Corea è il mondo

 

 

Nota redazionale: Il pittoresco e colorito scambio di ‘opinioni’ fra i cosiddetti ‘dominus rex’ di USA  e Corea del nord può fuorviare l’attenzione dal vero nocciolo della questione. In altre parole dal fatto che dietro ogni scontro/contesa locale si cela, nell’attuale quadro storico globale, come ben ricorda il testo del 1950, un regolamento di conti fra grandi potenze capitalistiche ( Regni hostibus, regni nemici).

Ecco le fedeli parole del testo ‘ Non occorrevano quattro mesi, alla critica marxista, per ricondurre la guerra in Corea alle sue proporzioni reali, a fissarla nella sua cornice storica. Non era un episodio contingente o locale, un caso, un deprecabile incidente: era una fra le tante, e certo tra le più virulente manifestazioni di un conflitto imperialistico che non ha paralleli né meridiani, ma si svolge sul teatro di tutto il mondo, nei limiti di tempo internazionali dell’imperialismo”… Non in palio erano la libertà, il socialismo, il progresso, e le mille ideologie in lettera maiuscola di cui è cosparso come di tante croci il cammino della società borghese, ma i rapporti di forza e le condizioni di sopravvivenza dei due massimi sistemi economici e politici del capitalismo, America e Russia”.

In palio erano allora, come lo sono, ipotizziamo, anche oggi, i rapporti di forza fra i due blocchi (sistemi) economico-politici predominanti del capitalismo mondiale. Proviamo allora a  fare una piccola sintesi dei due errori prevalenti nel campo del marxismo ‘creativo’, quando incappa nella questione delle contese inter-imperialistiche. La prima posizione che  analizzeremo giunge addirittura a negare (in ultima istanza) l’esistenza stessa di contese fra blocchi opposti di potenze capitalistiche. Da dove deriva tale asserzione? Naturalmente dalla credenza in un piano unico del capitale mondiale, che in quanto autonomo dagli stati (cioè dal suo braccio armato politico-militare) ormai volerebbe libero e sovrano nei circuiti della economia e finanza globale in cerca di valorizzazione. In tale visione (assimilabile in tutto e per tutto ad uno stato alterato di coscienza) il capitale unico mondiale non avrebbe più bisogno degli stati nazionali, perché la concorrenza fra economie nazionali, aree economiche, alleanze economico-politiche sovranazionali, in definitiva la concorrenza e l’anarchia della produzione (un dato di fatto che risulta verificabile nondimeno nel mondo reale contemporaneo), sarebbero invece scomparsi, e al loro posto avremmo ormai una economia centralizzata, di fatto socialista (Kautsky docet). La seconda posizione invece riconosce la realtà delle contese inter-imperialistiche, scegliendo di schierarsi alternativamente per un  contendente contro il suo rivale, immemore della lezione di Lenin (le guerre imperialistiche sono solo contese fra padroni di schiavi).  

Le idee del moderno opportunismo oscillano dunque fra due posizioni ugualmente funzionali al capitalismo: la prima posizione, abbiamo visto, nega l’esistenza di un conflitto inter-imperialistico fra blocchi di potenza economico-militari concorrenti, propendendo invece per la vecchia teoria kautskiana del centro unico (super-stato) del capitale. Tale posizione è solo un corollario della concezione del comunismo come un dato già realizzato nella economia e nella società contemporanee. Questa concezione, peraltro fondata su una rudimentale e scorretta lettura della metafora marxista del comunismo come un embrione contenuto nel grembo dell’attuale società borghese, si intreccia in effetti con la vecchia teoria kautskiana della centralizzazione dei capitali come meccanismo di superamento automatico, meccanico, pacifico, della concorrenza, dell’anarchia della produzione e in definitiva dell’economia capitalistica.  Il dato statistico-anagrafico, di segno opposto a tali fantasie, consistente nei miliardi di umani che subiscono ogni giorno la violenza del capitalismo, non ha alcun valore agli occhi dei fervidi sognatori del comunismo già realizzato (così come non aveva nessuna importanza per i fedeli del socialismo reale sovietico il fatto che in quel socialismo fossero attive e vigenti tutte le principali leggi e categorie capitalistiche: Salario, denaro, merce, anarchia della produzione, dislivelli economici e di reddito fra aree geografiche, regioni, individui, debito pubblico, produzione su base aziendale con criterio dominante della redditività e annessa contabilità a costi e ricavi ). Le moderne teorie del comunismo già attualizzato, portate alle estreme conseguenze, implicano sul piano pratico-politico la rinuncia a lottare e organizzarsi in partito di classe per ottenere qualcosa che, d’altronde, in un certo qual modo, (almeno all’interno di queste teorie) già esiste. In definitiva queste teorie rappresentano una forma di svilimento/negazione del conflitto sociale come base del mutamento storico reale, e in quanto tali non possono che orientare i propri adepti, inevitabilmente, verso la pura contemplazione inerte e passiva del divenire storico. Si può ravvisare in esse, se vogliamo, anche una lontana discendenza dalla filosofia leibniziana del mondo reale come il ‘migliore dei mondi possibili’, o addirittura un collegamento con l’hegeliano ‘tutto ciò che è reale è razionale’.  

