Moloch, il divoratore di uomini; alle radici della violenza, (la produzione capitalistica come divoramento di forza-lavoro fino alla distruzione della vita del lavoratore).

Nota redazionale: Riproponiamo il capitolo 5 del testo ‘Dialettica, rivoluzione, conoscenza’. Il valore specifico di ‘Moloch, il divoratore di uomini…‘ è nel riprendere l’analisi marxista sul ruolo dei vertici manageriali dell’organizzazione aziendale (definiti maschere di carattere, attori, funzionari del capitale), alla luce del moderno concetto di ‘cornice di riferimento’ tipico degli studi di psicologia sociale. Anche In Marx “la struttura sociale della produzione si afferma come una soverchiante legge naturale nei confronti dell’arbitrio individuale (del capitalista) ”. Il capitalista, o meglio ancora l’amministratore delegato del capitale sociale degli azionisti di una s.p.a, è il ‘direttore e dominatore della produzione (Marx) solo in quanto ‘funzionario del capitale’ (Marx), forza impersonale (il capitale) che si impone sui soggetti umani presenti nel processo produttivo, vertice e base, direttore e operaio, facendoli muovere secondo i passi di una danza macabra, la danza macabra del capitale guidata dalla ‘fame di plus-lavoro da lupi mannari’…(dal) suo smisurato e cieco impulso, nella sua voracità da lupo mannaro di plus-lavoro” (Marx). Tuttavia, al di là di questo aspetto, il motivo principale, contingente, della riproposta, è da ravvisare nelle ultime drammatiche vicende di morte derivate da ‘incidenti’ industriali. Eppure già il termine ‘incidente’ può risultare fuorviante, quando l’intera attività produttiva si svolge dentro i seguenti parametri:  “La guerra industriale, per essere condotta con successo, richiede numerosi eserciti, che essa può ammassare nello stesso punto e largamente decimare. Non per disciplina né per dovere i soldati di questo esercito sopportano le fatiche che sono loro imposte, ma soltanto per la dura necessità di fuggire la fame. Non hanno né attaccamento né riconoscenza per i loro capi; i quali non hanno per i loro sottoposti nessun sentimento di benevolenza; non li conoscono come uomini, ma solo come strumenti della produzione, che devono rendere il più possibile e costare il meno possibile. Queste masse di operai, sempre più premuti dalla necessità non hanno neppure la tranquillità di trovar sempre un’occupazione; l’industria che li ha riuniti, li fa vivere soltanto se ne ha bisogno, e non appena può sbarazzarsene, li abbandona senza darsi il minimo pensiero; e gli operai sono costretti ad offrire la loro persona e la loro forza al prezzo che gli si vuol accordare. E tanto meno sono pagati quanto più il lavoro che gli si offre è lungo, penoso, disgustoso; si vedono taluni che con un lavoro di sedici ore al giorno, in stato di fatica continuata, si acquistano a mala pena il diritto di non morire”. Karl Marx. Manoscritti economico-filosofici.

”Il tempo è lo spazio dello sviluppo umano. Un uomo che non dispone di nessun tempo libero, che per tutta la sua vita, all’infuori delle pause puramente fisiche per dormire e per mangiare e così via, è preso dal suo lavoro per il capitalista, è meno di una bestia da soma. Egli non è che una macchina per la produzione di ricchezza per altri, è fisicamente spezzato e spiritualmente abbrutito. Eppure, tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione”. Karl Marx, Salario, prezzo e profitto, 1865.

“Ma il capitale, nel suo smisurato e cieco impulso, nella sua voracità da lupo mannaro di plus-lavoro, scavalca non soltanto i limiti massimi morali della giornata lavorativa, ma anche quelli puramente fisici. Usurpa il tempo necessario per la crescita, lo sviluppo e la sana conservazione del corpo. Ruba il tempo che è indispensabile per consumare aria libera e luce solare. Lesina sul tempo dei pasti e lo incorpora, dove è possibile, nel processo produttivo stesso, cosicché al lavoratore viene dato il cibo come a un puro e semplice mezzo di produzione, come si dà carbone alla caldaia a vapore, come si dà sego e olio alle macchine. Riduce il sonno sano che serve a raccogliere, rinnovare, rinfrescare le energie vitali, a tante ore di torpore quante ne rende indispensabili il ravvivamento di un organismo assolutamente esaurito. Qui non è la normale conservazione della forza-lavoro a determinare il limite della giornata lavorativa, ma, viceversa, è il massimo possibile dispendio giornaliero di forza-lavoro, per quanto morbosamente coatto e penoso, a determinare il limite del tempo di riposo dell’operaio. Il capitale non si preoccupa della durata della vita della forza- lavoro. Quel che gli interessa è unicamente e soltanto il massimo di forza-lavoro che può essere resa liquida in una giornata lavorativa. Esso ottiene questo scopo abbreviando la durata della forza-lavoro, come un agricoltore avido ottiene aumentati proventi dal suolo rapinandone la fertilità. Con il prolungamento della giornata lavorativa, la produzione capitalistica, che è essenzialmente produzione di plusvalore, assorbimento di plus-lavoro, non produce dunque soltanto il deperimento della forza-lavoro umana, che viene derubata delle sue condizioni normali di sviluppo e di attuazione, morali e fisiche; ma produce anche l’esaurimento e la estinzione precoce della forza-lavoro stessa “. Il Capitale, libro primo, sezione III, capitolo 8.

