Spread a 200, rapporto preoccupante PIL/Debito: inizia la nuova spremitura

Riportiamo una definizione di ‘debito pubblico’ tratta dalla dottrina contabile, dunque ‘Il debito pubblico, sulla base di tale ”scienza” rappresenterebbe ”la consistenza delle passività finanziarie lorde riguardanti il settore delle Amministrazioni pubbliche, registrate al valore nominale e consolidate tra le unità appartenenti allo stesso settore”. Come si calcola tale grandezza ci viene detto dalla stessa ”scienza” contabile: ”Per il calcolo dello stesso, ci si avvale dei criteri settoriali e metodologici del Regolamento del Consiglio delle Comunità Europee n.549 del 2013 relativo al Sistema europeo dei conti nazionali e regionali ”

”Le passività finanziarie incluse nell’aggregato contabile sono le seguenti: depositi e monete; titoli obbligazionari; prestiti.

Il settore di riferimento (per il calcolo del debito) si suddivide in Amministrazione centrale, Amministrazioni locali ed enti di previdenza e assistenza sociale”.

”Spiegato” l’arcano del debito pubblico, con le stesse parole dei testi in uso nelle scuole, possiamo ora soffermarci su alcuni dati:

Anno Inflazione Debito Rapporto debito/Pil
(milioni di euro)
1970 5,1% 13.087 37,1%
1971 5,0% 16.146 42,0%
1972 5,6% 20.108 47,7%
1973 10,4% 25.780 50,6%
1974 19,4% 32.404 50,2%
1975 17,2% 41.899 56,6%
1976 16,5% 52.318 56,2%
1977 18,1% 62.460 55,2%
1978 12,4% 79.092 59,4%
1979 15,7% 94.801 58,2%
1980 21,1% 114.066 56,1%
1981 18,7% 142.427 58,5%
1982 16,3% 181.568 63,1%
1983 15,0% 232.386 69,4%
1984 10,6% 286.744 74,9%
1985 8,6% 347.593 80,9%
1986 6,1% 404.336 85,1%
1987 4,6% 463.083 89,1%
1988 5,0% 524.528 90,8%
1989 6,6% 591.619 93,3%
1990 6,1% 667.848 95,2%
1991 6,4% 755.011 98,6%
1992 5,4% 849.921 105,5%
1993 4,2% 959.714 115,7%
1994 3,9% 1.069.415 121,8%
1995 5,4% 1.151.539 116,9%
1996 3,9% 1.213.535 116,3%
1997 1,7% 1.239.879 113,8%
1998 1,8% 1.258.223 110,8%
1999 1,6% 1.285.054 109,7%
2000 2,6% 1.302.548 105,1%
2001 2,7% 1.360.285 104,7%
2002 2,4% 1.371.679 101,9%
2003 2,5% 1.397.460 100,5%
2004 2,0% 1.449.657 100,1%
2005 1,7% 1.518.640 101,9%
2006 2,0% 1.588.072 102,6%
2007 1,7% 1.605.945 99,8%
2008 3,2% 1.671.130 102,4%
2009 0,7% 1.769.983 112,5%
2010 1,6% 1.851.507 115,4%
2011 2,7% 1.907.769 116,5%
2012 3,0% 1.989.878 123,3%
2013 1,1% 2.070.013 129,0%
2014 0,2% 2.137.119 131,9%
2015 -0,1% 2.172.673 132,3%
2016* -0,1% 2.220.662 132,8%

I numeri evidenziano impietosamente la crescita turbinosa della massa debitoria nel corso degli anni, e soprattutto la modificazione del rapporto fra PIL e Debito pubblico (dal 37,1% del 1970 al 132,8% del 2016). Secondo alcune stime il debito pubblico italiano è arrivato lo scorso novembre a 2.229.412 milioni (quindi oltre 9 miliardi di euro in più rispetto al dato della tabella). Su questa cifra enorme, il Tesoro paga (secondo altre stime) all’incirca 70 miliardi di interessi all’anno. Si deve considerare che negli ultimi 20 anni l’Italia, pur registrando un avanzo primario, cioè una differenza positiva tra entrate (fiscali) ed uscite (spesa pubblica), ha visto vanificato tale risultato dal carico degli interessi sul debito pubblico. Quindi, a dispetto dell’avanzo primario, il saldo finale è sempre stato negativo, producendo un deficit netto annuo. Questo deficit ogni anno va a sommarsi al debito pubblico complessivo, contribuendo a incrementare il suo livello quantitativo e a sbilanciare in negativo il rapporto PIL/Debito.

Nelle ultime settimane è aumentata la massa di notizie ansiogene in merito alla risalita dello spread a 200, e al rischio di nuovi interventi correttivi, chiesti dall’Europa, per riportare il rapporto PIL/Debito dentro parametri adeguati.

