ECONOMIA NELL’IMPIEGO DI CAPITALE COSTANTE, IL CAPITALE LIBRO III CAPITOLO 5 (N.R, anno 2018, a proposito di incidenti sul lavoro e malattie professionali)

Nota redazionale: il capitolo 5 del Capitale (libro terzo), contiene, fra l’altro, una descrizione analitica di varie tipologie di ‘incidenti’ sul lavoro, l’individuazione dei fattori di causa che stanno essenzialmente all’origine degli ‘incidenti’, e quindi una critica all’organizzazione capitalistica della produzione. I casi recenti di incidenti e morti sul lavoro confermano in pieno l’attualità delle analisi marxiste.

In modo particolare ci sembra indispensabile evidenziare, già in questa nota introduttiva, alcune considerazioni di Marx, contenute nella parte del capitolo 5 appena precedente gli esempi pratici, considerazioni ampiamente riepilogative del senso dell’argomento trattato: 

”Il modo di produzione capitalistico, come da un lato promuove lo sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale, dall’altro induce all’economia nell’impiego del capitale costante.

Esso però non si limita a rendere reciprocamente estranei e indifferenti da una parte l’operaio, il rappresentante del lavoro vivente, dall’altra l’impiego economico, cioè razionale e dosato delle condizioni di lavoro. Conformemente alla sua natura contraddittoria, piena di contrasti, esso va oltre, fino ad annoverare fra i mezzi per economizzare il capitale costante, e quindi aumentare il saggio del profitto, lo sperpero della vita e della salute dell’operaio e il peggioramento delle sue stesse condizioni d’esistenza.

Poiché l’operaio dedica la maggior parte della sua vita al processo di produzione, le condizioni di questo processo costituiscono in gran parte le condizioni del processo attivo della sua esistenza, le sue condizioni di vita; e il far economia nel campo di queste con dizioni di vita è un metodo per rialzare il saggio del profitto, proprio come, e l’abbiamo già precedentemente messo in rilievo , l’eccesso di lavoro, la trasformazione dell’operaio in bestia da lavoro è un metodo per accelerare l’auto-valorizzazione del capitale, la produzione del plusvalore. Siffatta economia giunge fino al sovraffollamento di operai in locali ristretti, malsani, ciò che si chiama in termini capitalistici risparmio di costruzioni; all’ammassamento di macchine pericolose negli stessi ambienti, senza adeguati mezzi di protezione contro questo pericolo; all’assenza di misure di precauzione nei processi produttivi che per il loro carattere siano dannosi alla salute o importino rischi (come nelle miniere) ecc. Per non dire della mancanza di ogni provvidenza volta ad umanizzare il processo produttivo, a renderlo gradevole o quanto meno sopportabile. Ciò sarebbe, dal punto di vista capitalistico, uno spreco senza scopo e insensato. Con tutto il suo lesinare, la produzione capitalistica è in genere molto prodiga di materiale umano, proprio come, grazie al metodo della distribuzione dei suoi prodotti per mezzo del commercio e al suo sistema di concorrenza, essa è molto prodiga di mezzi materiali e da una parte fa perdere alla società ciò che dall’altra fa guadagnare ai singoli capitalisti.

Il capitale non tende soltanto a ridurre all’indispensabile il diretto impiego di lavoro vivente e a diminuire di continuo, mediante lo sfruttamento delle forze produttive sociali del lavoro, il lavoro necessario per l’approntamento di un prodotto, vale a dire ad economizzare al massimo il lavoro vivente direttamente impiegato; esso ha altresì la tendenza a impiegare nelle condizioni più economiche questo lavoro ridotto ai limiti dell’indispensabile, ossia a ridurre alla misura minima possibile il capitale costante applicato. Allorché il valore delle merci è determinato dal tempo di lavoro necessario in esse incorporato e non dal tempo di lavoro che viene generalmente in esse assorbito, è il capitale che effettua tale determinazione e che insieme incessantemente raccorcia il tempo di lavoro socialmente necessario per la produzione di una merce. Il prezzo della merce viene per tal modo ridotto al suo minimo, essendo ridotta alla misura minima qualsiasi parte del lavoro richiesto per la sua produzione.

A proposito dell’economia nell’impiego del capitale costante bisogna distinguere.

Se cresce la massa e insieme con essa il valore complessivo del capitale impiegato, si determina anzitutto ed esclusivamente una concentrazione di una maggior quantità di capitale in una sola mano. Ma è appunto questa maggior massa impiegata da una sola mano — cui per lo più corrisponde un numero di operai occupati maggiore in senso assoluto ma minore in termini relativi — che consente di realizzare un’economia di capitale costante. Dal punto di vista del singolo capitalista, il volume del necessario investimento di capitale, particolarmente del capitale fisso, si accresce; ma, in rapporto alla massa della materia posta in lavorazione e del lavoro sfruttato, il valore del capitale investito relativamente diminuisce”. Marx, il Capitale, libro primo, capitolo 5.

Anno 2017, in Italia gli infortuni mortali sul posto di lavoro (o nel trasferimento dalla residenza al posto di lavoro), in base alle denunce presentate all’Inail nei primi sette mesi del 2017, sono stati 591, nello stesso periodo del 2016 i decessi ammontavano a 562 (+5,2%). Sempre nei primi sette mesi del 2017, le denunce d’infortunio pervenute all’Inail sono state 380.230, quasi 5000 in più rispetto allo stesso periodo del 2016. E’ interessante notare che il numero dei giorni lavorativi effettuati nei primi sette mesi del 2016-2017 è stato essenzialmente identico.

Nel primo trimestre del 2018 ci sono state 212 denunce d’infortunio mortale presentate all’Inail, registrando 22 casi in più rispetto al 2017. L’incremento è dato da incidenti verificatisi nel percorso dalla residenza al posto di lavoro.

Una prima considerazione va fatta sul numero elevato di denunce di infortunio (ad esempio quelle dei primi sette mesi del 2017, che sono state 380.230). Possiamo arguire che, al di là dei casi mortali compresi in questo numero (591), siamo di sicuro in presenza di migliaia e migliaia di casi di incidenti invalidanti, con gradazioni differenti di danno. Sembra un bollettino di guerra, e in effetti l’anarchia della produzione e la lotta per la concorrenza aziendale, pienamente operanti nel capitalismo contemporaneo, a netta smentita delle varie teorie apodittiche e indimostrabili sui piani generali della produzione (di kautskiana matrice), hanno la spiacevole conseguenza, chiamiamola ipocritamente effetto collaterale, o inconveniente, di far proliferare gli incidenti sul lavoro, e le malattie professionali.

La malattia professionale è definita, nei testi medico-legali, come una patologia correlata all’esposizione prolungata del lavoratore ad alcuni fattori presenti nell’ambiente di lavoro (radiazioni, vibrazioni, polveri e sostanze chimiche nocive, rumore, misure organizzative che incidono negativamente sul quadro psicofisico).

Attualmente in Italia esistono delle tabelle in cui sono raccolti i tipi di malattia professionale che rientrano nella copertura assicurativa Inail, quindi riconosciute dalle norme vigenti. Dal 1988 il lavoratore ha la possibilità di dimostrare che la sua malattia, anche se non rientrante nelle tabelle previste dalla legge, è da far risalire in ogni caso all’attività di lavoro svolta.

Bordiga ha definito l’azienda, e quindi il processo produttivo in cui l’operaio parziale diventa automa, appendice del macchinario, strumento dell’officina, produttore utilizzato dai mezzi di produzione, semplicemente:‘galera aziendale’.

L’essenziale del processo produttivo capitalistico non è la cooperazione fra operai parziali, ma l’atomizzazione, la frammentazione del lavoro integrale svolto in precedenza dall’artigiano, ed è la brama di plus-lavoro del capitale, che riorganizza la produzione (in base al principio del massimo risultato con il minimo costo) dividendo il precedente lavoro artigiano in lavoro manifatturiero, dove la merce è il risultato del lavoro parziale di molti operai. Il capitalista compra questo lavoro comune, atomizzato, o meglio divide il precedente lavoro artigiano unitario, in frazioni, atomi, per ottenere successive e sempre crescenti economie di costo. Come ricorda Marx, nella produzione capitalistica si presenta la costante dell’aumento dello sfruttamento, cioè della riduzione della parte di giornata lavorativa necessaria a ripagare il salario, e quindi i mezzi di sussistenza per la riproduzione della forza-lavoro, a vantaggio del plus-lavoro, cioè della parte di giornata lavorativa dedicata alla esclusiva valorizzazione del capitale, in un tracciato di costante distruzione del lavoro vivo.

Confrontiamo quest’ultima affermazione con un lungo passo tratto dal ‘Capitale’.

“Ma il capitale, nel suo smisurato e cieco impulso, nella sua voracità da lupo mannaro di plus-lavoro, scavalca non soltanto i limiti massimi morali della giornata lavorativa, ma anche quelli puramente fisici. Usurpa il tempo necessario per la crescita, lo sviluppo e la sana conservazione del corpo. Ruba il tempo che è indispensabile per consumare aria libera e luce solare. Lesina sul tempo dei pasti e lo incorpora, dove è possibile, nel processo produttivo stesso, cosicché al lavoratore viene dato il cibo come a un puro e semplice mezzo di produzione, come si dà carbone alla caldaia a vapore, come si dà sego e olio alle macchine. Riduce il sonno sano che serve a raccogliere, rinnovare, rinfrescare le energie vitali, a tante ore di torpore quante ne rende indispensabili il ravvivamento di un organismo assolutamente esaurito. Qui non è la normale conservazione della forza-lavoro a determinare il limite della giornata lavorativa, ma, viceversa, è il massimo possibile dispendio giornaliero di forza-lavoro, per quanto morbosamente coatto e penoso, a determinare il limite del tempo di riposo dell’operaio. Il capitale non si preoccupa della durata della vita della forza- lavoro. Quel che gli interessa è unicamente e soltanto il massimo di forza-lavoro che può essere resa liquida in una giornata lavorativa. Esso ottiene questo scopo abbreviando la durata della forza-lavoro, come un agricoltore avido ottiene aumentati proventi dal suolo rapinandone la fertilità. Con il prolungamento della giornata lavorativa, la produzione capitalistica, che è essenzialmente produzione di plusvalore, assorbimento di plus-lavoro, non produce dunque soltanto il deperimento della forza-lavoro umana, che viene derubata delle sue condizioni normali di sviluppo e di attuazione, morali e fisiche; ma produce anche l’esaurimento e la estinzione precoce della forza-lavoro stessa “. Il Capitale, libro primo, sezione III, capitolo 8.

Incidenti e malattie professionali sono dunque il derivato di una specifica realtà socio-economica, sono la conseguenza della produzione capitalistica, il cui piano di produzione reale, lungi dall’essere il precursore ”oggettivo” della cooperazione comunista del futuro, è invece ‘divoramento’ della forza-lavoro fino alla sua estinzione precoce. 

