Riforma del senato, referendum, imposture e illusionismo

Riforma del senato, referendum, imposture e illusionismo

Dedichiamo per la prima volta qualche riflessione al tema della riforma del senato, spinti dalla vicina scadenza referendaria (un passaggio obbligato quando una legge approvata dal parlamento modifica il contenuto di una precedente norma costituzionale). Lo stato dell’arte è il seguente; il referendum confermativo si svolgerà entro la fine del 2016, e dal suo esito dipenderà, molto probabilmente, la vita del governo Renzi (ed eventuali elezioni politiche anticipate). E’ strano constatare come la ‘riforma del senato’, fra le varie ‘riforme’ messe in cantiere dall’attuale team governativo, in effetti quella meno legata alla vita reale e agli annessi peggioramenti economici, possa determinare la fine anticipata della legislatura. Il problema è semplicemente di opportunità politica, nel senso che gli stessi aggregati di interessi ‘forti’ che hanno ottenuto il massimo vantaggio possibile dalle riforme varate dal governo Renzi e dall’attuale maggioranza parlamentare, sanno che è giunto il momento di cambiare gli attori sulla scena. Dopo tre anni di stangate che hanno impoverito ulteriormente larghe fasce sociali, toccando ad esempio con l’ascia del jobs act e della ‘buona scuola’ le condizioni reali di lavoro, aumentando i livelli di precarietà e di sfruttamento, si impone dunque un ricambio di personale amministrativo (in effetti i politici borghesi decidono molto poco, e dunque li definiamo per questo motivo semplici amministratori di un sistema socio-economico di cui devono rispettare le ‘compatibilità’). Il futuro parlamento, e dunque il futuro esecutivo, potranno riprendere l’attività di amministrazione – eterodiretta – degli interessi capitalistici, partendo dalle conquiste ‘riformatrici’ ottenute nella precedente legislatura (guardandosi bene dal rivederle). Il malumore e lo scontento popolare non sarà diretto verso i nuovi attori politici, almeno inizialmente, non essendo essi gli autori nominali delle leggi approvate nell’era renziana. Viene in mente il romanzo dal titolo ‘Il gattopardo’, e dunque il vecchio trucco del dare l’impressione di cambiare tutto, per non cambiare nulla. Se il sistema di dominio borghese non avesse sviluppato un efficace apparato di mistificazione e illusionismo, dovrebbe continuamente fare ricorso alle maniere forti, e invece con l’abile mascheratura democratico-parlamentare riesce a depotenziare (parzialmente) l’opposizione di classe del proletariato. Il voto e la scheda elettorale sono gli strumenti con cui si esprime (in parte) la potenza illusionista della classe dominante, una potenza che attraversa tutti gli ambiti della vita sociale (mode, abitudini di consumo, modelli di vita preconfezionati, senso della vita). Null’altro, in fondo, che Il riconoscimento della validità del vecchio concetto: le idee dominanti sono quelle della classe dominante. Realtà di un concetto da cui discende che (principalmente) nell’avanguardia proletaria militante nel partito comunista, può svilupparsi una coscienza libera dall’illusionismo dominante nel resto della società. Alcuni rinomati maestri di pensiero ‘marxista’, pur riconoscendo che la democrazia parlamentare non consente realmente di far decidere alcunché agli elettori, sostengono tuttavia che il proletariato non dovrebbe rinunciare alle opportunità offerte dal regime democratico, come ad esempio la libertà di stampa e di associazione. Sfugge, in questo ragionamento di apparente buon senso e pragmatismo, che i diritti di associazione e di stampa, concessi dalla classe borghese e comunque legati alla sua lotta ideologica contro l’ancien régime feudale, sono validi e consentiti solo fino a quando il conflitto di classe non minaccia troppo lo status quo. In caso contrario essi vengono revocati, e l’apparato statale si toglie, o meglio è costretto a togliersi, la mascheratura democratica, per rivestire i panni della dittatura poliziesca (come extrema ratio per preservare una certa organizzazione della società). Dunque, il punto debole del ragionamento di chi invoca l’importanza di tenersi stretti i diritti di stampa e associazione, sta nel non ricordare che l’esistenza di tali diritti non dipende dal fatto di essere apprezzati o rifiutati da un gruppo politico marxista o da chiunque altro, ma dalle condizioni contingenti del conflitto di classe. Se il conflitto di classe proletario stagna e rifluisce nell’inazione, perché la borghesia dovrebbe ricorrere alle maniere forti? Se gli scioperi, i picchetti, le forme di antagonismo sui luoghi di lavoro e nel resto della società, non presentano un livello preoccupante (e quindi una minaccia reale) per la continuità della dominazione della classe dominante, perché questa classe dovrebbe abolire la stampa e le associazioni proletarie? Il regime politico statale borghese mira semplicemente a conservare il potere della classe sociale dominante, utilizzando i mezzi adeguati alle circostanze (del conflitto di classe). La dominazione di una classe su un altra, tuttavia, è sempre di natura violenta, sia che si tratti della prevalente violenza potenziale/latente dei regimi democratici, sia che si tratti della prevalente violenza attualizzata/cinetica dei regimi totalitari-polizieschi. I due regimi politici borghesi (democratico o totalitario) sono diversi solo in merito alla prevalenza, maggiore o minore, dell’uso della coercizione e della repressione o della trattativa e della negoziazione (in quanto entrambi ne fanno impiego). Il referendum sulla riforma del senato sarà dunque, tornando al tema iniziale, il pretesto formale per consentire alla borghesia di cambiare la figura dell’amministratore delegato dei suoi interessi, andando alle elezioni anticipate (dopo la prevedibile sconfitta referendaria di Renzi) e rinnovando la legislatura (ironia o crudeltà della sorte: dopo avere ottenuto tutto quello che poteva ottenere dal cosiddetto rottamatore Renzi, la borghesia si prepara con tutta evidenza a rottamarlo). Sic transit gloria mundi. Considerazioni finali: anche in questo prevedibile percorso degli eventi politico-parlamentari dei prossimi mesi è operante la regola (ciclica) precedentemente ricordata. I regimi sociali di oppressione di una classe sociale a danno di altre classi, sono costretti a ricorrere a svariati stratagemmi politici per conservare inalterata la sostanza del regime di oppressione. Coercizione e repressione o trattativa e negoziazione sono dei puri strumenti, impiegati dalla borghesia contemporaneamente o alternativamente, in base alle circostanze storiche reali del conflitto di classe, per ottenere la subordinazione del proletariato al proprio comando. Nella fattispecie politica contingente italiana si delinea un ricambio funzionale del personale addetto all’amministrazione politico-parlamentare (del sistema capitalistico), perché sul piano del gradimento della cosiddetta opinione pubblica, l’attuale maggioranza parlamentare e l’annesso esecutivo (dopo tre anni di riforme/stangate) hanno ormai compromesso la propria immagine nuova e accattivante.

