Ineliminabilità della lotta di classe

Nota redazionale: Ci limitiamo ad evidenziare alcune parole chiave del testo del 1961, allo scopo di opporre ai ricorrenti travisamenti riformisti e gradualisti le analisi critiche di allora, ovviamente adeguate anche alla nostra attualità capitalistica. La paccottiglia deformatrice del marxismo rivoluzionario viene così individuata nel testo del 1961:’due concezioni piccolo borghesi: una tendente a dimostrare come, attraverso i successi di carattere economico generale e una «equa ripartizione del reddito» (cioè ad un aumento graduale dei salari) verrebbe liquidata per sempre la dottrina rivoluzionaria saldata alla teoria della miseria crescente; l’altra, alla prima conseguente, affermante l’inconciliabilità tra lotte rivendicative immediate e lotta finale per la presa del potere’.

Ma ancheil superamento della lotta di classe’.

E poi il ‘super-imperialismo’.

In ‘Chaos Imperium’ abbiamo affrontato estesamente la questione del ‘super-imperialismo’, in modo particolare le sue connessioni con le più o meno recenti teorie sull’autonomizzazione del capitale. Il percorso derivante dall’ammissione di questa possibilità (l’autonomia), spacciata come una realtà economico-politica, conduce infatti a postulare una susseguente omogeneizzazione delle differenze fra capitali (o meglio fra aree capitalistiche diseguali). I capitali sarebbero tutti ugualmente liberi da legami di interdipendenza con gli stati e le economie nazionali di origine, e quindi, oltre, super, sopra, la interdipendenza (ripetiamolo) con gli stati nazionali e con specifiche aree capitalistiche. Infine, superato il legame con lo stato nazionale, i capitali autonomi dovrebbero dirigersi verso il ‘super-imperialismo, secondo cui la concentrazione del capitale porterebbe a dare origine ad un unico gigantesco monopolio dominante e controllante dall’alto l’intera economia, di cui eliminerebbe la concorrenza e le fondamentali contraddizioni interne’.

Se si mette in relazione il teorema dell’autonomia del capitale, con il teorema kautskiano, possono emergere delle evidenti coincidenze e analogie. Scendiamo nei dettagli: Il capitale governa lo stato, questa è una proposizione che si appaia con quella kautskiana per cui  ‘la concentrazione del capitale porterebbe a dare origine ad un unico gigantesco monopolio dominante e controllante dall’alto l’intera economia’, e dunque ad un ‘oltre-capitale’ che  governerebbe lo stato (o meglio, gli stati, inizialmente, e poi l’unico stato mondiale – grande fratello globale- alla fine del percorso) . 

Il testo del 1961 tuttavia afferma:  ‘A una tale concezione Lenin contrappone quella dello sviluppo disuguale del capitale, confermata fra l’altro dai grandiosi moti rivoluzionari nei paesi coloniali e dalla decadenza economica delle vecchie nazioni imperialiste. Ciò dimostra l’instabilità, nell’economia di mercato capitalistica, di qualunque posizione di privilegio…’

Lo sviluppo diseguale del capitale non è una caratteristica presente solo nel 1917, oppure solo nel 1961, è invece una costante invariante dell’economia capitalistica (da noi evidenziata in vari articoli, ad esempio ‘Catalunya e questione nazionale’). L’esistenza fattuale di questa caratteristica spiega le ricorrenti conflittualità fra aree economiche capitalistiche differenti, spacciate invece per lotte nazionali-religiose (da alcuni osservatori ‘marxisti’ e naturalmente dai player coinvolti direttamente), e spiega pure l’impossibilità attuativa del teorema sul super-imperialismo (data e appurata la ineliminabilità del conflitto economico-sociale fra classi, e dentro la stessa classe borghese). Invece, al teorema sul capitale autonomo (di tipo finanziario-bancario), si può opporre la inscindibilità delle forme assunte dal capitale nel processo economico (ma anche la non separabilità, e quindi la non autonomia, della struttura economica dalla sovrastruttura politico-statale) sostenute dal marxismo. Citiamo ora, a supporto delle nostre ultime osservazioni degli ampi stralci dal Capitale di Marx, riferibili al capitale commerciale e alle banche, cioè all’apparente autonomia del capitale commerciale e al ruolo delle banche nella crisi:  

‘È vero che il capitale commerciale attiva da parte sua la rotazione del capitale produttivo, ma solo in quanto ne diminuisce la durata della circolazione: non influisce direttamente sulla durata della produzione, che costituisce parimenti un limite per i tempi di rotazione del capitale industriale.