La lunga citazione precedente, tratta dal capitolo 8, potrebbe chiarire, e chiarisce in effetti, una volta per sempre, l’essenza del piano di produzione capitalistico, e dunque la sua priorità fondamentale, riprendiamone un passaggio Quel che gli interessa (al capitalista) è unicamente e soltanto il massimo di forza-lavoro che può essere resa liquida in una giornata lavorativa. Esso ottiene questo scopo abbreviando la durata della forza-lavoro, come un agricoltore avido ottiene aumentati proventi dal suolo rapinandone la fertilità”…”la produzione capitalistica, che è essenzialmente produzione di plusvalore, assorbimento di plus-lavoro, non produce dunque soltanto il deperimento della forza-lavoro umana, che viene derubata delle sue condizioni normali di sviluppo e di attuazione, morali e fisiche; ma produce anche l’esaurimento e la estinzione precoce della forza-lavoro stessa “.

 

IL CAPITALE

LIBRO III

SEZIONE I

TRASFORMAZIONE DEL PLUSVALORE IN PROFITTO
E DEL SAGGIO DEL PLUSVALORE IN SAGGIO DEL PROFITTO

CAPITOLO 5

ECONOMIA NELL’IMPIEGO DI CAPITALE COSTANTE

I – CONSIDERAZIONI GENERALI.

L’aumento del plusvalore assoluto, ossia il prolungamento del plus-lavoro e quindi della giornata lavorativa, rimanendo uguale il capitale variabile cioè con l’impiego dello stesso numero di operai e salari nominalmente identici,- a proposito è indifferente che la maggiorazione di orario sia o meno pagata –  determina una relativa riduzione nel valore del capitale costante in rapporto al capitale complessivo ed al capitale variabile ed in tal modo eleva il saggio del profitto, anche a prescindere dalla massa del plusvalore e da un eventuale rialzo del saggio di quest’ultimo.

La consistenza della parte fissa del capitale costante, stabilimenti, macchinari ecc., rimane la stessa, sia che si lavori con essa per 16 o 12 ore.

Il prolungamento della giornata lavorativa non richiede alcuna nuova spesa in macchinari e mezzi e quindi un amento della quota del capitale costante investito in essi, ma consente di sfruttarli di più.

Il valore del capitale fisso si riproduce in tal modo in una serie più breve di periodi di rotazioni, vale a dire si accorcia il tempo per cui esso deve essere anticipato al fine di produrre un determinato profitto.

Il prolungamento della giornata lavorativa accresce pertanto il profitto anche se viene pagata la maggiorazione d’orario e, entro certi limiti, essa viene retribuita con maggiorazioni rispetto all’ora normale di lavoro.

La necessità di accrescere il capitale fisso è la molla che spinge il capitalista a prolungare la giornata lavorativa.

La medesima situazione non si verifica in caso di giornata lavorativa costante.

In tale ipotesi o è necessario aumentare il numero degli operai e con questi a una certa proporzione anche la massa del capitale fisso — edifici, macchinario, ecc. — al fine di sfruttare una massa più vasta di lavoro (giacché qui si prescinde da riduzioni o ribassi del salario al disotto del livello normale). Oppure, qualora si abbia ad aumentare l’intensità o rispettivamente la produttività del lavoro e in genere a produrre una maggior quantità di plusvalore relativo, cresce, nei rami industriali che impiegano materia prima, la massa della parte circolante del capitale costante (ccic), in quanto in quel dato intervallo di tempo viene elaborata una maggior quantità di materia prima ecc.; e in secondo luogo cresce il macchinario, cioè anche questa parte del capitale costante, messo in opera dallo stesso numero di operai. L’incremento del plusvalore è pertanto accompagnato da un incremento del capitale costante, l’intensificazione dello sfruttamento del lavoro da un rincaro delle condizioni di produzione, per mezzo dei quali il lavoro viene sfruttato, vale a dire da un aumento nelle anticipazioni di capitale.

Ne risulta che il saggio del profitto, se per una parte si eleva, dall’altra per lo stesso motivo si riduce.

Tutto un complesso di spese generali rimane del tutto o pressochè identico sia che la giornata lavorativa venga prolungata oppure ridotta. Le spese di sorveglianza sono minori per 500 operai a 18 ore di lavoro, che per 750 a 12 ore. «I costi d’esercizio di una fabbrica sono quasi identici sia con un lavoro di 10 che con un lavoro di 12 ore» (Rep. of Insp. of  Fact. Oct. 1848, p. 37). Imposte statali e comunali, assicurazioni contro l’incendio, retribuzioni di diversi impiegati stabili, deprezzamento del macchinario, e varie altre spese sussistono ugualmente restando invariate senza riguardo a prolungamenti o riduzioni nell’orario di lavoro; esse crescono rispetto al profitto nella proporzione in cui la produzione decresce (Rep. of Insp. Of Fact. Oct. 1862, p. 19).

Il lasso di tempo necessario perché il valore del macchinario e degli altri elementi del capitale costante si riproduca è praticamente determinato non dal tempo della astratta durata del macchinario stesso, ma dalla durata complessiva del processo di lavoro, durante il quale esso opera e viene utilizzato. Se gli operai anziché 12 devono sgobbare 18 ore, ne risultano tre giorni di più per settimana: di una settimana se ne fa una e mezza, due anni diventano tre. Se la maggiorazione d’orario non viene pagata, gli operai, oltre al normale plus-lavoro, vengono a fornire senza ricompensa alcuna una settimana di lavoro su tre e rispettivamente un anno di lavoro su tre. In tal modo la riproduzione del valore del macchinario aumenta in intensità del 50% e si realizza in 2/3 del tempo altrimenti necessario.

Per evitare inutili complicazioni, in questa analisi, al pari che in quella sulle oscillazioni dei prezzi delle materie prime (nel cap. VI), noi partiamo dal presupposto che siano dati sia la massa che il saggio del plusvalore.

Come già si è posto in rilievo nell’esame della cooperazione, della divisione del lavoro e del macchinario, l’economia nelle condizioni della produzione che caratterizza la produzione su larga scala deriva essenzialmente dal fatto che tali condizioni operano come fattori di lavoro sociale, di lavoro socialmente coordinato, ossia come fattori sociali del lavoro. I mezzi di produzione vengono consumati nel processo produttivo, con criterio unitario da parte dell’operaio complessivo, anziché in forma frazionata da parte di una massa di operai senza reciproca connessione o tutt’al più direttamente cooperanti in misura esigua. In una grande fabbrica con uno o due motori centrali le spese relative a questi ultimi non crescono nella stessa proporzione della rispettiva potenza e quindi della rispettiva sfera d’azione; le spese per i congegni di trasmissione non aumentano nella stessa proporzione della massa delle macchine di lavoro che essi mettono in moto; il corpo stesso della macchina da lavoro non cresce di prezzo nella proporzione in cui aumenta il numero degli strumenti che rappresentano i suoi organi e con i quali essa funziona, e via dicendo.

La concentrazione dei mezzi di produzione apporta inoltre un risparmio di costruzione d’ogni genere, non soltanto quanto ai veri e propri stabilimenti, ma anche per i locali di deposito, ecc. Così dicasi per le spese di riscaldamento, di illuminazione ecc. Altri fattori della produzione rimangono invariati, vengano essi utilizzati da pochi o da molti operai.

Tutta questa economia, che deriva dalla concentrazione dei mezzi di produzione e dalla loro utilizzazione in massa, presuppone però come condizione essenziale l’agglomeramento e l’azione degli operai, vale a dire la combinazione sociale del lavoro. Essa trae origine quindi dal carattere sociale del lavoro allo stesso modo che il plusvalore proviene dal plus-lavoro di ogni singolo operaio considerato isolatamente.

Gli stessi continui miglioramenti che in questo campo sono possibili e necessari, sono unicamente ed esclusivamente dovuti alle esperienze ed osservazioni collettive che procura e consente la produzione dell’operaio collettivo organizzato in combinazione su larga scala.

Lo stesso vale per l’altra grande categoria di economie effettuate nelle condizioni di produzione: cioè la ritrasformazione dei rifiuti della produzione, dei cosiddetti scarti, in nuovi elementi di produzione, sia nello stesso che in un altro ramo d’industria, il processo grazie a cui siffatti scarti sono rilanciati nel circuito della produzione e pertanto del consumo, produttivo o individuale. Anche questa categoria di risparmi, che in seguito sottoporremo a più particolareggiato esame, è il risultato del lavoro sociale su vasta scala. Di qui proviene quell’accumulazione in massa degli scarti che li rende nuovamente oggetti di commercio e perciò nuovi elementi della produzione. Soltanto in quanto scarti di una produzione collettiva, e quindi della produzione su vasta scala, essi assumono questa importanza per il processo produttivo, rimangono depositari di valore di scambio. Astraendo dal servizio che prestano quali nuovi elementi della produzione, tali scarti abbassano — nella misura che divengono nuovamente commerciabili — il costo delle materie prime, nel cui computo è sempre compreso il normale scarto delle materie stesse, cioè la quantità che in media deve andar perduta nel corso della loro lavorazione. La riduzione dei costi di questa parte del capitale costante accresce proporzionalmente il saggio del profitto, essendo dati sia la massa del capitale variabile che il saggio del plusvalore.

Se il plusvalore è dato, il saggio del profitto può essere aumentato soltanto mediante una diminuzione del valore del capitale costante necessario per la produzione delle merci.

In quanto il capitale costante interviene nella produzione delle merci, non è il suo valore di scambio, ma unicamente il suo valore d’uso che viene preso in considerazione.

La quantità di lavoro che può assorbire il lino in una filanda, non dipende dal valore del lino ma dalla sua quantità, qualora sia dato il grado della produttività del lavoro, vale a dire il grado dello sviluppo tecnico. Parimenti, l’aiuto che una macchina presta ad esempio a tre operai non dipende dal suo valore di scambio, ma dal suo valore d’uso come macchina. Ad un dato grado di sviluppo tecnico una cattiva macchina può essere cara, ad un grado diverso una buona macchina può essere a buon mercato.

L’incremento di profitto, di cui un capitalista beneficia per il fatto che ad esempio, cotone e macchinario da filatura siano diventati più a buon mercato, è il risultato di un aumento della produttività del lavoro, non invero nella filatura, ma nella costruzione delle macchine e nella coltura del cotone. Per oggettivare in forma materiale una data quantità di lavoro, ossia per appropriarsi una data quantità di plus-lavoro, è richiesto un anticipo minore in quelle che sono le condizioni per la messa in opera del lavoro.

Diminuisce il costo necessario per l’appropriazione di una data quantità di plus-lavoro.

Si è già trattato del risparmio che si ottiene nel processo produttivo grazie all’uso collettivo dei mezzi di produzione ad opera dell’operaio complessivo — l’operaio socialmente combinato. Più avanti si prenderà in esame l’ulteriore risparmio che deriva, nell’anticipazione di capitale costante, dall’accorciamento del tempo di circolazione (lo sviluppo dei mezzi di comunicazione è al riguardo un fattore materiale fondamentale).

