Farina, festa e forca

Nota redazionale: Ci permettiamo di suggerire la lettura di questo testo ai moderni sostenitori del ‘capitale autonomo’ (dalla sovrastruttura statuale), le cui tesi abbiamo affrontato nel recente articolo dal titolo ‘Tre letture deformanti dei processi socio-economici capitalistici…’.

Il testo della corrente è molto chiaro in proposito alla presunta indipendenza del lato economico dalla forza dello stato:Lo Stato prima di essere, o meglio prima di truccarsi da nullatenente e da pura entità ideale, è stato capitalista. il capitalismo di stato anziché essere l’ultima novità storica esisteva di fatto al tempo delle crinoline e delle parrucche incipriate. I capitalisti privati erano bamboletti e non potevano mangiare da soli: succhiavano alle innumeri mammelle della pubblica amministrazione. Fatti adulti hanno ostentato di procurarsi il pasto colle loro sole forze. Ma se provava a farlo chi non era «figlio di mamma», erano dolori. Ora i capitalisti sono vecchi e sdentati individualmente, ma il capitalismo è di centuplicato potenziale; ed è ridiventato palese che esso è un sistema immenso di succhiatoi, sporgenti dal seno mostruoso di questo moderno Mammone: lo Stato’. ... ‘La direzione del processo è un fatto di classe e quindi un fatto politico e di Stato, ormai da secoli. Non è quindi da stupire che, se la World war II è finita a scatolette, la World War III a scatolette comincerà’…’Se l’investitura da diritto divino non può essere messa agli incanti con l’ufficiale giudiziario, gli stati borghesi hanno molte volte fatto bancarotta, nella corsa a fondare i primi piloni della accumulazione primitiva. Anche qui viene voglia di una buona parentesi. Accumulazione primitiva e iniziale non è formola marxista, ma della economia classica, la quale pretende che «naturalmente» si formi il primo capitale, da astinenza di chi molto ha lavorato e poco consumato il capitolo di Marx si intitola: La cosiddetta accumulazione primitiva, e dimostra che la formazione del capitale, così all’inizio che durante tutto il decorso storico, non sta nella legalità pacifica ed idilliaca ma nella brutale preda. Furto delitto rapina saccheggio sono manifestazioni di forza nel campo privato; ma squisitamente lo sono l’azione di polizia e di guerra; quindi l’accumulatore principe di capitale, il capitalista primo, è lo Stato, apparato di forza alla scala sociale’.

Può bastare?

Buona lettura

 

 

Sul filo del tempo

Farina, festa e forca

Banale e volgare quanto si vuole la formola dei governi assoluti, e di borbonico sapore: degna di quel regime che il pio, puritano, borghese, liberale Glandstone definì (orrore!) come negazione di Dio.

Il capo del governo inglese, scandalizzandosi di quanto avveniva a Napoli sotto quel bravomo del Re Bomba, dimenticava che se questi era al potere si doveva anche alle imprese non molto lontane del suo ammiraglio Nelson, inviato di una Albione già pienamente capitalistica, impiccatore di ribelli e rivoluzionari liberali partenopei.

Per plateale che sia il richiamo alla vecchia norma di arte di governo, ci piace oggi applicarla ai cinque Big, che i capi comunisti si scagionano dall’accusa di caricaturare, protestando di averli disegnati «attorno ad uno stesso tavolo». Naturalmente uno dei primi articoli dello storico (e come no?) patto di pace dei cinque grandi sarà l’impegno ad una legge punitiva delle offese alle Sacre Persone dei Capi di Stato o di Governo, impegno di piena reciprocanza. Affrettiamoci a dire corna di tutti, fin che c’è tempo.

Le formole in cifre sono decisive e risolutive, tagliano il fiato in gola ad ogni incauto contraddittore. Un tavolo, quattro piedi, cinque grandi, dieci milioni di fessi! Sguardo da sopra in sotto, il gioco è fatto.

Le mezze pugnette della fase precedente arrotavano la grinta nello stesso tono: un duce, quattro quadrumviri, otto milioni di baionette! Alalà.

