Appunti per un’analisi del fascismo:Dalle origini alla marcia su Roma

Nota redazionale: L’articolo del 1946 affronta il tema dell’origine del fascismo, fino alla marcia su Roma. Le sottolineature e le parti evidenziate sono opera nostra. Alla fine dell’articolo abbiamo inserito come postilla un testo pubblicato nell’aprile 2015 che tratta temi similari.

Buona lettura 

 

Appunti per un’analisi del fascismo:Dalle origini alla marcia su Roma

Negli articoli critici apparsi nei precedenti numeri di «Prometeo» il problema della natura del fascismo, della sua genesi storica e della sua evoluzione è stato ricompreso e inquadrato nel corso di più vaste trattazioni che, rifacendosi alla impostazione generale della lotta proletaria nei suoi diversi aspetti e momenti o alle caratteristiche e sviluppi della classe dominante in Italia, e pur senza affrontare il tema nei suoi dettagli, ponevano sinteticamente la configurazione critica del fascismo come di un atteggiamento caratteristico del moderno stadio di sviluppo della società borghese costretta, corrispondentemente alla fine di ogni liberismo economico, a forme di totalitarismo politico capaci di fronteggiare con unità e disciplina di classe la pressante necessità storica della spinta rivoluzionaria del proletariato.

Se un ulteriore esame critico potrà essere successivamente svolto in connessione coi problemi della tattica e dell’organizzazione del partito del proletariato, è però ora necessario suffragare la visione generale del fascismo, quale risulta da tutta la nostra impostazione politica, con una breve indicazione dei fatti che hanno segnato la concorrenza dei fondamentali fattori della vittoria fascista.

Potremo così orientarci nell’esame della organizzazione delle forze fasciste, della loro struttura e tattica, della violenza distruttrice che esse mostrarono; vedremo chiaramente risultare il solidale appoggio dato loro da tutto l’apparato statale (e in particolare dalla magistratura, polizia, esercito) e da tutte le istituzioni borghesi; riusciremo a renderci conto di quanta importanza abbia avuto per l’affermazione fascista l’opportunismo della linea politica socialista in realtà tutta orientata nel senso della gradualità riformista e del legalitarismo disfattista.

I fatti devono essere necessariamente esaminati in qualunque valutazione dei moti storici. Ma questo esame deve essere particolarmente effettuato, quasi con pedantesca precedenza su ogni approfondimento critico, nei confronti di un movimento che, come appunto quello fascista, si affermò sotto l’impulso immediato della reazione di classe, formalmente come prodotto spontaneo e diretto dell’odio sprezzante e della volontà di soffocare una volta per tutte i tentativi che il proletariato era andato compiendo per farla vacillare il prepotere che i borghesi non potevano tollerare che fosse, nonché scosso, nemmeno minacciato.

Questo movimento che nella sua sostanza risponde in modo preciso alla funzione, determinata dalla dialettica storica, di necessario successore dei regimi cosiddetti liberali, che trova nell’economia, nella situazione politica e sociale e persino nelle predominanti idee filosofiche dell’epoca il suo terreno di sviluppo, sorge peraltro non con un programma teorico, con un corpo di idee che lo sorreggano, ma esclusivamente per l’istinto difensivo-offensivo di una classe che ha bisogno di trovare nello Stato forte, nello Stato dittatore il dirigente della propria sussultante economia, il domatore energico e senza scrupoli di una massa proletaria cui deve essere tolta ogni possibilità di organizzazione ed educazione politica tendente a sconvolgere la già difficile navigazione della nave borghese.

Questo istinto di conservazione ha invero tutta una sua impalcatura ideologico-tradizionale che abbraccia ogni campo, dalla religione alla filosofia, dal costume al diritto, ma che però, legata allo sviluppo della società che la determina e impregnata com’è necessariamente di spiritualismo e volontarismo, è conseguentemente condannata a forgiare le armi teoriche di conservazione di una situazione quando questa si è già manifestata per forza di eventi e di impulsi istintivi o comunque immediati, mentre è nella costituzionale impossibilità di diagnosticare lo sviluppo futuro degli accadimenti sociali e quindi di precederli con una adatta formazione ideologica. E, del resto, i manipolatori della cultura, gli intellettuali, non avrebbero così robusta corazza da sopportare di vedere coi propri occhi la loro malafede…

Così nel momento della sua crisi, la borghesia sente, intuisce dove deve puntare, e va ad appoggiarsi sul movimento fascista che, senza programmi o meglio con tanti programmi per quante situazioni diverse e sfruttabili si presentano, legato ad uomini dominati da una divorante volontà di ambizione e predominio, poteva essere volto a vantaggio di tutta la classe se essa avesse in esso polarizzato le sue forze e ne avesse guidato il cammino: il fascismo sarebbe stato veramente l’arma vergine e incorrotta da ideologie o preconcetti, l’arma che avrebbe raggiunto, attraverso le uniche vere necessità… programmatiche del momento, quelle della rottura dei crani dei proletari e della distruzione violenta di ogni loro organizzazione, il riassestamento di classe e la tranquilla continuazione della sua necessità di appropriazione del prodotto del lavoro della classe sottomessa.

Pur limitando il nostro sguardo ai fatti più interessanti, è però necessario, per avere una visione organica dello sviluppo del movimento fascista, riandare al periodo immediatamente precedente la guerra 1914-18.

In Italia, quando la guerra apparve inevitabile, si fu pressoché concordi nella decisione di neutralità, se si eccettuano i nazionalisti e Sonnino il quale era d’opinione che il trattato della Triplice dovesse entrare automaticamente in funzione. La diplomazia italiana iniziò comunque subito il suo giuoco per cercare di strappare il maggior vantaggio possibile dagli eventi bellici e, attraverso atteggiamenti vari, scontenta per le magre offerte fattele dal governo austro-ungarico, finì per concludere con l’altra parte (con la quale tuttavia trattative erano in corso fin dall’agosto 1914) firmando il 26 aprile 1915 il patto di Londra che prevedeva l’entrata in guerra dell’Italia a fianco delle potenze occidentali in compenso delle note concessioni territoriali.

Questi eventi furono però preceduti da una grande campagna interventista in cui il ruolo giocato da Mussolini fu di non poca importanza. Mentre il Partito Socialista mantiene lo stesso atteggiamento di opposizione alla guerra che aveva già assunto durante la guerra di Libia, Mussolini, da due anni direttore dell’Avanti!, tenta all’inizio qualche mossa favorevole alla partecipazione contro l’Austria-Ungheria, ma, visto che il partito non si muove dalla sua tesi di neutralità, cambia subito faccia e anzi scatena una violenta battaglia contro quello che egli chiama il delirium tremens nazionalista.

