Apparato statale e struttura economica

Apparato statale e struttura economica

Introduzione

Seguendo le attuali polemiche di una parte del mondo politico e giornalistico americano contro l’avversario russo, verrebbe da concludere che una componente dell’elite USA non abbia timore alcuno di sfidare  rivali di uguale potenza militare.
Deep state (stato profondo) è il nome attribuito da vari analisti alla rete di interessi che condizionerebbe la politica americana. Il termine stato indica il fatto che la suddetta rete di interessi sarebbe in relazione simbiotica con l’apparato statale.

Degli interessi sono in simbiosi con un certo stato, perché, evidentemente, esiste una classe dominante portatrice di interessi che possono prosperare solo con un adeguato strumento di difesa e offesa: lo stato, creato da una classe sociale per la difesa dei suoi interessi.

Il Deep state esprime in fondo questa dinamica, e proprio perché esiste un intreccio fra la borghesia americana e il suo strumento di potenza statale, è importante seguire le direzioni politiche, gli orientamenti, di questo intreccio.
Le dichiarazioni bellicose e le manovre politiche e militari dello stato profondo, verso le potenze rivali di Cina e Russia, potrebbero sembrare il preludio di una guerra totale: eppure alcune considerazioni andrebbero fatte prima di accettare una previsione di tale portata.
Le lotte fra stati borghesi sono frequenti, e soddisfano una doppia esigenza di sistema: in primo luogo la distruzione di capitale vivo e morto. Il capitale vivo, cioè la forza lavoro in eccesso, espulsa dalla produzione e soppiantata dal macchinario, pericolosa per il sistema, in quanto sacca sociale emarginata e scontenta. Parlando di questa dinamica, parliamo in fondo della legge storica della miseria crescente.
La sovraccumulazione di capitale costante-tecnico, è anch’essa un effetto delle leggi economiche capitalistiche, la distruzione della parte in eccesso di capitale tecnico può ridare fiato alla produzione. Si comprende, in questo ultimo caso, la follia dissipatrice di un modo di produzione che distrugge merci e mezzi tecnici, per far ripartire il ciclo di valorizzazione del capitale morto (cioè, in ultima analisi, la valorizzazione degli stessi mezzi tecnici in parte eccessivi in confronto al livello di produzione che può assorbire il mercato. La seconda esigenza sistemica nascosta dietro le guerre borghesi, è quella della conquista di capitali e di masse umane impiegabili nel ciclo produttivo, cioè i fattori produttivi posseduti dai propri rivali, e dunque da sottrarre ad essi, da depredare, in una logica duale di potenza (struttura/sovrastruttura).

La  genealogia comparativa di questa logica è presto detta: sul piano economico-aziendale si manifesta come riproduzione allargata del capitale e successiva concentrazion e centralizzazione monopolistica; sul piano politico, come stati nazione  e poi stati coloniali e imperiali.
La caratteristica di entrambi i piani è la tendenza all’aumento di dimensioni, la crescita, sia essa di tipo aziendale monopolistico o statale imperiale. Tale crescita avviene, sul piano economico, con la scomparsa di alcuni capitali individuali, aziende, distrutte dalla concorrenza e assorbite in un centro aziendale e direzionale di maggiori dimensioni, e sul piano politico, con la distruzione di stati capitalistici deboli e il loro successivo vassallaggio ad un centro statale imperiale.

Potremmo dire che si tratti di una forma di cannibalismo interno alla borghesia mondiale, che assume la forma di una lotta fra stati nazionali o blocchi di stati per il controllo delle risorse energetiche, delle vie commerciali e delle masse proletarie destinate allo sfruttamento.

Queste dinamiche economiche e politiche sviluppano, in un secondo tempo, l’esigenza di trovare una giustificazione sociale, una legittimazione.
Ogni società fondata sulla dominazione di una classe sociale è contraddistinta da una ideologia, lo scopo di quest’ultima è di giustificare, oppure di occultare, la realtà della dominazione.
Un termine molto usato per descrivere il riconoscimento sociale di un certo dominio di classe è legittimazione.

