiare comparativamente le fasi del ciclo entro cui le due crisi si produssero. Osserviamo anzitutto che quella iniziata nel 1974-75 fu crisi generalizzata e simultanea nel mondo occidentale, smentendo le tesi degli apologeti del capitalismo e confermando la diagnosi marxista di sempre. Non solo: fu ancora più generalizzata e simultanea di quella del 1929-32, come il Partito aveva previsto che la vera crisi d’interguerra avrebbe dovuto essere, riflettendosi nell’azzeramento delle sfasature tra i diversi comparti nazionali del capitalismo d’Occidente la intervenuta maggiore integrazione del mercato occidentale e nelle tardive ripercussioni sul mercato est-europeo la ancora parziale integrazione di esso nelle reti economiche emananti dall’Occidente supersviluppato. Se diamo uno sguardo al grafico che esprime i movimenti degli indici della produzione, vediamo che essi nel 1929-32 non erano ancora del tutto in fase nemmeno in Occidente, mentre nel 1974-75 gli indici si muovono per tutti i paesi (Russia e satelliti esclusi) come un unico corpo di ballo, nel senso che saltano in su ed in giù in modo sincrono, e che questa coerenza, che non era assolutamente presente nelle “crisette” del lungo dopo-guerra (20) e che è l’espressione della accresciuta mondializzazione dei mercati, si manterrà anche nel movimenti successivi. Nel 1929-32 la crisi fu profonda e breve quanto alla caduta degli indici della produzione, e si manifestò inoltre con deflazione, crollo repentino dei titoli azionari e fallimenti di industrie e banche a
19 “Dialogato coi Morti”.
20 La crisi del 1957-58, ad esempio, fu solo americana, e non toccò se non marginalmente l’Europa in quanto l’apparato produttivo degli USA non era stato distrutto dalla guerra come lo era stato invece quello del Vecchio Continente.
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catena, e quindi con l’aumento della disoccupazione operaia. Esaminiamo anzitutto gli indici produttivi. L’indice della produzione industriale ebbe in effetti nel 1929-30 una caduta “del 12.7%, e arretrò poi per i successivi due anni del 17.3% e del 21.6%” rispettivamente, per cui, posto che “in tutte e tre le annate la sdrucciolata fu del 43.4%, ossia la produzione discese a poco più della metà, al 56.6% del massimo del 1929”, se ne ricava che “una crisi paragonabile a quella deve dimezzare il quantum che produce l’industria”. Una volta ripartita nell’intero periodo, inoltre, questa “diminuzione triennale del 43.4% vale il ritmo annuo medio negativo del 17.3%, ben rilevante” (21). Il Prodotto lordo nazionale registrò anch’esso una “diminuzione […] drastica nel 1929-32, del 43,9%” (22). Il grafico della variazione dell’indice della produzione industriale mostra che, nel 1975, in un solo anno, esso crollò “del 12.6% negli USA, del 6,7% in Gran Bretagna, del 14.7% in Giappone, del 5,5% in Germania, del 12,7% in Francia e del 18,7% in Italia” (23). Media dei 6 paesi in un anno: -11,8%. Siamo ancora distanti dal -17,3% annuo della crisi del “venerdì nero”, ma anche dalla incidenza “modesta” sul PNL di una crisi seria e violenta ma abortita, come quella del 1937-38, in cui “si perse appena il 7 per cento” (24). Ma, soprattutto, siamo lontanissimi dall’”aumento del 5,2%” che si ebbe nella “crisetta” del 1957 (25). Nel biennio 1974-1974 la caduta globale fu del 9,1 per gli USA, dell’8,3 per la Gran Bretagna, del 14% per il Giappone, del 7,2% per la Germania, del 4,4% per la Francia e del 5,2 per l’Italia (26). Il dato del biennio ci dà il quadro di una sdrucciolata ancor più smorzata rispetto al “modello” del 1929-32 in quanto la media dei 6 paesi dà una caduta della produzione industriale dell’8%, dopo di ché, nel 1976, gli indici riprendono ad andare all’insù. La sdrucciolata nel biennio 1974-75 è quindi pari al 20% di quella che si ebbe nel triennio 1929-32. Analizziamo adesso il fondamentale andamento, nei due periodi, del costo della vita: “ecco l’indice del costo della vita, inverso del potere d’acquisto del dollaro: 1929: 172.7; 1930: 168.4; 1931: 153.5; 1932: 137.7” (27), il che significa che nel triennio si ebbe una discesa del costo della vita “del 43.9%”, e, correggendo le cifre nominali, una “diminuzione del 31.0%” (28), mentre al contrario “in tutte le altre crisi studiate il dollaro perse di valore, salendo il costo della vita” (29): non coincisero infatti, né quella del 1937-38, né quella del 1957-58, con “una vera crisi in profondo della produzione capitalistica” (30) in cui il fenomeno della sovrapproduzione domina la scena e quindi vi è necessariamente deflazione. Vediamo come sono andate le cose nel 1974-75 e negli anni successivi. Ci si discosta qui ancora più nettamente dal “modello” della crisi del 1929 perché si registra inflazione e non deflazione, almeno all’inizio: nel biennio 1974-75
21 “Il corso del capitalismo mondiale…” Parte I, par. 63 intitolato “Senso dei sismi economici”, il programma comunista, n° 17, 1957.
22 “Il corso del capitalismo mondiale…” Parte I, par. 48 intitolato “Prodotto lordo nazionale”, il programma comunista, n° 7, 1958.
23 “Corso dell’imperialismo e crisi [II]”, il programma comunista, n° 17, 1975.
24 “Dialogato coi Morti”.
25 “Il corso del capitalismo mondiale…” Parte I, par. 48 intitolato “Prodotto lordo nazionale”, il programma comunista, n° 7, 1958.
26 “Corso del capitalismo mondiale e crisi”, parte I, suppl. a il programma comunista, n. 1/1993.
27 “Il corso del capitalismo mondiale…” Parte I, par. 48 intitolato “Prodotto lordo nazionale”, il programma comunista, n° 7, 1958.
28 Ibidem.
29 Ibidem.
30 Ibidem.
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“non vi è però ancora né un calo dei prezzi all’ingrosso (anche se bisogna notare che si ha un rallentamento del ritmo di crescita), né un calo dei prezzi al consumo, anzi l’inflazione prosegue indisturbata in tutti i paesi mentre i salari reali perdono una parte del potere d’acquisto grazie anche alla disponibilità sindacale in ogni paese a «tener conto» della situazione di crisi” (31). L’andamento dei titoli azionari sempre nel biennio considerato non manifesta crolli e non si hanno fallimenti a catena nel sistema industriale e bancario. Nel 1974-75 ebbe inizio in sostanza una fase di crisi meno profonda, almeno all’immediato, ma molto più prolungata ed inoltre, almeno all’inizio, caratterizzata da inflazione e senza fallimenti del sistema industriale e finanziario. Quindi alla crisi acuta del 1929-32 fa riscontro la crisi cronica ormai quasi trentennale e non ancora conclusa 1974-2004. Da ciò deriva in primo luogo che non è possibile applicare alla crisi attuale la periodizzazione che fu individuata dal nostro Partito per il ciclo economico del secondo interguerra. Tale periodizzazione individuava 5 fasi ben distinte all’interno del ciclo: “1913-1920, prima guerra mondiale; 1920-1929 prima «ricostruzione»; 1929-1932, crisi generale; 1932-1937, ripresa; 1937-1946, seconda guerra mondiale” (32). In realtà la 5ª fase della periodizzazione non è propriamente la guerra, ma una nuova crisi che “abortisce” sfociando nella guerra: nel 1937-38 la crisi si riaffacciò in effetti di nuovo all’orizzonte, ma l’incidenza sul PNL fu modesta, dato che “si perse appena il 7 per cento” contro il 43,3% della crisi precedente, quella del «venerdì nero» 1929-32 (33). Prima che la nuova crisi scoppiasse in tutta la sua virulenza, infatti, scoppiò la guerra in Europa: “prima di un’altra crisi al tempo stesso economica e politica, un’altra guerra generale” (34). Di conseguenza la periodizzazione ricavata dal Partito dall’analisi del primo interguerra è la seguente: 1) 1913-1920, prima guerra mondiale; 2) 1920-1929 prima «ricostruzione» (boom); 3) 1929-1932, crisi generale di interguerra; 4) 1932-1937, ripresa; 5) 1937-38 nuova crisi che abortisce sfociando nella seconda guerra mondiale. Se analizziamo il secondo interguerra, vediamo anche in questo caso allinearsi i primi due segmenti della nota serie: 1) 1939-1946, seconda guerra mondiale; 2) 1946-1974, seconda «ricostruzione» (boom). Ma dal 1974 in avanti, come vedremo poi più in dettaglio, non è più possibile distinguere con altrettanta nettezza una fase di crisi ed una di ripresa: la crisi economica inizia ed è tuttora in corso, senza che si possa parlare di una vera e propria fase di ripresa, in quanto abbiamo a che fare piuttosto con una tutta una serie di “ripresine” che si innestano sul corso generale della crisi senza riuscire a invertirlo. Al posto delle fasi 3 e 4 abbiamo in sostanza una terza fase unica, in cui si alternano le successive cadute degli indici di produzione industriale e le effimere “riprese” dettate dalla droga dell’interventismo statale (monetarismo, produzione bellica). Nel 1933 si delineò una effettiva ripresa economica, che si sviluppò poi per un quinquennio, fino al 1937: la produzione industriale crebbe nel quinquennio del 55% in Gran Bretagna (dopo una caduta del 30% nel triennio 1929-32), del 5% in Francia (dopo uno scivolone del 31%), del 90% in Germania (dopo una caduta del 36%), del 69% negli USA (dopo una caduta del 46%); ma ancora più interessante è la
31 “Corso del capitalismo mondiale e crisi”, parte I, suppl. a il programma comunista, n. 1/1993.
32 “Il corso del capitalismo mondiale…” Parte I, par. intitolato “Prodotto lordo nazionale”, il programma comunista, n° 7, 1958.
33 Ibidem.
34 “Sua Maestà l’Acciaio”, Battaglia Comunista, n° 18, 1950.
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comparazione tra gli incrementi annui prima e dopo la crisi: prima della crisi (1920-1929) la produzione industriale britannica era bloccata a crescita 0, dopo invece crebbe al ritmo del 9.2% annuo; quella francese pre-crisi cresceva al ritmo del 9.5%, mentre dopo la crisi si attestò su un 1%; quella tedesca prima del 1929 si accresceva al ritmo del 7.2% mentre dopo il 1932 si incrementò al tasso annuo del 12.2%; quella statunitense passò a sua volta da un ritmo annuo pre-crisi del 3.6% ad un ritmo dell’11% nel periodo 1932-37 (35). Prima della crisi i 4 paesi marciavano al ritmo medio del 5% annuo, dopo la crisi il passo medio annuo della crescita del prodotto industriale è dell’8.35%, superando nettamente la velocità di crescita del precedente periodo di espansione post-bellica. Nel 1976, al contrario, non si delinea affatto una ripresa degna di questo nome. La curva degli indici della produzione industriale dopo aver puntato all’ingiù per due anni, non riesce più a riprendere a salire con la ripida pendenza del periodo precedente (36), non parliamo poi di superarla, e questo per il capitalismo significa che la crisi si prolunga. Si ha crisi, infatti, non solo quando si produce di meno ma anche quando, pur producendosi di più, non si produce abbastanza per compensare la caduta del saggio di profitto (nel qual caso si produce ancora in perdita) oppure ancora quando il margine di profitto che la non sufficientemente accresciuta produzione consente è comunque asfittico. Negli USA “la crescita media annuale del PIL nell’ordine del 2.8% nel quinquennio 1992-1997, visibilmente superiore a quella di Germania (1.5%) e Giappone (1.2%), appare modesta se comparata a quella degli anni Cinquanta e Sessanta” (37). Ne risulta che negli ultimi trent’anni “la sovrapproduzione potenziale, con alterne vicende nazionali e settoriali, è divenuta cronica finendo per costituire la base, il fondamento ultimo della crisi” (38). Nel frattempo si è assistito ad un incremento considerevole e progressivo della disoccupazione, che sta a dimostrare anch’esso il persistere e l’incancrenirsi della malattia della crisi: i proletari espulsi dal processo produttivo all’inizio della crisi non saranno più riassorbiti ed altri disoccupati andranno ad aggiungersi a quelli: “A metà del 1999 la Germania contava 4 milioni di disoccupati, il tasso di disoccupazione è passato dal 4,5% del 1981, al 6,2% del 1990, all’ 8,8% nel 1993, all’ 11,6% nel febbraio del 1999 (OEDC, 1997, Deutsche Bundesbank, 1999). Se si analizza la popolazione disoccupata si osserva l’aumento relativo di quella di lungo periodo: nel 1974 era il 7% della popolazione, nel 1980 il 13%, a metà degli anni Ottanta era intorno al 24%, nel 1994 arriva al 33% (Gave, op. cit.). Il consenso sociale, uno dei pilastri dell’ «economia sociale di mercato» alla tedesca, si deteriorava” (39). In 20 anni il tasso della disoccupazione in Germania si è dunque accresciuto di oltre il 200%. Il fenomeno, inoltre, non è solo tedesco, dove potrebbe invocarsi la presenza di problemi peculiari, derivati dalla riunificazione, ma ha investito anche gli Stati
35 “La mentita opposizione tra le forme sociali russe ed occidentali” il programma comunista, n. 13, 1956.
36 “La crisi che si è aperta nel 1997 può essere vista come l’evoluzione di un processo iniziato nei primi anni Settanta quando il tasso di crescita del PIL dell’insieme dei paesi del G7 comincia a scendere (Beinstein, 1999) confermando una tendenza a lungo termine, destinata, con ogni probabilità, a continuare nei prossimi anni” (Jorge Beinstein “Scenari della crisi globale. I cammini della decadenza”, Relazione presentata al II incontro internazionale degli economisti su “Globalizzazione e problemi dello sviluppo” – La Habana, 24-29 gennaio 2000).
37 Jorge Beinstein “Scenari della crisi globale. I cammini della decadenza”, Relazione presentata al II incontro internazionale degli economisti su “Globalizzazione e problemi dello sviluppo” – La Habana, 24-29 gennaio 2000.
38 Ibidem.
39 Ibidem.
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Uniti: disponiamo in questo caso di un dato indiretto, quello del tasso di povertà. Vi erano negli USA 25,4 milioni di poveri nel 1970, 24,7 milioni nel 1977, ma poi si balza a 29,3 nel 1980 e da allora non ci si ferma più: 32,2 milioni nel 1987, 33,6 milioni nel 1990 e 35,6 milioni nel 1997 (40). Incremento in 20 anni: 10,9 milioni di poveri in più, in percentuale + 44.12%. Chiediamoci allora il perché di questo diverso decorso della crisi. Primo: la borghesia impara dalle proprie crisi. Dopo la crisi economica del 1913, sfociata nella I guerra mondiale, nel primo dopoguerra “i governi europei hanno avuto una paura mortale della crisi”, per cui proprio allo scopo di rinviarla, “hanno fatto ricorso ad ogni sorta di misure per sostenere durante il periodo di smobilitazione il boom creato artificialmente dalla guerra” (41). Per allontanare quanto più possibile lo scoppio di una ulteriore crisi, infatti, gli Stati applicarono allora tutta una serie di rimedi: intervennero continuando “a mettere in circolazione grandi quantità di carta-moneta”, emettendo “nuovi prestiti”, introducendo “controlli sui profitti, sui salari e sul prezzo del pane” (42), ecc., e cioè utilizzarono per prevenire la nuova crisi gli stessi rimedi che avevano dovuto adottare per fronteggiare la crisi precedente quando essa era ormai esplosa in tutta la sua virulenza. Allo stesso modo nel 1974-75 la borghesia, che ha imparato dalla precedente crisi, quella del “venerdì nero”, ha applicato subito alla nuova crisi gli stessi rimedi che aveva utilizzato nel ciclo precedente per uscire dalla crisi e per avviare la ripresa dell’economia. “La crisi di sovrapproduzione degli anni Settanta ha trovato negli anni Ottanta e Novanta un muro di contenimento importante nella spesa pubblica che ha ammorbidito il calo della domanda causato dalla riduzione dei salari. I guadagni delle imprese erano sorretti dal calo del costo del lavoro, l’aumento della spesa pubblica non aveva come contropartita l’aumento delle imposte ma la crescita del debito dello stato” (43). Ha somministrato cioè alla crisi nel suo stato nascente proprio quegli antibiotici dell’interventismo statale (spesa pubblica, ricorso alla leva finanziaria, produzione di armi), cui nel ciclo precedente aveva messo mano per rimediare al disastro dopo che esso era esploso in tutta la sua potenza distruttiva, ed ha ottenuto in tal modo il risultato di ritardare l’esplosione catastrofica della nuova crisi generalizzata. Il risultato non poteva essere, pertanto, di annullare la malattia, ma solo di cronicizzarla, che è esattamente quello che è poi accaduto. Secondo: il capitalismo invecchia. Riprendiamo a proposito dell’analisi del corso economico quanto disse Trotsky il 23 giugno 1921 nella seconda sessione del III Congresso dell’Internazionale: “Gli economisti borghesi e riformisti, che hanno un interesse ideologico a presentare sotto una luce favorevole la condizione del capitalismo, dicono: di per se stessa l’attuale crisi non prova assolutamente nulla; al contrario, rappresenta un fenomeno normale. Subito dopo la guerra abbiamo assistito ad un boom industriale ed ora assistiamo a una crisi. Ne deriva che il capitalismo è vivo e vegeto. E’ un fatto che il capitalismo vive passando attraverso le crisi e i boom, come un essere umano vive inspirando ed espirando. Prima c’era un boom dell’industria, poi un arresto e quindi una crisi, seguita da un arresto della crisi stessa, poi da un miglioramento, da un altro boom,
40 Ibidem.
41 L. Trotsky, “Relazione sulla crisi economica mondiale e sui nuovi compiti dell’Internazionale comunista (seconda sessione del III Congresso, 23 giugno 1921)”, in L. Trotskij, “Problemi della rivoluzione in Europa”, Mondadori, 1979, pag. 154.
42 Ibidem, pag. 155.
43 Jorge Beinstein “Scenari della crisi globale. I cammini della decadenza”, Relazione presentata al II incontro internazionale degli economisti su “Globalizzazione e problemi dello sviluppo” – La Habana, 24-29 gennaio 2000.
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da un altro arresto e così via. La crisi e il boom, unitamente a tutte le fasi transitorie, costituiscono insieme un ciclo o uno dei grandi cicli dello sviluppo industriale. Ogni ciclo dura dagli otto ai nove o dieci anni e può arrivare agli undici. A causa delle sue contraddizioni interne il capitalismo non si sviluppa, dunque, in linea retta, ma a zig-zag, con alti e bassi. E’ questo che sta alla base delle asserzioni degli apologeti del capitalismo. «Visto che riscontriamo dopo la guerra un succedersi di boom e di crisi» dicono «ne deriva che tutto sta andando per il meglio nel migliore dei mondi capitalisti». In realtà le cose stanno diversamente. Il fatto che dopo la guerra il capitalismo continui a oscillare ciclicamente significa che il capitalismo non è ancora morto, che non abbiamo a che fare con un cadavere. Sinché il capitalismo non sarà rovesciato dalla rivoluzione proletaria, continuerà a percorrere i suoi cicli, ascendenti e discendenti. Le crisi e i boom hanno caratterizzato il capitalismo sin dalla nascita e lo accompagneranno sino alla tomba. Ma per stabilire l’età del capitalismo e il suo stato generale, per stabilire se stia ancora sviluppandosi, se abbia raggiunto la sua maturità o se stia declinando, è necessario diagnosticare la natura dei cicli. Allo stesso modo lo stato di un organismo umano può essere diagnosticato verificando se il respiro è regolare o spasmodico, profondo o leggero ecc.. Il nocciolo della questione, compagni, può essere descritto come segue. Consideriamo lo sviluppo del capitalismo – l’aumento della produzione del carbone, dei prodotti tessili, del ferro, dell’acciaio, del commercio estero, ecc. – e tracciamo una curva che rappresenti questo sviluppo. Se l’andamento della curva corrisponde al corso reale dello sviluppo economico, vediamo che la curva non sale in modo ininterrotto, ma a zig zag, con alti e bassi, che corrispondono rispettivamente ai boom e alle crisi. Così la curva dello sviluppo economico si compone di due movimenti: un movimento primario che esprime l’ascesa generale del capitalismo e un movimento secondario che consiste in continue oscillazioni periodiche in corrispondenza con i vari cicli industriali. Nel gennaio di quest’anno il Times di Londra ha pubblicato una tabella che abbraccia un periodo di 138 anni, dalla guerra delle tredici colonie americane per l’indipendenza sino ai giorni nostri. In questo arco di tempo ci sono stati sedici cicli, cioè sedici crisi e sedici fasi di prosperità. Ogni ciclo ha avuto la durata media approssimativa di otto anni e otto mesi, cioè di circa nove anni” (44). Dopo aver evidenziato l’andamento generale ascendente della curva nel periodo considerato di 138 anni, Trotsky osserva che “se analizziamo la curva dello sviluppo più da vicino, notiamo che può essere divisa in cinque parti, cinque periodi ben distinti. Dal 1771 al 1851 lo sviluppo è molto lento; ci sono movimenti appena percettibili. Osserviamo che nel corso di settant’anni il commercio estero cresce solo da 2 a 5 sterline pro capite. Il punto di rottura si produce solo dopo la rivoluzione del 1848 che ha agito nel senso dell’estensione del mercato europeo”, ragion per cui “tra il 1851 e il 1873 la curva dello sviluppo sale fortemente. In 22 anni il commercio estero passa da 5 a 21 sterline, mentre nello stesso periodo la produzione del ferro aumenta da 4,5 a 13 chilogrammi pro capite” (45). Poi Trotsky registra la depressione economica del 1873-1894 con caduta del commercio estero “da 21 a 17,4 sterline” e il successivo “boom che dura sino al 1913” e commenta: “come si combinano fluttuazioni cicliche e movimento primario nella curva dello sviluppo capitalistico? Molto semplice. Nei periodi di rapido sviluppo
44 L. Trotsky, “Relazione sulla crisi economica mondiale e sui nuovi compiti dell’Internazionale comunista (seconda sessione del III Congresso, 23 giugno 1921)”, in “L. Trotskij, Problemi della rivoluzione in Europa”, Mondadori, 1979, p. 151.
45 Ibidem.
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capitalistico le crisi sono brevi e di carattere superficiale, mentre i boom si prolungano e acquistano dimensioni considerevoli. Nei periodi di declino capitalistico, le crisi sono di carattere prolungato, mentre i boom sono limitati, superficiali e speculativi” (46). In sintesi, la legge marxista qui enunciata è la seguente: giovane capitalismo = crisi brevi e superficiali; capitalismo senile = crisi lunghe e profonde, con riprese limitate, superficiali e speculative. La Sinistra ha sintetizzato l’azione combinata dei due parametri sopra considerati (età del capitalismo e profondità della caduta degli indici produttivi) in questi termini: “Dalle fasi di dopo-guerra e dopo-crisi emerge che la ripresa è tanto più forte quanto più il capitalismo è giovane, e la discesa è stata violenta” (47). Chiosando: più il capitalismo invecchia, più si riprende con fatica dalle crisi; più il capitalismo attutisce le violente discese degli indici produttivi proprie delle fasi di crisi economica facendo ricorso all’interventismo statale, più rende poi difficoltosa la ripresa, fino al punto da renderla virtuale (cronicizzazione della crisi). La crisi iniziata nel ‘74-75 differisce pertanto da quella del ‘29 in primo luogo proprio perché è molto più lunga, perché non è stata seguita da una vera ripresa ma da “ripresine” limitate, superficiali e speculative, che non sono valse a spezzarne la dinamica. In secondo luogo, perché non si è manifestata nell’immediato in modo altrettanto devastante (caduta dell’indice della produzione industriale: 43,3% nel 1929-1932 contro la caduta del 12.6% registratasi negli USA nel 1974-1975) ma che, quanto a profondità, sta raggiungendo nell’integrale dei suoi sussulti successivi una portata pari a quella del 1929, lasciando antivedere che, conformemente alla legge generale evidenziata da Trotsky, essa sarà infine anche più profonda della precedente. Infine perché non ha determinato -almeno all’inizio- né deflazione né fallimenti a catena né una brusca impennata della disoccupazione, fenomeni di cui ci occuperemo poi in riferimento al lungo periodo 1974-2004. Ma nell’enunciato di Trotsky manca una considerazione di estrema importanza: è vero che il capitalismo quanto più invecchia tanto più ha fasi di ripresa economica brevi e superficiali, ma questo andamento si constata solo per le riprese che si verificano dopo le grandi crisi di sovrapproduzione, non per quelle che si hanno prima; nei periodi che precedono l’esplodere delle crisi le fasi di ripresa tendono, al contrario, ad essere anch’esse più lunghe e vigorose con l’invecchiare del capitalismo, anche se sempre meno rispetto alle fasi di crisi, che si prolungano e si approfondiscono in modo nettamente maggiore di quelle. Perché? Perché i boom che precedono le crisi sono post-bellici, e se si manifestano in forma sempre più prolungata e vigorosa nonostante la senescenza del capitalismo possono farlo solo per la maggior violenza con cui la produzione discende nelle fasi belliche, che a sua volta è una funzione della crescente potenza distruttiva delle guerre imperialiste. Tanto è vero che dopo il primo macello imperialista il boom durò 10 anni, dal 1919 al 1929, mentre dopo il secondo massacro imperialista il boom durò addirittura 30 anni, dal 1945 al 1975, e fu un moto colossale di espansione dell’accumulazione vera del capitale, non una ripresa fittizia e speculativa. Quello che ha detto Trotsky corrisponde alla realtà, dunque, solo per ciò che riguarda le fasi di ripresa che fanno seguito alle crisi, oltre che per ciò che riguarda queste ultime, che sono in effetti sempre più profonde e durature man mano che il capitalismo invecchia. Si tratta allora di indagare meglio il significato esatto della tendenziale cronicizzazione della crisi
46 Ibidem.
47 “La mentita opposizione tra le forme sociali russe ed occidentali” il programma comunista, n. 13, 1956.
