Riunione pubblica – 29 settembre 2018 – ‘Questione sindacale e superamento del capitalismo’

 

 

 

Riproponiamo una parte del lavoro pubblicato nel mese di maggio 2018, dal titolo ‘Tracce di conflitto sociale nel regime di fabbrica capitalistico’.

I temi ivi trattati si collegano alle relazioni e agli interventi programmati in occasione della riunione pubblica del 29 settembre. 

Il termine conflitto sociale indica una generica fenomenologia di scontro fra attori diversi, divisi da interessi non necessariamente inconciliabili. Pensiamo alle ricorrenti proteste localistiche contro il fisco, o ai movimenti sorti per impedire la costruzione di una strada, o per difendere i diritti ‘universali’ di un gruppo di soggetti  accomunati da un certo orientamento sessuale. Il sistema di potere borghese non è minacciato seriamente da questo tipo di conflitto, poiché esso non rimette in discussione i rapporti di produzione capitalistici, la sua è una lotta per obiettivi in definitiva compatibili con l’organismo socioeconomico esistente.
I movimenti sociali sorti dal seno della classe media, fanno parte di questa categoria, ed esprimono innanzitutto una resistenza ai processi di proletarizzazione, con l’obiettivo di conservare alla classe media lo status sociale preesistente. In passato questi movimenti hanno lottato per scaricare sulla classe proletaria, previo sostegno ai regimi politici fascisti, stalinisti e nazisti, il maggiore grado di sfruttamento indispensabile per evitare la perdita della propria condizione di mezza classe. In fondo i movimenti del ceto medio nascono sulla speranza rimandare, ‘sine die’, il momento della perdita del proprio status socioeconomico. La polemica contro i fronti democratici con i partiti borghesi, nasce anche dalla constatazione del contrasto di interessi sociali, e quindi di programmi politici, fra i soci di una eventuale alleanza popolare. Di fatto le mezze classi possono perseguire i propri interessi sia con il bastone delle dittature scoperte, sia con l’inganno dell’accordo democratico interclassista. Il conflitto contro lo sfruttamento che si consuma dentro il regime di fabbrica capitalista, è invece un riflesso immediato della esistenza di rapporti di produzione basati sulla sussunzione del lavoro vivo da parte del capitale (in quanto lavoro morto, cristallizzato in mezzi di produzione). Anche se limitate al piano di obiettivi apparentemente salariali, le lotte operaie di fabbrica posseggono dunque una potenzialità anti-sistema estranea ai movimenti del ceto medio. Infatti, senza una base di lotte sindacali estesa a tutte le categorie, guidate da una forza politica comunista, non si pongono neppure prospettive pratiche di cambiamento di sistema.

