Conservazione della dialettica (due capitoli tratti da ‘Dialettica, rivoluzione, conoscenza)’

Nota redazionale: I due capitoli appena ripubblicati fanno parte di un testo più ampio, dal titolo ‘Dialettica, rivoluzione, conoscenza’, scritto nel 2013, ma pubblicato la prima volta nel mese di aprile 2015 sul nostro sito. I due capitoli suddetti sono innanzitutto un commento analitico ad alcune pagine significative di Marx, Engels e Bordiga sul tema centrale della conoscenza. In previsione della prossima riunione pubblica del 23 marzo, sul tema delle neuroscienze e della conoscenza umana, riteniamo utile riproporre le analisi contenute nel lavoro  ‘Dialettica, rivoluzione, conoscenza’. 

 

 

 

 

Idealismo: dalla contemplazione conservativa della realtà sociale, al dominio della parte sull’intero.

Iniziamo con una citazione tratta da una raccolta di discorsi di Bordiga, tenuti agli inizi degli anni sessanta in occasione di un ciclo di riunioni di partito dedicate alla teoria della conoscenza: ” Secondo la concezione tradizionale la filosofia è lo svolgimento delle forme più alte di coscienza del mondo e della vita, e in senso più largo, abbraccia i principi di ogni sapere e di ogni volere. Sono oggetto della filosofia i principi di ogni gruppo di forme di esistenza e di conoscenza…La filosofia dunque avrebbe come proprio oggetto anzitutto le forme fondamentali di ogni esistenza e successivamente la dottrina dei principi della natura e quella del mondo umano”.
Questa presentazione del concetto di filosofia sembrerebbe non dare adito, nella fattispecie, a nessuna obiezione significativa, eppure le cose non stanno così. Da dove provengono, infatti, i principi attraverso cui il sapere filosofico comprende l’essere in quanto tale, per poi comprenderlo nella sua duplice dimensione umana e naturale, e anche nelle sfere ancora inaccessibili e sconosciute? Riprendiamo le parole di Bordiga:
”…si tratta sempre di principi, ossia di tesi fondamentali tratte non dal mondo esterno ma dal pensiero…Ad esempio nel sistema di Hegel …la logica…non è soltanto la tecnica dell’impiego del pensiero e del raziocinio, ma è nello stesso tempo dottrina fondamentale dell’essere (ontologia) …A queste concezioni tradizionali va opposto il loro completo capovolgimento. Il pensiero dell’uomo è un processo provocato e condizionato da una serie lunghissima di altri processi naturali. Le sue leggi e i suoi principi non possono essere considerati come punti di partenza della ricerca, ma sono invece i punti di arrivo. Essi sono tratti dal mondo esterno e dal regno dell’uomo, i quali non si reggono secondo i principi: all’opposto in tanto sono giusti in quanto si accordano coi fatti della natura e della storia. La coscienza e il pensiero non sono qualche cosa di dato che preesista e nello stesso tempo si contrapponga all’essere e alla natura…Se noi cerchiamo di trarre lo schema dell’essere, ossia del mondo, non dalla nostra testa ma a mezzo della nostra testa dal mondo reale, allora non abbiamo più bisogno di filosofia ma di conoscenza positiva del mondo e di ciò che in esso avviene, ossia di scienza positiva”.
Le parole appena riportate testimoniano e approfondiscono il rovesciamento marxista della filosofia hegeliana, quest’ultima spingeva a concludere che il mondo reale derivasse interamente dal puro pensiero logico – dialettico, l’idea assoluta, e che di conseguenza, tutto ciò che era reale era anche razionale, in altre parole, per usare la formula di Leibniz: il mondo reale è il migliore dei mondi possibili. In definitiva, la filosofia predominante nel corso della storia, ha racchiuso il suo carattere specifico in una semplice contemplazione conservativa della realtà sociale. Prendendo per ovvia e scontata l’esistenza di principi a priori del pensiero, precedenti il divenire concreto del mondo, la filosofia ha posto se stessa come episteme, parola greca che indica un sapere che sta, fermo e immutabile, saldo nei suoi principi, cui inevitabilmente tutta la realtà deve adeguarsi. Il pensiero e le sue capacità di astrazione e generalizzazione, queste sì esistenti e reali, sono erroneamente innalzati al rango d’idea assoluta, con il potere di preformare il corso reale degli eventi; ovvero di produrre, dal proprio piano metafisico, le concrete determinazioni del mondo dei fenomeni. Nell’introduzione all’opera per la critica dell’economia politica p.189. Marx scrive
”Il concreto è concreto perché è sintesi di molte determinazioni, e unità quindi, nel molteplice. Per questo esso appare nel pensiero come processo di sintesi, come risultato, e non come punto di partenza, benché sia l’effettivo punto di partenza. Per la prima via la rappresentazione piena è volatilizzata ad astratta determinazione; per la seconda, le determinazioni astratte conducono alla riproduzione del concreto nel cammino del pensiero. E’ per questo che Hegel cadde nell’illusione di concepire il reale come il risultato del pensiero automoventesi…mentre il metodo di salire dall’astratto al concreto è solo il modo in cui il pensiero si appropria il concreto, lo riproduce come un che di spiritualmente concreto. Ma mai e poi mai il processo di formazione del concreto stesso”.