Tuttavia il suo interventismo è denunciato ed allora egli, anziché insistere nella posizione neutralista, passa apertamente all’attacco, fondando il Popolo d’Italia che, col sottotitolo «quotidiano socialista», esce per la prima volta a Milano il 15 novembre 1914: Mussolini si legava così anche formalmente al movimento interventista che raggruppava nelle sue file uomini e tendenze diverse muoventisi in quella sfera di interessi e necessità che i centri più avanzati e sensibili del capitalismo italiano tentavano di far convergere nella guerra come nella loro naturale soluzione. I capi più rappresentativi ne sono appunto Mussolini e D’Annunzio e a loro sono legati anche quei fasci di azione rivoluzionaria il cui compito essenziale è di condurre la campagna interventista e che contengono quel complesso di demagogia, di nazionalismo, di reazione e di antisocialismo che ritroveremo poi nei fasci del 1919.

A Quarto, col celebre discorso di D’Annunzio in favore della guerra, la classe dominante italiana poneva la prima delle pietre che segneranno le affermazioni dello Stato fascista totalitario.

La demagogia della guerra come rivoluzione è un po’ la parola di tutti i capi responsabili del momento, da Lloyd George a Orlando a Salandra; Mussolini andrà oltre e, ad armistizio concluso, continuando nel giuoco e sfruttando le sofferenze e le illusioni dei combattenti e il disorientamento conseguente a quattro anni di guerra, scriverà:
«La guerra ha portato le masse proletarie in primo piano. Essa ha spezzato le loro catene.
Essa le ha estremamente valorizzate. Una guerra delle masse si conclude con un trionfo delle masse… se la Rivoluzione del 1789, che fu nello stesso tempo rivoluzione e guerra aprì le porte e le vie del mondo alla borghesia che aveva fatto il suo lungo e secolare noviziato, la rivoluzione attuale, che è anche una guerra, dovrà aprire le porte dell’avvenire alle masse che hanno fatto il loro duro noviziato di sangue e di morte nelle trincee… La rivoluzione è continuata sotto il nome di guerra per quaranta mesi. Essa non è finita…
Quanto ai mezzi, noi non abbiamo pregiudizi, accettiamo quelli che saranno necessari: i mezzi legali e quelli cosiddetti illegali».
La direzione nella quale furono impiegati i «mezzi illegali» dal fascismo chiarì il significato reale di questa parola rivoluzione pronunciata con tanto entusiasmo dal fior fiore della reazione e dimostrò anche che gli interessi immediati della classe avevano suggerito il tipo della difesa che essa doveva adottare.

Ma prima, di arrivare alla soffocazione violenta delle organizzazioni e delle aspirazioni del proletariato, un’altra via si doveva battere, quella che permetteva di annullarne la spinta rivoluzionaria attraverso la volontà ovunque dichiarata e ripetuta da organismi e partiti della borghesia «progressista» di riformare l’ordinamento vigente, di creare la Repubblica, di convocare una Costituente, di abolire il Senato, di garantire la sovranità popolare, di perfezionare le libertà di organizzazione, riunione, sciopero e propaganda, di migliorare i salari, di espropriare le terre mal coltivate; bisognava però, perché il piano potesse avere tutta la sua efficacia, che queste parole fossero portate tra le masse dal loro stesso organismo politico, quello che avrebbe dovuto interpretarne la potenzialità rivoluzionaria e guidarle alla conquista del potere nel momento in cui la struttura difensiva borghese era più debole e non ancora riorganizzata dopo la crisi della guerra; e infatti il Partito Socialista si prestò in pieno a questa funzione, prima facendo suo quel programma di riforme, e poi, verso la fine della guerra, assumendo, in corrispondenza alla pressione delle masse e della situazione, un atteggiamento di sinistra meramente parolaio, tendente a mascherare la sua organica incapacità a mettersi su un piano netto di classe, rompendola con ogni legame e compromesso, per la conquista immediata del potere.

Intanto la crisi economica italiana si aggrava sempre più, il malcontento della popolazione è molto forte e il costo della vita sale vertiginosamente provocando continue richieste di aumento di salari legate, verso la metà del 1919, a una notevole intensificazione degli scioperi. Da giugno in poi il disordine aumenta, spesso la folla esasperata invade i magazzini e il Governo non ha sufficienti forze per impedire questa specie di ribellione generale, mentre il Partito Socialista non ha né la volontà né la capacità di coordinare e dirigere questa formidabile spinta; il 20-21 luglio viene organizzato lo sciopero generale nazionale ed esso si riduce ad una semplice parata senza conseguenze.

La borghesia potrà così cominciare a raccogliere le fila della situazione, a rianimarsi e organizzarsi.

Quale nel frattempo l’azione di Mussolini? Abbiamo detto più sopra che caratteristica del fascismo fu appunto quella di non avere programmi, di non avere impacci alle azioni più incoerenti e slegate ch’esso andava ad intraprendere per perseguire suoi determinati scopi. Mussolini in questo non fu personalmente da meno del suo movimento: le letture, i libri che egli consulta gli forniscono esclusivamente lo spunto per comportarsi in determinate azioni nel modo più profittevole; non approfondisce i principi, la sostanza, le radici di determinate posizioni intellettuali o ideologiche, ma le sfrutta soltanto per quel po’ di vantaggio immediato che possono dargli in questa o quell’occasione. Nietzsche, Stirner, Bergson, Sorel, Einstein, tanto per non citare che alcuni dei suoi autori preferiti, gli forniscono di volta in volta il materiale di cui istintivamente sente di doversi servire per raggiungere il successo.

Attraverso una serie di atteggiamenti diversi egli mira a trovare una solida base da cui lanciarsi verso le più ambiziose conquiste: dal tentato e fallito accordo con la Confederazione del Lavoro all’appoggio dato alle rivendicazioni dei ferrovieri, da quello dato alla prima occupazione delle fabbriche compiuta dai metallurgici di Dalmine alla parola d’ordine «far pagare i ricchi!», propria di tutti i demagoghi di ogni tempo e fradicia di opportunismo, lanciata durante le sommosse di folla contro l’elevato costo della vita nel giugno-luglio; egli punta sulla solidarietà delle masse operaie e con altrettanta disinvoltura cerca contemporaneamente l’alleanza degli Arditi di cui esalta la gloria e i meriti, degli ex-ufficiali malcontenti, degli studenti e di ogni strato borghese in generale.

Questa fondamentale demagogia mascherante realtà molto concrete, non importa se in fase di maturazione o già evidenti nella mente dei realizzatori, la ritroviamo naturalmente nel programma uscito dalla Conferenza del 23 marzo 1919 tenuta in Piazza San Sepolcro a Milano, in una sala gentilmente concessa dagli Industriali e Commercianti. Vi partecipavano individui di ogni tipo e, tra essi, appartenenti ai Fasci d’azione rivoluzionaria.