Spulciando le vecchie pubblicazioni di qualche sindacato di base, aventi per tema le agitazioni sindacali francesi del 2016, sono emersi due aspetti importanti. Uno, lo sviluppo delle lotte sociali in Francia, in queste pubblicazioni, è regolarmente sopravvalutato, soprattutto se si considera che quel movimento di lotte è rifluito, ottenendo inoltre pochi risultati pratici (si obietterà che in Francia ci sono oggi segnali di ripresa del conflitto, di cui siamo ben lieti, anche se tutto lascia pensare ad un replay del 2016). Gli articoli che abbiamo letto ponevano al centro dell’analisi la potenza delle agitazioni operaie, la loro capacità di bloccare la produzione, e infine la creazione di una rete di collegamento con altre lotte sociali (Nuit Debout). Questi ultimi elementi non possono essere smentiti, la loro presenza è verificata, tuttavia è anche vero che le lotte del 2016 non hanno avuto la forza (quantitativa e qualitativa) per porre in discussione, politicamente, l’organizzazione socioeconomica capitalista, e sono dunque restate sul terreno difensivo delle rivendicazioni economiche immediate. Questo livello puramente difensivo delle lotte operaie francesi, senza nulla togliere all’impegno generoso dei partecipanti, va considerato come un segnale della persistente forza del capitalismo, ancora in grado di incanalare su un binario morto il conflitto di classe (usando l’ideologia, usando i sindacati attenti alle ragioni dell’economia nazionale, usando la minaccia e l’uso della repressione, e soprattutto usando il bisogno vitale, umano, di avere un lavoro e un salario, per quanto misero e a caro prezzo). Il secondo elemento degno di nota, in certe letture ‘sindacali’, è la sottovalutazione dell’assenza di una direzione politica delle lotte, e quindi dell’assenza di un programma in grado di orientarle verso la conquista di mutamenti socioeconomici permanenti. Tale sottovalutazione, ove non significhi la simmetrica sopravvalutazione delle azioni di lotta volte alla difesa immediata della condizione salariata, potrebbe invece semplicemente indicare una presa d’atto della attuale debolezza della classe proletaria. In questo secondo caso sarebbe opportuno cercare di ragionare sulle cause di questa debolezza, evitando di sovrastimare alcune lotte cicliche contro il regime di fabbrica, causate dalla sua nocività e pericolosità, oltre che dall’aumento storico dello sfruttamento, del dispotismo e della miseria. Queste lotte cicliche possono raggiungere, è vero, un livello di allarme per il sistema, tuttavia questo avviene solo quando riescono a collegarsi saldamente con un programma politico e una forza comunista. I fattori materiali in grado di consentire il collegamento li abbiamo esposti e analizzati ripubblicando e commentando vari articoli, usciti in origine su ‘Prometeo’ e ‘Programma Comunista’. In particolare, nel marzo 2016, abbiamo pubblicato il testo del 1951,”Azione economica e partito rivoluzionario’, ma anche di recente abbiamo ripubblicato il capitolo 23 dei 31 punti, avente per oggetto proprio la ”questione sindacale”. In modo specifico, il capitolo 23 evidenzia anche il ruolo negativo svolto dall’aristocrazia operaia, e dall’esistenza di riserve patrimoniali a perdere (casa, depositi bancari), due fattori che contribuiscono a frenare e rendere titubante l’azione di lotta della classe operaia (insieme ai fattori precedentemente enumerati: ideologia dominante, sindacati attenti alle ragioni dell’economia nazionale, minaccia e uso della repressione statale, bisogno vitale di avere un lavoro e un salario). Le sconfitte e i fallimenti di un ciclo di lotte immediate non sempre sono del tutto negative, infatti una parte degli attori sociali che vi hanno preso parte possono apprendere da esse delle lezioni preziose per il futuro, maturando infine la consapevolezza della necessità di una organizzazione politica comunista, affinché diventi effettiva la trasmutazione del piano rivendicativo salariale nel piano politico del cambio di regime.

Lo storico delle tradizioni popolari e delle religioni, Georges Dumezil, nel testo Le sorti del guerriero’ descrive, all’interno della tradizionale tripartizione delle funzioni sociali (sacerdotale, guerriera, produttrice) delle primitive comunità di lingua indoeuropea, il costante senso di pericolo che segnava la vita del guerriero. Una vita fatta di rischi mortali e di aspre rinunce alle comode sicurezze dell’esistenza, tipiche del resto della comunità. Eppure, come già evidenziato dagli studi archeologici sulle ultime società comuniste ‘storiche'(Mohenio Daro e Harappa), le necessità difensive hanno sempre imposto alti tributi personali ai difensori del bene comune (così come oggi impongono alticosti personali alle avanguardie operaie che lottano contro il regime di fabbrica capitalista).

Nel mondo contemporaneo il concetto di comunità sociale è di rara e difficile tracciabilità, anche se in qualche ricerca antropologica si applica ancora alle tribù amazzoniche o australiane il termine ‘comunità’, e si rinviene nella loro struttura sociale lo schema della tripartizione funzionale dei compiti.