Ecco quindi il primo limite della rotazione del capitale commerciale. Inoltre tale rotazione, astraendo dal limite costituito dal consumo riproduttivo, trova infine il suo limite nella velocità e nel volume del consumo individuale complessivo, dal quale  dipende tutta quella parte del capitale-merce che entra nel fondo di consumo.

Ora però (non tenendo conto per il momento delle rotazioni che si attuano nel mondo stesso dei commercianti dove un commerciante vende sempre la stessa merce all’altro, in una forma di circolazione che in periodi di speculazione può apparire assai proficua) noi vediamo che il capitale commerciale ha innanzitutto come conseguenza di raccorciare la fase M — D del capitale produttivo. In secondo luogo, in virtù della moderna organizzazione del credito, il commerciante dispone di una gran parte del capitale monetario complessivo della società, per cui  può rinnovare i suoi acquisti prima di avere definitivamente venduto gli acquisti precedentemente fatti; e qui non fa differenza il fatto che sia il nostro commerciante a vendere direttamente all’ultimo consumatore o che s’interponga un’altra dozzina di commercianti. A causa della straordinaria elasticità del processo di riproduzione, che può di continuo oltrepassare ogni limite dato, egli non incontra un ostacolo insuperabile nella produzione stessa. Oltre alla separazione di M — D e di D — M, che deriva dalla natura della merce, si crea quindi una domanda fittizia.

Malgrado la sua autonomizzazione, il movimento del capitale commerciale non è altro che il movimento del capitale industriale nella sfera della circolazione.

Ma in virtù della sua autonomizzazione il capitale commerciale si muove fino ad un certo punto indipendentemente dai limiti del processo di riproduzione e trascina il processo stesso oltre i suoi limiti. La dipendenza interna e l’indipendenza esterna lo conducono a un punto in cui l’intimo nesso viene ristabilito violentemente con una crisi.

Da qui deriva quel particolare fenomeno per cui le crisi non si manifestano e non scoppiano mai in un primo tempo nel commercio al dettaglio, che è in rapporto con il consumo immediato, ma nel commercio all’ingrosso e nelle banche, che mettono il capitale monetario della società a disposizione di questo.

Il fabbricante può effettivamente vendere all’esportatore e questi a sua volta al cliente straniero, l’importatore può vendere le sue materie prime al fabbricante e questi fornisce i suoi prodotti al commerciante all’ingrosso e così via. Ma ad un dato momento esiste sempre qualche punto invisibile dove la merce rimane invenduta, come pure può accadere che i magazzini di tutti i produttori e degli intermediari vengano inavvertitamente a trovarsi oberati di merci. In tali circostanze il consumo raggiunge di solito il suo apice, sia perché un capitalista industriale mette in movimento tutta una serie di altri industriali, sia perché gli operai che essi occupano e che lavorano a pieno ritmo, possono spendere più del solito. Con l’aumento dei redditi dei capitalisti aumentano anche le loro spese. Inoltre, come si è visto (Libro II, sezione III) ha luogo una ininterrotta circolazione fra capitale costante e capitale costante (anche astraendo dall’intensificarsi dell’accumulazione), che, per quanto sia indipendente dal consumo individuale nel senso che non vi entra mai, è in ultima analisi limitata da esso. La produzione del capitale costante infatti non avviene mai per se stessa, ma unicamente perché in quelle sfere della produzione, i cui prodotti entrano nel consumo individuale, ne viene richiesto un quantitativo maggiore. Un tale stato di cose può continuare tranquillamente per un certo tempo sotto lo stimolo della prospettiva delle ordinazioni, ed in questi rami gli affari dei commercianti e degli industriali si presentano assai prosperi. La crisi sopravviene non appena gli incassi dei commercianti, i quali hanno venduto lontano (o le cui scorte si sono appesantite),hanno luogo con una tale lentezza ed una tale difficoltà che le banche fanno pressione per il pagamento, o allorquando le cambiali rilasciate per le merci acquistate arrivano a scadenza prima che tali merci vengano rivendute. Cominciano allora le vendite forzate, le vendite per pagare. E si verifica con ciò il collasso che stronca in una volta l’apparente prosperità.

