Petrolio e rendita secondo linee generalizzanti

  Petrolio e rendita secondo linee generalizzanti

  1. Il capitalismo di Stato in Italia. Il caso Enrico Mattei. Nell’ immediato secondo dopoguerra, durante la ricostruzione o rigenerazione del capitalismo italiano, Enrico Mattei si oppose alla svendita degli impianti Agip a compagnie anglo-americane. L’imprenditore italiano cercava, al contrario, di favorire uno sfruttamento nazionale degli idrocarburi considerando strategicamente l’Agip come mezzo di produzione essenziale di rendite di posizione per lo Stato italiano, attraverso la sua diffusione, previ accurati rilevamenti geologici, fatti sotto banco e temporeggiando prima di liquidare l’Agip, per la ricerca del greggio sul territorio nazionale, facendo seguire i rilevamenti da trivellazioni, apertura di raffinerie, nella prospettiva di un modo di produzione e di distribuzione di petrolio ed energia a dirigenza statale. Come imprenditore dunque, Enrico Mattei era l’incarnazione della forma cha va sotto il nome di capitalismo di Stato nel controllo della produzione, dell’esportazione e dell’importazione per consumo interno, del petrolio. La forma di gestione capitalistica di Stato si concentrò nel colosso ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) che, per svilupparsi ed estendersi su scala nazionale e internazionale, doveva contrastare pressioni politiche avverse all’interno dello stesso Stato italiano provenienti dai referenti politici degli interessi del cartello di sette multinazionali, le Sette Sorelle: la Exxon (Esso), la texana Texaco, la californiana Socal, la Gulf, la Mobil, e in più l’inglese British Petroleum Company, e infine la Shell, per metà olandese e per metà inglese. Contro le pressioni pilotate dal Governo degli Stati Uniti d’America, Mattei dovette elargire grosse somme di denaro a partiti politici e organi di stampa che potessero sostenere la politica economica dell’ENI. La sua diffusione con nuovi impianti petroliferi e raffinerie avrebbe costretto il cartello delle Sette Sorelle a sottrarre parti di capitale dai pozzi del Golfo del Messico o da altri pozzi petroliferi meno produttivi perché l’impianto di tralicci e pompe dell’ENI in pozzi petroliferi nuovi e più produttivi avrebbe determinato un abbassamento del valore di mercato del barile di petrolio contrastando quello fissato dal cartello, che voleva sfruttare fino all’ultima goccia i pozzi di sua proprietà per utilizzare fino alla fine della sua durata il capitale fisso investito con gli ultimi spruzzi di plusvalore, prosciugare fino alla fine i pozzi, prima di dismettere gli impianti. Dunque il prezzo fissato dal cartello, il posted price, doveva rimanere immutato e non portato in basso dall’espansione dell’ENI con l’apertura di nuovi pozzi sia in Italia, con l’installazione di tralicci e pompe in varie regioni per l’estrazione del greggio, che in Medio Oriente, inclusa la costruzione di raffinerie. Sulla base di un nuovo valore di mercato che, per la prima volta, metteva in discussione il valore di mercato più alto fissato dal cartello delle Sette Sorelle, la strategia del capitalismo di Stato in Italia non poteva che avere il sostegno della sinistra della D.C. (Democrazia Cristiana) e dello stesso P.C.I. (Partito Comunista Italiano), che, alla continua ricerca di “alleanze a sinistra” compreso il P.S.I. (Partito Socialista Italiano) contro la destra democristiana definita da Togliatti clerico-fascista, si opponeva all’ingerenza statunitense negli 2 affari di Stato italiani in materia, in questo caso, di gestione industriale degli idrocarburi; ingerenza che, con la leva della destra della D.C., era orientata a favorire il capitale ramificato tra le Sette Sorelle con il concorso della CIA americana che fungeva da informatrice spia fornendo puntuali e dettagliati