Novità in materia di cassa integrazione: il nuovo che avanza come rincorsa al peggio

Novità in materia di cassa integrazione: il nuovo che avanza come rincorsa al peggio

La cassa integrazione è incamminata sulla strada della rottamazione, come vari altri ammortizzatori sociali è destinata rapidamente a cambiare nome e sostanza, questo avviene sotto l’urto del movimento economico-sociale capitalistico reale (quello che abolisce le precedenti concessioni riformiste, legate al ciclo espansivo, per aumentare il grado di sfruttamento e di oppressione del proletariato). Il lamento delle maggiori organizzazioni sindacali (in molti casi) esprime in modo riflesso il malessere generale dei lavoratori dipendenti (danneggiati, questi ultimi, dalla raffica letale di ‘riforme’ governative peggiorative delle condizioni retributive e di lavoro preesistenti). In effetti il lavoro salariato, il lavoro dei proletari in quanto tale, è l’espressione di condizioni permanenti (strutturali) di oppressione sociale e di violenza di una classe sociale ai danni di un altra classe sociale. Quando il marxismo parla di struttura economica capitalistica, si riferisce alla relazione reciproca fra le principali variabili economiche (capitale e lavoro salariato/lavoro morto e lavoro vivo). Questa relazione sottintende un piano continuo di violenza e di dominazione esercitato dalla classe borghese sul proletariato, e una conseguente risposta (altalenante) di subordinazione/antagonismo da parte della classe oppressa. La forza dei condizionamenti ideologici della classe dominante, e soprattutto la violenza cristallizzata (in potenza o in atto) nella sua macchina statale, aiutano a comprendere la persistente/prevalente subordinazione della classe oppressa. Dentro questo orizzonte sociale di dominazione di classe (di cui fa parte la inefficace, per ora, risposta del proletariato), si dispiegano le misure legislative dei governi e dei parlamenti borghesi (da essi definite, senza ironia, con il nome di riforme). Le riforme del lavoro, della scuola, degli ammortizzatori sociali, delle pensioni, e via riformando, sono dunque un segnale della persistente capacità della classe sociale dominante borghese di colpire il proprio avversario di classe proletario, di peggiorare le sue condizioni di esistenza e soprattutto di stringere ulteriormente sul suo collo il giogo parassitario dell’oppressione. Il 24 settembre 2015 è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il decreto attuativo delle modifiche normative introdotte dal Jobs Act; da quel momento è iniziata la fase di revisione della cassa integrazione ordinaria e straordinaria, e dei contratti di solidarietà. Vediamo nel dettaglio i principali cambiamenti in materia di ammortizzatori sociali: la cassa integrazione (ordinaria e straordinaria) è ora legata a una durata totale di 24 mesi (36 mesi per i contratti di solidarietà) nell’arco del quinquennio di mobilità. La nuova normativa prevede che non possano essere autorizzate delle ore di cassa integrazione ordinaria superiori ad un terzo del totale delle ore lavorate, da tutti i dipendenti, nel biennio di mobilità. La cassa integrazione straordinaria è ridotta dalla nuova normativa a 24 mesi nell’ipotesi di una riorganizzazione aziendale, mentre a 12 mesi nell’ipotesi di una semplice crisi aziendale. Anche in questo caso la durata della cassa integrazione è da mettere in relazione al perimetro temporale di un quinquennio.
In caso di cessata attività dell’impresa (o di un suo ramo), a partire dal 1 gennaio 2016 non è più prevista la cassa integrazione. Inoltre, dal settembre 2017 scatteranno delle ulteriori restrizioni del monte ore destinabile alla cassa integrazione straordinaria, con una limitazione del tetto massimo al numero di 24 mesi (nel quinquennio mobile). In materia di contratti di solidarietà si dispone che la durata degli ammortizzatori non possa superare i trentasei mesi (all’interno di un quinquennio), mentre prima il limite era fissato in 48 mesi. Anche l’importo dell’integrazione salariale è ridotto dalle nuove norme, che fissano un tetto massimo non superabile pari al 70% della retribuzione individuale.
Un aspetto ulteriore è dato dal maggiore carico contributivo previsto per le imprese che ricorrono alla cassa integrazione, e anche dal nuovo contributo per le imprese che utilizzano i contratti di solidarietà, mentre è previsto un calo dei con-tributi per le imprese che non fanno ricorso alla cassa.