Le ”autorità” economico-monetarie europee monitorano il nostro paese innanzitutto registrando il rapporto PIL/Debito. Secondo le previsioni/prescrizioni ricevute dal sovra-stato capitalistico europeo il rapporto, entro la fine del 2019, dovrebbe scendere al 126,6%. La discesa del Debito rispetto al PIL, almeno secondo il nostro ministero dell’economia, potrebbe avvenire solo a patto di un cospicuo miglioramento del saldo primario (entrate meno uscite) che dovrebbe passare dall’1,7% previsto per l’anno in corso, al 2,4% nel 2018 e al 3,2% nel 2019. Inoltre dovrebbe verificarsi, in concomitanza con l’aumento del saldo primario, una diminuzione dell’incidenza del costo per interessi passivi sul Debito, infatti dal 4,2% sul Pil di spesa per interessi registrato nel 2015, dovremmo attestarci al 3,4% nel 2019. Tuttavia, a fronte di questi scenari migliorativi, si pongono delle domande sugli strumenti di politica economica e fiscale da adottare per la loro realizzazione pratica. In sostanza deve essere attuato un contenimento ulteriore della spesa pubblica, e un ulteriore incremento del passaggio di reddito-ricchezza dal privato al pubblico (in definitiva un taglio del ”welfare” e un aumento dei tributi, innanzitutto, sulla classe proletaria).

Veniamo ora alla nostra tradizionale analisi delle cause economiche che sottostanno alla crescita del debito pubblico, e quindi dei ”rimedi” adottati dagli stati borghesi per il suo apparente contenimento.

L’economia capitalistica, sotto la spinta dei processi di concentrazione e centralizzazione dei capitali aziendali, determinati in buona parte dalla concorrenza fra le imprese, pone in essere la progressiva sostituzione del capitale variabile (cioè la forza-lavoro umana) da parte del capitale costante (il macchinario). La base materiale-quantitativa di estrazione del plus-lavoro proletario (all’origine del profitto), all’interno della composizione organica del capitale aziendale (data dal rapporto fra capitale variabile e capitale costante), dunque si rimpicciolisce, determinando la successiva caduta tendenziale del saggio medio di profitto. A questa tendenza storica alla riduzione del saggio di profitto, vengono opposte delle controtendenze, ad esempio l’incremento del saggio di sfruttamento sulla parte residua di forza-lavoro (capitale variabile) ancora impiegata nei processi produttivi (nonostante la maggiore presenza, in questi processi, di capitale costante- macchinario). Le controtendenze svolgono la funzione di opporsi alla tendenza principale alla cadute del saggio di profitto. La ‘finanziarizzazione’, ovvero la tendenza allo spostamento del capitale monetario complessivo (presente in una certa economia), dall’impiego nel settore industriale all’impiego nel settore creditizio-finanziario, è determinata innanzitutto dalla progressiva caduta del saggio medio di profitto nel settore industriale. L’impiego di capitale monetario nel settore finanziario-creditizio diventa per molti investitori una soluzione temporanea, ad alto rischio, messa in atto per bypassare questa caduta: tutto ciò accade perché la coperta del plus-valore/plus-lavoro, prodotta nel settore industriale, cioè la produzione di valore reale da cui attinge infine anche l’interesse finanziario (o l’utile del settore commerciale), non basta a placare/coprire la fame di rendimento/valorizzazione di tutti i capitali concorrenti. Infine le imprese, e in ogni caso i capitali monetari investiti in ogni settore e ramo di attività economica, devono essere valorizzati, se non vogliono correre il rischio di scomparire (se non altro per la perdita di valore monetario causata dall’inflazione).