rapporti ai presidenti U.S.A. sull’ENI, sul potere politico dell’imprenditore Mattei nello Stato italiano, e sulla sua forte influenza su partiti e testate giornalistiche. Il consenso di vasti strati della popolazione operaia e di disoccupati italiani, soprattutto calabresi e siciliani, nel secondo dopoguerra verso l’imprenditore Mattei metteva in luce la potenza del capitale e la dipendenza della classe operaia e dei disoccupati da esso per lavorare e per vivere; il potere dunque del capitalismo di Stato nella veste ENI, come marchio della speranza che avrebbe attivato, con l’energia motrice ricavata dal petrolio, tutta l’industria capitalistica italiana rendendola indipendente dall’estero, cementificandola, bloccando nettamente l’emigrazione della forza lavoro. Una potenza sulla classe operaia italiana alla ricerca di lavoro che volgeva verso la salda ossificazione dei rapporti di proprietà capitalistici che rendeva ormai evidente il tramonto, in quel periodo, di ogni prospettiva rivoluzionaria del proletariato. Tale capitalismo di Stato ebbe come complementi integrali in primo luogo, la stipulazione di un contratto commerciale per l’importazione del greggio, ad un valore di mercato conveniente per il consumo interno dell’Italia, con l’U.R.S.S., l’Unione Sovietica, Paese a capitalismo di Stato imperante e in secondo luogo le visite ufficiali di Mattei nei Paesi pronti ad assorbire investimenti ENI in concorrenza con le Sette Sorelle come nei Paesi Arabi, in Africa e in particolare in Algeria la cui lotta per l’indipendenza nazionale dalla Francia era sostenuta da Mattei come prospettiva di nuovi equilibri per l’Eni e di un nuovo assetto per il valore di mercato del petrolio. Enrico Mattei venne ucciso presso Bascapè con una carica ridotta di tritolo nel cruscotto dell’aereo: l’apertura del carrello innescò l’esplosione, che ebbe come effetto, per la ridotta carica del tritolo, quello di sparpagliare in avanti rottami e resti dell’equipaggio, compresi quelli del corpo di Mattei, in un raggio di 250 metri sul terreno di campagna. Alla luce di quanto esposto, il ricercare, soprattutto oggi, l’elaborazione di un programma politico che innaffi sul fuoco della guerra del capitale occidentale contro la proprietà fondiaria del Califfato mediorientale per favorire l’apertura di pacifiche relazioni di Stato con l’area mediterranea, programma servile varato da correnti riformiste di sinistra che si definiscono comuniste, non è altro che la derivazione genetica di tutto il capitalismo di Stato dell’Unione Sovietica e del vecchio P.C.I. con Togliatti come segretario. Questi nuovi eredi seguono quella impostazione basata sul controllo statale della produzione e dei mezzi di scambio entro cui continuerebbe a vigere la legge del valore e del plusvalore nelle relazioni import/export con i Paesi del Medio Oriente. Si esportano valori e plusvalori prodotti dagli operai con il controllo dello Stato sui mezzi di produzione e di scambio capitalistici. Questo è il PCI, che per Statuto, considera socialista la 3 socializzazione dei mezzi di scambio. Il controllo statale dello scambio di valori tra Paesi che nazionalizzerebbero industrie, banche e risorse energetiche. Noi sappiamo che il capitalismo di Stato non è socialismo o comunismo inferiore. 2. Prezzo di monopolio o valore di mercato? E’ opinione corrente nell’economia borghese e in parte nell’economia marxista, dopo Marx, che il prezzo di monopolio superi il valore complessivo sociale prodotto dalla somma complessiva della quantità di lavoro sociale. Questo equivoco parte dall’illusione che genera il prezzo di monopolio stesso: 1) che esso sia fissato da un cartello di multinazionali o dallo Stato; 2) che tale prezzo agisca in assenza di concorrenza non tenendo conto che esiste la concorrenza tra oligopoli ovvero tra cartelli in concorrenza composti da multinazionali associate. 