Onta e menzogna del «difesismo»

Nota redazionale: Onta del ‘difesismo’, ovvero come sfatare il mito della definizione di guerra giusta solo quando essa è difensiva. I termini difesa e offesa non significano nulla se vengono separati dal contesto dello scontro. In certi casi una difesa attiva può essere preferibile a una strategia di attacco, ma dipende dal quadro complessivo dei rapporti di forza. Nell’estate del 1943, nel saliente di Kursk, lo stato maggiore russo decise di adottare una strategia di difesa in profondità, in vista dell’imminente operazione offensiva tedesca denominata Cittadella, a tal fine fortificò con trincee e campi minati centinaia di kmq di territorio. Stalin avrebbe voluto attaccare, invece i suoi generali (Zukov, Vasilevskj Rokossowsky) lo convinsero a scegliere una strategia difensiva, decisamente più efficace per logorare e distruggere le divisioni corazzate del nemico. Gli esiti della battaglia, iniziata il 5 luglio e terminata di fatto il 15 luglio, diedero ragione ai generali di Stalin. L’attacco tedesco era di fatto congegnato come una tenaglia: da nord procedeva l’armata del generale Model, e da sud l’armata di Manstein. Solo quest’ultimo riuscì a minacciare il dispositivo difensivo russo, penetrando per quasi trenta km al suo interno, con le sue forze corazzate. Tuttavia il 12 luglio, nella piana di Prokorowka, la punta corazzata formata da 600 carri medi e pesanti tedeschi (fra cui i nuovi modelli medi Panther, e pesanti Tiger) fu affrontata dalla seconda armata corazzata della guardia guidata dal generale Pavel Rotmistrov. L’armata di riserva fu richiamata dal fronte della steppa, essa era dotata di oltre 800 carri (in prevalenza carri medi t 34). Lo scontro gigantesco di corazzati ( il più grande della seconda guerra mondiale) ebbe l’effetto di vanificare l’avanzata di Manstein. Nel contempo, a nord del saliente, era scattata una offensiva russa verso la città di Orel, mirante ad avvolgere alle spalle il dispositivo tedesco orientato verso il saliente di Kursk. Il 15 luglio l’operazione cittadella è di fatto fallita, le notizie sullo sbarco anglo-americano in Sicilia, il grave livello di perdite subite dal 5 luglio, e la minaccia su Orel,  spingono Hitler a revocarla, nonostante le proteste di Manstein (convinto di avere ancora delle chance di successo).

Secondo alcuni storici militari la battaglia di Kursk sancì, più della precedente battaglia di Stalingrado, l’inizio della fine del Terzo Reich (infatti dopo la sconfitta tedesca nel saliente di Kursk, l’iniziativa militare passò permanentemente nelle mani dell’armata rossa). Da quel momento in poi (Luglio 43) la Wehrmacht affronterà solo battaglie difensive, nel tentativo di  rallentare l’avanzata del ‘rullo compressore’ dell’armata rossa.

Abbiamo riportato un esempio reale di ponderazione fra attività militari difensive e offensive, in un certo teatro bellico, cioè all’interno di rapporti di forza militari determinati da parametri come le caratteristiche del terreno, i mezzi di combattimento disponibili, l’addestramento delle truppe, le strategie degli alti comandi militari, il grado di autonomia di questi comandi dal potere politico, le capacità di produzione e di innovazione dell’industria bellica nazionale.  Anche oggi qualcuno parla astrattamente di appoggio alle guerre giuste (quindi difensive) di presunti popoli oppressi, oppure vagheggia un astratto pacifismo (che come per magia dovrebbe far cessare la violenza del dominio capitalistico sui proletari e le guerre fra fratelli coltelli borghesi).

Per questo motivo il testo che vi riproponiamo è veramente importante. 

‘Onta del difesismo’ ricorda l’analisi di Lenin ”Dopo avere scartata la valutazione astratta e insufficiente di pacifisti filantropi e di anarchici, per cui tutte le guerre (e anche noi certamente lo pensiamo) sono barbare e bestiali, Lenin ritraccia la dottrina su «I tipi storici di guerra” .

‘Egli stabilisce ancora con esempi di guerre «possibili» alla data 1914, quali di esse potrebbero apparire «progressive» e giustificabili. Lo chiarisce (e qui i faciloni devono leggere «cum grano salis» come sempre quando i marxisti avanzano ipotesi storiche e non analizzano concreti accadimenti) al fine di provare che in nessuno degli Stati di Europa nel 1915 si può cianciare di «guerra giusta», e che in ogni caso il criterio è quello sociale, non quello della aggressione o difesa, invasione o resistenza, conquista o liberazione”.