Potremmo considerare questi ultimi dati normativi e tributari come l’espressione di una dinamica economica mirante a favorire le imprese più solide (che quindi non ricorrono agli ammortizzatori sociali), a discapito delle imprese che navigano in acque difficili (e quindi obbligate a utilizzare gli ammortizzatori). Non è il caso di meravigliarsi, infatti tali misure tributarie sono coerenti con la selezione naturale delle aziende più solide (e quindi vincenti sul mercato concorrenziale), e mirano ad accompagnare i ‘naturali’ processi di selezione capitalistica.
Dal primo gennaio 2016 inoltre viene disposto che la cassa integrazione ordinaria può essere concessa solo dalla sede INPS territoriale, esautorando di fatto le preesistenti commissioni territoriali formate da sindacati e imprese (e anche questo è un segnale del rafforzamento funzionale degli stati, che in una logica di sistema sono ‘obbligati’ a intervenire direttamente nei processi economici, in barba a ogni deregulation o autonomizzazione del capitale). Le maggiori organizzazioni sindacali sono consapevoli di essere sottoposte  a processi di esautoramento, e oppongono per ora una certa resistenza ai cambiamenti. La condizione sociale che rende, tuttavia, inutile e inefficace la protesta dei sindacati (contro l’esautoramento del proprio ruolo), è fondata nella passività diffusa fra i propri iscritti (e in più in generale fra i lavoratori dipendenti). In altre parole il livello di antagonismo della classe operaia è così basso (in parte anche a causa dell’opera ultra-decennale sindacati di ‘sistema’), che l’apparato politico-statale della classe dominante non ha neppure l’esigenza di ricorrere – come un tempo – all’impiego massiccio di organizzazioni sindacali intermediarie. Il recente accordo (agosto 2016) fra sindacati e confindustria, in merito all’utilizzo della cassa integrazione secondo le nuove direttive normative, è in fondo un tentativo da parte di questi soggetti di riprendere in mano una materia che viene progressivamente sottratta dall’apparato statale alle cosiddette parti sociali. In ogni caso tale accordo dovrà essere approvato e ratificato dal governo, in barba ad ogni autonomia assoluta dei soggetti che lo hanno firmato. Un tratto distintivo della persistente funzionalità (di queste organizzazioni sindacali) ai processi socio-economici capitalistici è dato dalla richiesta di investimenti produttivi di capitali. Questi investimenti dovrebbero attuarli le imprese private di concerto con i ministeri economici, al fine di rilanciare la produzione e l’occupazione di forza-lavoro.Tuttavia la distinzione fra investimento produttivo (economico-aziendale) e investimento improduttivo (speculativo – finanziario), semplicemente non ha senso dentro l’economia capitalistica, essendo il suo scopo di base la produzione di plus-valore attraverso l’appropriazione di plus-lavoro. Dunque se è vero che il plus-valore si realizza solo nella fase della produzione reale di beni e servizi, è anche vero che esso poi si suddivide fra le varie parti del capitale sociale complessivo, sotto forma di profitto, interesse e rendita (queste parti sono espressione delle varie funzioni della macchina sociale capitalistica). ‘Il capitalista che produce il plusvalore, cioè estrae direttamente dagli operai lavoro non retribuito e lo fissa in merci, è sì il primo ad appropriarsi questo plusvalore, ma non è affatto l’ultimo suo proprietario. Deve in un secondo tempo spartirlo con capitalisti che compiono altre funzioni nel complesso generale della produzione sociale, con i proprietari fondiari, ecc. Quindi il plusvalore si scinde in parti differenti. I suoi frammenti toccano a differenti categorie di persone e vengono ad avere forme differenti, autonome fra loro, come profitto, interesse, guadagno commerciale, rendita fondiaria, eccetera’. ‘ MARX ‘IL CAPITALE’ I. In questa fase putrescente della società borghese predomina l’elemento più intensamente parassitario, cioè il capitale finanziario. ‘Il capitalismo non poteva diffondersi ed ingrandirsi senza complicarsi, e separare sempre di più i vari elementi che concorrono al guadagno speculativo: finanza, tecnica, attrezzatura, amministrazione. La tendenza è che il