L’esteriorità e irrazionalità della rotazione del capitale commerciale è ulteriormente  accentuata dal fatto che la rotazione di uno stesso capitale commerciale può assicurare simultaneamente o successivamente le rotazioni di capitali produttivi molto diversi.

La rotazione del capitale commerciale può mediare non solo la rotazione di diversi capitali industriali, ma anche la fase opposta della metamorfosi del capitale-merce’.

LIBRO II

SEZIONE I

LE METAMORFOSI DEL CAPITALE E IL LORO CICLO

CAPITOLO 4

LE TRE FIGURE DEL PROCESSO CICLICO

Le tre figure possono essere rappresentate, se Ct sta per il processo della circolazione totale:

I) D — M … P … M’ — D’

II) P … Ct … P

III) Ct … P (M’)

Se riassumiamo tutte e tre le forme, tutti i presupposti del processo appaiono come un suo risultato, come un presupposto da esso stesso prodotto [e tutti i suoi risultati appaiono come suoi presupposti]. Ciascun momento appare come punto di partenza, punto intermedio e punto di ritorno. Il processo totale si presenta come unità di processo di produzione e processo di circolazione; il processo di produzione diviene mediatore del processo di circolazione e viceversa.

A tutti e tre i cicli è comune la valorizzazione del valore come scopo determinante, e come motivo propulsore. In I, ciò è espresso nella forma. La forma II inizia con P il processo di valorizzazione stesso. In III, il ciclo inizia con il valore valorizzato e conclude con valore nuovamente valorizzato, anche se il movimento viene ripetuto su scala invariata.

In quanto M — D è D — M per il compratore, e D — M è M — D per il venditore, la circolazione del capitale rappresenta la consueta metamorfosi delle merci, e valgono le leggi sviluppate a proposito di quest’ultima (Libro I, cap. III, 2 ) per la massa del denaro circolante. Se però non ci si arresta a questo lato formale, ma si considera il nesso reale delle metamorfosi dei differenti capitali individuali, dunque, di fatto, il nesso dei cicli dei capitali individuali come movimenti parziali del processo di riproduzione del capitale sociale complessivo, questo nesso non può essere spiegato dal puro e semplice scambio di forma tra denaro e merce.

In un circolo che ruota costantemente, ciascun punto è contemporaneamente punto di partenza e punto di ritorno. Se interrompiamo la rotazione, allora non ogni punto di partenza è punto di ritorno. Cosi abbiamo visto che non solo ogni ciclo particolare presuppone (implicite) l’altro, ma anche che la ripetizione del ciclo in una forma comprende il percorso del ciclo nelle altre forme. Così tutta la differenza si raffigura come una differenza puramente formale, o anche puramente soggettiva, che sussiste solo per l’osservatore.

In quanto ciascuno di questi cicli viene considerato come forma particolare del movimento in cui si trovano differenti capitali industriali individuali, anche questa differenza esiste sempre soltanto come differenza individuale. In realtà, però, ogni capitale industriale individuale si trova contemporaneamente in tutti e tre. I tre cicli, le forme di riproduzione delle tre figure del capitale, si compiono continuamente l’uno accanto all’altro. Una parte del valore-capitale, ad esempio, che ora opera come capitale-merce, si trasforma in capitale monetario ma contemporaneamente un’altra parte entra dal processo di produzione nella circolazione come nuovo capitale-merce. Così il ciclo M’ … M’ viene descritto costantemente; così pure ambedue le altre forme. La riproduzione del capitale in ciascuna delle sue forme e in ciascuno dei suoi stadi è altrettanto continua che la metamorfosi di queste forme e Io scorrere successivo attraverso i tre stadi. Qui dunque il ciclo totale è unità reale delle sue tre forme.