”L’esempio di Lenin è questo: se un paese non ha un governo locale, ma è sotto il dominio politico di un altro paese estero vicino o lontano, allora sarebbe anche oggi il caso di giustificarne la guerra. Ma badate, questo non è, non era alla data 1915, il caso né per la Francia contro la Germania – che consideriamo dal 1871 sistemata per sempre a regime capitalista – né viceversa e nemmeno per la Germania contro la Russia zarista! Ecco i casi che suppone Lenin: il Marocco contro la Francia, l’India contro l’Inghilterra, la Persia e la Cina contro la Russia, poiché si tratta di colonie o semi-colonie in cui la mancanza di autonomia nazionale impedisce lo sviluppo moderno della società. Ma Lenin aggiunge subito: sarebbero guerre giuste e di difesa (nel senso che mirano a sloggiare un conquistatore straniero) ma ciò indipendentemente da quale delle parti sia stata iniziata la guerra. E fino a che il sistema di predominio si regge «nell’ordine» è chiaro che queste ipotetiche guerre giuste non potrebbero essere che di insurrezione, di sollevamento e quindi di attacco alle forze militari straniere occupanti.”

Dunque va valutato il tipo storico di guerra, e dal momento che dal 1871 in Europa è tramontato il fenomeno delle lotte nazionali borghesi anti-feudali, e il capitalismo è realtà di fatto, non hanno alcun senso rivoluzionario le pretese opportunistiche di fare blocco con un apparato statale borghese nella lotta contro altri apparati statali borghesi.   

”In Europa, dunque, il periodo delle guerre di sistemazione nazionale chiude al 1871: se ne potrebbero storicamente forse avere ancora, ma fuori di Europa. La guerra 1914 cade nel tipo delle guerre imperialiste, ed è paragonata da Lenin ad una contesa, non tra schiavi ed oppressori, ma tra chi «possiede cento schiavi e chi ne possiede duecento per una equa ripartizione degli schiavi stessi». Per mascherare tale turpitudine «la borghesia inganna il popolo servendosi della ideologia nazionale e del concetto della patria difesa”.

Infine, a proposito delle guerre giuste (difensive) e delle guerre ingiuste (offensive), leggiamo alcune righe del testo: «Nelle guerre rivoluzionarie (notate la definizione: rivoluzionarie nel senso della rivoluzione borghese, ma sempre rivoluzionarie) della Francia l’elemento della devastazione (sic) e del saccheggio (sic) di paesi stranieri è rimasto anche da parte dei Francesi, ma ciò non cambia affatto il significato storico fondamentale di tali guerre, che scotevano alla base il feudalesimo e l’assolutismo in tutta l’Europa».

”Per tale motivo, dunque, i marxisti «giustificano» quelle guerre”. 

 

 

Sul filo del tempo

Onta e menzogna del «difesismo»

Ieri

A detta dei mestieranti del riformismo e dei parlamentari da «programma minimo», che guidavano le masse operaie europee al principio del secolo, i socialisti «non si occupavano di politica estera» e non avevano idee sul problema della guerra tra gli Stati. Naturalmente, fino a che la guerra non dominò la scena ed il campo, «erano contro tutte le guerre», ed in merito non seppero dire di più del generico «pacifismo» quale era coltivato da borghesi o da anarchici.

Questo andazzo fu la degna premessa della politica di «appoggio a tutte le guerre» in cui rovinarono i principali partiti socialisti europei quando il ciclone del 1914 si scatenò. Allora i furfanti dell’opportunismo, divenuti alleati e ministri dei poteri imperiali borghesi, cominciarono a sofisticare e a barare sul fatto che il marxismo «non condannava tutte le guerre» ma alcune ne ammetteva: era naturalmente il caso della loro, di quella che a fautori ebbe in Germania Scheidemann & C., in Francia Guesde & C., in Austria Renner & C., in Belgio Vandervelde & C., in Russia Plechanov & C., in Gran Bretagna Macdonald & C., in Italia Mussolini &… nessuno.

Lenin, collo stesso ordine mentale e la stessa assenza di demagogia e di posa, lavora instancabile a rimettere le cose a posto, dal 1914 al 1917 nella più solitaria ombra, dal 1917 in poi nella abbagliante luce.

