Ristrutturazioni aziendali (imperiali)

Abbiamo già analizzato i fattori causanti alla base della vittoria di Trump. Occorre qui rimarcare che la nostra teoria del battilocchio calza benissimo anche al nuovo presidente americano, in fondo siamo ben lontani dal vedere nella sua vittoria una affermazione delle miracolose qualità del capo carismatico, con cui la storiografia borghese cerca spesso di spiegare i fatti storici. Istrionismo, effetti speciali, ars oratoria, sono indubbiamente una componente accessoria dei processi politici, ma in essi è determinante l’insieme di cause socio-economiche oggettive; un insieme in cui il ruolo della personalità d’eccezione è ben limitato. L’individuo ‘speciale’ è soprattutto la personificazione di specifiche dinamiche di disgregazione e aggregazione di interessi materiali di una certa classe sociale. In questo caso parliamo ovviamente della classe borghese americana, e della parte prevalentemente industriale del suo capitalismo, intenzionata a presentare il conto al conglomerato politico finanziario che ha diretto i giochi con Obama e la Clinton.

 

All’interno del capitalismo americano esistono dunque delle realtà differenziate, e in effetti il capitale finanziario e il capitale industriale e commerciale sono realtà orientate in direzioni parzialmente contrastanti. Il rendimento di questi differenti tipi di capitale e correlato al plusvalore, il quale viene prodotto dal furto di tempo di lavoro nell’economia industriale, cioè nella produzione di beni e servizi reali, in seguito viene poi ripartito in profitto, rendita finanziaria e utile d’esercizio mercantile (e quindi suddiviso nelle varie componenti del capitale complessivo). Partendo da questo dato dovrebbe essere interesse preciso anche della sfera finanziario-speculativa la conservazione di un vasto settore industriale (Il termine castello di carte finanziario allude proprio alla aleatorietà di una sfera di investimento che non produce plus-valore, ma tuttalpiù partecipa alla spartizione del plus-valore prodotto altrove. Per lo stesso motivo anche le crisi finanziarie, come dimostrato in ‘Chaos Imperium’, sono sempre succedanee alle crisi dell’economia reale). Le leggi della produzione capitalistica spingono spesso il capitale industriale ad investire al di fuori dell’economia nazionale, alla ricerca di migliori tassi di profitto, ottenuti approfittando della manodopera a basso costo e della legislazione favorevole. In Italia il jobs act è stato un tentativo di invertire la tendenza all’investimento di capitali autoctoni fuori dal paese, aumentando la flessibilità del lavoro e riducendo il suo costo medio. Tuttavia queste manovre lasciano spesso il tempo che trovano, soprattutto se vengono valutate nel loro impatto a livello macroeconomico. La riduzione del costo del lavoro, attraverso la precarietà e il blocco dei salari (e quindi il blocco del rinnovo dei contratti) producono normalmente il calo della domanda di merci e servizi, impedendo all’aumento dello sfruttamento della forza-lavoro di risolvere il problema della caduta tendenziale del saggio di profitto ( per non parlare dell’ipotetico rilancio della crescita economica con cui la politica cerca di motivare l’aumento delle tasse e la riduzione del costo del lavoro). Il vulcano della produzione incontra la palude del mercato (è la situazione in cui l’offerta fissa un certo prezzo di vendita utile a realizzare il plusvalore incorporato nella merce, ma questa offerta non trova una domanda adeguata, proprio a causa della riduzione del costo del lavoro e del salario reale, e infine a causa della miseria crescente prodotta dai fenomeni appena descritti e dall’aumento ‘storico’ della riserva industriale di disoccupati). Quale collegamento esiste fra queste considerazioni e il caso americano? E’ presto detto: le dinamiche testé ricordate sono pienamente operative anche nel contesto dell’economia USA, ad esse dobbiamo poi aggiungere il debito (privato e pubblico) che ha raggiunto la quota stratosferica di 60.000 miliardi di dollari (pari al totale del debito pubblico di tutto il mondo), e anche il dollaro (in quanto valuta di riserva mondiale) e gli istituti di credito come il FMI a guida americana che stanno perdendo influenza e posizioni a tutto  favore dell’AIIB e dello YUAN, mentre il prezzo del petrolio risale (vanificando una situazione di mercato che avrebbe dovuto creare seri problemi alla bilancia commerciale della Russia). Una situazione di rovina economica e politico-militare di un impero implica dei processi di ristrutturazione, un taglio dei costi, e la razionalizzazione degli obiettivi e delle conseguenti strategie. La nostra ipotesi è che questa ristrutturazione stia cominciando e riguardi proprio l’impero USA.

Incrociatore lanciamissili russo

Uno degli aspetti più rilevanti del rimescolamento economico-politico accaduto negli USA è la sua posteriorità cronologica rispetto alle sconfitte patite dalle strategie del caos del conglomerato politico-finanziario finora al potere. La frazione di borghesia alla direzione dell’apparato militare-industriale USA ha pervicacemente utilizzato la sua macchina di potenza statale per tentare di controllare le aree petrolifere del pianeta, incontrando poi sul suo cammino l’apparato militare-industriale dell’avversario russo. Il confronto fra i due Moloch statali è stato, anche e soprattutto, un confronto fra le risorse economiche impiegate nella scienza, e quindi nella tecnica, intesi come fattori indispensabili per la produzione di sistemi di arma competitivi, in grado di minacciare il territorio dell’avversario e di interdirgli (al contempo) il proprio territorio.

Il sistema missilistico offensivo ‘Sarmat’ e quello difensivo ‘Autocrat’ consentono alla Federazione Russa di colpire il nemico e di sigillare il proprio spazio aereo dai missili intercontinentali avversari, dunque a questo punto del gioco la strategia del caos è diventata obsoleta. Inevitabilmente una parte della élite capitalistica USA ha preso atto della realtà e ha abbassato le armi  e le  bellicose intenzioni di imporre una ‘No Fly Zone’ sulla Siria, scatenando così la terza guerra mondiale. Ora, lentamente, riaffiorano negli States propositi realistici e pragmatici di accomodamento con l’avversario imperiale; un avversario a cui la scienza e la tecnica, impiegate con successo nel campo dell’industria militare, hanno dato un vantaggio di almeno quattro generazioni tecnologiche nei principali sistemi d’arma. Per gli USA ora è il momento della revisione dei progetti di dominio imperiale, e quindi innanzitutto della riduzione dei costi inutili, come ad esempio i costi per la pletora di basi militari disseminate in giro per il mondo. Una bella ristrutturazione aziendale per tagliare alcuni costi, per poi investire le risorse liberate nella produzione di sistemi di arma che pareggino il gap tecnologico con l’avversario imperiale. In questa logica trova una spiegazione anche il progetto di un ritorno (vagheggiato) al rilancio del settore industriale nazionale, e quindi alle misure legislative protezionistiche. L’inizio statalista (il capitale nasce statale) coincide così con la fine (di un certo capitalismo nazionale), quasi una conferma della teoria vichiana dei corsi e ricorsi storici.
Incrociatore russo

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