IL CAPITALE LIBRO I PREFAZIONI E POSCRITTI

IL CAPITALE
LIBRO I
PREFAZIONI E POSCRITTI
PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE
Quest’opera della quale consegno al pubblico il primo volume, costituisce il seguito del mio scritto Per la critica dell’economia politica, pubblicato nel 1859. Il lungo intervallo fra l’inizio e la continuazione è dovuto a una malattia durata molti anni, che ha interrotto a più riprese il mio lavoro.
Il contenuto di quello scritto anteriore è riassunto nel primo capitolo di questo volume; e non solo per mantenere il nesso e per completezza: l’esposizione è migliorata; ogni volta che è stato possibile, molti punti, prima semplicemente accennati, ora sono stati ulteriormente sviluppati mentre, viceversa, cose che là erano state sviluppate per esteso qui sono solo accennate. Le sezioni sulla storia della teoria del valore e del denaro sono state ora soppresse del tutto, com’è ovvio; tuttavia il lettore dello scritto precedente troverà nelle note al primo capitolo nuove fonti per la storia di quella teoria.
Il detto « ogni inizio è difficile » vale per tutte le scienze. Perciò la comprensione del primo capitolo e specialmente della sezione che contiene l’analisi della merce presenterà maggior difficoltà degli altri. Però ho svolto nella maniera più divulgativa possibile ciò che riguarda più da vicino l’analisi della sostanza di valore e della grandezza di valore Questo è sembrato tanto più necessario, perché perfino quella sezione dello scritto di F. Lassalle contro Schulze-Delitzsch, che a dire dell’autore dà la «quintessenza spirituale » del mio svolgimento di quei temi, contiene notevoli malintesi. En passant: il Lassalle ha preso a prestito dai miei scritti, quasi alla lettera, fino a servirsi della terminologia creata da me, tutte le proposizioni teoriche generali dei suoi lavori economici, p. es. quelle sul carattere storico del capitale, sul nesso fra rapporti di produzione e modo di produzione, ecc., e non ha mai citato le sue fonti: ma tale procedimento è stato determinato certo da considerazioni di propaganda. Naturalmente, non parlo delle sue amplificazioni dei particolari né delle sue applicazioni pratiche, con le quali io non ho niente a che fare.. La forma di valore, della quale la forma di denaro è la figura perfetta, è poverissima di contenuto e semplicissima. Tuttavia, invano l’umanità da più di duemila anni ha cercato di scandagliarla a fondo, mentre d’altra parte l’analisi di forme molto più ricche di contenuto e molto più complicate è riuscita per lo meno approssimativamente. Perché? Perché il corpo già formato è più facile da studiare che la cellula del corpo. Inoltre, all’analisi delle forme economiche non possono servire né il microscopio né i reagenti chimici: l’uno e gli altri debbono essere sostituiti dalla forza d’astrazione. Ma per quanto riguarda la società borghese la forma di merce del prodotto del lavoro, ossia la forma di valore della merce, è proprio la forma economica corrispondente alla forma di cellula. Alla persona incolta, l’analisi di tale forma sembra aggirarsi fra pure e semplici sottigliezze: e di fatto si tratta di sottigliezze, soltanto che si tratta di sottigliezze come quelle dell’anatomia microscopica.
Quindi, eccezion fatta per la sezione sulla forma di valore, non si potrà accusare questo libro d’esser di difficile comprensione. Presuppongo naturalmente lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo e che quindi vogliano anche pensare da sé.
Il fisico osserva i processi naturali nel luogo dove essi si presentano nella forma più definita e meno offuscata da influssi perturbatori, oppure, quando è possibile, fa esperimenti in condizioni tali da garantire lo svolgersi del processo allo stato puro. In quest’opera debbo indagare il modo capitalistico di produzione e i rapporti di produzione e di scambio che gli corrispondono. Fino a questo momento, loro sede classica è l’Inghilterra. Per questa ragione è l’Inghilterra principalmente che serve a illustrare lo svolgimento della mia teoria. Ma nel caso che il lettore tedesco si stringesse farisaicamente nelle spalle a proposito delle condizioni degli operai inglesi dell’industria e dell’agricoltura o si acquietasse ottimisticamente al pensiero che in Germania ci manca ancor molto che le cose vadano così male, gli debbo gridare: De te fabula narratur!
In sé e per sé, non si tratta del grado maggiore o minore di sviluppo degli antagonismi sociali derivanti dalle leggi naturali della produzione capitalistica, ma proprio di tali leggi, di tali tendenze operanti ed effettuantisi con bronzea necessità. Il paese industrialmente più sviluppato non fa che mostrare a quello meno sviluppato l’immagine del suo avvenire.
Ma facciamo astrazione da ciò. Dove la produzione capitalistica ha acquistato piena cittadinanza fra noi, per es. nelle fabbriche vere e proprie, le condizioni sono molto peggiori di quel che sono in Inghilterra, poiché manca il contrappeso della legislazione sulle fabbriche. In tutte le altre sfere siamo tormentati, come tutto il resto dell’Europa occidentale continentale, non solo dallo sviluppo della produzione capitalistica, ma anche dalla mancanza di tale sviluppo. Oltre le miserie moderne, ci opprime tutta una serie di miserie ereditarie, che sorgono dal vegetare di modi di produzione antiquati e sorpassati, che ci sono stati trasmessi col loro corteggio di rapporti sociali e politici anacronistici. Le nostre sofferenze vengono non solo dai vivi, ma anche dai morti Le mort saisit le vif!
A confronto di quella inglese, la statistica sociale della Germania e della restante Europa occidentale che fa parte del continente, è miserabile. Tuttavia solleva il velo proprio quel tanto che basta per far intuire come dietro ad esso si celi un volto di Medusa. Noi saremmo spaventati delle nostre proprie condizioni se i nostri governi e i nostri parlamenti insediassero periodicamente, commissioni d’inchiesta sulle condizioni economiche, se tali commissioni venissero fornite di pieni poteri per la ricerca della verità, come in Inghilterra, se si riuscisse a trovare per esse uomini competenti, imparziali e privi di rispetti umani come gli ispettori di fabbrica inglesi, i relatori inglesi sulla salute pubblica, i commissari inglesi per le inchieste sullo sfruttamento delle donne e dei fanciulli, sulle condizioni delle abitazioni e della nutrizione, e così via. Perseo usava un manto di nebbia per inseguire i mostri. Noi ci tiriamo la cappa di nebbia giù sugli occhi e le orecchie, per poter negare l’esistenza dei mostri.
Non dobbiamo illuderci in proposito. Come la guerra d’indipendenza americana del secolo XVIII ha suonato a martello per la classe media europea, così la guerra civile americana del secolo XIX suona a martello per la classe operaia europea. In Inghilterra il processo di rivolgimento è tangibile a tutti. Quando sarà salito a un certo livello esso non potrà non avere un contraccolpo sul continente: e quiví si muoverà in forme più brutali o più umane, a seconda del grado di sviluppo della classe operaia stessa. Astrazion fatta da motivi superiori, è proprio il loro interesse più diretto e proprio, a imporre alle classi ora dominanti di sgombrare il terreno da tutti gli impedimenti legalmente controllabili che impacciano lo sviluppo della classe operaia. Questa è la ragione per la quale in questo volume ho dato un posto così esteso, fra l’altro, alla storia, al contenuto e ai risultati della legislazione inglese sulle fabbriche. Una nazione deve e può imparare da un’altra. Anche quando una società è riuscita a intravedere la legge di natura del proprio movimento – e fine ultimo al quale mira quest’opera è di svelare la legge economica del movimento della società moderna – non può né saltare né eliminare per decreto le fasi naturali dello svolgimento. Ma può abbreviare e attenuare le doglie del parto.
In una parola per evitare possibili malintesi. Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista e dei proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione di categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classi. Il mio punto di vista, che concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale, può meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali esso rimane socialmente creatura, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi.