3) Ma ancor di più si basa sulla non comprensione dell’origine della rendita assoluta. La rendita assoluta RA, come risultante generale di una parte del lavoro complessivo sociale, è prodotta dalla differenza tra il valore di mercato che regola tutte le altre classi di terreno, valore proprio della classe di terreno meno fertile in agricoltura o della classe di terreno dove sono situati i pozzi petroliferi meno produttivi, che apparentemente non pagano alcuna rendita, e il prezzo di produzione; quindi la rendita assoluta rappresenta l’eccedenza sul prezzo di produzione. Il concetto di prezzo di produzione si trova nel libro III de Il capitale di Marx ed è definito come la somma del capitale investito più il profitto medio. Oppure è denominato da Marx, in Teorie sul plusvalore II, come prezzo di costo PC indicato così non per intendere i costi di produzione del capitale investito c+v, ma appunto il prezzo di produzione più il saggio medio di profitto, generato dal rapporto tra la somma del plusvalore complessivo prodotto in tutti i settori dell’industria e la somma di tutti i capitali anticipati in ciascun settore industriale. La rendita assoluta è quindi un’eccedenza diretta sul profitto medio. In Teorie sul plusvalore II, volume tratto dalla serie di appunti manoscritti, che Marx redasse per le teorie economiche tra il 1861 e il 1863, cioè prima della pubblicazione del libro I Il capitale, è chiarita dal grande pensatore la scaturigine della rendita assoluta da quanto segue: SETTORE AGRICOLO: investimento: capitale costante c + capitale variabile v = = £st. 60c + £st. 40v = 100£st. SETTORE INDUSTRIALE: composizione media: £st. 80c + £st. 20v = £st. 100. Questa composizione percentuale di capitale 80c + 20v nel settore industriale viene indicata in Teorie sul plusvalore II come composizione media del capitale dedotta dalla media di tutte le composizioni organiche o percentuali di capitale dei settori industriali, e trattandosi di composizione media, quei settori il cui modo di produzione ne viene determinato, vendono la loro merce al reale valore, che coincide con il prezzo di produzione. Il plusvalore o profitto medio che è prodotto da questa composizione media di capitale è dato da un saggio del plusvalore, 4 che Marx indica come esempio, sempre in Teorie sul plusvalore II, pari al 50%. Dunque, nel settore industriale il plusvalore pv medio è prodotto da 20 operai, pagati ognuno £st. 1 alla settimana, ed è pari a £st. 10. pv’ = £st. 10pv / £st. 20v = 50%. Ma nel settore agricolo essendo minore la composizione percentuale (60c + 40v) del capitale e quindi essendo doppia la quantità di lavoro vivo offerta da 40 operai anziché 20, a eguale saggio di plusvalore, cioè pari al 50%, la massa di plusvalore prodotta sarà doppia, cioè pari a £st. 20 anziché £st. 10. pv’ = £st. 20pv/£st. 40v = 50%. Sula base della composizione media di capitale pari a 80c + 20v il saggio medio di profitto sarà del 10%. p’ = £st. 10pv / £st. 100 c+v = 10%. Ma nel settore agricolo il saggio di profitto è del 20% cioè £st. 20pv/ £st. 60c + £st. 40v = 20%. Perché il plusvalore prodotto da 40 operai è pari a £st. 20. Di queste £st. 20, £st. 10 pagano il profitto medio all’imprenditore agricolo, le altre £st. 10, che eccedono sul profitto medio, costituiscono la rendita assoluta RA che occupa quindi il 50% del plusvalore agricolo prodotto da 40 operai in una settimana di lavoro. Cioè in 4 giorni i 40 operai presi insieme riproducono il loro salario di £st. 40 e in altri 2 giorni di plus lavoro producono il plusvalore di £st. 20 per l’imprenditore agricolo e per il proprietario fondiario che intasca la rendita assoluta. Il saggio del plusvalore qui dunque lo deduciamo da 6 giorni di lavoro alla settimana, come composta la settimana lavorativa