Siria e Libia: ‘regime change’ e strategie del caos come momenti complementari del Chaos Imperium americano

Introduzione e primo capitolo

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Nota redazionale: presentiamo l’introduzione di un testo
che si articolerà, nei prossimi giorni, in due capitoli complessivi (1)(2)
(1)Pubblicato il primo capitolo

(2) Pubblicato il secondocapitolo

Introduzione

Con l’estate 2016 ormai agli sgoccioli si delineano nell’area petrolifera mediorientale due opposti esiti della strategia del Chaos Imperium americano: in Libia un parziale successo, mentre in Siria uno scacco inequivocabile. Partiamo dalla Libia, uno stato nazionale di poco più di sei milioni di abitanti, diviso da decenni in gruppi territoriali, differenziati sulla base di attività ed interessi economici particolari. In Libia la popolazione è di fede musulmana sunnita, il conflitto economico non dovrebbe dunque nascondersi sotto presunte dispute confessionali, eppure le frazioni borghesi libiche (tutte sunnite) si combattono ugualmente con la motivazione di una maggiore fedeltà alla propria comune religione. Pur avendo, alcuni gruppi territoriali, il comune obiettivo della sharia (fatta esclusione per alcune milizie/eserciti laici), non cessa la lotta armata per un proprio governo teocratico, opposto al governo teocratico dei rivali (o per il ritorno alla Libia – Jamairia – laica della rivoluzione verde di Gheddafi). Dalla caduta del regime di Gheddafi, cinque anni addietro, gli scontri non si sono mai fermati. Inoltre, almeno da due anni, si è trasferita in Libia una parte del network dell’isis, aggiungendo una nuova variante al quadro politico e militare preesistente.
In Siria le differenze e il conflitto di interessi tra segmenti di classe borghese si manifestano sotto forme religiose e nazionali, ovvero integralismo jahidista internazionale versus laicismo multi-confessionale dello Stato a guida del partito Baath (panarabo e socialista-nazionale ).

Partendo dunque da un sostrato di rivalità economiche di vecchia data, le varie frazioni borghesi libiche sono arrivate a una resa dei conti che ha portato alla defenestrazione del regime di Gheddafi (che in un certo qual modo aveva, fino a quel punto, governato il conflitto di interessi interno alla borghesia libica, evitando che sfociasse in scontro armato diretto e palese). Il regime change è avvenuto in concomitanza con due fattori esterni alle dinamiche di frazione della borghesia libica (e siriana), anche se poi questi fattori hanno contribuito ad accelerare il salto di qualità del conflitto di frazione, innalzandolo al livello dello scontro armato. Il primo fattore è l’aggravamento ciclico delle difficoltà dell’economia capitalistica mondiale, con le sue ripercussioni sul proletariato libico in termini di ulteriore impoverimento e di crescita dell’esercito industriale di riserva (la massa di disoccupati senza riserve patrimoniali a perdere). Questa popolazione proletaria di riserva rappresenta un pericolo per l’ordine sociale borghese, ma al contempo una opportunità per la borghesia. L’opportunità di avere una massa di manovra strumentalizzabile e inquadrabile al proprio servizio, sotto le bandiere nazionali e religiose. Parliamo di milizie armate composte prevalentemente da proletari, scagliate contro altre milizie armate ugualmente composte da proletari, da una borghesia desiderosa di regolare i propri conflitti economici di frazione (ad esempio fra rendita e profitto), e di eliminare in tal modo anche la forza-lavoro in eccesso (superflua per il ciclo produttivo del capitale, e pericolosa dal punto di vista dell’ordine sociale). Il secondo fattore, operante in Libia come in Siria, è la strategia di dominio definita ‘regime change’, prevalentemente utilizzata dal blocco capitalistico americano con lo strumento del caos. Se non piace il termine caos, possiamo utilizzare la seguente definizione ‘sapiente arte di sfruttare a proprio vantaggio le contraddizioni sorte in seno alle altrui borghesie’.
Chiamiamolo pure come ci pare, la sostanza resta la stessa, ed è quella di uno strumento di politica internazionale finalizzato alla disgregazione degli stati preesistenti, attraverso l’inserimento nelle lotte di frazione delle varie borghesie nazionali (e poi alla loro successiva ricomposizione in senso favorevole agli interessi americani). In ‘Chaos Imperium’, pubblicato nel dicembre 2015 sul sito, abbiamo sostenuto che è possibile constatare un incremento della tendenza alla rapina/espropriazione diretta di capitali più deboli da parte dei capitali più forti, sia su base economica internazionale (e questa è l’essenza del regime change/politica imperiale del caos), sia su base economica nazionale (la ‘normale’ concorrenza aziendale). Le potenti macchine militari degli stati imperialisti concorrenti, al servizio degli interessi preminenti delle rispettive borghesie nazionali (quindi delle loro frazioni più forti), si contendono innanzitutto le risorse energetiche presenti nelle varie aree del globo, e in secondo luogo le loro vie di distribuzione.
Non ci sono molte alternative o possibilità di patteggiamento, il controllo delle risorse energetiche e delle loro vie commerciali è un fatto di cruciale importanza (per la sopravvivenza di un aggregato di potenza capitalistico, in quanto sistema interconnesso, e funzionale, fra una struttura economica e una sovrastruttura politico-statale). In libia il blocco imperiale americano e i suoi vassalli europei hanno portato quasi a segno il colpo del regime change, perché, al netto della persistente frammentazione politico-militare del territorio in varie milizie islamiste, e della conseguente difficoltà di rapportarsi a molti interlocutori spesso in conflitto, per definire e negoziare il giro di affari petrolifero, America e vassalli sono comunque riusciti a tenere fuori dai giochi il blocco avversario russo-cinese (mentre in Siria tale esclusione non è stata possibile).