La legittimazione, nel corso della storia, ha spesso coinciso con la dimostrazione di qualità carismatiche, naturali o di ordine sovrannaturale.
Il sovrano medioevale era considerato il rappresentante di Dio in terra. I sovrani merovingi venivano unti con un olio consegnato dagli angeli, al momento dell’incoronazione.
Sono da ricordare inoltre le frequenti divinizzazioni di re dell’antichità, o di eroi assurti ad un rango semidivino (pensiamo ai faraoni, oppure ai sumeri con la saga di Gilgamesh).
I libri sacri, in modo particolare, rappresentano la sintesi di una conoscenza adeguata ad un certo tipo di società e di classe dominante, essi contengono soprattutto delle prescrizioni fondamentali per il progresso di quel tipo di società, progresso conforme al suo stadio storico di sviluppo.
Anche la narrazione ideologica del Deep state, tende a dipingere gli USA, come il bene, e gli altri (soprattutto i russi) come dei mostri.
La narrazione serve in realtà a coprire i ripetuti fallimenti registati nelle avventure militari degli ultimi decenni, a giustificare nuove pericolose avventure, e a stornare l’attenzione del proprio proletariato dalle sue difficili condizioni di vita.
In apparenza le minacce e le azioni del Deep state sono coerenti con l’obiettivo fisiologico della conservazione dell’impero.
Se poi l’obiettivo venga o meno raggiunto è un’altra questione, sicuramente altrettanto importante delle cause del comportamento del Deep state.
All’interno del capitalismo USA si è delineato e consumato di recente, con l’elezione di Trump, un confronto fra due storiche tendenze: isolazionismo ed interventismo.
Il Deep state è l’espressione innanzitutto del coacervo di interessi politici ed economici legati al complesso militare-industriale, e al funzionale apparato tecnico-scientifico.
Possiamo per semplicità definire il Deep state come il livello decisionale reale, e quindi la coscienza pensante, dell’apparato di potenza USA (esercito, industria militare, tecnologia e scienza correlate ai primi due elementi).
Ovviamente anche gli avversari degli USA esprimono la propria potenza attraverso una similare, quadruplice, articolazione.
L’apparato di potenza quadruplice è, in via generale, necessario per consentire alla rete di interessi della propria borghesia nazionale ( cioè alle sue imprese multinazionali), di affermarsi, e quindi di controllare le risorse energetiche, le vie commerciali e le masse proletarie sfruttabili di altri paesi capitalistici.
Il controllo (e il depredamento) delle altrui risorse di materie prime, aziende industriali e lavoratori, è una tipica caratteristica dei moderni imperi borghesi, anche se gli imperi che hanno preceduto quelli attuali possono avere, per motivi diversi, compiuto le stesse azioni.
Gli imperi del periodo feudale o dell’antichità erano infatti espressione di modi di produzione differenti, e sebbene questi modi di produzione fossero il risultato di una particolare divisione sociale in classi dominate e dominanti, non erano (essi) comunque spinti alla conquista e al saccheggio dalla tipica impellenza capitalistica di valorizzare i capitali, in un contesto economico generale e permanente di caduta storica del saggio di profitto.

Il capitalismo moderno ha prodotto uno strumento quadruplice di potenza, funzionale alla rete di interessi della classe sociale borghese.
L’apparato ė la interconnessione fra il complesso militare-industriale, le annesse ricerche della scienza con le derivate applicazioni tecnologiche, e gli interessi delle multinazionali.
Struttura economica e sovrastruttura sono in effetti un tutto unitario, una simbiosi, sono l’apparato capitalistico.
Tuttavia se è vero che la potenza di uno stato borghese, l’apparato quadruplice, viene alimentato dalla forza della struttura economica, è anche vero che una volta disarmata dell’apparato di potenza statale, la struttura economica e la classe dominante nazionali non sopravvivono in modo indipendente, ma tutt’al più in una condizione di vassallaggio.

 

Capitolo primo: Mosse imperiali

Nel 2016 Trump era stato eletto, fra l’altro, come alternativa alla linea interventista degli USA nel mondo. Infatti, dopo quasi un trentennio di esportazione della democrazia, si fa per dire, si poneva un problema di insostenibilità dei costi militari. Dopo le costose avventure militari in Afghanistan e Iraq, produttrici di risultati opposti a quelli auspicati, l’impero USA doveva optare per strategie di intervento meno dirette e dispendiose, affidando ad attori locali ( nelle guerre per procura) il compito di realizzare le proprie mosse imperiali.

Strategia del caos, divide et impera, i nomi non nuovi di millenarie pratiche di dominio, conosciute da tempo immemorabile dalle élite al comando (i signori della vita, per usare una felice espressione di Trotsky).

Ma il tempo è tiranno, soprattutto per le strategie di dominazione, e quello che forse gli USA potevano ottenere nei dieci anni successivi al crollo del rivale impero sovietico, già nel 2001 diventava non più a portata di mano.

Lentamente il rivale russo si è ripreso, ha ammodernato il proprio complesso militare-industriale, ha rivendicato il controllo dei settori chiave dell’economia (risorse energetiche e materie prime), aumentando le esportazioni di metano e petrolio verso l’Europa e la Cina. In questo modo ha ottenuto la liquidità necessaria per investire nella ricerca scientifica, trasformando le scoperte scientifiche in applicazioni tecnologiche e in progetti messi in produzione dall’industria militare. Pur con un budget di spesa quasi otto volte inferiore a quello Usa, lo stato russo è riuscito a progettare e realizzare degli armamenti più avanzati di quelli in dotazione dell’esercito americano.