Arditi, Interventisti, Anarco-sindacalisti: Nascono qui i Fasci Italiani di combattimento, il cui programma si può sintetizzare in questi punti salienti: suffragio universale; soppressione del senato; costituente; giornata lavorativa di otto ore; partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori alla gestione tecnica dell’azienda; nazionalizzazione delle fabbriche d’armi; politica estera nazionale tendente a valorizzare la Nazione italiana nel mondo; imposta straordinaria forte e progressiva con carattere di vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze.

Non si può evidentemente dire che questo programma contenga una sua linea logica svolgentesi da un punto di partenza a uno di arrivo, ma Mussolini stesso spiegava che i fascisti non hanno etichette né definizioni, non sono né socialisti né antisocialisti perché sono dei «problemisti», dei realizzatori pratici che a seconda delle necessità decideranno se marciare sul terreno «della collaborazione di classe, della lotta di classe, della espropriazione di classe»; essi, dice sempre il loro duce, per questa assenza di dottrine fisse, formano, appunto il «antipartito» per il quale tutto è nella «azione».

E i «problemisti», gli uomini dell’«antipartito», gli esaltatori dell’«azione», del «movimento», dello «stato d’animo» avranno veramente un unico problema, un’unica azione, un unico movimento nella direzione impressa dagli interessi di classe cioè dell’antisocialismo, dell’anticomunismo.

E la linea di sviluppo del tutto lineare di questa «azione» che avrà inizio subito ci è già indicata, pochi giorni dopo la costituzione dei fasci di combattimento, da una riunione plenaria degli industriali che in un ordine del giorno esprimono la loro volontà di «resistere ormai! e, fino a che si è in tempo, di valersi dell’autorità e della forza propria, prima che sia troppo tardi», e si interdicono ogni azione individuale laddove, nel campo della resistenza alle richieste dei lavoratori come in quello politico, ogni azione dovrà essere coordinata e collettivamente decisa dalla loro organizzazione.

Il 13 e 15 aprile abbiamo a Milano il primo saggio di «azione» borghese-fascista: le forze di polizia fanno fuoco contro la massa operaia intervenuta ad un comizio uccidendo un operaio e ferendone molti altri. Di qui sciopero generale di protesta e adunata delle forze socialiste all’Arena; quando queste si avviano in corteo verso Piazza del Duomo un gruppo di arditi si lancia contro facendo fuoco di pistole e bombe. Non contenti di ciò, dopo essersi uniti ad un gruppo di studenti, vanno alla sede dell’«Avanti!» e la distruggono. Bilancio: 4 morti e 35 feriti; i fascisti arrestati sono subito rimessi in libertà, molti operai condannati «per aver partecipato ai disordini»; tutti i giornali benpensanti, «Corriere della sera» in testa, denunciano l’accaduto come conseguenza della «predicazione della violenza» dei socialisti, così che «se le violenze socialiste devono essere represse, le violenze fasciste devono essere considerate come operazioni di polizia»; le associazioni «patriottiche», liberali, democratiche, nazionaliste, cattoliche e professionali, tutte solidali col nascente fascismo chiedono che «le continue incessanti provocazioni leniniste» debbano essere colpite da una rigida giustizia.

Questo quadro si ripeterà, col concorso sempre più efficace di tutte le istituzioni borghesi e col perfezionamento dell’offensiva antiproletaria, in cento e cento episodi piccoli e grandi che nelle varie fasi di evoluzione del movimento fascista e nelle sue numerose svolte tattiche rappresentano la continuità di quella violenza organizzata che, comunque impiegata, dava sempre i risultati più lusinghieri.

A grandissimi tratti vediamone la successione nelle tappe più importanti tenendo conto che, secondo il metodo di uno storico del fascismo, lo squadrismo (nome derivato dalle cosiddette squadre d’azione) si svolge in tre tempi fondamentali: 1) lotta di piazza; 2) spedizioni punitive; 3) occupazioni di città.

Nel 1920 registriamo in Italia, come del resto anche nella maggior parte degli altri paesi, il massimo numero di appartenenti alle organizzazioni sindacali (che salgono da 321.000 anteguerra a 2.200.000) e di scioperi e serrate che raggiungono il numero di 2.070 con un totale di oltre 2.300.000 scioperanti. Questi scioperi hanno generalmente carattere economico e non seguono affatto un piano di offensiva organico: la spinta dal basso è fortissima, basta il minimo incidente per provocare la ribellione e la sospensione del lavoro di queste masse proletarie che sentono di potersi imporre ai loro padroni ma che non trovano nel Partito Socialista e ancor meno nella Confederazione del Lavoro gli organi direttivi che sappiano condurre la marcia che essi ogni giorno mostrano di esser pronti a intraprendere.

Così, mentre i dirigenti sindacali e socialisti tentennano ed emettono sentenze e giudizi roboanti ed inconcludenti, la borghesia, incoraggiata, inizia il suo riassestamento: arditi, nazionalisti, ufficiali, studenti aumentano il loro ardire e le loro lotte contro le organizzazioni operaie senza che ne sorga per contraccolpo alcuna seria reazione; essi aggrediscono e feriscono per le vie di Roma alcuni deputati socialisti che avevano abbandonato l’aula della Camera, durante la seduta reale del 1° dicembre, al grido di «viva la repubblica!», e tutto finisce con uno sciopero generale di protesta. Così ovunque, in un’infinità di vicende che vedono la combattività antioperaia in continuo aumento.

Nel marzo del 1920 gli industriali si organizzano in una Confederazione Generale dell’Industria a base nazionale e fortemente centralizzata; altrettanto fanno nell’agosto gli agrari.

La situazione è veramente critica, Giolitti offre a Turati di entrare nel Governo ma questi non accetta temendo di rimanere isolato dalle masse il cui spirito rivoluzionario naufraga costantemente nel più fallimentare riformismo. Si arriva così, fine agosto 1920, al conflitto fra la F.I.O.M. (l’organizzazione sindacale dei metallurgici) e gli industriali per la revisione dei contratti di lavoro: la F.I.O.M. non vuole provocare lo sciopero perché ormai le masse sono stanche e l’arma spuntata si decide l’occupazione delle fabbriche e il 31 agosto gli operai si impossessano di 280 stabilimenti metallurgici a Milano, mentre nei due giorni successivi il movimento si estende a tutta l’Italia. Gli operai fanno miracoli per continuare la produzione nonostante le difficoltà di ogni genere; gli industriali impressionati cercano ogni via per correre ai ripari, per entrare in accordi; dirigenti di grandi quotidiani e di banche cercano i contatti con i Capi del movimento, Mussolini stesso corre da Buozzi per assicurargli che i fascisti non marceranno contro le fabbriche. Intanto i dirigenti del P.S.I. e della C.G.L, si palleggiano la direzione del movimento non osando ne l’uno né l’altra assumersi l’enorme responsabilità della situazione. Finalmente è deciso che sia la C.G.L. a dirigere. Ma dirigere che cosa, se manca l’organizzazione e la preparazione per la conquista del potere, all’infuori della ritirata da queste posizioni che il proletariato si era conquistato? E infatti tutto si concluderà con la rivendicazione del «controllo operaio sulle imprese» con la prospettiva puramente retorica di arrivare alla gestione collettiva e alla socializzazione.