Qui si deve invece insistere sul l’economia che risulta dal progressivo miglioramento del macchinario. E particolarmente:

1)quanto al materiale di costruzione (ad esempio sostituzione del ferro al legno);

2)quanto alla riduzione del prezzo di vendita in seguito a perfezionamenti della fabbricazione in genere; cosicché, quantunque il valore della parte fissa del capitale costante continui a crescere con lo sviluppo del lavoro su vasta scala, quella crescita è di gran lunga minore di questo sviluppo;

3)quanto ai perfezionamenti speciali che consentono al macchinario già esistente di lavorare con minor dispendio e maggior efficacia, (ad esempio perfezionamento della caldaia a vapore ecc., su cui più oltre si ritornerà ancora in modo alquanto più dettagliato);

4)quanto alla riduzione degli scarti per l’applicazione di installa meccaniche perfezionate.

Tutto ciò che, per un dato periodo di produzione, diminuisce il logorio del macchinario e del capitale fisso in genere, non determina soltanto una mitigazione del prezzo della singola merce (giacché ogni singola merce riproduce nel proprio prezzo la quota parte del logorio che ricade su di essa), ma riduce altresì la parte aliquota del capitale anticipata per quel periodo. I lavori di riparazione ecc., a misura che se ne impone la necessità, si aggiungono, nel computo, ai costi originari del macchinario. Una loro riduzione, per effetto di una maggior durata del macchinario, diminuisce pro tanto il prezzo di quest’ultimo.

Per ogni economia di questo tipo vale ancora per lo più il criterio posto: che essa è possibile soltanto per l’operaio combinato e spesso può realizzarsi solo in lavori organizzati su scala di eccezionale vastità, ovvero esige combinazioni ancor più vaste di operai nel processo diretto di produzione.

Ma d’altra parte, lo sviluppo della produttività del lavoro in un settore della produzione, ad esempio nella produzione del ferro, del carbone, delle installazioni meccaniche, nell’industria edilizia ecc., sviluppo che in parte può a sua volta ricollegarsi a progressi nel campo della produzione intellettuale, cioè delle scienze naturali e relative applicazioni, si presenta come la condizione determinante della diminuzione del valore, e quindi del costo, dei mezzi di produzione in altri rami di attività, ad esempio nell’industria tessile o nell’agricoltura. Si tratta di un fatto di per sé evidente, giacché la merce che proviene da un ramo d’industria come prodotto s’immette successivamente in un altro ramo come mezzo di produzione. La mitezza maggiore o minore del suo prezzo dipende dalla produttività del lavoro nel ramo d’industria da cui essa proviene come prodotto, ed è contemporaneamente condizione non soltanto per la riduzione dei prezzi delle merci nella cui produzione essa entra come mezzo appunto di produzione, ma anche per la diminuzione del valore del capitale costante, del quale essa diviene ora elemento e quindi per il rialzo del saggio del profitto.

L’aspetto caratteristico di questa forma di economia del capitale costante, che trae origine dal progressivo sviluppo dell’industria, sta nel fatto che il rialzo del saggio del profitto in un ramo d’industria è il risultato dello sviluppo della produttività del lavoro in un altro ramo. Ciò che in tal modo torna a beneficio del capitalista rappresenta a sua volta un guadagno che è il prodotto del lavoro sociale, anche se non degli operai direttamente sfruttati dal medesimo capitalista.

Quello sviluppo della forza produttiva si riconduce sempre in ultima istanza:

·al carattere sociale del lavoro posto in opera;

·alla divisione del lavoro in seno alla società;

·allo sviluppo del lavoro intellettuale, in primo luogo delle scienze naturali.

Ciò di cui beneficia il capitalista sono i vantaggi realizzati dal sistema della divisione sociale del lavoro nel suo complesso. È lo sviluppo della forza produttiva del lavoro nel settore di attività estraneo a quello specifico del capitalista, nel settore cioè che a quest’ultimo fornisce mezzi di produzione, la causa per la quale il valore del capitale costante impiegato dal capitalista subisce un relativo ribasso e il saggio del profitto viene pertanto a aumentare.

Un altro aumento del saggio del profitto si ottiene non più economizzando il lavoro da cui è prodotto il capitale costante, ma facendo economie nell’impiego del capitale costante stesso.

Grazie alla concentrazione degli operai e alla loro cooperazione su vasta scala si ottiene, da un lato, un risparmio di capitale costante.

I medesimi edifici, le medesime installazioni per riscaldamento, illuminazione ecc. costano proporzionalmente meno per i grandi che non per i piccoli complessi di produzione. Lo stesso vale per le macchine motrici e da lavoro. Il loro valore, sebbene salga in cifra assoluta, decresce in senso relativo in rapporto al progressivo ampliamento della produzione e alla grandezza del capitale variabile o della massa della forza-lavoro che viene messa in attività. L’economia, che un certo capitale può realizzare nel suo proprio ramo di produzione, consiste innanzitutto e direttamente in economia di lavoro, ossia una riduzione nei confronti dei suoi propri operai, del lavoro pagato; l’economia invece sopra accennata consiste nel conseguire questa maggior possibile appropriazione di altrui lavoro non pagato nella maniera più economica possibile, vale a dire, data la scala di produzione, con i più bassi costi possibili. In quanto tale economia non sia determinata dal già ricordato sfruttamento della produttività del lavoro sociale impiegato nella produzione del capitale costante bensì dall’economia nell’impiego del capitale costante medesimo, essa deriva o direttamente dalla cooperazione e dalla forma sociale del lavoro nell’interno di quel determinato ramo di industria, oppure dalla produzione del macchinario ecc. su una scala tale per cui il suo valore non aumenti nella medesima proporzione del rispettivo valore d’uso.

Su due punti bisogna qui fissare l’attenzione: se il valore di (c) fosse 0, sarebbe p’= pv’ e il saggio del profitto raggiungerebbe il suo massimo. Peraltro, in secondo luogo, ciò che conta per l’immediato sfruttamento del lavoro stesso non è affatto il valore dei mezzi di sfruttamento impiegati, si tratti di capitale fisso oppure di materie prime e ausiliarie. In quanto essi servono da strumenti per assorbire lavoro, da strumenti nei quali e per mezzo dei quali il lavoro e pertanto anche il plus-lavoro si oggettiva in forma materiale, il valore di scambio del macchinario, degli edifici, delle materie prime ecc, è del tutto indifferente. Ciò che esclusivamente importa è da un lato la loro massa, la proporzione cioè tecnicamente necessaria per la loro combinazione con una determinata quantità di lavoro vivente, dall’altro lato la loro idoneità allo scopo: ossia si esige non solo buon macchinario, ma altresì buone materie prime e ausiliarie. Dalla buona qualità della materia prima dipende in parte il saggio del profitto. Un buon materiale dà meno scarto; il che significa che per l’assorbimento della stessa quantità di lavoro occorre una minore quantità di materia prima. È inoltre minore la difficoltà di lavorazione che il macchinario deve superare. Ciò influisce, in parte, perfino sul plusvalore e sul saggio del plusvalore. L’operaio ha bisogno di più tempo per la lavorazione di un’identica quantità di materia prima quando questa sia di cattiva qualità; ne. risulta, eguale rimanendo il salario, una riduzione nel plus-lavoro. L’influenza del fattore qualità opera infine, con notevole efficacia sulla riproduzione ed accumulazione del capitale, che, come si chiarì nel Libro I, dipende ancora più dalla produttività che non dalla massa del lavoro impiegato.

È pertanto comprensibile il fanatismo del capitalista per l’economia dei mezzi di produzione.

Che nulla si guasti o si sprechi, che i mezzi di produzione vengano utilizzati soltanto nel modo richiesto dalla produzione stessa, dipende in parte dall’addestra mento e dalla preparazione degli operai, in parte dalla disciplina che il capitalista riesce a imporre agli operai combinati, disciplina che diventa superflua in un sistema sociale, in cui gli operai lavorino per se stessi, come è già ora quasi del tutto superflua per il salario a cottimo. Questo fanatismo si esprime anche, in modo inverso, con la adulterazione degli elementi della produzione, mezzo fondamentale per ridurre il valore del capitale costante in rapporto a quello variabile e così rialzare il saggio del profitto; nel qual caso poi si aggiunge un altro elemento importante della truffa, la vendita degli elementi della produzione al di sopra del loro valore, in quanto questo valore ricompare nel prodotto. Un tale aspetto assume un’importanza decisiva particolarmente nell’industria tedesca, che ha per criterio basilare: i clienti saranno ben soddisfatti se invieremo loro prima buoni campioni e poi merci scadenti. Ma si tratta di fenomeni inerenti alla concorrenza che non c’interessano in questa sede.

Giova osservare che questo rialzo del saggio del profitto determinato dalla diminuzione del valore, ossia del costo del capitale costante, è assolutamente indipendente dalla circostanza che il ramo d’industria, in cui esso si verifica, produca oggetti di lusso oppure mezzi di sussistenza che entrino nel consumo dei lavoratori, ovvero mezzi di produzione in genere. La distinzione sarebbe importante solo in quanto si trattasse del saggio del plusvalore, che dipende essenzialmente dal valore della forza-lavoro, vale a dire dal valore dei mezzi di sussistenza usualmente consumati dal lavoratore.

Nel presente caso il plusvalore ed il saggio del plusvalore sono presupposti come dati. In tali condizioni, il rapporto del plusvalore al capitale complessivo — rapporto che determina il saggio del profitto — dipende esclusivamente dal valore del capitale costante e in nessun modo dal valore d’uso degli elementi di cui questo capitale consta.

Naturalmente la riduzione relativa del prezzo dei mezzi di produzione non esclude un aumento della massa assoluta del loro valore; giacché l’estensione assoluta del loro impiego cresce straordinariamente con lo sviluppo della produttività del lavoro e con il conseguente accrescersi della scala della produzione. L’economia nell’impiego del capitale costante, da qualsiasi lato venga considerata, è in parte il risultato, esclusivamente, della circostanza che i mezzi di produzione operano e vengono usati dall’operaio combinato come mezzi collettivi di produzione, sicché l’economia risultante si presenta come un portato del carattere sociale del lavoro immediatamente produttivo. In parte essa è però il risultato dello sviluppo della produttività del lavoro nei settori che forniscono al capitale i suoi mezzi di produzione; sicché, se si considerano non semplicemente gli operai impiegati dal singolo capitalista X nella loro contrapposizione a quest’ultimo, ma la massa complessiva del lavoro in confronto al capitale nel suo complesso, quell’economia si rivela di nuovo come prodotto dello sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale, con questa sola differenza, che il capitalista X profitta della produttività del lavoro, non soltanto della sua propria fabbrica ma pure delle altrui. Pur tuttavia l’economia di capitale costante appare al capitalista come un aspetto del tutto estraneo all’operaio, che non riguarda per nulla quest’ultimo; quantunque gli rimanga sempre ben presente che gli operai hanno pure a che vedere con il fatto che egli acquisti con la medesima somma di denaro molto oppure poco lavoro (cosi infatti si configura nella sua coscienza la transazione che egli conclude con gli operai). Siffatta economia nell’impiego dei mezzi di produzione, siffatto metodo che tende a realizzare un determinato risultato con la minima spesa possibile, appare in modo ancor più netto che non le altre forze insite nel lavoro, come una forza inerente al capitale e come un metodo proprio e distintivo del modo di produzione capitalistico.

