Stato islamico e alienazione

Stato islamico e alienazione

Migliaia d’esseri umani accolgono la chiamata alle armi dell’IS, essi vanno a morire e a dare la morte in luoghi lontani, in nome di una religione e di un dio di cui si sentono inflessibili combattenti. Nessun dubbio filosofico, nessuna considerazione scettica incrina la loro fede dogmatica, convinti di possedere il monopolio della verità, commettono di conseguenza azioni crudeli e violente ai danni d’altri esseri viventi, spesso deboli e indifesi. Quale dio clemente e misericordioso chiederebbe tutti questi sacrifici e tutto questo dolore? La violenza compiuta da questi fanatici ha radici sociali più che religiose, nel senso che l’interpretazione integralista e delirante di una religione monoteista, come l’Islam, ci sembra più una conseguenza dell’alienazione reale in cui è immersa la società capitalistica contemporanea, che una questione di sottigliezze teologiche o un problema d’esegesi degli antichi testi sacri.
Feuerbach ha svelato l’esistenza dell’alienazione religiosa monoteista, il meccanismo in cui il produttore (creatore) è dominato dal proprio prodotto (creatura), e Marx, successivamente, ha individuato nell’alienazione capitalistica del lavoro la base reale di tutte le alienazioni conseguenti. La società divisa in classi produce la separazione dell’uomo da se stesso, vale a dire dai mezzi di produzione e dal proprio prodotto, e ha come corollario ideologico la separazione dell’uomo dal dio trascendente delle religioni monoteiste. Quando, viceversa, in alcune correnti gnostico-ermetiche si parla di ‘deus absconditus ’, vale a dire di un dio sepolto e segretamente celato nel profondo dell’essere umano, non si fa altro che ritornare al giusto rapporto fra uomo e dio un rapporto disalienato in cui si manifesta l’immanente unità ontologica dei termini in precedenza separati e resi incomunicabili dalle società classiste e schiaviste. Queste correnti, pur parlando in termini religiosi, tentano di tornare, in realtà, ad un giusto rapporto con la natura. Questo segreto viene svelato dalla rivoluzione, cioè dalla conquista della libertà in cui consiste il superamento dell’alienazione capitalistica del lavoro, l’ultima forma di schiavitù prima del ritorno alla società comunista delle origini. Il fanatismo settario è un tragico prodotto della società contemporanea, un frutto avvelenato di un mondo squassato da convulsioni autodistruttive di cui -per ora- non si riesce ad intravedere la fine. Potentemente condizionati dall’ideologia della nostra società divisa in classi -declinata nella forma specifica dell’alienazione religiosa- i fanatici criminali dell’is commettono azioni che sarebbero impensabili in una società comunista, una società in cui esistesse l’integrazione funzionale di componenti diverse e non, viceversa, lo schiacciamento e la sopraffazione di una parte sul tutto, di una classe su un’altra. La loro follia è la stessa follia che attanaglia e opprime le società classiste, e quindi non vi può essere nessuna ambiguità e incertezza nei loro confronti, poiché essi portano su di se il marchio dell’alienazione tipica del mondo che invece noi combattiamo, cui siamo già adesso interiormente estranei. Per definire la loro continuità d’azione con le società schiaviste, basterebbe pensare alla vendita delle donne dei paesi conquistati nei mercati degli schiavi di Mosul e Ninive; oppure l’arruolamento coattivo dei prigionieri in alternativa all’uccisione immediata. Il merito di questi feroci assassini e schiavisti, se di merito si può parlare, è solo quello di svelare l’aspetto fondamentale e segreto della società capitalistica, portandolo alla luce nella sua piena mostruosità (con le azioni ripetute d’assassinio e d’asservimento di esseri viventi). Potremmo analizzare altri fattori come il disagio culturale e la difficoltà di integrazione dei figli degli immigrati di religione islamica, oppure mettere nel conto la ricerca di identità religiose forti e integrali come risposta al relativismo dei valori dell’occidente. Tuttavia ci sembra che questi fattori non abbiano l’importanza decisiva, al fine di comprendere il fenomeno, che invece può avere il fattore dell’alienazione immanente al modo di produzione capitalistico. Contrassegniamo con precisione e includiamo, quindi, la teoria e la pratica dell’IS in una piena continuità storica con le tradizioni schiaviste delle società divise in classi. Abbiamo ritrovato, al pari di un alchimista, il segreto interiore dell’IS, quello che conta è comprendere quale funzione e quali interessi superiori (molto terreni e poco trascendenti) svolge e difende un fenomeno del genere.