ai tempi di Marx: pv’ = 2 giorni di plus lavoro (£st 20pv)/4 giorni di lavoro necessario (£st. 40v) = 50%. Il prezzo di produzione viene indicato da Marx nel Libro III del Capitale come K + Kp’. Cioè K rappresenta l’investimento c+v in capitale costante e variabile e p’ è il saggio medio di profitto del 10%. Quindi il prezzo di produzione k + kp’ è pari a £st. 110. Cioè £st. 100 + 10%( £st. 100) = £st. 110. La rendita assoluta RA è data dalla differenza tra il valore di mercato VM del prodotto agricolo e il prezzo di produzione o prezzo di costo PC determinato dal settore industriale, cioè dalla perequazione che opera la concorrenza tra tutte le branche del settore industriale cioè: RA = VM – PC = £st. 120 – £st. 110 = £st. 10. Il saggio medio di profitto, che paga il profitto di £st. 10 all’imprenditore agricolo è determinato dal settore industriale, ma l’eccedenza delle £st. 10 di rendita assoluta non entra nella perequazione media del saggio di profitto a causa della resistenza che oppone la proprietà privata o statale fondiaria, la quale impone che il prodotto agricolo sia venduto non al prezzo medio di £st. 110, ma al suo reale valore cioè a £st. 120. Per rendere più evidente il concetto prendiamo in considerazione tre settori industriali. Quello tessile, quello automobilistico e la New Economy:  Capitale costante (MLD) % Capitale variabile (MLD) % Saggio del plusvalore = 1000%. Massa del plusvalore (MLD): TESSILE (95/ 5/ 50)…..   AUTOMOBILISTICO (97/ 3/ 30)…..    NEW ECONOMY (99/ 1 /10). Nel settore tessile 333.333 e 1/3 operai pagati ciascuno 15.000 dollari riproducono il proprio salario pari a 5 miliardi (MLD) ed essendo il saggio del plusvalore del 1.000%, come lo è in tutti i settori perché la massa annua dei mezzi di sussistenza necessari agli operai ammonta a 15 MLD, e tale è di conseguenza il salario e il suo rapporto con il plusvalore, gli operai indicati del settore tessile producono una massa di plusvalore annuo pari a 50 MLD. Nel settore tessile come in quello automobilistico e in quello della New Economy, sono anticipati dagli imprenditori 100 MLD, che sono espressione della stessa quantità sociale di lavoro soltanto che essa si distribuisce in proporzioni differenti tra capitale costante e capitale variabile. Cioè nel settore tessile, il 95% rappresenta capitale costante c (macchinari, materie prime, materiale ausiliario) mentre il 5% rappresenta capitale variabile v pagabile in salari per gli operai. Nel settore automobilistico il 97% dei 100 MLD rappresenta capitale costante e il 3% capitale variabile, cioè un monte salari di 3 MLD con cui vengono pagati annualmente 200 mila operai, cioè il 40% o 2/5 in meno del settore tessile, e che pertanto producono, a saggio del plusvalore del 1.000%, una massa di plusvalore annuo di 2/5 minore, cioè di 30 MLD anziché i 50 MLD del settore tessile. Infine, nel settore della New Economy il 99% del capitale anticipato rappresenta capitale costante e, l’1%, capitale variabile, cioè 1 MLD in salario pagati a 66.666 e 2/3 operai, che essendo 1/3 di quelli del settore automobilistico producono un plusvalore annuo proporzionalmente inferiore, cioè 1/3 del plusvalore annuo prodotto nel settore automobilistico, cioè 10 MLD anziché 30 MLD. Da ciò deriva, essendo minore il numero di operai impiegati, essendo quindi minore il lavoro vivo rispetto a quello morto espresso dal capitale costante, un saggio del profitto decrescente passando dal settore tessile a quello della New Economy. Infatti, nel settore tessile il saggio di profitto è pari al 50%. Cioè p’ = 50 MLD pv / 95 MLD c + 5 MLD v = 50 MLD pv / 100 MLD c+v = 50%. Nel settore automobilistico ammonta al 30% cioè: p’ = 30 MLD pv / 97 MLD c + 3 MLD v = 30%. Infine, nel settore della New Economy ammonta al 10%. p’ = 10 MLD pv / 99 MLD c + 1 MLD v = 10%. Il