Tale rappresentazione è tanto meno sorprendente, in quanto le corrisponde l’apparenza dei fatti e in quanto effettivamente il rapporto capitalistico nasconde l’intima struttura del fenomeno nella completa indifferenza, esteriorità ed estraneità in cui essa colloca l’operaio rispetto alle condizioni di attuazione del proprio lavoro.

In primo luogo: i mezzi di produzione, che costituisce il capitale costante, non rappresentano che il denaro del capitalista (come, secondo Linguet, il corpo del debitore rappresentava nel diritto romano il danaro del suo creditore), e non riguardano che il capitalista, mentre l’operaio, in quanto venga con essi in contatto nell’effettivo processo della produzione, se ne occupa solo come di valori d’uso della produzione, strumenti e materiale di lavoro. La diminuzione o l’aumento di tali valori è pertanto cosa che incide così poco sui suoi rapporti con il capitalista come la circostanza che egli lavori nel settore del rame o in quello del ferro. Tuttavia, come sarà chiarito più oltre, il capitalista ama concepire altrimenti le cose, non appena si verifica un aumento nel valore dei mezzi di produzione e con ciò una riduzione del saggio del profitto.

In secondo luogo: fintanto che nel processo di produzione capitalistico questi mezzi di produzione siano allo stesso tempo mezzi di sfruttamento del lavoro e relativamente a buon mercato o costosi, ha così poco interesse per l’operaio come per un cavallo il fatto di essere guidato con morso e briglia cari o a buon mercato.

Infine, come già si è visto, l’operaio, di fronte al carattere sociale del suo lavoro, di fronte alla sua combinazione con il lavoro di altri per uno scopo comune, si comporta come se in presenza di una forza a lui estranea; i fattori impegnati per la realizzazione di tale combinazione costituiscono proprietà a lui estranea, il cui sperpero gli sarebbe del tutto indifferente, se non fosse costretto a farne impiego con economia. Completamente diverso è quanto succede nelle fabbriche appartenenti agli stessi operai per es. a Rochdale.

Non occorre dunque ricordare che, se la produttività del lavoro realizzata in un settore della produzione si traduce in un altro in forma di riduzione dei prezzi e di perfezionamento dei mezzi di produzione e porta quindi ad un rialzo del saggio del profitto, questo fenomeno di generale interdipendenza del lavoro sociale si presenta come qualcosa del tutto estraneo agli operai, come qualcosa che in realtà riguarda solo il capitalista, in quanto questi solo acquista e si appropria i mezzi di produzione. Che egli col prodotto ottenuto dagli operai nel suo specifico ramo di produzione acquisti il prodotto degli operai di un diverso ramo, ossia ottenga la disponibilità del prodotto di operai estranei solo in quanto si sia appropriato gratuitamente quello dei suoi propri, è connessione che viene felicemente occultata attraverso il processo di circolazione ecc.

Si aggiunga che, come la produzione in massa presenta i suoi primi sviluppi nella forma capitalistica, così l’avidità di profitto da un lato, la concorrenza dall’altro, che costringono a produrre le merci ai più bassi prezzi possibili, fanno apparire l’economia nell’impiego del capitale costante come proprietà del modo capitalistico di produzione e quindi come funzione dei capitalista.

Il modo di produzione capitalistico, come da un lato promuove lo sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale, dall’altro induce all’economia nell’impiego del capitale costante.

Esso però non si limita a rendere reciprocamente estranei e indifferenti da una parte l’operaio, il rappresentante del lavoro vivente, dall’altra l’impiego economico, cioè razionale e dosato delle condizioni di lavoro. Conformemente alla sua natura contraddittoria, piena di contrasti, esso va oltre, fino ad annoverare fra i mezzi per economizzare il capitale costante, e quindi aumentare il saggio del profitto, lo sperpero della vita e della salute dell’operaio e il peggioramento delle sue stesse condizioni d’esistenza.

Poiché l’operaio dedica la maggior parte della sua vita al processo di produzione, le condizioni di questo processo costituiscono in gran parte le condizioni del processo attivo della sua esistenza, le sue condizioni di vita; e il far economia nel campo di queste con dizioni di vita è un metodo per rialzare il saggio del profitto, proprio come, e l’abbiamo già precedentemente messo in rilievo , l’eccesso di lavoro, la trasformazione dell’operaio in bestia da lavoro è un metodo per accelerare l’auto-valorizzazione del capitale, la produzione del plusvalore. Siffatta economia giunge fino al sovraffollamento di operai in locali ristretti, malsani, ciò che si chiama in termini capitalistici risparmio di costruzioni; all’ammassamento di macchine pericolose negli stessi ambienti, senza adeguati mezzi di protezione contro questo pericolo; all’assenza di misure di precauzione nei processi produttivi che per il loro carattere siano dannosi alla salute o importino rischi (come nelle miniere) ecc. Per non dire della mancanza di ogni provvidenza volta ad umanizzare il processo produttivo, a renderlo gradevole o quanto meno sopportabile. Ciò sarebbe, dal punto di vista capitalistico, uno spreco senza scopo e insensato. Con tutto il suo lesinare, la produzione capitalistica è in genere molto prodiga di materiale umano, proprio come, grazie al metodo della distribuzione dei suoi prodotti per mezzo del commercio e al suo sistema di concorrenza, essa è molto prodiga di mezzi materiali e da una parte fa perdere alla società ciò che dall’altra fa guadagnare ai singoli capitalisti.

Il capitale non tende soltanto a ridurre all’indispensabile il diretto impiego di lavoro vivente e a diminuire di continuo, mediante lo sfruttamento delle forze produttive sociali del lavoro, il lavoro necessario per l’approntamento di un prodotto, vale a dire ad economizzare al massimo il lavoro vivente direttamente impiegato; esso ha altresì la tendenza a impiegare nelle condizioni più economiche questo lavoro ridotto ai limiti dell’indispensabile, ossia a ridurre alla misura minima possibile il capitale costante applicato. Allorché il valore delle merci è determinato dal tempo di lavoro necessario in esse incorporato e non dal tempo di lavoro che viene generalmente in esse assorbito, è il capitale che effettua tale determinazione e che insieme incessantemente raccorcia il tempo di lavoro socialmente necessario per la produzione di una merce. Il prezzo della merce viene per tal modo ridotto al suo minimo, essendo ridotta alla misura minima qualsiasi parte del lavoro richiesto per la sua produzione.

A proposito dell’economia nell’impiego del capitale costante bisogna distinguere.

Se cresce la massa e insieme con essa il valore complessivo del capitale impiegato, si determina anzitutto ed esclusivamente una concentrazione di una maggior quantità di capitale in una sola mano. Ma è appunto questa maggior massa impiegata da una sola mano — cui per lo più corrisponde un numero di operai occupati maggiore in senso assoluto ma minore in termini relativi — che consente di realizzare un’economia di capitale costante. Dal punto di vista del singolo capitalista, il volume del necessario investimento di capitale, particolarmente del capitale fisso, si accresce; ma, in rapporto alla massa della materia posta in lavorazione e del lavoro sfruttato, il valore del capitale investito relativamente diminuisce.

Si tratta ora di completare in breve queste considerazioni con alcuni esempi. Cominceremo dalla fine, cioè dall’economia nel campo delle condizioni di produzione, in quanto queste si presentano in pari tempo come condizioni di esistenza e di vita dell’operaio.

II. ECONOMIA NELLE CONDIZIONI DI LAVORO A SPESE DEGLI OPERAI.

Miniere di carbone. Trascuranza delle spese più necessarie. «Data la concorrenza che domina fra i proprietari di miniere di carbone, non si provvede a nulla più che alle spese strettamente indispensabili per superare le più evidenti difficoltà d’ordine fisico; e, data la concorrenza fra gli operai delle miniere, d’ordinario disponibili in soprannumero, costoro si espongono volentieri a notevoli rischi e alle più dannose influenze per un salario soltanto di poco più elevato rispetto a quello dei vicini braccianti agricoli, e ciò perché il lavoro in miniera permette in pari tempo di utilizzare con profitto i loro bambini. Questa doppia concorrenza è ben sufficiente.., a far sì che la maggior parte delle miniere si trovino con installazioni di prosciugamento e di ventilazione assolutamente insufficienti, con pozzi mal costruiti, con tubature cattive, con macchinisti incapaci, con gallerie e binari mal collocati e mal costruiti; il che è causa di mutilazioni, di distruzione di vite e di salute in misura tale che la statistica darebbe una rappresentazione terrificante» (First Report on Children’s Employment in Mines and Collieries ecc. 21 aprile 1829, p. 102). Nelle miniere di carbone inglesi verso il 1860 si ammazzavano in media 15 uomini per settimana. Secondo la relazione sui Coal Mines Accidents (6 febb. 1862) nel decennio 1852-1861 si ebbero complessivamente 8466 morti. Questo numero è però di gran lunga inferiore a quello effettivo, come dichiara la stessa relazione, giacché nei primi anni in cui gli ispettori furono nominati, allorché i distretti di competenza erano troppo vasti, una gran massa di infortuni e di incidenti mortali non venne affatto denunciata. Proprio la circostanza che il numero degli infortuni — pur permanendo ancora l’ecatombe a cifre elevate sia notevolmente diminuito a partire dall’istituzione dei sistemi ispettivi nonostante il numero insufficiente e le limitate facoltà degli ispettori, rivela la naturale tendenza dello sfruttamento capitalistico. Questi sacrifici umani erano in gran parte dovuti alla sordida avarizia dei proprietari delle miniere, che ad esempio facevano sovente scavare un solo pozzo, cosicché non soltanto veniva a mancare un’efficace ventilazione, ma era pure negata ogni via di scampo qualora quell’unica fosse bloccata.

La produzione capitalistica, se si considera in particolare e se si astrae dal processo della circolazione e dagli eccessi della concorrenza, è estremamente parsimoniosa di lavoro materializzato, oggettivato in merci. Essa è invece, molto più di ogni altro modo di produzione, una dilapidatrice di uomini, di lavoro vivente, una dilapidatrice non solo di carne e di sangue ma pure di nervi e di cervelli. In realtà, è per mezzo del più mostruoso sacrificio dello sviluppo degli individui che soprattutto si assicura e realizza lo sviluppo dell’umanità in quest’epoca storica che immediatamente precede la cosciente ricostituzione dell’umana società. Poiché tutta l’economia, di cui si parla, trae origine dal carattere sociale del lavoro, così è in effetti proprio questa immediata natura sociale del lavoro che determina tale sperpero nella vita e nella salute degli operai. Caratteristica in proposito è già la questione sollevata dall’ispettore di fabbrica B. Baker: «Tutto il problema impone un serio esame su quale sia il mezzo migliore per eliminare questo sacrificio di vita infantile causato dal lavoro in massa (congregational labour)» (Rep. of Insp. of Fact. Oct. 1863, p. 157).