Tutto il mondo doveva allora poggiare su tre vertici: Duce, Führer, Tenno. Bum.

Ricordiamo le tre idee napoleoniche con cui Marx spiega il ciclo del precursore di tutti i Big cartapestacei: Luigi Napoleone.

Ebbene: parcellamento di ricchezza, id est, Farina.
Predominanza di parata militare e pretesca, id est, Festa.
Governo forte e duraturo, id est, Forca.

Ieri

Secondo gli orecchianti di marxismo i governi liberali di tipo classico applicavano in pieno la regola di non occuparsi di affari economici e quindi non avevano riserve di viveri da distribuire al popolo se affamato. Lo Stato, ente puramente giuridico, pago di garantire a tutti i cittadini libertà uguaglianza e dignità, lasciava che il gioco delle forze economiche assicurasse a ciascuno il quotidiano desco.

Il piccolo sbaglio sta in questo: Che Marx in tutte le sue pagine smonta questa colossale frottola in cui convergono enciclopedisti francesi, filosofi critici tedeschi, ed economisti inglesi. E dimostra che lo Stato liberale e parlamentare borghese nasce affarista proprietario capitalista e distributore effettivo di possesso, sia di strumenti di produzione, che di merci prodotte, che di sussistenze. Già, occorre saperci leggere, ossia leggere senza occhiali borghesi e piccolo borghesi.

I poteri precapitalistici facevano questo meno occultamente, e se vogliamo meno disumanamente.

Quando gli uomini sono pochi e la terra molta essi possono vivere alla sola condizione di poter coltivare, ossia seminare e raccogliere restando fermi sulla stessa zona. Ed allora basta che siano tutelati contro conquistatori e predoni che arrivino freschi ed erculei al momento di raccogliere. Allora la classe dominante locale è di gente di armi e di guerra, che tutela la inviolabilità del circuito entro cui l’agricoltore sgobba. E’ ancora una divisione del lavoro, nel senso buono di Platone e di Senofonte, Che Marx rammenta, divisione che, giustamente diffamata da Hegel in uno dei tanti suoi passi ricchi di intuito positivo, diviene per il capitalismo uno strumento spietato per sfruttare il lavoratore e perfino per idiotizzarlo.

In quel tanto deriso tempo medioevale, come in società più antiche, ovviamente la nobile classe guerriera prelevava per sé le sussistenze più ricche e pregiate, con quote del prodotto dei manuali. Ma la divisione dei compiti è tale che, mentre il ricco è fisicamente atleta, il povero tra le altre funzioni spesso adempie quella intellettuale: schiavi e servi insegneranno a padroni e signori scienza arte e filosofia.

Negli ultimi secoli di questa società che ha alla testa l’aristocrazia sorgono le grandi amministrazioni unitarie nazionali: la monarchia assoluta ne è, nel diritto, il vertice, ma le promuovono e sviluppano imprese della borghesia, dei servi di una volta che hanno saputo divenire, oltre che sapienti, viaggiatori, mercanti, banchieri, e tecnici delle nuove risorse produttive.

Questi stati di Luigi XIV, di Colbert, del resto della stessa Inghilterra al principio ancora del secolo XIX, non sono astensionisti in economia né hanno ancora abbracciato le teorie subdole della scuola libero-scambista. Anzi se in questa epoca sorge l’economia politica, è appunto perché si impongono i problemi immensi di una prassi economica di Stato.

Lo Stato prima di essere, o meglio prima di truccarsi da nullatenente e da pura entità ideale, è stato capitalista. il capitalismo di stato anziché essere l’ultima novità storica esisteva di fatto al tempo delle crinoline e delle parrucche incipriate.

I capitalisti privati erano bamboletti e non potevano mangiare da soli: succhiavano alle innumeri mammelle della pubblica amministrazione. Fatti adulti hanno ostentato di procurarsi il pasto colle loro sole forze. Ma se provava a farlo chi non era «figlio di mamma», erano dolori. Ora i capitalisti sono vecchi e sdentati individualmente, ma il capitalismo è di centuplicato potenziale; ed è ridiventato palese che esso è un sistema immenso di succhiatoi, sporgenti dal seno mostruoso di questo moderno Mammone: lo Stato.