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economica alla luce dei nostri testi classici per evitare di andare ancora fuori strada. “Come ho avuto modo di rilevare già altrove, -afferma infatti Engels nel 1894- a partire dall’ultima grande crisi di carattere generale le cose hanno preso un’altra piega. La forma acuta del processo periodico con il suo abituale ciclo decennale sembra essersi trasformata in un alternarsi, a carattere più cronico e di lunga durata, di periodi di ripresa relativamente brevi e poco accentuati, e di periodi di depressione relativamente lunghi e senza soluzione, fasi che si presentano nei diversi paesi industriali in tempi diversi. Può darsi però che si tratti solo di un prolungamento della durata del ciclo. Nei primordi del commercio mondiale, 1815-1847, si possono individuare delle crisi separate da intervalli di cinque anni circa; dal 1847 al 1867, il ciclo ha una durata decisamente decennale; ci troviamo forse noi nella fase preparatoria di una nuova crisi mondiale di inaudita violenza? Molti sintomi sembrano portare a questa conclusione. Dopo l’ultima crisi generale del 1867 si sono verificati dei profondi cambiamenti. Con il colossale sviluppo dei mezzi di comunicazione -transatlantici a vapore, ferrovie, telegrafi elettrici, il canale di Suez- il mercato mondiale è divenuto una realtà operante. Accanto all’Inghilterra, che precedentemente deteneva il monopolio dell’industria, troviamo una serie di paesi industriali che le fanno concorrenza; al capitale che si trova in eccedenza in Europa vengono offerti in tutte le parti del mondo campi di investimento infinitamente più vasti e più vari, di modo che esso si ridistribuisce in misura molto maggiore, mentre la superspeculazione locale viene superata con maggiore facilità. Tutti questi fatti hanno eliminato o fortemente indebolito gli antichi focolai delle crisi e le occasioni che le favorivano. Al tempo stesso sul mercato interno la concorrenza retrocede di fronte ai cartelli ed ai trusts, mentre sui mercati esteri essa trova una barriera nei dazi protezionistici, di cui si circondano tutti i grandi paesi industriali, eccettuata l’Inghilterra. Ma questi dazi rappresentano in realtà soltanto degli armamenti per la definitiva campagna universale che dovrà decidere della supremazia sul mercato mondiale. Di modo che ogni elemento che contrasta il ripetersi delle antiche crisi reca quindi in sé il germe di una crisi futura molto più terribile” (48). Il capitalismo si organizza, dotandosi di cartelli, trust e dazi protettivi? Sta solo ritardando la catastrofe. Riesce sì a rendere cronico il decorso un tempo acuto della malattia della crisi, dice Engels. Ma, nello stesso tempo, organizzando se stesso, sta organizzando la sua crisi. Il che significa che sta preparando una catastrofe ancora peggiore. Che le armi di cui si avvale per combattere la malattia saranno in realtà le armi di una futura guerra di tutti contro tutti per la spartizione del mercato mondiale. La diagnosi di cronicità della malattia, insomma, non solo non nega il nostro catastrofismo, ma lo ribadisce: crisi cronica non è quella che via via si smorza dettando lo schemetto gradualista di un possibile trapasso pacifico ad una nuova fase di radioso sviluppo borghese o quello, analogo, di un placido tramonto del capitalismo. Non è quella che esprime una presunta “curva discendente” del capitalismo, o una sua malintesa “decadenza”. E non è neppure quella che si trasforma in uno “stato di crisi permanente”, surrogante il moto ciclico della macchina-capitale ed adescante alla “politique d’abord”. E non è a maggior ragione quella che si accoppia ad uno “stato di guerra cronica”, ossia ad una semplice sommatoria di guerre locali impotente a sovvertire l’assetto dell’intero pianeta. Crisi cronica è quella che ad un certo punto del ciclo
48 K. Marx, “Il Capitale”, Libro III, Cap. 30, nota 8, Ed. Riuniti, pag. 575.
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interviene, si sviluppa, lenta ed ostinata nonostante le innumerevoli ricette anti-crisi prescrittele, che via via nel suo moto sussultorio le travolge una dopo l’altra e che alla fine esplode con tutta l’energia fino a quel momento trattenuta, con centuplicato effetto devastante. E’ quella cui risponde come estrema risorsa una guerra mondiale sempre più grandiosa nella sua sinistra capacità distruttiva. Questa sintesi, che riprende pedissequamente Marx ed Engels, rappresenta la lezione fondamentale che la Sinistra ricavò dallo studio del corso del capitalismo mondiale: il capitalismo non ha curva discendente, è rappresentabile graficamente come una serie di cuspidi sempre più slanciate nell’impennarsi e sempre più rovinose nelle loro cadute. Il riformismo è sconfitto quindi sul terreno economico. Niente “crisi permanente”, pertanto, tipica di una presunta “fase di decadenza” del capitalismo in cui le riprese sarebbero sempre e comunque brevi e superficiali. La III Internazionale -Trostky incluso- non aveva ancora potuto mettere a fuoco il significato della guerra nel ciclo economico, aveva chiaro che capitalismo senescente significa riprese più brevi e superficiali, ma non aveva altrettanto chiaro che, a prescindere dall’età del capitalismo, “dalle fasi di dopo-guerra e dopo-crisi emerge che la ripresa è tanto più forte quanto più […] la discesa è stata violenta” (49); non aveva potuto insomma evidenziare che dopo la guerra il capitalismo si trasforma “da vecchio fetente in roseo neonato” (50) e che del neonato riacquista la incredibile forza, quella enorme capacità rigenerativa cellulare che detta l’incedere di una crescita e di uno sviluppo possenti e in apparenza inarrestabili. Ma quel neonato è in realtà un non-morto rigenerato dal sangue umano, è un nosferatu. Quindi andrà incontro a convulsioni ancora più tremende. Sintetizziamo quanto abbiamo visto finora: 1) il capitalismo impara dalle sue crisi, e nella crisi attuale ha fatto ricorso sin dall’inizio alle droghe (interventismo statale, sviluppo della produzione bellica) cui in precedenza era ricorso solo dopo che la crisi era esplosa con virulenza il famoso “venerdì nero”; 2) il decorso della crisi iniziata nel 1974-75 sarebbe stato comunque, giusta Trotsky ed Engels, meno acuto di quello del 1929 per la maggiore decrepitezza del capitalismo. Risultato della combinazione dei due fattori: cronicizzazione della malattia. Terzo: rapporto della crisi con le precedenti fasi del ciclo. Non è possibile scattare una fotografia istantanea sul panorama economico del biennio 1974-75 per escludere che quella allora iniziata fosse effettivamente la “grande crisi di interguerra” che il Partito aveva antiveduto ed atteso, riducendo tutto il movimento economico ad una “crisetta” tipo 1957-58. Bisogna vedere quello che ha fatto seguito a quel biennio, e cioè una lunga fase che, come si è visto, tutto può essere definita meno che una fase di vera ripresa economica. E bisogna inoltre, per studiare il movimento economico complessivo e nel lungo periodo, considerare anche ciò che stava alle spalle delle due crisi: a una fase di boom triplicata nella sua durata non può corrispondere infatti una fase di crisi accorciata di un terzo, secondo il sano marxismo. Abbiamo prima riletto Trotsky con la lente della Sinistra per dire non già che le crisi storicamente si abbreviano, demolendo così le basi stesse del marxismo, ma che si allungano ancor di più delle fasi di boom. Detto in altri termini: la Seconda guerra mondiale è stata molto più distruttiva della Prima, che fu accorciata dalla paura del dilagare della marea rossa. Quindi ha innescato una fase di ripresa post-bellica di straordinaria portata e durata, soprattutto nei paesi più duramente provati dalla guerra, svelandosi così il mistero della “crisetta”
49 “La mentita opposizione tra le forme sociali russe ed occidentali” il programma comunista, n. 13, 1956.
50 “Struttura economica e sociale della Russia d’oggi”.
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americana del 1957-58. La crisi iniziata nel 1974-75 ha avuto pertanto dinanzi a sé un margine di benessere e di prosperità proporzionale alla ampiezza e alla durata del ciclo di espansione economica appena trascorso e che ha funzionato finora come una vera e propria bardatura del capitalismo. Quarto: il germe di una crisi futura molto più terribile è già al lavoro dentro la crisi attuale, le bardature protettive non possono alla fine che incaprettare il capitalismo. La crisi del 1929-32 fu caratterizzata da deflazione, fallimenti a catena del sistema bancario e impennata della disoccupazione. Possiamo invocare questo argomento per negare che quella iniziata nel 1974-75 sia la famosa “crisi di interguerra”? Assolutamente no. Anzitutto perché nel lungo periodo la disoccupazione si è enormemente accresciuta, come dimostra il dato tedesco con un incremento del 200% nell’arco della intera crisi finora percorso. In secondo luogo perché nel decorso della crisi cronica iniziata nel 1974-75 ad un certo punto, con l’incancrenirsi della malattia, è scomparsa l’inflazione, il che significa che, in controsenso alla esultanza manifestata degli apologeti del capitalismo, il corso economico attuale tende a riallinearsi nel lungo periodo con quello della crisi del “venerdì nero”. Quando il riallineamento sarà completo e la non-inflazione cederà il passo alla deflazione, e l’integrale dei sussulti degli indici di produzione industriale supererà il 43.3%, avremo il piacere di constatare anche i fallimenti a catena delle imprese, delle banche ecc. L’Argentina, da questo punto di vista, non ha fatto che additare alle grandi potenze del mondo il loro avvenire. Che cosa è accaduto infatti dietro le quinte? E’ accaduto che i paesi occidentali hanno reagito alla crisi trascinando sempre più i paesi dell’Est nell’universale interscambio mercantile, e a questo modo la crisi occidentale ha colpito ad Est, a livello dell’anello più debole, la Russia. Ma il crollo russo del 1989-90, sfasato purtroppo di quindici anni rispetto al tonfo del 1974-75, ha suggellato anche la piena e definitiva integrazione di quella immensa area nel mercato mondiale. E, nel frattempo, i capitali occidentali in cerca di valorizzazione sono andati a fecondare anche il capitalismo cinese, che è cresciuto a dismisura e sta diventando un gigante economico sempre più integrato anch’esso nel mercato mondiale. Che cosa significa questo? Che da ora in avanti uno starnuto russo o cinese farà tremare Wall Street, che nel 1974-75 poteva fino ad un certo punto infischiarsene. Ricordiamoci che la crisi del 1929 trasse origine dal rigoglioso sviluppo dell’Europa, che ad un certo punto per limitare l’indebitamento con gli americani cominciò a proteggere la sua economia dalle merci statunitensi. Lasciate che la Russia si riprenda e cominci a difendersi dalle merci di coloro che l’hanno aiutata a risollevarsi mettendole un cappio al collo… Lasciate che i cinesi sviluppino la loro base produttiva fino a produrre il primo ingorgo in un mercato interno che finora assorbe tutto come una spugna, e vedrete che anch’essi avranno bisogno di difendersi dalle mercanzie made in USA … La rete stesa dal capitalismo attorno a tutto il pianeta inizierà allora a strangolarlo, ed ogni tentativo di divincolarsi provocherà una stretta più violenta. La piccola sovrapproduzione dell’Azerbagian o della Manciuria si trasmetterà con la velocità della luce nell’altro emisfero trasformandosi nello spaventoso ingorgo della mostruosa macchina produttiva della superpotenza planetaria. In conclusione: dire “crisi di interguerra” o meno significa dire che al termine di essa si riproporrà o meno il dilemma guerra o rivoluzione. Di qui l’importanza politica della questione. La crisi economica non ha finora innescato sussulti sociali di rilevante ampiezza e quindi, a maggior ragione, rivoluzionarie deflagrazioni sia perché non ha ancora raggiunto la portata quantitativa del 1929-32 sia perché
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quando essa è scoppiata il mercato mondiale non era ancora unificato e il mito del “socialismo” russo, che aveva paralizzato il proletariato nel precedente interguerra e nel corso della Seconda guerra mondiale, era ancora in piedi. Ma quindici anni dopo, nel 1989, abbiamo simultaneamente la unificazione del cuore mostruoso del capitalismo mondiale ad est e ad ovest e la “grande confessione”. Anello di congiunzione tra i due eventi: il crollo economico russo, con una caduta degli indici della produzione industriale del 50%, sdrucciolata peggiore di quella del 1929-32! E’ questo che, incrociandosi con una crisi ben lungi dall’essersi conclusa, e che tra non molto morderà al cuore anche una Cina finora in prepotente ascesa e anch’essa ormai integrata nel mercato mondiale, deve rendere nonostante tutto ottimisti i rivoluzionari.
Gli eventi politico-militari iniziatisi nel 2001 con l’attacco alle “Twin Towers” e proseguiti con l’invasione dell’Afghanstan e dell’Iraq si incardinano in questo contesto economico. Andando indietro nel tempo, nel corso del “fatale” 2001, ci si accorge infatti che già molte cose erano accadute prima del 11 settembre. In agosto l’economia americana si trovava da più di due mesi in piena recessione economica. Esaminiamo più in dettaglio le sue condizioni: 1) la produzione industriale USA era in declino da dieci mesi consecutivi e si trovava del 4,2% al di sotto di quella dell’anno precedente; 2) la disoccupazione registrava un incremento rispetto ai primi mesi del 2001 di 259 mila posti secondo una indagine sulle imprese, e di 620 mila posti secondo una indagine sulle famiglie; 3) le offerte di lavoro pubblicate sui giornali erano crollate del 36% rispetto al febbraio 2000; 4) dal febbraio 2001 il traffico aereo era in calo e, su scala annuale, era diminuito del 1,2%; 5) gli investimenti in attrezzature di software erano scesi del 5,1% rispetto al terzo trimestre del 2000; 6) i profitti delle imprese erano scesi almeno del 12% tra il settembre precedente ed il marzo 2001; 7) le entrate sulle imposte sui consumi, corrette in base all’inflazione, erano cresciute di un misero 0,3% nel primo trimestre del 2001, ma erano sotto il livello precedente per un cospicuo 5,4%. In aprile, la Federal Riserve aveva già abbassato 4 volte il tasso di sconto, senza riuscire ad invertire la tendenza negativa, e alla fine del 2001, gli Stati Uniti hanno abbassato il costo del denaro per undici volte in un solo anno. Diveniva sempre più evidente che il boom americano degli ultimi 10 anni, era fondato sull’indebitamento. Indebitamento delle imprese, per oltre 7 mila miliardi di dollari, indebitamento delle famiglie 34% dei redditi, con il tasso di risparmio vicino a l’8% nel 1990, crollato a –0,8% nel 1999, dunque le famiglie americane non solo non risparmiavano, ma spendevano più di quanto guadagnavano. Accanto a questo indebitamento bisogna aggiungere l’aumento esponenziale del deficit dei conti correnti (cioè della bilancia complessiva degli scambi commerciali di beni e servizi, più i pagamenti correnti), salito alla cifra spettacolare di 420 miliardi di dollari alla fine del 2000 (oltre il 4% del PIL), con un deficit commerciale in crescita: le importazioni superavano le esportazioni di circa il 35%. Detentori del 30% del Prodotto interno mondiale lordo, gli Stati Uniti rivelavano di essere il paese più indebitato del mondo, all’interno di una economia mondiale che, da loro trascinata, aveva raggiunto un indebitamento complessivo di 25.678 miliardi di dollari nel 1999 (51). La stessa fonte riporta che l’indebitamento mondiale era di 1027 miliardi di dollari nel 1964, cioè vale a dire che la crescita annua media del debito è cresciuta del 9,6%, molto al di sopra della crescita del PIL mondiale e che nell’arco degli ultimi
51 Le Monde Diplomatique Maggio 2001.
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trent’anni, la crescita media annuale del PIL mondiale risulta in contrazione: se negli anni ’70 la crescita media annua era stata del 4,4%, dopo la caduta del 1974-75 essa scese al 3,4% negli anni ’80. Negli anni ’90 la tendenza era quella di scendere al di sotto dei 3 punti percentuali, adesso -stando alle poco credibili statistiche borghesi- si parla di un misero 2% medio annuo, livello considerato gravissimo anche dagli stessi addetti ai lavori e che conferma in pieno la diagnosi di una crisi economica generalizzata ormai trentennale. Per cercare di mantenere in vita un sistema cronicamente ammalato e con una malattia di tali dimensioni l’unica politica possibile è stata quella di tenere alto artificialmente il dollaro, per poter attirare capitali stranieri, drenandole da tutte le economie ricche e povere del pianeta. Così anno dopo anno dai 400 ai 500 miliardi di dollari finivano nell’aspira capitali di Wall Street che, nel frattempo, cominciava a dimostrare che non poteva più tenere il ritmo. Nel 2001 la new economy che alla Borsa di New York aveva raggiunto il 60% della capitalizzazione, aveva perduto il 65% del suo valore rispetto all’anno precedente. Profitti inesistenti, conti truccati (Enron e World-Com dimostrano), indebitamento generale, dati dell’occupazione più che sospetti e condizioni di vita in declino per ampi settori della popolazione. “I debiti possono anche esserci, ma il loro attuale volume, in una economia che non è più in crescita, è insostenibile” (52). L’economia mondiale è passata nel corso di due decenni, da una bolla speculativa all’altra. Nell’ottobre del 1987 la Federal Reserve era riuscita ad evitare il disastro, immettendo, dopo il crollo di Wall Street, grandi quantità di liquidità nel sistema. In tal modo gli indebitati, che erano tanti, avevano potuto onorare i loro debiti, e le imprese, i fondi pensioni, i fondi comuni, attraverso la forza attrattiva del dollaro, avevano avuto la possibilità di ricomprare titoli ed azioni a prezzi di saldo. Se il crollo di Wall Street, a differenza del 1929, non aveva prodotto la temuta depressione, i mezzi per evitare il disastro sono venuti dall’impressionate operazione di drenaggio dei capitali mondiali che la politica dei tassi della Federal Reserve aveva reso possibile. Il mondo intero aveva così pagato la rinascita dell’economia americana sul mercato planetario. Corollario politico di questa supremazia è la Prima guerra del Golfo, che come primo effetto ha quello di far pagare ai diretti concorrenti, Europa e Giappone, i costi di quella guerra a tutto vantaggio del sistema produttivo americano, e della sua moneta. Gran parte del boom della borsa americana nel corso degli anni ‘90 era basato su dati falsi o manipolati, su un’economia drogata che non rispecchiava la realtà del ciclo economico mondiale. E poiché proprio il boom borsistico finanziava i consumi e questi, a loro volta, sostenevano totalmente la crescita americana, che reggeva la crescita dell’intero pianeta, ecco che tutta l’economia mondiale, con lo scoppio della seconda bolla speculativa, quella della New economy del 2000, scopriva che la base su cui si stava muovendo era d’argilla. L’esplosione della bolla speculativa trovava gli Stati Uniti d’America con un indebitamento estero ed interno vertiginoso: alla fine del 2001 il debito delle famiglie americane ammontava a circa 8 trilioni (un trilione equivale a mille miliardi) di dollari, quasi 6 trilioni dovuti a mutui contratti. Il debito delle imprese era di 6 trilioni di dollari. Il debito pubblico si aggirava, più o meno attorno alla stessa cifra. Suddiviso pro capite fra i cittadini americani questo debito equivale a circa 95 mila dollari a testa, compresi vecchi e bambini. Il ciclo economico interno ed internazionale negativo,
52 Paolo Sylos Labini su “Repubblica” del 22/8/2002.
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non supportavano l’economia, e gli investimenti delle imprese calavano non per mancanza di denaro, ma per una evidente crisi di sovrapproduzione. Nel corso del 2001, la Banca centrale americana ha dovuto abbassare il tasso di sconto per ben 11 volte per stimolare gli investimenti: praticamente, dava il denaro gratis. La Federal Reserve ha continuato a finanziare una crescita esclusivamente basata sui consumi, senza investimenti,senza aumento dell’occupazione, senza utili per le imprese. Grazie a sconti di ogni genere ai consumatori, prestiti a tasso zero e così via, si pensa di perpetuare l’illusione monetaria di creare ricchezza inesistente, facendo aumentare all’inverosimile l’indebitamento dei cittadini americani. In queste condizioni emerge un problema di tenuta: le basi economiche, i cosiddetti fondamentali, rischiano di cadere rovinosamente, mentre gli Usa hanno inondato il mondo di dollari, cosa che rende virtualmente inesigibile il loro debito da parte dei creditori. Il dollaro sarebbe carta straccia se gli Stati Uniti non disponessero dell’apparato militare più possente del pianeta, e solo chi ha una forza sterminata non paga i debiti, cosa che fa gli Stati Uniti un debitore insolvente che non può essere chiamato da nessuno ad onorare i suoi debiti. Peggio ancora: il debitore insolvente, che ha uno spaventoso debito interno ed estero, ha bisogno di continuare ad indebitarsi, di consumare, e quindi deve avere la garanzia che il risparmio (plus-valore) globale continui a confluire verso il dollaro, altrimenti il crollo del sistema di vita americano, e non solo americano, sarebbe inevitabile. Ciò si attua impedendo che altre monete, come l’euro (secondo un rapporto della Banca Centrale Europea sul ruolo internazionale dell’euro tra l’inizio del 2001 e la metà del 2002, la quota dell’euro sul mercato delle obbligazioni, sia quelle emesse da privati che da istituzioni pubbliche, è cresciuta del 3%, raggiungendo una quota del 29% sul totale, rispetto al 44% del dollaro ed il 13% dello yen giapponese. Il rapporto sottolineava la crescita della popolarità della moneta europea presso paesi terzi, come quelli esteuropei e la Russia, risultava inoltre che l’8% delle banconote emesse dalla Bce dal primo gennaio 2002, erano uscite dai confini europei per un valore di 25 miliardi di euro in denaro contante e di 52 miliardi in depositi bancari), ed altre potenze economiche diventino attrattori economici o monete di riserva e comincino a rivaleggiare col dollaro come moneta di riferimento per i traffici internazionali. A fronte di questa situazione interna ed all’enorme debito estero, il disastro poteva essere contrastato attraverso una riduzione del debito stesso ottenuta con una svalutazione del dollaro, che favorisce anche un aumento della competitività delle merci americane (colpite da un calo dei consumi interni e dall’eccesso di capacità produttiva), cercando così di scaricare sul resto del mondo gli effetti della recessione USA. Rispetto al 1971, quando gli USA sospendendo la convertibilità del dollaro con l’oro, trasformarono i loro debiti in carta straccia, ora lo stato dei rapporti di forza fra i vari imperialismi si è modificato sia per l’emergere della Cina e dell’India, sia per la presenza sul mercato mondiale dell’Euro, rispetto al quale nel 2002, la moneta americana ha perso il 12% del suo valore. E’ una situazione pericolosa ed inaccettabile per gli USA, costretti a svalutare per i motivi già detti, senza intaccare le supremazia politica del dollaro. Sono queste le ragioni dell’interventismo militare americano: accrescere lo stato di tensione internazionale, esaltare il ruolo politico-militare degli Stati Uniti ed obbligare i concorrenti monetari ed economici ad una posizione di subalternità che impedisce loro di reagire all’offensiva della svalutazione. E’ impensabile che la massima potenza imperialista acconsenta a che la sua moneta venga detronizzata, favorendo la nascita di un’altra divisa artificiale, consensuale, a 155
corso medio matematico e a gestione “collegiale” e rinunciando così a tale leva per il controllo sui flussi finanziari e per il ricatto dei concorrenti. Gli Usa si sono guadagnati il predominio brigantesco sul mondo con le armi, in una guerra mondiale vinta contro Giappone e Germania, e dimostrando nei fatti l’avvenuto sorpasso dell’alleata Gran Bretagna da parte dell’ex colonia. Il sistema capitalistico in crisi, di conseguenza, non potrà trovare pacificamente un nuovo assetto monetario, come non potrà raggiungere una stabile struttura commerciale (WTO) attraverso accordi diplomatici. Il punto cruciale è che il definitivo esaurimento del ciclo di espansione capitalistica registratosi a partire dal 1974-75 impone l’eliminazione dell’eccesso di ricchezza (capitale costante) che ingolfa la produzione ed i mercati e dell’eccesso di produttori (capitale variabile), fattori che stanno entrambi al denominatore della formula che esprime il saggio di profitto, e quindi rende necessario un nuovo confronto militare a livello planetario delle forze degli imperialismi concorrenti per la sopravvivenza, dall’esito del quale dipenderà la ridefinizione dei rapporti di potere tra Stati a livello mondiale. La crisi economica mondiale in cui il capitalismo è nuovamente impelagato è strutturale e profonda, e l’uscita dal tunnel prevede il ridimensionamento dei concorrenti con una erosione della loro potenza economica e politica, il capitale per ricominciare a valorizzarsi nel ciclo produttivo ha bisogno di sbocchi, di mercati per ora intasati, in cui tutti vogliono vendere la gran massa di prodotti fornita dall’immenso apparato produttivo mondiale. Le leve del credito e del monetarismo, gli strumenti cioè con cui si è cercato di nascondere o prolungare lo stato di crisi dell’accumulazione, sono strumenti che solo una superpotenza come quella americana poteva permettersi di usare in modo disinvolto ed imporle al mondo intero. Ma quelle leve sono state ormai bruciate: dunque l’alternativa scritta dai fatti materiali non può che essere la rivoluzione o la guerra, da cui appunto perciò non ci separa più nessun diaframma, anche se sappiamo che lo svolgimento attraverso cui quell’alternativa giungerà a porsi nella realtà dei fatti abbisogna dei suoi tempi anche sovrastrutturali, e che non c’è pertanto una sovrapposizione meccanica crisi-guerra. Il mondo mantiene l’America, essa ha bisogno del mondo, e il gigantesco programma militare, il suo dispiegarsi in questi anni ed in quelli futuri serve a mantenere questo stato di cose, a prevenire ogni loro cambiamento. Un accenno deve essere fatto, in questo contesto, al cosiddetto “keynesismo militare”: dopo l’11 settembre l’interventismo statale sta agendo su due fronti: uno è quello monetario, e consiste nell’abbassamento dei tassi di interesse per continuare a stimolare artificiosamente la domanda interna ed il ciclo economico della produzione, e ciò anche se la capacità produttiva viene utilizzata al 72,7% (dato di aprile 2003, il più basso dai minimi del 1986) rispetto alle sue potenzialità (53); l’altro è quello di tirare sul volano delle spese militari. In poche settimane dopo gli attentati di New York il surplus del bilancio federale, che nel corso del 2001 era di 127 miliardi di dollari, viene azzerato e trasformato in un deficit di 165 miliardi di dollari per il 2002, una vera e propria iniezione di risorse pubbliche nelle vene di un’economia in crisi. La parte del leone, in questi investimenti, come si può immaginare, l’hanno avuta i settori legati alla sicurezza ed alla guerra: nel 2002, le spese militari balzano a 360 miliardi di dollari, con un incremento del 19% rispetto al 2001, e a questo dato va aggiunta la considerazione che la spesa degli
53 “il manifesto” 16/9/2003.