L’occupazione delle fabbriche segna così l’apice e l’inizio della discesa del movimento operaio. Parallelamente al rinculo della classe operaia che si sente vinta e che perde sempre più lo slancio e la fiducia che l’avevano resa matura per un esperimento rivoluzionario, abbiamo la ripresa della reazione padronale che si sviluppa rapidamente.

Le cose non possono ricominciare come prima: i padroni sentono l’urgenza di ristabilire la loro autorità mortificata e si trovano di fronte un nemico che, demoralizzato da quella sua strana vittoria senza via d’uscita, è però un nemico che è stato vincitore e che ora deve essere schiacciato totalmente se si vuole che veramente le cose possano procedere come interessa alla classe padronale.

Lo stato liberale, lo stato di Giolitti, non soddisfa più, è necessaria un’atmosfera nuova, un rinnovamento radicale: e l’arma è pronta, l’ora del fascismo è giunta. Gli assalti, gli incendi, le distruzioni delle sedi delle organizzazioni operaie appaiono agli industriali come una giusta espiazione «per purificare il tempio violato della proprietà».

Ma anche gli armeggii della politica devono essere curati e non solo l’azione violenta: alle elezioni amministrative del novembre 1920 quasi tutti i partiti borghesi entrano nelle liste del blocco nazionale, e i fascisti danno tutto il loro appoggio a queste liste.

Intanto lo Stato comincia, verso la fine del 1920, ad organizzare direttamente la reazione servendosi di ogni arma a sua disposizione: mentre per esempio vengono studiati i piani per formare una salda organizzazione militare, specificamente adatta, attraverso spedizioni punitive e altri analoghi sistemi, ad arginare e controbattere ogni tentativo rivoluzionario, il ministro della guerra del governo Giolitti, Ivanoe Bonomi, invia una circolare con cui si dispone che gli ufficiali che devono essere congedati (circa 60.000) vengano inviati, con un compenso pari ai 4/5 dello stipendio fino ad allora percepito, nei centri più importanti dove dovranno iscriversi ai Fasci di combattimento prestando la loro opera per l’inquadramento e la direzione dei medesimi.

Il deflusso rivoluzionario frattanto aumenta e il numero degli scioperi cadrà, nel quarto trimestre del 1921, del 80%.

Le spedizioni punitive cominciano a Bologna coi fatti di Palazzo d’Accursio; i socialisti, vincitori nelle elezioni amministrative, vengono attaccati con le armi dai fascisti e poiché c’è un morto tra i fascisti, oltre nove fra i socialisti, questi vengono attaccati come i provocatori e perseguitati dalle autorità statali che subito fraternizzano con gli attaccanti fascisti.

Anche a Ferrara le spedizioni sono molto violente e mentre 21 comuni su 21 di quella provincia erano socialisti fino al novembre 1920, alla fine di aprile del ’21 solo 4 lo sono ancora.

Ma le spedizioni punitive si ripetono ormai in numero sempre maggiore e con perfezionata organizzazione: gli agrari hanno anch’essi sperimentata l’efficacia di queste repressioni e le ordinazioni che essi si apprestano a passare al fascismo costituiranno un apporto fondamentale per lo sviluppo di questo movimentò, che nella vallata del Po troverà appunto la sua manifestazione più viva. Saranno i fascisti agrari, fiancheggiati da democratici, liberali, pipisti e commercianti, a opporsi col maggiore accanimento al decreto di Giolitti che revoca le licenze di porto d’armi nelle province di Bologna, Modena e Ferrara.

Balbo è arrestato a Ferrara il 26 maggio, ma viene subito dopo rilasciato per una grande manifestazione in suo favore durante la quale le campane avevano suonato a rintocco. La stessa cosa avviene per Arpinati a Bologna nonostante gli assassini di cui è responsabile.

Le cooperative che in Emilia avevano raggiunto un enorme sviluppo vengono devastate o fatte chiudere per l’odio dei commercianti.

Gli agricoltori sono tassati con aliquote proporzionali alla quantità di terreno per mantenere le squadre fasciste…

E le lotte si accendono terribili nelle Venezie e poi in Toscana, nell’Umbria, nelle Puglie: i fascisti sono quasi sempre appoggiati dai carabinieri i quali anzi sono i primi a rifornirli di armi quando quelli ne abbiano bisogno. Arresti e perquisizioni vengono fatti dagli stessi fascisti.

Giolitti non fa nulla di serio per impedire questa carneficina che i fascisti stanno compiendo con l’appoggio delle forze regolari di polizia e con la connivenza di tutti gli organi governativi: il ministro della Giustizia, Fera, invia una circolare alla magistratura perché le pratiche contro i fascisti vengano messe a dormire.

L’entrata dei fascisti nel blocco nazionale per le elezioni del 1921 legalizza definitivamente il loro terrorismo.

Intanto nel gennaio 1921, al congresso di Livorno, il Partito socialista si era scisso dando vita al Partito Comunista, la cui posizione nei confronti del fascismo era caratterizzata da una irriducibile opposizione atta a risolversi esclusivamente sul piano della forza. Il Partito Comunista smascherò come opportunista e disfattista l’atteggiamento dei socialisti che chiedevano l’intervento della ruffianissima maestà della legge e la protezione dello Stato, cioè di tutta un’organizzazione di esclusiva proprietà della classe borghese, per salvare gli operai da quelle tremende bastonature che facevano allargare il cuore di gioia a tutti gli onesti, benpensanti e pasciuti cittadini del regno.

Ci si potrebbe domandare se questa tattica abbia sortito maggiori vantaggi di quella seguita dai socialisti: senza entrare in un argomento che è evidentemente di natura critica, mentre la nostra trattazione deve rimanere in limiti esclusivamente espositivi, diremo che la linea allora seguita dal Partito Comunista è da noi ritenuta perfettamente valida e che se il Partito fosse nato nel 1919, durante l’ascesa rivoluzionaria del proletariato, anziché nel periodo della sua discesa, lo spostamento inevitabile delle masse dal Partito socialista a quello Comunista avrebbe permesso a quest’ultimo di esercitare in pieno e probabilmente con successo la sua funzione rivoluzionaria per la conquista del potere.