Capitolo primo: dati numerici relativi alla situazione socio-economica libica

Sono facilmente reperibili sulla rete dei dati sulla situazione economica libica, passata e presente, tali dati vengono da noi utilizzati senza nessuna pretesa di feticismo statistico-matematico. Abbiamo affrontato in un precedente lavoro teorico dal titolo ‘Scienza, tecnologia e apparato militare-industriale’, le variegate illusioni che si nascondono dietro l’ingenua esaltazione scientista dei metodi matematico-statistici. Nella nostra metodologia di analisi i dati numerici e la documentazione storica sono un mezzo importante per supportare un ragionamento politico, il quale è lo scopo dell’utilizzo dei dati e della documentazione. Ancora più importante, tuttavia, è la capacità di argomentare perché certi dati dovrebbero confermare una specifica ipotesi invece di un altra, a tal fine è decisiva la possibilità di impiegare un quadro di raccordo fra i dati reperiti da varie fonti di documentazione. Bisognerebbe tentare di vagliare le fonti documentarie e i documenti ivi reperiti con discernimento e acume politico, ben consapevoli dell’inquinamento ideologico presente già alla fonte dei canali informativi più diffusi. Fatte queste premesse metodologiche, passiamo a considerare taluni aspetti della economia libica nell’orizzonte prospettico degli ultimi cinque anni.
Innanzitutto l’interscambio commerciale con il partner economico italiano è tuttora al primo posto (nella graduatoria del partenariato internazionale). L’Italia ha assorbito solo nel 2012 quasi la quinta parte dell’export libico, e al contempo ha rappresentato il punto di partenza del 10% delle importazioni libiche. I prodotti che l’Italia importa dalla Libia sono fondamentalmente di tipo energetico (gas e greggio), mentre l’export riguarda prevalentemente attrezzature industriali e materiali edili. Le aziende italiane pubbliche e private presenti in Libia operano in prevalenza nei settori dell’impiantistica industriale, dei servizi collegati al settore petrolifero, delle costruzioni e dell’ingegneristica. A confronto con il periodo precedente l’anno 2011 ( inizio del regime change), si è verificato un calo del 30% dell’attività delle aziende italiane (innanzitutto per l’impossibilità di avere interlocutori commerciali libici stabili e quindi affidabili). La Libia è divisibile (storicamente) in tre regioni principali; ad est la Cirenaica, a nordovest la Tripolitania, e nel sudovest il Fezzan. Il meridione contiene buona parte delle riserve di acqua e di energia, e quindi è verosimile sostenere che chi controlla questa area influenza anche il corso degli eventi nelle restanti aree libiche. Dal sud della Libia (Fezzan e Kufra) parte l’acquedotto più grande del mondo, due canali paralleli, quasi quattromila km di percorrenza, per un totale di sei milioni giornalieri di metri cubi di acqua convogliati da sud verso nord. Lungo le coste della Libia troviamo i terminali petroliferi e i metanodotti, e infatti in questa area geografica sono dislocate le principali attività economiche dei ‘partner’ commerciali stranieri. I giacimenti principali di petrolio e gas sono cinque, Murzuq (nel Fezzan), Ghadames/Berkine nel deserto della Tripolitania, Kufra nel sud della Cirenaica, Sirte (nella zona costiera).