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Stati Uniti per la difesa (316 miliardi) era già di gran lunga superiore -di oltre due volte- ai 140 miliardi di dollari spesi complessivamente da Cina, Gran Bretagna, Giappone, Russia, Germania e Corea del Nord. Le previsioni per il 2003 si attestano sui 400 miliardi di dollari, con un altro incremento del 12%, ma questo dato non tiene conto della guerra contro l’Irak, che si sta dimostrando più dispendiosa di quanto non era stato preventivato. Diventa chiaro dunque perché, nel corso del 2001 e del 2002, mentre i listini di borsa crollavano, le azioni dei colossi militari statunitensi registravano incrementi continui. Un dato diventa importante da puntualizzare: nel luglio del 2001, in piena bufera di Wall Street, i titoli della Lokheed Martin, Northop, Rytheon, United Technologies (settori legati agli armamenti), erano gli unici ad avere rialzi del 40 e il 60%, quasi che presentissero o sapessero quello che stava per accadere.
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Punto n° 26: corso dell’imperialismo e guerra
QUANDO LA GRANDE CRISI DI INTERGUERRA PERDURANTE IN FORMA ORMAI CRONICA DA TRENT’ANNI SI MANIFESTERA’ IN TUTTA LA SUA PORTATA SFOCERA’ DIRETTAMENTE NELLA TERZA GUERRA MONDIALE, SENZA CHE TRA LA CATASTROFE ECONOMICA E LA GUERRA SI INSERISCA UNA FASE INTERMEDIA DI RIPRESA DELL’APPARATO PRODUTTIVO. LA “GUERRA ININTERROTTA” DEGLI USA COMINCIATA CON L’11 SETTEMBRE 2001 E DIVAMPATA SU TEATRI FINORA LOCALIZZATI SEGNALA PERTANTO L’INIZIO DELLA FASE PREBELLICA. Il rapporto tra crisi economica e guerra non è lineare e diretto, ma complesso, e cioè è il risultato di un insieme di fattori economici distinti ma tra loro correlati e convergenti verso un’unica, anche se provvisoria soluzione. Nel periodo imperialistico lo sviluppo dei monopoli e dei trusts, l’accresciuto intervento statale nell’economia, il predominio di un gruppo ristretto di superpotenze sul resto del mondo, l’esigenza che esse hanno di accaparrarsi più vaste sfere d’influenza economica e politica, il predominio del capitale finanziario, con i fenomeni di speculazione affaristica che ne derivano, in una parola il carattere putrescente, parassitario ed antistorico assunto dal modo di produzione vigente, che è ormai solo un ostacolo allo sviluppo ulteriore delle forze produttive, si manifesta determinando, come si è visto nel punto precedente, l’insorgenza periodica di crisi economiche sempre più prolungate, profonde e catastrofiche. Ciò comporta necessariamente una concorrenza più aspra ed accanita sul mercato mondiale, concorrenza sostenuta in tutti i modi e con tutti i mezzi dagli apparati statali e militari delle varie borghesie nazionali. Ma alle spalle di quella accresciuta concorrenza non c’è una “ingordigia”, una “bramosia” di profitti maggiori a scapito dei rivali, e dunque un fattore di volontà, sia pure distorta, ma c’è una NECESSITA’ DI SOPRAVVIVENZA, dettata dalla pressione bestiale a sovrapprodurre e a realizzare il sovraprodotto allo scopo di mantenere la massa dei profitti al di sopra della soglia di asfissia nonostante la caduta del loro saggio medio. A questo modo le intime contraddizioni economiche del capitalismo divengono la base materiale delle guerre imperialiste, ovvero ciò che le rende necessarie. E’ infatti l’andamento stesso del ciclo economico, roso dal tarlo della caduta del saggio di profitto e quindi dalla malattia cronica della sovrapproduzione, che non solo rende ineliminabile il fatto che la concorrenza tra gli imperialismi rivali generi guerre a getto continuo, ma che rende inevitabile il trascrescere periodico di una concorrenza sempre più violenta tra i mostri imperiali nella catastrofe della guerra generalizzata. Ciò non ha nulla a che spartire con la ridicola teoria secondo cui il capitalismo “fabbrica” e “decide” le guerre per trovare sbocchi alla sovrapproduzione. Si postulerebbe in questo modo un rapporto, come si diceva all’inizio, diretto e lineare: la guerra nascerebbe dal bisogno del Capitale di sovrapprodurre quando e nella misura in cui esso trova sfogo nella produzione di armi. Ma, se consideriamo la classe borghese nel suo complesso, il militarismo e le guerre sono un impiego improduttivo del capitale, e l’approntamento di flotte ed eserciti non può risolvere la crisi più, ad esempio, della costruzione di opere pubbliche. I costruttori di opere pubbliche e di armi traggono sì un profitto dall’impiego dei loro capitali in questi settori, e perciò sono una forza oggettiva che spinge in questa direzione, ma, ciò nondimeno, opere pubbliche, esercito e guerre rappresentano per l’insieme del capitale mondiale un costo della produzione e non viceversa. In realtà il capitalismo non “vuole” la guerra più di
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quanto non “voglia” la concorrenza e la crisi capitalistica che periodicamente ne deriva sul mercato mondiale: tanto la crisi che la guerra distruggono capitale esistente e ripartiscono le perdite fra i capitalisti in base alla lotta; ma se la crisi distrugge essenzialmente il valore del capitale e solo in via subordinata la massa dei valori d’uso ad esso corrispondenti; se cioè durante la crisi tutti i valori crollano, durante la guerra la sovrapproduzione viene risolta distruggendo merci, impianti (capitale costante) e capitale variabile (popolazione civile), mentre i capitali che sopravvivono opereranno con un risalito tasso di profitto per crollo del denominatore (c+v). Senza contare che ogni Stato, in questa lotta tenta di addossare le sue perdite ai concorrenti sconfitti, continuando a far girare a pieni ritmo le proprie fabbriche. Dopo aver ribadito quindi i cardini della visione marxista a proposito del rapporto crisi-guerra, ed avere di conseguenza escluso da un lato ogni ricorso a fattori di “volontà” e dall’altro ogni semplificazione che banalizza la portata del nostro metodo, dobbiamo constatare che i recenti scontri consumatisi all’interno della nostra piccola organizzazione sono affiorati proprio quando alcuni articoli –ed in particolare quello uscito sulla stampa spagnola a proposito dell’Argentina- hanno affermato senza peli sulla lingua che la Terza Guerra Mondiale, di cui la borghesia argentina (e mondiale) ha bisogno, si sta ormai profilando come una possibilità concreta entro l’orizzonte visibile. Sembra che anche il termine “Terza Guerra Mondiale” sia diventato una parola peccaminosa, tanto è vero che, per esorcizzarla, è stata inventata addirittura una nuova dottrina, secondo cui staremmo per entrare (dunque non siamo ancora entrati) nella fase di avvio della “crisi di interguerra”, quindi staremmo per entrare nel 2003 nella fase che precede … la crisi economica del 1974-75, che è la data di inizio della vera “crisi di interguerra, analoga a quella che scoppiò in America nel 1929” (1) antiveduta dal Partito e da esso fissata esattamente in quella data (2). Analoga, non identica, come si è visto nel punto precedente. Quindi secondo l’orologio che i nostri contraddittori portano al polso non saremmo affatto nell’anno di grazia 2004, ma nel 1966 o giù di lì, e dalla futura Terza Guerra Mondiale ci separerebbero: a) la fase di avvio della “crisi di interguerra”; b) la “crisi di interguerra”; c) la fase di ripresa economica pre-bellica; d) la crisi economica pre-bellica. Questo irrazionale spostamento all’indietro delle lancette dell’orologio storico risponde al bisogno del capitalismo mondiale di narcotizzare i proletari per poterli poi meglio far massacrare a vicenda nella nuova carneficina mondiale che si sta preparando. Il dovere elementare del Partito, all’opposto, era ed è quello di dare l’allarme, di avvisare i proletari del pericolo che si avvicina. La realtà, infatti, è che la “crisi di interguerra” è ormai iniziata da 30 anni, che essa nel suo lungo cammino ha consumato in una serie di asfittiche “ripresine” quella che -nel precedente interguerra- era stata una vera e propria fase di ripresa economica, per quanto “drogata” e quindi “pre-bellica”, e che dal 2001, dopo l’esplosione dell’ennesima “bolla speculativa”, è iniziata la fase, nuovamente recessiva, della vera e propria preparazione immediata del terzo macello imperialista. Se prendiamo l’anno 1937 nel suo vero significato, che è quello del vero inizio (sostanziale e non formale) della Seconda Guerra
1 “Dialogato coi Morti”.
2 “Una terza guerra mondiale verrebbe dopo passata una grande crisi di interguerra della portata di quella del 1929-1932. Durante la ripresa di produzione che la seguirà la forza della rivoluzione proletaria sarà chiamata in causa una volta ancora” (“Il corso del capitalismo mondiale…” Parte I, par. 9 intitolato “Tramonto del periodo idillico”, il programma comunista, n° 17, 1957).
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imperialista, allora l’equazione marxista esatta è: 2001 = 1937 (3), il che significa che non avremo altre “fasi” davanti a noi perché quella che stiamo attraversando finisce quando la guerra mondiale comincia, posto che la Rivoluzione non intervenga prima a sbarrarle il cammino, proprio come la Guerra di Spagna terminò nel 1939, quando il secondo conflitto imperialista deflagrava. Ma anche ammettendo in via puramente ipotetica che sia sbagliato ritenere che il capitalismo mondiale è entrato in una fase immediatamente prebellica, dobbiamo chiederci: il danno che per il Partito e la Rivoluzione potrebbe venire da un’allarme ingiustificato è forse paragonabile a quello che verrebbe dal fatto di occultare la realtà del pericolo incombente? E’ evidente che il primo è un danno minimo se non nullo, mentre il secondo ha una portata catastrofica: la borghesia mondiale ordina ed i “comunisti” eseguono … Dicono che “non è successo niente” e rassicurano le pecorelle che leggono la loro stampa. Ad un simile risultato si perviene, sia pure inconsapevolmente, sostenendo che la Terza Guerra Mondiale è già terminata da un pezzo e che la Quarta Guerra Mondiale è già iniziata, addivenendo alla conclusione che dopo la Seconda Guerra Mondiale si è instaurato uno stato di guerra cronico caratterizzato da una serie di guerre localizzate separate nel tempo e nello spazio (4) e quindi negando che si stia
3 Ciò non significa che la guerra scoppierà adesso o che doveva scoppiare nell’anno 2003, che dista 2 anni precisi dal 2001 esattamente come il 1939 distava 2 anni dal 1937. Perché il periodo “grande crisi + ripresa drogata” (che le due fasi siano separabili o meno nel tempo non importa) è passato dagli 8 anni del primo interguerra ai 25 anni di questo secondo interguerra, triplicandosi. Ne deriva quindi, pur nei limiti dell’arbitrarietà insita sempre in questo tipo di previsioni, che la Terza Guerra Mondiale può approssimativamente attendersi non prima che siano trascorsi altri 3-4 anni caratterizzati dal succedersi di ulteriori battaglie “localizzate”, ossia delimitate nello spazio e nel tempo. Sulla base dei soli dati economici e fatte salve le correzioni correlate ai tempi tecnici aggiuntivi resi necessari dalla preparazione diplomatica e militare del conflitto generale, quest’ultimo potrà quindi avere il suo inizio non prima del 2006-2007. Naturalmente è possibile che, da questa data, trascorrano altri anni prima che esploda un conflitto generalizzato; il punto è che è probabile che non passino certamente dei decenni. In ogni caso si tratta di un’ulteriore, breve proroga concessa dalla storia alla classe operaia ed al suo Partito.
4 Vedi in proposito “n+1” n° 11, marzo-giugno 2003 (“Teoria e prassi della nuova politguerra americana”). A quanto si afferma nel lungo studio “abbiamo avuto due guerre mondiali, ed è chiaro; una guerra denominata «fredda», ed è abbastanza chiaro”, la quale “avrebbe potuto essere chiamata a ragion veduta Terza Guerra Mondiale”, ragion per cui, anche se “non è forse chiaro adesso, ma sarà chiarissimo nei prossimi anni”, attualmente “abbiamo anche una guerra planetaria per la sopravvivenza non solo degli Stati Uniti, ma del sistema capitalistico in quanto tale”, guerra di cui l’attacco all’Iraq del 1991 è stata solo la prima battaglia e di cui abbiamo assistito al succedersi di ulteriori battaglie (battaglia di New York e Washington l’11.9.01, battaglia dell’Afghanistan, battaglia dell’Iraq n° 2, …). Conclusione: la IV guerra mondiale è già iniziata “ben prima dell’11 settembre” (pag. 12-13). Deduzione: la guerra mondiale che è già iniziata proseguirà sulla stessa falsariga, ossia come stato di guerra cronico (“La tesi [sostenuta nel bollettino Internet di n+1 il 12.9.01] era molto semplice: la Terza Guerra Mondiale avrebbe potuto non seguire lo schema delle prime due e prendere «una forma cronica di conflitto» in cui gli schieramenti avrebbero stabilito le proprie partigianerie”, pag. 11). In realtà il Partito all’indomani della II guerra mondiale aveva affermato che “preludio alla terza guerra mondiale” era il fatto di “portare a compimento il nuovo ciclo di accumulazione” (“Alle radici della guerra”, Prometeo n° 1, Luglio 1946), il che escludeva che la “guerra fredda” potesse non solo trascrescere in una Terza Guerra Mondiale ma escludeva anche, a maggior ragione, che, per quanto disseminata di guerre locali calde, la “guerra fredda” potesse essere chiamata “a ragion veduta Terza Guerra Mondiale”, cosa che il Partito in effetti si guardò bene dal fare. Allora bisogna intendersi: la guerra americana inizia nel 1991 contro l’Iraq come risposta alla riunificazione tedesca e prosegue nel 2001 in Afghanistan non più soltanto come risposta all’Euro, ma come risposta a 360°. Da quel momento in poi, infatti la guerra americana si dispiega nella forma di una guerra ininterrotta combattuta all’insegna della crociata contro il “terrorismo”, ovvero nella forma di una guerra di cui non si intravede la fine e che si svolgerà contro chiunque si ponga di traverso alla politica di Washington. Dunque la guerra prosegue dopo l’11 settembre come un’offensiva militare preventiva in funzione certamente anti-europea, ma anche antirussa ed antiasiatica, atta a rompere o a limitare qualsiasi tipo di accordo commerciale o di “ingerenza” altrui che sia ritenuto contrario ai propri interessi nazionali. L’attacco all’Iraq, che aveva avuto, fra l’altro, anche il torto di ammettere l’euro come forma di
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preparando un nuovo conflitto generalizzato del tipo e della estensione del primo e del secondo macello imperialista. Non ci pare il caso infatti di dedicarsi alla fabbricazione di nuove teorie (5). Anche la nostra Frazione all’estero,
pagamento del petrolio, è stata solo la seconda battaglia di questa guerra, la battaglia di Baghdad. L’11 settembre, pertanto, segna il punto di svolta, l’inizio di una guerra ininterrotta contro chiunque minacci gli interessi americani in ogni punto del globo. Se non ci fossero stati, i miliziani di “Al Qaeda”, sarebbe stato necessario inventarli, costruirli, perché facessero esattamente ciò che hanno fatto. E tutto lascia presumere che il governo degli Stati Uniti sapesse ciò che i suoi ex-dipendenti stavano organizzando e lo abbia deliberatamente tollerato. Il concetto di “guerra ininterrotta” non significa solo che sarà molto lunga, ma significa anche un’altra cosa, che né i bushiti né i loro nemici possono permettersi di dire: significa che la guerra in atto, dopo una serie di battaglie, finirà sfociando direttamente nella Terza Guerra Mondiale, esattamente come la Guerra di Spagna (1936-1939) sfociò direttamente nella Seconda (“L’1 aprile 1939 Franco pubblicava il suo famoso comunicato: «La guerra è finita». Pochi mesi dopo, il 3 settembre 1939, iniziava la II guerra mondiale”, “Cronologia e storia della Guerra di Spagna”, pag. 27). Allora se vogliamo dire che virtualmente la Terza Guerra Mondiale è già iniziata, lo possiamo anche dire, come in passato abbiamo detto che la Seconda Guerra Mondiale era iniziata nel 1937 (“1937-1946: seconda guerra mondiale”, Dialogato coi Morti), ma abbiamo il dovere di spiegare in che senso: nel senso che nel corso della attuale “guerra infinita” si prepara la futura carneficina mondiale su tutti i terreni, da quello strettamente tecnico-militare (le armi devono essere provate su teatri di guerra limitati prima di essere prodotte su scala allargata per la guerra generale) a quello diplomatico (ridefinizione delle attuali alleanze ed emersione della costellazione imperialista contro cui Washington andrà infine a cozzare in funzione dei mutevoli schieramenti di oggi e di domani rispetto alla politguerra americana, schieramenti che hanno già registrato il coagularsi di un polo anti-USA attorno alla Francia ed alla Germania, dietro a cui si profila l’ombra del malconcio orso russo, ed un polo pro-USA che ha finora aggregato Spagna e Italia attorno al “nucleo duro” britannico) a quello politico (cloroformizzazione e messa fuori gioco definitiva del proletariato metropolitano) a quello ideologico (messa a punto delle contrapposte “crociate” sulla cui base reclutare già da adesso le partigianerie che occorrono). La guerra di lunga durata iniziata dagli Stati Uniti in Medio Oriente è in questo senso l’equivalente della Guerra di Spagna: anch’essa infatti preparò la Seconda Guerra Mondiale “anzitutto dal punto di vista politico, giacché in Spagna hanno fatto la loro prova generale –e, purtroppo, con successo- le bandiere ideologiche del futuro macello imperialista: quella della democrazia e della libertà, intrisa di aspirazioni e di sedicenti realizzazioni «socialiste» da un lato; il mito della nazione, intriso anch’esso di venature socialistoidi e anti-plutocratiche dall’altro”, mentre le Brigate Internazionali altro non furono se non “l’anticipazione dei futuri blocchi partigiani”, ma anche ed “in secondo luogo dal punto di vista militare, in quanto sui fronti di Spagna le due costellazioni imperialiste contrapposte hanno provato «in corpore vili» le armi con cui si sarebbero poi affrontate direttamente in ogni angolo del mondo” ed infine dal punto di vista sociale “dato che la preparazione del II conflitto mondiale presupponeva lo schiacciamento del proletariato spagnolo, che era l’unico proletariato d’Europa rimasto in piedi e quindi ancora capace di pericolosi soprassalti classisti” (“Cronologia e storia della Guerra di Spagna”, pag. 28). I primi due aspetti si stanno ripetendo puntualmente adesso con la “guerra antiterroristica” degli USA, a cui fa da contraltare un “antimperialismo” d’accatto, mentre il terzo non ha ragion d’essere in quanto purtroppo non vi è oggi nessun proletariato “in piedi”. La Terza Guerra Mondiale inizierà dunque quando la sua preparazione sarà giunta a compimento, quando il vero nemico di Washington sarà costretto ad uscire allo scoperto perché ad un certo punto non potrà più limitarsi al mugugno, se vorrà sopravvivere. E soprattutto verrà quando le successive guerre locali con le loro distruzioni e ricostruzioni non basteranno più a rianimare il processo di accumulazione. E sarà caratterizzata non solo dal coinvolgimento diretto di tutti i principali centri imperialisti, come si addice ad una vera Guerra Mondiale, ma anche dalla macellazione su vasta scala e concentrata nel tempo dei proletari che a quei centri appartengono e dalla distruzione su una scala altrettanto vasta ed altrettanto concentrata nel tempo del lavoro morto che entro quei confini si concentra. Solo in tal modo infatti è possibile rialzare il tasso di profitto e fare effettivamente ripartire la accumulazione a livello planetario. Fino a tanto, affermare che “la terza o la quarta guerra mondiale è già in atto” significa solo rassicurare i morituri, obbedendo inconsapevolmente agli impulsi che da quei centri si irradiano.
5 Nell’articolo “Neutralità” (“Prometeo” n° 12, Gennaio-Marzo 1949, ora in “Per l’organica sistemazione dei principi comunisti, pag. 170), ad esempio, si riprende il filo dei dibattiti avvenuti nel passato in seno al movimento operaio per “arrivare all’atteggiamento dei partiti italiani di oggi nell’ipotesi di guerra” e ad un certo punto si afferma che “è ormai chiaro che se ci fosse la terza guerra –od anche in funzione di quella forma cronica di conflitto che potrebbe sostituirla- in ogni paese del mondo agiranno due gruppi opposti che reciprocamente si imputeranno il crimine di tradimento alla civiltà alla democrazia e soprattutto alla pace”. Ogni riferimento ai testi va collocato in un contesto, e qui il contesto è quello di una “ipotesi di guerra” che si delineava nel periodo in cui si scriveva (1949). In quel contesto, in cui la
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all’approssimarsi della seconda guerra imperialista, disse qualcosa di simile, e cioè che ormai il capitalismo poteva regolare le sue contraddizioni con le guerre localizzate (6). E sbagliò. Per noi quindi il fatto che la Terza Guerra Mondiale verrà se non viene prima la nostra Rivoluzione è e resta un dogma. Non è tanto importante per il Partito conoscere in anticipo l’ora-x dello scoppio del conflitto, ma sapere e far sapere ai proletari che ci leggono se siamo entrati o no nella fase della preparazione immediata del conflitto, fatto che incontestabilmente si è verificato, come dimostra il dispiegarsi della “guerra infinita” dall’Afghanistan all’Iraq ed i ventilati progetti di intervento americano in Siria, Arabia Saudita ed in Iran. E quindi dedurne non già che bisogna moltiplicare alla ennesima potenza il numero dei volantini o che bisogna gridare più forte, ma che bisogna gridare a quelli che possiamo raggiungere che in questa fase ogni manifestazione di solidarietà nazionale è un gesto suicidiario ed imbecille perché coincide con la preparazione immediata dell’Union Sacrée. Che ogni soldo risparmiato dagli Stati sui salari e sulle spese sociali è una pallottola in più che ci conficcheranno in fronte perché va immediatamente a finanziare la preparazione del nuovo macello imperialista. Che ogni tricolore che viene sciaguratamente sbandierato sia pure soltanto negli stadii è un macabro sudario in cui sin d’ora ci si avvolge. Che le bandiere della pace esposte alle finestre sono solo degli iridescenti sudari arcobaleno e che solo innalzando e facendo trionfare la bandiera rossa della Rivoluzione Comunista i proletari potranno evitare che il pericolo incombente divenga una realtà. E’ falso e disfattista proclamare che se veramente la Terza Guerra Mondiale fosse vicina, allora non ci resterebbe che andarcene a casa,
ricostruzione e il boom erano appena iniziati e in cui una costellazione imperialista avversa a Washington si poteva individuare solo attorno alla Russia, che era tuttavia ben lungi dal rappresentare un concorrente per gli USA sul terreno del mercato mondiale, quella dello scoppio della Terza guerra mondiale non poteva apparire al Partito che come un’ipotesi estremamente remota, in alternativa alla quale si delineava correttamente l’ipotesi, molto più probabile, di una “forma cronica di conflitto”, rappresentata da una serie di guerre localizzate, che è del resto l’ipotesi che storicamente si verificò con la guerra di Corea, quella del Vietnam, con le varie guerre arabo-israeliane, ecc. Ma non sta scritto da nessuna parte e in particolare non sta scritto in quell’articolo che tale contesto sarebbe stato eterno, e quindi che il surrogarsi di una forma cronica di conflitto alla terza guerra mondiale avrebbe potuto riproporsi all’infinito in nome di una presunta “nuova fase” del capitalismo.
6 Se nel n° 11 di “Bilan” la linea della Sinistra è ancora fermamente mantenuta, affermandosi che “il capitalismo è spinto irresistibilmente verso il suo destino, alla guerra” e che “i due termini dell’alternativa” storica erano “la rivoluzione proletaria o la guerra imperialista”, le posizioni della Frazione sulla guerra cambiano invece nel 1937-38, quando si sostiene che le guerre localizzate possono surrogare la guerra generalizzata: “Per quel che mi riguarda io credo che questa conflagrazione [la guerra mondiale] non ci sarà e che ormai la sola forma di guerra corrispondente all’attuale evoluzione storica è la guerra civile fra le classi, visto che i contrasti inter-imperialistici possono trovare una soluzione non violenta” (“Bilan” n° 43, settembre-ottobre 1937). La risposta del capitalismo alla crisi economica, infatti, non era più, come prevedevano le nostre posizioni classiche, la guerra (da cui il dilemma “guerra o rivoluzione”), ma l’economia di guerra, che “permette di evitare che il mercato sia immediatamente ingombrato dall’invasione della parte eccedente della produzione” (“Bilan” n° 24, ottobre-novembre 1935). La guerra era pertanto divenuta ormai solo “la forma estrema della lotta del capitalismo contro la classe operaia” (“Bilan” n° 43, settembre-ottobre 1937), insomma un antidoto alla rivoluzione idoneo a prevenirne l’esplosione ogni volta che se ne profilava la minaccia, deviando e irreggimentando le energie rivoluzionarie nei fronti di una serie di guerre localizzate, in cui peraltro le armi prodotte dall’economia di guerra trovavano il loro consumo: “Ogni volta che scoppia una guerra, il problema che bisogna porsi non è «quali interessi sono in gioco», ma piuttosto «quali contrasti sociali vengono rovesciati nella guerra»” (“Bilan” n° 46). In ragione di questa nuova dottrina la Frazione, alla vigilia dello scoppio del secondo conflitto imperialista, si troverà addirittura ad affermare che “nonostante la tensione attuale, una soluzione provvisoria finirà con l’essere trovata in una nuova Monaco” (“Notes internationales”, in “Octobre” n° 5, agosto 1939), a dimostrazione ulteriore che gli errori sono il risultato pratico inevitabile della pretesa di innovare la teoria marxista.
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come fece la Frazione. E’ falso perché la nostra Frazione non smobilitò affatto, come risulta da tutta l’attività clandestina svolta dai compagni sui diversi fronti di guerra (7). E’ disfattista perché implica la rinunzia a fare quello che –poco o tanto che sia- le condizioni esterne ci consentiranno di fare, tradendo così la consegna di restare comunque al nostro posto.