massimo di margine, e di controllo sociale, si allontanano sempre di più dalle mani degli elementi positivi ed attivi e si concentrano in quelle degli speculatori, e del banditismo affaristico’. Imprese economiche di Pantalone. Pagina 67. La prevalenza di questo elemento è collegata ai processi storici di concentrazione e centralizzazione dei capitali, determinati dalla lotta concorrenziale fra aziende intesa come fattore di spinta verso l’ampliamento delle dimensioni aziendali (1) .Questa esigenza di ampliare le dimensioni aziendali, sotto la spinta della lotta per la concorrenza, viene favorita dalle banche, le quali raccolgono capitale monetario dai clienti depositanti/correntisti per poi concederlo in prestito alle imprese. Questa funzione di intermediazione creditizia delle banche produce denaro attraverso denaro, e diversamente dal ciclo economico mercantile capitalistico D-M-D’, non ha bisogno di scendere sul terreno degli investimenti produttivi ‘ Nel capitale mercantile propriamente detto, la forma D-M-D’, comperare per vendere più caro, si presenta allo stato più puro. D’altra parte, tutto intero il suo movimento si svolge all’interno della sfera della circolazione. Ma poiché è impossibile spiegare la trasformazione di denaro in capitale, cioè la formazione di plusvalore, con la circolazione stessa, il capitale mercantile appare cosa impossibile non appena si scambiano equivalenti…Quel che vale per il capitale mercantile vale a maggior ragione per il capitale usurario. Nel capitale mercantile gli estremi,- il denaro gettato sul mercato e il denaro aumentato sottratto al mercato – sono per lo meno connessi dalla mediazione della compera e della vendita, dal movimento della circolazione. Nel capitale usurario la forma D-M-D’ è abbreviata e ridotta agli estremi immediati D-D’, denaro che si scambia con più denaro; forma incompatibile con la natura del denaro e quindi inspiegabile dal punto di vista dello scambio di merci..’ .MARX ‘IL CAPITALE’ I. A fronte della contabilizzazione di un interesse passivo (costo) da erogare al cliente depositante, essa (la banca) contabilizza poi un interesse attivo (ricavo) verso i soggetti (famiglie/imprese) a cui ha concesso un finanziamento. I destinatari del finanziamento, a loro volta, sono tenuti a contabilizzare il costo per gli interessi passivi maturati sul capitale monetario ottenuto dalla banca. Nei testi di economia aziendale si legge che l’interesse è il frutto che spetta a chi presta un certo capitale, per un certo tempo, a un determinato tasso di interesse. La massa degli interessi calcolati nella sfera finanziaria del capitale, si nutre del plus-valore prodotto dal plus-lavoro nella sfera del capitale industriale (e una maggiore incidenza del costo per interessi passivi nel conto economico del bilancio aziendale, determina, già a livello contabile, una riduzione dell’utile d’esercizio annuale/profitto aziendale).

‘Il plus-lavoro determina il plus-valore, e da esso poi discendono variegate e differenti forme di appropriazione-spartizione rivolte a diverse categorie di persone che compiono altre funzioni nel complesso generale della produzione sociale; queste funzioni indispensabili al mantenimento del complesso generale della produzione sociale sono soprattutto quella commerciale-distributiva e quella creditizio-finanziaria. L’interesse prodotto da un capitale concesso in prestito, quindi l’attività di finanziamento delle imprese condotta dagli istituti di credito bancari e parabancari, rientra a pieno titolo nel novero della spartizione del plus-lavoro/plus-valore descritta da Marx. Può essere importante ricordare queste parti dell’opera di Marx, soprattutto in momenti come quello attuale, caratterizzati dalla enorme crescita del capitale finanziario e usurario, e quindi da un abnorme debito pubblico e privato (certamente abnorme rispetto a periodi storico-economici precedenti), per chiarire teoricamente che gli interessi spettanti al capitale finanziario-usurario, mercantile e fondiario, sono solo l’altra faccia del parassitismo del capitale industriale, cosiddetto ‘produttivo’, che si appropria senza requie del plus-valore, per mezzo dell’orrore civilizzato del sovraccarico di lavoro (2).