Questa sovrapposizione dell’atto del conoscere alla realtà conosciuta, in altre parole questo scambio fra la sintesi operata dal nostro pensiero- sintesi del molteplice- e il concreto stesso, che è unità nel molteplice, è la fonte principale dell’illusione hegeliana di concepire il reale come il risultato del pensiero automoventesi. Questo errore teorico è all’origine dell’idealismo, esso, infatti, partendo dal dato di fatto che la conoscenza è attività produttrice di concetti e ipotesi (sulla realtà), confonde e riduce l’oggetto conosciuto al semplice atto del conoscere, in altri termini, la produzione di schemi rappresentativi della realtà, è confuso con la produzione della stessa realtà. La rappresentazione conoscitiva dell’esistente, in altre parole la sua riproduzione attraverso l’organo del pensiero, diviene – idealisticamente- produzione originaria dell’esistente. Una società divisa in classi produce dualismi e antinomie apparentemente irrisolvibili, nell’idealismo hegeliano ritroviamo quindi la separazione e la preminenza dell’idea (il signore) sulla realtà (il servo), tuttavia i primi pensatori greci si definivano ‘fisici’, non filosofi, e il loro sapere esprimeva ancora – forse – una visione unitaria e organica del mondo in cui essere, pensiero e linguaggio costituivano parti naturali di un intero (ritorneremo in seguito su quest’aspetto). Nell’’Ideologia tedesca Marx ed Engels scrivono
” Esattamente all’opposto di quanto accade nella filosofia tedesca che discende dal cielo sulla terra, qui, si sale dalla terra al cielo. Cioè non si parte da ciò che gli uomini dicono, s’immaginano, si rappresentano, né da ciò che si dice, si pensa, s’immagina, si rappresenta che siano, per arrivare da qui agli uomini vivi; ma si parte dagli uomini realmente operanti e sulla base del processo reale della loro vita si spiega anche lo sviluppo dei riflessi e degli echi ideologici di questo processo di vita. Anche le immagini nebulose che si formano nel cervello dell’uomo sono necessarie sublimazioni del processo materiale della loro vita, empiricamente constatabile e legato a presupposti materiali…non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza”.
Il rovesciamento marxista dell’illusione idealistica hegeliana è compiuto, dal cielo della contemplazione conservativa della realtà, intesa come auto-produzione dell’idea assoluta, si scende alla dimensione concreta dell’essere storico – sociale, sintesi di molte determinazioni, e unità quindi, nel molteplice.
Nel manifesto del partito comunista ritroviamo la seguente affermazione,
” Ci vuole forse una particolare perspicacia per comprendere che, cambiando le condizioni di vita degli uomini, i loro rapporti sociali e la loro esistenza sociale, cambiano anche le loro concezioni, i loro modi di vedere e le loro idee, in una parola anche la loro coscienza?”
Seguendo ulteriormente queste tracce ritroviamo, nell’Ideologia tedesca, un’affermazione decisiva
“Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto ciò che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono produrre i loro mezzi di sussistenza”.Pagina 8.
Torneremo in seguito su quest’aspetto importante del marxismo, per ora ci limitiamo a rilevare il compiuto passaggio dal mondo nebuloso dell’idealismo hegeliano alla dimensione reale dove vivono gli uomini concreti, che producono i loro mezzi di sussistenza, e in quest’attività entrano reciprocamente in determinati rapporti di produzione. L’attività economica d’impiego delle forze produttive, finalizzata a realizzare i mezzi di sussistenza, e i rapporti di produzione sociali esistenti in cui sono inserite queste forze produttive, contribuisce a formare le concezioni, i modi di vedere e le idee degli uomini, in una parola la loro coscienza sociale. Certo non bisogna commettere l’errore di considerare l’aspetto economico come un assoluto, così come Hegel aveva fatto per l’idea, In una lettera a J. Bloch del 21 settembre 1890, Engels ricorda
“Secondo la concezione materialistica della storia il fattore che in ultima istanza è determinante nella storia è la produzione e la riproduzione della vita reale. Di più non fu mai affermato né da Marx né da me…vi è azione e reazione reciproca di tutti questi fattori (struttura economica e sovrastruttura mentale culturale N.C.), ed è attraverso di loro che il movimento economico finisce per affermarsi come elemento necessario in mezzo alla massa infinita di cose accidentali”.
Per fattori accidentali dobbiamo considerare degli elementi presenti nel quadro storico – sociale, il cui ruolo, la cui influenza, tuttavia, è irrilevante o difficilmente quantificabile con gli attuali strumenti scientifici, e quindi può essere trascurato e temporaneamente messo da parte.
Abbiamo detto, in precedenza, che l’idealismo Hegeliano postula l’esistenza di una sfera ideale produttrice dello stesso essere reale, tuttavia, il pensiero alienato che postula l’effettività di principi saldi e immutabili, aprioristici e metafisici, può essere inteso non solo come una semplice contemplazione conservativa del corso inevitabile delle cose, sfociante nell’asserzione che questo è il migliore dei mondi possibile, ma anche come una violenza della parte (il pensiero), sul tutto (l’essere, la natura). Il pensiero metafisico – la parte – in ragione della verità immutabile che esso pensa di possedere, immagina di potere dominare e prevedere il corso della totalità dell’essere, il suo divenire, ergendosi allo status di signore assoluto dell’essere (della natura), da cui peraltro rifiuta ogni condizionamento. Riepiloghiamo, ci troviamo alla presenza di un percorso alienato di pensiero, in cui il concetto si separa dal concreto intero di cui è parte, e s’innalza su di esso nel tentativo di dominarne lo svolgimento storico – sociale, con la fissazione dogmatica di principi metafisici aprioristici. In quanto tale, questo percorso alienato non è un semplice sogno illusorio, ma trova la sua ragione pratica nel tentativo di porre le basi filosofiche per produrre una tecnica di conoscenza, previsione e dominio della realtà. Sapere è potere, e quindi si può dominare e avere potere solo su ciò che può essere conosciuto secondo principi inderogabili e aprioristici, metafisici. La metafisica, in quest’accezione, è la pretesa di una parte di essere separata e superiore all’intero da cui proviene, è la vera violenza originaria, lo specchio mentale di una società basata sulla violenza del dualismo e della divisione in classi sociali antagoniste.