Nel campo dell’economia politica la libera ricerca scientifica non incontra soltanto gli stessi nemici che incontra in tutti gli altri campi. La natura peculiare del materiale che tratta chiama a battaglia contro di essa le passioni più ardenti, più meschine e più odiose del cuore umano, le Furie dell’interesse privato. Per esempio, la Chiesa alta anglicana perdona Piuttosto l’attacco a trentotto dei suoi trentanove articoli di fede, che l’attacco a un trentanovesimo delle sue entrate in denaro. Oggi perfino l’ateismo è culpa levis, in confronto alla critica dei rapporti tradizionali di proprietà. Tuttavia non si può misconoscere che qui c’è un progresso. Rimando, per esempio, al libro azzurro pubblicato nelle settimane passate: Correspondence with Her Majesty’s Missions board, regarding Industrial Questions and Trades’ Unions. I rappresentanti esteri della corona inglese vi esprimono chiaro e tondo l’opinione che in Germania, in Francia, in breve, in tutti gli Stati inciviliti del continente europeo una trasformazione dei rapporti esistenti fra capitale e lavoro è altrettanto sensibile e altrettanto inevitabile che in Inghilterra. Contemporaneamente, al di là dell’Oceano Atlantico il signor Wade, vicepresidente degli Stati Uniti dell’America del Nord, ha dichiarato in pubblici meetings che, compiuta l’abolizione della schiavitù, si presenta all’ordine del giorno la trasformazione dei rapporti del capitale e della proprietà fondiaria! Questi sono segni dei tempi, che non possono essere nascosti sotto manti purpurei o sotto tonache nere. Non significano che domani accadranno miracoli. Indicano che anche nelle classi dominanti albeggia il presentimento che la società odierna non è un solido cristallo, ma un organismo capace di trasformarsi e in costante processo di trasformazione.
Il secondo volume di questo scritto tratterà il processo di circolazione del capitale (Libro II), e le formazioni del processo complessivo (Libro III); il volume terzo, conclusivo (Libro IV) tratterà la storia della teoria.
Sarà per me benvenuto ogni giudizio di critica scientifica. Per quanto riguarda i pregiudizi della cosiddetta opinione pubblica, alla quale non ho fatto mai concessioni, per me vale sempre il motto del grande fiorentino:
Segni il tuo corso, e lascia dir le genti!
Londra, 25 luglio 1867.
Karl Marx
POSCRITTO ALLA SECONDA EDIZIONE
Ai lettori della prima edizione devo in primo luogo dare spiegazioni sui cambiamenti fatti nella seconda edizione. Balza agli occhi che la distribuzione del libro è più chiara. Le note aggiunte sono indicate come nota alla seconda edizione. Per quanto riguarda il testo vero e proprio, le cose più importanti sono:
Capitolo I, 1: La deduzione del valore mediante l’analisi delle equazioni nelle quali si esprime ogni valore di scambio è eseguita con maggior rigore scientifico; così pure viene messo in rilievo espressamente il nesso fra la sostanza di valore e la determinazione della grandezza di valore mediante il tempo di lavoro socialmente necessario: nesso che nella prima edizione era solo accennato. La sezione 3 del capitolo I (la forma di valore) è completamente rielaborata, come già imponeva la duplice esposizione della prima edizione. Osservo di passaggio che quella duplice esposizione era dovuta al mio amico dott. L. Kugelmann di Hannover. Mi trovavo in visita a casa sua nella primavera del 1867, quando arrivarono i primi fogli delle bozze di stampa, ed egli mi convinse che per la maggior parte dei lettori era necessaria una discussione supplementare, più didattica, della forma di valore. L’ultima sezione del primo capitolo, Il carattere di feticcio della merce, ecc., è in gran parte cambiata. La sezione 1 del capitolo III (misura dei valori) è stata accuratamente riveduta, perché nella prima edizione era stata trattata con una certa negligenza, rimandandosi alla esposizione già data in Per la critica dell’economia politica, Berlino, 1859. Il capitolo VII, specialmente nella seconda parte, è considerevolmente rimaneggiato.
Sarebbe inutile entrare singolarmente nei particolari dei cambiamenti parziali del testo, che spesso sono soltanto stilistici: essi si estendono a tutto il libro. Tuttavia, ora, rivedendo la traduzione francese che esce a Parigi, trovo che molte parti dell’originale tedesco avrebbero richiesto, qua una rielaborazione più energica, là una maggiore correzione stilistica, o anche una eliminazione più accurata di sviste occasionali. Ma è mancato il tempo, perché soltanto nell’autunno del 1871, nel bel mezzo di altri lavori urgenti, ebbi la notizia che il libro era esaurito e che la stampa della seconda edizione doveva cominciare già nel gennaio del 1872.
La comprensione che il Capitale ha trovato rapidamente in vaste sfere della classe operaia tedesca è la miglior ricompensa del mio lavoro. Un uomo che economicamente rappresenta il punto di vista borghese, il signor Mayer, fabbricante viennese, ha giustamente mostrato in un opuscolo uscito durante la guerra franco-tedesca che il grande senso teorico che veniva considerato patrimonio. ereditario tedesco, è stato completamente smarrito dalle cosiddette classi colte della Germania, e invece torna a rivivere nella sua classe operaia.
Fino ad ora l’economia politica è rimasta in Germania una scienza straniera. Gustav von Guelich in Esposizione storica del commercio, delle arti e mestieri, ecc., e particolarmente nei due primi volumi dell’opera, editi nel 1830, ha già esaminato in gran parte le circostanze storiche che hanno impedito da noi lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, e quindi anche l’edificazione della moderna società borghese. Mancava dunque l’humus dell’economia politica. E questa venne importata come merce finita dall’Inghilterra e dalla Francia; i professori tedeschi di economia politica rimasero scolari. L’espressione teorica di una realtà forestiera si trasformò fra le loro mani in una raccolta di dogmi, interpretati da loro nel senso del mondo piccolo-borghese che li circondava: quindi malamente interpretati. Non potendosi reprimere del tutto il sentimento d’impotenza scientifica e il disagio prodotto dalla coscienza di dover sdottorare su un argomento di fatto estraneo, si cercò di nasconderli sotto il fasto dell’erudizione di storia e di letteratura, o frammischiandovi materiali estranei, presi a prestito dalle cosiddette scienze camerali: e questo guazzabuglio di cognizioni è il purgatorio per il quale deve passare il candidato di belle speranze che si appresta a entrare nella burocrazia tedesca.
In Germania la produzione capitalistica si è rapidamente sviluppata dopo il 1848, ed oggi è già nella prima fioritura delle sue frodi. Ma ai nostri specialisti la sorte è rimasta avversa come prima. Finché potevano fare dell’economia politica senza preoccupazioni, nella realtà tedesca mancavano le condizioni economiche moderne. Quando nacquero queste condizioni, la loro nascita avvenne in circostanze che non permettevano e non permettono più, entro l’ambito visuale borghese, di studiare spregiudicatamente quelle condizioni. L’economia politica, in quanto è borghese, cioè in quanto concepisce l’ordinamento capitalistico, invece che come grado di svolgimento storicamente transitorio, addirittura all’inverso, come forma assoluta e definitiva della produzione sociale, può rimanere scienza soltanto finché la lotta delle classi rimane latente o si manifesta soltanto in fenomeni isolati.
Prendiamo l’Inghilterra. La sua economia politica classica cade nel periodo in cui la lotta fra le classi non era ancora sviluppata. Il suo ultimo grande rappresentante, il Ricardo, fa
infine, consapevolmente, dell’opposizione fra gli interessi del classi, fra salario e profitto, fra il profitto e la rendita fondiaria il punto di partenza delle sue ricerche, concependo ingenuamente questa opposizione come legge naturale della società. Ma in tal modo la scienza borghese dell’economia era anche arrivata al suo limite insormontabile. Ancora mentre il Ricardo viveva, e in contrasto con lui, le si contrappose la critica, nella persona del Sismondi Vedi il mio scritto Per la critica dell’economia politica, p. 39..