Il secondo tipo di posizione opportunista è quella definibile come ‘partigianeria’: in questo caso la sedicente forza politica marxista opta per una scelta a favore di uno dei due gruppi di potenze capitalistiche, attribuendo al gruppo scelto delle qualità positive negate viceversa al suo concorrente. Naturalmente un altro conto è ipotizzare, non parteggiando per nessuno dei due imperialismi (ugualmente padroni di schiavi direbbe Lenin), che la sconfitta di uno dei contendenti imperiali abbia delle maggiori probabilità di provocare una intensificazione del conflitto di classe (nel territorio del paese sconfitto e forse anche in altre lande del globo). Questa è la nostra posizione quando sosteniamo che una serie ripetuta di sconfitte geo-politiche del Chaos Imperium USA, in varie aree (soglie di frattura) dello scacchiere mondiale (Siria, Ucraina, Libia, Afghanistan, Corea, Iran…) potrebbe essere maggiormente suscettibile di favorire una ripresa del conflitto sociale (rispetto all’ipotesi opposta, cioè della sconfitta del blocco Russo-cinese). Una forza politica marxista non è ovviamente neutrale, ma parteggia per la libertà della specie umana dall’oppressione, e quindi esprime-sostiene gli interessi della classe sociale (proletaria) che incarna la missione storica di spezzare la gabbia dell’oppressione. I duellanti borghesi, invece, cioè i giganteschi apparati statali militari-industriali di Russia-Cina e USA-Europa ( e gli interessi economico-sociali di cui sono il braccio armato), sono entrambi (Lenin docet) padroni di schiavi, e non esiste una ragione politica valida per parteggiare per un padrone di schiavi contro il suo rivale.  Una forza marxista, naturalmente sulla base dell’analisi dei dati storici relativi alla situazione economico-sociale di  una certa compagine imperialista (scioperi, manifestazioni di piazza, livelli di reddito dei proletari e potere di acquisto dei salari, disoccupazione, grado di incremento della povertà relativa e assoluta) può invece fare delle ipotesi, e stabilire che date certe differenti condizioni di disagio economico-sociale nei territori presidiati dai due blocchi imperiali, la sconfitta ripetuta di uno di questi blocchi nelle varie aree di contesa geopolitica, potrebbe, ripetiamo potrebbe, maggiormente favorire la disgregazione della sua capacità di controllo del conflitto di classe proletario, e quindi aprire scenari di mutamento sociale inediti.  “Ad maiora semper!”

 

 

 

 

 

Corea è il mondo

 

Non occorrevano quattro mesi, alla critica marxista, per ricondurre la guerra in Corea alle sue proporzioni reali, a fissarla nella sua cornice storica. Non era un episodio contingente o locale, un caso, un deprecabile incidente: era una fra le tante, e certo tra le più virulente manifestazioni di un conflitto imperialistico che non ha paralleli né meridiani, ma si svolge sul teatro di tutto il mondo, nei limiti di tempo internazionali dell’imperialismo. I suoi protagonisti non erano né i coreani del Nord rivendicatori di un’unità nazionale spezzata, né i coreani del Sud araldi di un diritto e di una giustizia violati; ma le milizie inconsce e l’ufficialità prezzolata dei due grandi centri mondiali del capitalismo, entrambi protesi per un’ineluttabile spinta interna verso il precipizio della guerra. Non in palio erano la libertà, il socialismo, il progresso, e le mille ideologie in lettera maiuscola di cui è cosparso come di tante croci il cammino della società borghese, ma i rapporti di forza e le condizioni di sopravvivenza dei due massimi sistemi economici e politici del capitalismo, America e Russia.

