Elezioni politiche 2018: pensioni e debito pubblico al centro della comunicazione elettorale

Elezioni politiche 2018

Il cimento elettorale incombe gravemente sulle matite che nel segreto delle urne dovranno ‘scegliere’ il nuovo parlamento.

Quante ambizioni personali e brucianti speranze si riveleranno solo un illusione, dopo il fatidico spoglio delle schede elettorali?

Una sola certezza può essere garantita al ‘cittadino’ avente diritto al voto, alla fine cambieranno i suonatori, ma la musica parlamentare-governativa resterà la stessa. La musica da film horror del capitalismo.

I partiti politici propagandano agli elettori il proprio programma. Esso contiene dei punti programmatici, cioè delle proposte che potrebbero trasformarsi in leggi, se il parlamento decidesse di approvarle.

Un minimo comune denominatore unisce la propaganda concorrente: migliorare la vita del ‘cittadino elettore’. Questo aspetto unitario viene declinato, ovviamente, attraverso proposte parzialmente differenti.

Analizziamo dunque una della proposte elettorali maggiormente ricorrenti nell’attuale fase: l’abolizione della legge Fornero.

La riforma Fornero ha spostato l’età pensionabile a 67 anni, con la possibilità di ulteriori spostamenti in base all’aumento dell’età media di vita della popolazione italiana. Il fenomeno dell’allungamento dell’età pensionabile non è un semplice effetto di decisioni politiche, anche se le decisioni politiche trasformano in legge imperativa il fenomeno preesistente, poiché l’allungamento è collegato al funzionamento stesso della macchina economica capitalistica. L’apparato statale capitalistico, nella sua articolazione parlamentare, quindi in quanto potere legislativo, traduce in leggi le dinamiche di funzionamento ottimale dell’organismo socio-economico capitalistico. Ripetiamo, a maggiore chiarimento di questa tesi, delle analisi già svolte in altri articoli presenti sul sito. Il capitalismo oppone al tarlo che lo divora dall’interno, cioè la caduta tendenziale del saggio medio di profitto, alcuni medicamenti temporanei, in modo particolare l’aumento dello sfruttamento della forza lavoro salariata e l’aumento della produzione di merci (produrre e vendere di più per recuperare i minori margini di plusvalore incorporati nella singola merce). L’allungamento dell’età pensionabile contenuta nella proposta di legge Fornero del dicembre 2011, non incontrò resistenze significative fra i destinatari del provvedimento (la classe lavoratrice), e quindi fu ben presto votata dal parlamento e trasformata in legge. All’epoca era in sella il governo Monti, succeduto ad un esecutivo guidato dal centrodestra berlusconiano, ormai considerato dall’oligarchia capitalistica nazionale ed europea non più in grado di amministrare in modo efficace la macchina economica del capitale. La narrazione utilizzata dalla classe dominante per indorare l’allungamento dell’età pensionabile si incentrò sul rischio ‘Grecia’, ovvero sul pericolo di tagli alle retribuzioni e sul non pagamento delle tredicesime. In altre parole fu giocata abilmente, come in altre circostanze del passato recente, la carta dell’emergenza, in questo caso il pericolo era rappresentato dal debito pubblico abnorme e dal collegato differenziale (spread) fra il tasso di rendimento dei titoli del debito pubblico italiano e il tasso di rendimento dei titoli del debito pubblico germanico. La narrazione ideologica si basava, e tuttora si basa, sull’idea che la nazione italiana è un grande famiglia, e dunque come una vera famiglia deve contribuire al salvare i conti pubblici dal dissesto, sacrificando qualche anno di vita in più di lavoro per contribuire alla diminuzione del debito pubblico. Come alternativa a questa narrazione favolistica principale trovavamo (e troviamo tuttora) l’argomento della non sostenibilità per i conti dell’INPS a causa dell’allungamento della vita media della popolazione. Questo argomento puramente contabile mette in relazione il numero globale (crescente) dei pensionati, con il numero globale (decrescente) dei lavoratori attivi, mostrando il volume monetario minore dei contributi versati dai lavoratori occupati a fronte del volume monetario maggiore delle pensioni erogate ai pensionati. Una ragione della differenza fra entrate contributive ed uscite per assegni pensionistici è dovuta, a detta della vulgata ufficiale, al fatto che buona parte delle attuali pensioni sono calcolate con il sistema retributivo (o misto), ovvero un sistema di calcolo che tiene conto della media delle retribuzioni che l’interessato ha percepito in un periodo di tempo immediatamente precedente l’entrata in pensione. Il sistema contributivo, che sta progressivamente sostituendo il precedente metodo di calcolo retributivo, riguarda invece gli anni di lavoro svolti dal 1996 in avanti ( fermo restando il criterio del calcolo retributivo per gli anni di lavoro antecedenti al 1996). Il ‘contributivo’ basa il calcolo della pensione non sulla media delle ultime retribuzioni percepite dal lavoratore, ma bensì sui contributi effettivamente versati dal lavoratore e dall’azienda. Come si può ben arguire il sistema contributivo non obbliga le casse dell’INPS al sostenimento di importi eccedenti i versamenti contributivi reali, e quindi a pieno regime implicherebbe il pieno pareggio dei conti, anche se al contempo significherebbe una riduzione generalizzata dell’importo delle pensioni.