Storie nostre? Parli Carlo:
«Solo in quanto il solo movente delle sue operazioni è l’appropriazione sempre crescente della ricchezza astratta, il possessore di danaro prende a funzionare come capitalista o come capitale personificato, dotato di coscienza e volontà ». Ancora? «In quanto capitalista egli non è che capitale personificato; la sua anima e l’anima del capitale non sono che un’anima sola».

Lo Stato coi suoi re feudali e i suoi ministri borghesi avanti lettera dà corso all’accumulazione del capitale. Ricordate «Il Re d’Inghilterra non paga»? Il Re prese a prestito una montagna di fiorini d’oro dai banchieri di Firenze per una sua intrapresa di guerra nelle Fiandre che andò male; fece bancarotta.

Se l’investitura da diritto divino non può essere messa agli incanti con l’ufficiale giudiziario, gli stati borghesi hanno molte volte fatto bancarotta, nella corsa a fondare i primi piloni della accumulazione primitiva. Anche qui viene voglia di una buona parentesi. Accumulazione primitiva e iniziale non è formola marxista, ma della economia classica, la quale pretende che «naturalmente» si formi il primo capitale, da astinenza di chi molto ha lavorato e poco consumato il capitolo di Marx si intitola: La cosiddetta accumulazione primitiva, e dimostra che la formazione del capitale, così all’inizio che durante tutto il decorso storico, non sta nella legalità pacifica ed idilliaca ma nella brutale preda. Furto delitto rapina saccheggio sono manifestazioni di forza nel campo privato; ma squisitamente lo sono l’azione di polizia e di guerra; quindi l’accumulatore principe di capitale, il capitalista primo, è lo Stato, apparato di forza alla scala sociale.

Questi pubblici poteri che dovevano attuare le prime concentrazioni di lavoratori «liberi», ossia sottratti alla economia individuale della piccola coltivazione e del mestiere artigiano, si preoccuparono delle masse di sussistenze che sono la base di ogni accumulazione, e si preoccuparono delle possibili conseguenze dell’affamamento di tutti questi servi liberati e lanciati lontano dal loro nutrimento naturale. Ebbero quindi riserve immense, come il danaro di attrezzi e di proprietà di ogni genere, anche di viveri e soprattutto di grano; ebbero immensi edifizi ignoti alla civiltà moderna in cui si accumulavano le farine nelle grandi città per la stagione invernale. Prima che la rete della pretesa economia libera si costruisse, lo Stato nell’interesse dei capitalisti teneva in vita le masse dei nuovi schiavi salariati. E quando il malcontento minacciava, funzionava un termine della formola: farina.

Correndo tutto il ciclo cogli stivali delle sette leghe, vediamo che siamo di nuovo a questo immagazzinamento di stato: le vicende storiche hanno fatto si che l’amministrazione americana abbia riserve di cibi atti a sfamare intere popolazioni del mondo; e non è una passività, ma un colossale affare.

Novità lo stato capitalista e il capitalismo di stato?! Lo Stato borghese moderno nacque con questi attributi: banchiere, intraprenditore, proprietario di terre e case, e al sommo di tutto: vivandiere.

In ogni pagina, abbiamo detto, questo è evidente: basti ricordare la storia del saccheggio delle proprietà statali e comunali inglesi da parte dei landlords in alleanza coi borghesi industriali e in tutta legalità parlamentare; basti ancora accennare al confronto tra la denutrizione del lavoratore agricolo libero inglese del 1850 e il cibo migliore che lo Stato – qui vivandiere per antonomasia – fornisce ai… galeotti.