Ormai bruciati (nell’immaginario di massa) dall’oneroso compito legislativo assegnatogli dall’economia capitalistica, l’attuale maggioranza parlamentare e l’esecutivo devono lasciare il passo a nuovi attori più adatti a prolungare nel tempo la potenza illusionistica della classe dominante. In fondo sono dei veri e propri gattopardi questi borghesi, sapientemente capaci di centellinare e dosare gli strumenti di violenza (latente/potenziale o cinetica/attuale) e di impiegare gli amministratori politici più appropriati alle circostanze del conflitto sociale, pur di conservare inalterato (con le buone o con le cattive maniere)  il proprio sistema di oppressione sociale.

 

Postilla

La riforma del senato (pur compresa nel quadro politico generale delineato in questo articolo) è purtuttavia (nel suo contenuto normativo, avente per scopo il de-potenziamento delle prerogative di uno dei due rami del parlamento) una tappa formale del processo tendenziale di rafforzamento dell’esecutivo ( a discapito del parlamento), e del conseguente sveltimento dei meccanismi decisionali dell’amministrazione politico-statale. Abbiamo spesso rimarcato, negli ultimi anni, dalle pagine di questo sito, le varie determinanti socio-economiche che spingono il corso storico verso il rafforzamento degli stati borghesi. Si rimanda quindi, per un analisi più dettagliata, alla recente ripubblicazione di ‘Inflazione dello stato’ e alla nota redazionale introduttiva.

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