Il sud della Libia è da considerare con attenzione, sia per la presenza di risorse energetiche e di acqua, sia per la presenza di popolazioni tuareg transnazionali, restie ad accettare un autorità esterna, favorite in questo da un territorio aspro e ostile, refrattario (storicamente) ad efficaci interventi di eserciti esterni. Nel 2011, sotto la spinta dei fattori prima individuati (crisi economica internazionale e conseguente regolamento di conti interno alla classe borghese libica, una classe dalle caratteristiche tribali-territoriali anzidette), si è aperto uno spazio di intervento militare per la potenza capitalistica francese, subito supportata dall’immancabile presenza inglese, e infine dall’inevitabile supervisione americana. Tale intervento ha favorito un rimescolamento dei rapporti di partenariato commerciale preesistenti, penalizzando in parte l’attore economico italiano (il quale ha comunque dovuto partecipare ai raid aerei in favore degli insorti anti-Gheddafi, ottemperando così agli obblighi verso gli alleati atlantici, anche in contrasto con i propri interessi capitalistici particolari). La rapidità degli eventi, collegata probabilmente a valutazioni di opportunità geo-politiche (ridotto peso specifico delle risorse energetiche libiche, significativa presenza militare di potenze capitalistiche concorrenti a favore degli insorti, inesistenza di significativi rapporti con le fazioni ribelli, situazione militare senza futuro per le forze pro-Gheddafi), hanno spinto la Russia ad accantonare ogni azione di contrasto militare alle strategie del ‘regime change’ perseguita dagli attori euro-atlantici prima menzionati. Dopo il 2011 si sono manifestate tre aree di potere-autorità al posto del precedente stato nazionale unitario: una in Cirenaica imperniata sulle città di Tobruk e Bengasi, l’altra in Tripolitania ( con base nella vecchia capitale Tripoli), e infine l’ultima nel sud (in realtà come forma di contro-potere delle popolazioni ivi residenti, in parte considerevole non arabe, in precedenza escluse dai proventi delle risorse petrolifere del proprio territorio). Dentro la cornice di questa tripartizione economico-politica, si sono poi dispiegate le lotte di interessi e gli ulteriori frazionamenti fra gruppi territoriali, sotto le bandiere dell’appartenenza religiosa e tribale. Come già accaduto in Siria, una discreta rete di potenze capitalistiche vicine e lontane è intervenuta nel caos libico per promuovere e favorire i propri interessi particolari. Tuttavia il grado di frammentazione del potere e le interminabili lotte fra fazioni opposte, sta rendendo complesso l’obiettivo iniziale (dei vari attori esterni) di trarre un vantaggio economico concreto dal ‘regime change’ in salsa libica. Possiamo sintetizzare l’aspetto fenomenico assunto dalla vicenda libica, con l’immagine di un intreccio di scontri fra attori locali, variamente appoggiati da soggetti internazionali attraverso interventi militari diretti o supporti indiretti. Lo scopo di tale forsennata rappresentazione, neanche troppo nascosto, è un puro calcolo di potere comune a tutti gli attori (locali e non locali) operanti sulla macabra scena del contemporaneo teatro libico.

 

 

Capitolo secondo: Non equidistanza, ma estraneità alla natura di classe (borghese) degli attori impegnati nel confronto/scontro imperialistico