Conservazione della dialettica.

Senza conoscenza non c’è conoscibile e senza conoscibile non c’è conoscenza. E tu quindi hai detto che conoscibile e conoscenza son privi di natura propria”.Nagarjuna

Il marxismo conserva il metodo dialettico hegeliano, vale a dire il suo nocciolo razionale incluso all’interno del guscio mistico. Inseriamo a questo punto del discorso una serie d’illuminanti considerazioni sul metodo dialettico, contenute nel vasto lavoro “Sul metodo dialettico” (Prometeo, Serie II, n°1,1950). “Dialettica significa collegamento, ossia relazione. Come vi è relazione tra cosa e cosa, tra evento ed evento del mondo reale, così vi è relazione tra i riflessi (più o meno imperfetti) di questo mondo reale nel nostro pensiero, e tra le formulazioni che noi adoperiamo per descriverlo e per immagazzinare e sfruttare praticamente la conoscenza di esso che abbiamo acquisita. Il nostro modo quindi di esporre, di ragionare, di dedurre, di trarre conclusioni, può essere guidato e ordinato con certe regole, corrispondenti alla felice interpretazione della realtà. Tali regole formano la logica in quanto guidano le forme del ragionamento; e in un senso più vasto formano la dialettica in quanto servono di metodo per collegare tra loro le verità scientifiche acquisite. Logica e dialettica ci aiutano a percorrere un cammino non fallace allorché, partendo dal nostro modo di formulare certi risultati della osservazione del mondo reale, vogliamo giungere a enunciare altre proprietà da quelle dedotte. Se tali proprietà si riscontreranno valide nel campo sperimentale, vorrà dire che le nostre formule e il nostro modo di trasformarle erano sufficientemente esatte (nostra sottolineatura). Il metodo dialettico si contrappone a quello metafisico. Questo, tenace eredità del viziato modo di formulare il pensiero, derivato dalle concezioni religiose basate sulla rivelazione dogmatica, presenta i concetti delle cose come immutabili, assoluti, eterni e riducibili ad alcuni primi principi, estranei l’uno all’altro e aventi una specie di vita autonoma. Per il metodo dialettico tutte le cose sono in movimento, non solo, ma nel loro movimento si influenzano reciprocamente, sicché anche i loro concetti, ossia i riflessi delle cose stesse nella nostra niente, sono tra loro connessi e collegati. La metafisica procede per antinomie, ossia per termini assoluti che si contrappongono l’uno all’altro. Questi termini opposti non possono mai mischiarsi ne raggiungersi, né dal loro collegamento può sorgere alcunché di nuovo, che non si riduca alla semplice affermazione della presenza dell’uno ed assenza dell’altro, e viceversa”. Molte considerazioni potrebbero essere svolte partendo dalle proposizioni appena riportate integralmente, ma questa sarebbe un’opera ardua e complessa, il cui tentativo meriterà di sicuro uno sforzo specifico successivo, per ora ci limitiamo solo a una piccola riflessione su un aspetto particolare. Abbiamo sottolineato nella citazione precedente, il passaggio in cui si afferma che logica e dialettica aiutano a percorrere un cammino non fallace. In seguito si rende comprensibile il senso di questo cammino non fallace nel modo specifico di formulare certi risultati dell’osservazione, in altre parole nel modo in cui partendo da dati empiricamente constatabili si giunge a enunciare altre proprietà, logicamente implicate nei dati osservati, queste proprietà andranno poi a costituire una formula teorica, uno schema astratto. Il testo prosegue affermando che se tali proprietà si riscontreranno valide nel campo sperimentale, questo successo sarà la prova che le formule ricavate dall’osservazione saranno state sufficientemente esatte. Vediamo così in azione un processo circolare in cui, partendo dai dati concreti storico – sociali, si passa poi alla loro trasformazione in uno schema astratto, evidenziando delle possibilità, cioè delle successive implicazioni di senso, in essi stessi contenute, per giungere infine, al ritorno al concreto, con la verifica sperimentale