Appunti sulla questione dell’interdipendenza fra struttura economica e sovra-struttura politico-statale

Nota redazionale: spinti dalle richieste di ulteriori chiarimenti da parte di alcuni lettori, ritorniamo ancora una volta a scrivere dei brevi appunti sulla ‘vexata quaestio’ del rapporto fra economia e stato. L’argomento è stato già affrontato in modo ampio in ‘Chaos Imperium’, un lavoro messo in rete nel dicembre 2015. Dalle tematiche trattate in quel testo ha poi preso spunto una riunione pubblica, nella nostra sede di Schio, alla fine di dicembre 2015. Gli appunti che ci accingiamo a presentarvi nascono, dunque, anche dal dibattito avvenuto in occasione di quella riunione pubblica.

Appunti sulla questione dell’interdipendenza fra struttura e sovrastruttura

La questione del rapporto fra stato e capitale è complessa, se con il termine ‘capitale’ vogliamo intendere la struttura economica, ovvero il modo di produzione specifico della nostra epoca borghese, il termine ‘capitale’ in un certo modo semplifica, ma al contempo banalizza la complessità di questo modo di produzione. In modo specifico, sostenere che il capitale è un soggetto che governa lo stato, ci conduce verso una proposizione priva di dimostrabilità sul piano dei dati storici conosciuti, e anche non supportata dai testi di Marx, Engels, Lenin e della corrente ( Ovviamente nel loro utilizzo i testi vanno letti e citati nel modo più ampio e completo possibile, quindi la loro esegesi non è un problema da sottovalutare. In ogni caso esiste una interpretazione che si ferma alla lettera, mentre c’è una interpretazione che cerca di cogliere lo ‘spirito’, quindi il senso complessivo di un testo. Ipotizziamo pure che ci sia una singola riga dove trovi conferma una proposizione in contrasto con il senso generale di un testo; cosa facciamo, privilegiamo quella riga o facciamo riferimento al senso complessivo delle pagine cui quella riga è inserita?). Capitale autonomo, o forse autistico ? Eppure, se vogliamo, perfino al livello economico-aziendale contabile (partita doppia, bilancio, stato patrimoniale) il termine ‘capitale’ può essere scisso in capitale costante (strumenti di lavoro) e capitale variabile (forza-lavoro e plus-lavoro incorporato nelle merci). Un altra definizione dualistica, che tende tuttavia ad oscurare la capacità valorizzatrice del capitale variabile (o capitale vivo, alias forza lavoro umana), è quella di capitale fisso e capitale circolante (definizione che fa riferimento alla durata degli investimenti aziendali, o meglio al ciclo temporale di ritorno del capitale investito: pluriennale= capitale fisso, annuale/infra-annuale=capitale circolante). Allora, quando si sostiene l’autonomia del capitale dallo stato, si deve poi essere consapevoli di postulare l’inesistenza di relazioni dialettiche fra la struttura economica capitalistica ( in sintesi espressione del rapporto fra capitale morto e capitale vivo, definiti anche semplicemente capitale e lavoro salariato) e la sovrastruttura politico-statale capitalistica. Bene, se vogliamo sostenere che la struttura economica è un assoluto, quindi un ente libero da ogni forma di condizionamento, o di interdipendenza con gli effetti che in quanto ente ha posto in essere, siamo autorizzati a farlo da illustri precedenti. Infatti anche Leibniz teorizzava enti di questo tipo, monadi senza porte e senza finestre, dunque potrebbe essere interessante scoprire che anche oggi ci sono dei degni continuatori della sua filosofia. Tuttavia i testi dei nostri ‘autori di riferimento’ (Marx, Engels, Lenin, e infine i testi della nostra corrente marxista) ripetono sovente che la dialettica è il movimento reale delle cose, e quindi gli enti reali (siamo indotti a concludere) non dovrebbero essere delle monadi, ma viceversa le parti di un tutto, composto da intrecci di relazioni dinamiche, mutevoli, divenienti. Dunque ci chiediamo perché, soprattutto se la nostra conclusione risultasse fondata, la dialettica non dovrebbe valere anche per comprendere la relazione, o meglio l’interazione, fra stato e modo di produzione capitalistico (di cui il capitale costante è un elemento), e quindi, in altre parole la relazione/interazione fra la sovrastruttura e la