Il discorso di Putin nel marzo 2018 è stato chiaro e sintetico, esso era rivolto a coloro che in America ed in Europa si ostinanavano (e tuttora si ostinano) a non capire il nuovo quadro dei rapporti di forza internazionali.

In quel discorso sono stati esposti i progressi russi in campo militare, in modo particolare è stato detto che seppure gli USA e la nato riuscissero a colmare l’attuale divario tecnologico, gli ulteriori progressi permetterebbero alla federazione  Russa di restare sempre più avanti di varie generazioni tecnologiche.

Propaganda? A prima vista diremmo proprio di no, considerando il numero spropositato di missili americani distrutto o deviato elettronicamente in aprile sopra i cieli della Siria, in occasione della rappresaglia USA contro il presunto utilizzo di armi chimiche da parte dei siriani.

Anche Napoleone e Hitler avevano sottovalutato le sorprese che può riservare la Russia, errore che in apparenza il Deep state americano non dovrebbe ripetere, soprattutto se vuole evitare il proprio e l’altrui suicidio (nucleare).
Il rafforzamento della nato ai confini della federazione Russa, un esempio di mossa imperiale, da un punto di vista puramente militare convenzionale non rappresenta una reale minaccia, tenuto conto della qualità e della quantità delle forze in campo (e quindi della letale capacità di risposta russa alle  eventuali iniziative ostili di qualunque avversario).
I paesi dell’ex patto di Varsavia, che hanno frettolosamente accettato il dispiegamento di missili e truppe nato sui propri territori, potrebbero essere i primi, per motivi di prossimità geografica, ad essere coinvolti in ipotetiche dispute con la confinante federazione Russa.

Le stesse sanzioni economiche applicate da America ed Europa, come ritorsione per l’annessione della Crimea, hanno avuto scarso effetto sull’economia russa, ottenendo solo di rafforzare l’alleanza politico-militare e gli scambi economici della Russia con la Cina.

Dunque, tornando al quesito iniziale, cosa si propone di fare il Deep state, con un blocco avversario così potente?
Le mosse imperiali americane, in ultima analisi, sono decodificabili alla luce di una pura logica di sopravvivenza (al declino e quindi alla concorrenza che lo ha posto in essere).

Il declino economico e militare del colosso USA è in pieno svolgimento, i fattori che lo hanno posto in essere sono nascosti nel mutamento dei rapporti di forza con le potenze rivali; queste potenze racchiudono nei propri territori enormi risorse umane da impiegare nella produzione (Cina e India), ed enormi risorse naturali (Russia) necessarie alle aziende e ai consumatori dell’economia mondiale.
Liberatesi da tempo dalla condizione di colonie, le economie emergenti di India e Cina occupano gli spazi commerciali presidiati in passato da Europa e USA.

Gli Stati capitalistici di Cina, Russia e India hanno la capacità, soprattutto i primi due, di difendere le proprie risorse umane e naturali, e oltretutto di contendere agli USA il dominio globale in Siria, Ucraina, Africa, Yemen, Iran, Iraq, Georgia, Sudamerica, Turchia, Egitto, Libia e via dicendo. In conclusione, sia sul piano della presenza economica che sul piano del confronto militare, è innegabile una tendenza all’aumento degli scontri di interesse fra le potenze capitalistiche, emergenti e in declino. Tuttavia, data la reale capacità distruttiva nucleare dei due maggiori apparati capitalistici, è verosimile che si debba escludere un confronto diretto fra i due Big, un confronto dalle conseguenze catastrofiche non prevedibili.

Capitolo due: il tramonto della nazione eccezionale

Da sempre rappresentati nei film come i buoni, al servizio del bene dell’umanità, gli americani sono semplicemente degli uomini come gli altri, in maggioranza proletari e sottoproletari, prigionieri dell’alienazione capitalistica del lavoro, e in varie decine di milioni di una condizione di emarginazione e povertà estrema (proprio come il resto del proletariato mondiale).

Il Deep state, e il quadruplice apparato di potenza di cui esso è la coscienza pensante, è innanzitutto controllo e dominio del proprio proletariato.
La nazione indispensabile ha al proprio interno decine di milioni di cittadini che vivono in povertà, ai margini della sfarzosa girandola di lusso e consumi riservati alla classe dominante.
Le periferie urbane delle metropoli brulicano di crimine, povertà, abbrutimento, gangs giovanili, prostituzione, tossicodipendenza. L’altro volto della nazione eccezionale, del paese insostituibile. Il degrado sociale prodotto dal capitalismo diventa, a sua volta, oggetto di una parte della narrativa del filone noir, dove il sotterfugio artistico consente almeno di descrivere, spesso senza ipocrisia, un pezzo imbarazzante della realtà americana.