Fabbriche. Sotto questa voce va considerata la mancanza di ogni misura precauzionale per la sicurezza, comodità e salute degli operai anche nelle fabbriche propriamente dette. La maggior parte dei bollettini di guerra, che enumerano i feriti e i morti dell’esercito industriale (v. i rapporti annuali sulle fabbriche) ha ivi la sua fonte. Pure qui rientra la deficienza di spazio, di aerazione ecc.

Ancora nell’ottobre 1855 Leonard Horner si lamenta dell’opposizione di numerosissimi industriali alle disposizioni legislative riguardanti i congegni protettivi per gli alberi orizzontali, nonostante che il pericolo sia di continuo comprovato da infortuni spesso mortali e le installazioni richieste non siano nè costose nè d’intralcio per l’attività dell’azienda (Rep. of Insp. of  Fact. Oct. 1855, p. 6). In tale opposizione alle accennate e ad altre norme di legge gli imprenditori furono validamente appoggiati dai giudici di pace non retribuiti — per lo più loro amici o essi stessi imprenditori — i quali dovevano decidere su siffatti casi. Di qual sorta fossero i verdetti di questi signori fu indicato dal giudice superiore Campbell nell’esame di una decisione impugnata con atto d’appello: « Questa non è un’interpretazione del provvedimento parlamentare, ne è semplicemente l’abrogazione » (l. c., p. 11). Nello stesso rapporto Horner racconta che in molte fabbriche il macchinario è messo in moto senza che gli operai ne siano preventivamente avvertiti. E poichè c’è sempre qualcosa da fare anche alle macchine in riposo e ci sono sempre mani e dita affaccendate in esse, quella semplice omissione di un segnale provoca continui infortuni (l. c., p. 44). A quell’epoca gli industriali avevano costituito a Manchester una Trade Union per la resistenza contro la legislazione sulle fabbriche, la cosiddetta « National Association for the Amendment of the Factory Laws », la quale nel marzo 1855, per mezzo di contributi di 2 scellini per cavallo-vapore, raccolse una somma di 50.000 sterline con cui sostenere le spese dei soci nelle opposizioni alle azioni giudiziali promosse dagli ispettori di fabbrica e condurre i processi per conto dell’Associazione. Si trattava in tali casi di dimostrare che « Killing is no murder » (uccidere non è assassinio) se avviene per amore del profitto. L’ispettore di fabbrica per la Scozia, Sir John Kincaid racconta di un’azienda di Glasgow che, utilizzando vecchi residui di ferro, aveva munito di congegni protettori tutto il macchinario del suo stabilimento, con una spesa di 9 sterline e 1 scellino. Se l’azienda avesse aderito all’Associazione, avrebbe dovuto pagare, per i suoi 110 cavalli-vapore, 11 sterline, cioè un importo superiore al costo sostenuto per il completo impianto di protezione. Ma, appunto, la National Association era stata fondata nel 1854 con l’espressa finalità di sfidare la legge che prescriveva siffatte installazioni protettive. Durante l’intero periodo 1844-54 gli imprenditori non si erano data la minima cura per le nuove norme. Finchè, per ordine di Palmerston, gli ispettori di fabbrica ammonirono che d’allora in poi si sarebbe fatto sul serio nell’applicazione della legge. Immediatamente gli imprenditori costituirono la loro Associazione, fra i cui membri più eminenti vennero a trovarsi molti degli stessi giudici di pace che, in tale veste, dovevano applicare quella legge medesima. Quando nell’aprile 1855 il nuovo Ministro dell’interno, sir George Grey, avanzò una proposta transattiva, secondo la quale il Governo si sarebbe accontentato di installazioni protettive quasi soltanto nominali, l’Associazione la respinse con sdegno. In diversi processi il celebre ingegnere William Fairbairn si prestò a mettere a rischio la sua reputazione quale perito a favore dell’economia e della lesa libertà del capitale. Il capo degli ispettori di fabbrica, Leonard Horner, fu in ogni maniera perseguitato e diffamato dagli industriali.

Nè i proprietari di fabbrica si calmarono, finchè non ebbero ottenuto che una sentenza della Court of Queens Bench dichiarasse che la legge del 1844 non prescriveva misure protettive di sorta per gli alberi orizzontali che fossero applicati a più di 7 piedi dal suolo e finalmente nel 1856, per mezzo del bigotto Wilson Patten — una di quelle pie persone la cui ostentata religiosità si dimostra sempre pronta a rendere sordidi servizi a pro dei cavalieri della borsa — riuscirono a far passare in Parlamento un provvedimento di cui, date le circostanze, potevano andar soddisfatti. Effettivamente il provvedimento ritolse agli operai ogni specifico mezzo protettivo, e per il risarcimento dei danni in caso di infortunio dipendente dal macchinario li rinviò ai tribunali ordinari (una vera beffa, data la gravosità delle spese processuali in Inghilterra); in pari tempo, con una disposizione molto sottilmente congegnata in merito alle perizie di rito, rese quasi impossibile che gli imprenditori avessero a soccombere in giudizio. Conseguenza: un rapido incremento degli infortuni. Nel semestre maggio-ottobre 1858 l’ispettore Baker constatava un aumentò al riguardo del 21% solo rispetto al precedente semestre. A suo parere il 36,70% del complesso degli incidenti avrebbe potuto essere evitato. Certo, nel 1858 e 1859, il numero degli infortuni si riduce notevolmente rispetto al 1845-46, precisamente del 29% pur con un incremento del 20% nella massa degli operai dei rami industriali soggetti all’ispezione. Ma quale ne fu la causa? Nella misura in cui il punto in discussione ha trovato finora (1865) soluzione, questa va fondamentalmente attribuita all’introduzione di nuovo macchinario cui i congegni protettivi sono già in anticipo applicati, sicché i medesimi, non implicando spese supplementari, incontrano il consenso dell’imprenditore. Inoltre taluni operai sono riusciti ad ottenere elevati indennizzi giudiziali per la perdita delle braccia e a far confermare le sentenze favorevoli fin nel dibattito di ultima istanza (Rep. of Insp. of Fact. 30 April 1861, p. 31, idem ApriI 1862, p. 17 [18]).

Tanto basti in materia di economia nei mezzi di protezione della vita e dell’integrità fisica degli operai (fra cui molti bambini) contro i pericoli insiti nel loro impiego alle macchine.

Lavoro in luoghi chiusi in generale. È risaputo come l’economia di spazio, e perciò di costruzioni, determini l’ammassamento di operai in locali angusti. A questo si aggiunge ancora l’economia nei mezzi di aerazione. Concorrendo con il più lungo orario di lavoro i due fattori provocano un marcato incremento nelle malattie degli organi respiratori, e conseguentemente nella mortalità. I seguenti dati illustrativi sono ricavati dalle relazioni sulla Public Health, 6th. Rep. 1863; il rapporto utilizzato è opera del Dr. John Simon a noi ben noto dal primo Libro.

È la combinazione degli operai e la loro cooperazione che con sente l’impiego su larga scala del macchinario, la concentrazione dei mezzi di produzione e l’economia nel loro uso; ed è altresì questa cooperazione di masse in locali chiusi e in condizioni per cui non ha importanza la salute degli operai, ma la facilità di approntamento del prodotto, è una tale concentrazione compiuta su vaste proporzioni nello stesso stabilimento che, come è fonte da un lato del crescente profitto a pro del capitalista, è causa in pari tempo della rovina della vita e della salute degli operai, quando non sia compensata da una riduzione dell’orario di lavoro o da speciali misure precauzionali.

Il Dr. Simon enuncia, comprovandola con abbondanza di statistiche, la seguente regola: « Ferme restando le altre condizioni, l’indice di mortalità per malattie degli organi respiratori cresce in un distretto nella stessa proporzione in cui la popolazione locale è costretta ad applicarsi al lavoro in comune in luoghi chiusi  » (p. 23). Causa: la cattiva ventilazione. « E probabilmente in tutta l’Inghilterra non si riscontra una sola eccezione a quest’altra regola; che in ogni distretto che possegga un’importante industria esercitata in luoghi chiusi l’aumentata mortalità dei suoi operai basta a caratterizzare le statistiche della mortalità dell’intero distretto con una decisa eccedenza di decessi per malattie polmonari» (p. 23).

Dalle statistiche della mortalità nelle industrie esercitate in luoghi chiusi — industrie sottoposte a rilevazione da parte dell’Ufficio di sanità nel 1860 e nel 1861 — risulta: per il medesimo numero di uomini fra i 15 ed i 55 anni, per cui nei distretti agricoli inglesi si danno 100 casi di decesso per tisi e altre affezioni polmonari, il saggio della mortalità per tisi sale a 163 a Coventry, a 167 a Blackburn e Skipton, a 168 a Congleton e Bradford, a 171 a Leicester, a 182 a Leek, a 184 a Macclesfleld, a 190 a Bolton, a 192 a Nottingham, a 193 a Rochdale, a 198 a Derby, a 203 a Salford a Ashton-under Lyne, a 218 a Leeds, a 220 a Preston, e a 263 a Manchester (p. 24). Un esempio ancor più impressionante offre la tabella sottoriportata, la quale dà i casi di morte per malattie polmonari per le età dai 15 ai 25 anni, distinti a seconda del sesso e computati su 100.000 unità. I distretti scelti sono quelli in cui solo le donne sono impiegate in industrie esercitate in luoghi chiusi, mentre gli uomini lavorano in tutti i possibili rami di attività.

Nelle zone dell’industria serica, nelle quali più larga è la partecipazione degli uomini al lavoro di fabbrica, la loro mortalità è pure notevole. L’indice della mortalità per tisi ecc. per ambedue i sessi espresso in tali dati rivela, per usare i termini della relazione, « le indegne (atrocious) condizioni igieniche, nelle quali viene esercitata una gran parte della nostra industria serica ». E tuttavia è proprio nell’industria serica che gli imprenditori, appellandosi alle condizioni igieniche eccezionalmente favorevoli delle loro aziende, pretesero, e in parte ottennero, il riconoscimento di un orario di lavoro eccezionalmente lungo per i ragazzi sotto i 13 anni (Libro I, cap. VIII, 6, p. 306).