Nel corso del tempo le crisi dell’economia reale precedono sempre, dunque, le crisi finanziarie, poiché se la benzina del plus-valore prodotta nel settore industriale scarseggia, allora anche gli altri settori (commerciale e finanziario) ne risentono inesorabilmente gli effetti (dipendendo anch’essi dal plus-valore prodotto nella produzione industriale). Per mantenere inalterato il flusso di ”benzina plus-valore” nel motore dell’economia capitalistica, allora si impone la solita ricetta dell’aumento diretto dell’estrazione di plus-lavoro relativo e assoluto dalla classe proletaria nei processi produttivi sui luoghi di lavoro (plus-lavoro assoluto: allungamento dell’orario di lavoro a parità di retribuzione, o con una minore retribuzione, allungamento dell’età pensionabile; plus-lavoro relativo: aumento della produttività del lavoro a parità di orario e di retribuzione, o con una minore retribuzione). Tuttavia, accanto all’aumento dello sfruttamento diretto dentro il processo di riproduzione del capitale aziendale, è possibile che si verifichi una forma indiretta di sfruttamento, attraverso l’aumento del costo della vita (a massa retributiva-salariale inalterata). Questo evento si verifica soprattutto con i tagli al ”welfare” e l’aumento della pressione tributaria. Dunque i tagli alla spesa e l’aumento delle entrate fiscali, vanno intesi come due movimenti socio-contabili finalizzati a placare la fame di rendimento del capitale monetario investito nel debito pubblico (ricordiamo che gli attuali possessori del Debito italiano sono per una buona metà investitori internazionali, e quindi le ulteriori richieste/diktat di ‘spremitura’ del nostro proletariato – da parte dell’Europa- denotano e segnalano anche un rapporto di forze sfavorevole alla nostra borghesia, all’interno della tradizionale lotta fra fratelli coltelli capitalistici; nel senso che le economie nazionali più deboli pagano il conto del maggiore grado di sfruttamento imposto dalla caduta del saggio medio di profitto internazionale). Tuttavia i tagli alla spesa e l’aumento della pressione fiscale non sono affatto funzionali alla ”ripresa economica”, in quanto aventi un effetto depressivo sulla domanda di beni e servizi. Allora ci ritroviamo al punto di partenza, cioè a dover fare i conti, è il caso di dirlo, con un meccanismo economico-sociale intrinsecamente contraddittorio.  Consigliamo ai lettori il testo (presente sul sito) ”Dalla guerra come difesa e offesa, alla guerra come distruzione di forza-lavoro in eccesso”.

 

Postilla

Ripresentiamo per la seconda volta un testo pubblicato dell’agosto 2016, sicuramente profetico nella determinazione dei passaggi politici e fiscali che contraddistinguono la nostra attualità.

Aumento del debito pubblico e del prelievo fiscale come elementi funzionali al ciclo di valorizzazione del capitale

