Disinformazione: il caso della Siria 

Disinformazione: il caso della Siria 

In coincidenza con l’ultima offensiva dell’esercito siriano nella regione del Ghouta, contro una sacca di ‘ribelli’ jihadisti sostenuti da potenze statali ostili all’attuale potere politico esistente in Siria, si sono levate le solite accorate lamentazioni delle immancabili penne umanitarie e democratiche.

Cosa scrivono queste penne?

Scrivono in fondo quello che potrebbe servire a far digerire alla pubblica opinione una eventuale aggressione dell’imperialismo USA contro l’esercito siriano. Dunque descrivono la situazione calcando la mano sul disastro umanitario, sulla difficile condizione dei civili, sulla mancanza di cibo, medicinali e cure mediche nelle zone di guerra. Queste descrizioni, quando non si limitano a una pura esposizione degli effetti della guerra, raccontano le cause all’origine degli effetti in modo fondamentalmente coincidente con gli interessi di una delle parti in campo, ovvero la parte ruotante intorno alle strategie imperiali USA. Viene così propinata ai lettori una stucchevole narrazione partigiana intrisa di buoni sentimenti, in cui gli USA sono i buoni e Assad, i russi e gli iraniani i cattivi. All’interno della narrazione suddetta viene spesso toccato il tasto retorico sul perché nessuno fa nulla per impedire al cattivo Assad, ai russi e agli iraniani di fare i cattivi (contro le milizie integraliste, alias ribelli moderati, sostenuti da uno dei contendenti – gli Usa, alcuni paesi del golfo- nella spietata lotta per il controllo delle risorse petrolifere, e delle loro vie di trasferimento, lotta che viene combattuta da più di cinque anni in Siria). Una domanda davvero ipocrita, che finge di ignorare (o ignora realmente) la realtà degli interessi economici e geopolitici capitalistici che si confrontano in quell’area, e che sono direttamente collegati all’esistenza del capitalismo come modello economico-sociale dominante, anzi unico, nella realtà storica contemporanea.

La stucchevole narrazione attraversa il piano mediatico comunicativo, rafforzandosi di volta in volta con le stolte dichiarazioni di alcuni ‘esperti’ analisti o di qualche politico presenzialista apertamente schierato con gli interessi di una delle parti belligeranti. In fondo, quando qualcuno sosteneva che la prima vittima della guerra è la verità, non aveva poi tanto torto. Impegnata nell’opera accanita di disinformazione, una variegata schiera di comunicatori utilizza dunque le immagini delle vittime del conflitto in modo selettivo, mostrando solo quello che può portare acqua al proprio mulino politico-imperiale. Ancora più assurda è la pretesa di qualche ‘entità’ politica ‘marxista’ (si fa per dire) di parteggiare per uno dei contendenti, o addirittura di considerare le milizie jihadiste una forza ‘oggettivamente’ antimperialista. In questo caso si prende per buona la propaganda di uno dei contendenti (gli USA), e si accetta l’idea che esista una lotta mortale fra questo contendente e una certa compagine jihadista. Senza alcun discernimento dei fatti reali e quindi dei veri giochi di potere in azione nel conflitto siriano, i suddetti marxisti (immaginari), irretiti dal solito errore di valutazione sulla attualità delle questioni nazionali e religiose (e in questo caso pronti a bersi  anche la propaganda di uno degli attori imperiali), giungono ad asserire che le forze jihadiste sono una ‘oggettiva’ espressione di contrasto all’imperialismo. La conseguenza di tale credenza è che a queste forze dovrebbero quasi andare (in fondo) le nostre simpatie rivoluzionarie. La vecchia talpa assumerebbe, in questa versione incredibile dei fatti, le forme del contemporaneo jihadismo integralista.

Abbiamo spesso risposto, a questa visione distorta del fenomeno jihadista, con due tipi di obiezioni. Prima obiezione: è verosimile ritenere che lo scontento sociale prodotto dal capitalismo induca decine di migliaia di proletari a combattere sotto le bandiere jihadiste, tuttavia questo non significa che quelle bandiere siano ‘oggettivamente’ antimperialiste. Significa invece, semplicemente, che il grado quantitativo e qualitativo dell’attuale conflitto di classe, in certe aree, non riesce ancora a indirizzarsi verso il vero ostacolo/nemico (cioè la propria borghesia).

Seconda obiezione: Incapace di distinguere il proprio avversario di classe, una parte dello scontento sociale proletario viene inquadrato sotto le bandiere nazionali o religiose, utilizzate sistematicamente dalla borghesia locale o internazionale per combattere le proprie lotte di supremazia. Quindi, come già accaduto nei precedenti conflitti mondiali e nella miriade di guerre locali successive, il proletariato lotta contro i propri interessi di classe, diventando carne da macello nelle guerre imperialiste delle varie borghesie concorrenti.

 

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