Prima preoccupazione del grande rivoluzionario è quella di ricollegare solidamente la trattazione del problema alle basi della dottrina e della politica socialista, ai suoi testi come ai suoi precedenti di battaglia.

La continuità del «filo» è la prima preoccupazione di Lenin. Egli stesso, che fu il più grande studioso della «più recente fase del capitalismo» nel suo svolgersi economico e sociale verso le forme imperiali, dimostra sopra tutto che solo per i traditori si trattò di «inattese prospettive» di «imprevedute situazioni» che suggerissero e autorizzassero «nuove analisi» e «nuovi metodi» del socialismo.

Furono proprio i maniaci dell’aggiornamento – complesso ciarlatanistico degli intellettuali borghesi – e delle revisioni, che avevano voluto correggere il marxismo dalla estrema destra come i Bernstein, o dalla falsa estrema sinistra sindacalista come i Jouhaux, i primi a passare nel campo sciovinista.

La via che abbiamo ricalcata con Engels a proposito delle guerre in Europa, nei fondamentali sviluppi storici studiati dal marxismo non meno attentamente degli svolgimenti economici e produttivi, la troviamo riconfermata con assoluta sicurezza in tutti gli scritti leninisti, base della riorganizzazione programmatica internazionale, fin dalle tesi 1915 su «Le basi del socialismo e la guerra».

Dopo avere scartata la valutazione astratta e insufficiente di pacifisti filantropi e di anarchici, per cui tutte le guerre (e anche noi certamente lo pensiamo) sono barbare e bestiali, Lenin ritraccia la dottrina su «I tipi storici di guerra».

I distratti e gli scordarelli – nulla da sperare dai passatori di spugne sulle conversioni e retroversioni in serie della passata carriera – possono rileggere e riflettere. Instancabili, noi ripetiamo.
«La rivoluzione francese ha instaurato un’era nuova nella storia del genere umano. Da essa fino alla Comune di Parigi (1789-1871) le guerre nazionali di liberazione, il cui carattere essenziale era l’abbattimento del giogo feudale, assolutistico o straniero, hanno costituito un tipo particolare di guerre. Esse sono state guerre di progresso, e perciò sono state dalla loro parte le simpatie di democratici, rivoluzionari, e socialisti».

Anche a proposito di tali guerre Lenin tiene a stabilire molto bene il senso della marxistica «approvazione» o «giustificazione», e a spiegare con quale portata si disse che si trattava di un appoggio a guerra di «difesa» o «per la patria» con termini solo in parte adatti. Infatti quelle guerre furono molte volte di «attacco» e di «invasione». Lo abbiamo letto senza occhiali colorati, in Engels; facciamo lo stesso in Lenin.

Le prime guerre «lodevoli» sono quelle della Francia contro le coalizioni, ma vada stabilito che Marx, Engels e Lenin (e noi modesti ripetitori per gli alunni sacrosantamente bocciati) comprendono nello stesso (gruppo di guerre), considerate utili poiché diffusero in tutta l’Europa la moderna organizzazione capitalistica, tanto le prime guerre dei sanculotti, che esaltarono i poeti per il carattere di difesa, al tempo stesso, della Rivoluzione e del suolo francese calpestato dagli eserciti invasori, quanto le guerre di Napoleone, con carattere di aggressione e di invasione dei paesi feudali.

Ed infatti:
«Nelle guerre rivoluzionarie (notate la definizione: rivoluzionarie nel senso della rivoluzione borghese, ma sempre rivoluzionarie) della Francia l’elemento della devastazione (sic) e del saccheggio (sic) di paesi stranieri è rimasto anche da parte dei Francesi, ma ciò non cambia affatto il significato storico fondamentale di tali guerre, che scotevano alla base il feudalesimo e l’assolutismo in tutta l’Europa».

Per tale motivo, dunque, i marxisti «giustificano» quelle guerre. Non hanno quindi applicato il metodo puerile: chi è l’aggressore, l’invasore, il devastatore? questi ha torto, noi siamo «contro la sua guerra»; peggio, ci arruoliamo per la guerra contro di lui. Id est, saremmo stati reclute di Dumouriez a Valmy, di Bluecker a Waterloo…

Chi ragionava in tal modo, rispettabile lui perché mai pretese di essere marxista, era ad esempio Garibaldi, che «dimenticando Roma e Mentana» e i proiettili bonapartisti, corse sulle Ardenne a difendere nel 1870 la Francia quando la vide invasa dal prussiano.