Il Partito Socialista non aveva fatto suo il fondamento stesso del pensiero marxista, che cioè, nella dinamica dei rapporti di classe, il compromesso che la classe sfruttata conclude con la classe dominante è sempre necessariamente a totale beneficio di questa ed è di natura tale che l’indebolimento del proletariato è altrettanto necessario. Su questa via il Partito socialista arriva così al patto di tregua (2 agosto ’21) coi fascisti che segna la definitiva sconfitta dei socialisti e un forte indebolimento di tutta la classe operaia. L’indebolimento fu così palese che i fascisti non vollero più saperne della tregua concordata e, sotto la spinta dei reazionari più accaniti, gli agrari, continuarono nella loro tattica di annullamento totale di ogni sopravvivenza di organizzazione proletaria.

Da quest’epoca e fino alla marcia su Roma non troviamo fatti nuovi fondamentali nel percorso seguito dal Fascismo. La sua trasformazione in Partito Nazionale Fascista risponde a necessità di manovra politica e non va collegata a mutamento di funzioni o aspetti della battaglia fino a quel momento condotta.

Il fascismo si forma in un’altalena di equilibrio e squilibrio dovuta alla forza o meno dello Stato; e la borghesia tanto più si appoggia al fascismo quanto minore è la forza dello Stato e viceversa: attraverso questa schematica proposizione possiamo renderci conto delle successive fasi attraversate dal fascismo che al termine della sua marcia diverrà esso stesso Stato, nel compimento logico e conseguente di quella che era la sua stessa ragion d’essere, e nella sintesi terminale delle sue caratteristiche soggettive e delle esigenze obiettive di una determinata fase di sviluppo della società capitalista.

Il fascismo non trascurò neppure la formazione di sindacati autonomi che vennero tutti quanti sorgendo sotto la spinta del terrore. Esso aveva evidentemente bisogno di sostituire qualcosa alle distrutte Camere del Lavoro e questi sindacati fascisti fusi nella «Confederazione Generale dei sindacati nazionali» – fondata a Bologna nel gennaio 1922 – furono opportunamente sfruttati dal fascismo come mezzo di lotta politica per il potere.

Le violenze e i soprusi di ogni genere si accavallano quotidianamente in un ritmo persino monotono: ma lo svolgersi di queste imprese ha una sua linea di sviluppo «territoriale» che porta alla graduale conquista strategica, e attraverso una vera organizzazione militare, delle posizioni dominanti nella politica italiana. Da Bologna esso punta sul triangolo Milano, Torino, Genova; dall’altro lato punta sulla Toscana e l’Italia centrale per arrivare all’accerchiamento della capitale.

Il cammino è talvolta rotto da sussulti più o meno minacciosi: il 31 luglio 1922 l’Alleanza del Lavoro riesce a provocare, in risposta ai terribili attacchi contro le organizzazioni proletarie della Romagna, lo sciopero generale nazionale. Ma i fascisti sentono che lo sciopero non si regge e organizzano una serie di violentissime rappresaglie che si scatenano sul finire dello sciopero durato tre giorni: famose quelle di Genova, Milano e Parma: in quest’ultima città il proletariato, organizzato militarmente, resiste però vittorioso a tutti gli attacchi.

Ma ormai per il fascismo è indispensabile la presa del potere: la distruzione dei sindacati, la assunzione o la conquista di numerosi organismi e istituzioni gli ha fatto ereditare anche problemi e contrasti che non possono essere sanati che diventando esso stesso forza dominante di governo. La borghesia italiana è ormai giustamente convinta che l’unico rimedio alla situazione sia l’andata al governo dei fascisti: tutti, vecchi uomini di stato e partiti politici borghesi sono del resto pronti ad accettarli e d’ora innanzi sarà solo una questione di bottega per la contrattazione a denti stretti del numero dei portafogli.

Il Corriere della Sera il cui direttore, senatore Albertini, ha applaudito l’occupazione di Palazzo Marino da parte dei fascisti, si dichiara «felice che un partito, quale che sia il suo nome, torni alle vecchie tradizioni liberali, abbeverandosi alle sorgenti immacolate della vita di uno Stato moderno… e senza contaminarle con contatti impuri» (non collaborando cioè col partito socialista – N.d.R.).

E a proposito di Corriere della Sera, riportiamo incidentalmente poche parole di un articolo scritto sullo stesso giornale da Luigi Einaudi, l’attuale governatore della Banca d’Italia, nel quale si contrappone la diminuzione della natalità nel proletariato alla fecondità delle «donne borghesi che allevano dei robusti figli capaci di maneggiare con destrezza il bastone» (allude al manganello fascista – n.d.r.).

Così finalmente, dopo aver manovrato in precedenza tutti i santoni e i maneggioni della politica, da Giolitti a Nitti, da Salandra a D’Annunzio, dopo essersi arruffianati i centri di resistenza più sensibili e delicati delle manipolazioni governative, dal Quirinale al Vaticano e alla Massoneria (la quale tra l’altro gli aveva anche versato tre milioni e mezzo di contributi per le sue imprese), Mussolini compie trionfale la sua Marcia su Roma dove, dopo che in ogni luogo le autorità militari e civili hanno ceduto senza la minima resistenza, egli può giungere tranquillamente in vagone letto la sera del 30 ottobre 1922.

«Prometeo», n° 3, 1946

 

 

Postilla

 

Democrazia e fascismo come momenti funzionali della dittatura di classe del capitale

‘Quando i primi regimi fascisti sono apparsi e si sono presentati alla più immediata e banale interpretazione come una riduzione e una abolizione delle cosiddette garanzie parlamentari e legalitarie, si trattava in effetti puramente, in dati paesi, di un passaggio della energia politica di dominio della classe capitalistica dallo stato virtuale allo stato cinetico…’ Prometeo 1947.