dello schema astratto elaborato in precedenza, sulla base dei dati concreti dell’osservazione. In questo senso determinato possiamo anche avere la visione di un processo dialettico nella conoscenza, in cui il concreto e l’astratto, l’oggetto conosciuto e il soggetto conoscente, s’intrecciano in un movimento ininterrotto, e si trasfigurano continuamente l’uno nell’altro, cosicché “tutte le cose sono in movimento, non solo, ma nel loro movimento si influenzano reciprocamente”. Torniamo ora al problema del rapporto fra filosofia e dialettica, possiamo dire che anche fra queste due entità esiste una relazione, essa è, infatti, definita da Engels nei seguenti termini “Tutto ciò che resta, dell’intera filosofia che fino ad oggi si è avuta, è la dottrina del pensiero e delle sue leggi: la logica formale e la dialettica. Tutto il resto passa nella scienza positiva della natura e della storia”. Anche – e soprattutto – in questo caso, ritroviamo all’opera il metodo marxista di non gettare via il bambino con l’acqua sporca, o meglio, di salvare il nocciolo razionale del pensiero filosofico, dato dalla logica formale e dalla dialettica, dal guscio metafisico di un apparato di sapere, volto esclusivamente a dominare l’essere totale, la società, la natura, attraverso la separazione della parte dal tutto, (e la fissazione di principi assoluti funzionali alla conservazione dello status quo). Nella presentazione di Engels, la dialettica del pensiero, si pone come il riflesso cosciente del movimento dialettico del mondo reale. In opposizione alle verità assolute dell’ideologia borghese, e ovviamente di ogni religione, il marxismo dunque ribadisce i dati constatabili dall’osservazione del mondo reale, ad un livello superiore alle teorie materialistiche precedenti. Proponiamo a conferma le parole di Bordiga, pronunciate nel ciclo di riunioni del 1960 “ Torniamo al contrasto tra natura e soggetto, alla nozione dell’impronta che [il soggetto lascerebbe sulla natura]. E torniamo al concetto che [è la natura a dare l’impronta a sé stessa]. Ecco sciolta una millenaria contraddizione: si deve ipotizzare prima la realtà, l’essere, o prima il pensiero? La formula di Marx, nella sua discussione su Hegel, è che pensiero ed essere sono distinti ma nello stesso tempo in unità tra loro. Il vecchio contrasto di pensiero ed essere si riduceva a questo: è esistito un momento in cui il pensiero esisteva prima dell’essere, della sostanza materiale, e poi è nata la realtà, o è esistita la realtà e dopo è nato il pensiero? La risposta di Marx, che dovremo delucidare in quello che andremo a dire adesso, è che ad un certo momento la loro relazione reciproca è talmente stretta che essi sono in unità fra di loro e quindi sono nati contemporaneamente: l’uno è nato perché c’è l’altro, l’altro perché c’è l’uno. E qui però è il dubbio che dobbiamo esaminare nel nostro ulteriore sviluppo. Tutti i tradizionali pensatori dicono: quando stabiliremo questa priorità, questa precedenza [avremo raggiunto la verità]. Essi ragionano sempre secondo gerarchie perché nascono da società gerarchizzate. Non sanno vedere altro che il padrone e il servo; il capo, quello che ha il grado superiore, e quello che ubbidisce; quindi anche nelle categorie della filosofia cercano sempre una priorità, una preminenza, una presupposizione, devono per forza presupporre una cosa per salire sull’altra. O devono presupporre la realtà per salire sul pensiero o presupporre il pensiero per salire sulla realtà. Cosa assurda perché s’è mai visto pensare senza che la realtà ci fosse e non s’è mai visto una realtà che non presupponesse “pensiero”. Comunque così ragionano. La nostra risposta esce dall’eterno enigma… Quindi non vi è più contrasto tra l’essere conoscitivo e la natura conosciuta: questo essere, essendo onnilaterale ed universale, come dice Marx, è esso stesso un pezzo inseparabile della natura. Si tratta della natura che conosce sé stessa e non di qualche viaggiatore in incognito che va a conoscere la natura”.