Come invece tale guerra è veduta dal marxista? Tiene questi bordone a Bonaparte o a Bismark? Giammai. Vedemmo l’analisi engelsiana. Ora Lenin:
«nella guerra franco-prussiana la Germania ha depredato la Francia (annessione dell’Alsazia-Lorena, indennità di guerra in miliardi del tempo), ma ciònon cambia il significato storico fondamentale di questa guerra, che ha «liberato» molti milioni di tedeschi dallo smembramento feudale e dall’oppressione di due despoti: lo Zar di Russia e Napoleone III».
Lenin ci ha «sillabato» la valutazione di Engels, il secondo fu tanto poco spinto alla sua invettiva da patriottismo di tedesco, quanto il primo potesse esserlo da patriottismo… di russo. Parimenti guidati dalle ragioni del divenire del moto di classe e socialista, essi considerano apertamente come «liberatrici» guerre che ebbero carattere di devastazione, saccheggio, invasione, conquista e depredamento: sono le loro parole.

Qui l’esame di Lenin viene al dilemma «guerra difensiva e guerra offensiva». Ed egli spiega limpidamente: in quel periodo 1789-1871 che ha lasciato «tracce profonde e reminiscenze rivoluzionarie» la lotta proletaria non aveva potuto compiersi per il socialismo, ma dovette appoggiare gli sforzi di liberazione della borghesia dal feudalesimo.
«Nel concetto di guerra difensiva i socialisti vollero indicare una guerra giustificata da questo punto di vista».
Le sottolineature sono di Lenin, il quale aggiunge:
«in questo modo ha spiegato tale concetto Carlo Liebknecht».

Il grande e giovane rivoluzionario dovette, quasi solo, sostenere la polemica con tutti i marxisti della socialdemocrazia tedesca, passati alla sporca alleanza col Kaiser nel 1914. Questi non mancarono di contestargli le previsioni marxiste sulla «guerra contro le razze riunite degli slavi e dei latini» e sulla minaccia del dispotismo russo, la stessa, essi dissero, del 1870. Sostennero l’estremo della «difesa». È noto come la guerra precipitò: uccisione dell’arciduca austriaco a Serajevo, mobilitazione dell’Austria contro la Serbia, immediata risposta con la mobilitazione russa; le armate dello Zar iniziano palesemente l’offensiva, non sulla direttrice Vienna e sul baluardo dei Carpazi, ma per le pianure baltiche verso Berlino: quindi la Germania mobilita «a sua difesa»: militarmente, per la logica dei suoi piani, si getta verso il Reno. La Francia dunque mobilita a difesa lei pure: si difendevano tutti, questi governi di massacratori! Il più ipocrita dei «Tartufi» della storia a sua volta mobilitò: l’Inghilterra scelse a motivo la difesa del piccolo Belgio, per cui passavano le forze tedesche. E nello stesso autunno 1914 la storia registrò due grandi battaglie di arresto, due vittorie «difensive»: Foch sulla Marna, Hindenburg sui Laghi Masuri. Ministri socialisti a Berlino e a Parigi erano schierati per la «difesa nazionale». I socialtraditori di Berlino vogliono stritolare Liebknecht (quando furono al potere lo fucilarono, mentre il Kaiser lo aveva solo messo in galera) con l’argomento marxista della «guerra difensiva». Agente provocatore dello Zar! gli gridano: ti sbattiamo in faccia l’indirizzo della Prima Internazionale sulla guerra del 1870 vergato dalle mani di Marx:
«Dal canto tedesco, la guerra è guerra di difesa… con profondo rammarico ci vediamo costretti ad una guerra difensiva… la classe operaia tedesca ha appoggiato energicamente la guerra… gli operai industriali assieme ai contadini fornivano i nervi e i muscoli di un esercito eroico…».