Parte prima: delitto e castigo del proletario ribelle

Se è vero che non è saggio fermarsi alla superficie delle cose, facendosi abbagliare dal senso comune e dalle ovvietà dominanti, allora il compito dell’esploratore scientifico, che vuole svelare il sottofondo celato sotto la superficie dei fenomeni, dovrebbe essere di non avere timore di scendere in profondità. Questa premessa si collega al tema dell’inganno democratico elettorale; in altre parole al significato che rivestono nella nostra società il suffragio universale, il parlamento, e più in generale le istituzioni e gli organi che formano il corpo dell’apparato statale. Dal nostro punto di vista lo scopo dell’inganno democratico-elettoralistico è quello di consentire, in certe fasi determinate della storia caratterizzate dal ristagno dello scontro di classe, la pacifica e comoda dominazione della classe di sfruttatori sui propri servi salariati. In verità un apparato di potere statale, di fatto al servizio esclusivo dell’interesse di una parte della società, per svolgere in modo efficace il suo compito può e deve apparire invece al di sopra delle parti, trasmettendo una immagine esteriore di neutralità e imparzialità. In altre parole l’apparato, se vuole massimizzare i processi d’asservimento delle moltitudini di proletari sfruttati e inebetiti, prigionieri di una gabbia sociale di cui non intravedono nemmeno le sbarre, deve camuffare la sua natura di strumento di potere e controllo al servizio della borghesia. La stolta e demente accozzaglia d’idee correnti sulla libertà di voto e di scelta del popolo sovrano, nella repubblica nata dalla resistenza ( supinamente accettata da frazioni ragguardevoli di classe sfruttata) sono il rovescio della medaglia dell’attuale fase del conflitto sociale; una fase in cui il capitale continua ad esercitare, nonostante tutto, un rigido dominio sulle masse umane che formano la sua riserva di caccia per l’estrazione di plus-lavoro. Il risveglio dalle apparenze ingannevoli del sistema resta un esperienza limitata a poche avanguardie, una rara e preziosa conquista di pochi proletari che hanno da tempo chiuso i conti con le illusioni, e iniziato a vedere, senza schermature e camuffamenti ideologici, il vero panorama sociale di rovine che li circonda: la natura dell’orrore che si nasconde dietro il velo apparente della civiltà borghese. La violenza sociale insita nel modo di produzione della borghesia si nasconde astutamente, e al suo posto compare la costituzione nata dalla resistenza, la legge uguale per tutti, la libertà democratica, il pluralismo politico, la libertà di pensiero, la libertà religiosa, e via discorrendo. Riproponiamo un passo tratto da uno studio pubblicato nella rivista Prometeo nel 1947 (1), “Nella società moderna […] la distanza sociale tra il tenore di vita della grande maggioranza produttrice e quello dei membri delle classi abbienti è aumentata enormemente. Non è, infatti, la esistenza singola di uno o pochissimi grandi dominatori che vivano nel lusso quello che conta, ma la massa di ricchezze che una minoranza sociale riesce a destinare a scopi voluttuari di ogni genere quando la maggioranza riceve poco più dello stretto necessario alla vita[…]il quesito che dobbiamo porci nei confronti del regime di privilegio e di dominio capitalistico è quello della relazione tra l’uso della violenza bruta e quello della forza virtuale che piega i diseredati al rispetto dei canoni e delle leggi vigenti senza che si attui l’infrazione o la rivolta”.
Una sottile linea separa la minaccia repressiva latente e potenziale, dall’uso esplicito della forza da parte dello strumento statale borghese, la relazione fra i due momenti è sempre di tipo dialettico; in altre parole, la risposta violenta all’aumento della conflittualità sociale dei soggetti dominati coincide con la diminuzione del camuffamento democratico del dominio capitalista. La maschera cade quando il ricorso alle maniere forti s’impone, come una estrema ratio, per conservare l’ordine borghese. Guerra alla guerra è il motto dei buoni borghesi quando si avvicina una minaccia reale al proprio regime sociale: basti ricordare, in tal senso, il dispiegamento e l’uso della forza militare che avvenne in Italia durante il biennio rosso all’inizio degli anni venti (batterie di cannoni posizionate ai crocevia delle maggiori città, cannoneggiamenti della marina sui quartieri in rivolta nella città di Bari). La cosiddetta civiltà borghese svela in questi episodi cruenti e sanguinosi il volto nascosto sotto la maschera della democrazia parlamentare. Il senso comune opera, in questi casi, come un potente narcotico in grado di anestetizzare lo sconcerto e l’orrore per la durezza dell’intervento repressivo statale. Degli esseri umani vengono feriti o uccisi dal nostro stato, lo stato in cui figuriamo come cittadini titolari di uguali diritti garantiti dalla costituzione, ma questo è avvenuto, ci raccontano, solo per preservare i diritti della maggioranza dai furori estremistici di una minoranza. Una semplice storia di delitto e castigo, come in una favola per bambini, in questo modo la propaganda borghese presenta le azioni repressive delle forze di polizia contro i propri cittadini in rivolta. Riprendiamo un passaggio dal testo del 1947, “Allorché il turbamento sociale brontola più minaccioso, lo stato borghese comincia a mostrare la sua potenza con le misure di tutela dell’ordine: una espressione tecnica della polizia di stato dà una felice idea dell’uso della violenza virtuale: ’la polizia e le truppe sono consegnate nelle caserme’. Ciò vuol dire che non si combatte ancora sulla piazza, ma se l’ordine borghese ed i diritti padronali fossero minacciati, le forze armate uscirebbero dalle loro sedi ed aprirebbero il fuoco”. La finta bonomia dello stato democratico, la indolente calma delle giornate capitalistiche che trascorrono monotone e sempre uguali, non deve trarre in inganno: sotto l’apparente maschera legalitaria vive e pulsa un cuore nero violento e feroce “ La critica rivoluzionaria, non lasciandosi incantare dalle apparenze di civiltà e di sereno equilibrio dell’ordine borghese, aveva da tempo stabilito che anche nella più democratica repubblica lo stato politico costituisce il comitato di interessi della classe dominante […]Lo stato politico, anche e soprattutto quello rappresentativo e parlamentare costituisce una attrezzatura di oppressione. Esso può ben paragonarsi al serbatoio delle energie di dominio della classe economica privilegiata, adatto a custodirle allo stato potenziale nelle situazioni in cui la rivolta sociale non tende ad esplodere, ma adatto soprattutto a scatenarle sotto forma di repressione di polizia e di violenza sanguinosa non appena dal sottosuolo sociale si levano i fremiti rivoluzionari” (ibidem). Potenzialità e attualità delle energie di dominio della classe borghese sono dunque i due lati in cui si manifesta storicamente la dittatura di questa moderna classe di schiavisti, sono in altre parole le due risposte dialettiche del capitale alle fasi alterne di sottomissione o di ribellione dell’avversario di classe proletario. Citiamo ancora lo stesso testo ‘Quando i primi regimi fascisti sono apparsi e si sono presentati alla più immediata e banale interpretazione come una riduzione e una abolizione delle cosiddette garanzie parlamentari e legalitarie, si trattava in effetti puramente, in dati paesi, di un passaggio della energia politica di dominio della classe capitalistica dallo stato virtuale allo stato cinetico […] la classe borghese che aveva fino allora, nel pieno sviluppo del suo sfruttamento economico, mostrato di sonnecchiare dietro l’apparente bonomia e tolleranza delle sue istituzioni rappresentative e parlamentari […] ruppe gli indugi e prese l’iniziativa pensando che ad una suprema difesa del fortilizio dello stato contro l’assalto della rivoluzione […] fosse preferibile una sortita dai suoi bastioni ed una azione offensiva volta ad infrangere le posizioni di partenza della organizzazione proletaria”. La borghesia capitalistica dunque, in determinate fasi storiche del conflitto di classe rompe gli indugi, mette da parte le finzioni democratiche e attacca con violenza il proprio avversario di classe, mirando in tal modo a conservare il proprio sistema di dominazione. A questo punto dell’analisi si apre lo spazio per una serie di considerazioni in merito alla mistificazione ideologica, al significato da essa rivestito nelle sconfitte dei movimenti rivoluzionari nel corso della storia.