L’Uomo e la natura non soltanto non sono separati e contrapposti, ma lo stessa realtà del pensiero non è separata e separabile dalla realtà dell’essere. Il pensiero umano è parte integrante del divenire dell’essere, è un momento determinato del movimento d’autocoscienza della materia, e in questo senso può pure essere definito come il riflesso cosciente del mondo reale. La conoscenza, quindi, è concepibile come quel movimento di approssimazione alla realtà concreta, limitato e condizionato inevitabilmente dal grado di sviluppo e di complessità della relazione esistente fra l’uomo e la natura (in altri termini della relazione della natura con se stessa, o meglio del rapporto fra i vari aspetti del molteplice in cui consiste il divenire dell’intero – intendendo per intero la totalità ontologica dell’essere). Consideriamo che anche la preminenza di un aspetto della relazione sull’altro, del pensiero sull’essere o viceversa, è il classico errore dei pensatori tradizionali, i quali non sanno prescindere dai condizionamenti della società in cui vivono – una società divisa in gerarchie di servi e padroni, inferiori e superiori – e trasformano questa circostanza storica transitoria, in una legge universale di separazione assoluta del pensiero dall’oggetto pensato. In secondo luogo la materia pensa se stessa, non solo nel senso che l’essere umano – soggetto pensante – è parte della materia; ma anche perché la materia, come conseguenza logica del primo postulato, deve essere allora soggetto della conoscenza, indipendentemente dalla presenza di un soggetto pensante umano. Riprendiamo le parole di Bordiga, ” …soggetto della conoscenza non è solo l’uomo. La natura, di cui l’uomo fa parte, è soggetto della conoscenza [molto prima della comparsa delle specie viventi]. La natura ha conosciuto e conosce perché, anche senza vita, anche al solo livello del mondo inorganico, quello minerale, essa lascia impronte che corrispondono alla conoscenza di sé stessa. Il processo della conoscenza, attraverso cui il pensiero conosce il mondo, non ha nulla di originale, di miracolistico, di escatologico. È un processo senza finalismi idealistici che lo facciano distinguere da tutti gli altri rapporti tra un settore della natura e un altro. Per miliardi di anni non c’è stato il “settore Uomo” nella natura; c’erano gli altri settori che influivano tra di loro. Gli effetti astronomici e interstellari – intesi nel senso fisico/chimico e non nel senso delle migrazioni di umanità viventi … influivano sul decorso della rivoluzione dei singoli pianeti. Questi fenomeni hanno scritto la loro storia. Che cos’è la conoscenza ridotta infine alla sua quintessenza? È memoria e relazione. Per la natura si tratta di avere registrato eventi e sequenze della propria dinamica evolutiva. E proprio per come e quanto ha già fatto, un miliardo o un milione di anni fa, noi possiamo conoscerla e interpretarla oggi…La natura ha una propria memoria e ha offerto a noi i risultati in essa contenuti. Noi non lavoriamo solo sulla memoria dell’uomo. Quest’ultima non è che una parte del patrimonio mnemonico trasmessoci dalla natura. Gran parte della dotazione su cui poggia l’umanità presente e, soprattutto, poggerà quella nuova attraverso il cervello sociale del nuovo partito, è di origine non umana. Persino gran parte del patrimonio del vivente si trova fossilizzato nella memoria della natura. Come si vede, il problema di una conoscenza senza spirito (ché non ci si venga a parlare di spirito in un mondo completamente minerale) è proponibile ed ha una soluzione in tre passaggi: 1) azione fisica; 2) registrazione-memoria; 3) interpretazione. Noi possiamo interpretare solo perché c’è il determinismo di un’azione che produce effetti registrabili. Noi non facciamo altro che seguire un antico itinerario di eventi predisposti. Lo facciamo con attrezzature complesse e differenziate, determinate nel tempo con lo sviluppo scientifico e tecnologico, ma la materia che ci racconta sé stessa c’è già. Perciò non abbiamo bisogno, ribadisco, di risolvere l’enigma se debba prevalere la specie pensante o la materia passiva: sono tutte e due attive, tutte e due collaboranti, sono parte integrante di un unico sistema. L’antico enigma è stato sciolto in una concezione nuova e superiore”.