L’impulso alla crescita della produzione capitalistica, determinato dalla concorrenza fra i diversi capitali presenti sul mercato, abbisogna anche di mezzi finanziari presi in prestito, definiti nel conto patrimoniale delle imprese variamente con il nome di capitale di debito o di terzi, oppure con il nome di passività correnti e consolidate (in relazione alla scadenza dei debiti). Questa massa di debiti diventa comunque indispensabile, nel contesto concorrenziale dell’economia borghese, per investire in nuovi fattori produttivi e realizzare maggiori quantitativi di prodotto, in modo da ottenere -successivamente- maggiori ricavi di vendita e quindi maggiori entrate di denaro (denaro che dovrà essere ulteriormente reinvestito nella crescita del capitale aziendale per fronteggiare la concorrenza degli altri capitali, in un circolo virtualmente senza fine).’ Crisi del capitalismo: modelli di lettura e tendenze di sviluppo

(1).‘Se quindi da un lato l’accumulazione si presenta come concentrazione crescente dei mezzi di produzione e del comando sul lavoro, dall’altro si presenta come ripulsione reciproca di molti capitali individuali. Contro questa dispersione del capitale complessivo sociale in molti capitali individuali oppure contro la ripulsione reciproca delle sue frazioni agisce l’attrazione di queste ultime. Non si tratta più di una concentrazione semplice dei mezzi di produzione e del comando sul lavoro, identica con l’accumulazione. Si tratta di concentrazione di capitali già formati, del superamento della loro autonomia individuale, dell’espropriazione del capitalista da parte del capitalista, della trasformazione di molti capitali minori in pochi capitali più grossi. Questo processo di distingue dai primo per il fatto che esso presuppone solo una ripartizione mutata dei capitali già esistenti e funzionanti che il suo campo d’azione non è dunque limitato dall’aumento assoluto della ricchezza sociale o dai limiti assoluti dell’accumulazione. Il capitale qui in una mano sola si gonfia da diventare una grande massa, perché là in molte mani va perduto. È questa la centralizzazione vera e propria a differenza dell’accumulazione e concentrazione. Non è possibile qui dare uno svolgimento delle leggi di questa centralizzazione dei capitali ossia dell’attrazione del capitale da parte del capitale. Basterà un breve cenno sui fatti. La lotta della concorrenza viene condotta rendendo più a buon mercato le merci. Il buon mercato delle merci dipende, caeteris paribus, dalla produttività del lavoro, ma questa a sua volta dipende dalla scala della produzione. I capitali più grossi sconfiggono perciò quelli minori. Si ricorderà inoltre che, con lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, cresce il volume minimo del capitale individuale, necessario per far lavorare un’azienda nelle sue condizioni normali. I capitali minori si affollano perciò in sfere della produzione delle quali la grande industria si sia impadronita fino allora solo in via sporadica o incompleta. La concorrenza infuria qui in proporzione diretta del numero e in proporzione inversa della grandezza dei capitali rivaleggianti. Essa termina sempre con la rovina di molti capitalisti minori, i cui capitali in parte passano nelle mani del vincitore, in parte scompaiono… Nella misura in cui si sviluppano la produzione e l’accumulazione capitalistica, si sviluppano la concorrenza e il credito, le due leve più potenti della centralizzazione. Allo stesso tempo il progresso dell’accumulazione aumenta la materia centralizzabile, ossia i capitali singoli, mentre l’allargamento della produzione capitalistica crea qua il bisogno sociale, là i mezzi tecnici di quelle potenti imprese industriali, la cui attuazione è legata a una centralizzazione del capitale avvenuta in precedenza. Oggi quindi la reciproca forza d’attrazione dei capitali singoli e la tendenza alla centralizzazione sono più forti che mai nel passato. Ma anche se l’estensione relativa e l’energia del movimento centralizzatore sono determinate in un certo grado dalla grandezza già raggiunta dalla ricchezza capitalistica e dalla superiorità del meccanismo economico, ciò malgrado il progresso della centralizzazione non dipende affatto dall’aumento positivo della grandezza del capitale sociale. Ed è questo specificamente che distingue la centralizzazione dalla concentrazione,la quale non è che un’espressione diversa per indicare la riproduzione su scala allargata. La centralizzazione può avvenire in virtù di un semplice cambiamento nella distribuzione di capitali già esistenti, cioè di un semplice mutamento nel raggruppamento quantitativo delle parti costitutive del capitale sociale. Il capitale può crescere qua fino a diventare una massa potente in una sola mano, perché la viene sottratto a molte mani individuali. In un dato ramo d’affari la centralizzazione raggiungerebbe l’estremo limite solo se tutti i capitali ivi investiti si fondessero in un capitale singolo. In una società data questo limite sarebbe raggiunto soltanto nel momento in cui tutto il capitale sociale fosse riunito nella mano di un singolo capitalista o in quella di un’unica associazione di capitalisti. La centralizzazione completa l’opera dell’accumulazione mettendo in grado i capitalisti industriali di allargare la scala delle loro operazioni. Ora, che quest’ultimo risultato sia conseguenza dell’accumulazione o della centralizzazione; che la centralizzazione si compia in via violenta, cioè con l’annessione, nel quale caso certi capitali diventano per altri centri di gravità così preponderanti da spezzarne la coesione individuale e da attirare poi a sé i frammenti singoli, o che avvenga la fusione di una quantità di capitali già formati oppure in formazione, in virtù di un procedimento più blando, cioè della formazione di società per azioni, l’effetto economico rimane lo stesso. La cresciuta estensione degli stabilimenti industriali costituisce dappertutto il punto di partenza di una più ampia organizzazione del lavoro complessivo di molti, di uno sviluppo più largo delle loro forze motrici materiali, ossia di una progredente trasformazione di processi di produzione isolati e compiuti secondo consuetudini, in processi di produzione combinati socialmente e predisposti scientificamente.