Se riuscissimo a fare la cronaca di tutto quello che accade sui luoghi di lavoro della odierna società capitalistica, probabilmente avremmo bisogno di un numero di pagine ben superiore a quello impiegato da Dante per scrivere l’Inferno. E in effetti proprio di inferno parliamo, riferendoci alla condizione dei lavoratori dipendenti, all’interno delle moderne ‘galere aziendali del capitale’.‘Una macchina statale di proporzioni e di capacità repressiva inaudite tiene incatenate le masse allo sfruttamento, peggio che alla ruota il corpo del suppliziato. La confusione caotica e le sofferenze delle masse sono tali e tante che la classe operaia è trasformata in un troncone sanguinante che si dimena incoscientemente: il suo cervello è oscurato e intossicato, la sua sensibilità narcotizzata, gli occhi non vedono, le mani torcono sé stesse. Al posto della lotta di classe, c’è il raccapricciante strazio della lotta intestina, propria dei naufraghi sulla zattera in balìa delle ondeNelle fabbriche, e non è cosa nuova nella storia, impera lo spionaggio, la delazione, il rancore, la vendetta meschina e farabutta, l’opportunismo più stolido e bestiale, la prepotenza, il sopruso nevrastenico, ma nelle masse, oppresse dalle conseguenze di trent’anni di tremende sconfitte, non esiste nemmeno la forza di provare autentica nausea, perché questa si esprime nelle esalazioni miasmatiche dell’aziendismo, del corporativismo e, sul piano politico, del conciliazionismo sociale e del pacifismo imbelle’. Tratto da ”Dizionarietto dei chiodi revisionistici: Attivismo”.

L’avanguardia sociale operaia che rifiuta di piegare la schiena di fronte al regime di dispotismo e parassitismo capitalista, subisce a volte l’ostilità e l’ingratitudine dei propri colleghi (succubi e rassegnati alla propria condizione servile) e le rappresaglie della direzione d’impresa (ansiosa di punire ogni segnale di insubordinazione in modo esemplare).

Eppure, nonostante tutto, questa avanguardia sociale operaia, e le forze marxiste che ne incarnano la sublimazione politica, continuano a combattere il regime capitalista dentro e fuori la fabbrica, in nome del bene comune, proprio come migliaia di anni addietro hanno fatto i guerrieri comunisti di Mohenio Daro e Harappa.

 

Abbiamo descritto per sommi capi nella quarta sezione le conseguenze della nuova tecnologia informatica (terza rivoluzione industriale) sulla composizione di classe: in parole povere, uno; aumento dell’esercito industriale di riserva disoccupato, due; aumento percentuale degli operai specializzati addetti alla gestione dei processi tecnici e al funzionamento dei macchinari, in un contesto di riduzione totale degli occupati, e terzo; ulteriore declassamento della parte restante di operai, addetti allo svolgimento di compiti manuali, che richiedono un basso livello di conoscenze e competenze tecniche. L’informatizzazione/automazione dei processi produttivi si manifesta a tutti i livelli dell’economia capitalistica: reparto, azienda, distretto industriale, economia nazionale, area geo-economica. Possiamo distinguere varie aree geo-economiche capitalistiche, in modo particolare l’area euroasiatica (Russia, Cina, India e altri paesi), l’area europea (distinta in almeno tre fasce: nordica, latina, est), l’area nordamericana, sudamericana, e africana. Queste aree (ma anche le singole economie-nazionali che le formano) presentano al loro interno delle differenze di rilevo, causate in fondo  dalla legge dello sviluppo diseguale, in altre parole essendo aree economiche capitalistiche, esse sono sottoposte alle leggi di sviluppo del capitalismo ( il dualismo fra territori economicamente sviluppati e territori meno sviluppati, da cui i primi attingono forza-lavoro a buon mercato, è una conseguenza della logica del profitto e della concorrenza). Dunque il dislivello fra i gradi di sviluppo territoriali (conseguenza della logica del profitto e della concorrenza) risulta poi funzionale alla perpetuazione dei rapporti di produzione capitalistici, infatti la formazione di sacche di disoccupazione agisce come una riserva, che consente al capitale di prelevare forza-lavoro a condizioni salariali di vantaggio (quando il ciclo economico lo richiede), e al contempo di usare la massa disoccupata come arma di ricatto verso i lavoratori occupati, per calmierare eventuali rivendicazioni di aumenti salariali. Inevitabilmente la riduzione ‘storica’ del capitale variabile (forza-lavoro umana) all’interno della composizione organica del capitale aziendale, sospinge una parte dei disoccupati nel girone della sotto-proletarizzazione, dove prevalgono forme di sopravvivenza basate sull’arte di arrangiarsi e a volte sull’illegalità.