La seconda conseguenza che dobbiamo trarre dall’analisi del corso dell’imperialismo verso la Terza Guerra Mondiale, da cui non ci separa ormai alcun diaframma, è quella di contrapporre fin d’ora la nostra parola alle due crociate che si stanno preparando, e quindi di analizzare i contenuti menzogneri che si stanno allestendo come base di reclutamento delle opposte partigianerie.
Al di là dell’Atlantico la crociata americana, alla luce della dottrina-Bush, si presenta come una crociata contro il terrorismo, ossia contro un nemico subdolo, infido, molteplice e multiforme, che mette a repentaglio la libertà e la sicurezza degli USA e dei loro alleati. Il Partito non può che far propria, a tale proposito, la critica sprigionatasi dalle prime crepe che stanno cominciando ad attraversare la apparente omogeneità politica del colosso nordamericano, critica che è stata efficacemente condensata nella seguente proposizione: “Tutti si preoccupano di come possiamo fermare il terrorismo. Bene, c’è un modo semplicissimo per riuscirci: smettere di praticarlo” (8). Ma ha anche il dovere di aggiungere non solo che la sicurezza di Washington riposa sulla sua mantenuta capacità di destabilizzare e di rendere insicuro tutto il resto del globo; non solo che la sua libertà è quella di rendere schiavi tutti gli altri abitanti del pianeta. Ma anche e soprattutto che: A) la destabilizzazione del mondo perseguita dagli USA implica fin d’ora ed implicherà sempre più il moltiplicarsi dell’insicurezza anche entro i confini della patria: quanti altri attentati suicidi dovranno subire sulle proprie carni i proletari americani (le uniche vittime dell’11 settembre, dato che nessun alto papavero dell’establishment si presentò quel giorno all’appuntamento) prima di rendersi conto che intrupparsi dietro la bandiera della “guerra contro il terrorismo” significa rendere sempre più precarie le proprie vite? B) che il governo americano non può non rendere esplicitamente ed ufficialmente schiavi i “suoi” proletari nell’atto stesso di rendere schiavo il resto del mondo. Nessun popolo -diceva Marx in riferimento all’Inghilterra e all’Irlanda- può essere libero se schiavizza un altro popolo. Come potranno pretendere allora di conservare anche solo il ricordo della loro libertà i proletari nordamericani, se il loro governo si ripromette di rendere schiavo il mondo intero? La “libertà” del proletario nordamericano schiavo non solo del “normale” sfruttamento capitalistico ma anche del super-sfruttamento legato alla volontaria sottoscrizione dei maledetti mutui, è stata sempre una favola di sapore hollywoodiano, ma adesso, con la aperta fascistizzazione del sistema, acceleratasi brutalmente dopo l’11 settembre, questa favola si sta sbriciolando sotto i suoi occhi.
Al di qua dell’Atlantico la crociata anti-americana si va delineando anzitutto come crociata anti-imperialista, che raduna le sue schiere sotto il vessillo della
7 Sull’attività dei nostri compagni nella II Guerra Mondiale ampio materiale documentario si trova raccolto nel n° 40, Giugno 1996, di “Comunismo” (“Seconda Guerra mondiale conflitto imperialista su entrambi i fronti contro il proletariato e contro la Rivoluzione”) e nel volume di A. Peregalli “L’altra resistenza”.
8 N. Chomsky, “Dopo l’11 settembre”, Tropea, pag. 141. Va da sé che par propria questa critica non implica affatto l’adesione alle posizioni politiche complessive che l’autore citato rappresenta e che sono in larga misura di tipo terzomondista.
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difesa del diritto di autodecisione delle piccole nazioni, schiacciate dallo strapotere del “big stick” statunitense e costrette almeno finora ad allinearsi –volenti o nolenti- alla sua globalizzazione. In secondo luogo essa si va sempre meglio precisando anche come crociata anti-capitalista (o meglio anti-plutocratica), basata sul risentimento diffuso, specie nel medio ceto borghese, contro un sedicente “mondo libero” che, dimentico dei “valori dello spirito”, ha fatto e fa della ricerca del profitto la sua unica regola, e intesa pertanto a contrapporre ad un capitalismo selvaggio e senza regole (stile, appunto, Far West), come quello che gli USA vorrebbero esportare ed imporre a tutto il mondo con la loro globalizzazione, un capitalismo “sociale” se non addirittura “socialista”. E’ quindi ben riconoscibile fin da adesso l’indole sostanzialmente fascista di questa crociata ideologica: nazionalismo “anti-imperialista” da parte di Stati ormai pienamente sistemati nazionalmente + “socialismo” (anti-capitaismo su base “etica”) = nazional-socialismo. Data la sua natura e gli ingredienti che contiene, questa crociata si prepara a reclutare le sue partigianerie: a) tra i fascisti “storici”, anti-americani da sempre ed eredi dell’anti-capitalismo corporativo della Carta di S. Sepolcro del 1919 e del Manifesto di Verona della R.S.I. in Italia, delle S.A. e del “Fronte tedesco del lavoro” di Robert Ley in Germania; b) tra i nostalgici del “socialismo in un solo paese” in Russia e negli ex-satelliti di Mosca, nonché tra gli eredi delle varie “vie nazionali al socialismo” anche critici verso Mosca (nipotini di Tito nella ex-Jugoslavia, di Togliatti e di Berlinguer in Italia, di Santiago Carrillo in Spagna): fascisti e stalinisti hanno del resto già concluso un “fronte unico” scendendo in piazza assieme in Russia proprio contro le malefatte del capitalismo selvaggio; c) tra gli anti-global e i “verdi”, anch’essi accomunati ai precedenti non solo dal generico livore anti-americano, ma anche dalla mitizzazione di una “natura incorrotta” che è molto vicina al “mito del sangue e del suolo” dei nazisti; d) tra i terzomondisti anch’essi apostoli convinti di un socialismo nazionale (egiziano, cubano, vietnamita, libico, algerino, ecc.) e che non a caso prima di passare nel secondo dopoguerra sotto l’ala protettrice di Mosca, simpatizzarono per Hitler, come la fondatrice del Partito Nazionalsocialista dell’India Savitri Devi Maharani e il leader nazionalista indiano Chandra Bose, che fece parte del Partito del Congresso di Gandhi e Nehru, e vari esponenti dell’indipendentismo arabo, tra cui il Gran Muftì di Gerusalemme Hayamin Hussein, zio di Yasser Arafat, grazie ai cui buoni uffici Hitler fu insignito del titolo onorifico di hajj (pellegrino alla Mecca) e si potè formare nell’agosto 1943 il battaglione delle SS musulmane Handschar in Croazia ed in Serbia (9); e) tra i cristiano-sociali di tutti i tipi: non è un caso che l’unica
9 M. Dolcetti, Il nazionalsocialismo esoterico, Cooper Castelvecchi, pag. 154-155. Né si deve dimenticare, a questo proposito, che il Partito Baath siriano ed iracheno altro non erano, in origine, che una sorta di Partito Nazional-socialista locale, laico e moderno proprio in quanto era ricalcato sul modello hitleriano. Se le borghesie arabe si sono in seguito “ripulite” e denazificate senza poi troppa fatica, passando dal Nazional-socialismo al Socialismo nazionale, il dovere del Partito è di tener viva anche a questo riguardo la memoria storica del proletariato internazionale. Il Partito Baath (Partito della Resurrezione Araba) “nacque in Siria per iniziativa di un piccolo gruppo di intellettuali nazionalisti capeggiati da Michel Aflaq e Salah ed Din al Bitar. La sua data di nascita viene normalmente fatta coincidere con quella del suo primo congresso: il 1947” (ANSA). “Importato in Iraq da militanti siriani, il Baath vi viene fondato nel 1952 da uno sciita” (www.feltrinelli.it). Nel 1953 “quando viene attuata la fusione col partito socialista arabo di el Haurani” (ANSA) il Baath irakeno assumerà la denominazione definitiva di “Hizb al-Ba‘ath al-‘arabi al-ishtiraki, Partito della rinascita araba e socialista” (www.feltrinelli.it). “L’8 febbraio 1963, il Baath, alleato con un gruppo di ufficiali nazionalisti, rovescia Kassem con l’aiuto discreto, si dice, della Cia. Kassem viene giustiziato dopo un simulacro di processo. Per molti aspetti il colpo di stato assomiglia a una controrivoluzione: manifesta sia la rivincita delle classi dei possidenti, atterrite
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voce di aperta condanna degli USA per il recente attacco militare all’Iraq si sia levata dal Vaticano senza che alla condanna di Bush abbia fatto da contraltare una simmetrica condanna di Saddam Hussein; ed è significativa anche l’estrema durezza delle parole di Wojtyla: “Voi americani risponderete davanti a Dio di quello che state facendo!”; sarebbe stato facile dire la stessa cosa anche al duce di
dalla forza del movimento comunista, sia un ritorno all’affermazione del carattere arabo e sunnita dello stato” (www.feltrinelli.it) L’origine remota del Partito Baath risale però agli anni ’30: “sono stati dei giovani siriani a elaborare negli anni trenta la dottrina di quello che qualche anno dopo diventerà il partito Baath, che compendia nazionalismo arabo, socialismo e laicismo. I suoi promotori sono ex allievi della Sorbona, come Michel ’Aflaq e Zaki Arsouzi; e a Parigi entrano in contatto con Salah Bitar, un altro membro fondatore del partito. Insegnanti, hanno letto molto i filosofi francesi – Maurras, Bergson, Emmanuel Mounier – ma anche Marx e Nietzsche” (www.feltrinelli.it). Vediamo a quali scelte politiche portassero tali dottrine: “Nel 1941 un altro colpo di stato portò all’insediamento di un governo militare con a capo Rashid Ali al-Gaylani, nazionalista e panarabo, che per spirito antibritannico e non certo per simpatie filonaziste ricercò l’alleanza di Italia e Germania. L’Asse fece ben poco per Rashid, in compenso la Gran Bretagna intervenne subito con le sue truppe e in un paio di mesi riuscì a ristabilire il controllo sul Paese” (Storia dell’Iraq, REDS. Ottobre 2002 ). In realtà le “simpatie filonaziste” e anche filofasciste erano tutt’altro che assenti: “fin dagli anni trenta la lezione di Mussolini e di Hitler era presente allo spirito del nazionalismo panarabo iracheno. Sami Shawkat, direttore generale dell’Educazione di Baghdad, aveva lanciato già nel 1933 una nuova versione ammodernata e luttuosa del panarabismo divulgando, in tutte le scuole, un suo discorso apologetico sulla morte: quasi un preannuncio multiplo della mortifera tirannia baathista, del martirio suicidario e degli arsenali chimici e batteriologici. Bisognava «perfezionare l’industria della morte al fine di ritrovare l’unità araba»; la capacità di morire e d’infliggere la morte doveva essere più importante dell’acquisizione di ricchezza e di conoscenza. «Se Mussolini non avesse avuto decine di migliaia di camicie nere, che eccellevano nel mestiere della morte, egli non avrebbe potuto mai posare la corona degli imperatori romani sulla testa di Vittorio Emanuele»” (Enzo Bettiza, da “La Stampa”, 12 Maggio 2002). “Quando scoppia la guerra, è in una temperie filofascista che il gran muftì di Gerusalemme, protetto da Roma e da Berlino, fonda a Bagdhad un «Comitato arabo» cospirativo. Appoggiato da generali dissidenti, esso prepara e realizza un colpo di Stato antibritannico il 1° aprile 1941. Si forma un governo golpista di «difesa nazionale», che ottiene l’immediato riconoscimento e appoggio delle potenze dell’Asse e dell’Unione Sovietica; Hitler non aveva ancora invaso la Russia e il patto di «non aggressione», come si vede, funzionava ottimamente sincronizzato perfino alle lontane vicissitudini del Levante” (Ibidem). “In Iraq, il colpo di Stato filo-nazista di Gailiani, nel 1941 e il colpo di Stato di Kassem del 1958, furono entrambi appoggiati dal Partito Baath (nel primo colpo di Stato era un piccolo gruppo di intellettuali, nel secondo era già un partito che contava) ed entrambi miravano al rovesciamento dello stesso re (Feisal II), dello stesso primo ministro (Nuri al Said) e della stessa democrazia costituzionale improntata sul modello britannico” (Stefano Magni, Il crocevia totalitario). “Il siriano Michel Aflaq, il fondatore del Baath, aveva adottato un’ideologia apertamente ispirata al nazionalismo socialista tedesco. Tutte le caratteristiche del baathismo sono, non solo compatibili, ma intercambiabili con il nazismo: unità della nazione araba fondata sulla razza, superiorità della razza araba, rigetto di qualsiasi forma di dissenso all’unità araba, compattezza territoriale della nazione araba dall’Atlantico all’Oceano Indiano, controllo pianificato dell’economia. Non fu solo una scelta strategica (la comune lotta contro la Gran Bretagna) l’alleanza con la Germania nazista” (Ibidem). In Egitto era attivo prima della Seconda guerra mondiale il “partito del «Misr al-Fatât» («Giovane Egitto») di Ahmed Hussein” in cui “aveva fatto il suo apprendistato politico addirittura Gamal Abdel Nasser” (Storia ribelle, n° 4, pag. 373-374). Tale partito “rivelò la propria natura già nel 1936, partecipando con una propria delegazione al Congresso di Norimberga del Partito Nazista” e fece parte di quel mosaico di movimenti nazionalisti che “scatenarono nel 1942 in Egitto i moti anti-britannici a sostegno dell’avanzata nazista dell’«Africa Korps» al grido di «Ila’l – amân ya Rommel!» («Vieni avanti, Rommel!»)” (Ibidem). Quello che ci preme rilevare non è tanto il fatto, tutto sommato superficiale e transitorio, della convergenza di interessi che si creò durante la Seconda Guerra Mondiale e prima di essa tra le giovani borghesie asiatiche e africane e l’Asse, ma il sottostante fenomeno per cui, come i giovani capitalismi non partono dalla macchina a vapore ma dai microchips nel loro processo di industrializzazione, allo stesso modo agiscono sul piano sovrastrutturale, importando dall’Occidente supersviluppato non il liberalismo, ma il fascismo, ovvero l’ultima parola in fatto di tecnologia idonea all’imbottimento dei crani popolari.
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Baghdad, ma è proprio il fatto di non averlo detto che qualifica il Santo Padre ad avanzare la sua candidatura di leader spirituale della crociata anti-americana.
Pur avendo il dovere di scrutare con ansia le prime fenditure che si manifestano negli Stati Uniti e che ci auguriamo che possano sempre più incrinare la apparente compattezza di tutte le classi sociali dietro al vessillo della crociata anti-terroristica, nella consapevolezza che le reazioni degli operai nordamericani saranno decisive nel momento non lontano in cui si aprirà nuovamente l’alternativa storica “guerra o rivoluzione”, e pur avendo quindi il dovere primario di far sentire la propria parola anche al di là dell’Atlantico attraverso una propaganda specifica, il Partito non può tuttavia permettersi di trascurare il fatto che le costellazioni imperialiste che cozzeranno tra loro saranno due, che l’imperialismo europeo non è defunto, anche se per ora è stato costretto a tacere dal gigante a stelle e strisce, che due saranno le crociate e che la più insidiosa è quella della costellazione imperialista “che non c’è”, anche perché fa leva su un diffuso e parzialmente giustificato (10) risentimento contro i “padroni del mondo”. Da questo punto di vista due dei Punti qui riprodotti (il n° 14 sul socialcristianesimo e il n° 24 sulla “autodecisione nazionale”) sono di importanza cruciale affinché il Partito possa efficacemente contrapporsi al di qua dell’Atlantico alla nuova crociata nazional-socialista che si sta preparando. Al contrario, l’adesione alle rispettive Controtesi rappresenta il presupposto per scivolare al momento opportuno nel pantano della partigianeria anti-americana. Il riferimento, nel contesto del Punto n° 14, alla “Teologia della Liberazione” non è affatto casuale in quanto essa è stata un vero e proprio esperimento di laboratorio, effettuato nel teatro limitato dell’America Latina e del Brasile in particolare, per saggiare l’efficacia contro-rivoluzionaria del miscuglio di tre ben definiti ingredienti: socialcristianesimo, nazionalismo terzomondista e riesumazione dei “valori” trascendenti della tradizione cattolica: ne è venuto fuori il profilo di un “soldato politico” da fare invidia a “Signal”, che, non potendo giovarsi della benedizione papale per la sua crociata, fu costretta a ricercare di suoi “valori” tra le nebbie del Valhalla e tra le nevi dell’Himalaya, con minor efficacia ai fini del consenso delle masse. Se è vero che “nella moderna fase totalitaria del capitalismo è facile prevedere una regolazione pianificata mondiale anche del fattore religioso” per cui “al fianco dell’UNO vedremo probabilmente una U. C. O. (United Churchs Organisation)” (11), e se è vero che era altrettanto prevedibile che, in vista di un nuovo macello imperialista, si sarebbe aperta “un’altra gara, vecchia quanto la storia umana, a chi potrà meglio utilizzare, per la sua bandiera di commercio e di guerra, la popolarità del buon Dio” (12), va detto allora che grazie al reclutamento del papato nel blocco antiamericano, avremo adesso, al posto dell’uso improprio di quei relitti del comunismo primitivo, una crociata di veri Crociati, che, forse, reclutando nella partigianeria anche gli
10 Giustificato all’interno delle categorie borghesi, esattamente come era giustificata la tesi nazionalsocialista del Lebensraum: “i regimi dell’Asse impostavano la loro ostentata campagna contro quelle che definirono le “plutocrazie” su un rapporto reale, marxisticamente esatto e pienamente diagnosticato da Lenin nell’Imperialismo, ossia sulla stridente sproporzione tra la densità delle popolazioni metropolitane e l’estensione degli imperi coloniali, per cui Germania, Giappone ed Italia presentavano condizioni sociali antinomiche a quelle di Francia, Inghilterra, America ed anche Russia” (“Il corso storico del movimento di classe del proletariato”, “Prometeo” n. 6 del 1947).
11 “Abbasso la repubblica borghese, abbasso la sua costituzione”, Prometeo n° 6, marzo-aprile 1947.
12 Ibidem.
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islamici, realizzerà il sogno di riunire le risorse di almeno due delle tre grandi religioni monoteiste a fini di conservazione sociale.
Controtesi n° 24. L’AGGIORNAMENTO DELLO SCHEMA DEL CENTRALISMO MARXISTA, PASSAGGIO OBBLIGATO PER IMPORRE IL RISPETTO DI UNA GERARCHIA POLITICA DEL PARTITO. Dato che il centralismo “per noi rappresenta il principio di funzionamento essenziale” (1), ne deriva che il centralismo organico è anzitutto centralismo, anzi, rappresenta la variante più compatta del centralismo e implica pertanto il controllo più severo degli organi dirigenti su qualsiasi iniziativa della periferia. E’ opportuno quindi rettificare e migliorare lo schema del centralismo marxista ponendovi in cima un triangolo, che rappresenti nel modo visivamente più evidente la presenza di un vertice della piramide, e facendo agire su di esso due frecce, che rappresentano la necessaria azione di influenzamento della dottrina marxista sugli organismi centrali (fig. n°1). Se è vero infatti che il Centro è il depositario della dottrina come il Papa lo è del Verbo divino, è solo ed esclusivamente su di esso che deve irraggiarsi dall’esterno l’illuminazione emanante dalla teoria marxista. Se essa infatti attingesse anche la base del Partito, provocherebbe solo dei guasti in quanto susciterebbe tra i gregari la falsa sensazione di essere anch’essi depositari del marxismo, e quindi determinerebbe inevitabilmente il sorgere ad ogni piè sospinto di improvvisati “garanti” e di petulanti “probiviri”. Il centralismo organico si distingue inoltre da quello democratico soltanto perché impone una disciplina sostanziale e non formale, una disciplina cioè che “non ha nulla di caporalesco o disciplinare nel senso borghese del termine” (2). Noi quindi respingiamo la “visione distorta del «centralismo organico», in cui in realtà il C. non dirige nulla, il singolo militante (e la singola sezione)”, in quanto depositario della comune dottrina allo stesso titolo del Centro, è o finisce necessariamente per essere “un atomo autosufficiente” (3) e il Partito non può che trasformarsi in un cumulo bruto di granelli indifferenziati, in un “minestrone di cellule ciascuna delle quali si crede «partito in piccolo» e dunque capace di vita propria” (4), ed affermiamo al contrario: a) che l’interpretazione della comune dottrina e la elaborazione delle direttive politiche da essa discendenti è prerogativa del Centro dato che “spetta al C. –nei tempi e con le modalità appropriate- valutare i rapporti politici, intervenire sull’operato di c. e di sezioni, precisare e raddrizzare se è il caso” (5); b) che vi deve essere “una necessaria gerarchia, che non è semplicistica divisione tecnica del lavoro o banale coordinamento delle funzioni e iniziative militanti, ma implica un’altrettanto necessaria attività di direzione politica” (6), in forza della quale i dirigenti, piaccia o non piaccia, devono dirigere; c) che il Centro deve comminare le eventuali sanzioni disciplinari di sospensione e/o espulsione delle sezioni o dei compagni non allineati alle sue direttive tutte le volte che se ne presenti la necessità; d) che “l’onore del P. impone che qualunque testo (articolo o volantino di qualsivoglia sezione) non possa essere distribuito senza essere stato assoggettato alla verifica ed al controllo centrale” (7), in quanto è al Centro che spetta la facoltà di concedere o negare l’imprimatur che qualifica quella pubblicazione come una pubblicazione del Partito.
1 Lettera della Sezione di Bologna al Centro, 4.4.03.
2 Circolare n° 1, 2003, pag. 1.
3 Circolare n° 2, 2003, pag. 3.
4 Circolare n° 1, 2002, pag. 3.
5 Lettera del Centro alla Sezione di Schio, 7.11.02.
6 Circolare n° 3, 2003, pag. 2.
7 Circolare n. 2, 2003, pag. 4.
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QUESTIONI DI ORGANIZZAZIONE: centralismo organico o “centralismo compatto”?
Punto n°27: quale disciplina e gerarchia devono vigere nel Partito Comunista
IL PARTITO FUNZIONA COME UN CORPO UNITARIO, IN CUI SI HA UNA OBBEDIENZA SPONTANEA E COSCIENTE AL PROGRAMMA ED AGLI ORDINI CON ESSO COERENTI, SOLO SE OGNI COMPAGNO IN QUANTO MILITANTE RIVOLUZIONARIO E’ DEPOSITARIO DELLA COMUNE DOTTRINA. TALE FUNZIONAMENTO ESCLUDE PER SEMPRE OGNI GERARCHIA CHE NON SIA ESCLUSIVAMENTE TECNICA, MA POLITICA, E QUINDI IL RUOLO DELLE COSIDDETTE «ELITES DIRIGENTI», LE SANZIONI DISCIPLINARI ED IL RICORSO AGLI «IMPRIMATUR» CENTRALI. Nessun marxista può porre minimamente in discussione l’esigenza del centralismo: il Partito non può esistere, infatti, se si ammette che le varie parti che lo costituiscono possano operare ciascuna per conto proprio. Il punto da definire è allora di quale centralismo il Partito ha bisogno per funzionare effettivamente come un corpo unitario. Il meccanismo del centralismo organico risponde al concetto secondo cui nel Partito comunista “nessuno comanda e tutti sono comandati” (1) da un “corpo di direttive e norme tattiche” (2) a tutti noto e da tutti volontariamente accettato (dittatura del programma su centro e periferia). Il Partito saldamente ancorato alla dottrina marxista e vincolato ad una tattica coerentemente rivoluzionaria si “assicura” infatti una dinamica centralista solo prefigurando e anticipando nella sua vita interna la società comunista, ed è proprio perciò che in un tale Partito il dilemma tra decisione del centro e decisione della base perde qualsiasi significato e non può più porsi. Il rifiuto della democrazia e della divisione in classi è la base del centralismo organico. Esso sintetizza due concetti fondamentali: da una parte il Centralismo, che vieta iniziative personali o di gruppo e impone che il corpo del partito si muova sempre in modo coerente ed unitario, anche quando è percorso da crisi che lo minacciano; dall’altra parte l’Organicità, ossia il rigetto di qualsiasi formula, ricetta, o risoluzione organizzativa buona in sé, al di fuori del collegamento col filo rosso della teoria.
1 “Il nostro centralismo è il modo d’essere di un Partito che non è un esercito anche se ha una rigorosa disciplina, come non è una scuola anche se vi si insegna, ma è una forza storica reale definita dal suo stabile orientamento nella lunga guerra tra le classi. E’ attorno a questo inscindibile e durissimo nocciolo; dottrina – programma – tattica, possesso collettivo ed impersonale del movimento, che la nostra organizzazione si cristallizza, e ciò che la tiene unita non è lo knut del «centro organizzatore» ma il filo unico ed uniforme che lega «dirigenti» e «base», «centro» e «periferia», impegnandoli all’osservanza e alla difesa di un sistema di fini e di mezzi nessuno dei quali è separabile dall’altro. In questa vita reale del Partito comunista – non di qualunque partito, ma solo e proprio di esso, in quanto comunista sia di fatto e non di nome – il rompicapo che assilla il democratico borghese: chi decide: l’«alto» o il «basso», i più o i pochi? chi «comanda» e chi «ubbidisce»? – si scioglie e definitivamente da sé: è il corpo unitario del Partito che imbocca e segue la sua via; e in esso, come nelle parole di un oscuro soldato livellatore, «nessuno comanda e tutti sono comandati», il che non vuol dire che non ci sono ordini, ma che questi combaciano col naturale modo di muoversi e di agire del partito, chiunque sia a darli” (“La continuità d’azione del Partito sul filo della tradizione della Sinistra”, il programma comunista, n.3, 1967).
2 Il Partito è l’organo della classe proletaria “anche in forza di una previsione, almeno nelle grandi linee, dello svolgersi delle situazioni storiche, e quindi della capacità di fissare un corpo di direttive e norme tattiche obbligatorie per tutti” (Premessa alle Tesi dopo il 1945, “In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 130).