Incidenti, infortuni, malattie da stress correlato, malattie professionali, in definitiva hanno una comune fonte di sviluppo: ”la produzione capitalistica, che è essenzialmente produzione di plusvalore, assorbimento di plus-lavoro, (e) non produce dunque soltanto il deperimento della forza-lavoro umana, che viene derubata delle sue condizioni normali di sviluppo e di attuazione, morali e fisiche; ma produce anche l’esaurimento e la estinzione precoce della forza-lavoro stessa “. 

Abbiamo appena pubblicato il capitolo 5 del terzo libro del Capitale, dove è ben presente l’analisi delle cause ‘sistemiche’ degli incidenti industriali, inseriamo un passaggio di quel capitolo: ”Il modo di produzione capitalistico, come da un lato promuove lo sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale, dall’altro induce all’economia nell’impiego del capitale costante.

Esso però non si limita a rendere reciprocamente estranei e indifferenti da una parte l’operaio, il rappresentante del lavoro vivente, dall’altra l’impiego economico, cioè razionale e dosato delle condizioni di lavoro. Conformemente alla sua natura contraddittoria, piena di contrasti, esso va oltre, fino ad annoverare fra i mezzi per economizzare il capitale costante, e quindi aumentare il saggio del profitto, lo sperpero della vita e della salute dell’operaio e il peggioramento delle sue stesse condizioni d’esistenza.

Poiché l’operaio dedica la maggior parte della sua vita al processo di produzione, le condizioni di questo processo costituiscono in gran parte le condizioni del processo attivo della sua esistenza, le sue condizioni di vita; e il far economia nel campo di queste condizioni di vita è un metodo per rialzare il saggio del profitto, proprio come, e l’abbiamo già precedentemente messo in rilievo , l’eccesso di lavoro, la trasformazione dell’operaio in bestia da lavoro è un metodo per accelerare l’auto-valorizzazione del capitale, la produzione del plusvalore. Siffatta economia giunge fino al sovraffollamento di operai in locali ristretti, malsani, ciò che si chiama in termini capitalistici risparmio di costruzioni; all’ammassamento di macchine pericolose negli stessi ambienti, senza adeguati mezzi di protezione contro questo pericolo; all’assenza di misure di precauzione nei processi produttivi che per il loro carattere siano dannosi alla salute o importino rischi (come nelle miniere) ecc. Per non dire della mancanza di ogni provvidenza volta ad umanizzare il processo produttivo, a renderlo gradevole o quanto meno sopportabile. Ciò sarebbe, dal punto di vista capitalistico, uno spreco senza scopo e insensato. Con tutto il suo lesinare, la produzione capitalistica è in genere molto prodiga di materiale umano, proprio come, grazie al metodo della distribuzione dei suoi prodotti per mezzo del commercio e al suo sistema di concorrenza, essa è molto prodiga di mezzi materiali e da una parte fa perdere alla società ciò che dall’altra fa guadagnare ai singoli capitalisti.

Il capitale non tende soltanto a ridurre all’indispensabile il diretto impiego di lavoro vivente e a diminuire di continuo, mediante lo sfruttamento delle forze produttive sociali del lavoro, il lavoro necessario per l’approntamento di un prodotto, vale a dire ad economizzare al massimo il lavoro vivente direttamente impiegato; esso ha altresì la tendenza a impiegare nelle condizioni più economiche questo lavoro ridotto ai limiti dell’indispensabile, ossia a ridurre alla misura minima possibile il capitale costante applicato. Allorché il valore delle merci è determinato dal tempo di lavoro necessario in esse incorporato e non dal tempo di lavoro che viene generalmente in esse assorbito, è il capitale che effettua tale determinazione e che insieme incessantemente raccorcia il tempo di lavoro socialmente necessario per la produzione di una merce. Il prezzo della merce viene per tal modo ridotto al suo minimo, essendo ridotta alla misura minima qualsiasi parte del lavoro richiesto per la sua produzione.

A proposito dell’economia nell’impiego del capitale costante bisogna distinguere.

Se cresce la massa e insieme con essa il valore complessivo del capitale impiegato, si determina anzitutto ed esclusivamente una concentrazione di una maggior quantità di capitale in una sola mano. Ma è appunto questa maggior massa impiegata da una sola mano — cui per lo più corrisponde un numero di operai occupati maggiore in senso assoluto ma minore in termini relativi — che consente di realizzare un’economia di capitale costante. Dal punto di vista del singolo capitalista, il volume del necessario investimento di capitale, particolarmente del capitale fisso, si accresce; ma, in rapporto alla massa della materia posta in lavorazione e del lavoro sfruttato, il valore del capitale investito relativamente diminuisce”. Marx, capitolo 5 del terzo libro del Capitale

 

Buona lettura

Moloch, il divoratore di uomini; alle radici della violenza, (la produzione capitalistica come divoramento di forza-lavoro fino alla distruzione della vita del lavoratore).
Il mio cuore chiede pace. /I giorni volano via, uno dopo l’altro, / e ogni giorno porta via con sé / un piccolo pezzo di vita…