A questa riserva sociale semplicissima dei potentati medioevali come delle signorie asiatiche, e del primo capitalismo, costituita dai pubblici granai, dopo aver lavorato a creare la immensa armata dei nullatenenti, dei senza-riserve, dei pauperes salariati (quando hanno la fortuna di vendere le proprie braccia) la successiva pratica riformista e socialoide, che pretese avere raccolte le istanze del movimento socialista, surrogò cento forme ipocrite che avevano lo stessissimo sfondo e fine conservatore: assistenze varie, talvolta sussidi di disoccupazione, lavori di stato su larga scala anche per opere inutili o scempie, burocratizzazione di un sempre maggior campo di attività lavorative e così via. Ma, ripetiamo, si ritorna verso la formola bruta: farina, solo che oggi il menù è più vario, e gli ingaggiati per le spedizioni imperialiste di oltre mare arrivano fino ai cocktails di stato. Panem et circenses era compenso primitivo ai legionari dell’imperialismo romano; oggi vogliono sandwiches e Hollywood’s vamps.

Il termine Forca, extrema ratio con cui si facevano fuori (ma allora non dicevano ancora così) gli avversari irriducibili, non chiede che ci dilunghiamo, poiché tutta una letteratura sta ad illustrare quale abuso se ne sarebbe fatto in quei tempi men leggiadri e più feroci. Non si sono però messe su le statistiche che facilmente mostrerebbero come, con la civiltà capitalistica, cresce il numero dei casi in cui si sopprime deliberatamente chi contrasta dati scopi di classe. La retorica da un lato lo chiama martire della libertà di pensiero, dall’altro spia traditore e venduto.

Resta la Festa, che presso tutti i popoli ha giocato una parte di primo ordine nella gestione dell’ordine sociale. Feste religiose, feste civili, feste militari, spettacoli pubblici e gratuiti di ogni genere, fiere, baccanali, saturnali,, cui ogni tanto si invitano le masse perché non credessero che lo spasso il sollazzo l’orgia e il festino fossero affare dei soli ceti privilegiati ed oligarchici, che se li consumavano in privato con materiale e personale scelto.

Sono gli spettacoli da circo romani cui abbiamo accennato, sono le Panatenée e le tante feste greche, cui si associavano manifestazioni di cultura di arte e di atletismo…

Nel tempo moderno sotto moderne forme è costituita la mobilitazione delle masse per cerimonie festività e riunioni chiassose, ove estemporaneamente si magia si beve si danza e si tripudia. Dio il re la repubblica ed il partito socialista hanno benedetto dovunque simili manifestazioni.

Esse non sono un parallelo del collettivizzarsi di tutte le attività, che accompagna le moderne forme di produzione, appunto perché feste di massa se ne sono avute nel lontano passato anche quando le attività produttive erano individuali e parcellari e non imponevano l’incontro di gran numero di persone. Lavoro e sfruttamento una volta isolato, oggi associato: festa sempre associata. Ecco perché la festa diviene non un lato umano dell’attività, ma un momento della azione di guida dei popoli da parte di classi ed istituti dominatori, ed ecco perché entra nel facile ma solido machiavellismo dei «tiranni» colla loro cinica formola, da cui siamo partiti.

Oggi

I grandi poteri si tengono pronti ad approntare farina, come abbiamo detto, e questa non è novità ma il nocciolo del capitalismo, le cui premesse sono: concentrazione di uomini – concentrazione di strumenti di lavoro – concentrazione di sussistenze. Lo scambio mercantile è altra condizione caratteristica della economia borghese, ma da solo non equilibria la attribuzione di sussistenze a chi ha erogato sforzo di lavoro: se ciò fosse, sarebbe caduta la critica di Marx a tutte le scuole economiche conservatrici, dalla mercantilista alla classica.

La direzione del processo è un fatto di classe e quindi un fatto politico e di Stato, ormai da secoli. Non è quindi da stupire che, se la World war II è finita a scatolette, la World War III a scatolette comincerà. Scatolette di tutti i cibi pensabili, ed anche si capisce di farina, incredibilmente bianca; ed il decolorante chimico usato dai grandi fornitori intossica i poveri Unrizzati.

Picasso e Julliot: se girate firme contro lo scatolame ci siamo anche noi. Il guaio è che vi siete associati al marxismo rivoluzionario, che se vero vi avrebbe fatto fuggire a cento all’ora, solo in quanto ve lo hanno presentato, i polpettisti di Baffone, in scatolette.