Una certa parte del sistema politico-mediatico Usa (e dei vassalli più fedeli) propaganda posizioni volte a legittimare la guerra infinita contro i paesi canaglia. Questa propaganda, al dì là della funzione di legittimazione della guerra, serve almeno per altri due scopi: primo, giustificare agli occhi dei contribuenti le crescenti spese militari; secondo, stornare l’attenzione dei proletari dal piano dei problemi socio-economici interni, convogliando i loro pensieri e sentimenti verso l’appoggio ai conflitti imperiali.

Tuttavia, proprio in questi conflitti, l’apparato capitalistico USA ha incontrato nell’ultimo decennio delle difficoltà rilevanti.

Riassumendo, gli USA sono intervenuti nei conflitti d’interesse fra segmenti di borghesia, soprattutto in vari paesi del medioriente, cercando di favorire la frazione più vicina ai propri disegni di dominio.

Ma quei disegni di dominio sono stati molte volte resi vani, in modo palese o nascosto, da avversari di pari portata.
Come scrivevamo all’inizio, è la presenza di concorrenti agguerriti, sul piano economico e militare, a fungere da fattore di accelerazione del declino USA.
Pensiamo alla Siria, dove gli USA hanno subito uno smacco da cui non sarà molto semplice riprendersi, ma anche all’Ucraina e alla Georgia, o all’Iraq dove hanno subito altrettanti rovesci.

In tutti questi casi si è verificata una parziale sconfitta sul campo di battaglia, in altre parole la strategia americana di contenimento/disturbo dell’avversario russo, fin sulle porte di casa sua, ha invece rivelato l’efficacia politica e militare della risposta di questo avversario.
Sfidare l’orso fino ai limiti della sua tana, non è stata una mossa vincente.
La Crimea è tornata alla Russia, il donbass è di fatto un protettorato russo, come l’Ossezia del Sud, che nel 2008 fu il casus belli della guerra fra Russia e Georgia, e della veloce sconfitta di quest’ultima. Il bilancio è chiaro, e registra una sequenza di sconfitte degli alleati e sodali USA, senza scampo, senza possibilità di equivoci.
Anche le sanzioni economiche contro la Russia hanno prodotto l’effetto opposto a quello previsto, rafforzando la sua economia invece di inedebolirla.
Infine parliamo delle misure protezionistiche contro la concorrenza delle merci cinesi ed europee.
Queste misure sono il segnale della debolezza dell’economia USA, costretta a proteggere la sua produzione industriale, non adeguatamente competitiva e in grado di essere venduta sul mercato estero e nazionale.
Un ammissione di sconfitta del proprio capitalismo, almeno sul piano industriale-commerciale, a cui fa da contraltare e rimedio temporaneo la neopolitica dei dazi. Una politica miope e di breve respiro, che ha già determinato delle risposte simmetriche da parte della Cina, e soprattutto rischia di incrinare i rapporti con i soci europei.

 

Conclusione

In conclusione possiamo ipotizzare che il capitalismo USA, inteso come apparato capitalistico, cioè simbiosi di struttura economica e sovrastruttura statale, presenti attualmente un disequilibrio fra queste due componenti.
La produzione di merci in America non tiene il passo con la concorrenza cinese ed europea, questa debolezza spinge la sovrastruttura politico-statale a operare in difesa della struttura economica, ad esempio attraverso il ripristino delle anacronistiche leggi sui dazi doganali, o con le minacce verso le imprese europee che non dovessero cessare il proprio business con l’Iran.
Non dobbiamo meravigliarci, il capitalismo nasce statale, nelle repubbliche marinare, poi in Inghilterra, e in effetti dovunque.

Lo stato-nazione trae forza dall’economia nazionale, così come lo stato imperiale trae forza non solo dall’economia nazionale ma anche dalla posizione di dominio politico e militare che ha nei confronti degli Stati vassalli e quindi delle loro economie.
Coloro che parlano di prevalenza nel mondo delle leggi del libero mercato, intese come concorrenza perfetta fra economie nazionali o aziende, non comprendono che il capitalismo è simbiosi di stato ed economia, e quindi il suo grado di potenza, in un certo momento, non dipende solo dall’economia, ma dal peso totale dei due lati del rapporto simbiotico.

La vicenda del tramonto USA, le mosse del Deep state, le dinamiche di condizionamento verso gli stati vassalli, sono la dimostrazione di come una economia in difficoltà riesca comunque a farsi scudo del suo stato, l’apparato in cui è racchiusa una potenza militare accumulata in periodi economici migliori.

In prospettiva, tuttavia, la potenza economica dei paesi concorrenti, ma anche dei vassalli riottosi, consentirà di relativizzare il fattore statale-militare che ancora oggi è un punto di forza degli USA.

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