Giornate capitalistiche: armi chimiche e confronto geopolitico

“L’invincibilità sta nella difesa. La vulnerabilità sta nell’attacco. Se ti difendi sei più forte, Se attacchi sei più debole.” 

Sun Tzu

 

Come previsto in un nostro precedente articolo (marzo 2018), con le forze jihadiste accerchiate nella città di Douma, in Siria, il giorno 7 aprile 2018 si è verificato l’atteso attacco chimico (presto attribuito da media e governi occidentali all’esercito siriano). Ora, appare contro ogni logica militare, e anche contro ogni elementare deduzione basata sul buon senso, che un esercito vittorioso con armamenti convenzionali senta la necessità di usare armi non convenzionali, contro un nemico peraltro sconfitto e accerchiato. Tuttavia il presunto utilizzo di armi chimiche da parte del SAA è un ottimo pretesto, per le direzioni politico-militari euro-americane, di minacciare un intervento militare in Siria (come ennesimo tentativo per rimescolare le carte e impedire la vittoria degli avversari). Infatti non sono mancate, nelle ultime 24 ore, le bellicose dichiarazioni di rappresaglia da parte degli attori politici occidentali di vertice, dirette ai presunti autori degli attacchi chimici. In realtà le élite politiche borghesi sono condannate da sempre a recitare la parte che gli assegna lo scontro di interessi immanente, incoercibile, fra gli opposti complessi militari-industriali in cui si manifesta l’imperialismo in quanto fase suprema del capitalismo. Dalle parole ai fatti il passo è breve, e quindi stavolta hanno provveduto due caccia F15 israeliani,  a colpire nelle prime ore del mattino del 9 aprile dallo spazio aereo del Libano, la base aerea siriana T4. Il lancio di otto missili tuttavia non è andato a buon segno, infatti cinque missili sono stati intercettati in volo, mentre gli altri sono stati lasciati proseguire per la propria traiettoria sbagliata, e hanno colpito il lato esterno della base (causando comunque una decina di vittime ). Gli eventi bellici sono questi, analizzandoli si può sospettare che il lancio dei missili abbia avuto lo scopo principale di testare le capacità difensive dei sistemi antimissile russi (in questo caso si suppone che gli aggressori/sperimentatori  abbiano tratto adeguate lezioni dalla verifica).

La guerra in Siria ha un significato geopolitico importante, in essa si svolge lo scontro segreto tra le grandi potenze capitalistiche (Stati Uniti e Russia) e contemporaneamente tra le potenze intermedie (Iran, Israele e Arabia Saudita). Stati Uniti e potenze alleate cercano d’impedire che Russia, Cina e Iran svolgano un ruolo cruciale in Medio Oriente, controllando risorse energetiche e rotte di approvvigionamento in grado di consentire il passaggio dei prodotti energetici offerti al mercato europeo, direttamente nei porti siriani del mediterraneo. Le guerre per procura, le operazioni sotto falsa bandiera, in altre parole la politica imperiale del caos, del disordine e della destabilizzazione, hanno lo scopo di mettere i bastoni fra le ruote ai rivali e concorrenti euro-asiatici (Cina e Russia in primo luogo) della supremazia USA, impedendo in questo caso il tranquillo e vantaggioso utilizzo di una via commerciale mediterranea (vicinissima ai mercati di sbocco europei). Consideriamo che sia plausibile pensare che mentre le economie capitalistiche emergenti euroasiatiche (Cina e India in prima battuta) abbiano bisogno di un periodo temporaneo di pace, per consolidare il proprio crescente giro d’affari, e quindi le esportazioni di merci, viceversa le arrancanti economie nazionali d’occidente abbiano bisogno di ostacolare la concorrenza euroasiatica, e quindi di fare uso a tal scopo di tutti i mezzi (inclusa la politica del imperiale del caos, del disordine e della destabilizzazione).  

Dove porterà la deriva bellicista, registrata negli ultimi anni fra opposti aggregati di potenza capitalistica, non è dato saperlo con certezza assoluta, tuttavia è prevedibile che si verifichi una intensificazione degli scontri espliciti e dissimulati nella guerra permanente fra il blocco euroasiatico e il blocco euro-americano. La guerra, oltre ad essere uno strumento per l’affermazione di determinati interessi socio-economici, raggiungibili con il dispiegamento della potenza militare è un fattore sicuro di distruzione di capitale costante e forza lavoro in eccesso, e quindi, a patto di non demolire (con l’apocalisse nucleare) lo stesso organismo socio-economico capitalistico, è prevedibile che continui a svolgere la sua funzione in modo accresciuto, a causa delle maggiori esigenze distruttive determinate dalla crescente sovrapproduzione di mezzi produttivi e popolazione inutilizzabile.

Le attuali tensioni fra i vari soggetti statali-militari capitalistici in Siria (e altrove) possono fare da preludio ad un ampliamento del conflitto, con esiti difficilmente calcolabili in anticipo. Ora, come già esposto in ”Dinamiche di confronto e scontro…” dell’agosto 2015, dalla fine della seconda guerra mondiale si sono registrate periodiche situazioni di crisi politico-militare fra i due potenti complessi militari industriali di Russia e America. Tuttavia è sempre prevalsa la logica del duumvirato concorde/discorde fra le superpotenze, e quindi alla fine i conflitti locali non si sono mai trasformati in scontri diretti fra i due colossi statali. Tuttavia il capitalismo USA ora attraversa un momento difficile, assediato da un debito (pubblico e privato) gigantesco, e dalla concorrenza delle economie capitalistiche euroasiatiche (Cina, India, Russia…). Questi fattori possono spingere gli USA a una sfida militare aperta nei confronti degli stati nazionali avversari, finalizzata alla conservazione di posizioni  geo-economiche, innanzitutto il controllo delle risorse energetiche e delle vie di approvvigionamento, attualmente insidiate dagli avversari. Il dispiegamento della potenza militare, e la implicita minaccia di una sua utilizzazione da parte dei due principali players capitalistici, può dunque essere considerata solo la base di appoggio materiale a una successiva trattativa ‘pacifica’ per la spartizione del ‘bottino’, mentre resta in secondo piano l’ipotesi (non escludibile in senso assoluto) di una guerra per la sottomissione/distruzione dell’avversario (molto facilmente trasformabile, dati gli attuali arsenali nucleari, in una semplice ‘fine del mondo’).  

La borghesia è finora riuscita a irreggimentare sotto le false bandiere del nazionalismo, del fondamentalismo religioso, o addirittura degli pseudo socialismi di varia marca e latitudine, le masse proletarie, scagliandole le une contro le altre in una lotta fratricida (nei due conflitti mondiali e nelle successive guerre locali) , al servizio esclusivo degli opposti  interessi imperialistici (cioè, parafrasando Lenin, degli opposti interessi dei moderni padroni di schiavi ).  

 

In questo scenario ciclico di distruzione finalizzato alla rigenerazione del processo di accumulazione capitalistico, e alla lotta per la supremazia dei vari aggregati economico-politici concorrenti, le sorti dell’avanguardia sociale operaia, e delle forze politiche marxiste che ne rappresentano la sublimazione politica, si giocano sulla capacità di sviare il resto della classe oppressa dalla partecipazione alle guerre periodiche della borghesia, per orientare i proletari verso la difesa dei propri autentici interessi, al di là di ogni partigianeria per l’uno o l’altro player capitalistico. 

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