Bene: la festa. Il marxismo sarebbe contro la festa? Sentiamo addensarsi e rombare uno dei più potenti cicloni demagogici; ed eviteremo di dare tutta in una volta la filosofia della quistione. Potremo dire, come Engels vuole abolire la distinzione tra città e campagna nella società nuova, così va abolita la distinzione tra festivo e feriale. Naturalmente Engels non preconizzava – tenendosi lui e noi ben lontano da utopismi – che si rinunciasse alle moderne innovazioni della vita urbana per tornare all’arcadico ruralismo; ma che si conservassero tutte le moderne attività senza il bestiale addensamento in masse in luoghi mefitici. E così (feriale viene da festa) è il di feriale che vogliamo sopprimere, colla soppressione della distinzione in questo campo. Il lavoro in massa e razionalmente inteso resterà una necessità, ma non lo è il riposo in massa: riposo, come impiego di tre quarti almeno della giornata (oggi succhiata da tayloristi e stachanovisti) in attività complementari atte a ristorare migliorare ed elevare gli uomini in tutti i sensi, e fuori dalle cancelle delle specializzazioni imbecilli.

La Festa è condanna propria della società di classe. Poiché Dio aveva con un atto di volontà creato il mondo, riposò il settimo giorno; quando Adamo trasgredì il suo ordine perdette la vita secondo natura, tutta di piacere e senza sforzi, e fu condannato a lavorare. Sono due parti dello stesso verdetto: col sudore della tua fronte guadagnerai la vita – ti ricorderai di santificare la festa. Nella nostra costruzione altro avviene, e della divinità e della volontà e della attività umana; altro e ben diverso, della festività, simbolo di schiavitù sociale.

Non solo tutte le religioni hanno le loro date festive e le loro riunioni di masse per chiasso e svago: ma similmente hanno fatto tutti i poteri di classe fino a quello borghese: la convenzione vietò le feste dei preti ma ordinò di danzare in tutte le piazze di Francia tutta la notte del 14 luglio, in onore della presa della Bastiglia.

Questa chiamata delle masse a grandi chiassate commemorative o celebrative di date sociali civili e soprattutto militari è stata al cardine della storia di tutti i moderni paesi, ed è il piatto forte di tutta la propaganda nazionale e costituzionale su cui si fondano i partiti al potere.

Vecchia quistione socialista: andare alle feste per il centenario garibaldino 1905? Per il cinquantenario del regno d’Italia 1911? Chi di movimento di classe capiva qualcosa sostenne e in fine ottenne di no.

Ma perché non avere le nostre feste? e molto si concedeva ai balli proletari e festicciole in rosso specie nei centri medii del nord, col pretesto di far soldi per il partito o la sua stampa.

Se contrapponiamo il nostro partito ai loro partiti, le nostre organizzazioni alle loro organizzazioni, avremo le nostre feste contro le loro feste.

Sembra ovvio, come sembra sempre ovvio l’argomento che ha circolato e vinto prima di tutte le fregature e tutte le frane del movimento rivoluzionario: bisogna bene saper avvicinare la massa!

Che in questo senso si sia molto ecceduto risulta solo che si pensi a quei movimenti imperialisti e fascisti che, similmente al modello del secondo Impero di cui ci siamo occupati, hanno da un lato smontato spietatamente partiti e organizzazioni rosse, ma dall’altro hanno dato attività massima alle riunioni popolari per festività solennità celebrazioni e dimostrazioni, inquadrate dai partiti e dalla polizia della classe dominatrice.

E gli operi hanno dovuto ballare, e hanno ballato e hanno mangiato e bevuto nelle fiere di paese e di città, come hanno dovuto sfilare inquadrati, solo che le orchestrine invece del vecchio «Inno dei lavoratori» suonavano «Giovinezza».