Aleksandr Puskin

Il dispotismo di fabbrica, ma anche il dispotismo presente negli uffici e negli altri luoghi di lavoro: cosa significa tutto questo, possibile che le società democratiche contemporanee, così libere e attente ai diritti delle persone, consentano poi alla sua negazione, il dispotismo, di potersi manifestare impunemente al suo interno? Nell’ideologia aziendalista non è così, le apparenze vanno salvate, quello che noi marxisti definiamo dispotismo, viene chiamato organizzazione scientifica del lavoro; una realtà innervata di modelli operativi basati sui moderni studi socio-psicologici di supporto alla funzione manageriale. Eppure, chi bazzica le teorie organizzativo-manageriali, sa bene che gli obiettivi di fondo di questi studi ‘scientifici’, sono l’incremento dell’efficienza e dell’efficacia dei processi decisionali e operativi aziendali. In altre parole, ottimizzare l’impiego delle risorse consumate nei processi produttivi, eliminare i tempi morti nell’esecuzione dei compiti assegnati ai dipendenti, e infine riuscire a produrre di più riducendo nel contempo i costi sostenuti, al fine di consolidare e allargare la propria fetta di mercato e battere la concorrenza. I moderni testi scolastici di economia aziendale sono infarciti di esposizioni di questo tipo, testi in cui la ricerca spasmodica di plus-valore al centro dell’economia capitalista, viene mistificata e dissimulata, in modo probabilmente inconsapevole, attraverso l’uso di parole asettiche, tranquillizzanti. I testi scolastici servono a propagandare una ideologia sociale, e devono quindi raccontare in modo distorto la realtà economico-sociale, tuttavia, quando si fa l’esperienza concreta del lavoro subordinato, e si tocca con mano la distanza reale fra le favole dei testi scolastici e il dispotismo di fabbrica, le cose ritornano presto al loro posto. Un dispotismo che significa rapporti gerarchici e autoritarismo, regolamenti interni, divieti e sanzioni disciplinari, servilismo e pratiche di delazione da parte di elementi opportunisti, interiorizzazione del valore del lavoro fatto bene e della professionalità (in una parola, il dispiegamento operativo del comando del capitale sulla merce lavoro, precedentemente acquistata in un libero scambio sul mercato). Uno scambio dove il proletario, vendendo per un tempo determinato la propria forza-lavoro, si procaccia il salario per comprare i mezzi di sussistenza per riprodurre la propria esistenza, ma riproduce e fa continuare a sussistere, nel contempo, anche le condizioni del proprio asservimento al dispotismo del capitale: “Di fatto, il venditore della forza-lavoro realizza il suo valore di scambio e aliena il suo valore d’uso, come il venditore di qualsiasi altra merce. Non può ottenere l’uno senza cedere l’altro. Il valore d’uso della forza-lavoro, il lavoro stesso, non appartiene affatto al venditore di essa, come al negoziante d’olio non appartiene il valore d’uso dell’olio da lui venduto. Il possessore del denaro ha pagato il valore giornaliero della forza-lavoro; quindi a lui appartiene l’uso di essa durante la giornata, il lavoro di tutt’un giorno. La circostanza che il mantenimento giornaliero della forza-lavoro costa soltanto una mezza giornata lavorativa, benché la forza-lavoro possa operare, cioè lavorare, per tutta una giornata, e che quindi il valore creato durante una giornata dall’uso di essa superi del doppio il suo proprio valore giornaliero, è una fortuna particolare per il compratore, ma non è affatto un’ingiustizia verso il venditore. II nostro capitalista ha previsto questo caso, che lo mette in allegria. Quindi il lavoratore trova nell’officina non solo i mezzi di produzione necessari per un processo lavorativo di 6 ore, ma quelli per 12 ore”. Il Capitale, libro primo, sezione III, capitolo 5. Il lavoratore trova nell’officina una situazione particolare: i mezzi di produzione in dotazione sono programmati per un tempo superiore a quello necessario per ripagare il salario ricevuto, questa scelta dello scaltro capitalista, è indispensabile per consentire l’incremento della produttività del lavoro, della redditività dell’impresa, ovvero il furto di tempo di lavoro, necessario per la crescita economica del capitale. In una economia in cui si allarga costantemente il divario fra il tempo di lavoro giornaliero, e la frazione di orario quotidiano necessario per il mantenimento della forza-lavoro, gran parte dei proletari, come soldatini disciplinati e ubbidienti, subiscono le decisioni dell’autorità rigorosamente normativa con cui si manifesta l’apparenza del meccanismo sociale capitalistico, articolato in una gerarchia completa di comando e di subordinazione, in cui i capitalisti sono semplici “personificazioni delle condizioni di lavoro rispetto al lavoro, e non, come nelle precedenti forme di produzione, dominatori politici o teocratici”. L’azienda, le sue priorità economiche, la redditività, la competizione con le altre aziende, la vendita di beni e servizi sul mercato; tutte queste cose diventano le ragioni impersonali della disciplina capitalistica sui luoghi di lavoro, i posti dove si svolgono i processi produttivi, e il lavoratore viene costretto a lavorare per un tempo di lavoro superiore a quello necessario per ripagare ciò che ha ricevuto sotto forma di salario,”…tutto il sistema di produzione capitalistico si aggira intorno al problema di prolungare questo lavoro gratuito prolungando la giornata di lavoro o sviluppando la produttività, cioè con una maggiore tensione della forza-lavoro… dunque il sistema del lavoro salariato è un sistema di schiavitù”. Marx, Critica del programma di Gotha. Il padrone schiavista e il signore feudale non occultavano la loro azione di dominio, essa era forse spacciata come adeguata alla natura delle cose, e tuttavia non poteva essere troppo mascherata: il regno del capitale, invece, presentando un rapporto reale di dominazione e di subordinazione fra uomini sotto l’apparenza di un rapporto fra cose, ha fatto dell’occultamento e della mistificazione la sua caratteristica predominante; in tale contesto anche la sottomissione del lavoratore, nel quadro del dispotismo di fabbrica, è percepito solo come il risultato di rapporti impersonali fra cose, e non, invece, come la conseguenza di un rapporto sociale di dominio, in cui consiste, al di là della superficie apparente, il meccanismo sociale capitalistico di cui parla Marx. Ma possiamo davvero sostenere che il meccanismo sociale capitalistico, la società in cui viviamo, democratica e liberale, possiede le brutture che andiamo raccontando? Riportiamo allora una vivace descrizione del capitalismo inglese ottocentesco, più che mai attuale e calzante con i nostri tempi” L’impulso al prolungamento della giornata lavorativa, la fame di plus-lavoro da lupi mannari, è stata finora studiata in un settore nel quale mostruosi eccessi, non sorpassati — così dice un economista borghese inglese neppure dalle crudeltà degli spagnoli contro i pellirosse d’America, hanno finito col far mettere il capitale alla catena della regolamentazione legale. Ma diamo uno sguardo ad alcune branche di produzione, dove lo sfruttamento della forza- lavoro è ancor oggi libero da vincoli, o era tale fino a ieri. «Il signor Broughton, magistrato di contea, dichiarò, come presidente di una riunione tenuta nel palazzo comunale di Nottingham il 14 gennaio 1860, che fra la parte della popolazione della città occupata nella fabbricazione di merletti dominava un livello di sofferenze e privazioni sconosciuto al resto del mondo civile… Alle due, alle tre, alle quattro del mattino, fanciulli di nove o dieci anni vengono strappati ai loro sporchi letti e costretti a lavorare fino alle dieci, undici, dodici di notte, per un guadagno di pura sussistenza; le loro membra si consumano, la loro figura si rattrappisce, i tratti del volto si ottundono e la loro umanità s’irrigidisce completamente in un torpore di pietra, orrido solo a vedersi…un sistema di schiavitù illimitata, schiavitù socialmente, fisicamente, moralmente, intellettualmente parlando… La manifattura dei fiammiferi data dal 1833, dalla scoperta del modo di fissare il fosforo sull’accenditoio. Si è sviluppata in Inghilterra dal 1845 in poi, rapidamente, e si è estesa, partendo specialmente dalle parti di Londra a densa popolazione, anche a Manchester, Birmingham, Liverpool, Bristol, Norwich, Newcastle, Glasgow; con essa s’è diffuso il trisma, che un medico di Vienna scoperse già nel 1845 esser la malattia peculiare dei lavoranti in fiammiferi. Metà degli operai di questa manifattura sono bambini sotto i tredici anni e adolescenti di meno di diciotto anni…Dei testimoni esaminati dal commissario White (1863), duecentosettanta erano sotto i diciotto anni, quaranta sotto i dieci anni, dieci avevano solo otto, cinque avevano solo sei anni. Giornata lavorativa che andava dalle dodici alle quattordici, alle quindici ore; lavoro notturno; pasti irregolari, per lo più presi negli stessi locali di lavoro, che sono appestati dal fosforo. Dante avrebbe trovato che questa manifattura supera le sue più crudeli fantasie infernali” . Il Capitale, libro primo, sezione III, capitolo 8.
Forse si dirà che l’esempio è lontano nel tempo, e ai nostri giorni certe cose non possono più accadere , allora riportiamo dei fatti più vicini al nostro tempo, prendiamo ad esempio il caso di Juaréz, una città messicana con un milione e mezzo di abitanti, vicina alla ricca città statunitense di El Paso: in essa ritroviamo i soliti trafficanti di droga, prostitute appena adolescenti, e poi le maquiladoras, le grosse fabbriche di articoli elettrici, destinati a rifornire i mercati di Europa e Stati Uniti. Inutile dire che i prodotti realizzati da queste aziende sono venduti a prezzi concorrenziali, e questo è dovuto ai bassi salari pagati alla manodopera locale: solo pochi dollari giornalieri. Forse è superfluo ricordare che in queste maquiladoras non esistono rappresentanze sindacali, e chi non rispetta le regole rischia come minimo di essere licenziato. Questa manodopera locale, difficilmente grata alla sorte di vivere nell’odierno paradiso capitalista, alloggia in povere baracche, colonias populares, completamente prive di acqua corrente, luce elettrica, strade asfaltate e fognature. Se non basta ancora potremmo ricordare la moltitudine di diseredati sparsi per tutti gli angoli del mondo, nelle periferie, nelle favelas, nelle baraccopoli , e nei molti altri giardini di delizie che colorano di orrore la società in cui viviamo, prevalentemente democratica e liberale, ma nondimeno violenta e spietata con i deboli e gli indifesi, e con tutte le creature viventi (uomini o animali) che non hanno la forza di difendersi. Guidato dal sordo impulso a sopravvivere e ad accrescersi, il capitale non ammette, tendenzialmente, tempi morti nel processo produttivo delle merci, “Il capitale costante, i mezzi di produzione, considerati dal punto di vista del processo di valorizzazione, esistono solo allo scopo di assorbir lavoro e, con ogni goccia di lavoro, una quantità proporzionale di plus-lavoro. In tanto che essi non fanno questo, la loro semplice esistenza costituisce per il capitalista una perdita negativa; poiché, durante il tempo nel quale rimangono inoperosi, essi rappresentano un’inutile anticipazione di capitale; e questa perdita diventa positiva appena l’interruzione nel loro impiego rende necessarie spese supplementari per il ricominciare il lavoro. Il prolungamento della giornata, al di là dei limiti della giornata naturale, fino entro la notte, opera soltanto come palliativo, calma solo approssimativamente la sete da vampiro che il capitale