Da un punto di vista astrattamente contabile le argomentazioni sull’innalzamento dell’età pensionabile avrebbero dunque un senso logico, mentre dal punto di vista della realtà fattuale dell’economia capitalistica, in cui opera la legge del valore lavoro, e la classe dominante si appropria a ciclo continuo del plus-lavoro proletario, esse non hanno chiaramente alcun senso concreto, poiché la retribuzione lorda erogata al dipendente (su cui vengono poi trattenute le ritenute sociali, alias contributi INPS), potrebbe, una volta reintegrata del plus-lavoro sottratto dal capitalista, essere molto più alta, e quindi consentire una base di calcolo molto più ampia dei contributi /ritenute sociali INPS, e di conseguenza, permettere delle erogazioni pensionistiche decisamente superiori a quelle attuali.

Pia illusione, poiché il regime economico capitalista è orientato/guidato dalla legge dell’accumulazione/riproduzione allargata del capitale, e quindi ‘deve’ soddisfare la sua fame di plus-lavoro (tendenzialmente impedita dalla caduta storica del saggio di profitto), con l’incremento dello sfruttamento, cioè con l’aumento della produttività del lavoro (impiego ottimale/efficace del lavoro all’interno degli stessi tempi giornalieri), oppure con l’aumento puro del tempo di lavoro, a retribuzione invariata o addirittura diminuita. Nel primo caso parliamo di plus-lavoro relativo, nel secondo caso di plus-lavoro assoluto. Il secondo caso riguarda anche l’allungamento dell’età pensionabile, la quale si configura, questa volta nel mondo concreto dell’economia capitalistica, e non più nella sua astratta rappresentazione ideologica, come un vero e proprio comando coercitivo a lavorare al di là dei limiti temporali fissati in precedenza, alla pari di un lavoratore a cui vengano imposte delle ore di lavoro straordinario a parità di retribuzione (giornaliera o mensile).

Le proposte dei partiti sulle pensioni, trascurando questi dettagli fondamentali del mondo reale, si proiettano di conseguenza su un piano illusorio, e sono destinate inevitabilmente a scontrarsi in seguito con il punto di vista astrattamente contabile delle argomentazioni sull’innalzamento dell’età pensionabile, le quali pur essendo astratte in linea generale, sono comunque adeguate alla fame da lupi di plus-lavoro del capitale che caratterizza l’attuale modo di produzione.