L’età seguente, dal 1820 al 1830, è contraddistinta in Inghilterra dalla vivacità scientifica nel campo dell’economia politica Fu il periodo tanto della volgarizzazione e diffusione della teoria ricardiana, quanto della sua lotta contro la vecchia scuola. Si celebrarono splendidi tornei. Le imprese allora compiute sono poco conosciute sul continente europeo perché la polemica è dispersa in gran parte in articoli di riviste, scritti occasionali e pamphlet. Il carattere spregiudicato di quella polemica – benché la teoria ricardiana vi serva già, eccezionalmente, anche come arme offensiva contro l’economia borghese – si spiega con le circostanze del tempo. Da una parte, anche la grande industria stava appena uscendo dall’infanzia, com’è provato già dal fatto che essa apre il cielo periodico della sua vita moderna soltanto con la crisi del 1825. Dall’altra parte, la lotta delle classi fra capitale e lavoro era respinta nello sfondo, politicamente per la discordia fra governi e l’aristocrazia feudale schierati attorno alla Santa Alleanza, e la massa popolare guidata dalla borghesia, economicamente per la contesa fra capitale industriale e proprietà fondiaria aristocratica, celata in Francia dietro l’opposizione piccola proprietà e grande proprietà fondiaria, apertamente scoppiata in Inghilterra dopo le leggi sui grani. La letteratura economica inglese di questo periodo rammenta il periodo d’entusiasmo aggressivo per l’economia politica in Francia dopo la morte del dottor Quesnay: ma solo come l’estate di San Martino rammenta la primavera. Col 1830 subentrò la crisi che decise una volta per tutte.
La borghesia aveva conquistato il potere politico in Francia e in Inghilterra. Da quel momento la lotta fra le classi raggiunse, tanto in pratica che in teoria, forme via via più pronunciate e minacciose. Per la scienza economica borghese quella lotta suonò la campana a morte. Ora non si trattava più di vedere se questo o quel teorema era vero o no, ma se era utile o dannoso, comodo o scomodo al capitale, se era accetto o meno alla polizia. Ai ricercatori disinteressati subentrarono pugilatori a pagamento, all’indagine scientifica spregiudicata subentrarono la cattiva coscienza e la malvagia intenzione dell’apologetica. Eppure perfino gli importuni trattatelli che l’Anti-Corn Law League, con i fabbricanti Cobden e Bright in testa, lanciò per il mondo, offrivano un interesse se non scientifico almeno storico, con la loro polemica contro l’aristocrazia fondiaria. La legislazione sul libero commercio dopo Sir Robert PeeI ha strappato all’economia volgare anche quest’ultimo pungiglione.
La rivoluzione continentale del 1848 ebbe il suo contraccolpo anche in Inghilterra. Uomini che ancora rivendicavano valore scientifico e volevano essere qualcosa di più di meri sofisti o sicofanti delle classi dominanti, cercarono di mettere l’economia politica del capitale d’accordo con le rivendicazioni del proletariato, che ormai non potevano esser ignorate più a lungo. Di qui un sincretismo esanime, come è rappresentato, meglio cheda altri, da John Stuart Mill. E’ quella dichiarazione di fallimento dell’economia «borghese» che ha già messo magistralmente in luce il grande dotto e critico russo N. Cernyscevski nella sua opera Lineamenti dell’economia politica secondo il Mill.
In Germania, dunque, il modo di produzione capitalistico venne a maturazione dopo che il suo carattere antagonistico si era fragorosamente rivelato in Francia e in Inghilterra attraverso lotte storiche, quando il proletariato tedesco possedeva già una coscienza teorica di classe molto più decisa di quella della borghesia tedesca. Dunque, appena quivi sembrò divenir possibile una scienza borghese dell’economia politica, essa era già ridivenuta impossibile.
In queste circostanze i suoi corifei si divisero in due schiere. Gli uni, gente saggia, amante del guadagno, pratica, si schierarono sotto la bandiera del Bastiat, il più superficiale e quindi il meglio riuscito rappresentante dell’apologetica economica volgare; gli altri, fieri della dignità professorale della loro scienza, seguirono J. Stuart Mill nel tentativo di conciliare l’inconciliabile. I tedeschi rimasero anche nell’età della decadenza dell’economia borghese puri e semplici scolari, ripetitori pedissequi e copiatori, piccoli rivenditori ambulanti dei grandi grossisti stranieri, come erano stati nell’età classica dell’economia politica borghese.
Lo sviluppo storico peculiare della società tedesca escludeva quindi in Germania ogni continuazione originale dell’economia « borghese », ma non escludeva la critica. Se e in quanto tale critica rappresenta una classe, può rappresentare solo la classe la cui funzione storica è il rovesciamento del modo capitalistico di produzione, e, a conclusione, l’abolizione delle classi: cioè il proletariato.
I dotti e gli indotti corifei della borghesia tedesca hanno cercato dapprima di uccidere il Capitale col silenzio, com’erano riusciti a fare coi miei scritti precedenti. Appena questa tattica cessò di corrispondere alle condizioni del momento, essi si misero a scrivere, col pretesto di criticare il mio libro, istruzioni « Per la quiete della coscienza borghese », ma trovarono nella stampa operaia campioni più forti di loro, ai quali fino ad ora non sono riusciti a rispondere: vedansi, per esempio, i saggi di Joseph Dietzgen nel Volksstaat I vociferatori sbrodoloni dell’economia volgare tedesca mi sgridano per lo stile e l’esposizione del mio lavoro. Nessuno giudicherà più severamente di me le manchevolezze letterarie del Capitale. Tuttavia, a maggior vantaggio e letizia di quei signori e del loro pubblico, voglio citare qui un giudizio inglese e uno russo. La Saturday Review, che è assolutamente ostile alle mie opinioni, disse annunciando la prima edizione tedesca: l’esposizione « conferisce un certo fascino particolare anche alle questioni economiche più aride ». La S.-P. Viedomosti (Gazzetta di Pietroburgo) osserva fra l’altro nel suo numero del 20 aprile 1872: «L’esposizione, eccezion fatta di poche parti troppo speciali, si distingue per comprensibilità generale, chiarezza e straordinaria vivacità, nonostante l’elevatezza scientifica dell’argomento. Da questo punto di vista l’autore non assomiglia… neppur da lontano alla maggioranza dei dotti tedeschi i quali… scrivono i loro libri in una lingua così ottenebrata e arida da farne scoppiare la testa ai comuni mortali ». Però ai lettori della letteratura professorale germano-nazional-liberale contemporanea scoppia qualcosa di ben di. verso che la testa..
(Un’ottima traduzione russa del Capitale è apparsa nella primavera del 1872 a Pietroburgo. L’edizione di tremila esemplari è quasi esaurita, già adesso. Il signor N. Sieber (Ziber), professore di economia politica all’università di Kiev, aveva dímostrato nel suo scritto Teoria tsiennosti i kapitala D. Ricardo (Teoria del valore e del capitale di D. Ricardo) che la mia teoria del valore, del denaro e del capitale era nei suoi tratti fondamentali il necessario svolgimento ulteriore della dottrina dello Smith e del Ricardo. Quel che sorprende il lettore dell’Europa occidentale in questo solido libro è che il Sieber tiene fermo coerentemente al punto di vista puramente teorico.
Il metodo applicato nel Capitale è stato poco compreso, come mostrano già le interpretazioni contraddittorie che se ne sono date.
Così la Revue Positiviste di Parigi mi rimprovera, da una parte, di aver trattato metafisicamente l’economia, dall’altra parte – indovinate un po’! – di essermi limitato a una scomposizione puramente critica del dato, invece di prescrivere ricette (comtiane?) per l’osteria dell’avvenire. Contro il rimprovero della metafisica il prof. Sieber osserva: « Per quanto riguarda la teoria in senso proprio, il metodo di Marx è il metodo deduttivo di tutta la scuola inglese, le cui manchevolezze ed i cui pregi sono comuni ai migliori economisti teorici ». Il signor M. Block – Les Théoriciens du Socialisme en Allemagne, Extrait du Journal des Economistes, juillet et aoút 1872 – scopre che il mio metodo è analitico, e dice fra l’altro: « Con quest’opera il signor Marx si pone nella schiera degli intelletti analitici più eminenti ». I recensori tedeschi, naturalmente, gridano alla sofistica hegeliana. Il Viestnik Evropy di Pietroburgo (Messaggero europeo) che tratta esclusivamente il metodo del Capitale (numero del maggio 1872, pp. 427-36) trova che il mio metodo d’indagine è rigorosamente realistico, ma che il mio metodo espositivo è sciaguratamente germano-dialettico. Esso dice: « A prima vista, a giudicare dalla forma esteriore della esposizione, Marx si presenta come il più grande dei filosofi idealisti, e nel senso tedesco, cioè nel senso cattivo della parola. Ma in realtà egli è infinitamente più realista di tutti i suoi predecessori nel campo della critica economica… Non lo si può assolutamente chiamare idealista». Non so rispondere all’egregio autore meglio che con alcuni estratti della sua stessa critica, che inoltre potranno interessare molti miei lettori ai quali è inaccessibile l’originale russo.