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Esso trova nel lavoro impersonale dell’intera compagine degli organizzati la sua base reale. Un lavoro che è impersonale nel senso che si ricollega sempre ai dettami teorici originali ed invarianti del nostro movimento, saldando in tal modo il milite di oggi alle passate ed alle future generazioni rivoluzionarie ed a tutti coloro che in ogni punto del globo combattono contro il regime capitalista. E che in tanto può dirsi collettivo e non banalmente collegiale in quanto opera questa preziosa saldatura in forza della quale soltanto è possibile chiudere una robusta saracinesca contro le tentazioni ricorrenti a ricorrere ad espedienti e scorciatoie per raggiungere più presto o più facilmente il successo nella nostra azione e porre nello steso tempo dei limiti invalicabili alla manovra tattica, riconducendola alla applicazione di norme di azione precise e da tutti rispettate perché da tutti conosciute ed accettate in anticipo. Il Partito che pretendiamo di essere si potrà garantire contro le degenerazioni solo ispirandosi ed attenendosi a quei principi, non certo sbandierando credi e teorie sanzionati dall’autorità di persone d’eccezione o dal gioco delle maggioranze, e neppure applicando sanzioni amministrative in nome di una disciplina del tutto esteriore e quindi formale fino al midollo. La questione del “chi comanda e chi ubbidisce?” o –il che è lo stesso- quella del “chi decide? L’alto o il basso, i più o i pochi, il centro o la base?”, che tanto assilla il democratico, purtroppo non è mai morta, e ce la troviamo tra i piedi regolarmente. Cerchiamo allora di chiarirne i termini alla luce anche delle recenti polemiche. La formula organizzativa del centralismo fu caratteristica anche della Terza Internazionale. Ma nell’Internazionale Comunista, anche se i riferimenti all’organicità del lavoro di Partito in Lenin non mancano (3), vigeva un centralismo a carattere democratico, in quanto, non esistendo una unità organica del partito basata sulla sua effettiva omogeneità dottrinaria e politica, si riteneva ancora valida la regola de “il capo ha sempre ragione” oppure quella de “la maggioranza ha diritto assoluto di decisione”, a seconda dei casi e delle situazioni. Il centralismo democratico rifletteva quindi la completa eterogeneità delle forze che erano dentro l’Internazionale. Dopo la battaglia della Sinistra, quando risultò impossibile la rivoluzione nel resto d’Europa, il centralismo del Comintern aveva aperta la strada verso due opposti sviluppi: da una parte l’I.C., che tendeva verso il centralismo burocratico, dispotico e statale dello stalinismo, pur mantenendo tuttavia la sua caratteristica democratica, che si dimostrò uno strumento ad alto potenziale contro-rivoluzionario; dall’altra parte si colloca il cammino della Sinistra verso un centralismo non più democratico, ma basato su una SOLA dottrina, un SOLO programma e una sistemazione razionale della tattica: quello che la Sinistra definì Centralismo Organico, sottolineando con questo termine in modo netto ed irrevocabile l’opposizione di fondo sussistente tra l’unità sostanziale ed organica del Partito Comunista Mondiale unico, puramente comunista e puramente marxista e quella del tutto formale e gerarchica dei partiti stalinisti. Fatte queste precisazioni, le domande di cui sopra si sciolgono da sé. Rispondiamo dunque con le parole della Sinistra: “Chi decide è il corpo unitario del partito, dove nessuno comanda e tutti sono comandati” perché tutti, al centro ed alla periferia, sono rigidamente legati alla unità inscindibile che fonde in un solo blocco la dottrina, il programma e la tattica della Rivoluzione. “Se il partito è in
3 “la parola organizzazione ha generalmente due sensi: un senso largo e un senso stretto. In senso stretto significa una cellula distinta della collettività umana, per quanto minimo sia il suo grado di organizzazione. In senso largo significa la somma di queste cellule riunite in un tutto” (Lenin, “Un passo avanti e due indietro”, pag. …).
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possesso di tale omogeneità teorica e pratica (possesso che non è un dato di fatto garantito per sempre ma una realtà da difendere con le unghie e con i denti e, se del caso, riconquistare ogni volta) la sua organizzazione, che è nello stesso tempo la sua disciplina, nasce e si sviluppa organicamente sul ceppo unitario del programma e dell’azione pratica, ed esprime nelle diverse forme di esplicazione, nella gerarchia dei suoi organi, la perfetta aderenza del partito al complesso delle sue funzioni, nessuna esclusa. L’organizzazione, come la disciplina, non è un punto di partenza ma un punto di arrivo; non ha bisogno di codificazioni statutarie e di regolamenti disciplinari; non conosce antitesi fra «base» e «vertice»; esclude le rigide barriere di una divisione del lavoro ereditata dal regime capitalista non perché non abbia bisogno di «capi», ed anche di «esperti» in determinati settori, ma perché questi sono e devono essere, come e più del più «umile» dei militanti, vincolati da un programma, da una dottrina e da una chiara ed univoca definizione delle norme tattiche comuni a tutto il partito, note ad ognuno dei suoi membri, pubblicamente affermate e soprattutto tradotte in pratica di fronte alla classe nel suo insieme; e sono tanto necessari, quanto dispensabili non appena cessino di rispondere alla funzione alla quale per selezione naturale, e non per fittizie conte delle teste, il partito li ha delegati, o quando, peggio ancora, deviino dal cammino per tutti segnato. Un partito di questo genere- come tende ad essere e si sforza di divenire il nostro, senza con ciò pretendere né ad una «purezza» né ad una «perfezione» antistoriche – non condiziona la sua vita interna, il suo sviluppo, la sua – diciamo pure – gerarchia di funzioni tecniche, al capriccio di decisioni contingenti e maggioritarie; cresce si rafforza per la dinamica della lotta di classe in generale e del proprio intervento in essa in particolare; si crea, senza prefigurarli, i suoi strumenti di battaglia, i suoi «organi», a tutti i livelli; non ha bisogno – se non in eccezionali casi patologici – di espellere dopo regolare «processo» chi non si sente più di seguire la comune ed immutabile via, perché deve essere in grado di eliminarlo dal proprio seno come un organismo sano elimina spontaneamente i suoi rifiuti” (4). Non è il possesso di statuti, norme, forme costituzionali o organizzative, arnesi idonei a regolare i partiti utopisti di ieri ed antimarxisti di oggi, quello che rende il Partito una forza reale, ma la capacità di vivere ed agire nella storia sulla base di una invariante continuità. Quindi è chiaro che, per noi, la questione inerente ai rapporti della vita interna del partito, che ancor oggi si presenta con drammatica attualità, va posta con metodo dialettico e storico e che rifiutiamo come insensata la prassi che pone le norme di organizzazione come pregiudiziali rispetto alla funzionamento fisiologico del Partito e che postula che sia da quelle che bisogna necessariamente partire. Il termine “organico” spiega che, in qualsiasi momento ed in qualsiasi situazione noi ci troviamo, i problemi non si risolvono presumendo che “la ragione” e i “torti” si possano scoprire attraverso la consultazione di questo o quel personaggio o della massa degli iscritti, ma solo “compulsando i testi”, alla cui autorità cui tutti ci dobbiamo sottomettere. I problemi con cui quotidianamente dobbiamo fare i conti non si risolvono insomma con formule organizzative (centralistiche o democratiche che siano), ma si possono affrontare solo collegandoli con le grandi questioni di teoria, programma e tattica in cui riconosciamo la vera pregiudiziale per la esistenza e il modo di vivere dei comunisti. In questo senso “gli ordini che le gerarchie centrali emanano sono non il punto di partenza, ma il risultato della funzione del
4 Premessa alle “Tesi caratteristiche del partito, 1951”, In difesa della continuità del programma comunista, pag. 131.
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movimento inteso come collettività” (5). Continuando ad attingere dallo stesso testo si deduce che non vi può essere una disciplina meccanica che serva ai vertici per emanare degli ordini superiori “quali che siano”, ma “vi è un insieme di ordini e disposizioni rispondenti alla origine reale del movimento che possono garantire il massimo di disciplina, ossia di azione unitaria di tutto l’organismo, mentre vi sono altre direttive che emendate dal centro possono compromettere la disciplina e la solidità organizzativa”. Si tratta di capire che nel tracciamento dei compiti degli organi del partito, così come nella emanazione degli ordini, ciò che ci induce a rispettarli disciplinatamente è solo la coerenza che questi hanno con i principi ed il programma, coerente aderenza che non una ristretta élite di “probiviri”, ma tutto il corpo unitario del Partito è tenuto a controllare incessantemente e quotidianamente: “Garanzia contro la base e contro la massa è che l’azione unitaria e centrale, la famosa «disciplina», si ottiene quando la dirigenza è ben legata a quei canoni di teoria e pratica, e quando si vieta a gruppi locali di «creare» per conto loro autonomi programmi, prospettive e movimenti. Questa dialettica relazione tra la base ed il vertice della piramide (che a Mosca trent’anni addietro chiedevamo di renverser, capovolgere) è la chiave che assicura al partito, impersonale quanto unico, la facoltà esclusiva di leggere la storia, la possibilità di intervenirvi, la segnalazione che tale possibilità è sorta.” (6). Abbiamo voluto riassumere il senso del centralismo organico, a cui al Sinistra fa riferimento. Un comunista, un militante del Partito, fa parte organicamente di una compagine di uomini che si muovono uniti sulla base di un programma a cui non si aderisce certo per uno sfizio intellettuale, ma per spinte materiali. Nella milizia di Partito egli farà suo quel programma, sapendo che esso prevede una tattica non passibile di “scelta”, quindi vincolante per centri e basi, capi e gregari, capita ed accettata da tutti perché dettata non da congressi ma da situazioni geostoriche coinvolgenti interi continenti e archi di tempo valutabili a mezzi secoli. Se ne ricava, per ritornare al punto di partenza, che se ciascun militante del Partito non fosse ispirato e guidato nella sua azione dalla comune dottrina, se cioè il duro nocciolo dottrina-programma-tattica non fosse un “possesso collettivo ed impersonale del movimento” (7) anziché una prerogativa del Centro o di un singolo capo, non si comprenderebbe allora in che modo e in forza di quali strumenti la base disciplinata al programma potrebbe e dovrebbe vigilare per essere sempre pronta a respingere e non applicare gli ordini centrali che fossero eventualmente con esso contrastanti. Se inoltre si riconosce ad ogni sezione territoriale ed ad ogni militante di Partito il dovere disciplinare di infrangere, ove occorre, la disciplina al Centro, se si riconosce insomma, sulla scorta delle “Tesi di Napoli”, che, allorquando le centrali sono sulla “via della deviazione” (8)
5 Organizzazione e disciplina comunista 1924.
6 Dialogato coi Morti, Ed. Sociali pag. 169.
7 “La continuità d’azione del Partito sul filo della tradizione della Sinistra”. Il programma comunista, n.3, 1967.
8 Le Tesi del Partito sono fin troppo chiare: la condizione che toglie alle centrali ogni diritto ad ottenere l’obbedienza della base è costituita dal fatto che esse, le centrali, siano “sulla via della deviazione”, non dal fatto che siano ormai giunte al capolinea di quel percorso. Quest’ultima interpretazione di comodo coincide, viceversa, con quanto sosteneva il Centro del nostro Partito nel 1981, mistificando e capovolgendo il senso del Centralismo Organico: reagendo ai presunti atti di “indisciplina” della Sezione di Torino, il Centro, dopo essersi richiamato al formarsi delle frazioni e alla loro utilità, che si manifesta in presenza di una “irrimediabile degenerazione dei vecchi partiti e delle loro dirigenze”, si chiede: “Siamo noi arrivati a tanto? Noi lo neghiamo recisamente, la vostra lettera […] non meno recisamente lo afferma” (Lettera centrale di espulsione della Sezione di Torino, Maggio 1981). Il punto è che per la Sinistra le Frazioni sono utili quando i vecchi partiti sono ormai irrimediabilmente degenerati, ma la disciplina verso le Centrali cade
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con ciò stesso si verifica “la condizione che deve togliere loro ogni diritto ad ottenere in nome di una disciplina ipocrita la cieca obbedienza della base” (9), e che esse sono su tale via allorché praticano quel “diritto a creare” (10) che la Sinistra ha loro espressamente negato, e che in questo va identificata la vera “garanzia contro il centro” cui il Partito può e deve appellarsi, rifiutandogli ogni obbedienza ove quel preteso diritto sia fatto valere e metta capo alla costruzione di nuove dottrine e “nuovi corsi” magari contrabbandati come una migliore e più intelligente applicazione delle vecchie formule, allora si dovrà riconoscere anche che non ha alcun senso vietare alla base di esporre pubblicamente le posizioni di Partito, discendenti dalle direttive a tutti note, se tali posizioni non sono state prima sottoposte ad assurdi e chiesastici imprimatur centrali. Tali divieti ed imposizioni a nulla sortiscono infatti se non a paralizzare la azione pratica del Partito, che in tanto è efficace in quanto è tempestiva nelle risposte che il esso dà tramite volantini, interventi nelle assemblee operaie e negli scioperi, stampa locale, ecc. ai proletari di fronte ad eventi locali o generali che li coinvolgono, ed insieme ad insinuare nella vita interna dell’organizzazione il veleno del burocratismo e del feticismo organizzativo. Tali pretese centrali conducono infatti a rompere irrimediabilmente quel legame vitale che stringe ogni manifestazione della esistenza del Partito, collegandola da un lato alla dottrina marxista, che diventerebbe in tal modo l’appannaggio di un “comitato di saggi” o di un “circolo di esperti”, e dall’altro al dramma quotidiano della classe operaia, rispetto a cui i militanti di Partito verrebbero ad essere statutariamente separati da burocratici diaframmi. Affermare inoltre che se ogni militante di Partito è in quanto tale ritenuto depositario della dottrina egli viene in tal modo trasformato in un atomo autosufficiente significa non aver compreso assolutamente nulla della dottrina, che non è imparaticcio scolastico del singolo (11), ma viene acquisita da ogni militante solo a condizione di annullare la propria personale e individuale identità in un Tutto che si identifica nel comune collettivo impersonale lavoro di Partito (12). Il fatto che ogni militante in quanto si trova inserito nell’organica
non quando esse sono “giunte a tanto”, ma molto prima, quando sono ancora “sulla via della deviazione”. Coloro che oggi affermano che “in assenza di plateali dimostrazioni di non aderenza al nostro programma” il Centro esige di essere ascoltato e seguito, non fanno che rendere ancora più esplicita quella posizione erronea. Se per reagire togliendo al Centro ogni diritto di esigere obbedienza dovessimo aspettare che esso abbia platealmente deviato, ovvero che sia irrimediabilmente degenerato, le sorti del partito e della Rivoluzione sarebbero già altrettanto irrimediabilmente segnate.
9 “Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale, secondo le posizioni che da oltre mezzo secolo formano il patrimonio storico della sinistra comunista – luglio 1965” (“In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 175).
10 “Organizzazione. Deve essere continua nella storia, quanto a fedeltà alla stessa teoria e alla continuità del filo delle esperienze di lotta. Solo quando ciò per vasti spazi del mondo, e lunghi tratti del tempo, si realizza, vengono le grandi vittorie. La garanzia contro il centro è che non abbia diritto a creare, ma sia obbedito solo in quanto le sue disposizioni di azione rientrino nei precisi limiti della dottrina, della prospettiva storica del movimento, stabilita per lunghi corsi, per il campo mondiale. La garanzia è che sia represso lo sfruttamento della «speciale» situazione locale o nazionale, dell’emergenza inattesa, della contingenza particolare. O nella storia è possibile fissare concomitanze generali tra spazi e tempi lontani, ovvero è inutile parlare di partito rivoluzionario, che lotta per una forma di società futura” (“Dialogato coi Morti”, pag. 114).
11 “Il marxismo, e qui avreste bisogno del trattino storico-filosofico, non fa perno né su una Persona da esaltare, né su un sistema di persone collettivo, come soggetti della decisione storica, perché trae i rapporti storici e le cause degli eventi da rapporti di cose con gli uomini, tali che si portino in evidenza i risultati comuni a qualunque singolo, senza pensare più ai suoi attributi personali, individuali. […] Il partito è una unità storica reale, non una colonia di microbi uomo” (Dialogato coi Morti pag.150 Ed. Sociali).
12 “[…] la decisione e la volontà che attribuiremo […] sono alla collettività partito collettività la cui energetica non è quantità ma qualità, si costruiscono su una totale analisi scientifica della
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ed impersonale milizia di Partito sia depositario della dottrina pertanto, lungi dal sancire una presunta autosufficienza della monade-individuo, presuppone la avvenuta distruzione dell’individuo ed il suo scioglimento nella comunità umana che il partito prefigura. Ovvero presuppone che quel militante sia realmente un milite della Rivoluzione comunista, se è vero che “è compagno militante comunista e rivoluzionario chi ha saputo dimenticare, rinnegare, strapparsi dalla mente e dal cuore la classificazione in cui lo iscrisse l’anagrafe di questa società in putrefazione, e vede e confonde se stesso lungo tutto l’arco millenario che lega l’ancestrale uomo tribale, lottatore con le belve, al membro della comunità futura, fraterna nella armonia gioiosa dell’uomo sociale” (13). Che cos’è infatti quella classificazione anagrafica, se non l’Io che dobbiamo dimenticarci (14) nell’atto di varcare la soglia del Partito, il putrido fantasma dell’individuo isolato, del singolo in quanto Persona irripetibile, cui tributare ipocriti incensi? Nel Partito che funziona non ci sono atomi autosufficienti, e, se vi cominciano ad essere, vuol dire che il Partito è morto. L’obiezione ricorrente secondo cui riconoscere ad ogni militante il ruolo di depositario della dottrina e di esecutore delle direttive da essa emananti equivale a negare ogni
società presente e del suo passato. Il capitalismo che vogliamo svergognare ed uccidere abbiamo prima il dovere di studiarlo e conoscerlo nella sua struttura e corso reale. Ed è un dovere non nel senso morale e personale, ma una funzione impersonale del partito, ente che scavalca le teste degli uomini opinanti e i confini tra generazioni successive” ( “Il programma rivoluzionario della società comunista elimina ogni forma di proprietà…” P.C. n. 16 e 17 1958).
13 “Considerazioni sull’organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole”, il programma comunista n. 2, 1965 (“In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 167).
14 Secondo i nostri contraddittori il Centralismo Organico non ha nulla a che spartire con le posizioni mistiche su cui noi ci attarderemmo. Non sappiamo se i nostri contraddittori ignorano ciò che la Sinistra ha stabilito o se deliberatamente falsificano le nostre posizioni classiche. Ad ogni modo rinfreschiamo loro la memoria: “Quando ad un certo punto il nostro banale contraddittore […] ci dirà che noi costruiremo così una nostra mistica, atteggiandosi lui, poverello, a mente che ha superato tutti i fideismi e le mistiche, e ci deriderà coi termini di prostrati a tavole mosaiche o talmudiche, di biblici o coranici, di evangelici o di catechistici, gli risponderemo non ci avrà indotti a prendere posizione di incolpati in difesa, e che –anche a parte l’utilità di fare dispetto al filisteo in tutti i tempi rinascente- non abbiamo motivo di trattare come un’offesa l’affermazione che al nostro movimento, fin quando non ha trionfato nella realtà (che precede nel nostro metodo ogni ulteriore conquista della coscienza umana) può essere adeguata una mistica, e se si vuole un mito” (“La facile derisione”, 1959). Per meglio chiarire, la Sinistra non sta affermando che il nostro movimento ha bisogno di illusioni per andare avanti, perché avremmo capovolto il dettato di Marx, che stabilì esplicitamente che la rivoluzione proletaria “non può cominciare ad essere se stessa prima di aver liquidato ogni fede superstiziosa nel passato” (Marx, “Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte”, Ed. Riuniti, pag. 50). Allora la mistica di cui parla la Sinistra non ha nulla a che spartire con le fedi superstziose di cui parla Marx. Sforziamoci allora, anche se da poveretti, di sciogliere questo enigma: la mistica non è fede superstiziosa ma è ciò che deriva dall’aver infranto i limiti dell’Io individuale, quelli discendenti dalla collocazione anagrafica, in rapporto non a vani sforzi cerebrali, ma ad opera di moti istintivi che prevalgono sulla sfera razionale e la superano. Il risultato di tale trasformazione radicale è la fusione tra il soggetto singolo e la Specie lungo tutto l’arco millenario nel suo cammino. L’adesione al Partito è dunque un fatto in cui la mistica svolge una parte tutt’altro che secondaria: “il proletario comunista aderisce al partito con un fatto di intuito e non di razionalismo”, per cui noi “abbiamo recentemente, con dialettica decisione, osato parlare apertamente di fatto «mistico» nella adesione al partito” (“L’«Estremismo», condanna dei futuri rinnegati”). Tutti i mistici, infatti, hanno sempre affermato che prima bisogna distruggere l’Io, e poi avviene il salto al di fuori della dimensione della realtà ordinaria. Si comprende allora anche l’altro enigma, quello per il quale la mistica finisce quando il nostro movimento si afferma nella realtà. Non significa che non avremo più bisogno di iniettarci nelle vene una qualsiasi eroina, perché la lotta rivoluzionaria non ha bisogno di stimoli artificiali, ma che la mistica cesserà di esistere da un lato perché l’esistenza della Comunità Umana la renderà superflua in quanto particolare operazione pratica rivolta al dissolvimento dell’Io individuale, dall’altro perché ciò che di essa resterà (ovvero la circolazione intuitiva delle informazioni e la risonanza automatica tra gli esseri umani) cesserà di essere un fenomeno misterioso e si risolverà in scienza positiva, in conoscenza delle interazioni psicofisiche che si verificano nella materia vivente.
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differenziazione funzionale in seno al Partito, che in forza di una concezione primitiva verrebbe trasformato in un cumulo di granelli tutti uguali, altro non è che la scimmiottatura dell’obiezione volgare rivolta contro il Comunismo dai borghesi classici, secondo cui la società aclassista del futuro sarebbe, per l’appunto, un bruto cumulo di granelli tutti uguali, sanzionando il trionfo dell’uniformità e del grigiore più desolato. Ai borghesi abbiamo già risposto che è la loro società che rappresenta il trionfo del grigiore e dell’uniformità in ossequio alla legge del valore, e che la società comunista è al contrario quell’assetto sociale in cui “tra i fiori non ce n’è alcuno che sia nero” (15). Ai critici neo-stalinisti, che muovono lo stesso rimprovero al Partito, che quella società prefigura, rispondiamo che noi ben volentieri “consideriamo che l’unità del partito non è quella di un cumulo di sabbia o di altra sostanza granulare” (16), che altrettanto volentieri riconosciamo che “il partito è un organo nel senso integrale che si applica a quelli viventi” (17) e quindi che “è un complesso di cellule, ma non tutte sono identiche, né della stessa funzione, né dello stesso peso” (18). Rispondiamo insomma con la esplicita rivendicazione del fatto che il nostro centralismo organico, riconoscendo che l’egualitarismo della militanza è una fesseria democratica, valorizza la differenziazione delle funzioni che già spontaneamente tende a formarsi in rapporto alle inclinazioni e alle caratteristiche di ogni militante, che in questo senso e solo in questo senso non potranno mai essere considerati un cumulo bruto di granelli equivalenti tra loro, ma non lo fa traducendo tale necessaria differenziazione in una gerarchia politica e distribuendo le relative “stellette”. La Sinistra ha stabilito infatti che “l’unità sostanziale ed organica del partito” è “diametralmente opposta a quella formale e gerarchica degli stalinisti” (19). Chi pertanto vede l’indifferenziazione e l’anarchia (20) dove manca una gerarchia politica dimostra la sua suina accettazione dei parametri della società vigente. Il Partito prefigura il Comunismo, ma vive nella società capitalistica, e il lavoro della controrivoluzione consiste
15 “Sono un umorista, ma la legge mi prescrive di scrivere in tono serio. Sono un audace, ma la legge comanda che il mio stile sia moderato. Grigio su grigio, ecco l’unico colore autorizzato dalla libertà. Ogni goccia di rugiada nella quale si riflette il sole brilla in un gioco infinito di colori, ma il sole spirituale dovrebbe generare un solo colore, e cioè il colore ufficiale, senza tenere conto dei tanti individui, dei tanti oggetti nei quali l’uomo si riflette. La forma essenziale dello spirito è allegria, luce, e voi fate dell’ombra l’unica espressione che le corrisponde: dovrebbe andare vestita solo di nero, eppure tra i fiori non ce n’è alcuno che sia nero. La natura dello spirito è sempre ancora la verità, e quale natura gli date voi? La modestia. Solo lo straccione è modesto, dice Goethe; volete voi fare del vostro spirito uno straccione?” (K. Marx, “Osservazioni di un cittadino renano sulle recenti istruzioni per la censura in Prussica”, 1842).
16 “Struttura economica e sociale della Russia d’oggi”, XIX, “Impotenza della dialettica”.
17 Ibidem.
18 Ibidem.
19 “Pressione «razziale» del contadiname, pressione classista dei popoli colorati”, il programma comunista, 1953.
20 Non c’è ombra di individualismo o di anarchismo o di democratismo nella visione del Centralismo Organico che noi difendiamo e soprattutto non c’è nulla che sia in contraddizione con quello che il Partito ha sempre affermato. Se non si comprende che cosa significa l’affermazione del Partito secondo cui “gli ordini possono venire da tutte le parti”, siamo pronti a spiegarlo con una buona dose di pazienza a beneficio non certo dei falsificatori. Noi non abbiamo “teorizzato” un bel niente, infatti, ma ci siamo limitati, come al solito, a copiare quello che la Sinistra ha affermato e che è l’esatto contrario di ciò che i falsificatori vogliono farle dire. Copiamo allora, per l’ennesima volta: il fatto che nel Partito “nessuno comanda”, recitano i versetti della nostra Bibbia, “non vuol dire che non ci sono ordini, ma che questi combaciano col naturale modo di muoversi e di agire del partito, chiunque sia a darli” (“La continuità d’azione del Partito sul filo della tradizione della Sinistra”, il programma comunista, n.3, 1967). Risulta a questo modo chiarito il significato dell’affermazione secondo cui “gli ordini possono venire da qualsiasi parte”.