Nel senso determinato da queste precedenti osservazioni, possiamo pure sostenere che nello sviluppo delle scienze naturali ritroviamo un movimento di avvicinamento alla realtà materiale, inteso come rapporto di due parti entrambe attive e collaboranti, tuttavia anche il sapere scientifico deve essere inserito nella dimensione storica in cui si manifesta, e quindi nelle fasi di decadenza di una civiltà può assumere in prevalenza i tratti conservatori e regressivi del dogmatismo e del fideismo religioso. Il contrario accade per le forme di conoscenza che annunciano e accompagnano i momenti storici di grandi cambiamenti sociali, i momenti di svolta in cui avviene la rottura catastrofica con un certo ordine sociale e di pensiero. Certo anche i cambiamenti non sorgono dal nulla, ma realisticamente si pongono come il superamento dialettico di un dato esistente, la negazione della negazione, usiamo una suggestione Engelsiana per meglio chiarire «Prendiamo un chicco d’orzo. Miliardi di tali chicchi di orzo vengono macinati, bolliti e usati per fare la birra, e quindi consumati. Ma se un tale chicco di orzo trova le condizioni per esso normali, se cade su un terreno favorevole, sotto l’influsso del calore e dell’umidità subisce un’alterazione specifica, cioè germina, il chicco come tale muore, viene negato, e al suo posto spunta la pianta che esso ha generata, la negazione del chicco. Ma qual è il corso normale della vita di questa pianta? Essa cresce, fiorisce, viene fecondata e infine a sua volta produce dei chicchi di orzo e non appena questi sono maturati, lo stelo muore, viene a sua volta negato. Come risultato di questa negazione della negazione abbiamo di nuovo l’originario chicco di orzo, non però semplice, ma moltiplicato per dieci, per venti, per trenta”. Engels, Anti-Duehring, in Opere complete Marx-Engels, ed. Riuniti.