Adesso la mania di sfilate parate e riviste arriva al massimo, in tutti i paesi; adesca il bianco il giallo o il nero allo stesso modo. L’elemento militare di forza predomina: navi sul mare, carri armati sulla terra e automezzi irti di tutte le armi, aerei nel cielo sfreccianti e rombanti su migliaia di nasi levati in religioso tremore. Io triumphe! Mancano i vinti schiavizzati al seguito del carro trionfatore, e la ragione è chiara: non hanno potuto ottenere la «feria» essendo tenuti a lavorare nei campi di concentramento o nelle officine del paese soggiogato. A Londra, dove il governo laburista impone continue restrizioni alle classi inferiori nei consumi, le compensa con un festival, una specie tra lunapark esposizione e fiera, che dicono sia riuscito malgrado i moderni arrufianamenti una autentica boiata.

A Mosca nella grande parata gli aerei supersonici nel cielo formavano le parole «Gloria a Stalin». Per non considerare una cosa simile come il primato mondiale delle buffonate bisogna della persona di Stalin avere la opinione più spregevole possibile; e nemmeno noi ci arriviamo.

Raccontano poi, ma non ci vogliamo credere, che nel festival berlinese della gioventù mondiale, i sovietici si siano indignati perché una statua di Stalin non solo era troppo piccola (quale la misura di etichetta? Quella del colosso di Rodi?) ma aveva la piega dei pantaloni troppo stirata, e questo è stile borghese.

Il perfetto seguace di Stalin si preoccupi dunque di avere di avere almeno tante deviazioni nella piega dei calzoni quante sono quelle a cui si è assoggettata la sua spina dorsale e la sua coerenza marxistica.

Dietro a tutto questo festarolismo dei big non solo non ci possono essere serii movimenti di masse fondati sugli interessi veri delle medesime, ma non ci potrebbe decentemente essere nemmeno una seria disposizione idealistica in qualunque senso, se i valori idealistici potessero risorgere, come nelle dichiarazioni incessanti degli ex-marxisti, che ad ogni passo invocano moralità legalità e onestà. Bastò l’idealismo religioso di Lutero a colpire il chiasso volgare e lo sfarzo delle corti cattoliche: non era quello certo il fondo storico del problema: ma ovunque vi è clamore festoso, inquadramento di osannanti pagati o forzati, sfilamento pecorile di masse ubriache, ivi siamo in presenza di forme storiche in decadenza, di poteri al tempo stesso fragili e spietati, ivi l’ombra si profila decisamente della vera sorella di madonna Festa, madonna Forca.

La teoria economica marxista della festa e del riposo mostrerebbe come il lavoratore nelle ore di svago non girerà da beota per le vie scipite dei grandi agglomerati urbani in cui per un poco è ferma ed ansima la macchina spietata e schiavizzante della produzione borghese; egli nel suo turno starà tra i suoi simili che operano, vedrà vita vera e sana, continua e gradita, aprirà gli orizzonti di ogni sua attività nel ritmo di un generale equilibrio, e non incontrerà festivals e colonne di imbecilli plaudenti agli atteggiamenti imbellettati dei dominatori.

Un vecchio sonetto di Trilussa descrive una rivista navale del tempo umbertino, con la magnifica sfilata sul mare, e la folla sulle panchine, e le brillanti evoluzioni finché le lussuose scialuppe raccolgono teste coronate ed ammiragli a pranzo sulla nave maggiore.
Il popolo resta lì…
e guarda la fregata
sul mare che sfavilla.

Oggi sono aerei supersonici o teorie di carri blindati o sciami di paracadute o altri spettacoli ancora più suggestivi e solenni della nave sul mare. Saremo poco aggiornati e moderni, e poveri giornalisticamente di sostantivi e aggettivi, saremo volgari: ma sono sempre fregate.

O grandi masse, irresistibile è il bisogno di assistere alle oceaniche feste? Andate, andate. La serie delle fregate continua.

Ma, come disse o quasi un oceanico, la ventiquattresima ora tarderà, ma finirà con lo scoccare. Sarà la brutta ora di fregatanti, fregatisti e fregatori di oggi e di ieri. L’ora finale dei big, che vivono nella storia tanto quanto vive l’espediente antico: festa, farina e forca.

«Battaglia Comunista», N.16, 8-29 agosto 1951

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