ha del vivo sangue del lavoro. Quindi, l’istinto immanente della produzione capitalistica è di appropriarsi lavoro durante tutte le ventiquattro ore del giorno. Ma poiché questo è impossibile fisicamente, quando vengano assorbite continuamente, giorno e notte, le medesime forze-lavoro, allora, per superare l’ostacolo fisico, c’è bisogno di avvicendare le forze-lavoro divorate durante il giorno e la notte”. Il Capitale, libro primo, sezione III, capitolo 8. Ogni mezzo può andare bene per placare la sete di plus-lavoro del capitale, solo una certa serie di limitazioni fisiologiche occludono la possibilità di impiegare 24 ore su 24 lo stesso proletario nel ciclo della produzione, e allora è buona cosa ricorrere ai turni di lavoro diurni e notturni (l’avvicendamento), cosicché il capitale possa divorare forza-lavoro diversa durante il giorno e la notte, e calmare finalmente la sete da vampiro del vivo sangue del lavoro. Tuttavia, questo bisogno di divorare la forza-lavoro umana, trasforma il lavoratore in una semplice appendice dei macchinari utilizzati per la produzione, e il capitale costante ingloba dentro di sé il lavoro vivente come capitale variabile – essendo variabile, infatti, a causa dei progressi tecnologici, la quantità di tempo di lavoro socialmente necessario per produrre le merci. Tuttavia, anche diminuendo il tempo di lavoro socialmente necessario, la giornata lavorativa si mantiene stabilmente intorno alle 8/10 ore giornaliere, inoltre sono molto diffuse, tuttora, le condizioni descritte da Marx nel capitale, a proposito dell’Inghilterra del 1860. Infine, quali effetti ha sulla fisiologia umana, e sulla durata di vita del lavoratore, un meccanismo simile? Riprendiamo la lettura del Capitale: “Ma il capitale, nel suo smisurato e cieco impulso, nella sua voracità da lupo mannaro di plus-lavoro, scavalca non soltanto i limiti massimi morali della giornata lavorativa, ma anche quelli puramente fisici. Usurpa il tempo necessario per la crescita, lo sviluppo e la sana conservazione del corpo. Ruba il tempo che è indispensabile per consumare aria libera e luce solare. Lesina sul tempo dei pasti e lo incorpora, dove è possibile, nel processo produttivo stesso, cosicché al lavoratore viene dato il cibo come a un puro e semplice mezzo di produzione, come si dà carbone alla caldaia a vapore, come si dà sego e olio alle macchine. Riduce il sonno sano che serve a raccogliere, rinnovare, rinfrescare le energie vitali, a tante ore di torpore quante ne rende indispensabili il ravvivamento di un organismo assolutamente esaurito. Qui non è la normale conservazione della forza-lavoro a determinare il limite della giornata lavorativa, ma, viceversa, è il massimo possibile dispendio giornaliero di forza-lavoro, per quanto morbosamente coatto e penoso, a determinare il limite del tempo di riposo dell’operaio. Il capitale non si preoccupa della durata della vita della forza- lavoro. Quel che gli interessa è unicamente e soltanto il massimo di forza-lavoro che può essere resa liquida in una giornata lavorativa. Esso ottiene questo scopo abbreviando la durata della forza-lavoro, come un agricoltore avido ottiene aumentati proventi dal suolo rapinandone la fertilità. Con il prolungamento della giornata lavorativa, la produzione capitalistica, che è essenzialmente produzione di plusvalore, assorbimento di plus-lavoro, non produce dunque soltanto il deperimento della forza-lavoro umana, che viene derubata delle sue condizioni normali di sviluppo e di attuazione, morali e fisiche; ma produce anche l’esaurimento e la estinzione precoce della forza-lavoro stessa “. In queste citazioni emerge l’idea del capitale come una potenza mortifera, guidata da uno smisurato e cieco impulso, che nella sua voracità da lupo mannaro di plus-lavoro, supera gli stessi limiti fisici biologici della giornata lavorativa, consumando fino all’esaurimento e all’estinzione precoce la forza-lavoro di cui può fare uso, dopo averla formalmente acquistata in modo libero sul mercato del lavoro. La discussione contemporanea sugli incidenti del lavoro, è probabilmente fuorviante, perché essa presuppone che esistano gli incidenti sul lavoro; quando è il lavoro stesso, ad essere un incidente e un pericolo per la vita del proletario nell’attuale modo di produzione capitalistico (1). Abbiamo tentato, fino a questo punto, di analizzare gli aspetti occultanti e ingannatori del meccanismo sociale capitalistico, cercando di scoprire l’influenza di questi aspetti sull’apparato di conoscenza dominante. Le progressive falsificazioni della realtà, abbiamo constatato, convergono verso l’occultamento del carattere violento e distruttivo del meccanismo sociale capitalistico. Mercificazione, alienazione, e reificazione sono alcuni aspetti con cui si manifesta il meccanismo sociale del capitale; quando i veli dell’illusione sono scomparsi, tuttavia, è possibile percepire il volto omicida di questo meccanismo. Marx lo raffigura con chiarezza “Il capitale non si preoccupa della durata della vita della forza- lavoro. Quel che gli interessa è unicamente e soltanto il massimo di forza-lavoro che può essere resa liquida in una giornata lavorativa”. Le preoccupazioni relative alle condizioni e alla durata di vita del lavoratore sono dei sentimentalismi superflui, che i capitalisti non possono concedersi. Il meccanismo sociale di cui sono una semplice funzione, li contrappone l’uno all’altro unicamente come possessori di merci, in feroce concorrenza sul mercato dove regna una anarchia completa; essi operano come semplici attori nel quadro di una struttura sociale della produzione finalizzata alla valorizzazione illimitata del capitale. Questa valorizzazione illimitata del capitale, si afferma come una soverchiante legge naturale nei confronti dell’arbitrio individuale del singolo capitalista, il