Dopo una citazione dalla mia prefazione alla Critica dell’economia politica, Berlino, 1859, pp. IV-VII, dove ho esposto la base materialistica del mio metodo, l’egregio autore continua:
«Per Marx una cosa sola importa: trovare la legge dei fenomeni che sta indagando. E per lui non è importante soltanto la legge che li governa in quanto hanno forma finita e fanno parte di un nesso osservabile in un periodo di tempo dato. Per lui è importante soprattutto la legge del loro mutamento, del loro sviluppo, ossia del trapasso dei fenomeni da una forma nell’altra, da un ordinamento di quel nesso a uno nuovo. Una volta scoperta tale legge, Marx indaga nei loro particolari le conseguenze con cui la legge si manifesta nella vita sociale… In conseguenza di ciò Marx si sforza solo di fare una cosa: comprovare attraverso una indagine scientifica precisa la necessità di determinati ordinamenti dei rapporti sociali e constatare nel modo più completo possibile quei fatti che gli servono come punti di partenza o come punti di appoggio. A questo scopo è del tutto sufficiente dimostrare insieme la necessità dell’ordine esistente e la necessità di un ordine nuovo, nel quale il primo deve trapassare inevitabilmente – del tutto indifferente rimanendo che gli uomini vi credano o non vi credano, che essi ne siano o non ne siano coscienti. Marx considera il movimento sociale come un processo di storia naturale retto da leggi che non solo non dipendono dalla volontà, dalla coscienza e dalle intenzioni degli uomini, ma anzi, determinano la loro volontà, la loro coscienza e le loro intenzioni… Se l’elemento cosciente ha una funzione così subordinata nella storia della civiltà, è ovvio di per se stesso che la critica che ha per oggetto la civiltà stessa, non potrà prendere a fondamento, men che mai, una qualsiasi forma o un qualsiasi risultato della coscienza. Il che significa che non l’idea, ma solo il fenomeno esterno può servirle come punto di partenza. La critica si limiterà alla comparazione e al confronto di un fatto, non con l’idea ma con un altro fatto. Per essa importa soltanto che entrambi i dati di fatto vengano indagati nel modo più esatto possibile, e che costituiscano realmente differenti momenti di sviluppo l’uno in confronto all’altro; ma più importante di tutto è che venga indagata con altrettanta esattezza la serie degli ordinamenti, la successione e il collegamento nel quale si presentano i gradi dello sviluppo. Ma, si dirà, le leggi generali della vita economica sono uniche e sempre le stesse; ed è del tutto indifferente se si applicano al presente o al passato. Marx nega proprio questo. Per lui tali leggi astratte non esistono… Per lui ogni periodo storico ha le sue leggi proprie… Appena la vita si è ritirata da un periodo determinato dello sviluppo, appena la vita passa da uno stadio dato ad un altro, comincia anche a essere retta da altre leggi. In breve, la vita economica ci offre un fenomeno analogo a quello della storia dello sviluppo negli altri settori della biologia… I vecchi economisti, confrontando le leggi economiche con le leggi della fisica e della chimica, mostravano di non averne capito la natura… Un’analisi più profonda dei fenomeni ha dimostrato che la distinzione fra i vari organismi sociali è altrettanto fondamentale di quella fra gli organismi vegetali e gli organismi animali… Anzi, il medesimo fenomeno ubbidisce a leggi differentissime in conseguenza delle differenze fra la struttura complessiva di quegli organismi, della variazione dei loro singoli organi, delle distinzioni fra le condizioni nelle quali gli organi stessi funzionano, ecc. Per esempio Marx nega che la legge della popolazione sia la stessa in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Afferma anzi che ogni grado di sviluppo ha una sua propria legge, della popolazione… Alla differenza di sviluppo della forza produttiva corrispondono cambiamenti dei rapporti e delle leggi che li regolano. Marx, proponendosi il fine di indagare e di spiegare l’ordinamento economico capitalistico da questo punto di vista, non fa che formulare con rigore scientifico lo scopo che non può non proporsi ogni indagine esatta della vita economica… Il valore scientifico di tale indagine sta nella spiegazione delle leggi specifiche che regolano nascita, esistenza, sviluppo e morte di un organismo sociale dato, e la sua sostituzione da parte di un altro, superiore. E il libro di Marx ha di fatto questo valore scientifico ».
Nel rappresentare quel che egli chiama il mio metodo effettivo, in maniera così esatta e così benevola per quanto concerne la mia applicazione personale di esso, che cos’altro ha rappresentato l’egregio autore se non il metodo dialettico?
Certo, il modo di esporre un argomento deve distinguersi formalmente dal modo di compiere l’indagine. L’indagine deve appropriarsi il materiale nei particolari, deve analizzare le sue differenti forme di sviluppo e deve rintracciarne l’interno concatenamento. Solo dopo che è stato compiuto questo lavoro, il movimento reale può essere esposto in maniera conveniente. Se questo riesce, e se la vita del materiale si presenta ora idealmente riflessa, può sembrare che si abbia a che fare con una costruzione a priori.
Per il suo fondamento, il mio metodo dialettico, non solo è differente da quello hegeliano, ma ne è anche direttamente l’opposto. Per Hegel il processo del pensiero, che egli trasforma addirittura in soggetto indipendente col nome di Idea, è il demiurgo del reale, che costituisce a sua volta solo il fenomeno esterno dell’idea o processo del pensiero. Per me, viceversa, l’elemento ideale non è altro che l’elemento materiale trasferito e tradotto nel cervello degli uomini.
Ho criticato il lato mistificatore della dialettica hegeliana quasi trent’anni fa, quando era ancora la moda del giorno. Ma proprio mentre elaboravo il primo volume del Capitale i molesti, presuntuosi e mediocri epigoni che ora dominano nella Germania colta si compiacevano di trattare Hegel come ai tempi di Lessing il bravo Moses Mendelssohn trattava lo Spinoza: come un «cane morto». Perciò mi sono professato apertamente scolaro di quel grande pensatore, e ho perfino civettato qua e là, nel capitolo sulla teoria del valore, col modo di esprimersi che gli era peculiare. La mistificazione alla quale soggiace la dialettica nelle mani di Hegel non toglie in nessun modo che egli sia stato il primo ad esporre ampiamente e consapevolmente le forme generali del movimento della dialettica stessa. In lui essa è capovolta. Bisogna rovesciarla per scoprire il nocciolo razionale entro il guscio mistico.
Nella sua forma mistificata, la dialettica divenne una moda tedesca, perché sembrava trasfigurare lo stato di cose esistente. Nella sua forma razionale, la dialettica è scandalo e orrore per la borghesia e per i suoi corifei dottrinari, perché nella comprensione positiva dello stato di cose esistente include simultaneamente anche la comprensione della negazione di esso, la comprensione del suo necessario tramonto, perché concepisce ogni forma divenuta nel fluire del movimento, quindi anche dal suo lato transeunte, perché nulla la può intimidire ed essa è critica e rivoluzionaria per essenza.
La cosa che più incisivamente fa sentire al borghese, uomo pratico, il movimento contraddittorio della società capitalistica sono le alterne vicende del cielo periodico percorso dall’industria moderna, e il punto culminante di quelle vicende: la crisi generale. Essa è di nuovo in marcia, benché ancora sia agli stadi preliminari; e per l’universalità del suo manifestarsi, come per l’intensità dei suoi effetti inculcherà la dialettica perfino ai fortunati profittatori del nuovo sacro impero borusso-germanico.
Londra, 24 gennaio 1873.
Karl Marx
PREFAZIONE E POSCRITTO ALL’EDIZIONE FRANCESE
Londra, 18 marzo 1872.
Al cittadino Maurice La Chátre.
Caro cittadino,
plaudo alla vostra idea di pubblicare la traduzione del Capitale a dispense periodiche. In questa forma l’opera sarà più accessibile alla classe operaia; e per me questa considerazione è più importante di tutte le altre.