Una delle ricorrenti (e vane) obiezioni rivolte a chi come noi analizza il teatro mediorientale, tentando di demistificare le ragioni ufficiali della contesa militare, per mostrarne la vera natura di lotta per il potere fra fratelli coltelli borghesi, è quella di essere fintamente equidistanti, e di parteggiare, invece, per uno dei giocatori. Tale obiezione, generalmente, proviene da tre tipi di soggetti. Il primo soggetto, probabilmente anche il più numeroso, è costituito da coloro che vedono univocamente incarnato nell’America il demone dell’imperialismo (come se gli altri attori presenti sulla scena non fossero ugualmente espressione di società capitalistiche). Il secondo tipo di soggetto è il riflesso speculare del primo, infatti nella sua obiezione si ritrova rovesciata le stessa logica morale che attribuisce il bene a una parte (in questo caso l’America), e il male all’altra parte (cioè ai concorrenti capitalistici russo-cinesi). Il terzo tipo, infine, rappresenta una evoluzione parossistica della incapacità di comprendere che le varie sigle che usano la bandiera dell’integralismo, lungi dall’essere un fenomeno antimperialista, sono in realtà funzionali alle diverse e concorrenti mire imperialistiche dei fratelli coltelli borghesi. Noi non siamo dunque equidistanti dalle parti in lotta, poiché nessun metro di misura può quantificare la distanza fra una forza politica proletaria e i suoi avversari sociali borghesi; fra i due piani di realtà esiste solo un rapporto di trascendenza ed estraneità (essendo il partito, al contempo, l’anticipazione di un nuovo tipo di società e il ponte di memoria con il passato comunista della specie umana). L’attività di analisi dello scontro interno alla classe borghese mondiale ha lo scopo teorico di prevedere le sorti del conflitto, in vista dell’esigenza pratica di indicare le più adeguate linee di azione politica in presenza di alcuni specifici esiti dello scontro. La sconfitta di un apparato statale borghese, a mezzo della potenza militare di un altro apparato statale borghese, può/potrebbe determinare dei processi di indebolimento (in un certo spazio-tempo sociale) del grado di controllo (sul proprio proletariato) da parte della borghesia sconfitta (e quindi del suo apparato statale). Abbiamo a supporto di questa ipotesi alcuni esempi storici documentati (comune di Parigi, ottobre rosso, comune di Varsavia 1944…). Poniamo che le maggiori cause determinanti (oggettive) che fungono da tendenza e controtendenza all’inasprimento dello scontro di classe, siano racchiuse tutte nello stesso contenitore sociale. Vogliamo dire che la causa determinante ‘oggettiva’, spingente verso l’incremento del conflitto di classe, è la stessa natura oppressiva e sfruttatrice del capitalismo. In parole povere la società capitalistica stessa è la ragione del conflitto, e tuttavia a fronte di questa spinta al conflitto, la stessa società oppone come controtendenza (ugualmente oggettiva) la violenza (latente o cinetica) della propria attrezzatura statale di oppressione, e la pervasività della propria ideologia (in cui l’esistenza è raffigurata come un naturale ciclo di dominazione e sottomissione di certi uomini da parte di altri uomini, similmente allo stato di natura descritto da Hobbes, in cui l’individuo o il gruppo vincente gode dei frutti del bottino conquistato nella lotta per l’esistenza).   Possiamo dunque sostenere che esiste una base ricorsiva capitalistica, intesa come un equilibrio fra tendenze e contro-tendenze di tipo strutturale-economico e sovra-strutturale politico-culturale, che ordinariamente stabilizza il conflitto proletario verso il grado zero. Tuttavia la contesa fra fratelli coltelli, e sopratutto gli esiti della lotta imperialista fra blocchi o singole nazioni, possono aprire spiragli di modificazione nel grado zero ricorsivo del conflitto sociale, proprio perché la percezione di un apparato statale sconfitto è un dato oggettivo che modifica il precedente quadro delle tendenze e contro-tendenze. Dunque è in relazione al grado possibile di sviluppo del conflitto di classe che si giustifica, in definitiva, la nostra analisi degli scontri inter-imperialistici. In Siria, l’abbiamo già detto nelle pagine precedenti e in altri articoli presenti sul sito, si delinea una netta battuta di arresto della strategia imperiale americana. La situazione militare ad Aleppo, nella regione di Damasco e in diverse altre aree volge ormai al peggio per le milizie più o meno moderate (sostenute da determinate potenze statali, al solo scopo di favorire gli interessi delle proprie borghesie). La potenza capitalistica che più ha puntato sulla caduta di Assad è l’America, e quindi è su di essa che ricade il prevedibile danno di immagine della mancata caduta, della riconquista di molte città e territori da parte del SAA, della intrusione in armi del rivale russo, e infine della perdita di un bottino prezioso di risorse energetiche (metano, petrolio e relative vie di trasporto). I giochi non sono ancora conclusi, è vero, tuttavia è improbabile che il quadro delineatosi dopo l’intervento russo del settembre 2015 possa cambiare significativamente (a meno di non mettere nel conto un apocalittico innalzamento del confronto/scontro fra i blocchi concorrenti della classe borghese globale).

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