quale si ritrova costretto a svolgere, esso stesso, il compito di funzionario del capitale; dirigente e dominatore della produzione. Al termine della rappresentazione dei ruoli previsti dal meccanismo sociale, quando lo spettacolo ripetitivo della valorizzazione illimitata del capitale si conclude con il divoramento di forza-lavoro, fino alla distruzione della vita del lavoratore, nessuno è responsabile di alcunché, perché tutti hanno solo eseguito gli ordini del Moloch sociale capitalista; il demone divoratore di uomini ricordato nella bibbia. Nessuno poteva rifiutarsi, nessuno poteva ribellarsi, non ci sono carnefici e non ci sono neppure vittime nel meccanismo sociale capitalistico, ma solo dei ruoli e delle funzioni che qualcuno deve svolgere, come un semplice attore sulla scena di un teatro, al di là del bene e del male. E’ interessante rilevare come la psicologia sociale moderna, in certe sue recenti ricerche tenti di spiegare il comportamento individuale o di gruppo, inserendolo in una cornice di riferimento socio-culturale condizionante, rispetto alla quale il libero arbitrio è tendenzialmente ininfluente. La cornice sociale di riferimento, impiegata negli studi di psicologia sociale per comprendere anche la violenza estrema, quella che viene compiuta, ad esempio, durante la guerra, da parte di soldati che nella vita civile sono dei cittadini pacifici, conferma l’importanza della scoperta di Marx, il quale rileva, nel 1867, che “la struttura sociale della produzione si afferma come una soverchiante legge naturale nei confronti dell’arbitrio individuale (del capitalista) ”. Il soldato, durante la guerra, tendenzialmente, può compiere azioni d’estrema violenza e crudeltà, sospendendo i dettami morali vigenti nella cornice di riferimento della vita civile, poiché si è spostato nella cornice di riferimento della guerra (incentrata sul dovere, il cameratismo, e l’obbedienza agli ordini dei superiori). Anche il capitalista, nell’adempimento del suo lavoro di dirigente e dominatore della produzione, può compiere azioni distruttive per la vita del lavoratore, in piena armonia con la cornice di riferimento operativa nella produzione. Nella cornice di riferimento dell’economia aziendale capitalistica, infatti, i dettami sociali dominanti sono la vittoria nella lotta con la concorrenza, e quindi la ricerca del profitto e l’incremento della redditività dei fattori produttivi. Essendo il lavoro umano un fattore produttivo, al pari di un macchinario o di un fabbricato industriale, l’incremento della sua produttività è un’esigenza normale e ordinaria (per il suo proprietario capitalista); certo, quest’incremento di produttività può usurpare il tempo necessario per la crescita, lo sviluppo e la sana conservazione del corpo del lavoratore, può rubare il tempo che è indispensabile per consumare aria libera e luce solare, producendo anche l’esaurimento e la estinzione precoce della forza-lavoro stessa, ma non importa; lo scambio forza-lavoro/salario è avvenuto in modo libero, e il Mefistofele capitalista esige solo di consumare la vita che gli è stata volontariamente ceduta, “il nostro capitalista ha comprato sul mercato del lavoro forza-lavoro di bontà normale. Questa forza deve essere spesa con la misura media abituale di sforzo, nel grado d’intensità usuale in quella data società. Il capitalista veglia a ciò con lo stesso scrupolo che mette in atto perché non si sprechi tempo senza lavorare. Ha comprato la forza-lavoro per un periodo determinato, e ci tiene ad avere il suo. Non vuole essere derubato”. Il Capitale, libro primo, sezione III, capitolo 5. La tendenza al prolungamento della giornata lavorativa ha trovato, soprattutto nelle aree più sviluppate del capitalismo, dei freni, risultato della lotta plurisecolare fra capitale e lavoro, e tuttavia, il limite massimo, fisico e sociale, di questa giornata è spesso vago ed elastico: “Ora, benché la giornata lavorativa non sia una grandezza fissa, ma anzi fluida, tuttavia essa può variare soltanto entro certi limiti. Però il suo limite minimo è indeterminabile. Certo, se poniamo la linea di prolungamento (b – c), ossia il plus-lavoro, come eguale a zero, otteniamo un limite minimo, cioè la parte del giorno che l’operaio deve necessariamente lavorare per la propria conservazione. Ma, sul piano del modo di produzione capitalistico, il lavoro necessario può costituire sempre soltanto una sola parte della giornata lavorativa dell’operaio; quindi la giornata lavorativa non può mai esser ridotta a questo minimo. Invece la giornata lavorativa ha un limite massimo, che non è prolungabile al di là di un certo termine. Questo limite massimo è determinato da due cose. In primo luogo è determinato dal limite fisico della forza-lavoro. Durante il giorno naturale di 24 ore, un uomo può spendere soltanto una quantità determinata di forza vitale; così un cavallo può lavorare solo 8 ore giorno per giorno. Durante una parte del giorno la forza lavorativa deve riposare, dormire, durante un’altra parte l’uomo ha da soddisfare altri bisogni fisici, nutrirsi, pulirsi, vestirsi ecc. Oltre questo limite puramente fisico, il prolungamento della giornata lavorativa urta contro limiti morali. L’operaio ha bisogno di tempo per la soddisfazione di bisogni intellettuali e sociali, la cui estensione e il cui numero sono determinati dallo stato generale della civiltà. La variazione della giornata lavorativa si muove dunque entro limiti fisici e sociali. Ma tanto gli uni che gli altri sono di natura assai elastica e permettono un larghissimo margine di azione. Così troviamo giornate lavorative di otto, dieci, dodici, quattordici, sedici e diciotto ore, quindi di diversissima lunghezza”. Il Capitale, libro primo, sezione III, capitolo 8. Tutto è possibile quando si tratta di valorizzare il capitale investito