Nella nostra trattazione si è presupposto che il valore-capitale, secondo la sua grandezza totale di valore, si presenti interamente come capitale monetario, o come capitale produttivo, o come capitale-merci…

 

Ineliminabilità della lotta di classe

Abbiamo esposto in un precedente articolo come l’insieme delle lotte che hanno caratterizzato il movimento operaio negli ultimi tempi – di cui prendiamo atto senza sopravalutarne l’importanza storica – si inseriscano in una linea di sviluppo capitalistico nella sua fase ascendente, e tenderanno senza dubbio ad inasprirsi mano mano che la spinta produttiva, per le contraddizioni proprie del sistema economico capitalistico, verrà esaurendosi. Con le analisi che ci proponiamo di svolgere in seguito, daremo un quadro della situazione della classe operaia per quanto concerne la sua organizzazione e l’influenza costante che il padronato mantiene, purtroppo, su di essa. Queste analisi dovranno necessariamente partire dall’esame dell’oggetto principale delle lotte rivendicative, il salario, la sua struttura, evoluzione della sua forma, suo livello.

Prima di arrivare a ciò è tuttavia indispensabile ribadire la confutazione di due concezioni piccolo borghesi: una tendente a dimostrare come, attraverso i successi di carattere economico generale e una «equa ripartizione del reddito» (cioè ad un aumento graduale dei salari) verrebbe liquidata per sempre la dottrina rivoluzionaria saldata alla teoria della miseria crescente; l’altra, alla prima conseguente, affermante l’inconciliabilità tra lotte rivendicative immediate e lotta finale per la presa del potere.

Queste «tesi», proprie dei partiti più dichiaratamente social-riformisti che riescono ad interessare, in quanto ne esprimono gli interessi, quella parte del proletariato classicamente definita «aristocrazia operaia», che il capitalismo nella sua fase imperialistica forma intorno a sé, sono oggi rivendicate anche da coloro che al marxismo pretendono di rifarsi e che pongono tale processo, congiuntamente ad una lotta antimonopolistica e democratica, come un fattore indispensabile per il «superamento degli squilibri economici e sociali» (vedi relazione di Novella al congresso nazionale della CGIL): in altre parole, per il superamento della lotta di classe.

È stato più volte chiarito su questo giornale quale sia l’esatta enunciazione della teoria marxista della «miseria crescente», e come suo contenuto sia innanzitutto il processo di costante espropriazione, proletarizzazione e «alienazione» di un gran numero di artigiani, piccoli proprietari, contadini, insomma, dei piccoli detentori in proprio in mezzi di produzione. Analizzando il processo di accumulazione, Marx ha fra l’altro dimostrato che questo, premendo sulla domanda della merce forza-lavoro, può farne oscillare il prezzo al di sopra del suo valore, cioè della somma di sussistenze necessarie alla sua riproduzione (teoricamente, per tutta la grandezza del plusvalore) senza tuttavia sopprimere l’antagonismo tra capitale e lavoro salariato.

Chi interpreti meccanicamente tale fenomeno, può credere di concluderne che, via via che il capitale si accumula, in un processo falsamente presentato come di sviluppo graduale, il salario assorbirà l’intero plusvalore; ma alla luce di una interpretazione dialettica che prenda in esame tutti gli aspetti del fenomeno e li metta in rapporto reciproco, appare evidente che, all’incontro, il capitale accumulandosi ed espropriando crea sempre nuove masse di «liberi» lavoratori i quali vanno a formare il cosiddetto «esercito di riserva» e, ingrossando l’offerta di forza-lavoro, ad inasprire la concorrenza fra i lavoratori. In tale modo la classe dominante riesce a costituirsi una scorta di forza-lavoro come di qualsiasi altra merce, dalla quale attinge nei momenti di sviluppo e che rigetta nei momenti di stasi e di crisi, soggiogando maggiormente a sé l’intera classe operaia.

Va inoltre ricordato il modo con cui il capitale si accumula nelle proporzioni della sua composizione organica di capitale costante (lavoro morto) e capitale variabile (lavoro vivo). È noto, infatti, che il capitale costante cresce in proporzione superiore al capitale variabile, alienando sempre più il lavoro umano anche in considerazione dell’inasprimento, che va di pari passo, della sua suddivisione. Tutto ciò porta a concludere che, al fuori delle condizioni più o meno favorevoli in cui venga a trovarsi la classe lavoratrice in determinati periodi, l’antagonismo fra capitale e lavoro, invece d’essere soppresso, tende sempre più ad accentuarsi.