Abbiamo concluso, in precedenza, che la metafisica potesse anche essere concepita come la pretesa di una parte di porsi come separata e superiore all’intero di cui era un semplice momento dialettico, ma in questa pretesa di separazione emergevano, invece, il suo essere lo specchio mentale di una società basata sulla dissociazione in classi sociali antagoniste. Su un altro piano di riflessione, possiamo ricordare che la ricerca scientifica e sperimentale positiva non avrebbero senso alcuno, se i suoi risultati non fossero trasmessi e comunicati; in altre parole la scienza, diversamente dalla speculazione solitaria di un filosofo, è un’attività inevitabilmente collettiva.

In realtà, la ricerca scientifica e sperimentale, non pretendendo formalmente di conoscere l’assoluto, si pone come parte organica, non separata, di un processo continuo di comprensione della realtà dell’essere, della natura, di cui l’uomo e la storia sono solo un momento integrante (un altro conto è discutere del ruolo della scienza nella società capitalistica), riprendiamo ora, a supporto della tesi della scienza come un processo continuo di comprensione della realtà, una riflessione di Bordiga formulata agli inizi degli anni sessanta, in occasione del ciclo di riunioni di partito dedicate alla teoria della conoscenza: ” Nel fatto ogni tentativo di sistematizzare le conoscenze è provvisorio e transitorio…una esatta immagine mentale del sistema del mondo, resta per noi e per tutti i tempi una impossibilità. Un tale risultato (cioè l’esatta immagine mentale del mondo N.C.) comporterebbe la conseguenza che qualunque avvenimento successivo, e lo stesso complicarsi e differenziarsi delle funzioni cerebrali…non potrebbe più nulla modificare nel sistema delle conoscenze”. Successivamente, in opposizione all’idea che postula nella logica una dimensione a priori della conoscenza del reale, è nettamente sostenuto; “Noi non neghiamo l’esistenza della logica come scienza e tecnica strumentale delle forme del pensiero; è anzi ben noto che nella concezione marxista al suo impiego si accompagna quello della dialettica, o scienza delle relazioni…Ma ciò che deve essere chiarito è che la logica è costruita e giustificata dalla sua applicazione e corrispondenza alla realtà e non codificata a priori nella nostra testa, e solo dopo applicata alle cose. Non è più la scienza dei principi del pensiero, che diventa scienza dei principi dell’essere, ma è soltanto la scienza delle forme del pensiero, non assolute e fisse, ma sempre pronte ad essere modificate dai risultati e dai dati del mondo esterno”.
Il pensiero e le sue forme di svolgimento logico non racchiudono la totalità dell’essere, non ne sono il sovrano assoluto, ma è il mondo dell’essere reale, invece, che costituisce il presupposto necessario, ontologico, di ogni successiva approssimazione conoscitiva: d’altronde, è nella stessa parola onto-logia, che trapela il senso della precedenza dell’essere (ontos on, ciò che è), rispetto al logos (discorso e luce su ciò che è). Ora le due parti della parola non sono antitetiche, non rappresentano una contraddizione assoluta, esse sono i due momenti dell’intero in cui consiste la dimensione in cui viviamo, la realtà. Da questa dimensione chiamata realtà, in cui essere, pensiero e linguaggio sono in accordo, è esclusa invece l’esistenza del non esistente, il non ente, il niente. Marx, nelle opere filosofiche giovanili, a pagina 234, scrive; “quando tu ti interroghi sulla creazione della natura e dell’uomo, tu fai astrazione dunque dall’uomo e dalla natura. Tu li poni come non esistenti e tuttavia esigi che io te li dimostri esistenti. Io ora ti dico: rinuncia alla tua astrazione e rinuncia così alla tua domanda…giacché appena tu pensi e chiedi il tuo astrarre dall’esistenza della natura e dell’uomo non ha più senso”.
In definitiva, ogni postulato sulla possibilità del non – essere del reale è formulato all’interno del pensiero di un essere reale, e quindi è, inevitabilmente, un controsenso, poiché per porre il non essere, ho comunque bisogno dell’essere, e quindi la stessa proposizione che nega la realtà dell’essere, in quanto proposizione, è l’affermazione di un qualcosa, di un essere (anche se il contenuto di quest’affermazione è la negazione dell’essere). In ultima analisi la negazione dell’essere, essendo essa stessa un ente, cioè un qualche cosa, si trasforma in un’auto-negazione. Il piano della realtà dell’essere esclude la possibilità ontologica del niente, ed esclude anche che la parte – il pensiero – sia separato e predominante rispetto al tutto di cui è un momento. In questo senso si può affermare che anche il dualismo artificioso fra materia e pensiero, oggetto conosciuto e soggetto conoscente, è posto e superato nella proposizione che dichiara il pensiero umano come un aspetto della materia, attraverso cui la materia conosce se stessa; in un processo di di-svelamento ininterrotto dei piani molteplici dell’essere reale in cui essa si articola e si manifesta, nella sua duplice dimensione umana e naturale, e anche nelle sfere ancora inaccessibili e sconosciute.