Questo è il lato bello della vostra medaglia, ma eccone il rovescio: il metodo d’analisi che ho adoprato e che non era ancora mai stato applicato ad argomenti economici, rende abbastanza ardua la lettura dei primi capitoli, ed è da temere che il pubblico francese, sempre impaziente di arrivare alla conclusione, avido, di conoscere il nesso dei principi generali coi problemi immediati che lo appassionano, s’impenni perché non può subito andare avanti.
Contro questo svantaggio non posso far niente, fuorché, tuttavia, avvertire e premunire i lettori che cercano il vero. Per la scienza non c’è via maestra, e hanno probabilità di arrivare alle sue cime luminose soltanto coloro che non temono di stancarsi a salire i suoi ripidi sentieri.
Vi assicuro, caro cittadino, della mia devozione.
Karl Marx
AVVISO AL LETTORE
Il signor J. Roy si era impegnato a dare una traduzione esatta e perfino letterale il più possibile; e ha adempiuto scrupolosamente il suo compito. Ma proprio i suoi scrupoli mi hanno costretto a modificare la redazione del libro per renderla più accessibile al lettore. Questi rimaneggiamenti fatti giorno per giorno, poiché il libro si pubblicava a dispense, sono stati compiuti con cura diseguale e han dovuto produrre discordanze di stile.
Una volta intrapreso questo lavoro di revisione, sono stato indotto a rivolgerlo anche alla sostanza del testo originale (la seconda edizione tedesca), a semplificare qualche svolgimento, a completarne qualcun altro, a dare materiali storici o statistici addizionali, ad aggiungere osservazioni critiche, ecc. Quali si siano dunque le imperfezioni letterarie di questa edizione francese, essa possiede un valore scientifico indipendente dall’originale, e deve essere consultata anche dai lettori che conoscono la lingua tedesca.
Riporto qui sotto le parti del poscritto alla seconda edizione tedesca che si riferiscono allo sviluppo dell’economia politica in Germania e al metodo adoprato in quest’opera.
Londra, 28 aprile 1875.
Karl Marx
PER LA TERZA EDIZIONE
Non fu dato a Marx di preparare personalmente per la stampa questa terza edizione. Il pensatore potente, alla cui grandezza s’inchinano ora anche gli avversari, è morto il 14 marzo 1883.
Su me, che in lui ho perduto l’amico d’un quarantennio, l’amico migliore e più costante, al quale sono debitore più di quanto si possa esprimere in parole, è caduto ora il dovere di curare la pubblicazione di questa terza edizione come pure del secondo volume, lasciato manoscritto. Devo render conto al lettore del modo con cui ho adempiuto alla prima parte di quest’obbligo.
Marx aveva da principio l’intenzione di rielaborare in gran parte il testo del primo volume, di formulare più nettamente alcuni punti teorici, di inserirne altri, di completare fino al. l’epoca più recente il materiale storico e statistico. Il suo cattivo stato di salute e l’impetuoso desiderio di arrivare alla redazione finale del secondo volume, l’indussero a rinunciare a tale intenzione. Solo le cose più necessarie dovevano essere modificate e dovevano essere inserite solo le aggiunte già contenute nella edizione francese (Le Capital. Par Karl Marx. Paris, Lachatre, 1873) pubblicata nel frattempo.
Fra le carte lasciate da Marx si trovò infatti anche un esemplare tedesco, da lui corretto in vari punti e corredato di riferimenti all’edizione francese; si trovò anche un esemplare francese in cui egli aveva indicato con precisione i passi da usare. Queste modificazioni e aggiunte si limitano, con poche eccezioni, all’ultima parte del libro, la sezione: Il processo d’accumulazione del capitale. Qui il testo fino ad allora usato seguiva più che in altri casi l’abbozzo originario, mentre le sezioni precedenti erano state elaborate più a fondo. Lo stile era quindi più vivace. più fuso ma anche più negletto, disseminato di anglicismi, e qua e là poco chiaro; l’andamento delle idee svolte aveva qualche lacuna qua e là, giacché alcuni momenti importanti dello svolgimento erano solo accennati.
Quanto allo stile, Marx stesso aveva riveduto a fondo parecchie sottosezioni, indicandomi così, oltre che in frequenti accenni orali, in che misura potevo eliminare espressioni tecniche inglesi e altri anglicismi. Marx avrebbe certo rielaborato le aggiunte e le integrazioni e avrebbe sostituito al nitido francese il proprio tedesco così denso; io ho dovuto accontentarmi di tradurle attenendomi il più possibile al testo originale.
Dunque in questa terza edizione non è cambiata nessuna parola di cui io non sappia con certezza che l’autore stesso l’avrebbe cambiata. Non poteva venirmi in mente di introdurre nel Capitale il gergo corrente in cui sogliono esprimersi gli economisti tedeschi, quello strano pasticcio linguistico in cui, per esempio, colui il quale si fa dare del lavoro da altri contro pagamento in contanti, si chiama il datore il datore di lavoro, e prenditore di lavoro si chiama colui al quale viene preso il proprio lavoro contro pagamento di un salario. Anche in francese travail si usa nella vita di tutti i giorni con il significato di «occupazione ». Ma a ragione i francesi riterrebbero pazzo l’economista che chiamare il capitalista donneur de travail, e l’operaío receveur de travail.
Nè mi sono permesso di ridurre la moneta, i pesi e le inglesi, usati in tutto il testo, ai loro equivalenti tedeschi di nuovo conio. Quando apparve la prima edizione, vi erano in Germania tante specie di pesi e misure quanti giorni in un anno, inoltre vi erano due specie di marco (il marco imperiale aveva valore soltanto nella mente del Soetbeer che l’aveva inventato verso il 1840), fiorini di due specie e talleri di alme specie, fra i quali uno la cui unità era il « nuovo due terzi ». Nelle scienze naturali dominavano pesi e misure del sistema metrico decimale, sul mercato mondiale quelli inglesi. In tali circostanze usare le unità di misura inglesi era cosa ovvia in un libro costretto ad attingere la documentazione dei dati di fatto quasi esclusivamente alla situazione industriale inglese. E quest’ultima ragione rimane decisiva anche oggi, tanto più che la situazione rispettiva del mercato mondiale non è quasi affatto mutata, e i pesi e le misure inglesi dominano ancor oggi esclusivamente, particolarmente nelle industrie d’importanza decisiva: ferro e cotone.
Infine ancora poche parole sul modo di citare di Marx, che è stato poco compreso. Quando si tratta di semplici indicazioni e illustrazioni di dati di fatto, le citazioni, p. es. quelle dai libri azzurri inglesi, servono com’è ovvio da semplici riferimenti. Ma il caso è diverso quando sono citate opinioni teoriche di altri economisti; in questi casi la citazione non deve far altro che constatare dove, quando e da chi un pensiero economico, risultato nel corso dello svolgimento, sia stato espresso chiaramente per la prima volta. In questo caso, conta soltanto che l’idea economica in questione abbia importanza per la storia della scienza, che sia l’espressione teorica più o meno adeguata della situazione economica del suo tempo. Invece non conta niente che tale idea, dal punto di vista dell’autore, abbia ancora un valore, assoluto o relativo, oppure che appartenga ormai soltanto alla storia. Dunque queste citazioni costituiscono semplicemente un ininterrotto commento al testo, mutuato dalla storia della scienza economica, e fissano i singoli progressi più importanti della teoria economica, in base alla data e all’autore. E ciò era estremamente necessario per una scienza i cui storici si sono distinti sinora solo per una ignoranza tendenziosa che rasenta il carrierismo. Si comprenderà ora anche per quale ragione Marx, in armonia con il poscritto alla seconda edizione, si trovi a citare economisti tedeschi solo in via del tutto eccezionale.
Il secondo volume potrà uscire, speriamo, nel corso dell’anno 1884.
Londra, 7 novembre 1883.
Friedrich Engels
PREFAZIONE ALL’EDIZIONE INGLESE
La pubblicazione di un’edizione inglese del Capitale non ha bisogno di giustificazione. Al contrario, vedendo che da alcuni anni le teorie sostenute in questo libro sono sempre state citate, attaccate e difese, interpretate e snaturate, nella stampa periodica e nella letteratura d’attualità sia d’Inghilterra che di America, ci si potrebbe aspettare una spiegazione dei motivi per cui questa edizione inglese sia stata rimandata sino ad oggi.