Ma è chiaro che l’accumulazione, il graduale aumento del capitale mediante la riproduzione che dalla forma di circolo trapassa in quella di spirale, è un procedimento lentissimo a paragone della centralizzazione la quale non ha che da mutare il raggruppamento quantitativo delle parti integranti del capitale sociale. Il mondo sarebbe tuttora privo di ferrovie, se avesse dovuto aspettare che l’accumulazione avesse messo in grado alcuni capitali individuali di poter affrontare la costruzione di una ferrovia. La centralizzazione, invece, è riuscita a farlo d’un tratto, mediante le società per azioni. E mentre la centralizzazione aumenta in tal modo gli effetti dell’accumulazione e li accelera,essa allarga ed accelera allo stesso tempo i rivolgimenti nella composizione tecnica del capitale, che ne aumentano la parte costante a spese di quella variabile, e con ciò diminuiscono la domanda relativa di lavoro’. Marx, primo volume del capitale.

(2).’il debito pubblico del borghesissimo stato italiano è di circa cinquecento miliardi. Se davvero il debito fosse ripartito tra i cittadini…ogni italiano avrebbe (cartelle) per… diecimila (lire). Ma ciò che è molto poco sicuro è la ripartizione uniforme dei titoli, che sono nelle mani di pochi abbienti ed accumulatori interni ed esteri, mentre lo spaventoso passivo, quello si, grava non su tutti i cittadini, ma su tutti i lavoratori, e col loro lavoro viene pagato.(…) Nello stesso modo Marx descrive il debito pubblico come uno dei fattori decisivi dell’accumulazione (…) Ove vi è un debito di stato, a grande scala, a carattere permanente e così formidabilmente progressivo, non può non esserci il gioco di una totale passività a carico della massa che lavora, e di un grosso beneficio per una minoranza di privati non lavoratori. Capitalismo dunque in atto, e in corso di progressiva accumulazione. Marx definisce il debito pubblico come l’alienazione dello stato. Lo stato non può che alienarsi ad un gruppo privato’. Imprese economiche di Pantalone. Pagina 80 e 81.
‘Con i debiti pubblici è sorto un sistema di credito internazionale che spesso nasconde una delle fonti dell’accumulazione originaria di questo o di quel popolo. Così le bassezze del sistema di rapina veneziano sono ancora uno di tali fondamenti arcani della ricchezza di capitali dell’Olanda, alla quale Venezia in decadenza prestò forti somme di denaro. Altrettanto avviene fra l’Olanda e l’Inghilterra. Già all’inizio del secolo XVIII le manifatture olandesi sono superate di molto, e l’Olanda ha cessato di essere la nazione industriale e commerciale dominante. Quindi uno dei suoi affari più importanti diventa, dal 1701 al 1776, quello del prestito di enormi capitali, che vanno in particolare alla sua forte concorrente, l’Inghilterra. Qualcosa di simile si ha oggi fra Inghilterra e Stati Uniti: parecchi capitali che oggi si presentano negli Stati Uniti senza fede di nascita sono sangue di bambini che solo ieri è stato capitalizzato in Inghilterra.
Poiché il debito pubblico ha il suo sostegno nelle entrate dello Stato che debbono coprire i pagamenti annui d’interessi, ecc., il sistema tributario moderno è diventato l’integramento necessario del sistema dei prestiti nazionali. I prestiti mettono i governi in grado di affrontare spese straordinarie senza che il contribuente ne risenta immediatamente, ma richiedono tuttavia in seguito un aumento delle imposte. D’altra parte, l’aumento delle imposte causato dall’accumularsi di debiti contratti l’uno dopo l’altro costringe il governo a contrarre sempre nuovi prestiti quando si presentano nuove spese straordinarie’. Marx, primo volume del capitale.

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