saggio medio di profitto sarà dato dal rapporto tra la media della somma dei plusvalori prodotti in ciascun settore e la media della somma dei capitali anticipati o investiti in ciascun settore. Dunque il saggio medio di profitto sarà del 30%. p’ = 50 MLD pv + 30 MLD pv + 10 MLD pv / 300 MLD C p’ = 90 MLD pv / 300 MLD C = 30%. Pertanto, il prezzo di produzione di ciascun settore sarà pari a 130 MLD. K + Kp’ = 100 MLD + 30%(100 MLD) = 130 MLD. 6 La concorrenza dunque uniforma, con il livellamento del saggio generale (medio) intersettoriale del profitto del 30%, i valori di produzione di ciascun settore ad un prezzo di produzione che diverge dal reale valore, infatti, nel settore tessile il valore di produzione è pari a 95 MLD c + 5 MLD v + 50 MLD pv = 150 MLD pertanto tutti gli imprenditori del settore tessile, nel complesso, o l’imprenditore tessile complessivo, venderanno a 130 MLD anziché a 150 MLD realizzando una minusvalenza di 20 miliardi. 130 MLD – 150 MLD = – 20 MLD. Nel settore automobilistico invece, il prezzo di produzione coincide con il valore reale cioè 130 MLD. Infatti, 97 MLD c + 3 MLD v + 30 MLD pv = 130 MLD. Gli imprenditori del settore automobilistico vendono complessivamente la massa di automobili prodotte in un anno al loro valore realizzando l’intero plusvalore di 30 MLD al contrario del settore tessile, dove gli imprenditori perdono 20 MLD di plusvalore. Infine, nel settore della New Economy, gli imprenditori realizzano complessivamente un plus profitto di 20 MLD perché il reale valore annuo del settore è di 110 MLD ( 99 MLD c + 1 MLD v + 10 MLD pv) ma vendono al prezzo di produzione di 130 MLD, cioè al di sopra del valore del settore che è di 110 MLD. Quindi 130 MLD – 110 MLD = + 20 MLD. L’imprenditore complessivo che opera nel settore tessile penserà che il valore del suo prodotto sia pari a 130 MLD, o che è la stessa cosa, ciascun imprenditore aggiungerà al proprio investimento di 10.000, 100.000 o 1.000.000 di dollari il 30% di profitto medio come se fosse dato dal mercato, dalla concorrenza, che livella i differenti saggi di profitto e quindi i reali valori al prezzo di produzione di 130 MLD quindi ciò si riflette nel loro cervello e nella loro comprensione come l’ applicazione di una maggiorazione puramente astratta del 30% da aggiungere al capitale investito, costante e variabile, e così scompare ai loro occhi il fatto che gli operai abbiano prodotto in realtà, nel settore tessile, 50 MLD oppure 5.000, 50.000, 500.000 dollari di plusvalore con plus lavoro gratuito. E così l’imprenditore complessivo e gli imprenditori che operano nel settore automobilistico ignorano che i loro operai abbiano prodotto 30 MLD di plusvalore reale, 3.000, 30.000, 300.000 dollari di plusvalore e così agli occhi e al cervello degli imprenditori della New Economy scompaiono i 10 MLD, i 1.000, 10.000, 100.000 dollari di plusvalore prodotti gratuitamente dai loro operai. Il fatto che realizzino un plus profitto di 20 MLD, viene da costoro interpretato come risultato della loro abilità, della loro calcolata valutazione del mercato, che abbiano fatto quegli investimenti oculati che hanno permesso loro di produrre a prezzi più bassi, a 110 MLD, 11.000, 110.000, 1.100.000 dollari anziché a 130 MLD, 13.000, 130.000, 1.300.000 dollari. La perequazione che opera la concorrenza e il saggio medio di profitto tra settori opera lo spostamento di quei 20 MLD di plus profitto dal settore della New Economy al settore tessile colmando il buco o minusvalenza di 20 MLD colà verificatasi, perché, essendo il saggio del profitto del settore tessile alto, cioè del 50%, molti imprenditori della New Economy investiranno parte del plusvalore nel settore tessile, cioè i capitali migreranno da un settore dove il saggio del profitto è basso, cioè pari al 10%, al settore dove il