Allorché, subito dopo la morte dell’autore nell’anno 1883, divenne evidente la reale necessità di un’edizione inglese dell’opera, il signor Samuel Moore, da lunghi anni amico di Marx e di chi scrive queste righe, e che ha forse più di chiunque altro familiare questo libro, si dichiarò disposto ad assumersi la traduzione che agli esecutori letterari di Marx premeva di presentare al pubblico. Era inteso che io avrei confrontato il manoscritto della traduzione con l’originale e avrei proposto le modificazioni che avessi ritenuto consigliabili. Quando a mano a mano risultò che gli impegni professionali impedivano al signor Moore di portare a termine la traduzione con la rapidità da noi tutti desiderata, accettammo volentieri l’offerta del dott. Aveling di assumersi parte del lavoro; allo stesso tempo la signora Aveling, figlia minore di Marx, si offrì di controllare le citazioni e di ristabilire il testo originale dei numerosi passi riportati da autori inglesi e da libri azzurri, tradotti da Marx in tedesco. Il che è stato fatto per tutto il libro, a meno di poche eccezioni inevitabili.
Sono state tradotte dal dott. Aveling le seguenti parti del libro (La suddivisione in capitoli dell’edizione inglese corrisponde a quella dell’edizione francese; Marx vi ha cambiato in capitoli le parti del 4. capitolo (che è insieme sezione II), e ha trasformato il 24. capitolo in una sezione VIII e le parti in capitoli.):
1. I capitoli X (La giornata lavorativa) e XI (Saggio e massa del plusvalore);
2. La sezione sesta (11 salario, comprendente i capitoli XIX-XXII);
3. Del capitolo XXIV, § 4 (Circostanze che ecc.) fino alla fine del libro, il che comprende l’ultima parte del capitolo XXIV, il capitolo XXV e tutta la sezione settima (i capitoli dal XXVI fino al XXXIII);
4. Le due prefazioni dell’autore. Tutto il resto del libro è stato curato dal signor Moore. Così mentre ognuno dei traduttori è responsabile soltanto della sua parte di lavoro, io ho la responsabilità complessiva di tutto il lavoro.
La terza edizione tedesca, base di tutto il nostro lavoro, era stata preparata da me nel 1883 con l’aiuto di appunti lasciati dall’autore, che indicavano quei passi della seconda edizione che dovevano essere sostituiti con passi segnati nel testo francese pubblicato nel 1873 Le Capital Par Karl Marx. Traduzione di M. J. Roy. completamente riveduta dall’autore, Paris, Lachátre, Questa traduzione contiene, specialmente nell’ultima parte del libro, modificazioni considerevoli e integrazioni del testo della seconda edizione tedesca.. Le modificazioni effettuate in tal modo nel testo della seconda edizione concordano in generale con i cambiamenti prescritti da Marx in una serie di istruzioni manoscritte per una traduzione inglese, progettata dieci anni fa in America ma poi lasciata cadere principalmente per la mancanza di un traduttore valente e adatto. Questo manoscritto ci è stato messo a disposizione dal nostro vecchio amico, il signor F. A. Sorge, di Hoboken, New Jersey. Vi sono indicate alcune ulteriori interpolazioni dall’edizione francese; ma essendo esso di tanti anni anteriore alle istruzioni finali per la terza edizione, non mi sono ritenuto autorizzato a valermene se non con molta parsimonia e specialmente in quei casi in cui ci aiutava a superare difficoltà. Allo stesso modo si è fatto ricorso al testo francese come indice di quanto l’autore stesso era pronto a sacrificare, dovunque nel tradurre dovesse essere sacrificato qualcosa del significato completo dell’originale.
Rimane, tuttavia, una difficoltà che non abbiamo potuto risparmiare al lettore: l’uso di certi termini con un significato diverso non solo dall’uso della lingua d’ogni giorno, ma anche da quello dell’economia politica comune. Ma ciò era inevitabile. Ogni concezione nuova di una scienza racchiude una rivoluzione nelle espressioni tecniche di questa scienza. Questo si vede meglio che altrove nella chimica dove l’intera terminologia viene radicalmente mutata ogni vent’anni circa e dove sarà ben difficile trovare una combinazione organica che non abbia avuto tutt’una serie di nomi diversi. L’economia politica si è accontentata in generale di prendere i termini della vita commerciale e industriale così com’erano, e di operare con essi, non avvedendosi affatto che in tal modo si limitava alla ristretta cerchia delle idee espresse in quelle parole. Così, la stessa economia politica classica, pur consapevole perfettamente che sia il profitto sia la rendita non sono che suddivisioni, frammenti di quella parte non retribuita del prodotto che l’operaio deve fornire al suo imprenditore (che è il primo ad appropriarsela benché non ne sia il possessore ultimo, esclusivo), non è mai andata al di là delle nozioni comunemente accettate di profitto e di rendita, non ha mai esaminato nel suo complesso, come un tutto unico questa parte non retribuita del prodotto (che è chiamata da Marx plus prodotto), e dunque non è mai giunta a una chiara comprensione né della sua origine e della sua natura, né delle leggi che regolano la successiva distribuzione del suo valore. Similmente viene compresa indiscriminatamente sotto il termine di «manifattura» ogni industria che non rientri nell’agricoltura o nell’artigianato e in tal modo viene cancellata la distinzione fra due grandi periodi della storia economica, essenzialmente differenti: il periodo della manifattura in senso proprio, fondata sulla divisione del lavoro manuale, e il periodo dell’industria moderna fondata sulle macchine. Ma è ovvio che una teoria la quale consideri la produzione capitalistica moderna come un puro e semplice stadio transeunte della storia economica dell’umanità, deve usare termini diversi da quelli abitualmente usati da scrittori che considerano imperitura e definitiva tale forma di produzione.
Non saranno fuori luogo alcune parole sul metodo usato dall’autore nelle citazioni. Nella maggioranza dei casi le citazioni servono, com’è consuetudine, da prove documentarie in appoggio alle affermazioni fatte nel testo. Ma in molti casi sono citati passi di economisti allo scopo di mostrare quando, dove e da chi sia stata enunciata chiaramente per la prima volta una determinata opinione. Ciò avviene nei casi in cui la proposizione citata ha importanza quale espressione più o meno adeguata delle condizioni di produzione sociale e di scambio vigenti in una data epoca, e avviene del tutto indipendentemente dal fatto che Marx ne riconosca o meno la validità generale. Queste citazioni forniscono quindi il testo di un commento continuo tratto dalla storia della scienza.
La nostra traduzione comprende solo il primo libro dell’opera. Ma questo primo libro è un tutto in sé in misura notevole, ed è stato considerato per vent’anni come un’opera indipendente. Il secondo libro, edito da me in tedesco nel 1885, è certamente incompleto senza il terzo che non potrà essere pubblicato prima della fine del 1887. Quando il libro III sarà stato pubblicato nell’originale tedesco, si farà in tempo a pensare alla preparazione di un’edizione inglese di entrambi.