(1) Forza, violenza, dittatura. Da Prometeo 1947.

Parte seconda: aggressione e integrazione, il riformismo come riflesso politico dei due volti del dominio borghese

Prima di tutto riprendiamo alcuni spunti di analisi ancora dal testo del 1947 “L’equivoco sostanziale sta nell’essersi meravigliati, nell’aver piagnucolato, nell’aver deplorato che la borghesia attuasse senza maschera la sua dittatura totalitaria, quando invece noi sapevamo benissimo che questa dittatura era sempre esistita, che sempre l’apparato dello stato aveva avuto, in potenza se non in atto, la funzione specifica di attuare, di conservare, di difendere dalla rivoluzione il potere e il privilegio della minoranza borghese. L’equivoco è consistito nel preferire un’atmosfera borghese democratica ad un’atmosfera fascista, nello spostare il fronte della lotta dal postulato della conquista proletaria del potere a quello della illusoria restaurazione di un modo democratico di governare del capitalismo sostituito a quello fascista […] La potenza e l’energia di classe (della borghesia) è nei due casi la stessa; in fase democratica si tratta di energia potenziale; sulla bocca del cannone si tiene l’innocua custodia di tela. In fase fascista l’energia si manifesta allo stato cinetico, il cappuccio è tolto; il colpo deflagra. La richiesta disfattista e idiota rivolta dai capi traditori del proletariato al capitalismo sfruttatore ed oppressore è quella di rimettere l’ingannevole schermo sulla bocca dell’arma. Per tal modo l’efficienza del dominio e dello sfruttamento non sarebbe diminuita, ma soltanto incrementata dal rinnovato espediente dell’inganno legalitario”. Nell’Ideologia tedesca si afferma che nelle condizioni date, appurata la schiavitù reale e non solo ideale dell’uomo nella società in cui vive, ”La liberazione è un atto storico, non un atto ideale…per il materialista pratico, in altre parole per il comunista, si tratta di rivoluzionare il mondo esistente, di mettere mano allo stato di cose incontrato e di trasformarlo…poiché non è possibile attuare una liberazione reale se non nel mondo reale e con mezzi reali”. Pagina 15. Qualche pagina dopo l’argomentazione di Marx ed Engels diventa ancora più esplicita e radicale, non è nel mondo delle lotte puramente filosofiche e ideali (come sostenevano i giovani hegeliani), ma è nel campo violento dello scontro sociale di classe che si trova il motore della storia, le parole impiegate da Marx ed Engels sono le seguenti “non la critica, ma la rivoluzione è la forza motrice della storia”. Pagina 30.
Quasi venti anni dopo, nel 1867, nel libro primo del Capitale ritroviamo le seguenti considerazioni, “nella storia reale la parte importante è rappresentata, come è noto, dalla conquista, dal soggiogamento, dall’assassinio e dalla rapina, in breve dalla violenza”.
Nel testo del 1859, ”Per la critica dell’economia politica”, il pensiero di Marx si sofferma sui problemi dell’antagonismo e della violenza storica “I rapporti di produzione borghesi sono l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale[…]ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di quest’antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana”.Pagine 5-6. Partiamo dal presupposto che nessun sistema di dominio può sopravvivere a lungo solo con l’uso della forza, accanto ad essa, spesso in veste non secondaria, un ruolo importante viene ricoperto dall’adesione volontaria, il consenso, di frazioni della classe dominata ( le quali riconoscono e accettano lo status quo in cambio di effimeri miglioramenti economici). Il sistema capitalistico riesce a condurre in porto una tale ‘captatio benevolentiae’ soprattutto nei periodi di ripresa economica del ciclo di valorizzazione del capitale, mentre la cattura del consenso è più problematica nei periodi di crisi. Fatte queste premesse, ricordiamo che i socialisti riformisti andavano affermando già agli inizi del 900, di pari passo con i ripensamenti democratico costituzionali di una frazione della borghesia, che “…interessa la classe operaia che il potere esecutivo non usi la maniera forte, ed è utile ottenerlo col mezzo pacifico di un voto degli elettori e dei deputati. In questi casi, il partito proletario difende la libertà, lo statuto, la costituzione, perché la loro violazione fa comodo alla classe nemica. Da allora e da sempre, noi della sinistra rispondiamo: questa linea tattica sarebbe convincente se fossimo certi che i postulati della nostra classe potranno un giorno passare senza rompere la libertà di tutti, l’ordine legale, e la struttura costituzionale. Se questa possibilità è esclusa sarà un errore aver preparato le masse a salvare […] se stesse dall’aggressione del nemico di classe, rifugiandosi dietro i medesimi baluardi storici che sarà necessario abbattere come sola via per liberare il proletariato dall’oppressione capitalista”. Storia della sinistra comunista, primo volume.
Abbiamo sottolineato i termini aggressione e oppressione, nella citazione appena riportata dal testo, intendendo riflettere sulla loro relazione. L’aggressione, intesa come ricorso alle maniere forti da parte dell’apparato statale, è solo uno dei mezzi per perpetuare l’oppressione capitalista, in questo senso la relazione fra aggressione e oppressione è di tipo dinamico e non certo statico e lineare.
Nella storia sociale reale la conservazione del dominio, cioè dell’oppressione di una classe su un’altra, è spesso ottenuta efficacemente con l’arma dell’integrazione. Quello che sfugge al pensiero riformista, è il fatto che l’oppressione capitalista è il fine, e che il fine, secondo le circostanze, è dinamicamente perseguito attraverso l’arma prevalente dell’aggressione violenta, oppure attraverso l’arma prevalente dell’integrazione sociale ( realizzata, quest’ultima, anche con la cosiddetta redistribuzione del reddito a frazioni ‘privilegiate’ di classe operaia). Abbiamo sottolineato il termine arma prevalente, intesa come mezzo per raggiungere un fine, innanzi tutto per indicare il fatto che in certi momenti l’aggressione non esclude l’integrazione, e anzi molto spesso si può constatare la presenza simultanea di questi due aspetti nello stesso periodo storico e nello stesso tipo di società, con la prevalenza a volte di uno e a volte dell’altro. In questo senso la relazione si dimostra di tipo dinamico e discontinuo, concretizzandosi, a seconda delle fasi storiche del conflitto di classe, nella maggiore o minore prevalenza dell’integrazione o dell’aggressione. L’integrazione, al di là della sua apparenza pacifica e democratica, è solo uno strumento, un arma per perpetuare un sistema sociale basato sulla violenza sostanziale del dominio di classe. La scelta politica del riformismo socialdemocratico, nell’abbracciare l’arma prevalente dell’integrazione con i suoi risvolti parlamentari, è quindi destinata a diventare strumento oggettivo dell’oppressione capitalistica. A dire il vero, in certe vicende storiche, ad esempio durante la repressione sanguinosa dei moti spartachisti nella Germania del 1919, il riformismo ha anche utilizzato senza problemi di coscienza l’arma alternativa dell’aggressione violenta. Ripetiamo dunque che la potenza e l’energia di classe (della borghesia) è nei due casi la stessa; in fase democratica si tratta di energia potenziale; sulla bocca del cannone si tiene l’innocua custodia di tela, mentre nella fase dittatoriale si toglie la custodia e si carica l’arma per fare fuoco, e l’energia borghese passa allo stato cinetico.