struttura? Ad esempio Engels, in ‘Origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato’, ritiene che la genesi dello stato sia collegata alla divisione della società in classi economiche antagoniste, e al bisogno ‘esistenziale’ della classe dominante di avere uno strumento di violenza (lo stato) per conservare il proprio potere e continuare ad opprimere la classe dominata. Il capitale, o meglio il modo di produzione capitalistico, (inteso come espressione del rapporto fra classi sociali economicamente antagonistiche) non può dunque autonomizzarsi (ovvero rendersi indipendente) dallo strumento di oppressione statale: strumento da cui dipende (in parte) la sua sopravvivenza, cioè la sua vita, intesa come rapporto di dominazione e sfruttamento (appropriazione di plus-lavoro). Il dominio, dunque l’esistenza, la vita stessa della classe sociale borghese, si manifesta (storicamente e fenomenicamente) su un piano strutturale economico, e su un conseguente e necessitante (cioè funzionale) piano politico-sovrastrutturale (lo stato borghese). Se i due piani sono in realtà simbioticamente interdipendenti, allora quale senso ha parlare di autonomia di uno dei due rispetto all’altro? D’altronde la preminenza della struttura rispetto alla sovra-struttura (preminenza da noi riconosciuta), non ha il significato di separazione e indipendenza implicito nel termine ‘autonomia’ (ci verrebbe inoltre da chiedere se questa ‘autonomia’ del capitale è connaturata, quindi esiste fin dalle origini della formazione economico-sociale capitalistica, oppure si palesa solo in una certa fase di sviluppo successivo, a questi misteri affascinanti vedremo più avanti di dare una risposta). Il piccolo dettaglio da non dimenticare è racchiuso nel dato inconfutabile che sia la struttura economica che la sovrastruttura statale, anche nelle loro differenze di ruolo e di preminenza, sono comunque delle funzioni al servizio della volontà di dominio/esistenza della classe sociale borghese. D’altronde il difetto insito nelle letture economicistiche sta proprio nel non avvedersi che dietro le grandezze economico-contabili capitalistiche ( ad esempio capitale, merce, denaro…) si celano dei rapporti storici fra classi sociali formate da uomini, dei rapporti di dominazione e sfruttamento di una classe su un altra; rapporti resi possibili, in ultima istanza, anche dal monopolio statale della violenza. In definitiva dobbiamo intendere lo stato come potenza, ovvero violenza organizzata e condensata stabilmente nella sovrastruttura statale, nei suoi organi di controllo e repressione (come polizia, esercito, magistratura) nell’interesse della classe sociale dominante (e quindi, in questo senso preciso, anche del suo modo di produzione).
Indubbiamente il grado di sviluppo di una economia industriale, componente importante della struttura economica di una società borghese, è una precondizione elementare per dotare l’esercito dello stato-nazione di strumenti d’arma avanzati, quindi in grado di offrire adeguate prestazioni nei combattimenti di tipo offensivo e difensivo. Tuttavia, se non esistesse una sovrastruttura statale nazionale, dotata di una macchina da guerra destinata ad impiegare la produzione di armamenti ( realizzata dalla struttura economico-industriale nazionale), quella produzione industriale potrebbe solo essere venduta (come a volte accade) ad altri eserciti. Ma nel medio-lungo periodo, una nazione priva di un esercito armato adeguatamente non potrebbe difendersi con successo dalle mire di altre nazioni borghesi (i fratelli coltelli), diventando quantomeno succube e vassallo di potenze di scala superiore (non è forse questo, schematizzando, il caso dell’Europa?). Spiegandoci meglio, vogliamo dire che se non esistono le condizioni (di tipo storico e politico) per collegare la vita della propria economia (per quanto potente) ad una adeguata macchina da guerra, anche l’autonomia di questa economia viene compromessa (come ad esempio nel caso dell’Europa, gigante economico e nano politico).