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proprio nell’importare all’interno del Partito le categorie vigenti all’esterno. Il centralismo organico prevede degli ordini centrali, ma il centro, che altro non è che l’organismo esecutivo del Programma, non emana direttive politiche, che sono già definite, non elabora linee politiche, che sono già codificate. “La proclamazione dell’invarianza della dottrina non esimerà mai il partito dal compito di disegnare, anzi scolpire sempre meglio i lineamenti sia nel campo strettamente teorico, che in quello inseparabile dell’applicazione dei principi al vivo dell’azione e dei rapporti fra le classi (la tattica) […], e non già per scoprire ed aprirsi in tal modo “nuove vie”, ma per tracciare più nitido, nella vivente conferma dei fatti storici, il solco della nostra strada di sempre. Tale compito […] non è affidato né ad una persona, né ad un comitato e tanto meno ad un ufficio; esso è un momento e un settore del lavoro unitario che si svolge da oltre un secolo e molto al di fuori dell’aprirsi e di chiudersi di generazioni, e non si inscrive nel curriculum vitae di nessuno, nemmeno di quelli che abbiano avuto lunghissimi tempi di coerente elaborazione e maturazione dei risultati” (21). Gli ordini allora, che sono necessari perché il Partito esista e che in tanto impongono di fare qualcosa in quanto vietano di fare tutto il resto (22), non possono essere altro che l’applicazione alle diverse situazioni contingenti del corpo di direttive a cui tutti sono disciplinati, applicazione che avviene sulla base di un’analisi delle situazioni, o, meglio, che è il frutto dell’interazione tra quel corpo di direttive e la massa delle informazioni sulla situazione contingente che affluiscono dalla periferia al centro del Partito e che il centro, a sua volta, riverbera alla periferia. La funzione del centro nella emanazione degli ordini è dunque di indole tecnica e non politica, transitoria e non permanente. Essa non coincide affatto con una stratificazione di una gerarchia politica, che individua al vertice una élite dirigente di “Migliori” e poi, via via che si procede verso la “base”, uno scemare progressivo della qualità dei militanti ed un corrispondente decadimento della loro funzione non solo di depositari e custodi, ma anche e soprattutto di ripetitori della comune dottrina, ma deriva solo dalla collocazione geometrica del Centro del Partito in una posizione che è, per l’appunto, centrale rispetto agli impulsi derivanti dal resto del corpo del Partito. Ciò significa che può accadere, purtroppo, che il cuore, che centralmente riceve e invia il sangue a tutto l’organismo, sia, tra tutti gli organi, il più scassato. Se un gruppo di esploratori, che si muove per raggiungere e prendere possesso di un nuovo territorio, funziona organicamente deputerà uno dei suoi membri (possibilmente non accecato e non sofferente di vertigini) ad issarsi periodicamente su una pianta per ispezionare la zona. Da costui l’intera compagine prenderà ordini, ma non perché egli sia più intelligente, più preparato o più abile di tutti gli altri, e neppure perché sia il vero depositario del comune programma di viaggio, ma soltanto perché egli è stato collocato nella posizione idonea a meglio integrare coi dati della esperienza (che la vista dall’alto gli
21 Premessa alle “Tesi dopo il ’45”, In difesa della continuità del programma comunista, pag. 129.
22 “Comment avoir un parti sans interdire quelque chose de temps à autres?” (Lettera a Dangeville, 28.8.1965). Non dice la lettera che “Qualcuno al Centro” ha statutariamente la prerogativa di interdire, non indica un soggetto, dice solo che ogni tanto nel Partito si deve pure vietare qualcosa, da chiunque il divieto provenga. E poi precisa che “il n’est pas grand mal si au centre quelqu’un a bu avant d’écrire les instructions. Le vrai mal est si chacun de la périphérie même sans boire se trace des instructions à son goût. Alors c’est l’anarchie. Sur cela la plus grande netteté! La ressource vitale est que la même instruction arrive partout. C’est bien simple“. A son goût, cioè a capocchia, ovvero prescindendo, nel tracciare le istruzioni, non dalla gerarchia, non dalle “stellette”, ma dal corpo di direttive cui tutti devono obbedire, e nel rispetto delle quali risiede il segreto che consente alla stessa istruzione di arrivare dappertutto.
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consente di raccogliere) le norme di comportamento a tutti note preventivamente e derivanti dal programma di viaggio stabilito, traducendole in ordini adeguati. Va da sé che se, avendo avvistato un branco di bestie feroci, egli ordina di procedere verso di loro incurante della scarsità di munizioni e della possibilità di effettuare un diverso percorso, vale a dire se impartisce degli ordini contrastanti con le norme di comportamento note, che stabiliscono di evitare, se possibile, il confronto con le fiere per conservare la fisica integrità del gruppo e quindi per raggiungere l’obiettivo finale, l’intera compagine degli esploratori è tenuta a non ubbidire. Ed è altrettanto evidente che se qualcuno, pur essendo l’ultimo della fila, vede qualcosa che gli altri non hanno visto, è da lì che deve partire l’ordine di cui c’è bisogno. Noi come Partito siamo e saremo quegli esploratori, che procedono nel Territorio nuovo che si chiama Futuro, solo a condizione di imparare anche noi, assieme alla classe operaia, che nessuno deve venire, e che non il nostro Centro è sacro, ma sacro è il Luogo in cui esso è stato posto. Questo è il senso della necessità di una gerarchia tecnica e non politica che è vigorosamente ribadita nelle nostre Tesi, dove si afferma perentoriamente che il nostro Partito possiede una “gerarchia di funzioni tecniche” e che essa non è condizionata dal “capriccio di decisioni contingenti e maggioritarie” (23). A quanti, imbevuti delle ordinarie concezioni politiche borghesi, sostengono che la funzione delle Centrali non può ridursi a quella di un banale coordinamento rispondiamo con Lenin (24) che il Partito è un’orchestra che in tanto può e deve essere diretta da un centro in quanto è composta da orchestrali che sono tutti ben consapevoli delle partiture da eseguire, e quindi che il centro, lungi dall’essere il depositario delle partiture, svolge la funzione del direttore di orchestra che è, per l’appunto, quella di coordinare gli orchestrali e di armonizzarne le esecuzioni. Va osservato tuttavia che tale funzione tecnica è ridotta al minimo fino ad essere virtualmente annullata dal progresso delle forze produttive, che consente oggi alla rete di Partito di disporre in tempo reale di quel flusso di informazioni in tutti i punti del suo organamento geografico, mentre al contrario si accresce via via che la lotta di classe si trasforma in guerra civile, imponendo norme di sicurezza che rendano segreta la meccanica dell’azione militare del Partito, vincolando la periferia sul terreno dell’azione armata ad una disciplina esecutiva che non potrà che essere ferrea e militare (25), essendo “nella fase del combattimento armato” indispensabile “un inquadramento militare con precisi schemi di gerarchie a percorsi unitari che assicureranno il migliore successo dell’azione comune” (26). Si resta, in ogni caso, nella sfera di una gerarchia di funzioni tecniche, anche nelle circostanze in cui la sua necessità è esaltata al massimo grado. Nella sostituibilità dei militanti collocati negli ingranaggi centrali del Partito preconizzata dalla Sinistra (27) e nel fatto, ad essa strettamente collegato, che ogni
23 Premessa alle “Tesi dopo il 1945” (“In difesa della continuità del programma comunista”, 1970, pag. 131).
24 Lenin, “Un passo avanti e due indietro”, pag. … .
25 Se la funzione degli organismi centrali nel 1921 era tale da tradursi in una disciplina ferrea e militare, lo era solo in quanto la lotta di classe era di fatto una guerra aperta : “la centralisation dans l’action […] doit être de fer, […] doit avoir un caractère militaire comme les structures de commandement d’une armée, la lutte de classe étant aujourd’hui de fait une guerre ouverte” (“Les abstentionnistes et la fraction communiste : la valeur de la discipline” Il Comunista n° 3, 1921).
26 “Tesi supplementari sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale – aprile 1966”, Tesi n° 8, “In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 186.
27 “Per la necessità stessa della sua azione organica, e per riuscire ad avere una funzione collettiva che superi e dimentichi ogni personalismo ed ogni individualismo, il partito deve distribuire i suoi membri fra le varie funzioni ed attività che formano la sua vita. L’avvicendarsi dei compagni in tali mansioni è un fatto naturale che non può essere guidato con regole analoghe a quelle delle carriere delle burocrazie
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militante sia un depositario e un ripetitore del programma, non deve individuarsi una sorta di anarchismo federalistico risorgente, ma un centralismo molto più netto, vigoroso ed efficace di quello dei cultori della “disciplina tout-court”, un centralismo adeguato ai nostri tempi, che sono quelli del dominio reale e totalitario del Capitale. Adeguato non nel senso che oggi sia necessario fare qualcosa di nuovo in campo organizzativo, ma nel senso che lo sviluppo delle forze produttive sociali ha reso oggi ancor più evidente il contenuto delle norme organizzative note fin dall’inizio. Perché quello sviluppo ha ormai dimostrato urbi et orbi che il centralismo burocratico e formalistico degli opportunisti di ogni risma non funziona. Non nella teoria ma nella pratica. Che è un centralismo che lascia il Partito senza Centro nel breve volgere di un paio di bordate repressive, oggi più che mai capaci attraverso la rete di controllo telematica globale, di cui il Capitale dispone (28), di individuare e distruggere le Elites dirigenti, ossia i Centri composti di ingranaggi umani sclerotizzati da una inamovibilità che ha ormai fatto il suo tempo ed a cui fa da contraltare una periferia paralizzata dal gregarismo. Gli operai, ha detto la Sinistra, vinceranno se capiranno che nessuno deve venire. Solo il Centralismo Organico, in cui nessuno comanda e tutti sono comandati, ed in cui giacciono da una parte come arnesi ormai inutili i Capi i Geni e gli Eroi, insomma i Migliori, gli Individui eccellenti, solo esso assicura non soltanto che un comando vi sia sempre, dato che esso non viene più fatto discendere da geniali pensate individuali ma da un programma impersonale. Ed esso assicura anche che il Partito, sia pur duramente ferito dai colpi del nemico, possa rigenerare sempre ed ininterrottamente gli organi centrali idonei a meglio rispondere alla funzione di dare ordini, e cioè gli ingranaggi, non più identificabili in Individui a tale funzione specificamente designati, attraverso cui quel comando può circolare nel modo più rapido ed efficace. Perciò va ribadito che al di fuori del Centralismo Organico il Partito ed il proletariato sarebbero condannati oggi più che mai ad una sicura sconfitta. La Sinistra disse infatti che la identificazione della forza del Partito in individui specificamente designati a trasmettere ordini dall’alto deve essere respinta “per la necessità stessa della sua azione organica” e che per lo stesso motivo vanno evitate le condizioni in cui il sano avvicendamento al Centro è bloccato. Il Centralismo Organico pertanto si richiama ad un concetto di disciplina naturale e spontanea, in totale contrasto con la disciplina coercitiva e incosciente che caratterizza tutti gli altri organismi ligi agli interessi della classe dominante: dai partiti fascisti democratici o stalinisti (adusi tutti al metodo del “contrordine compagni, o amici o camerati!”, cui fa eco alla base il classico “non capisco ma mi adeguo”) agli eserciti (che impongono una disciplina cieca ed assoluta) alle chiese (che chiedono addirittura una obbedienza perinde ac cadaver). Siamo quindi ben
borghesi”, ciò che implica da un lato che “la organicità del partito non esige affatto che ogni compagno veda la personificazione della forza partito in un altro compagno specificamente designato a trasmettere disposizioni che vengono dall’alto” e dall’altro il fatto, non meno importante, che “abusare dei formalismi di organizzazione senza una ragione vitale è stato e sarà sempre un difetto ed un pericolo sospetto e stupido” (“Tesi supplementari sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale – aprile 1966”, Tesi n° 8, “In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 186).
28 La rete di controllo elettromagnetica che avvolge ormai l’intero pianeta è esattamente sovrapponibile ad alcuni “deliri” degli schizofrenici, in cui il tema di una rete di controllo invisibile, che opera attraverso “fluidi” e “onde” variamente descritte, è una costante trans-individuale. A quanto pare quello che adesso è sotto gli occhi di tutti, i “pazzi” lo dicevano da oltre cinquant’anni. Vatti a fidare dell’”esperto” e dello psichiatra in particolare!
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lontani dal rivendicare una semplice disciplina sostanziale piuttosto che formale e meccanica, in quanto una simile rivendicazione non ci distinguerebbe da nessuno degli organismi sopra richiamati. Qualsiasi caporale di qualsiasi esercito sarebbe infatti d’accordo col concetto di disciplina sopra enunciato. Neppure in ambito militare, infatti, viene fatta valere una disciplina formale e meccanica anziché sostanziale, tanto più se vige uno stato di guerra in quanto all’ordinato funzionamento della macchina militare ed alla sua efficienza è la seconda e non la prima che occorre. Provate a vedere cosa succede quando un plotone di soldati esegue gli ordini formalmente e non sostanzialmente: li mettono al muro tutti, sostanzialmente e formalmente. Perché la disciplina formale è in realtà un atto di sabotaggio. Chi crede quindi di difendere il centralismo organico definendolo come “disciplina sostanziale e non formale” dimostra platealmente di avere della disciplina comunista proprio quella concezione da caserma che la Sinistra ha sempre rigettato. Lo riconoscono del resto senza volerlo i nostri contraddittori sia quando procedono, come hanno proceduto, allo scioglimento delle strutture di lavoro collettivo che il Partito si era dato (Commissione per la stampa e sindacale) o alla sospensione sine die delle Riunioni interregionali, rendendo di fatto omaggio al principio secondo cui il Centro è il Partito mentre le sezioni ed i militanti non sono nulla, proprio come la massa proletaria non è nulla per i partiti parlamentari, sia quando affermano, come hanno affermato, che il loro centralismo “non ha nulla di caporalesco o disciplinare nel senso borghese del termine”, il che significa che esso è caporalesco e disciplinare, ma in un senso “non borghese”. Se si tratta poi di applicare un disciplinarismo caporalesco “proletario” o semplicemente di ipotizzare un “uso anti-borghese del caporalismo”, è una sfumatura che non ci è dato per il momento di poter dirimere. Il Centralismo Organico, in conclusione, è esattamente il contrario di quello a cui è stato purtroppo ridotto prima in omaggio al “Nuovo Corso” e poi in forza della acritica adesione a quel percorso degenerativo. E’ il meccanismo per cui, nel più totale dispregio per ogni gerarchia che non sia di natura tecnica e quindi transitoria, ogni militante, al centro come alla periferia, è ed agisce come depositario della comune dottrina ed è quindi tenuto a vigilare sul buon funzionamento dell’organizzazione e sull’aderenza della sua azione di ogni giorno agli scopi finali per cui il Partito si muove ed ai mezzi che le passate esperienze ci hanno appreso essere realmente utili per il loro conseguimento; e, nello stesso tempo, rappresenta il modo di funzionamento interno della forma Partito in cui gli ordini possono venire da qualunque punto della rete organizzata, basta che siano coerenti con i fini del movimento e che combacino con i mezzi adatti a raggiungerli. Noi, infatti, “siamo centralisti –ed è questo, se si vuole, il nostro unico principio organizzativo- non perché riconosciamo valido in sé e per sé il centralismo” (29), non perché attribuiamo ad esso un intrinseco valore di principio, essendo consapevoli del fatto che il fascismo e lo stalinismo sono almeno altrettanto centralistici. Leggere con attenzione: il nostro unico principio organizzativo è che non riconosciamo valore e significato rivoluzionario al centralismo in quanto tale. Il centralismo per noi infatti ha un significato rivoluzionario solo se esprime una unitarietà che non scaturisce dal centralismo in quanto tale, ma che deriva dal nostro programma. Siamo centralisti, in altri termini, “perché unico è il fine al quale tendiamo e unica la direzione in cui ci muoviamo nello spazio (internazionalmente) e nel tempo
29 “La continuità d’azione del Partito sul filo della tradizione della Sinistra”, il programma comunista n. 5, 1967.
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–al di sopra delle generazioni, dei morti, dei viventi e dei nascituri” (30), perché ci muoviamo quindi su una base assolutamente omogenea, rappresentata dalla sottomissione dei singoli ad un programma che in tanto non tollera altri criteri organizzativi in quanto è un programma unico ed invariante cui tutti sono disciplinati. Il nostro centralismo è insomma solo il necessario riflesso della tendenza dell’intera compagine organizzata nel Partito a convergere verso lo stesso obiettivo finale. E la “doppia direzione” che noi postuliamo per un utile flusso di impulsi nella rete organizzata, a sua volta, comporta la abolizione definitiva di qualunque contrapposizione base/vertice o centro/periferia (31). Gli organismi centrali infatti, non sono né i depositari della teoria marxista né, di conseguenza, gli organismi deputati a elaborare delle direttive e neppure quelli statutariamente designati a dare ordini. I compagni chiamati a responsabilità centrali non sono una élite di Illuminati, ma devono adempiere ad un altro lavoro, che è quello, puramente esecutivo, di raccogliere e sintetizzare le informazioni provenienti dai sensori presenti in tutto il corpo del partito e di rimandare in tutti i punti del suo organamento geografico gli impulsi che si irradiano non già dalla elaborazione di linee politiche distillate dai crani di una presunta élite dirigente, ma dalla necessaria integrazione della linea politica del Partito, che è rappresentata dalle direttive tattiche a tutti note, con la massa delle informazioni che sono state raccolte e centralizzate. Ritenere il contrario significherebbe ritornare più indietro del comunismo utopistico di Weishaupt, dimenticando che gli “Illuminati di Baviera” erano il Partito, non erano nel Partito. Il male, pertanto, non è che qualcuno, al centro o alla periferia, abbia bevuto. Il male è quando qualcuno, anche senza aver bevuto, comincia a pensare di essere chiamato a comandare, di essere diventato il pastore di un gregge di pecore (32), e non è difficile rintracciare nella storia del “Nuovo Corso” 1972-1982 le inevitabili e infine catastrofiche conseguenze dell’abbandono del Centralismo Organico, ritenuto a torto un meccanismo adatto sì alla “fase” della restaurazione
30 Ibidem.
31 “Tesi supplementari sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale – aprile 1966”, (“In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 186). Premessa alle “Tesi dopo il 1945” (“In difesa della continuità del programma comunista”, 1970, pag. 131).
32 Il riferimento ai pastori e all’éclatement del 1982 come ad un “dramma pastorale” non è casuale: il dramma pastorale infatti è tutt’uno con quello dell’uccisione del comunismo primitivo in Europa e in Asia per mano di popoli nomadi dediti alla pastorizia e di ceppo indoeuropeo, che schiacciarono e schiavizzarono i membri delle preesistenti formazioni sociali comunistiche, matriarcali e composte principalmente da cacciatori e raccoglitori e dediti ad una agricoltura primitiva (i Dravida in India, i popoli pelasgici in Europa, tra cui gli Etruschi, i Cretesi del periodo minoico, i Troiani e altri ancora, come il popolo pre-celtico della Dea Dana nel Centro dell’Europa). Secondo alcune ricerche (v. “Focus” n° 134, dicembre 2003) si tratterebbe del popolo dei Kurgan, che irruppe in Europa circa 6000 anni fa in Europa e in Oriente a partire dalle pianure del Volga. Questo popolo, il cui nome corrisponde a quello delle tombe a tumulo, distrusse i preesistenti aggregati sociali neolitici, che vengono descritti in questi termini: “Costruivano case rettangolari a più stanze, centri urbani anche di 200 mila m². Gli abitati non sorgevano fortificati su colline, ma presso i corsi d’acqua, a testimoniare che la guerra era molto rara, come la presenza di armi. In quella che l’antropologa Marija Gimbutas chiama la «Vecchia Europa» non esistevano classi sociali, figure rigide di capi e macroscopiche divisioni di ruoli tra i sessi. Si costruivano templi dedicati a divinità femminili […]. Secondo Gimbutas, su tutto vegliava il mito di una grande madre (raffigurata come dea uccello, dea serpente e dea della fertilità)”. L’eco di quel dramma lo troviamo –oltre che in Omero- anche e soprattutto nella tragedia greca, nell’Oresteia in particolare, in cui si riverbera lo sconvolgimento sociale e mentale del passaggio al patriarcato ed alla società divisa in classi, con la mostruosa inversione di valori che ne conseguì. E il simbolo del Buon Pastore, delle pecorelle smarrite, dell’Agnello di Dio e del Pastore-Vescovo, è un simbolo che nel cristianesimo ritroviamo poi all’opera, in forza della potente suggestione dei ricordi che esso racchiude, di suggellare tutte le successive servitù di classe, assieme alle altre due, fetide locuzioni pastoral-patriarcali da esso derivate: pecunia e patrimonio.
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della dottrina, ma inadeguato a quella della (presunta) “ripresa classista”, che avrebbe richiesto una disciplina “bolscevica” per i gregari e una maggiore libertà di elaborazione strategica per i Pastori.
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Punto n°28: l’autocritica
IL CAMPO DI APPLICAZIONE DELL’AUTOCRITICA ESCLUDE OGNI REGRESSIONE AL METODO FIDEISTICO E PIETISTICO DELLA PENITENZA E DEL MEA CULPA. Il Centralismo Organico riconosce che quando un singolo compagno sbaglia è il Partito nel suo insieme che sbaglia (1). Risulta quindi definitivamente esclusa la ricerca di “colpe” individuali e quindi anche il metodo dell’autocritica, che è tipico del terrorismo ideologico anti-partito di marca stalinista, degno erede a sua volta dei metodi della Santa Inquisizione (2). Nel Partito la critica degli errori è sempre la benvenuta, anche senza l’errore, mentre l’autocritica da parte dei militanti è sempre da proscrivere in quanto costituisce una critica che il singolo militante fa a sé stesso, quindi alla persona, al soggetto individuale. Non si dispiacciano quanti hanno in odio la «filosofia», ma apprendano una volta per tutte che autocritica è fare il processo a sé stessi e che noi siamo comunisti perché non facciamo processi a nessuno, ma ci limitiamo a processare le posizioni politiche errate, le controtesi. L’unica autocritica che ha diritto di cittadinanza tra di noi, pertanto, è quella della Rivoluzione (3) e del Partito (4): solo la Rivoluzione ed il suo Partito infatti, se si ragiona da materialisti, hanno il diritto ed il dovere di criticare sé stessi. Al motto borghese “indietro non si torna!”, autentica trascrizione in termini politici del procedere inesorabile dell’economia capitalista lungo il percorso obbligato delle periodiche ondate di follia iperproduttiva, cui la caduta tendenziale del saggio del
1 Dato che “le fesserie non si risolvono marxisticamente addebitandole ad un autore, non hanno autore, devono solo non ripetersi”, bisogna necessariamente ammettere che “quando accadono fessi siam tutti e non prendiamo sul serio chi dice: avevo votato contro!” (Lettera a Maffi, Perrone e Ceglia, Napoli 30 settembre 1952).
2 “Altra lezione che sorge da episodi della vita della III Internazionale (nella nostra documentazione ripetutamente ricordati attraverso le coeve denunzie della Sinistra) è quella della vanità del «terrore ideologico», metodo disgraziato col quale si volle sostituire il naturale processo della diffusione della nostra dottrina attraverso l’incontro con le realtà bollenti nell’ambiente sociale, con una catechizzazione forzata di elementi recalcitranti e smarriti, per ragioni o più forti degli uomini e del partito o inerenti ad una imperfetta evoluzione del partito stesso, umiliandoli e mortificandoli in congressi pubblici anche al nemico, se pure fossero stati esponenti e dirigenti della nostra azione in episodi di portata politica e storica. Si costumò di costringere tali elementi (per lo più ponendo a loro scelta il riavere o meno posizioni importanti nell’ingranaggio della organizzazione) ad una pubblica confessione dei loro errori, imitando così il metodo fideistico e pietistico della penitenza e del mea culpa. Per tale via veramente filistea e degna della morale borghese, mai nessun membro del partito diventò migliore né il partito pose rimedio alla minaccia della sua decadenza. Nel partito rivoluzionario, in pieno sviluppo verso la vittoria, le ubbidienze sono spontanee e totali ma non cieche e forzate, e la disciplina centrale, come illustrato nelle tesi e nella documentazione che le appoggia, vale un’armonia perfetta delle funzioni e della azione della base e del centro, né può essere sostituita da esercitazioni burocratiche di un volontarismo antimarxista. L’importanza di questo punto nella giusta comprensione del centralismo organico si rileva dal tremendo ricordo delle confessioni cui furono ridotti grandi capi rivoluzionari, poi uccisi nelle purghe di Stalin, e delle inutili autocritiche cui furono piegati sotto il ricatto di essere espulsi dal partito ed infamati come venduti ai suoi nemici: infamie ed assurdità mai sanate dal metodo non meno bigotto e non meno borghese delle «riabilitazioni». L’abuso progressivo di tali metodi non fa che segnare la sciagurata strada del trionfo dell’ultima ondata dell’opportunismo”. (“Tesi supplementari sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale – aprile 1966”, in “In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 185).
3 “Le rivoluzioni proletarie […] criticano continuamente se stesse; interrompono ad ogni istante il loro proprio corso; ritornano su ciò che sembrava cosa compiuta per ricominciare daccapo; si fanno beffe in modo spietato e senza riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi” (Marx, “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte”, Ed. Riuniti, 1980, pag. 19).
4 “Una feroce autocritica ha distinto tutti i partiti che attraversano il vero periodo di fecondità rivoluzionaria ed espansione di potenza” (“Il pericolo opportunista e l’Internazionale”, L’Unità, 30 settembre 1925).
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profitto la costringe, opponiamo il nostro motto, secondo cui il proletariato ed il suo Partito devono sempre tornare indietro per riprendere il filo rosso della linea rivoluzionaria integrale nel punto in cui è stato di volta in volta spezzato e per poter quindi riprendere con rinnovato slancio il loro cammino. Che il richiamo alla “sana autocritica” da parte dei singoli militanti altro non sia che un vero e proprio rigurgito stalinista lo dimostra anche il modo assolutamente inusuale con cui i nostri contraddittori hanno reagito alle critiche: a corto di argomenti, essi hanno gridato infatti alla violazione della disciplina, asserendo addirittura che il presente documento non avrebbe mai dovuto essere neppure scritto in quanto ogni seria critica nei confronti del loro operato rappresenta una deprecabilissima dispersione di tempo ed energie, il che significa che la critica nei confronti degli organismi centrali è statutariamente proscritta, secondo la più pura tradizione istituita da Josif Vissarionovic. In secondo luogo essi hanno fatto ricorso ripetutamente ad un metodo infame ed anch’esso ben collaudato dai Vischinsky di sinistra memoria: quello della psichiatrizzazione del dissenso. Prima a proposito dell’attacco alle Torri Gemelle hanno parlato di “volantini dai toni paranoidi”, poi hanno ribadito che simili esternazioni corrono il rischio di far apparire i comunisti come dei “folli paranoici”, ed infine hanno addirittura affermato che noialtri “dissidenti” saremmo stati presi da un “delirio di onnipotenza”. Si badi bene: non hanno affermato che una particolare affermazione contenuta in queste pagine è falsa o antimarxista, catalogandola di conseguenza come un’affermazione “delirante” per un’eccesso di polemica, che può essere ancora tollerato. No: l’insieme delle proposizioni contenute in questo scritto sarebbe espressione di un “delirio di onnipotenza” indipendentemente da ogni disamina del loro effettivo contenuto. Come dire: “manifestare critiche verso i Sommi Duci è già di per sé una manifestazione di squilibrio mentale, anzi, peggio, è la manifestazione di una identificazione paranoica col Padreterno”. Perché solo l’Onnipotente può osare criticarci. E’ infatti comune nozione che i Migliori sono al di sopra dei comuni mortali. Se costoro si degnassero di usare un pizzico di logica si renderebbero subito conto di essere proprio loro ad identificarsi col Padreterno. Strano che non abbiano messo una bella conclusione sulle loro fortunatamente cartacee rampogne? “Non avremmo mai pensato che dei comunisti potessero fare affermazioni del genere. Che Dio vi perdoni per averlo fatto”. Sarebbe stata una degna conclusione.