saggio di profitto è del 50%. Questa perequazione non avviene, come detto, nel settore agricolo, minerario, petrolifero, per la resistenza che oppone la proprietà fondiaria. Pertanto i prodotti qui verranno venduti al loro valore. Supponiamo che nel settore petrolifero, il valore di mercato di 1 barile di petrolio si dimezzi da $ 100 a $ 50 a causa della dismissione della metà del capitale investito precedentemente nei pozzi petroliferi meno produttivi che mantenevano 7 il valore di mercato di 1 barile a $ 100. Dismissione causata dalla studiata ricerca, divenuta necessità, di utilizzare di nuove fonti di energia per il consumo industriale e per il consumo in generale, favorendo investimenti di capitale nei nuovi settori energetici a maggior risparmio, investimenti e ricerca fortemente stimolati dalla forte e inaspettata resistenza della guerriglia talebana e, ancor di più oggi dell’ISIS, all’invasione armata del capitale occidentale agguerrito nei confronti degli interessi del califfato mediorientale. Supponiamo inoltre che la composizione percentuale del capitale nel settore petrolifero sia pari a 94c + 6v, che quindi il capitale investito annualmente sia sempre di 100 MLD di cui, il capitale costante sia 94 MLD c, il capitale variabile di 6 MLD v per pagare 400.000 operai pagati ciascuno 15.000 dollari, che oltre a riprodurre il loro salario di 6 miliardi producendo 120 milioni di barili di petrolio, producono un plusvalore di 60 MLD equivalente ad un plus prodotto di 1.200.000.000 di barili di petrolio, a saggio del plusvalore pari sempre, come abbiamo precisato, al 1.000%. Il valore complessivamente prodotto annualmente sarà pari a 160 MLD equivalente a 3.200.000.000 barili di petrolio. La questione la semplifichiamo se consideriamo che ognuno del 400.000 operai produce 1 barile di petrolio come prodotto necessario equivalente alla somma dei suoi mezzi di sussistenza giornalieri. Quindi i 400 mila operai producono in 1 anno per il proprio salario 400 mila operai x 1 barile di petrolio x 300 giorni = 120 milioni di barili petrolio. Il resto delle loro giornata lavorativa producono un plus prodotto dieci volte maggiore per i petrolieri, cioè 400 mila operai x 10 barili di petrolio x 300 giorni = 1.200.000.000 barili di petrolio. Oppure ancora se consideriamo che la vendita di 1 barile di petrolio del valore di $ 50 prodotto da ognuno di loro, in una parte della giornata lavorativa, retribuisce il loro salario pari appunto a $ 50, valore equivalente alla somma dei mezzi di sussistenza giornalieri. Il loro salario annuale ammonta pertanto a 400 mila operai x $ 50 x 300 gg. = 6 miliardi. Mentre il plusvalore che ognuno di loro produce per i petrolieri, con un saggio del 1.000%, è di $ 500 e quindi pari a 60 miliardi annui ( = 400 mila operai x $ 500 x 300 gg.). Dunque del plus prodotto di 1.200.000.000 barili di petrolio che si esprime nel valore di 60 MLD, il 50%, 600 milioni di barili di petrolio, una volta venduti, pagheranno il profitto medio di 30 MLD di cui si appropriano i petrolieri, mentre gli altri 30 MLD, costituiscono la rendita assoluta RA; una volta venduti i corrispondenti 600 milioni di barili di petrolio, i 30 miliardi di dollari saranno immobilizzati dai proprietari fondiari privati o dallo Stato nel settore petrolifero anziché distribuirsi negli altri 3 settori tessile, automobilistico e della New Economy, a 10 MLD ognuno, per esempio. Vediamo allora che il valore, qui, di 160 MLD eccede di 30 MLD il prezzo di produzione medio pari a 130 MLD. 160 MLD – 130 MLD = 30 MLD. Questa eccedenza di 30 MLD è dunque la rendita assoluta che eccede sul profitto medio pari anch’esso a 30 MLD. Ma al tempo stesso, il fatto che nei tre settori tessile, automobilistico e della New Economy si sia formato un prezzo medio di produzione dato dalla media dei valori