Abbiamo già affrontato in altra sede (cioè in ‘Chaos Imperium’) l’obiezione alle nostre tesi sull’importanza internazionale dei moderni blocchi economico-militari concorrenti, imperniati sulla posizione dominante di un certo complesso militare-industriale (russo o americano) adeguatamente supportato da un apparato tecnico-scientifico funzionale; ricordiamo solo che all’epoca l’obiezione era sostenuta dalla presunta ‘novità’ delle imprese multinazionali, transnazionali et similia, in una sorta di neo-kautskismo di ritorno, che configurava l’apparizione di un super-governo unico del capitale finanziario-bancario mondiale (in analogia con le teorie del nuovo ordine mondiale). Una risposta, anche se parziale al teorema neo-kautskiano, consiste nel ricordare che l’impresa aziendale capitalistica, sebbene multinazionale o transnazionale, presenta sempre, storicamente, un centro prevalente di interessi (inteso in termini di capitale investito e suo grado di redditività) in una certa economia nazionale, o semplicemente in una certa area geo-economica multinazionale (ma anche in questo ultimo caso la polarizzazione/attrazione multinazionale/geo-economica di un capitale aziendale, implica una precisa interdipendenza con un certo gruppo di stati-nazione e non la sua autonomizzazione, sic et simpliciter, da ogni stato-nazione).
In ‘Inflazione dello stato’ si descrivono le cause socio-economiche fondamentali che sospingono verso il rafforzamento delle maggiori attrezzature statali contemporanee, in parallelo con i fenomeni economici di concentrazione e centralizzazione dei capitali. I super stati imperiali dei nostri giorni, al servizio delle strategie di potenza delle diverse borghesie in lotta fra di loro per il controllo delle risorse energetiche e delle vie commerciali, sono o non sono un fattore di cruciale importanza per garantire alle rispettive strutture economiche nazionali (impropriamente definite capitale autonomo), di continuare il proprio ciclo economico (sebbene in accordo di interessi economici e politici con altre strutture economiche capitalistiche)? In sinergia di interessi e alleanza con altre economie nazionali, le due maggiori potenze economico-militari capitalistiche dei nostri tempi (Russia e America) si contendono le sorti geopolitiche del mondo, dimostrando con i fatti la validità della proposizione che sostiene l’interdipendenza dialettica fra struttura e sovrastruttura. Il ‘capitale'(inteso come aspetto di un modo di produzione) è importante e preminente, certo, ma esso è nulla se non sa investire e trasformare la ricchezza economica (ottenuta nel ricorrente ciclo di appropriazione di plus-lavoro/plus-valore) nella costruzione della spada più affilata e dello scudo più solido, a difesa degli interessi della classe sociale che in questo modo di produzione occupa una posizione dominante di parassitismo.
Lo stato borghese, dunque, come riserva dell’energia di dominio della classe capitalistica, quindi come condensazione della sua potenza/capacità di controllare, reprimere e punire la classe sociale oppressa e antagonista, e inoltre di affrontare in battaglia o su basi negoziali le borghesie avversarie (per conquistare il bottino residuo di plus-valore e il controllo delle risorse energetiche e delle vie commerciali), è funzionalmente integrato (in quanto sovrastruttura) nella vita della struttura economico-sociale capitalistica. Tradotto ulteriormente, un complesso militare-industriale, adeguatamente supportato da un efficiente/efficace apparato tecnico-scientifico, proteso verso la difesa dai nemici interni (il proletariato) ed esterni (le borghesie concorrenti) della propria società di classe, rappresenta il piano sovrastrutturale di un sistema (cioè la società di classe) che ingloba anche una struttura economica.

Questa articolazione di eventi e di relazioni, di funzioni e di ruoli, inseriti nel quadro di un sistema socio-economico (per l’appunto il sistema capitalistico) dovrebbe impedire di produrre formule teoriche troppo schematiche, tendenti a cristallizzare le parti funzionali di un sistema, separandole e autonomizzandole dalla loro fondamentale caratteristica, cioè l’interconnessione dialettica. In altre parole l’obiettivo è la limitazione dell’uso di formule apodittiche, nate da precedenti sofismi (utilissime come slogan, ma poco appropriate a descrivere la complessità della società reale).

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