Ieri
Nel 1920 Zinoviev a Bakù ebbe ad evocare lo spettro della guerra santa islamica contro l’Occidente capitalistico in genere e l’Inghilterra in particolare preconizzando in una visione possente il confluire delle istanze nazional-rivoluzionarie dei popoli d’oriente con la lotta di classe proletaria nelle metropoli. “E’ Zinoviev, che pure non aveva l’allure del guerriero, che legge il manifesto conclusivo dei lavori, è il presidente della Internazionale Proletaria; e alla sua voce gli uomini di colore rispondono con un solo grido levando spade e scimitarre. “L’Internazionale Comunista invita i popoli dell’Oriente a rovesciare colla forza delle armi gli oppressori di Occidente; a tal uopo proclama contro di essi la Guerra santa, e designa l’Inghilterra come primo nemico da affrontare e combattere!”. (“Oriente”, Prometeo, n. 2, II serie del febbraio 1951). Il richiamo religioso da parte di Zinoviev non era fuori luogo in quanto Marx ci ha appreso che le rivoluzioni borghesi sono solite travestire le loro aspirazioni terrene sotto il manto della devozione. La Jihàd nel 1920 era dunque per davvero uno spettro per i benpensanti ed i partigiani dell’ordine costituito. Non in sé ma per il suo ruolo di detonatore delle tensioni sociali in occidente e quindi di colorata ouverture di una sinfonia rossa. Sessant’anni dopo allorché in un Medio Oriente ormai completamente trasformato in senso capitalistico si è assistito -una volta tramontata la stella del nazionalimo laico o addirittura “marxista” tipo Nasser, Arafat o Georges Habbache- al risorgere dell’integralismo islamico quella parola non ha ormai più alcun contenuto sovversivo ma è passata dal lato della forca ovvero ha preso a rappresentare con tutta la forza che si sprigiona dalla suggestione religiosa il soggiogamento di masse proletarie da parte di nazionalismi fuori tempo e senza avvenire. Un soggiogamento che è tutt’uno con l’incancrenirsi di conflitti mantenuti ed alimentati ad arte per deviare la collera dei senza-riserve e dare loro giorno dopo giorno degna sepoltura, come quello che da decenni insanguina la Palestina. Se 60 anni prima le scimitarre si levavano per la rivoluzione ora i kalashnikov si levano per la controrivoluzione.
Oggi
Dagli anni ’90 ad oggi il cosiddetto “integralismo islamico” -almeno nelle sue componenti più clamorose- è diventato qualcosa, se possibile, di peggio di una semplice rete partigiana al servizio di nazioni ormai irrimediabilmente fottute dalla Storia: in alcune aree e situazioni, infatti, esso altro non è che uno strumento bellico finanziato, creato e manovrato dal centro imperiale che ha sede a Washington. Al Qaeda fu creatura americana come oggi lo è l’ISIS. L’ISIS -a differenza di Al Qaeda- è stata costruita espressamente per creare un caos che spaventi tutti comprese le masse arabe diseredate ed affamate e quindi funzioni come deterrente per nuove rivolte e come premessa per un nuovo intervento americano/internazionale idoneo a portare ordine nella regione, Siria inclusa. Un intervento, al solito, mascherato da “missione di pace” e irrobustito dai contributi militari europei. Francia inclusa. E se la Francia non avesse voluto capire l’antifona ora col massacro il messaggio è giunto a destinazione e l’opinione pubbblica francese ed europea in genere, infessita da cotanta truculenza mediaticamente messa in scena, è pronta a vibrare di commozione al sol pensiero di dare il suo contributo per “sistemare la canaglia”. Il fatto che l’ISIS abbia in un primo momento rivendicato l’attentato parigino e che gli attentatori -pur dotati di una notevole efficienza militare- si siano dimostrati poi politicamente così inetti da richiamarsi ad Al Qaeda, organizzazione che da anni non esiste più se non nella fantasia del Pentagono, la dice lunga su quale sia la mano che ha colpito Charlie Hebdo.

Partito comunista internazionale
Via Porta di Sotto 43 Schio (VI)
Sezione aperta il sabato dalle 16 alle 19.

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