Luogo di lavoro Casi di morte per malattie polmonari fra 15 e 25 anni di età ogni 100.000 individui
distretto Industrie principali uomini donne
Berkhampatead Lavori di paglia, esercitati da donne 219 578
Leighton Huzzard Lavori di paglia, esercitati da donne 309 554
Newport Pagnell Fabbricazione di merletti da parte di donne 301 617
Towcester Fabbricazione di merletti da parte di donne 239 577
Yeovil Confezione di guanti, in massima parte con impiego di donne 280 409
Leek Industria serica, prevalentemente con donne 437 856
Congleton Industria serica, prevalentemente con donne 566 790
Macclesfield Industria serica, prevalentemente con donne 593 890
Regione agricola
salubre
Agricoltura 331 333

«Nessuna delle industrie fin qui sottoposte all’inchiesta ha presentato un quadro più triste di quello constatato dal dr. Smith per le sartorie… I laboratori, osserva il dr. Smith, sono, dal punto di vista igienico, in condizioni molto varie; quasi tutti sono però sovraffollati, mal aerati e gravemente perniciosi per la salute… Simili locali sono necessariamente caldissimi per se stessi; ma quando nelle giornate di nebbia o nelle sere d’inverno viene acceso il gas, la temperatura sale a 80 e perfino a 90 gradi (Fahrenheit = 27-33° C), provocando bagni di sudore e condensazione del vapore sui vetri; cosicché l’acqua cola di continuo, o sgocciola dai lucernari, e i lavoranti si vedono costretti a tener aperta qualche finestra, nonostante le inevitabili infreddature che ne conseguono. » Dello stato di 16 delle più importanti aziende del West End di Londra egli dà la seguente descrizione: « Lo spazio che tocca ad un operaio in questi locali mal aerati raggiunge al massimo i 270 piedi cubici e scende a un minimo di 105 piedi; media complessiva: soltanto 156 piedi per persona. In un laboratorio, circondato da un ballatoio e provvisto solo di luce dall’alto, lavorano da 92 ad oltre 100 persone, e ardono una gran quantità di becchi a gas; i gabinetti sono contigui, e lo spazio del laboratorio non supera 150 piedi cubici per persona. In un altro laboratorio, che può essere descritto solo come un canile situato in un cortile illuminato dall’alto e che può aver aria esclusivamente da una piccola finestra nel soffitto, lavorano 5 o 6 persone in uno spazio di 112 piedi cubici per individuo» E «in tali infami (atrocious) laboratori descritti dal dr. Smith i sarti lavorano abitualmente 12-13 ore al giorno; in certi periodi l’orario viene prolungato a 15-16 ore» (pp. 25, 26, 28).

Numero delle persone occupate Rami d’industria e località Indice di mortalità per 100.000 in età di anni
25 -35 35 – 45 45 – 55
958.265 Agricoltura: Inghilterra e Galles 743 805 1145
22.301 uomini

12.377 donne

Abbigliamento, Londra 958 1262 2093
13.803 Compositori e stampatori, Londra 894 1747 2367

Va fatto presente, cosa già in realtà rilevata da John Simon, capo della Sezione medica, cui si deve il rapporto, che per i sarti, compositori e stampatori di Londra in età da 25 a 35 anni l’indice di mortalità sopra indicato è troppo basso, in quanto in quei due rami di attività i padroni londinesi accolgono in gran numero giovani della campagna (probabilmente fino ai 30 anni) in qualità di apprendisti e «improvers» (volontari), vale a dire per il periodo di perfezionamento.

Questi giovani accrescono la massa degli operai su cui vanno computati i tassi della mortalità industriale per Londra; ma non con corrono nella stessa misura alla formazione della statistica dei decessi in Londra, giacché il loro soggiorno colà è solo temporaneo; se durante tale periodo si ammalano, fanno ritorno a casa in campagna, e qui, in caso di morte, viene registrato il loro decesso. Siffatta circostanza incide particolarmente sulle classi più giovani, e toglie quindi ai rispettivi tassi londinesi di mortalità qualsiasi valore di indici delle condizioni antigieniche nelle industrie (p. 30).

Alla situazione dei sarti corrisponde quella dei tipografi, per i quali alla mancanza di ventilazione, all’aria mefitica ecc. si aggiunge anche il lavoro notturno. Il loro orario di lavoro dura abitualmente da 12 a 13 ore, e talvolta persino 15 o 16. «Il caldo si fa fastidioso e l’aria soffocante non appena viene acceso il gas… Non di rado succede che i vapori di una fonderia o il puzzo di macchinari e di pozzi neri salgono dal piano sottostante ad aggravare gli inconvenienti dei locali superiori. L’aria infuocata del piano inferiore riscalda il sovrastante con il solo calore del soffitto e se i locali sono bassi e il consumo di gas abbondante il disagio diventa gravissimo. Ancor peggio quando le caldaie a vapore collocate al piano terreno riempiono l’intero edificio di un calore soffocante… In genere si può affermare che l’aerazione è assolutamente difettosa e del tutto insufficiente ad allontanare, dopo il tramonto, il calore e i prodotti della combustione del gas, e che in molti laboratori, specie se costruiti originariamente come case d’abitazione, la situazione è in sommo grado deplorevole».

«In taluni stabilimenti, in particolare le tipografie per pubblicazioni settimanali, dove sono impiegati pure ragazzi di 12-16 anni, si lavora per due giorni e una notte quasi senza interruzione; mentre in altre tipografie, che si dedicano all’esecuzione di ordinazioni “urgenti“, nemmeno la domenica apporta riposo all’operaio, le cui giornate di lavoro diventano cosi 7 anzichè 6 per settimana» (pp. 26, 28).

Delle crestaie e sarte (milliners and dressmakers) ci occupammo già nel Libro I, cap. VIII, 3 , a proposito dell’eccesso di lavoro. I loro locali di lavoro sono descritti nel rapporto in parola dal dr. Ord. Anche se di giorno presentano migliori condizioni, essi diventano, nelle ore di illuminazione a gas, surriscaldati, l’aria diviene viziata e malsana. In 34 laboratori di tipo migliore il dr. Ord accertò che la media dello spazio in piedi cubici per ogni operaia era: « in 4 casi più di 500; in 4 altri di 4-500; in 5 di 200-250; in 4 di 150-200; e infine in 9 di 100-150 solamente. Anche nel più favorevole di questi casi esso è a mala pena sufficiente per un lavoro permanente, quando il locale non è perfettamente aerato… Perfino nei casi di buona aerazione l’atmosfera dei laboratori diviene torrida e viziata dopo l’imbrunire a causa dei molti becchi a gas indispensabili». Ed ecco le osservazioni del dr. Ord per uno dei laboratori da lui visitati, appartenente alla categoria inferiore e condotto per conto di un intermediario (middleman): «una stanza, della capacità di 1280 piedi cubici; 14 persone presenti, spazio per ognuna 91,5 piedi cubici. Le operaie avevano un aspetto spossato e deperito. Il guadagno settimanale si aggirava, a quanto ci è stato dichiarato, sui 7-15 scellini, oltre il tè… Ore di lavoro dalle 8 antimeridiane alle 8 di sera. La stanzetta, in cui stavano stipate queste 14 persone, era mal ventilata; vi erano due finestre mobili e un camino, peraltro otturato; mancavano particolari dispositivi di aerazione di qualsiasi genere. (p. 27)».

Lo stesso rapporto continua, con riferimento all’eccesso di lavoro delle crestaie e delle sarte: «il sovraccarico di lavoro delle giovani nei negozi di abbigliamento di lusso predomina soltanto per 4 mesi circa all’anno, in quel grado mostruoso che in molte occasioni ha provocato per un istante lo stupore e l’indignazione del pubblico; ma per quel periodo nel laboratorio si lavora di norma 14 ore complete al giorno, e, in caso di urgenti commissioni in massa, 17-18 ore per intere giornate. Nelle altre stagioni probabilmente si lavora 10-14 ore; gli elementi che lavorano a domicilio sono regolarmente all’opera per 12 o 13 ore. Nel ramo dedito alla confezione di cappotti per signora, colli, camicie ecc., che implica lavoro con le macchine da cucire, le ore di permanenza nel laboratorio comune sono un po’ meno, in genere non più di 10-12» ma, precisa il dr. Ord, «in certe aziende e per dati periodi l’orario regolare subisce notevoli prolungamenti per l’aggiunta di ore straordinarie con paga speciale, mentre in altre aziende si usa portare a casa il lavoro per ultimarlo dopo l’orario normale: l’una come l’altra forma di lavoro supplementare è spesso, possiamo aggiungere, obbligatoria.» (p. 28). John Simon osserva in una nota a questa pagina: «Il sig. Radcliffe, Segretario della Epidemiological Society, il quale ebbe numerose occasioni di esaminare lo stato di salute delle crestaie delle principali ditte, accertò che su ogni 20 ragazze che affermavano di stare benissimo una soltanto era sana; le restanti presentavano gradi diversi di deperimento, di esaurimento nervoso e di conseguenti molteplici disturbi funzionali». Come cause di tale situazione egli additava in primo luogo la lunghezza dell’orario di lavoro, da lui calcolato in un minimo di 12 ore giornaliere perfino nelle stagioni di calma; e secondariamente il «sovraffollamento e la cattiva aerazione dei laboratori, l’aria corrotta dalle fiammelle a gas, l’alimentazione insufficiente o cattiva, e la mancanza di cura per le comodità domestiche».

Il capo dell’Ufficio inglese di sanità giunge alla conclusione che «per gli operai è praticamente impossibile insistere per ciò che praticamente è il loro primo diritto in tema di salute: il diritto a che il lavoro in comune, qualunque sia, per la cui esecuzione l’imprenditore li riunisce, sia liberato, per quanto sta nell’imprenditore e a sue spese, da tutti gli elementi che siano senza necessità igienicamente nocivi; e che gli operai, mentre non sono effettivamente in grado di imporre essi stessi questa giustizia sanitaria, tanto meno possono aspettarsi, nonostante il presunto intento del legislatore, qualsiasi efficace soccorso da parte dei funzionari incaricati di curare l’applicazione dei Nuisances Removal Acts» (p. 29). «Indubbiamente presenterà talune difficoltà tecniche di poco rilievo la determinazione degli esatti limiti oltre i quali i datori di lavoro devono sottostare alla regolamentazione. Ma… in linea di principio il diritto alla salvaguardia della salute è universale. E nell’interesse delle miriadi di operai e operaie la cui esistenza è oggi amareggiata e abbreviata senza necessità dalle innumerevoli sofferenze fisiche determinate dal loro impiego puro e semplice, oso esprimere la speranza che le condizioni igieniche del lavoro siano sottoposte — in misura altrettanto universale — ad un’appropriata protezione legale; almeno fino al punto da assicurare un’efficiente aerazione di tutti i luoghi di lavoro chiusi, e da circoscrivere quanto più possibile in ogni ramo d’attività mal sano per sua natura le particolari influenze pericolose per la salute»(p. 31).