 

Si potrebbe obiettare che in alcuni paesi fortemente industrializzati la classe operaia ha raggiunto una posizione di privilegio rispetto a quella dei paesi in cui tale processo ha ritardato. Qui il discorso si allarga e bisognerebbe rifarsi al quadro che Lenin fece dell’imperialismo e dell’opera di corruzione che la classe dominante conduce creando, grazie al super-sfruttamento della forza-lavoro nei paesi coloniali, gli strati privilegiati di operai abitualmente definiti «aristocratici». Nell’Imperialismo, una delle tesi contro le quali la magistrale dialettica leninista si scaglia, è quella kautskyana del super-imperialismo, secondo cui la concentrazione del capitale porterebbe a dare origine ad un unico gigantesco monopolio dominante e controllante dall’alto l’intera economia, di cui eliminerebbe la concorrenza e le fondamentali contraddizioni interne. A una tale concezione Lenin contrappone quella dello sviluppo disuguale del capitale, confermata fra l’altro dai grandiosi moti rivoluzionari nei paesi coloniali e dalla decadenza economica delle vecchie nazioni imperialiste. Ciò dimostra l’instabilità, nell’economia di mercato capitalistica, di qualunque posizione di privilegio: e a conferma di ciò basta rifarsi allo sciopero dei siderurgici americani del ’59, al livello di disoccupazione crescente negli stessi Stati Uniti, e da ultimo allo sciopero dei lavoratori belgi, che pure erano e sono considerati come appartenenti all’aristocrazia operaia.

Gli Stalin-kruscioviani non solo hanno fatto propria – con la teoria della coesistenza pacifica – la «teoria» della conciliazione degli urti fra le classi e dei contrasti fra gli Stati, ma l’hanno spinta al limite estremo del tradimento. Nel tentativo di giustificare la validità della legge del valore nella pretesa «economia socialista» russa, essi sostengono la conciliabilità fra economia di mercato e interessi dei lavoratori, purché venga condotta a fondo una lotta antimonopolistica e di alleanza con gli strati piccolo-borghesi e contadini, per un ritorno alla libera concorrenza in cui la legge degli equivalenti riacquisti tutta la sua funzione perché, a sentir loro, essa è oggi valida solo nei paesi «socialisti» dove ogni azienda realizza (udite!) un saggio medio di profitto e l’accumulazione è pianificata con uguale intensità.

Non staremo ora a confutare una tale mostruosità; ci interessano solo i riflessi che sul piano sindacale ha una tale teoria, perché a fianco di questa sta oggi la rivendicazione di un salario legato alla produttività del lavoro, di un salario che cresca automaticamente senza che una lotta sia necessaria. Cosi la classe lavoratrice è ridotta ad una appendice del capitalismo, e il sindacato, da arma per tale lotta, diventa un organismo burocratico con sole funzioni di controllo allorché, una volta stabilito il «tasso» con cui il salario deve aumentare, la legge venga rispettata.

È il pieno abbandono della teoria marxista dello sviluppo economico capitalistico e delle contraddizioni insite nel suo sistema, il quale, lungi dal poter seguire uno sviluppo graduale, cade costantemente in crisi di produzione e di smercio, mantenendo il proletariato in una situazione d’instabilità e di alienazione continua.

È inoltre la negazione del compito storico per cui il proletariato si distingue da tutte le plebi misere e sfruttate che sono comparse e si sono alternate sulla scena della storia. Il proletariato non lotta solo perché gli venga assicurata una maggior quantità di beni di consumo, ma – di là da questo obiettivo immediato e sempre distrutto nella società attuale – per la conquista dei mezzi di produzione e dello stesso prodotto dai quali è stato separato e al cui possesso sa che la sua emancipazione è legata.

La lotta rivendicativa non risolve, anche se condotta con successo, il problema dello sfruttamento proletario, ma è tuttavia indispensabile per l’organizzazione della classe, e quindi anche per la maturazione di una coscienza politica unitaria, grazie alla presenza del partito comunista. È in questo senso che il sindacato svolge un’importante funzione nel processo attraverso il quale si prepara alla lotta finale per la presa del potere sotto la guida del partito di classe, per strappare la sua emancipazione e, negandosi, quella dell’umanità intera.

«Il Programma Comunista» n. 5 – 11 marzo 1961

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