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Punto n°29: la lotta politica nel Partito
IL FUNZIONAMENTO FISIOLOGICO DEL PARTITO COMUNISTA ESCLUDE CHE AL SUO INTERNO SI SVILUPPI UNA QUASIASI FORMA DI LOTTA TRA DIVERSE CORRENTI E LINEE POLITICHE. Ogni lotta politica è lotta di classe. La presenza di una lotta politica all’interno del Partito comunista è pertanto l’indizio del sorgere e del manifestarsi di interessi di classe contrapposti in seno ad una compagine che è e vuole essere monoclassista non dal punto di vista della sua composizione sociale ma dal punto di vista degli interessi storici che condensa ed esprime. “Quando questa crisi scoppia, appunto perché il partito non è un organismo immediato ed automatico, avvengono le lotte interne, le divisioni in tendenze, le fratture, che sono in tal caso un processo utile come la febbre che libera l’organismo dalla malattia, ma che tuttavia «costituzionalmente» non possiamo ammettere, incoraggiare e tollerare” (1). Perché la lotta politica è una manifestazione della lotta di classe, perché l’armamentario di “consultazioni, costituzioni e statuti”, di cui la lotta politica dentro ai partiti anche proletari si è sempre avvalsa e nutrita, è caratteristico “delle società divise in classi e dei partiti che esprimono a loro volta non il percorso storico di una classe, ma l’incrociarsi dei percorsi divergenti o non pienamente convergenti di più classi” (2). Il fatto di non ammettere costituzionalmente la lotta politica nel Partito Comunista non significa quindi, come presumono i sottofessi, che nel Partito la critica e l’errore sarebbero impossibili visto che si possiede la teoria, ma significa che il funzionamento fisiologico del Partito non ammette che vi sia una lotta tra diverse linee politiche e a maggior ragione la divisione in correnti o tendenze; e significa anche che quando quei fenomeni si verificano e addirittura esitano in fratture della compagine organizzata vi è un funzionamento patologico del Partito, una malattia, che si manifesta con quelle “crisi febbrili” che sono rappresentate per l’appunto dalla lotta politica interna e dalla formazione di tendenze in contrasto tra loro, e che in tanto sono utili in quanto aiutano l’organo-Partito a liberarsi dalla malattia, che è sempre da identificare nel formarsi di gruppi di interessi borghesi nel suo seno. Ciò vale sempre, anche se il Partito Formale è ridotto ai minimi termini e le contese assumono quindi l’aspetto di “tempeste in un bicchiere d’acqua”, in quanto il fatto che esso non sia neppure in grado per difetto di effettivi di difendere gli interessi immediati della classe operaia non significa che automaticamente sia assicurato il suo allineamento agli interessi storici della nostra classe. Il fatto che il tradimento –ovvero l’allinearsi di una frazione del Partito con gli interessi di altre classi- sia, almeno all’inizio, inconscio (3) non ci autorizza insomma a misconoscerlo,
1 “Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe”, 1946-1948, par. V, in “Partito e classe”, pag. 116.
2 Premessa alle “Tesi dopo il 1945” (“In difesa della continuità del programma comunista”, 1970, pag. 131).
3 Il riferimento all’inconscio non va interpretato come il ricorso a categorie psicoanalitiche per leggere le crisi del Partito in termini di psicopatologia individuale: stiamo solo ripetendo pedissequamente la Sinistra, che nel 1913 affermava che gli intellettuali non vengono al Partito “quasi mai con la cosciente malafede di farsi un piedistallo politico”, cosa che, di regola, “vien dopo” (“Un programma: l’ambiente”), il che vuol dire che la spinta è di solito inizialmente inconscia e che tale rilievo non ha nulla né di freudiano né peggio ancora, di “esistenzialistico”. Intendiamoci bene, allora, a scanso di equivoci: questi signori non operano coscientemente nel senso sopra descritto, almeno all’inizio, e la loro malafede risiede in altri comportamenti ed emerge dal loro manovrismo. In questa fase storica, in cui il movimento proletario non attira certo folte schiere di falsi transfughi, non potrebbe essere altrimenti. Materialisticamente, è la loro reale natura e collocazione di classe che guida le azioni che compiono, e che sono finalizzate alla costruzione del loro
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rifugiandoci nella ingenua valutazione secondo cui in questa fase storica non ci possono essere traditori. Ben altra cosa rispetto alla lotta politica interna sono le differenti valutazioni, che possono normalmente e fisiologicamente sorgere tra i compagni, ma senza cristallizzarsi in tendenze e correnti contrapposte. Il centralismo democratico, infatti, riconosce e ammette le correnti all’interno del Partito, mentre il centralismo organico le esclude. “Il centralismo democratico non si applicava nel Pci secondo gli stereotipi degli altri partiti comunisti e del blocco sovietico. Le correnti di opinioni infatti esistevano, e anche se non potevano essere definite frazioni, erano molto importanti, perché a differenza degli altri partiti italiani non nascevano dai contrasti di personalità o patronato, ma da vere differenze ideologiche di fondo” (4). L’analisi, desunta da un rapporto della CIA della fine degli anni ’70, è confermata da Emanuele Macaluso, il quale confessa che “il centralismo democratico non impediva il manifestarsi di diverse anime, quelle che già Togliatti chiamava «diverse sensibilità», in questo modo riconoscendole. Si trattò di un’articolazione di posizioni che poi, dopo la morte di Togliatti, si espresse ancora più nettamente. Fu un processo che esplose nell’11° congresso del 1966, quando si verificò il grosso scontro tra la sinistra di Ingrao e la destra amendoliana” (5). Le divergenze di valutazione sulle situazioni contingenti, che fanno parte della normale e sana vita di Partito, al contrario, non si articolano né tendono ad esprimersi in modo più netto, insomma non danno luogo alla formazione di diverse tendenze, ovvero di gruppi che la pensano allo stesso modo su un insieme di situazioni e problemi differenti, ma si risolvono e non possono che risolversi fraternamente, e cioè mettendo sul tavolo le Tesi del Partito e gli elementi di valutazione desunti dall’analisi delle situazioni a proposito delle quali la divergenza si è manifestata. Se le direttive fissate nelle Tesi sono realmente un patrimonio comune, le divergenze possono nascere infatti solo da un diverso apprezzamento della situazione contingente, apprezzamento che può essere anche molto diverso in funzione delle limitate informazioni che il singolo militante o la singola Sezione possono trarre da una visione parziale della realtà sociale. Da cui il nostro assunto dogmatico che nella vita di Partito, grazie alla doppia direzione, grazie alla omogeneità dottrinale ed al riverberarsi dal Centro alla periferia di una visione d’insieme della realtà contingente, le divergenze si superano. E, soprattutto, si superano da sé, senza forzature, senza combattimenti per “far passare” linee che spontaneamente non passano perché sono stridenti con tutto ciò che significa Comunismo e Rivoluzione. Si superano fraternamente, inoltre, il che non vuol dire con un dolciastro spirito ecumenico, atto a smussare e a conciliare le divergenze attraverso delle “mediazioni” diplomatiche, ma prendendole di petto con un atteggiamento mentale “aperto” da entrambe le parti, anche e soprattutto se una delle due parti è il Centro, con l’atteggiamento cioè di chi è disposto ad ammettere di aver torto ed a convincersi della correttezza dell’apprezzamento altrui, non certo con l’attitudine di chi è lì per imporre una soluzione precostituita ed è quindi pronto ad usare gli argomenti di fatto e di teoria non
5 Ibidem.
personale piedistallo politico a spese del Partito, anche se in un primo tempo non se ne rendono nemmeno conto. A volte però, l’inconscio li tradisce; così come accadde ai dirigenti di un gruppo stalino-maoista che, a Parigi nel 1968, scrissero in un loro volantino che “gli operai sono avidi di potere” (sic!) . Singolare esempio di transfert. All’inconscio non si comanda!
4 “Sotto il velo del centralismo democratico anche i comunisti hanno coltivato la divisione in correnti”, La Stampa, 20.9.2003.
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come degli strumenti di conoscenza, ma come delle granate da scagliare in faccia all’avversario, non importa se riflettono o meno fatti reali e buona dottrina, basta che esplodano e facciano male. Perché se lo scopo è per davvero comune e la strada per raggiungerlo anche, questo è l’unico modo di procedere, e se non si procede a questo modo significa che lo scopo per qualcuno è ormai un altro, e quindi è un’altra la strada da percorrere. Mettere sul tavolo le nostre Tesi significa magari anche ridiscuterle, se con questo termine si intende lo sforzo incessante di analizzarle per comprenderne l’esatta portata, e quindi di scolpirne i lineamenti in modo sempre più netto e tagliente, ma in ogni caso utilizzandole per verificare alla loro luce se questa o quella posizione politica rappresenta una effettiva applicazione di quel corpo unitario di direttive e quindi è conforme agli scopi per cui ci muoviamo e che lì si trovano fissati assieme alla via da percorrere per conseguirli. Perché fare diversamente, e cioè genuflettersi alle Tesi per poi gettarsi nel vivo della loro presunta applicazione senza neppure essersi degnati di compulsarle e di vedere che cosa di vitale e di ingiuntivo esse ci trasmettono, equivale a trasformarle ipocritamente, ancora una volta, in una “icona inoffensiva”. Il testo da cui sono state tratte le conclusioni che abbiamo prima esposto è un testo basilare del Partito, e non è affatto il risultato delle autonome e successive elucubrazioni “fiorentine”. A proposito di queste ultime va osservato che come l’antifascismo fu il peggior prodotto del fascismo, allo stesso modo il peggior prodotto della deviazione “fiorentina”, che prese l’avvio dalla esperienza del “sindacato rosso” ed alla quale mal si reagì allora prima con un inaccettabile provvedimento di espulsione (6) e poi con una “ghiacciata diffida” che ancor di
6 Che di espulsione si fosse trattato nel 1973 (come poi in seguito), e cioè del ricorso ad un arnese democratico, di cui già il Partito aveva preconizzato la definitiva abolizione, lo dice la stessa “Ghiacciata diffida”, dove afferma che “dal Partito dipende la decisione […] di riammettere nelle file dell’organizzazione chi ne è stato, o se ne è, escluso” (il programma comunista, n° 5, 1974), ammettendo in tal modo che la ordinaria vita interna del Partito possa e debba ancora contemplare procedimenti di “esclusione” che in nulla si distinguono, se non nel suono della parola, da quelli di “espulsione”. L’ipocrisia continuò in forma ancor più grave quando si procedette all’espulsione della Sezione di Torino. La lettera centrale dell’Aprile 1981 infatti affermava: “Siamo noi arrivati a tanto [alla irrimediabile degenerazione, N.d.R.]? Noi lo neghiamo recisamente. La vostra lettera […] non meno recisamente lo afferma. Non possiamo che prenderne atto: per noi la vostra sezione ha cessato di esistere come sezione di partito, con tutte le conseguenze che sul piano organizzativo ne derivano”. Non si disse apertamente: “siete stati espulsi”, perché ciò avrebbe contraddetto in modo troppo stridente i nostri postulati in materia di organizzazione. Allora si ricorse all’espediente vile di sostituire il termine inaccettabile con un altro termine, che esprimeva la stessa sostanza, e si disse: visto che secondo voi siamo opportunisti, non ci prendiamo certo la briga di dimostrarvi mettendo sul tavolo le Tesi del Partito che così non è, che siamo sulla buona strada e che voi sbagliate per i motivi a b e c, ma si disse: prendiamo atto della vostra accusa, ce la mettiamo sotto i tacchi perché di essa nulla c’importa e cogliamo l’occasione al volo per significarvi burocraticamente che non esistete più come sezione del Partito, con tutto quel che ne consegue. Solo l’ipocrisia e il filisteismo piccolo-borghesi possono ravvisare una qualunque differenza tra questa cortese “messa alla porta” ed una espulsione! Gli attuali dirigenti, movendosi sulla linea incorrotta dell’ipocrisia di ieri, hanno inviato una lettera alla Sezione di Madrid (6.4.03) in cui, dopo aver ingannato il Partito affermando a più riprese che non si stava procedendo ad espellere nessuno, comunicavano altrettanto burocraticamente ai compagni di laggiù che, essendo “i chiarimenti politici preliminari a qualunque proclamazione di «internazionalismo formale e organizzativo»”, avevano deliberato che “finché non si siano raggiunti chiarimenti convincenti e completi […] è preferibile che sulla vostra stampa per il momento non compaia alcun riferimento a «il programma comunista»”. Dopo aver scagliato la pietra, i dirigenti, nuovamente, nascondono la mano, affermando senza arrossire a 22 giorni di distanza da quella lettera che “non è in corso alcun provvedimento di espulsione, come insinuato da qualcuno” (Circolare n° 2, 2003, del 28.4.03). Vergogna, vergogna, vergogna!! Non vi abbiamo espulso, vi abbiamo escluso. Non vi abbiamo espulso, abbiamo constatato che non esistete più come sezione di Partito. Non vi stiamo espellendo, vi diffidiamo ad uscire pubblicamente presentandovi come una Sezione di Partito. La tracotanza e la supponenza del piccolo-borghesume è davvero infinita e priva di qualsiasi senso del pudore, perché questi presunti “depositari della dottrina” ritengono
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quella più rompeva i ponti col centralismo organico, fu proprio l’anti-fiorentinismo becero di quanti nel Partito presero da allora in poi a spacciare per “fiorentinismo” la buona e sana tradizione del Partito allo scopo di giustificare il “Nuovo Corso” in fase di gestazione. La politica rivoluzionaria non si fa strada applicando etichette di comodo (7), e i problemi che il nostro movimento incontra sul suo cammino devono essere affrontati su ben altro terreno che non quello stalinista della definizione di sempre nuove confraternite di mestatori, per cui il metodo risorgente di appioppare etichette (ad es.: velleitarismo, operaismo, meccanicismo, attivismo) per esorcizzare i problemi va definitivamente rigettato: nell’uso di questi termini come degli anatemi, ossia nella immotivata applicazione di etichette prefabbricate rivivono infatti in forma farsesca le invettive di ieri contro la “cricca trotzkista-zinovievista” di turno. La Sinistra ci ha appreso invece che “da buoni marxisti non filistei, non bonzificati o bonzificatisi, la questione [cioè la risposta alle critiche] andrebbe messa così: la sinistra dice che l’Internazionale sbaglia. Per le ragioni a, b, c, inerenti al problema sollevato, dimostriamo che la sinistra stessa è invece in errore. Questo prova ancora una volta che l’Internazionale non ha commesso errori, ed è sulla buona via” (8). Altro metodo obliquo e da proscrivere per sempre è quello di inserire dei filtri e diaframmi sempre nuovi ed impreveduti tra i postulati dottrinali, cui ipocritamente ci si genuflette, e la prassi quotidiana. Si dice ad esempio che non è sufficiente la “ripetizione ossessiva” dei testi, che non basta copiare quello che essi dicono per essere in regola, che quel patrimonio bisogna anche comprenderlo ed assimilarlo con “l’umiltà e la pazienza” che possono essere conquistate solo nel “lavoro ordinato, sistematico e collettivo”, e cioè che bisogna comprenderlo ed assimilarlo come dicono loro e sotto il loro controllo, naturalmente, ovvero secondo un modellino in cui l’umiltà è richiesta ai gregari e la pazienza è richiesta ai professorini, in quanto, fuori da questo schema da scuoletta, i compagni finirebbero con … “l’abusare” dei Testi di Partito. Si dice inoltre che non è sufficiente riprendere in mano le fondamentali affermazioni codificate in tutti i testi del partito storico in quanto bisogna anche saperle
davvero di avere a che fare coi dei cretini ai sensi di legge.
7 Il malvezzo di applicare etichette porta al rischio che l’etichettatore di turno si ritrovi appiccicate addosso proprio quelle che aveva creduto di poter affibbiare ad altri; si dà il caso infatti che proprio dalla letteratura dei “fiorentini” si possa trascrivere questo passaggio: “E’ evidente che il sostenere la necessità di un’organizzazione di partito centralizzata e disciplinata implica, fra l’altro, una differenziazione gerarchica che vede i singoli militanti distribuiti in funzioni diverse e di diverso peso. Ci devono essere nel partito i capi e i responsabili per le diverse funzioni. Ci devono essere coloro che comandano e coloro che eseguono gli ordini e ci devono essere organi differenziati adatti a svolgere queste funzioni” (“Il Partito Comunista nella tradizione della sinistra”, 1974, Cap. 3 – Differenziazione di funzioni, Ed. Il Partito Comunista, pag. 35). Anche sulle rive dell’Arno, quindi, e non solo sui navigli meneghini, il buon concetto secondo cui nel Partito “nessuno comanda e tutti sono comandati” si è perso per la strada. Ma anche peggiore è il passaggio che rivendica le espulsioni, per la Sinistra arnese democratico per eccellenza: “quando si è nell’organizzazione si è tenuti all’osservanza della più ferrea disciplina nell’esecuzione degli ordini centrali, ma la trasgressione a questa regola non può essere eliminata dal centro se non attraverso la espulsione dei trasgressori. Il centro non dispone, per farsi obbedire, di altre sanzioni materiali” (Ibidem, pag. 75). Il fatto è che, purtroppo, da una parte e dall’altra, un testo di Partito fondamentale per la comprensione del centralismo organico, come “Origine e funzione della forma partito”, anche se non è stato mai formalmente rigettato, è caduto tuttavia in un silenzioso ma totale oblio. Infatti in uno studio di 278 pagine sul Partito, come quello sopra riportato, non compare una sola citazione tratta da quel testo, da noi viceversa utilizzato nella stesura di questi “Punti”. Non si tratta di una dimenticanza casuale, naturalmente, in quanto vi si riflette il fatto che sia i “fiorentini” sia i dirigenti dell’attuale “programma comunista” sia quelli de “il comunista/le prolétaire” sono tutti figli legittimi del “Nuovo Corso”, anche se i “fiorentini” ne hanno condiviso solo l’incipit, rappresentato dalle “Tesi sindacali” del 1972.
8 “Il pericolo opportunista e l’Internazionale” (L’Unità, 30 settembre 1925).
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applicare “nella maniera più intelligente possibile”, restando aperta la scelta di sostituire il termine “intelligente” con un altro dei seguenti aggettivi: duttile, creativa, adeguata alla realtà concreta…, in modo da riuscire ad annacquarle e a snaturarle; non ci possiamo inoltre accontentare di riproporre le parole d’ordine storiche del movimento operaio, perché le immiseriremmo, bisogna anche che le interpretiamo e le adattiamo alla realtà di oggi, in modo da svirilizzarle e renderle inoffensive, e così via. Gli opportunisti, come il capitalismo, sono pletorici, sovrabbondanti, non ne hanno mai abbastanza, vogliono sempre qualcosa di più. Sono affetti da una cronica crisi di sovrapproduzione delle fesserie, ragion per cui la Sinistra ha definito la nostra opera come il frutto di un piano di sottoproduzione delle medesime. E solo degli ingenui inguaribili possono sentirsi rassicurati dal fatto che costoro non vogliono togliere nulla alla sana tradizione del Partito e della Rivoluzione. Il guaio non è quando questi impostori vogliono toglierci qualcosa, il guaio è quando vogliono aggiungere qualcosa, quando vogliono somministrarci gratis il veleno nascosto nelle loro logomachie diarroiche. Non stiamo dicendo niente di nuovo: la Sinistra ha messo sempre in guardia soprattutto contro i creativi, gli innovatori, gli aggiornatori. Quando essi si insinuano tra noi, quindi, non possono più usare esplicitamente i termini sopra emarginati, che sono stati messi per sempre alla gogna. Quindi usano altri termini, che sono quelli che abbiamo ricordato in precedenza: le smanie interpretative, adattative, applicative, assimilative, di cui costoro, dal “Nuovo Corso” in avanti, ci hanno deliziato, non sono altro che il cavallo di Troia attraverso cui l’innovazione e l’aggiornamento della dottrina, buttati fuori dalla porta, vengono fatti rientrare dalla finestra. Sono la nuova forma fenomenica che il “marxismo” creativo ha dovuto assumere per insinuarsi nel corpo del Partito formale nato dal ceppo della Sinistra. Allora, ci si chiederà, a nulla servono le messe in guardia e i “paletti” tanto faticosamente drizzati dai nostri compagni della vecchia guardia? Ancora una volta, lo abbiamo sempre detto: essi non sono una ricetta capace di immunizzarci per sempre dalle ricadute. Ciò che conta è solo che il vaccino che la Sinistra ci ha instillato funzioni, facendoci reagire contro i nuovi opportunismi, rendendoci capaci di identificare e combattere contro le nuove forme della malattia di sempre. Accontentiamoci quindi, per ora, di aver identificato le nuove locuzioni che definiscono il traditore: traditore è colui che vuole sempre aggiungere qualcosa, è il saputello –bidellino o professorino che sia- a cui le vecchie parole vanno sempre bene ma non bastano mai perché vanno sempre integrate con altri ingredienti. E’ chi esordisce con il “non è sufficiente…”, oppure con il “non basta certo…”, oppure ancora con il “non possiamo sicuramente accontentarci …”. E’ colui che vuole sempre complicare ciò che è semplice, certo non immemore dei fasti della burocrazia statale borghese, che sui mille “uffici complicazioni degli affari semplici” da sempre campa e prospera. Comunista è invece quello che si accontenta. C’est bien simple … . Assodato che la lotta politica condotta dal Centro con l’appoggio di alcune sezioni tra il 1974 e il 1982 per far trionfare il “Nuovo Corso” contro la resistenza ostinata e tenace di una serie di altre sezioni del Partito è stata l’espressione del “percorso divergente di più classi”, si tratta ora di precisare meglio di quale lotta di classe quella battaglia politica è stata espressione, applicando anche al Partito ed alla sua storia il metodo materialistico-dialettico che ci contraddistingue. Ciò che allora si svolse non fu infatti solo la manifestazione della generica penetrazione di “posizioni opportuniste” nel Partito. Le idee non sono mai campate per aria. “Dovete spiegarci materialisticamente da quali interessi economici nasce il nostro 187
presunto opportunismo”, sentenziavano infatti con beffarda arroganza nel 1983 gli artefici di “Combat”. Gli serviamo la nostra risposta “a freddo”, vent’anni dopo. Una vera e propria lotta di classe, infatti, nel nostro Partito vi fu, anche se in miniatura. Da un lato dello schieramento un Centro composto esclusivamente da intellettuali borghesi, supportato da una platea bolscevizzata anch’essa a base prevalentemente piccolo-borghese ed intellettuale (“transfughi” del movimento del ’68 e dintorni). Dall’altro lato dello schieramento, le Sezioni operaie del Partito: Ivrea, Torino, Torre Annunziata, Schio, Madrid. Ci mettiamo anche Ovodda, che non si oppose apertamente alla deriva, ma che silenziosamente scomparve dopo l’éclatement. Questa è la realtà dei fatti. Gli intellettuali borghesi insediatisi al Centro avevano infatti reclutato la loro “leva leninista”, raccattandola non tra il contadiname, come fece Stalin, ma tra il piccolo-borghesume urbano dei vari “gruppetti” studenteschi extra-parlamentari (Lotta comunista, Avanguardia Operaia ecc.) sulla base di una palese forzatura dei criteri per la formazione dei militanti, che approdava al disprezzo per la teoria marxista e per la sua necessaria assimilazione. Le posizioni politiche opportuniste sostenute dal Centro e dalla suddetta platea non erano lì per caso, come non sono lì per caso quelle in cui si condensa l’attuale rigurgito neo-stalinista. Erano lì perché rispondevano allora e rispondono tuttora non alle necessità dei proletari, ma ai bisogni di un’altra classe. Perché rispondevano al bisogno della categoria degli intellettuali piccolo-borghesi (9) di avere quante più truppe da manovrare fosse stato possibile, di disporre del maggior numero possibile di gregari da comandare e “dirigere” a
9 Quando diciamo “intellettuali borghesi insediati al Centro” intendiamo dire ovviamente “intellettuali borghesi che non hanno rinnegato la loro collocazione anagrafica”. Che di tale natura sia anche l’attuale scampolo della trascorsa lotta di classe che attraversò in Partito all’epoca dell’instaurazione del “Nuovo Corso”, insomma che di quella pasta sia fatto anche l’attuale Centro e la platea bolscevizzata che ad esso applaude non lo diciamo noi. Lo dicono loro. Lo dicono attraverso lo stile inconfondibile che riverberano nella loro prosa, che è lo stile professorale. Ad esempio, dopo aver spiegato che cosa è la dialettica, i nostri dirigenti sentono il bisogno di aggiungere: “scriviamo tutto ciò con un certo imbarazzo, e non lo nascondiamo: perché riteniamo che su questa questione, come su molte altre sorte negli ultimi tempi, non si dovrebbe nutrire esitazione alcuna” (Circolare n° 2, 2003, pag. 2). Altro scampolo di prosa professorale: “Abbiamo dovuto stigmatizzare molto severamente [matita rossa? No, matita blù!!] un’incipiente polemica sulla «presenza degli intellettuali nel P.»: per chi è saldamente sul terreno della Sinistra, la questione dovrebbe essere chiusa fin dal 1848 [ragazzi, che diamine, siete arrivati in quinta e dobbiamo ancora stare a spiegarvi queste cose?]” (Circolare n° 2, 2002, pag. 3): le polemiche non sono l’occasione per chiarire, ma per stigmatizzare, per dare bacchettate sulle dita, quindi non si permette certo che si sviluppino, ma le si stronca quando sono ancora “incipienti”: i ragazzi “bene educati”, infatti, non devono chiedersi troppi perché, altrimenti perdono la necessaria riverenza verso i Maestri e, di riflesso, verso chi comanda anche fuori dalle aulette scolastiche. A proposito dell’adesione al Partito si afferma che “per coloro che hanno un passato di adesione o di condivisione con il comunismo” (non si dice: “per gli ex-militanti del Partito che se ne sono in passato allontanati per un motivo o per l’altro”, perché sarebbe troppo semplice, capirebbero tutti, ma si dice: “per coloro che grazie ad un viaggio nel futuro hanno condiviso non già la vita di Partito, perché sarebbe ancora una volta troppo banale, ma … il comunismo”, e ciò senza neppure prendersi la briga di spiegare che lo si dice nel senso che la vita di Partito è un’anticipazione del comunismo), per costoro il metodo di avvicinamento deve essere “ancor più duro nell’applicazione maieutica”, ma ancora una volta lo si dice senza spiegare che cos’è la maieutica, come se fosse un termine abituale nella nostra tradizione, in modo tale che chi non ha studiato filosofia non capisca nulla. E che dire della preconizzata “battaglia teorica per un maneggio sempre migliore della dialettica” (Circolare n° 1, 2003, pag. 4), se non che è la pratica a verificare se si è capaci di maneggiare la dialettica, e non certo una sedicente “battaglia teorica per la dialettica”, in cui i vari professorini di “marxismo non aggettivato” possano correre ad arruolarsi? E’ ovvio quindi che gli attuali dirigenti vadano in bestia se si parla di “professorini” (“ma da quando in quando ha posto dentro alla tradizione del nostro partito la polemica sui «professorini»?!”, si esclama ad esempio nella Lettera del Centro a Schio 24.12.02, pag. 3, dimenticandosi completamente la polemica della Sinistra contro i “bidellini”). Ma non è logico che a tale constatazione si opponga la solita questione dei “transfughi” da parte di elementi che, come si è dimostrato prima, sono professori, ragionano da professori e parlano da professori.