L’essere è dunque la totalità degli enti (le cose) accomunati dal comune, non essere un niente; quest’aspetto ontologico accomunante non deve occultare, tuttavia, la molteplicità e la ricchezza delle relazioni dialettiche in cui si manifestano gli aspetti del reale, gli enti e le loro concrete differenze. Riprendiamo la citazione di Bordiga “…il verbo ‘essere’, che rappresenta l’astrazione delle astrazioni ed è la colonna su cui i fautori dell’a priori vogliono poggiare le leggi assolute del pensiero, risale ad una radice indoeuropea che significa respirare, ossia una maniera di essere molto concreta e propria soltanto degli organismi viventi…A proposito dell’essere è opportuno ritenere che la speculazione anche di cervelli potentissimi non potrà mai scoprire nulla. Piuttosto si potrà regolare meglio anche nel meccanismo della lingua e della logica sintattica la portata della generalizzazione di tutte le forme di essere, comuni ai corpi minerali, agli organismi, all’uomo ecc. quando si avranno dati più completi tra i fenomeni di passaggio tra i regni minerale, organico, umano ecc.”.
Riprendiamo l’escursione del testo sul metodo dialettico, nel paragrafo iniziale ritroviamo un efficace esempio di come superare le contraddizioni assolute, i dualismi irrisolvibili, che stanno alla base dell’apparato di pensiero metafisico: “ Il metodo metafisico con le sue identità e contraddizioni assolute ingenera grossolani errori, essendo tradizionalmente radicato nel nostro modo di pensare, anche se non ne siamo coscienti…Così è un errore metafisico risolvere in due soli modi problemi umani, come quelli ad esempio della violenza e dello stato: ossia dichiarandosi per lo stato o per la violenza; contro lo stato o contro la violenza. Dialetticamente invece si collocano quei problemi nel loro momento storico e si risolvono simultaneamente con formule opposte, come sostenendo l’uso della violenza per l’abolizione della violenza, l’impiego dello stato per l’abolizione dello stato. L’errore degli autoritari o dei libertari per principio è egualmente metafisico”. La dialettica marxista è la manifestazione del modo di essere degli enti reali sul piano storico/sociale e naturale, essa non consiste nell’astratta pietrificazione del reale in categorie assolute e inconciliabili, caratteristica del pensiero metafisico. L’idealismo e la metafisica, sono l’espressione alienata di una società fondata sulla divisione degli uomini in classi sociali antagoniste; la dialettica marxista, invece, riprende il filo della continuità di pensiero con le forme sociali che hanno storicamente preceduto le società divise in classi. Citiamo ancora i discorsi di Bordiga “ Oggi l’umanità possiede forse gli organi (conoscitivi) peggiori che abbia mai posseduto perché, per quanto fossero ‘primitivi’ gli organi di cui disponeva, prima del capitalismo, essi erano pur sempre in armonia con il mondo circostante… (le conoscenze) realizzate dalle popolazioni primitive, benché fondate su iniziazioni conoscitive assolutamente ingenue (sciamanesimo, divinazione, astrologia, ecc.) hanno comunque un loro certo apparato di penetrazione della realtà in grado di dare risposte sufficienti a un dato grado di sviluppo…la società capitalistica, specie allo stato ultramaturo di oggi, presenta l’apparato più fetente che la conoscenza umana abbia mai posseduto…”. Conoscenza, anzi, apparato conoscitivo e società capitalistica contemporanea, ci si trova davanti ad una relazione tra due termini di un insieme, in cui, la concretezza del rapporto, è data dal fatto che una società alienata produce una conoscenza alienata, l’apparato più fetente che la conoscenza umana abbia mai posseduto. Sarebbe un lavoro ingrato, forse, riproporre a questo punto del discorso, alcuni tratti fondamentali del regno del capitale; eppure, si possono ignorare le basi economico-sociali, su cui poggia l’apparato più fetente che la conoscenza umana abbia mai posseduto?

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