Carlo Liebknecht, di cui non si sa se ricordare con maggiore ammirazione la preparazione di teorico o l’eroismo di lottatore contro tutta una massa ebbra di demagogia patriottarda, chiarì che l’impiego politico del termine di guerra «di difesa», e la solita citazione dei brani staccati, non doveva offuscare la chiara ragione storica e la valutazione delle basi e degli effetti sociali delle guerre, e che dopo la guerra del 1870, raggiunto lo scopo, indicato in quegli stessi testi, di «indipendenza della Germania e liberazione di essa e dell’Europa dall’incubo opprimente del secondo impero», scopo che giustificava la guerra anche in quanto di invasione di conquista e di preda, si era aperto un ben diverso periodo storico. Se quindi anche prima era falsa la distinzione tra guerra di difesa e di offesa, poiché era ben diverso il carattere sociale e storico della «discriminazione» tra guerra e guerra, nel 1914 si tratta di tutt’altro, della selvaggia contesa tra gruppi imperialisti per lo sfruttamento del mondo, e i socialisti non ravvisano più guerre da appoggiare, o patrie da difendere, di qua o di là dal Reno o dalla Vistola.

Lenin non considera solo di importanza somma il chiarire tale punto, ma vuole stabilire con documenti che una simile visione è stata quella dei veri marxisti, anche prima della Guerra Europea del 1914 e fino dall’aprirsi di quel nuovo periodo di dominante capitalismo in tutta Europa.

Egli stabilisce ancora con esempi di guerre «possibili» alla data 1914, quali di esse potrebbero apparire «progressive» e giustificabili. Lo chiarisce (e qui i faciloni devono leggere «cum grano salis» come sempre quando i marxisti avanzano ipotesi storiche e non analizzano concreti accadimenti) al fine di provare che in nessuno degli Stati di Europa nel 1915 si può cianciare di «guerra giusta», e che in ogni caso il criterio è quello sociale, non quello della aggressione o difesa, invasione o resistenza, conquista o liberazione.

L’esempio di Lenin è questo: se un paese non ha un governo locale, ma è sotto il dominio politico di un altro paese estero vicino o lontano, allora sarebbe anche oggi il caso di giustificarne la guerra. Ma badate, questo non è, non era alla data 1915, il caso né per la Francia contro la Germania – che consideriamo dal 1871 sistemata per sempre a regime capitalista – né viceversa e nemmeno per la Germania contro la Russia zarista! Ecco i casi che suppone Lenin: il Marocco contro la Francia, l’India contro l’Inghilterra, la Persia e la Cina contro la Russia, poiché si tratta di colonie o semi-colonie in cui la mancanza di autonomia nazionale impedisce lo sviluppo moderno della società. Ma Lenin aggiunge subito: sarebbero guerre giuste e di difesa (nel senso che mirano a sloggiare un conquistatore straniero) ma ciò indipendentemente da quale delle parti sia stata iniziata la guerra. E fino a che il sistema di predominio si regge «nell’ordine» è chiaro che queste ipotetiche guerre giuste non potrebbero essere che di insurrezione, di sollevamento e quindi di attacco alle forze militari straniere occupanti.

In Europa, dunque, il periodo delle guerre di sistemazione nazionale chiude al 1871: se ne potrebbero storicamente forse avere ancora, ma fuori di Europa. La guerra 1914 cade nel tipo delle guerre imperialiste, ed è paragonata da Lenin ad una contesa, non tra schiavi ed oppressori, ma tra chi «possiede cento schiavi e chi ne possiede duecento per una equa ripartizione degli schiavi stessi». Per mascherare tale turpitudine «la borghesia inganna il popolo servendosi della ideologia nazionale e del concetto della patria difesa».

Non ripeteremo una volta ancora i tratti dell’analisi dell’imperialismo. Richiamiamo alcuni punti che valgono a ridar la prova della continuità della valutazione marxista nel periodo di cui si tratta, dopo il 1871, e ben prima di Liebknecht, di Lenin e degli altri socialisti che lottarono tenacemente contro la guerra. Si tratta del denudamento del socialpatriottismo colle sue vergogne.

Lenin si riporta all’esempio della Comune di Parigi, richiamato espressamente dal Manifesto della Seconda Internazionale socialista al Congresso di Basilea del 1912:
«trasformazione della guerra dei governi in guerra civile».
Chi del grande svolto storico prende atto «ad horas», altri non è che Carlo Marx in persona, nel classico brano conclusivo dell’indirizzo 30 maggio 1871.
«Il supremo slancio di cui la vecchia società borghese fosse ancora capace, era la guerra nazionale: la quale ora si rivela come un raggiro di governi e niente più; che non ha altro scopo se non quello di provocare la lotta di classe e che si mette in agguato non appena la lotta di classe divampa in guerra civile. Il predominio di classe non è più in condizione di nascondersi sotto una uniforme nazionale: i governi nazionali sono tutti confederati contro il proletariato».