nella produzione, di conseguenza i limiti fisici e sociali possono essere piegati alle sacrosante ragioni del profitto, della crescita del PIL, e dell’economia nazionale, senza per questo creare scandalo: “Come capitalista, egli è soltanto capitale personificato. La sua anima è l’anima del capitale. Ma il capitale ha un unico istinto vitale, l’istinto cioè di valorizzarsi, di creare plusvalore, di assorbire con la sua parte costante, che sono i mezzi di produzione, la massa di plus-lavoro più grande possibile…Quindi il capitale non ha riguardi per la salute e la durata della vita dell’operaio, quando non sia costretto a tali riguardi dalla società. Al lamento per il deperimento fisico e mentale, per la morte prematura, per la tortura del sopra-lavoro, il capitale risponde: dovrebbe tale tormento tormentar noi, dal momento che aumenta il nostro piacere (il profitto)? Ma, considerando il fenomeno nel suo complesso, tutto ciò non dipende neppure dalla buona o cattiva volontà del capitalista singolo. La libera concorrenza fa valere le leggi immanenti della produzione capitalistica come legge coercitiva esterna nei confronti del capitalista singolo”. Il Capitale, libro primo, sezione III, capitolo 8. La libera concorrenza impone, dunque, le leggi immanenti dell’economia capitalistica, come leggi coercitive inesorabili nei confronti del singolo capitalista, indipendentemente dai suoi sentimenti personali, dalla buona o dalla cattiva volontà, dalle sue idee politiche. Il suo agire, le sue scelte imprenditoriali, le considerazioni per la salute e la durata della vita dell’operaio, sono subordinate alla cornice di riferimento dell’economia aziendale capitalistica, in cui egli è inglobato come funzionario anonimo del capitale. Egli smette di essere un uomo indipendente, poiché come capitalista, egli è soltanto capitale personificato, una maschera di carattere, una funzione del meccanismo sociale dominante che prevede solo due attori principali, gli sfruttati e gli sfruttatori. La sua alienazione, in questa società, è perfino superiore a quella del proletario, poiché mentre il capitalista, “è radicato in un processo di alienazione nel quale trova il suo appagamento assoluto…l’operaio, in quanto ne è la vittima, è a priori con esso in rapporto di ribellione, lo sente come processo di riduzione in schiavitù”. Il Capitale, libro primo, capitolo VI, inedito. Il capitalista, trovando appagamento e vantaggio nel processo d’alienazione, è ancora meno libero del proletario di cui divora ossessivamente la vita e il plus-lavoro, egli è appagato nel suo essere strumento del Moloch capitalista; e la sua stessa anima, è oramai diventata l’anima del capitale. Come la teologia postula un’anima eterna, anche l’anima del capitale è eternamente ricorrente nel ciclo della produzione dove, “ in primo luogo egli vuol produrre un valore d’uso che abbia un valore di scambio, un articolo destinato alla vendita, una merce; e in secondo luogo vuol produrre una merce il cui valore sia più alto della somma dei valori delle merci necessarie alla sua produzione, i mezzi di produzione e la forza-lavoro, per le quali ha anticipato sul mercato il suo buon denaro. Non vuole produrre soltanto un valore d’uso, ma una merce, non soltanto valore d’uso, ma valore, e non soltanto valore, ma anche plusvalore…Noi sappiamo che il valore di ogni merce è determinato dalla quantità del lavoro materializzato nel suo valore d’uso, dal tempo di lavoro socialmente necessario per la produzione di essa. Questo vale anche per il prodotto che il nostro capitalista ha ottenuto come risultato del processo lavorativo… Il capitalista, trasformando denaro in merci che servono per costituire il materiale di un nuovo prodotto ossia servono come fattori del processo lavorativo, incorporando forza-lavoro vivente alla loro morta oggettività, trasforma valore, lavoro trapassato, oggettivato, morto, in capitale, in valore auto-valorizzantesi; mostro animato che comincia a «lavorare» come se avesse amore in corpo. Ma confrontiamo il processo di creazione di valore e il processo di valorizzazione: quest’ultimo non è altro che un processo di creazione di valore prolungato al di là di un certo punto. Se il processo di creazione di valore dura soltanto fino al punto nel quale il valore della forza-lavoro pagato dal capitale è sostituito da un nuovo equivalente, è processo semplice di creazione di valore; se il processo di creazione di valore dura al di là di quel punto, esso diventa processo di valorizzazione”. Il Capitale, libro primo, sezione III, capitolo 5. Il capitalista, trasformando denaro in merci, impiegate come fattori del processo produttivo, incorpora forza-lavoro vivente nella morta oggettività del lavoro trapassato (nel capitale costante); eppure, la forza-lavoro incorporata, col suo semplice contatto, risveglia dal regno dei morti i fattori del processo produttivo – il capitale costante – che al pari di un mostro animato comincia a «lavorare» come se avesse amore in corpo. L’appagamento di cui è prigioniero il capitalista, il cui modo di agire e di pensare è condizionato dalla cornice di riferimento aziendale – produttivistica, e quindi l’amore per il plus-valore che rianima il corpo morto del capitale, tuttavia, considerati nei riverberi che proiettano sulle vite dei lavoratori, si rivelano solo come una violenza estrema, la violenza del divoramento della forza-lavoro, fino alla distruzione della vita stessa del lavoratore (2). Alla fine, è l’esistenza di un uomo reale che è trasformata in una merce di scambio, è la vita di un essere senziente che è mercificata e consumata come se si trattasse di un oggetto privo di auto-coscienza (fino alla conclusione fatale, rappresentata dalla sua estinzione precoce, quando viene meno la sua residua utilità strumentale per la produzione capitalista).