Vai a fidarti dei rottamatori e del nuovo che avanza, verrebbe da dire, leggendo i dati di bank-italia sull’aumento del debito pubblico. In breve, dopo un aumento di quasi 77 miliardi, l’ammontare totale della massa debitoria pubblica è di 2249 miliardi di euro. Dunque, in termini percentuali, in soli sei mesi si è registrato un incremento del 4% (mentre l’economia, intesa come PIL, è ferma a una crescita dello zero%). Un bel risultato per il governo Renzi, non c’è che dire.
L’incremento debitorio va a  coprire il fabbisogno di spesa dell’amministrazione (25 miliardi circa) e l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro, a fronte (si suppone) di emissioni di titoli di stato (57 miliardi circa). Il dato ufficiale appare ancora più grave anche alla luce delle maggiori entrate tributarie di giugno 2016, quattro miliardi di euro in più rispetto al mese di giugno 2015. In totale, le entrate tributarie nel mese di giugno 2016, sono state pari a 45,1 miliardi (41 miliardi, invece, nello stesso mese  del 2015). Anche questi sono dati ufficiali, dati che sottolineano, inoltre, come nei primi sei mesi del 2016 la voce ‘entrate tributarie’ sia stata pari a 197,4 miliardi, in netta crescita del 5,5% rispetto all’analogo semestre del 2015. Alcuni giornali nazionali parlano già della ‘renzinomics’ che non fa più girare la macchina Italia, o della benzina che l’esecutivo non riesce a versare nel motore dell’economia. Sic transit gloria mundi, verrebbe da scrivere; non è molto elegante, infatti, esprimere tanta delusione verso un governo fino a poco prima elogiato per le ‘riforme’ messe in cantiere come il jobs act, la buona scuola o quella della pubblica amministrazione. Noi che abbiamo sempre criticato il contenuto di queste ‘riforme’ come funzionale al processo di valorizzazione del capitale, possiamo permetterci di ricordare che gli attuali dati macroeconomici di bank-italia li abbiamo in un certo senso previsti. Nel maggio 2015 abbiamo pubblicato un articolo che, partendo dalla lettura marxista del debito pubblico e della fiscalità esercitata sui redditi dei proletari (Imprese economiche di Pantalone), individuava la importante funzione di questi due parametri macroeconomici anche nella situazione contemporanea. Ci chiediamo se alla luce delle esigenze reali dell’economia capitalistica, e quindi del correlato e derivato ‘buon governo’ dei suoi zelanti amministratori politici attuali, deve davvero essere considerato come un fallimento la maggior imposizione fiscale e l’aumento del debito pubblico registrato nel primo semestre del 2016. Se ci fermiamo alle belle favole dell’economia politica liberale la risposta è si, se invece valutiamo i due dati macroeconomici nell’ottica della valorizzazione del capitale, soprattutto il capitale di tipo finanziario, allora non possiamo che esprimere le nostre congratulazioni alla squadra del governo Renzi. Proviamo a spiegare il paradosso: una maggiore imposizione tributaria significa mediamente un aumento del costo della vita, innanzitutto della vita dei proletari, e quindi un maggiore grado indiretto di sfruttamento della classe operaia. In definitiva, questo incremento indiretto dello sfruttamento capitalistico, ottenuto attraverso i correlati aumenti fiscali e del costo della vita, non compensati da aumenti retributivi, svolge la funzione economica di una controtendenza alla caduta tendenziale del saggio medio di profitto. Un aumento dell’imposizione fiscale sulle fasce di reddito nazionale proletario, pari ad esempio a tre miliardi in dodici mesi, significa (a parità di retribuzione) un uguale aumento del plus-lavoro /plusvalore estorto alla classe proletaria nello stesso arco di tempo. In realtà gli stati borghesi provvedono a pagare, a quella parte di capitale finanziario che compra i titoli di stato, cioè il debito pubblico, gli interessi sulle cedole (trimestralmente, ogni sei mesi, o annualmente), e in fondo le entrate tributarie servono in buona parte proprio a pagare gli interessi su quelle cedole. Poiché in una società divisa in classi lo stato è l’espressione della potenza della classe dominante, non bisogna stupirsi se uno dei suoi compiti è quello di convogliare i tributi incassati dai ceti popolari verso le tasche del capitale finanziario, in possesso dei titoli del debito pubblico: dunque l’aumento del debito è correlato agli aumenti tributari e fiscali (imposte sui redditi, sui consumi, tasse scolastiche e universitarie, tributi sui rifiuti e sulla casa). Gli aumenti congiunti dei parametri macroeconomici relativi al debito pubblico e all’imposizione tributaria sono un dato storico, mediamente, in crescita costante. Questo dato si spiega alla luce degli stessi processi dinamici dell’economia capitalistica, in cui il macchinario che sostituisce la forza lavoro umana, per ridurre i costi aziendali e fronteggiare la concorrenza, determina poi anche una caduta percentuale del saggio di profitto, soprattutto nei settori economici primario e secondario (agricoltura, miniere, industria). Inutile ripetere che essendo il profitto collegato al plus-lavoro non pagato, la riduzione percentuale della parte di capitale variabile (salari), a vantaggio del capitale costante (macchine), implica anche una riduzione tendenziale del saggio di profitto. Di fronte a questa tendenza immanente della sua economia, la classe parassitaria borghese ricerca nella sfera creditizia /finanziaria, nelle guerre distruttrici/rigenerative, nell’imperialismo predatore di risorse energetiche e capitali concorrenti, una soluzione temporanea alle contraddizioni del suo stesso sistema di parassitismo. Aumento della massa debitoria pubblica, e correlato aumento dello sfruttamento indiretto dei proletari con gli aumenti tributari e del costo della vita, sono dunque uno dei ‘rimedi’ storici, ancorché temporanei, che l’economia capitalistica persegue per risolvere le sue intrinseche contraddizioni. L’attributo di temporaneo, riferito al rimedio, è presto chiarito: il vulcano della produzione capitalistica trova origine anche nella volontà di conservare i profitti aziendali, infatti, se cala l’elemento umano – nella composizione organica del capitale – allora anche la parte di plusvalore contenuta nelle merci prodotte dovrà calare. Dunque, una maggiore produzione di merci dovrebbe compensare il calo quantitativo di plusvalore (se prima dovevo vendere cinque sedie per realizzare un plusvalore di venti euro, ora dovrò vendere otto sedie per realizzare lo stesso plusvalore). La crescita – tendenzialmente illimitata – dei quantitativi di merci prodotte ha lo scopo di conservare o aumentare il volume quantitativo di plusvalore realizzabile/monetizzabile nella successiva fase della circolazione /distribuzione (il saggio percentuale di plusvalore /profitto è invece storicamente, tendenzialmente, destinato a calare). Questo processo economico si incaglia ricorrentemente, tuttavia, nella palude del mercato. La circolazione/vendita delle merci diventa ora il problema principale, infatti dopo avere prodotto maggiori quantità di merci bisogna riuscire a venderle, ma per venderle ci devono essere dei compratori con la capacità di spendere la propria retribuzione, mentre la crescita della popolazione inoccupata (a causa della sostituzione del lavoro umano da parte del macchinario) compromette alla radice questa prospettiva. Dunque, la miseria crescente, determinata dalla crescita dell’esercito industriale di riserva disoccupato, ma anche dai periodici aumenti del costo della vita (collegati agli aumenti fiscali necessari a pagare gli interessi sul debito pubblico) insabbiano, nella palude del mercato, una parte della produzione merci, che , in relazione alla sua impossibilità di trovare una corrispettiva domanda di acquisto nella fase della circolazione /distribuzione si trasforma in sovrapproduzione di merci ( a cui è collegabile una corrispondente sovraccumulazione di capitale costante).

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