III. ECONOMIA NELLA PRODUZIONE E TRASMISSIONE DELLA FORZA MOTRICE E NELLE COSTRUZIONI.

Nel suo rapporto dell’ottobre 1852 L. Horner cita una lettera del celebre ingegnere James Nasmyth di Patricroft, l’inventore del martello a vapore, in cui fra l’altro è detto:

«Il pubblico è assai poco edotto dell’enorme aumento di forza motrice, che si è potuto ottenere in virtù delle trasformazioni e dei perfezionamenti» (apportati alle macchine a vapore) «quali sono quelli di cui io parlo. Per circa 40 anni la forza motrice del nostro distretto (Lancashire) fu sottoposta all’incubo di una tradizione timorosa e piena di pregiudizio, ma fortunatamente ci siamo ora emancipati. Durante gli ultimi 15 anni, ma soprattutto nel corso degli ultimi 4 anni» (quindi dal 1848) «si sono verificati alcuni mutamenti molto importanti nel campo delle macchine a condensazione… Il risultato è… che queste stesse macchine eseguono una massa di lavoro di gran lunga superiore e per giunta con una notevolissima riduzione del consumo di carbone… Per molti anni successivi all’introduzione del vapore nelle fabbriche di questo distretto la velocità alla quale si era convinti dovessero lavorare la macchine a condensazione era di una corsa al minuto per un pistone di 220 piedi; vale a dire una macchina con uno stantuffo a corsa di 5 piedi era già, per regolamento, limitata a una velocità di 22 giri d’albero a manovella. Non si riteneva conveniente far agire la macchina con maggior rapidità; e poichè l’intero complesso meccanico era adattato a questa velocità equivalente a una corsa al minuto per uno stantuffo di 220 piedi, tutto il funzionamento aziendale rimase per molti anni dominato da analoga lentezza e da un andamento irrazionalmente limitato. Ma alla fine, sia per fortunata ignoranza della norma regolamentare, sia grazie a più razionali criteri ideati da un qualsiasi ardito innovatore, fu tentata una maggiore velocità; l’esempio, in seguito ai risultati eccezionalmente favorevoli conseguiti, trovò altri imitatori; secondo l’espressione del tempo, “si allentarono le briglie alla macchina” e si modificarono le ruote principali del congegno di trasmissione in modo che la macchina a vapore poté marciare a una velocità di 300 piedi e oltre al minuto, uguale restando per il restante macchinario la velocità originaria… Tale aumento nella celerità del moto è oggi quasi generale per le macchine a vapore, giacché risultò che non solo permetteva di ricavare dallo stesso motore una maggiore copia di energia utile ma ne rendeva insieme più regolare il funzionamento grazie al maggior momento del volano. Uguali restando la pressione del vapore e il vuoto del condensatore, La semplice accelerazione della corsa del pistone accresce la resa di energia. Si prenda ad esempio una macchina a vapore che, marciando a 200 piedi al minuto, rende 40 cavalli; se con opportune modificazioni riusciamo a portarla ad una velocità di 400 piedi al minuto, mantenendo inalterati pressione e vuoto, ricaveremo una massa esattamente doppia di energia; e poiché in ambedue i casi pressione e vuoto rimangono identici non verranno sostanzialmente aggravati nemmeno lo sforzo delle singole parti della macchina e il corrispondente pericolo di “incidenti ” per l’aumento di velocità. L’unica differenza consisterà in un incremento nel consumo di vapore, proporzionale o quasi al grado di accelerazione del moto del pistone. Si avrà inoltre un logorio un po’ più rapido, che peraltro mette appena conto di accennare, per i cuscinetti e per i pezzi in attrito… Ma, per ottenere dalla stessa macchina più energia mediante una più rapida corsa dello stantuffo, bisogna o bruciare una maggior quantità di carbone nella medesima caldaia, o impiegare una caldaia capace di più intensa evaporazione, in breve: produrre più vapore. A ciò si riuscì, caldaie con una più elevata produttività in vapore furono applicate alle vecchie macchine “accelerate”; le quali in tal modo poterono rendere una massa di lavoro in molti casi superiore del 100%. Verso il 1842 il costo straordinariamente modesto della produzione di energia mediante macchine a vapore nelle miniere di Cornovaglia cominciò a destare attenzione in un momento in cui la concorrenza nel ramo della filatura del cotone costringeva gli imprenditori a cercare nelle economie la fonte principale del loro profitto. Il notevole divario quanto a consumo orario di carbone per cavallo-vapore, che le macchine di Cornovaglia presentavano, e insieme il rendimento straordinariamente economico delle macchine Woolf a doppio cilindro portarono in primo piano, anche nella nostra zona, il problema del risparmio di combustibile. Le macchine di Cornovaglia e quelle a doppio cilindro fornivano un cavallo-vapore all’ora per ogni 3,5 – 4 libbre di carbone, mentre le macchine in uso nei distretti cotonieri consumavano in carbone, per un identico rendimento, 8 o 12 libbre in genere. Una così marcata differenza decise i manifatturieri e i costruttori di macchine del nostro distretto a realizzare, con analoghe applicazioni, i risultati straordinariamente economici che già erano abituali in Cornovaglia e in Francia, dove l’alto prezzo del carbone aveva costretto gli imprenditori a ridurre al minimo quella costosa voce del loro bilancio. Si conseguirono in tal modo vantaggi di grande importanza. In primo luogo molte caldaie, la cui superficie nei bei tempi andati degli alti profitti restava esposta per metà all’aria fredda esterna, furono ora coperte con spessi strati di feltro o con mattoni e calcina o con altri mezzi che impedissero perdite per irradiazione del calore prodotto a così elevato costo. I tubi del vapore furono “protetti” allo stesso modo; pure il cilindro fu avviluppato di feltro e legname. In secondo luogo, subentrò l’impiego di alte pressioni. Fino a quel tempo le valvole di sicurezza venivano regolate perché si aprissero, non appena la pressione del vapore per pollice quadrato toccasse 4, 6 o 8 libbre; allora si scoperse che aumentando la pressione a 14 o a 20 libbre…si realizzava una notevolissima economia di carbone: che, in altre parole, il lavoro della fabbrica veniva eseguito con un consumo di carbone notevolmente minore… Quelli che ne ebbero i mezzi e l’ardire applicarono il sistema delle alte pressioni e dell’ “espansione” in tutta la sua estensione e adottarono caldaie apposita mente costruite capaci di fornire il vapore ad una pressione di 30, 40, 60 e 70 libbre per pollice quadrato, pressione davanti alla quale un ingegnere della vecchia scuola sarebbe morto di terrore. Ma poiché il risultato economico di simili aumenti di pressione… si manifestò ben presto nella forma inequivocabile di sterline, scellini e pence, le caldaie ad alta pressione diventarono rapidamente d’impiego quasi generale per le macchine a condensazione. Coloro che applicarono radicalmente la riforma, adottarono le macchine Woolf; il che accadde per la maggior parte delle richieste di macchine di nuova costruzione. Furono in specie preferite le Woolf-a 2 cilindri: in uno dei quali il vapore proveniente dalla caldaia fornisce energia per effetto del divario fra pressione interna e esterna, dopo di che, invece di sfuggire come per l’innanzi all’aria aperta al termine di ogni corsa del pistone, si immette in un cilindro a bassa pressione e di capacità circa quattro volte maggiore donde, effettuata un’ulteriore espansione, passa nel condensatore. Il risultato economico conseguito con simili macchine sta nella produzione di un cavallo vapore per ora con 3,5 – 4 libbre di carbone; mentre con le macchine del vecchio sistema il carbone a ciò necessario variava da 12 a 14 libbre. Un ingegnoso congegno ha consentito di applicare il sistema Woolf del cilindro doppio o della combinazione di alta e bassa pressione alle vecchie macchine in funzione e di aumentarne così il rendimento pur riducendo in pari tempo il consumo in combustibile. Lo stesso risultato è stato ottenuto nel corso degli ultimi 8-10 anni combinando una macchina ad alta pressione con una macchina a condensazione, in modo tale che il vapore utilizzato dalla prima passi nella seconda e la metta in moto. Tale sistema si riscontra utile in molti casi.

«Non sarebbe cosa facile offrire un esatto quadro dell’aumento di rendimento conseguito dalle stesse identiche macchine a vapore grazie all’applicazione di taluni o di tutti questi nuovi perfezionamenti. Ma sono sicuro che con uno stesso peso di macchinario a vapore si ottiene oggi in media una massa di lavoro maggiore almeno del 50%, e che in molti casi si ha una produzione di oltre 100 cavalli da quella medesima macchina che ne forniva 50 all’epoca della limitata velocità di 220 piedi al minuto. I risultati altamente economici dell’impiego del vapore ad alta pressione in macchine a condensazione, e insieme le prestazioni di gran lunga più impegnative pretese dalle vecchie macchine a vapore per l’espansione dell’attività aziendale hanno determinato negli ultimi tre anni l’introduzione di caldaie tubolari e quindi un’ulteriore, considerevole riduzione del costo della produzione del vapore» (Rep. of Insp. of  Fact. Oct. 1852, pp. 23-27).

Ciò che si è constatato per le macchine che producono energia, vale pure per quelle che la trasmettono e per le. macchine operatrici.

«La rapidità con cui il processo di perfezionamento dei mezzi meccanici si è sviluppato in questi ultimi anni ha permesso agli industriali di ampliare la produzione senza aumentare il dispendio di forza motrice. Il più parsimonioso impiego di lavoro è diventato una necessità in seguito alla riduzione della giornata lavorativa, e nella maggior parte delle fabbriche ben dirette lo studio è costantemente rivolto ai metodi da applicare perchè si possa produrre di più con una riduzione di spese. Ho davanti a me una relazione, che devo alla compiacenza di una persona molto intelligente del mio distretto, in merito al numero e all’età degli operai occupati nella sua fabbrica, alle macchine impiegate e ai salari pagati nel periodo dal 1840 fino ad oggi. La sua azienda occupava nell’ottobre 1840 600 operai, 200 dei quali in età inferiore ai 13 anni; nell’ottobre 1852 la maestranza era ridotta a soli 350 elementi di cui solo 60 sotto i 13 anni. Nei due anni il numero di macchine in funzione rimase quasi lo stesso e un uguale importo fu speso in salari». (Relazione di Redgrave, in Rep. of Insp. of  Fact. Oct. 1852, p. 58 [59]).

L’efficacia di tali perfezionamenti meccanici non si rivela in tutta la sua estensione che allorquando se ne faccia applicazione in nuovi stabilimenti appositamente costruiti.

«Per quanto riguarda i perfezionamenti apportati al macchinario, devo notare che innanzitutto si è realizzato un gran progresso nella costruzione di stabilimenti idonei per un razionale montaggio delle nuove macchine… Io torco tutto il mio filo a pianterreno e qui soltanto ho collocato 29.000 fusi per organzino. Solo in questo locale e nella rimessa realizzo un risparmio di lavoro di almeno il 10%; non tanto per effetto di miglioramenti apportati al sistema doublier stesso, quanto piuttosto della concentrazione delle macchine sotto un’unica direzione: ciò mi consente di azionare lo stesso numero di fusi con un unico albero di trasmissione, il che rappresenta un risparmio del 60-80% in impianti di trasmissione nei confronti alle altre aziende. Ne risulta inoltre un considerevole risparmio di olio, grassi, ecc… In breve, il nuovo impianto razionalizzato dello stabilimento e il macchinario perfezionato mi hanno valso, a calcolar poco, un risparmio, di lavoro del l0% e ulteriori considerevoli economie di energia, carbone, olio, sego, alberi di trasmissione, cinghie ecc.» (Deposizione di un filandiere, Rep. of Insp. of Fact. Oct. 1863, p. 110).