E non aveva senso porre la questione, cara agli azzeccagarbugli dì tutte le guerre, dì chi fosse l’aggredito e chi l’aggressore, poiché aggressivo è sempre l’imperialismo e, come è vero che la pedina russa è stata la prima a varcare un ridicolo e assurdo parallelo (espressione anch’esso di una particolare fase dei rapporti di forza fra i due imperialismi), così è vero che su scala mondiale la più violenta forza di espansione e di aggressione, poco importa se tradotta in armi o in dollari o in scatolette di carne conservata, è quella che cova nelle viscere del gigantesco apparato produttivo degli Stati Uniti. Ma su un piccolo spazio si condensava, stringendo i tempi, tutto l’arroventato potenziale esplosivo di un contrasto mondiale, e più che in qualsiasi precedente episodio di guerre localizzate si proiettavano come su uno schermo tragico le forme che questo contrasto è destinato necessariamente ad assumere in tutto il mondo – lo spregiudicato sfruttamento da parte americana di macchine e ordigni di guerra, di lavoro accumulato, di capitale costante; l’altrettanto spregiudicato impiego di carne umana, di lavoro vivo, di capitale variabile (se così si potessero volgarizzare in termini di economia marxista le manifestazioni esterne del conflitto) da parte russa. E, insieme, questa particolarità, valida soprattutto per i Pesi asiatici: che la spinta russa – volta assai più a premunirsi dalla marcia incalzante del dollaro, che ad aprirsene una propria – si aggrappa ad un sottosuolo sociale in fermento, alla possibilità di far leva su stratificazioni borghesi insofferenti delle ultime sopravvivenze del passato, su ceti contadini in illusoria fame di terre, su masse proletarie sfruttate ed illuse (non per nulla lo stalinismo ha li bandito la famosa tattica del «blocco delle quattro classi»), mentre la spinta americana non ha a suo sostegno che la gigantesca armatura del suo apparato produttivo dilatato fino ai limiti dell’inverosimile. Ancora una volta, la guerra portava all’esasperazione lo sfruttamento economico e politico delle masse lavoratrici, l’opera di spietata distruzione di beni e di forza-lavoro che è l’appannaggio storico inevitabile del capitalismo.

Non era guerra in Corea, ma guerra nel mondo. E la «pace», la fine ormai prossima del conflitto col tradizionale abbandono delle forze lanciate nel massacro dal padrone strapotente e la loro parziale riutilizzazione in fasi successive in rinnovati esperimenti partigiani – che sarà un altro modo di continuare la guerra vera oltre le finzioni di una pace illusoria, – ha subito riaperto lo scenario di nuovi conflitti: e l’Indocina sembra essere, fin da oggi, l’anello immediatamente successivo del conflitto palese. La macina dell’imperialismo non ha soste.

E, come non ha soste nel tempo, non ha soluzione di continuità nello spazio e nelle sue manifestazioni morbose. Chi può dire che la guerra sia più in Estremo Oriente o più in Europa, dove, di qua come di là dalla barricata, il sudore dei proletari è sfruttato, come ieri alla ricostruzione, oggi all’epilogo storico necessario della ricostruzione, cioè alla preparazione di armi di guerra? Dove lo Stato stringe, non certo per virtù o capacità proprie, ma sotto la pressione costante del dominatore internazionale, sia esso l’America o la Russia, le maglie del suo apparato di repressione, di intervento economico, di accentramento e, insomma, di guerra? Dove partiti e organizzazioni cosiddette di massa non hanno, apertamente, altro contenuto e motivo di lotta che la mobilitazione senza cartolina precetto di carne proletaria da cannone per questo o quel dominatore imperialistico? Dove all’antica formula «burro o cannoni», si lancia apertamente il grido «pane e cannoni», cioè armi e, se possibile, solo pane? Dove insomma tutto è schieramento di guerra e di difesa del regime internazionale di sfruttamento del proletariato, partiti democratici di governo e partiti democratici di opposizione, associazioni padronali e sindacali, organizzazioni di massa legate alla parrocchia nera o alle mille sotto-parrocchie «rosse»?

Corea è tutto il mondo; coreani i proletari di tutti i paesi, vittime predestinate del terzo macello. Il capitalismo che li divide in barricate opposte, li unifica involontariamente, per la logica stessa del suo sviluppo, in un comune destino. Per la critica marxista, l’imperialismo è la traduzione in forma spettacolare e violenta della crisi permanente di una società in putrefazione: la sua terribilità, la gigantesca spietatezza della sua marcia, non velano ai suoi occhi la realtà che i gazzettieri, i teorici, i sacerdoti laici e religiosi della società capitalistica hanno lo stesso interesse a nascondere dietro le cortine di fumo della stampa o dei cannoni – la realtà che l’imperialismo, come porta alla sua massima esasperazione e tensione le manifestazioni di violenza, di arroganza, di oppressione del modo di produzione borghese, così porta e porterà sempre più al vertice i suoi contrasti interni, le ragioni obiettive del suo disfacimento, la capacità d’urto delle forze soggettive che, nate dal suo grembo, saranno chiamate a distruggerlo. Se la guerra trova la sua base di partenza nella sconfitta della classe operaia, se le imprese dell’imperialismo trovano la strada segnata dalla parabola discendente della rivoluzione internazionale, nella sua dinamica sono contenute le ragioni della ripresa rivoluzionaria del proletariato.

La bomba atomica potrà essere o non essere usata dall’imperialismo, come strumento tecnico di guerra; quella che l’imperialismo non potrà evitare di tirarsi addosso, per quanto grande possa apparire e sia oggi la sua strapotenza, è l’atomica della rivoluzione internazionale ed internazionalista della classe operaia.

‘Prometeo’, n.1, del 1950.

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