(1).”Il tempo è lo spazio dello sviluppo umano. Un uomo che non dispone di nessun tempo libero, che per tutta la sua vita, all’infuori delle pause puramente fisiche per dormire e per mangiare e così via, è preso dal suo lavoro per il capitalista, è meno di una bestia da soma. Egli non è che una macchina per la produzione di ricchezza per altri, è fisicamente spezzato e spiritualmente abbrutito. Eppure, tutta la storia dell’industria moderna mostra che il capitale, se non gli vengono posti dei freni, lavora senza scrupoli e senza misericordia per precipitare tutta la classe operaia a questo livello della più profonda degradazione”. Karl Marx, Salario, prezzo e profitto, 1865.
(2). “La guerra industriale, per essere condotta con successo, richiede numerosi eserciti, che essa può ammassare nello stesso punto e largamente decimare. Non per disciplina né per dovere i soldati di questo esercito sopportano le fatiche che sono loro imposte, ma soltanto per la dura necessità di fuggire la fame. Non hanno né attaccamento né riconoscenza per i loro capi; i quali non hanno per i loro sottoposti nessun sentimento di benevolenza; non li conoscono come uomini, ma solo come strumenti della produzione, che devono rendere il più possibile e costare il meno possibile. Queste masse di operai, sempre più premuti dalla necessità non hanno neppure la tranquillità di trovar sempre un’occupazione; l’industria che li ha riuniti, li fa vivere soltanto se ne ha bisogno, e non appena può sbarazzarsene, li abbandona senza darsi il minimo pensiero; e gli operai sono costretti ad offrire la loro persona e la loro forza al prezzo che gli si vuol accordare. E tanto meno sono pagati quanto più il lavoro che gli si offre è lungo, penoso, disgustoso; si vedono taluni che con un lavoro di sedici ore al giorno, in stato di fatica continuata, si acquistano a mala pena il diritto di non morire”. Karl Marx. Manoscritti economico-filosofici.

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