Abbiamo ricordato nella quinta sezione che le misure anticrisi (sia le misure imprenditoriali volte alla riorganizzazione della produzione, alla riduzione del costo del lavoro, e quindi al maggiore impiego di macchinario in sostituzione del lavoro salariato, sia le politiche economico-fiscali dei vari stati borghesi), tentano di rallentare la caduta del saggio di profitto attraverso l’abbassamento del salario complessivo (e quindi anche attraverso la riduzione del numero di occupati, alias capitale variabile). La riduzione dei salari diretti e indiretti erogati alla classe operaia è data tuttavia non solo dalla riduzione del numero di occupati. Il taglio ai costi del welfare (pensioni, sanità, scuola) va inteso come riduzione del salario indiretto (abbiamo in passato descritto il modus operandi dei governi borghesi che usano dei termini particolari – austerità, sacrifici, responsabilità nazionale – per far digerire ai proletari le periodiche tosature), mentre l’aumento del plus-lavoro relativo e assoluto va inteso come riduzione del salario diretto. Inoltre, il blocco sostanziale degli aumenti contrattuali, o quantomeno la loro insufficienza a coprire interamente l’inflazione, accoppiata all’inesistenza di meccanismi di adeguamento automatico delle retribuzioni all’inflazione (scala mobile), ha significato una sostanziale perdita del potere d’acquisto dei salari, e quindi una diminuzione del valore del salario diretto. L’aumento della tassazione su beni primari come la casa, o come i servizi comunali, ha significato di fatto una ulteriore perdita di valore del salario diretto, mentre come in precedenza ricordato, i tagli continui al welfare erodono il salario indiretto.

Gli effetti combinati di queste misure economiche e fiscali si traducono nella miseria crescente di ampie fasce sociali, e in fondo non permettono neppure la tanto strombazzata ripresa economica generale, in quanto togliendo soldi dalle tasche proletarie, tolgono anche potenziali clienti alle merci prodotte nell’economia industriale. Allora quale senso hanno queste misure? La risposta è semplice, hanno il senso che gli viene conferito dal capitalismo, in cui l’anarchia della produzione e la concorrenza fra imprese aziendali differenti, determina un costante movimento di eliminazione di una parte dei concorrenti aziendali e la successiva assimilazione delle spoglie aziendali da parte delle imprese sopravvissute (alias centralizzazione dei capitali). Questo movimento concorrenziale-centralizzatore non ha come fine il presunto rilancio dell’economia, ma solo la perpetuazione dell’accumulazione (riproduzione allargata del capitale, Marx), a tutti i costi, quindi anche a costo della rovina crescente di una parte delle imprese capitalistiche concorrenti (collegabile in parte al fenomeno della proletarizzazione del ceto medio) e della miseria crescente dei proletari (sospinti nell’esercito industriale di riserva e nel girone del sottoproletariato).