Parte terza: la via democratico-elettorale come ascensore per l’inferno

La via riformista propone la conquista pacifica dei poteri pubblici attraverso le elezioni, leggiamo un testo del 1953, intitolato Il cadavere ancora cammina ”La retta posizione programmatica era di rivendicare non tanto la formale conquista dei poteri pubblici ma la rivoluzionaria futura conquista del potere politico, e vanamente l’ala destra possibilista e riformista cercò di coprire (agli inizi del 900) la formula data da Marx fin dal 1848: dittatura della classe operaia”.

Le lezioni della storia fanno dire ai nostri compagni, “I problemi storici di oggi e di ieri li scioglie non la legalità ma la forza. Non si vince la forza che con una maggiore forza. Non si distrugge la dittatura che con una più solida dittatura. E’ poco dire che questo sporco istituto del parlamento non serve a noi. Esso non serve più a nessuno […] L’elezione non solo è di per sé una truffa ma lo è tanto più quanto più pretende di dare parità di peso ad ogni voto personale. Tutto il polpettone in Italia lo fanno poche migliaia di cuochi, sotto cuochi e sguatteri, che si pecoreggiano in lotti “a braccio “ i venti milioni di elettori. Se il parlamento servisse ad amministrare tecnicamente qualche cosa e non soltanto a fare fessi i cittadini, su cinque anni di massima vita non ne dedicherebbe uno alle elezioni e un altro a discutere la legge per costituire se stesso.” Da Il cadavere ancora cammina. Anche oggi abbiamo sotto gli occhi il paradosso del riformismo democratico, consistente nella permanente ricetta della conquista elettorale dei poteri pubblici come via maestra per l’emancipazione proletaria. In cosa consista il paradosso è presto detto; esso consiste nel mettere la volpe a guardia del pollaio, nel fingere di credere che l’apparato politico statale di oppressione della classe borghese possa essere convinto, peraltro pacificamente, ad operare in maniera opposta alla sua missione originaria. Non esistendo a memoria d’uomo notizia di casi simili, si deve concludere che l’apparato statale borghese, sia nella fase di energia allo stato potenziale che in quella allo stato cinetico, sia nella fase in cui si mostra in prevalenza come arma integrazionista/democratica sia nella fase repressivo/fascista, è sempre e comunque l’espressione dell’energia totale, cioè della forza attraverso cui la borghesia continua ad opprimere i suoi servi: la sua arma privilegiata di offesa e difesa finalizzata all’oppressione/dominazione. Le libere elezioni sono uno specchietto per le allodole, non solo sono una truffa, ma lo sono tanto più quanto più pretendono di dare parità di peso ad ogni voto personale, poiché tutto il polpettone in Italia lo fanno poche migliaia di cuochi, sottocuochi e sguatteri, che si pecoreggiano in lotti “a braccio “i milioni di elettori. Questo significa che in una società divisa in classi, permeata dai condizionamenti ideologici del regime sociale dominante, la cosiddetta volontà popolare espressa attraverso il voto non può che riflettere la potenza di quegli stessi condizionamenti: ne consegue che le scelte di voto delle classi dominate si orienteranno in prevalenza verso i partiti borghesi e riformisti, e qualora non dovesse, per assurdo, andare così, ci penserebbe la repressione armata a soffocare ogni velleità di cambiamento. Nel 1948 ricordavamo che “Eletto chicchessia al governo della repubblica, non avrebbe altra scelta che rinunziare, o offrirsi in servigio all’ingranamento di forze capitalistiche mondiali che maneggia lo Stato vassallo italiano”. Per questi motivi abbiamo definito, all’inizio del paragrafo, la via democratico-elettorale come ascensore per l’inferno, richiamando l’omonimo film del 1987 (angel heart). Come il personaggio di una tragedia, il nostro eroe proletario subisce a sua insaputa la congiura di forze sociali e politiche inesorabili, e bevendosi tutto il veleno del parlamentarismo democratico-riformista, non si avvede di aderire, contro i suoi stessi interessi, all’ideologia e ai comportamenti integrativi proposti dal sistema dominante. Quando talora si fa strada, attraverso la percezione nata dalla pressione dei fatti, la vera condizione servile a cui è ridotta la propria esistenza, e anche la natura demo-fascista dell’apparato statale in cui ha creduto, è spesso troppo tardi per recuperare il tempo perduto nella stolta accettazione dei miti sociali borghesi. Descrivendo un rituale avvenuto nel lontano Tibet, riferito da un giornalista inglese, la nostra corrente riassumeva nel 1953 il dramma politico-sociale di cui abbiamo finora trattato, usiamo quindi come epilogo alcuni stralci di quel documento: “ Nella notte lunare il rito aduna, forse a migliaia, i monaci vestiti di bianco, che si muovono lenti, impassibili, rigidi, tra lunghe nenie, pause e reiterate preghiere. Quando formano un larghissimo cerchio si vede qualcosa al centro dello spiazzo: è il corpo di un loro confratello steso supino al suolo. Non è incantato o svenuto, è morto […] uno dei sacerdoti lascia la cerchia e si avvicina alla salma. Mentre il canto continua incessante egli si piega sul morto, si stende su di lui aderendo a tutto il suo corpo, e pone la sua viva bocca su quella in disfacimento […] è il grande esperimento di riviviscenza dell’occulta dottrina asiatica che si attua […] Sotto la forza del magnetismo collettivo la forza vitale della bocca sana è penetrata nel corpo disfatto e il rito è al culmine: per attimi o per ore il cadavere, ritto in piedi, per la sua forza cammina. Così sinistramente, una volta ancora, la giovane generosa bocca del proletariato possente e vitale si è applicata contro quella putrescente e fetente del capitalismo, e gli ha ridato nello stretto inumano abbraccio un altro lasso di vita”. Da Il cadavere ancora cammina.

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