Marx dunque vide la futura guerra tra gli Stati nazionali, che il periodo precedente aveva definiti e sistemati, provocare la guerra di classe, e il proletariato raccogliere la sfida dei governi nazionali tutti. I rinnegatori del marxismo, a Berlino e nelle altre capitali, al raggiro della guerra nazionale seppero solo rispondere ammainando la bandiera rossa dichiarando sospesa la lotta di classe, passando nelle file degli eserciti nazionali borghesi.

Lenin rinfaccia loro di avere con ciò tradito il marxismo in tutte le sue esplicite manifestazioni dal 1871 al 1914, e ne ha ben ragione.

Jules Guesde, che doveva poi così miseramente rinnegarsi, capo della sinistra marxista in Francia, nel 1899 (En garde) si scagliava contro il ministerialismo socialista, tanto in pace, che in caso di una guerra «ordita dal brigantaggio capitalistico»; Kautsky, che fece la stessa fine, nel 1908 («Weg zur Macht»: la via al potere) dichiarava finita l’epoca pacifica, aperta quella delle guerre e delle rivoluzioni. Basilea, Lenin rileva, ribadisce sia il concetto storico che quello di azione. Ricorda i conflitti latenti in Europa, tutti di brutale predominio da ogni lato: austro-russo nei Balcani, anglo-franco-tedesco nell’Africa, austro-italiano in Albania, anglo-russo nell’Asia centrale e così via. Lenin commenta:
«si combattono l’un l’altro grossi pescecani per divorare patrie straniere: la possibilità di difesa della patria è un nonsenso teorico e una pagliacciata pratica». Ma «dal riconoscimento della difesa nazionale derivava una tattica, da quello della guerra imperialistica un’altra. Basilea si esprime chiaramente. La guerra porterà ad una crisi economica e politica che bisogna sorpassare non per mitigare la crisi stessa, non per difendere la patria, bensì per smuovere le masse, per affrettare la caduta del dominio di classe capitalistico».
Lenin ricorda che il MANIFESTO disse che
«le classi dominanti temono la rivoluzione proletaria come conseguenza di una guerra mondiale»,
e si ricollegò non solo alla Comune ma alle grandi agitazioni russe del 1905 venute dopo la guerra col Giappone.

Ininterrottamente, coerentemente, da Marx a Lenin, i rivoluzionari socialisti non hanno mai ricalcata la balorda figura borghese dello «scongiuratore di guerre», scemo quanto impotente, ma si sono preparati ad essere, nel senso rivoluzionario, opposto a quello del superimperialismo, i «profittatori di guerra».

Lenin eresse la dottrina del disfattismo e la condusse ad una clamorosa vittoria storica.

Quando questa non era che una prospettiva lontana, egli, rispondendo alla domanda: disfattismo contro quale parte? seppe scrivere:
«Solo un borghese, che viva nella fede che la guerra ordinata dai governi terminerà inevitabilmente come guerra dei governi, e che ciò desideri, trova ridicola e pazzesca l’idea che i socialisti di tutti i paesi in guerra debbano desiderare la sconfitta di tutti i propri governi».

Quando i partiti proletari sono stati, ad opera del tradimento, messi a «desiderare» la vittoria di alcuni governi, e a combattere per essi, le forze della rivoluzione mondiale sono andate in rovina.

Nella dottrina marxista e leninista, come abbiamo dimostrato, resta stabilito che, sia a proposito delle guerre di sistemazione nazionale (1792-1871) che quelle imperialiste, la distinzione tra tipi storici di guerre non ha mai gravitato sulla accettazione del concetto che ogni guerra di difesa sia giustificata. Nel primo periodo di marxismo giustifica come storicamente utili alcune guerre, in generale offensive, nel secondo sconfessa tanto quelle offensive che quelle difensive, ossia attende la utilità storica non da un dato esito delle guerre, ma dai successi del disfattismo rivoluzionario interno, che preconizza ed affretta ovunque è possibile.

Oggi

Espulso il criterio della «difesa» dalla valutazione delle guerre fatta dai marxisti nei due periodi, sorgono i quesiti relativi alle guerre che sono venute e potranno venire dopo, ossia nel periodo succeduto a questi fatti storici: Prima Guerra Mondiale imperialista, Rivoluzione Russa; fallimento della Seconda Internazionale, fondazione della Terza.