Il Capitale è spesso chiamato, sul continente, «la Bibbia della classe operaia». Chiunque abbia familiare il movimento operaio non negherà che le conclusioni acquisite in questo libro stanno diventando sempre più, di giorno in giorno, i principi basilari del grande movimento della classe operaia, non solo in Germania e in Svizzera, ma anche in Francia, in Olanda e in Belgio, in America ed anche in Italia e in Spagna; e che dappertutto la classe operaia riconosce sempre più in queste conclusioni la espressione più adeguata delle proprie condizioni e delle proprie aspirazioni. E anche in Inghilterra le teorie di Marx esercitano, proprio in questo momento, un influsso potente sul movimento socialista che si sta diffondendo nelle file delle «persone colte» non meno che nelle file della classe operaia. Ma non basta. Si avvicina rapidamente il momento in cui si imporrà come necessità nazionale irresistibile un’indagine completa e a fondo della situazione economica inglese. Il funzionamento del sistema industriale inglese, che è impossibile senza una costante e rapida estensione della produzione e quindi dei mercati, sta per arrivare a un punto morto. Il libero scambio ha esaurito le sue risorse; perfino Manchester dubita di questo vangelo economico che fu già il suo « Nell’assemblea trimestrale della Camera di commercio di Manchester, tenutasi nel pomeriggio di oggi, ebbe luogo un’ardente discussione sulla questione del libero scambio. Fu presentata una risoluzione di questo tenore: .. per 40 anni si è atteso invano che le altre nazioni seguissero l’esempio del libero scambio dato dall’Inghilterra, e questa Camera ritiene ora giunto il momento di mutare questo punto di vista “. La risoluzione fu respinta con un solo voto di maggioranza, le cifre sono: 21 voti favorevoli e 22 contrari ». (Evening Standard, l. novembre 1886).. L’industria straniera, che è in via di rapido sviluppo, affronta dappertutto la produzione inglese, non soltanto nei mercati protetti ma anche nei mercati neutrali e perfino al di qua della Manica. Mentre la forza produttiva cresce in proporzione geometrica, l’estensione dei mercati progredisce, nel migliore dei casi, in proporzione aritmetica. Il ciclo decennale di stagnazione, prosperità, sovrapproduzione e crisi, sempre ricorrente dal 1825 al 1867 sembra invero aver compiuto il suo corso; ma solo per farci approdare nel pantano di disperazione d’una depressione permanente e cronica. L’agognato periodo dì prosperità non vuole venire; ogni qualvolta crediamo di scorgere i sintomi che lo annunziano, questi svaniscono di nuovo nell’aria. Intanto ogni inverno che si succede torna a proporre il problema: « Che cosa fare dei disoccupati? ». Ma mentre il numero dei disoccupati cresce di anno in anno, non vi è nessuno che possa rispondere a quel problema; e possiamo quasi calcolare l’epoca in cui i disoccupati perderanno la pazienza e prenderanno la loro sorte nelle proprie mani. Certo, in tale momento si dovrebbe ascoltare la voce di un uomo, tutta la teoria del quale è il risultato di una vita intera dedicata allo studio della storia economica e della situazione economica inglese, e che da tale studio è stato condotto alla conclusione che, per lo meno in Europa, l’Inghilterra è l’unico paese in cui l’inevitabile rivoluzione sociale possa essere attuata per intero con mezzi pacifici e legali. Certo egli non ha dimenticato di aggiungere che difficilmente si aspettava che le classi dominanti inglesi si sarebbero assoggettate a tale rivoluzione pacifica e legale senza una «proslavery rebellion».
5 novembre 1886.
Friedrich Engels
PER LA QUARTA EDIZIONE
La quarta edizione esigeva che io stabilissi il testo e le note in maniera quanto più possibile definitiva. Ecco in breve come ho corrisposto a questa esigenza:
Ho confrontato di nuovo l’edizione francese con le note manoscritte di Marx, e ho accolto nel testo tedesco alcune altre aggiunte tratte da essa. Si trovano a p. 80 (terza edizione, p. 88), pp. 458-60 (terza edizione, pp. 509-10), pp. 547-51 (terza edizione, p. 600), pp. 591-93 (terza edizione, p. 644) e p. 596 (terza edizione, p. 648) nella nota 79. Così pure ho collocato nel testo, seguendo l’edizione francese e quella inglese, la lunga nota sui minatori (terza edizione, pp. 509-15) (quarta edizione, pp. 461-67). Altre piccole modificazioni sono di natura puramente tecnica.
Inoltre ho fatto ancora note aggiuntive a carattere esplicativo, specialmente là dove ciò sembrava richiesto dalle circostanze storiche mutate. Tutte queste note aggiuntive sono poste fra parentesi quadre e contrassegnate con le mie iniziali o con «L’E.» (Nell’edizione presente sono tutte contrassegnate con le iniziali F.E.)
Una revisione completa delle numerose citazioni era necessaria dopo l’edizione inglese ch’era uscita nel frattempo. Per quest’ultima, la figlia minore di Marx, Eleanor, si era presa cura di confrontare con gli originali tutti i passi citati, cosicché per le citazioni, di gran lunga predominanti, di fonti inglesi non vi appare una ritraduzione dal tedesco, ma il testo originale inglese. Dovevo quindi consultare questo testo per una quarta edizione, e in quest’occasione trovai diverse piccole inesattezze. Indicazioni di pagina inesatte, parte errori di scrittura nel ricopiare dai quaderni, parte errori di stampa accumulati nel corso di tre edizioni. Virgolette o puntini collocati male come avviene inevitabilmente citando con gran copia da quaderni di estratti. Qua e là, nelle traduzioni, un termine non molto felice. Alcuni passi citati dai vecchi quaderni parigini del 1843-45, quando Marx non conosceva ancora l’inglese e leggeva gli economisti inglesi in traduzione francese, dove alla duplice traduzione corrispondeva un lieve mutamento della sfumatura, p. es. in Stuart, Ure e altri, per i quali ora occorreva usare il testo inglese. E altre piccole inesattezze e negligenze del genere. Confrontando ora la quarta edizione con le precedenti ci si convincerà che tutto questo faticoso processo di rettificazione non ha cambiato la benché minima parte del libro che sia degna di menzione. Non si è potuta trovare soltanto una citazione, quella tratta da Richard Jones (4′ edizione, p. 562, nota 47); Marx ha preso probabilmente una svista scrivendo il titolo del libro. Tutte le altre citazioni conservano il loro pieno vigore dimostrativo o lo rafforzano nella loro attuale forma esatta.
Ma qui sono costretto a tornare su di una vecchia faccenda.
Infatti mi è noto un solo caso in cui l’esattezza di una citazione di Marx sia stata messa in dubbio. Ma siccome questo caso si è protratto fino dopo la morte di Marx, non posso lasciarlo passare sotto silenzio.
Nella Concordia di Berlino, organo della Lega dei fabbricanti tedeschi, apparve in data 7 marzo 1872 un articolo anonimo dal titolo Come cita Karl Marx. Con abbondantissimo sfoggio di indignazione morale e di espressioni poco parlamentari vi si affermava che la citazione del discorso sul bilancio di Gladstone in data 16 aprile 1863 (nell’Indirizzo inaugurale dell’Associazione Internazionale degli Operai del 1864, ripetuta nel Capitale, I, p. 617, quarta edizione, p. 671, terza edizione) era falsificata. La frase: «Questo inebriante aumento di ricchezza e di potenza… è del tutto limitato alle classi possidenti», non si troverebbe affatto nel resoconto stenografico (semiufficiale) dello Hansard. «Questa frase non si trova in nessun punto del discorso di Gladstone. Vi è detto proprio il contrario. (In grassetto) Marx vi ha interpolato, mentendo formalmente e materialmente, questa frase!
Marx al quale questo numero della Concordia fu mandato nel maggio successivo, rispose all’anonimo autore nel Volksstaat del 1. giugno. Ma non ricordando più in base a quale resoconto giornalistico avesse citato, si limitò a dimostrare il testo della citazione in due scritti inglesi che ne riportavano una versione identica e a citare il resoconto del Times secondo il quale Gladstone dice: « That is the state of the case as regards the wealth of this country. 1 must say for one, I should look almost with apprehension and with pain upon this intoxicating augmentation of wealth and power, if it were my belief that it was confined to classes who are in easy circumstances. This takes no cognizance at all of the condition of the labouring population. The augmentation I have described and which is founded, I think, upon accurate returns, is an augmentation entirely confined to classes of property ».
Quindi Gladstone dice qui che gli rincrescerebbe se le cose stessero così, ma che stanno così: che quest’aumento inebriante di potenza e di ricchezza è esclusivamente limitato alle classi possidenti. E quanto al semiufficiale Hansard, Marx continua: «Nella sua edizione, potata a cose fatte, il signor Gladstone è stato tanto intelligente da fare sparire il passo che in bocca a un Cancelliere dello Scacchiere inglese era, certo, compromettente. E’ questa del resto consuetudine della tradizione parlamentare inglese e non è certo una invenzione del piccolo Lasker contro Bebel ».