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proprio piacimento. I rifiuti dell’intellighentsia piccolo-borghese, come al solito, erano venuti per cercare la loro rivincita nel Partito proletario, sfruttandolo per i loro fini. Essendosi urtati in qualche spigolo del loro mondo, e quindi essendo animati da invidia e desiderio di vendetta nei confronti dei loro fratelli di classe meglio dotati e quindi inseriti appieno negli organigrammi del potere borghese, vennero a noi. Per rovesciare i meccanismi di quel potere? Per spezzarli con la forza della nostra Rivoluzione? Giammai. Essi vennero a noi, come sempre, per conquistarsi un gregge, per sfruttare i proletari-gregari (oltre che i gregari piccolo-borghesi come loro) in funzione dei loro propri interessi. Vennero cioè per utilizzare i gregari, le pecore, per l’appunto, come pecunia, ossia come merce di scambio utile a conquistarsi un posto all’interno di quell’ingranaggio capitalista da cui erano stati esclusi. Avere gente dietro di sé, è noto, è come avere denaro sonante. Io peso a seconda del numero di seguaci che posso far valere gettandoli su un piatto della bilancia. Ho milioni di organizzati: posso aspirare a diventare Primo Ministro o Presidente della Repubblica, o quantomeno un alto papavero dell’INPS. Ho quattro gatti dietro di me: posso aspirare a gestire la biblioteca comunale di Viggiù previo consenso del Comitato di Circoscrizione, oppure ad entrare nel comitato di redazione di qualche giornalucolo locale passando attraverso la porta di servizio. Quelli di loro che erano venuti per saccheggiare il tesoro del Partito, la sua dottrina, per poi utilizzarne dei brandelli a fini personali (pubblicazioni, acquisizione di titoli e ruoli accademici) furono in fin dei conti quelli che fecero meno male al Partito. Quelli che fecero più danno furono proprio quelli che del Partito vollero fare il loro proprio gregge e poi dall’alto (o dal basso) di tale posizione dettare le loro condizioni per rientrare nel gioco. Costoro hanno fatto più danno perché per realizzare tale obiettivo hanno dovuto manomettere la dottrina molto più insidiosamente dell’altra banda di profittatori. La teoria del Partito non è neutra. Non si piega alle esigenze dei vari Pastori di ingrandire il loro gregge quanto più è possibile per meglio contrattare un ruolo nell’ingranaggio del potere capitalista. Manomettere la dottrina conservandone l’apparente integrità, in nome della quale tenere unito il gregge, è quindi per costoro un’esigenza perentoria, insopprimibile. Volevate la risposta al quesito “allora diteci chi ci paga?” La risposta è che trasformando il Partito in un gregge vi siete pagati da soli in attesa di poter trasformare la merce in tal modo acquisita in un’altra merce. E facendo il vostro personale tornaconto avete distrutto il Partito, realizzando così l’interesse generale della società borghese. Ricordate il discorso di Adam Smith sulla mano invisibile che regola il mercato? Ricordate “Justine o le sventure della virtù”, in cui magistralmente il proto-comunista de Sade (che non a caso finì i suoi giorni nel manicomio criminale di Charenton) svelò l’arcano per cui solo l’egoismo ed il vizio fanno l’interesse generale della società borghese mentre il disinteresse e la virtù lo danneggiano? Lì sta la risposta che cercavate. Non è l’idiozia a guidare quanti compiono “con mano ferma” gli stessi errori che nel passato portarono il Partito alla catastrofe. E’ la determinazione inesorabile che scaturisce dal bisogno di allargare il gregge a qualunque prezzo e correndo qualunque rischio, perché non tentare di allargarlo, per costoro, esattamente come per i borghesi che devono allargare la loro nicchia di mercato o perire, significa avere già perduto in partenza la loro battaglia. Si è già accennato (Punto n° 13) alla necessità di un “cordone sanitario” per impedire che quanti non sono dei veri disertori affluiscano nelle nostre file. E’ il caso di aggiungere allora che per essere dei veri disertori non basta essere disposti a sacrificare la propria rispettabilità e credibilità, esponendosi al ludibrio del “bel mondo”. Bisogna
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innanzitutto possederla, questa rispettabilità e credibilità, per esporsi al rischio di perderla. Quindi: escludere non solo quelli che dal ludibrio si ritraggono, ma anche coloro che volentieri vi si espongono perché non hanno nulla da perdere in quanto sono i rifiuti dell’intellettualità piccolo-borghese. In altri termini: ci stanno bene anche i transfughi intellettuali, ma quelli dotati di qualche capacità, quelli cioè bene inseriti e remunerati, non gli sradicati gonfi di invidia, livore e bramosia di rivalsa. Ricordiamo ancora una volta le parole della Sinistra, che non ha mai usato le parole a caso: possono entrare nel Partito “qualificati esponenti delle classi possidenti”, se sono veri disertori, mentre “non vediamo i disertori” di cui parlava Marx tra la piccola borghesia intellettuale. Quanto alle responsabilità centrali, si tratta di rovesciare i criteri di cooptazione sinora adottati, e quindi di mettere in quarantena gli sgobboni e reclutare i lazzaroni.
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Punto n°30: burocratismo, maschera della disomogeneità politica
IL SANO FUNZIONAMENTO DEL PARTITO ESCLUDE SIA IL CENTRALISMO “FERREO”, SOLITA RICETTA PER ASSIMILARE MATERIALI ETEROGENEI, SIA IL RICORSO AI PROVVEDIMENTI DISCIPLINARI (ESPULSIONI, SOSPENSIONI, RADIAZIONI E SCIOGLIMENTI DEI GRUPPI LOCALI) IN QUANTO ARNESI DEMOCRATICI E CONTRAPPONE ALLA DITTATURA DEL CENTRO SULLA BASE IL METODO DI RISOLVERE LE DIVERGENZE RICORRENDO SOLO ALLA AUTORITA’ DELLE TESI DI PARTITO E DEI TESTI FONDAMENTALI DEL MARXISMO. Quando il Partito ha affermato che il Centralismo Organico non è un modello organizzativo da applicare, l’ha fatto non per escludere che debba essere instaurato come meccanismo atto a regolare la sua vita interna, né per escludere che debba regolarla fin d’ora, accontentandosi di auspicare che possa regolarla in un indeterminato futuro. Lo ha fatto per escludere che dalla sua applicazione ci si possa attendere una garanzia contro l’insorgere di crisi che derivano dal premere di fattori oggettivi più grandi di noi, per evitare che esso venga inteso idealisticamente, come una ricetta in grado di scongiurare per sempre deviazioni ed errori. Il che è un corollario dell’assunto secondo cui la rivoluzione non è questione di forme di organizzazione. Lo affermano a chiare lettere le nostre “Tesi di Lione”: è “assurdo e sterile, nonché pericolosissimo, pretendere che il partito e l’Internazionale siano misteriosamente assicurati contro ogni ricaduta o tendenza alla ricaduta nell’opportunismo, che possono dipendere da mutamenti della situazione come dal gioco dei residui delle tradizioni socialdemocratiche, nella risoluzione dei nostri problemi” (1). E le “Tesi di Napoli” ribadiscono, a quarant’anni di distanza, che vana resta l’idea di “fabbricare un modello di partito perfetto” (2), magari attraverso metodi che risentono della debolezza decadente della classe borghese, che, impotente nella difesa del suo potere, “si rifugia in deformi tecnologismi da robot per ottenere in questi stupidi modelli formali automatici una sua sopravvivenza”. Una delle tesi fondamentali del marxismo, che la Sinistra con insistenza e fermezza ha sempre difeso, è infatti che “un rimedio alle alternative ed alle crisi storiche a cui il partito proletario non può non essere soggetto, non può trovarsi in una formula costituzionale o di organizzazione, che abbia la virtù magica da salvarlo dalle degenerazioni” (3). Assodato quindi il concetto che il centralismo organico non è un metodo per immunizzare il Partito dalle crisi o almeno per immunizzarlo in modo definitivo ed assoluto, resta stabilito che esso deve funzionare fin d’ora anche allo scopo di consentire al Partito di affrontare meglio le crisi inevitabili e di superare più agevolmente gli inevitabili errori. Che il centralismo organico debba regolare la vita del Partito fin da adesso, che esso sia certo un obiettivo da raggiungere, ma da raggiungere oggi e non domani, e che, al contrario, attenersi oggi ai criteri organizzativi del passato bagaglio della III Internazionale sia un crimine contro il Partito e contro la Rivoluzione, rappresenta una verità limpidamente esposta dal Partito non l’altro ieri, ma quarant’anni fa, come risulta da quanto diremo qui di seguito. Ma, prima di attingere ai testi, dobbiamo fissare il concetto che se da
1 Tesi di Lione, “In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 105.
2 “Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale, secondo le posizioni che da oltre mezzo secolo formano il patrimonio storico della sinistra comunista – luglio 1965”, “in difesa della continuità del programma comunista, pag 181.
3 Ibidem.
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quando tali affermazioni furono enunciate sono passati quarant’anni ed una crisi che ha letteralmente devastato il Partito, ciò significa che in questo momento della nostra storia l’instaurazione immediata del centralismo organico è diventata ormai una questione di vita o di morte. Così il Partito dopo la crisi del 1964, che portò alla separazione di coloro che diedero poi vita al gruppo “Rivoluzione Comunista”: “Non si è preso alcun provvedimento disciplinare (arnese democratico) da riferire […]. Il partito è sempre quello e lavora come sempre ha fatto. Cercare colpe di quanto è avvenuto è cosa fessa” (4). Già in precedenza era stato infatti riconosciuto che “una pratica burocratica di espulsione è cosa dei vecchi tempi. Caso mai dovrebbe essere per motivi non politici ma morali. E saremmo fuori posto perché il marxismo è amorale” (5). Le “Tesi di Napoli”, prima richiamate, non si limitarono in seguito a definire “ignobile bagaglio del democratismo politicantesco” il ricorso al metodo “delle radiazioni, delle espulsioni e degli scioglimenti dei gruppi locali” e a preconizzarne la definitiva “abolizione”, ribadendo che “questi provvedimenti disciplinari” devono “andare diventando sempre più eccezionali per avviarsi alla loro scomparsa”, ma lanciarono al Partito un avvertimento che si rivelerà poi, purtroppo, profetico. Le Tesi proseguono infatti preannunciando che “se il contrario avviene” e cioè se, anziché diventare sempre più eccezionali, i provvedimenti disciplinari tendono a diventare col tempo sempre più frequenti, ciò che nel nostro Partito dal 1973 in poi avvenne (1953-1973, ventennio del sano funzionamento del Partito: nessuna espulsione, le crisi si consumano e si risolvono senza provvedimenti disciplinari; 1973-1983, decennio della pedata: espulsione di Firenze nel 1973, ghiacciata diffida e inizio nel 1974 del “Nuovo Corso”; 1981: espulsione di Torino-Ivrea; 1982: espulsione di Marsiglia e delle sezioni del Sud della Francia; 1983: allontanamento di Madrid, Schio, Benevento-Ariano Irpino e Torre Annunziata; 1984-2003, ventennio della sospensiva dei provvedimenti disciplinari per sopravvenuta mancanza di effettivi da espellere; 2003: sospensione della Sezione di Madrid), e soprattutto se, come noi riteniamo sia accaduto, quei provvedimenti “servono a salvare […] proprio le posizioni coscienti o incoscienti di un opportunismo nascente [Nuovo Corso!]”, ciò “significa soltanto che la funzione del centro è stata condotta in modo sbagliato e gli ha fatto perdere ogni reale influenza di disciplina della base verso di lui, tanto più, quanto più viene sguaiatamente decantato un fasullo rigore disciplinare” (6). Si deve ammettere infatti che “ogni differenziazione di opinione non riconducibile a casi di coscienza o di disfattismo personale [ecco gli “eccezionali casi patologici” di cui alla Premessa alle “Tesi caratteristiche del partito, 1951” !] può svilupparsi in utile funzione di preservazione del partito e del proletariato in genere da gravi pericoli” e che “se questi [dissensi] si accentuassero, la differenziazione prenderebbe inevitabilmente ma utilmente la forma frazionistica, e questo potrebbe condurre a scissioni non per il bambinesco motivo di una mancanza di energia repressiva da parte dei dirigenti, [siamo stati frettolosi, non siamo stati abbastanza duri e severi con la Sezione x o y, bisogna concentrare nella mani del Centro tutto il lavoro del Partito ecc., parole in libertà che recentemente abbiamo ascoltato più di una volta] ma solo nella dannata ipotesi del fallimento del partito e
4 Lettera del 18.11.1964.
5 Lettera del 18.9.1960.
6 “Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale – 1965” (“In difesa della continuità del programma comunista” pag. 179).
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del suo asservimento ed influenze controrivoluzionarie” (7). Il Partito aveva dunque saputo antivedere quindi persino la tesi infelice del “centralismo compatto” ed anche il tenore delle sguaiati scritti che lo hanno preconizzato. La storia del “fasullo rigore disciplinare”, regolarmente invocato dagli opportunisti, è in effetti cosa tutt’altro che nuova, se il Partito aveva constatato già nel 1921 che il disciplinarismo ad oltranza coincide con l’indifferenza per il programma, condannando con 80 anni di anticipo le attuali farneticazioni sul “centralismo compatto”: “[…] disons quelques mots sur le zèle improvisé des unitaires pour la discipline de fer, militaire, féroce, et sur leur thèse selon laquelle ils sont ainsi aussi extrémistes et orthodoxes que nous, et même davantage que nous. La résolution de leur sophisme contient, je crois, des éléments utiles de discussion pour les camarades de notre tendance, elle peut être utile et pas seulement pour la défense de la légitimité du comportement passé et présent des abstentionnistes. Les unitaires exagèrent formellement le concept de discipline afin de le déformer en substance. Ils en font un argument spécieux pour conserver dans le parti les anti-communistes en soutenant que grâce à la discipline envers la majorité et les organes centraux, il sera possible de les faire travailler dans un sens communiste et d’utiliser leur action pour les objectifs révolutionnaires auxquels ils ne croient pas subjectivement” (8). L’attualità della proposizione sopra riportata è evidentissima in quanto se oggi (2003) si pretende che il nostro movimento si presenti “inquadrato in maniera ferrea e centralizzata” (“discipline de fer, militare, féroce”…), lo si fa confessando esplicitamente che il centralismo ferreo è finalizzato proprio ad “«attrarre» fisicamente” spezzoni di partiti e quadri politico-sindacali, ovvero a far lavorare in senso comunista con lo knut della disciplina “bolscevica” delle “energie” che tutto sono fuori che comuniste. Nel 1921 il fasullo rigore disciplinare serviva per tenere dentro il Partito gli anticomunisti. Nel 2003 serve per attirarli nelle sue file. Ma il legame che connette dialetticamente il terrorismo disciplinare e la disomogeneità politica del Partito è sempre quello.
7 Tesi di Lione, “In difesa della continuità del programma comunista”, pag. 105.
8 “Les abstentionnistes et la fraction communiste: la valeur de la discipline” (Il Comunista n° 3, 1921).
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Punto n°31: il metodo di lavoro
I CARDINI DEL NOSTRO METODO SONO DATI DA FREQUENTI INCONTRI, CHE NON SI RISOLVONO IN DIBATTITI DEMOCRATICI CON INTERVENTI “A CALDO” SU TESI CONTRAPPOSTE, MA IN PRECISI PROGRAMMI DI LAVORO SVOLGENTISI SULLA BASE DI RAPPORTI E DI COMMENTI SCRITTI AI NOSTRI TESTI CLASSICI E DELLO SCAMBIO DI OPINIONI E NOTIZIE TRA TUTTI I COMPAGNI, AI QUALI NULLA DI CIO’ CHE COSTITUISCE LA VITA DEL PARTITO E’ STATUTARIAMENTE PRECLUSO, E MENO CHE MAI LO STATO FINANZIARIO ED AMMINISTRATIVO DELL’ORGANIZZAZIONE. IL CENTRO NON HA IL COMPITO DI ESERCITARE UN CONTROLLO DI TIPO BUROCRATICO, MA DI FAVORIRE IN OGNI MODO IL NECESSARIO FLUSSO DI INFORMAZIONI NEL RISPETTO DELLA MASSIMA TRASPARENZA E DI RENDERLO PIU’ EFFICACE GRAZIE ALL’OPERA DI COORDINAMENTO CHE ESSO PUO’ E DEVE SVOLGERE, SFORZANDOSI NON SOLO DI ARMONIZZARE I VARI CONTRIBUTI DEI COMPAGNI E DELLE SEZIONI, MA DI PORRE IN RILIEVO IL LORO RACCORDO CON IL CORPO DELLA NOSTRA INVARIANTE DOTTRINA. Il metodo di lavoro a cui il Partito si attiene non può che appesantirsi di inutili e farraginose norme burocratiche se e quando viene smarrito il significato del Centralismo Organico. Si può arrivare, procedendo su quella china, a prendere provvedimenti odiosi come quello di smembrare l’insieme dei compagni, di segregarli, una volta terminate le sedute, in compartimenti stagni, e addirittura a difendere e propugnare simili provvedimenti come un rimedio idoneo ad evitare il riproporsi fuori dal controllo centrale di polemiche ritenute “inutili” dai dirigenti stessi. Ben diverso ed opposto è il metodo di lavoro nella tradizione della Sinistra, e con ben altro spirito venivano quindi vissuti gli incontri tra compagni quando il Partito funzionava organicamente: “Il giorno 6 settembre ebbe luogo una riunione del Comitato centrale con l’intervento di alcuni altri compagni delle varie zone (…..). Non mancò un utile scambio di idee su problemi più generali dell’azione di partito nella presente situazione. […] Si dimentica che in 48 ore di permanenza nella città di convegno i compagni, tutti o a gruppi, oltre le sei ore di seduta col relatore, svolgono uno scambio fervidissimo di opinioni, di notizie, di propositi e precisi programmi di lavoro; non dedicano le ore disponibili ai pettegolezzi e ai commenti sulla valentia dei capi, sui toni della loro voce o il colore delle loro chiome, ma ai seri problemi che possono interessare veri militanti” (1). La regressione al più vieto democratismo si manifesta non solo allorché si assiste all’esposizione di diversi rapporti sul medesimo tema in aperto contrasto tra loro, non solo quando i rapporti vengono presentati senza verificarne prima la reciproca coerenza, ma anche e soprattutto quando si tollera che da tali rapporti scaturisca poi un dibattito tra tesi contrapposte, con le sue inevitabili conseguenze sul terreno della ricaduta nel politicantismo, che significa dare spazio –tra l’altro- anche alla denigrazione personale dei relatori che non incontrano i gusti della parte più rumorosa della platea. Se poi il tutto si svolge con il silenzio-assenso del Centro, che sull’andamento delle Riunioni Generali avrebbe il dovere di vigilare, significa solo che siamo ormai arrivati al capolinea. Simili dibattiti, infatti, sono totalmente estranei alla nostra tradizione: “la struttura di lavoro del nuovo movimento […] si basò su incontri frequenti di inviati di tutta la periferia organizzata, nei quali non si
1 Battaglia Comunista, n° 16 1952.
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pianificavano dibattiti, contraddittori e polemiche fra tesi in contrasto […] e nelle quali nulla vi era da votare e nulla da deliberare, ma vi era soltanto il grave lavoro di consegna storica delle lezioni feconde del passato alle generazioni presenti e future, alle nuove avanguardie che si andranno delineando nelle file delle masse proletarie […]. Queste tesi e relazioni, lige nella loro preparazione alle tradizioni marxiste di oltre un secolo, venivano riverberate da tutti i presenti […] in tutte le riunioni di periferia di gruppi locali e di convocazioni regionali ove tale materiale storico veniva trasportato a contatto di tutto il partito” (2). Quando gli organi centrali pertanto assistono inerti alle contumelie personali sorte da improvvisati dibattiti, significa che essi si sono di fatto schierati con la parte più rumorosa della platea, con la parte che dimostra nei fatti di non avere nulla assimilato del metodo di lavoro del Partito rivoluzionario, rendendosi responsabili in tal modo di un atto gravissimo di indisciplina al programma e di frazionismo dall’alto. Indisciplina al programma perché secondo il nostro programma e la nostra dottrina le divergenze non si risolvono “scegliendo” d’autorità la posizione che si ritiene corretta sulla base delle elucubrazioni, delle simpatie e delle impressioni soggettive dei capi, in quanto nel Partito Comunista “non vi è dittatura del centro del partito sulla base” (3), ma si risolvono mettendo mano ai testi e coinvolgendo tutto il Partito in tale lavoro. “Si disse ad Asti che non era possibile seguire nei dettagli la polemica contro Spengler […]. La cosa è stata svolta nel testo scritto, e quindi di certo meglio approfondita dai lettori, anche per il sistema seguito di scambio di corrispondenza e di lavoro tra compagni presenti […]. Un tale procedimento è veramente adatto al partito marxista, e si stacca di netto da quelli democratici e scimmiottatori del fare borghese, in cui a caldo sulle relazioni e le conclusioni si vota, si approva e si disapprova. Nulla reca di utile un dibattito in cui a quanto è apportato da un relatore, fosse anche il meno scozzonato di tutti, dopo una preparazione di mesi, fanno seguito immediati “interventi” ad impressione, di chi ha per la prima volta udito e vagliato, giusta la prima parola di moda. Determinista è colui che non interviene mai, e di quelli che improvvisando quattro frasi credono veramente di plasmare decisioni più o meno storiche, si limita a sorridere. Noi contiamo per la via che abbiamo intrapresa di giungere veramente ad un metodo di lavoro impersonale, all’altezza della potente originalità storica della nostra dottrina, che dette agli analfabeti la prima parte. I nostri personaggi non hanno nome, non compaiono in effige, e dalla bocca di questa non esce il fumetto – caratteristico della agonizzante maniera borghese- con scritta dentro una qualunque fesseria o democratico intervento del soggetto” (4). Frazionismo dall’alto perché questa via comoda e facile di risolvere in modo burocratico le divergenze politiche, privilegiando immotivatamente e senza aver compulsato i nostri testi fondamentali una delle posizioni formulate uccide l’unitarietà con cui la compagine del Partito deve procedere, compromettendone irrimediabilmente l’efficienza. Va da sé che la effettiva assimilazione degli elaborati presentati in occasione delle Riunioni di Partito passa attraverso il percorso obbligato del loro studio e dunque presuppone la distribuzione di testi scritti se possibile prima delle Riunioni, in ogni caso dopo di esse. Ma se anche tale prassi tradizionale della Sinistra viene abbandonata col misero pretesto che i
2 Tesi di Napoli.
3 “Marxismo e autorità”, 1956.
4 Introduzione (intitolata, appunto, “Metodo di lavoro”) a “Russia e rivoluzione nella teoria marxista”, il programma comunista, n. 21, 1954.
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Relatori si limitano a leggere e a commentare dei testi di Partito già pubblicati, va rilevato allora che è proprio il commento che facciamo ai nostri testi che deve servire da filo conduttore e da guida per la loro corretta utilizzazione, e dunque che i commentari stesi dai compagni incaricati di svolgere le relazioni dovrebbero essere materiale prezioso da pubblicare sul giornale (5) o almeno da distribuire ai compagni affinché lo studino e ne facciano tesoro nella loro attività quotidiana, oppure lo critichino, se presenta manchevolezze o errori. Sorge quindi il dubbio che i commentari, da sempre ritenuti meritevoli di ampia diffusione nel Partito, siano in tali circostanze deliberatamente nascosti, come riteniamo sia accaduto recentemente, per il timore di esporsi alle critiche, che ogni compagno ha peraltro il dovere di esprimere se l’elaborato si discosta (platealmente o meno, non importa) dal solco del marxismo. Ciò sarebbe del resto totalmente coerente con la rilassatezza teorica e politica attualmente imperante. Giova infine ribadire che è corretta prassi e tradizione della Sinistra far precedere le Riunioni Generali da un Rapporto amministrativo che renda pubblica ragione dello stato finanziario del Partito e che la più cristallina trasparenza deve tornare a regolare l’insieme della nostra attività.
5 I “Commentarii a Manoscritti economico-filosofici del 1844”, ad esempio, non furono solo distribuiti ai compagni, ma furono pubblicati sul giornale, eppure i testo di Marx era noto e anche allora il Relatore si era limitato a commentare, non avendo per certo avuto la pretesa di “innovare” o di “arricchire” il testo di Marx … . Del resto, a rigor di termini, ogni Rapporto e articolo altro non è che un commento, alla luce dei fatti che il Partito scientificamente registra, ai nostri testi fondamentali.
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