Abbiamo in altri «fili» visto il punto della guerra «rivoluzionaria» proletaria. Dopo la rivoluzione borghese vi furono guerre degli Stati, per evitare che dall’estero fosse restaurato il regime feudale, e poi per attaccarlo in casa sua; presenterà un processo analogo la rivoluzione proletaria?

Una prima tentata applicazione di tale ipotesi fu addirittura fatta dagli opportunisti russi dopo la caduta dello Zar nel febbraio, e la prima rivoluzione che portò al potere i partiti borghesi democratici; pretendendosi che cessasse la opposizione proletaria alla guerra antitedesca. Mostrammo come i bolscevichi liquidarono tale insidia. Ma il problema si ripresentò quando questi presero il potere e l’esercito tedesco avanzò col proposito di abbattere la rivoluzione. In tale occasione Lenin combatté la tesi di «sinistra» di Bucharin, che si era infiammato per la guerra rivoluzionaria; spiegò che si era ereditata una guerra reazionaria e si doveva liquidarla facendo leva sul disfattismo proletario tedesco. La Russia rossa si inginocchiò in apparenza colla famosa pace di Brest-Litowsk, ma il militarismo germanico non tardò a crollare: i Ludendorff ammisero che era per motivi di politica interna che, dopo notevoli successi strategici, si videro sfasciare tra le mani il fronte di Ovest, nel novembre 1918, e dovettero capitolare senza che i nemici avessero vinta una grande battaglia né violato il confine tedesco.

Solo gli imbecilli oggi in circolazione possono però attribuire a Lenin la definizione di provocatoria alla teoria della guerra rivoluzionaria. Lenin in principio non ne ha mai esclusa la eventualità storica: tra il 1918 e il 1920 la Russia ha condotto autentiche guerre rivoluzionarie sia difensive contro attacchi di spedizioni alimentate da francesi ed inglesi, che offensive contro la Polonia bianca e borghese.

Ma la teoria, indubbiamente leninistica, della guerra rivoluzionaria, comporta queste condizioni: che si abbia uno stato effettivamente proletario – che sia condotto da un esercito rosso come Lenin lo annunciò al Secondo Congresso di Mosca: sorgono ovunque eserciti proletari, e i comunisti di tutti i paesi lavorino a formarne un esercito solo!

Date queste condizioni, la guerra rivoluzionaria non è solo possibile, ma è «legittima», in quanto coincide con la guerra civile mondiale, e può sorgere tanto come resistenza ad una invasione capitalistica nel paese proletario, quanto e soprattutto – e solo in tal caso sarà possibile la sua vittoria – come guerra di attacco al capitalismo mondiale.

Le guerre degli Stati per la sistemazione nazionale furono rivoluzionarie per la vittoria della borghesia, in quanto questa economicamente e socialmente è condizionata dalla indipendenza nazionale – una guerra potrà essere rivoluzionaria per la vittoria del proletariato, in quanto questa, economicamente e socialmente, è condizionata dalla internazionalità.

Comunque, abbiamo un terzo «tipo» di guerra, nel quale, alla luce del metodo di Marx e di Lenin è, come negli altri due, fallace e controrivoluzionario applicare il criterio del «difesismo».

Siamo passati attraverso la seconda delle guerre mondiali, e si è preteso di non identificarla col tipo «imperialista»; e di «giustificarla» in quanto guerra contro la Germania e i suoi alleati. Al tempo stesso la si è gabellata come guerra del tipo primo, di «liberazione nazionale», e come guerra del tipo terzo: rivoluzionario proletario. Gli stalinisti hanno preteso, in entrambe le contraffazioni, di essere sempre seguaci del marxismo-leninismo, e nello stesso tempo hanno fatto largo impiego dell’argomento difesista, affermando che si trattò di respingere l’aggressione germanica.

Ora, ogni altra classificazione marxista che non sia quella di Seconda Guerra imperialista Mondiale, cade immediatamente nell’assurdo, per ragioni ancora più potenti di quelle che, in sede di critica della Prima Guerra, facevano cadere la spiegazione progressiva e quella difesista accampate dai socialpatrioti dei vari paesi.