Una delle controtendenze messe in cantiere dal capitalismo per tentare di rallentare la caduta del saggio di profitto è inoltre la delocalizzazione, ovvero il trasferimento di capitali nei poli di valorizzazione più redditizi, dove la forza lavoro costa meno e la fiscalità è inferiore, quindi nei rami della produzione a maggior contenuto di lavoro vivo dei capitalismi emergenti. Anche lo spauracchio della delocalizzazione funge da tempo come arma di ricatto nei confronti dei lavoratori occupati (al pari dell’esercito industriale di riserva dei disoccupati) spingendo gli operai occupati a compromessi e accordi al ribasso con la dirigenza aziendale, pur di evitare la perdita del posto di lavoro.D’altronde gli investimenti di capitale in poli di valorizzazione più redditizi, le delocalizzazioni, hanno l’effetto di creare disoccupazione non solo nei territori economici di origine, a seguito della chiusura di aziende esistenti, ma anche quello di creare disoccupazione nei nuovi territori economici di investimento. Infatti la creazione di aziende con un più elevato grado di tecnologia (capitale costante), rispetto agli standard economico-aziendali preesistenti, significa solo la progressiva riduzione del capitale variabile (lavoro umano) nei processi produttivi delle economie in cui si spostano (de-localizzano) i capitali.

 

Abbiamo ricordato, proprio in un recente articolo, che il processo produttivo capitalistico industriale, dimostra che la cooperazione degli operai impegnati nella realizzazione di componenti parziali del prodotto-merce, è essenzialmente basata sul consumo e l’assimilazione di forza-lavoro umana e plus-lavoro da parte del capitale, il quale, in foggia di mezzi di produzione, adopera il produttore. Il rovesciamento dialettico dei dati tipici della produzione del comunismo originario, nel regime di fabbrica contemporaneo ha un nome preciso, spesso utilizzato nel Capitale di Marx: reificazione.Ovvero il prodotto che usa il produttore, la cosa che sostituisce l’uomo, lo strumento di lavoro che utilizza il lavoratore. Il rovesciamento della reificazione e della mercificazione dell’essere umano, lungi dall’essere già presente nella cooperazione lavorativa degli operai parziali, può invece avvenire solo attraverso la ribellione pratica dell’uomo alla disumanizzazione in cui è precipitata la propria condizione di vita, innanzitutto dentro l’inferno del regime di fabbrica capitalista. E’ una condizione di esistenza alienata, che va superata, è la perdita del proprio centro umano autentico, di uomo sociale in sintonia con la natura e con gli altri uomini, che va recuperata, attraverso una ricerca irta di prove e di ostacoli, proprio come nei miti medioevali della ricerca del Graal.

Questa ricerca, qualunque esito possa avere, in fondo è la sola cosa che conta davvero e da un senso alla breve esistenza umana, perché è una sfida al buio dell’oppressione e dell’ignoranza, è luce che si inoltra dentro le tenebre, è ricerca della libertà intesa come superamento dell’alienazione e quindi recupero della propria essenza umana.

Compreso il nostro riferimento ai ‘Manoscritti economico-filosofici’, proviamo a descrivere il ruolo essenziale svolto dai sindacati di sistema, di fronte alla crisi del ciclo di accumulazione e alla successiva ristrutturazione industriale capitalistica(precedentemente analizzata). Se nelle fasi di congiuntura favorevole il sindacato (in generale, senza troppe distinzioni fra sindacato di lotta e di sistema), cerca di ottenere dei miglioramenti economici e normativi per i lavoratori, comunque utili al sostegno della domanda di merci, nelle fasi di crisi esso cerca di far digerire ai lavoratori le dure esigenze imprenditoriali della riduzione dei costi, ovvero della ristrutturazione. Quindi la riduzione del salario complessivo (diretto e indiretto) diventa un dogma intoccabile. Gli interessi legati alla perpetuazione dei rapporti capitalistici di produzione vengono camuffati sotto il nome civetta di rispetto per le compatibilità dell’economia nazionale, sostenibilità delle spese per la quadratura dei conti del bilancio pubblico, austerità, sacrifici. I sindacati di sistema diventano, almeno nelle loro componenti direttive di maggioranza, i rappresentanti presso i lavoratori delle ragioni delle misure economiche ‘lacrime e sangue’ necessarie all’economia nazionale capitalistica per far ripartire il ciclo di accumulazione, e non più, come avveniva nelle fasi di espansione economica, i mediatori di migliori condizioni salariali fra imprese e lavoratori. Le ‘conquiste’ salariali e normative degli anni sessanta e settanta, ottenute anche con il ruolo intermediario dei sindacati, sono infatti state quasi del tutto smantellate, anche grazie al nuovo ruolo sindacale, funzionale agli interessi dell’economia nazionale in un periodo di crisi.