prodotti e dei plusvalori, non elimina il fatto che in totale, i settori messi insieme vendano al reale valore cioè a 390 MLD (100 MLD C + 50 MLD pv + 100 MLD C + 30 MLD pv + 100 MLD C + 10 MLD pv) equivalenti, essendo di 68,75 dollari il prodotto di 1 ora, a 5.672.727.272 ore e 8/11 di lavoro complessivo sociale. A queste ore di lavoro si sommano quelle 8 corrispondenti al valore di 160 MLD del settore petrolifero, cioè 2.327.272.727 ore e 27/100 di lavoro complessivo. Dunque il prodotto complessivo del settore petrolifero non viene venduto al prezzo di produzione formato da quella perequazione media che per effetto della concorrenza agisce nel settore industriale, ma neppure al di sopra del suo valore, bensì al suo valore cioè a 160 MLD di dollari. Questo non vuol dire dunque che un prezzo di monopolio ecceda il valore reale complessivo delle merci cioè la somma della quantità di lavoro sociale complessiva impiegata in tutti i settori di produzione. Secondo una concezione del genere, l’eccedenza sul valore complessivo sociale non sarebbe data dal plus lavoro e dal plus prodotto operaio, ma da un valore monetario fittizio. Cioè da un plusvalore puramente monetario. Un’eccedenza artificiale che, oltre a eccedere sul profitto medio industriale, supererebbe sia la rendita reale del petrolio, ma soprattutto la quantità complessiva di lavoro sociale di tutti i settori, compreso quello petrolifero. La legge del valore studiata e rielaborata da Marx sarebbe gettata dunque nelle ortiche. In linea con Marx invece, l’eccedenza sul profitto medio è la rendita assoluta che è pagata sul terreno peggiore, il quale regola il reale valore di mercato del barile di petrolio a $ 50. Rendita assoluta che viene incamerata dallo Stato sotto il nome di royalty che in genere è pari al 50% del plusvalore e che, appunto per questo, appare come prezzo di monopolio che eccede il prezzo di produzione annuale (ad esempio di 130 MLD = 2.600.000.000 barili di petrolio ) del settore petrolifero che viene confuso e identificato dagli imprenditori petrolieri e dagli economisti, impigliati praticamente e teoricamente nell’apparenza della concorrenza capitalistica, con il valore reale del prodotto annuale del settore petrolifero, che al contrario include, in aggiunta, la rendita assoluta ( altri 30 MLD = 600 milioni di barili di petrolio). La confusione che proviene dal concetto di prezzo di monopolio si accentua se la rendita assoluta viene tutta incamerata dallo Stato. Una statalizzazione delle rendite, pur annullando altre imposte sui profitti, e pur rendendo naturali la ripartizione del plusvalore in profitto e rendita compresa l’accumulazione del profitto imprenditoriale per reinvestimenti su scala allargata, determina l’apparenza che al di sopra del valore di produzione, si abbia una cuspide artificiale di imposte sul prodotto. Dunque al capitale investito c+v e al profitto medio si aggiunge come eccedenza la reale parte di plus lavoro operaio che si cristallizza nella rendita assoluta pagata allo Stato pari a 30 MLD. Ma le componenti, costi di produzione, profitti e rendite non superano la quantità complessiva di lavoro sociale dispiegato durante l’anno nella produzione dei barili di petrolio, ma rientrano invece nell’eguaglianza tra la somma del tempo sociale di lavoro complessivo e valore totale o sociale complessivamente prodotto. Pertanto, prezzo di produzione, dato dalla media dei valori prodotti in tutti i settori industriali, e rendite si sostanziano in una piramide di Cheope costituita dal complesso di tutti gli enormi blocchi di pietra del lavoro sociale i cui molteplici interstizi sono copiosamente riempiti dalla malta del plus lavoro e del plus prodotto reali solidificati come il gesso colato sulle macerie schiavistiche.

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