L’anonimo s’impermalisce sempre più. Nella sua risposta (Concordia, 4 luglio), scarta le fonti di seconda mano ed accenna pudicamente che è «costume» citare i discorsi parlamentari secondo il resoconto stenografico; ma anche il resoconto del Times (dove si trova la frase «menzogneramente interpolata») e quello dello Hansard (dove manca) «concordano materialmente in tutto», e così pure, secondo lui, il resoconto del Times contiene «proprio l’opposto di quel passo famigerato dell’Indirizzo inaugurale», passando con cura sotto silenzio il fatto che l’Indirizzo contiene appunto accanto a quel cosiddetto «opposto» proprio anche «il passo famigerato»! Malgrado tutto ciò l’anonimo sente di essere bene inchiodato e che solo un nuovo tiro mancino può salvarlo. Dunque lardella sì il suo articolo (che, come s’è dimostrato or ora, strabocca di «sfacciate e continue menzogne») con insulti edificanti come «mala fides», «disonestà», «indicazione menzognera», «quella citazione menzognera», «sfacciate e continue bugie», «citazione che era del tutto falsificata», «questa falsificazione», «semplicemente infame», ecc., ma trova necessario di spostare in altro campo la questione che si sta disputando, e promette quindi di « esporre in un secondo articolo, quale significato attribuiamo noi» (l’anonimo non «menzognero») «al contenuto delle parole di Gladstone». Come se questa sua opinione senza autorità alcuna avesse a che fare minimamente con la cosa! Questo secondo articolo si trova nella Concordia dell’11 luglio.
Marx rispose ancora una volta nel Volksstaat del 7 agosto, riportando il resoconto del passo in questione dal Morning Star e dal Morning Advertiser del 17 aprile 1863. In base a entrambi Gladstone dice che guarderebbe con preoccupazione a questo inebriante aumento di ricchezza e di potenza, se lo ritenesse limitato alle classi realmente abbienti (classes in easy circumstances). Ma dice anche che questo aumento è limitato a classi proprietarie (entirely confined to classes possessed of property). Quindi anche questi resoconti riportano alla lettera la frase che l’anonimo pretende sia «interpolata con una menzogna». Inoltre Marx stabilì ancora una volta, confrontando i testi del Times e quello dello Hansard, come la frase che, secondo la constatazione di resoconti giornalistici di egual tenore, pubblicati il mattino dopo, indipendenti l’uno dall’altro, era stata realmente pronunciata, manca nel resoconto dello Hansard rivisto secondo il noto «costume»; che Gladstone l’aveva, per usare le parole di Marx, «fatta scomparire in un secondo tempo», e dichiara infine di non aver tempo di intrattenere ulteriori rapporti con l’anonimo. Anche questi pare averne avuto abbastanza; per lo meno Marx non ricevette altri numeri della Concordia.
E con questo la faccenda sembrava morta e sepolta. Vero è che poi voci misteriose ci arrivarono una o due volte da parte di gente che era in rapporti con l’università di Cambridge, voci di un indicibile delitto letterario che Marx avrebbe commesso nel Capitale; ma, malgrado tutte le ricerche, non fu assolutamente possibile sapere notizie più precise. Ed ecco, il 29 novembre 1883, otto mesi dopo la morte di Marx, apparire nel Times una lettera datata dal Trinity College di Cambridge, e firmata Sedley Taylor; in questa lettera, finalmente, quest’omiciattolo trafficante in cooperativismo del tipo più timorato ha dato dei chiarimenti non solo sui mormorii di Cambridge, ma anche sull’anonimo della Concordia, con un pretesto qualsiasi.
«Quel che appare estremamente singolare», dice l’ometto del Trinity College, «è il fatto che sia stato riservato al Professor Brentano (allora a Breslavia, ora a Strasburgo)… svelare la mala fede che evidentemente aveva dettato la citazione del discorso di Gladstone nell’Indirizzo (inaugurale). Il sig. Karl Marx il quale … cercava di difendere la citazione, nell’agonia (deadly shifts) in cui lo gettarono subito gli attacchi magistrali di Brentano, ebbe la temerarietà di affermare che il signor Gladstone aveva potato e aggiustato il resoconto del suo discorso nel Times del 17 aprile 1863 prima che apparisse nello Hansard, per sottrarne un passo che per un Cancelliere dello Scacchiere inglese era, certo, compromettente. Allorchè Brentano dimostrò con un raffronto dei testi fino nei particolari che i resoconti del Times e dello Hansard concordavano nell’escludere assolutamente il significato che una citazione furbescamente isolata aveva insinuato nelle parole di Gladstone, Marx si ritirò con il pretesto della mancanza di tempo!».
Quest’era dunque il nocciolo del can barbone! E la campagna anonima del signor Brentano della Concordia si rifletteva così gloriosamente nella fantasia del cooperativista produttivo di Cambridge! Ecco come s’era messo, ed ecco come maneggiava la spada in «un attacco condotto magistralmente», questo San Giorgio della Lega dei fabbricanti tedeschi, mentre l’infernale drago Marx spira ai suoi piedi, «subito contorcendosi nell’agonia!».
Ma tutta questa ariostesca descrizione di battaglia serve solo a coprire i trucchi del nostro San Giorgio. Qui già non si parla più di «interpolazione menzognera», di «falsificazione», ma di «citazione furbescamente isolata» dal contesto (craftily isolated quotation). Tutta la discussione era spostata, e San Giorgio e il suo scudiero di Cambridge sapevano molto bene il perché.
Eleanor Marx rispose nel mensile To-day, febbraio 1884, giacchè il Times aveva rifiutato di accogliere l’articolo, riconducendo la polemica sull’unico punto di cui si era trattato: ha aggiunto Marx quella frase «con una menzogna» o no? Al che il signor Sedley Taylor ribatte: «La questione se nel discorso del signor Gladstone vi sia stata o no una certa frase», è a suo parere «d’importanza molto secondaria» nella polemica fra Marx e Brentano, «a paragone della questione se la citazione era stata fatta nell’intenzione di riportare il significato datole da Gladstone o di svisarlo». E poi ammette che il resoconto dei Times «contiene realmente una contraddizione nelle parole»; ma, ma, il rimanente contesto, spiegato esattamente, vale a dire nel senso liberale-gladstoniano, indicherebbe quello che il signor Gladstone aveva voluto dire. (To-day, marzo 1884). La cosa più buffa è che ora il nostro ometto di Cambridge insiste che il discorso non dev’essere citato secondo lo Hansard, com’è invece «costume» secondo l’anonimo Brentano, ma secondo il resoconto del Times che quello stesso Brentano definisce «necessariamente raffazzonato». Naturalmente, poiché la frase fatale manca nello Hansard!
Fu facile a Eleanor Marx volatilizzare questa argomentazione nello stesso numero di To-day’. 0 il signor Taylor aveva letto la polemica del 1872. In tal caso ora aveva «mentito», non solo «aggiungendo qualcosa», ma anche «togliendo qualcosa». Oppure non l’aveva letta. In quest’ultimo caso aveva l’obbligo di starsene zitto. Comunque, era certo che neanche per un momento osò mantenere l’accusa del suo amico Brentano che Marx avesse «compiuto una interpolazione menzognera». Anzi, ora Marx non avrebbe interpolato, falsificando, una frase, ma avrebbe tolto in mala fede una frase importante. Ma questa stessa frase, è citata a p. 5 dell’Indirizzo inaugurale, poche righe prima della frase che secondo Brentano fu «interpolata menzogneramente». E quanto alla «contraddizione» nel discorso di Gladstone, non è forse proprio Marx che nel Capitale, p. 618 (3. edizione p. 672) nota 105 *, parla delle «continue stridenti contraddizioni nei discorsi sul bilancio tenuti da Gladstone dal 1863 al 1864»! Solo ch’egli non si arroga di risolverle alla Sedley Taylor, compiacendosene come un liberale. E così il riassunto conclusivo della risposta di E. Marx suona: «Al contrario, Marx non ha né soppresso qualcosa che fosse degno d’essere citato, né interpolato menzogneramente un bel nulla. Invece ha ristabilito e tolto dall’oblio una certa frase di un discorso gladstoniano che indubbiamente era stata pronunciata, che aveva trovato però in un modo o nell’altro la sua via d’uscita dallo Hansard ».
Così anche il signor Sedley Taylor ne ebbe abbastanza, e il risultato di tutto questo intrigo professorale tramato per due decenni e fra due grandi paesi, è stato che non si è più osato intaccare la coscienziosità di Marx scrittore; e inoltre che d’allora in poi il signor Sedley Taylor concederà ai bollettini di guerra letteraria del signor Brentano quella stessa scarsa fiducia che il signor Brentano concederà all’infallibilità papale dello Hansard.
Londra, 25 giugno 1890.
F. Engels

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