IV. UTILIZZAZIONE DEI RESIDUI DELLA PRODUZIONE.

Con il modo di produzione capitalistico si allargano le possibilità di utilizzo dei residui della produzione e del consumo Per residui della produzione intendiamo gli scarti dell’industria e dell’agricoltura, per residui del consumo sia quelli derivanti dal ricambio fisico umano sia le forme che gli oggetti d uso assumono dopo essere stati utilizzati Sono quindi residui della produzione nell’industria chimica, i prodotti accessori che vanno perduti in un’organizzazione produttiva di mole modesta; le limature che risultano dalla fabbricazione meccanica e nuovamente si immettono nella produzione del ferro ecc. Residui del consumo sono le secrezioni naturali umane, i resti del vestiario in forma di stracci ecc. I residui del consumo sono di grandissima importanza per l’agricoltura. Ma nella loro utilizzazione si verificano, in regime di economia capitalistica, sprechi colossali, a Londra per es. dello sterco di 4 milioni e mezzo di esseri umani non si sa far di meglio che impiegarlo con enormi spese per appestare il Tamigi.

Naturalmente, il rincaro delle materie prime costituisce lo stimolo per l’utilizzo dei residui.

In complesso, le condizioni necessarie per una tale riutilizzazione si possono così in presenza dei residui in larghe masse quali si ricavano solo

·dall’organizzazione del lavoro su vasta scala;

·dal perfezionamento del macchinario, per cui materie inutilizzabili nella loro forma originaria possono essere trasformate utilmente per nuove produzioni;

·dal progresso della scienza, specie della chimica, da cui dipende l’accertamento delle proprietà utili dei diversi residui.

Certamente, anche nell’agricoltura esercitata in piccole unità, al modo di orticoltura, come avviene per esempio in Lombardia, nella Cina meridionale e in Giappone, si realizzano notevoli economie di tal genere: ma, tutto sommato, in questo sistema la produttività dell’agricoltura si paga con grave sciupio di forza-lavoro umana, sottratta ad altri settori della produzione.

I cosiddetti residui assumono un’importanza notevole quasi in ogni industria. Così, nella relazione sulle fabbriche dell’ottobre 1863, fra i motivi principali per cui sia in Inghilterra che in gran parte dell’Irlanda i fittavoli coltivano il lino solo di malavoglia e raramente, viene indicato: «il grosso scarto… che si verifica nella preparazione del lino nei piccoli stabilimenti di stigliatura azionati da forza idrica (scutch milis)…Mentre lo scarto nella lavorazione del cotone è relativamente esiguo, nel caso del lino è altissimo. L’inconveniente può essere notevolmente ridotto con un accurato trattamento di macerazione in acqua e stigliatura meccanica… In Irlanda il lino viene spesso stigliato in maniera cosi indegna da andar perduto per un’aliquota del 28-30%», risultato che potrebbe essere evitato con l’impiego di miglior macchinario. La stoppa avanzava colà in tali masse che l’ispettore di fabbrica osserva: «A proposito di taluni stabilimenti di stigliatura irlandesi mi è stato detto che gli stigliatori avrebbero spesso usato lo scarto ivi prodotto come combustibile per i loro focolari domestici, quantunque sia molto pregiato» (Report of Insp. of  Fact. Oct. 1863, p. 140). Degli avanzi del cotone parleremo più oltre là dove tratteremo delle oscillazioni nei prezzi delle materie prime.

L’industria della lana fu più accorta di quella del lino. «Un tempo era abitudine considerare con disprezzo e quindi mettere al bando l’approntamento di avanzi e stracci di lana ai fini di una loro ulteriore lavorazione; ma simile pregiudizio è completamente svanito di fronte all’affermarsi dello shoddy trade (industria della lana artificiale) divenuto una branca importante del settore laniero dello Yorkshire e indubbiamente anche il commercio in residui del cotone assumerà presto una posizione analoga come un ramo di attività inteso a soddisfare una riconosciuta esigenza. Trent’anni fa gli stracci di lana, cioè pezzi di panno di pura lana ecc., valevano in media circa 4 sterline 4 scellini per tonnellata; negli ultimi anni il loro prezzo è salito a 44 Lst. per tonn. E la richiesta è talmente aumentata che si utilizzano anche tessuti misti di lana e cotone, essendosi trovato il modo di eliminare il cotone, senza danneggiare la lana; e oggi migliaia di operai sono occupati nella fabbricazione di shoddy, con gran vantaggio del consumatore, il quale può ora acquistare del panno di buona qualità media a un prezzo assai mite» (Rep. of Insp. of  Fact. Oct. 1863, 107). La lana artificiale così rigenerata rappresentava già alla fine del 1862 un importo pari ad un terzo del consumo totale di lana dell’industria inglese (Rep. of Insp. of  Fact. Oct. 1862, p. 81). Il «grande vantaggio» per il «consumatore» consiste nel fatto che i suoi abiti di lana, rispetto alla precedente durata, hanno bisogno soltanto di un terzo per consumarsi e di un sesto per ragnarsi.

L’industria serica inglese si mise sulla stessa china. Dal 1839 al 1862 il consumo di seta naturale era leggermente diminuito, mentre quello dei cascami di seta si era raddoppiato. Con l’introduzione di macchinari perfezionati ci si mise in grado di fabbricare con quel materiale, altrimenti quasi privo di valore, una seta utilizzabile per molti scopi.

L’esempio più notevole in fatto di utilizzo di residui è offerto dall’industria chimica. La quale consuma non solo i suoi propri avanzi, trovando loro nuove forme d’impiego, ma pure quelli delle altre industrie del più vario genere, e ad esempio trasforma il catrame di gas, prima quasi privo di utilità, in colori d’anilina, in alizarina e di recente perfino in medicinali.

Da questa economia dei residui della produzione, realizzata con il loro riutilizzo, bisogna distinguere l’economia che si ottiene nella produzione stessa dei residui, ossia la riduzione al minimo degli scarti della produzione e la immediata utilizzazione, in misura massima, di tutte le materie prime e sussidiarie che entrano nella produzione.

I risparmi in fatto di residui sono in parte condizionati dalla bontà delle macchine impiegate. Tanto più si risparmia in olio, sapone ecc. quanto più i pezzi delle macchine sono rifiniti con precisione e accuratamente levigati. Ciò vale per le materie sussidiarie. Ma in parte, e questa è la cosa più importante, dipende dalla bontà delle macchine e degli strumenti impiegati se nel processo produttivo si converte in scarto una quota più o meno notevole della stessa materia prima. Un tale risultato dipende da ultimo dalla qualità della materia prima medesima, qualità che a sua volta è condizionata in parte dallo sviluppo dell’industria estrattiva e dell’agricoltura che la produce (dal progresso della cultura nel senso proprio della parola), in parte dal perfezionamento dei trattamenti cui la materia prima viene sottoposta prima del suo ingresso nella manifattura.

«Parmentier ha provato che da un’epoca non molto distante, per es. dal tempo di Luigi XIV l’arte di macinare ha subito in Francia notevolissimi perfezionamenti, e che la differenza tra la macinazione antica e la moderna può arrivare fino ad una metà in più di pane reso dalla stessa quantità di grano. Infatti il consumo annuo di grano per ogni singolo abitante di Parigi è stato calcolato di 4 setiers (staia) in origine, successivamente di 3, da ultimo di 2, mentre oggigiorno è ancora di 1/3 di staio, ossia soltanto di circa 342 libbre… Nel  Perche, dove ho a lungo abitato, mulini rozzamente costruiti, che avevano macine di granito e di basalto, sono stati ricostruiti secondo le regole della meccanica i cui progressi da trent’anni in qua sono così considerevoli. Li si è dotati di buone macine di La Ferté, si è macinato il grano a due riprese, si è impresso al burattello un movimento circolare, e il prodotto in farina per la medesima quantità di grano è cresciuto di un sesto. In tal modo si spiega facilmente l’enorme sproporzione fra il consumo giornaliero di grano presso i Romani e da noi; il motivo è tutto nella difettosità dei procedimenti di macinazione e di panificazione. In tal modo si deve spiegare un fatto interessante segnalato da Plinio (XVIII, cap. 20, 2)… La farina si vendeva a Roma, a seconda della qualità, a 40, 48 o 96 assi il modius. Questi prezzi, così elevati in relazione ai prezzi dei grani dell’epoca, trovano il loro fondamento nell’imperfezione dei mulini allora in fase d’infanzia e quindi implicanti considerevoli spese di macinazione» (DUREAU DE LA MALLE, Economie politique des Romains, Parigi, 1840, I, p. 280 [281]).

V. ECONOMIA DOVUTA AD INVENZIONI.

Queste economie nell’impiego del capitale fisso, sono, come si disse, il risultato del fatto che le condizioni di lavoro vengono poste in opera su larga scala, cioè utilizzate come condizioni di lavoro direttamente sociale, socializzato, come condizioni della diretta cooperazione in seno al processo produttivo. È esclusivamente sulla base di questo presupposto che da una parte diventa possibile l’applicazione delle scoperte meccaniche e chimiche senza rincaro del prezzo della merce; si tratta al riguardo di conditio sine qua non. D’altra parte solo con l’organizzazione della produzione in vaste proporzioni si possono realizzare le economie che hanno origine dal consumo sociale produttivo. Infine occorre l’esperienza dell’operaio combinato per scoprire e additare come e dove si possa economizzare, quali siano i mezzi più semplici per tradurre in realtà invenzioni già fatte, quali difficoltà pratiche sia necessario superare per realizzare la teoria – per farne cioè applicazione nel processo produttivo – e così via.

Incidentalmente osserviamo che si deve distinguere tra lavoro universale e lavoro collettivo.

Ambedue svolgono la loro parte nel processo produttivo, ambedue confluiscono reciprocamente l’uno nell’altro e pur tuttavia si differenziano fra loro.

Per lavoro universale si intende ogni lavoro scientifico, ogni scoperta, ogni invenzione. Esso dipende in parte dalla cooperazione tra i vivi, in parte dall’utilizzazione del lavoro dei morti.

Il lavoro collettivo presuppone la diretta cooperazione degli individui.

Ciò che si è qui accennato trova nuova conferma nelle osservazioni spesso altrove ribadite, concernenti:

1. La notevole differenza di costo fra la prima costruzione di una macchina e le successive sue riproduzioni (in materia confrontare Ure e Babbage).

2. I costi molto più elevati che comporta la gestione di un impianto organizzato sulla base di nuove invenzioni, rispetto agli impianti che successivamente sorgono sulle sue rovine, ex suis ossibus. Si arriva al punto che i primi imprenditori nella maggior parte dei casi falliscono e soltanto i successivi, nelle cui mani finiscono a buon mercato edifici, macchinario ecc., cominciano a prosperare. Ne consegue che in genere è la categoria più indegna e spregevole di capitalisti monetari quella che trae il maggior profitto da tutti i nuovi sviluppi del lavoro universale dello spirito umano e dalla loro applicazione sociale operata mediante il lavoro combinato.

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