  1. Postilla

    In fase elettorale il debito pubblico occupa i titoloni di alcuni media molto seguiti, e anche le bocche di molti politici in cerca di rielezione. Questo termine è stato spesso usato come spauracchio, per far digerire delle leggi, paradossalmente definite riforme, sostanzialmente peggiorative delle condizioni di vita esistenti. Ci riferiamo non solo alla legge sull’allungamento dell’età pensionabile, ma in definitiva a tutto il complesso di ‘riforme’ messe in atto dai governi guidati dal centrosinistra dal 2013 ad oggi. Per non scontentare nessuno, diciamo che anche i governi della legislatura precedente l’attuale non hanno affatto scherzato con le ‘riforme’ ad effetto peggiorativo. Come dicevamo all’inizio, cambiano i suonatori ma la musica è sempre la stessa. Il termine debito pubblico (e la sua riduzione) viene usato dal potere mistificatorio del capitalismo, cioè dal suo apparato mediatico-ideologico, come argomento principale per richiedere ulteriori sacrifici ai ‘cittadini’. Insieme a questo argomento principale, troviamo anche l’impiego dell’argomento del rilancio dell’economia, obiettivo sempre perseguibile solo a patto di liberare le imprese dai lacci e laccioli di un mercato del lavoro ‘rigido’, troppo ricolmo di garanzie verso i lavoratori a tempo indeterminato. Tipica, in questa direzione, la presentazione governativa del ‘Jobs act’ del governo Renzi, che avrebbe donato anche ai precari un po’ di giustizia (con i contratti a tutele crescenti per i precari). Abbiamo già affrontato questo tema nel testo recente: ‘Statistiche sull’occupazione’, quindi evitiamo di ripeterci, mentre merita un ulteriore approfondimento una certa impostura narrativa sul debito pubblico. Il debito pubblico, secondo la vulgata comune, è a carico delle tasche di tutti in cittadini, e quindi è dovere di tutti i cittadini contribuire alla sua riduzione accettando i sacrifici necessari. Un meccanismo inevitabile, paragonabile a quello di una famiglia che si è indebitata per vivere al di sopra delle proprie possibilità, e si vede ora costretta a ridurre le spese, e a rinunciare al precedente tenore di vita. Ora, proprio come in precedenza per le pensioni, un ragionamento astrattamente logico-contabile sembra filare e dimostrarsi anche inconfutabile, tuttavia non è così. Il capitalismo nasce statale, e senza la sua attrezzatura statale di dominio non potrebbe durare tutto il tempo che sta durando. Quando nel settore economico industriale il tasso di rendimento dei capitali investiti (saggio di profitto) tende a decrescere (sulla scorta della nota legge tendenziale di caduta), allora il capitale monetario si lancia nel circuito del credito, ovvero nella sfera dell’investimento finanziario. Quest’ultimo assume spesso la forma di acquisto di obbligazioni statali (BOT,CCT, BTP). Chi vende le obbligazioni (lo stato), diventa dunque debitore nei confronti del soggetto che le acquista, cioè il capitale finanziario, che ora risulta creditore verso lo stato. Quest’ultimo si comporta come una banca, vende titoli (BOT,CCT, BTP), e in cambio raccoglie il denaro del compratore e lo impiega per finanziare attività economiche o per coprire parte delle spese del bilancio pubblico. Lo stato si impegna anche a restituire, al compratore dei titoli pubblici, alla scadenza prefissata, il capitale versato per l’acquisto (ma i titoli sono negoziabili sul mercato mobiliare, e quindi l’investitore/creditore iniziale può rientrare in possesso del suo capitale monetario ben prima della scadenza stabilita sul titolo, in concreto questo può verificarsi in presenza di investimenti alternativi più fruttuosi). Lo stato paga un interesse sui titoli emessi e venduti al capitale finanziario, ma questo interesse alla fine lo paga il pantalone proletario, versando di tasca propria un quantitativo crescente di tributi di varia natura (IRPEF, IVA, imposte comunali varie, IMU, TASI e compagnia bella). Dunque con l’aiuto del ‘suo’ stato la classe dominante, sotto la veste di capitale finanziario, ottiene dai proletari un di più di plus-lavoro (indiretto) con lo strumento del debito pubblico e della imposizione tributaria necessaria a pagare gli interessi sulle cedole dei titoli (BOT,CCT, BTP). Allo sfruttamento diretto di fabbrica si aggiunge, dunque, lo sfruttamento indiretto della imposizione tributaria.

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