Valutazione di guerra di sistemazione nazionale? Quelle erano state considerate progressive dai marxisti solo e precisamente in quanto erano un necessario trapasso alla diffusione della produzione capitalistica e all’abbattimento dei vincoli ed istituti feudali. Tale argomento nulla ha a che vedere con una generica accettazione e peggio apologia delle pretese conquiste della rivoluzione borghese sul piano giuridico, come libertà, democrazia, eguaglianza dei cittadini, già squalificate dal socialismo proletario fin dalle sue prime formulazioni. Ora, se Mussolini ed Hitler avevano intaccato quelle vantate conquiste, non avevano con questo rovesciata indietro di cinquant’anni la storia sociale, e non solo non avevano spiantato, ma non intendevano affatto spiantare industrie, macchine, ferrovie, banche e tutto il resto dell’apparato produttivo capitalistico; piuttosto esaltarne il ciclo, da tempo da noi saputo per bestiale e negriero. Buffonata pura dunque applicare a Mussolini quanto si applicò a Napoleone III, a Hitler quanto si applicò allo Zar. Quindi, se andava fatto il disfattismo delle guerre di costoro, non per questo andava approvata e sostenuta la guerra dei governi loro nemici.

Valutazione di guerra di difesa? Abbiamo visto che tale criterio non guidò mai i marxisti non traditori. Se per un momento davvero in Italia nel 1922 e in Germania nel 1933 si fosse «rimesso al potere il medioevo» e si fosse dovuto ricominciare coi «risorgimenti nazionali», ipotesi che fa mingere le galline, allora sarebbe stata sacrosanta la offensiva.

Si disse che fu Hitler ad attaccare la Polonia attraverso Danzica, dopo una serie di sopraffazioni su Austria e Cecoslovacchia «tollerate» da inglesi e francesi. Perché, allora, se il cannone della difesa e della indipendenza delle nazioni è pregiudiziale e sacro, l’esercito russo non mosse contro quello tedesco, e invece mosse proprio contro i polacchi di accordo con l’invasore per una pronta spartizione?

Valutazione di guerra proletaria? Per tenere su una simile balla bisognerebbe ammettere che i regimi di Francia, Inghilterra, America, borghesi capitalisti e imperialisti smaccati al tempo della Prima Guerra e di Lenin, nonché borghesi, ed imperialisti ancora oggi 1951, avessero avuta una strana parentesi, non dal 1939, ma dal 1941 al 1945, e avessero impegnato tutto il loro potenziale industriale e militare per diffondere nel mondo il regime socialista, impedendo ai tedeschi di abbatterlo!

Si riconosce oggi dagli stalinisti che la politica del capitalismo americano, non solo a carico dell’Asia, ma anche a carico della Europa, è una politica di aggressione imperiale, e lo si comprova con gli stessi argomenti che ci permisero di stabilirlo al tempo di Wilson contro la menzogna della guerra giusta e della lega per la pace. Si ricercano gli scritti di Lenin, sempre da noi citati, sulle origini lontane dell’imperialismo conquistatore degli Stati Uniti, dal 1898 in poi, ultimo ma più tremendo nella serie degli imperialismi dei popoli bianchi. Morto Lenin, queste caratteristiche basilari, legate ad un profondo, lungo processo economico e sociale della macchina produttiva statunitense, avrebbero permesso una fase intermedia di lotta per la libertà, per la repressione degli aggressori, addirittura per la difesa del paese socialista?

Nulla, assolutamente nulla può invocarsi sul terreno socialista e marxista per attribuire artatamente alla guerra 1939-1945 un carattere che riproduca quelle delle guerre borghesi progressive anteriori al 1871. Essa fu una aperta guerra imperialista. Ogni lavoro per creare all’interno degli Stati borghesi una solidarietà di guerra coi governi di uno dei campi fu lavoro controrivoluzionario irreparabile, conferimento irrevocabile di potenziale ai poteri degli imperialismi vincitori.

L’equivoco sullo schieramento dello Stato russo, benché si spieghi con la influenza delle tradizioni della rivoluzione di Lenin tra le masse in tutto il mondo, non ebbe altro effetto che di aggravare lo sgretolamento del potenziale rivoluzionario, rispetto a quanto produsse la solidarietà di guerra 1914-1918.

Questa seconda ondata di opportunismo non può sostenersi con la sofisticazione delle tradizioni marxiste circa le guerre «utili». Essa non poteva che ricadere nel più spregevole preleninismo, e lo ha fatto riportando in primo piano l’espediente della ipocrisia difesista.

Ipocrisia cui solo un’altra è pari: quella pacifista.

‘Battaglia Comunista’ n.5 del 1951

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