Abbiamo brevemente narrato delle attuali lotte del proletariato francese, ma delle tracce di conflitto di classe le ritroviamo nelle agitazioni e nelle proteste anche di altre frazioni del proletariato internazionale. D’altronde perché stupirsi di questo, forse non riteniamo, da marxisti, che la lotta di classe è il motore della storia? Tuttavia in questo periodo di controrivoluzione e di grande decadenza sociale, il morente sistema capitalistico rischia di trascinare il genere umano verso l’abisso, verso un destino di mineralizzazione, a meno che…

A meno che il proletariato, le giovani labbra del proletariato, non decidano di smettere di dare ulteriore tempo di vita al capitalismo, un cadavere che ancora cammina. Un cadavere, un parassita che succhia plus-lavoro dal lavoro vivo, e che pur di continuare ad esistere sta conducendo la storia verso nuove guerre imperialistiche, nuovi confronti fra Moloch statali in una gara spietata di parassitismo. Abbiamo ricordato, all’inizio del presente lavoro, i fattori di rallentamento della iniziativa di lotta operaia, ovvero la potenza dei condizionamenti ideologici, la presenza di piccole riserve patrimoniali a perdere (casa, macchina, risparmi), il timore della macchina statale borghese, intesa come minaccia latente o azione violenta, cinetica, l’esigenza di avere un reddito da lavoro salariato, seppure misero, l’azione dei sindacati e dei partiti di sistema.

Tuttavia le stesse leggi di sviluppo del capitalismo riproducono il conflitto sociale, in modo particolare la legge storica della miseria crescente che agisce come tendenza principale, a cui si oppongono, tentano di opporsi, i fattori di rallentamento della iniziativa di lotta operaia prima ricordati. E’ prevedibile che il proletariato, in una sequenza di scontri di classe ipoteticamente crescenti, possa dare vita a forme autonome di organizzazione per la propria difesa immediata, estranee alle vecchie organizzazioni sindacali. Probabilmente rinforzando i piccoli sindacati da noi in passato definiti di lotta, tendendo a creare un fronte sociale proletario esteso a tutti i tipi di lavoro salariato presenti nei tre settori dell’economia (primario, secondario, terziario). Anche l’organizzazione in comitati territoriali potrebbe costituire una forma organizzativa efficacemente volta alla diffusione delle istanze di cambiamento. Come abbiamo appena scritto nel volantino del primo maggio, molte azioni di lotta proletaria sfociano spesso nel vicolo cieco del puro rivendicazionismo economico, cioè nelle conquiste di miglioramenti temporanei, e quindi semplicemente cancellabili quando la crisi economica impone alle imprese di tagliare i costi di produzione (quindi il salario complessivo diretto e indiretto).

Il compito del partito di classe è di costruire nel corso del tempo un rapporto diretto con le avanguardie proletarie di lotta, in modo da avvicinarle al programma e alla teoria invariante (da cui il programma deriva), affinché lo stesso partito possa svilupparsi con forza anche sul piano formale-organizzativo, e guidare infine la classe verso la libertà, nella ricerca della reintegrazione ( il superamento dell’alienazione).

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