Conflitti imperiali e ARS bellica

Introduzione
Parte prima: ARS, la tecnica come potenza
Parte seconda: ARS, il tramonto USA (ruina imperii)
Parte terza: ARS, il ‘memento mori’ imperiale
Introduzione
 Il presente articolo si collega ad altri testi già presenti nel sito, la cui lettura può meglio chiarire gli argomenti contenuti in ‘Conflitti imperiali e ars bellica’, questi testi sono principalmente i seguenti: ‘Imperialismo delle portaerei’, ‘Chaos Imperium’,  ‘Dinamiche di confronto e scontro fra blocchi imperiali rivali’, ‘The Duellists’, ‘Ruina Imperii’, ‘IS e politica imperiale del caos’.
Guerra, scontro, conflitto. La vita è polemos, antagonismo fra opposte posizioni di forza, infatti secondo Eraclito la guerra è la madre di tutte le cose. Nei tarocchi il carro degli eventi porta alla luce della manifestazione la scomparsa e la comparsa dei fenomeni, qualcosa si inoltra nel mundus e qualcos’altro si dilegua da esso: la circolazione degli eventi, il ciclo inesauribile di nascita e morte, yin e yang, la dialettica.
La borghesia lotta senza sosta per conservare e accrescere il suo bottino di plus-lavoro, lo difende dai nemici interni ed esterni al territorio nazionale dove esercita la sua sovranità politica, grazie al possesso di una attrezzatura statale di dominazione.
Con questa attrezzatura statale rivendica il monopolio legale della violenza, sia in forma latente/potenziale, sia in forma attuale/cinetica.
La violenza è la possibilità di esplicare in forma latente/cinetica la propria potenza contro le classi dominate, oppure verso altre frazioni di classe dominante.
L’efficacia della violenza deriva dal carattere specifico dell’ARS bellica a disposizione di una certa borghesia nazionale. L’ARS militare in linea generale è  una tecnica, è la capacità di calcolare il tipo e il fabbisogno di risorse necessarie per conseguire uno scopo.
L‘ARS militare è anche strategia di impiego delle risorse necessarie al conseguimento dello scopo. La strategia è resa possibile da una pregressa conoscenza di fattispecie storiche simili alle situazioni contingenti, attuali, di battaglia. L’apparato di potenza che noi definiamo anche ‘sistema’, è  simbiosi di struttura economica e sovrastruttura politica capitalistica, in riferimento al monopolio statale della violenza – interna o esterna al territorio nazionale – parliamo poi di complesso militare-industriale con un funzionale e collegato apparato scientifico-tecnologico.
I moderni apparati di potenza (strutturale/sovrastrutturale) capitalistici, possiedono, in misura diversa, la conoscenza, e dunque le strategie di impiego delle risorse tecniche e umane necessarie a raggiungere uno scopo.
Essendo lo scopo sempre lo stesso, cioè parassitismo e dominazione, i mezzi impiegati presentano una certa continuità e prevedibilità.
Tuttavia l’apparato tipo capitalistico possiede un carattere generale, estraneo al puro scopo di conservazione del parassitismo borghese: questo carattere generale è la capacità di produrre dei mezzi adatti a raggiungere uno scopo qualsiasi.
ARS e tecnica, in generale, come espressione di una volontà di conseguire un obiettivo.
Il capitalismo ha enormemente sviluppato le forze produttive del lavoro associato, e dunque ha enormemente incrementato l’ARS tecnica generalmente necessaria a raggiungere qualsivoglia scopo.
Tuttavia il fine del capitalismo è la crescita illimitata del capitale, la sua valorizzazione perpetua attraverso l’appropriazione di energia vitale, plus-lavoro.
Questo fine minaccia l’intero ciclo di riproduzione biologica terrestre, dunque è in contraddizione con la potenza dell’ARS tecnica raggiunta dalla specie umana, ovvero con la sua possibilità di continuare a produrre i mezzi per conseguire uno scopo qualsiasi. E dunque, innanzitutto, lo scopo della emancipazione dalla schiavitù del lavoro servile, e la riduzione del tempo di vita dedicato al lavoro.
Gli attuali apparati di potenza capitalistici sono legati ad uno scopo infimo, cioè alla preservazione del parassitismo borghese, solo la fine di questo parassitismo potrà liberare le forze produttive controllate dagli apparati capitalistici e dirigerle verso il bene comune dell’umanità e dell’ecosistema globale.
In attesa di questa palingenesi ci limitiamo a fare il possibile per contribuire a renderla reale. Il presente articolo continua a seguire le complesse dinamiche del confronto/scontro fra i maggiori apparati imperiali capitalistici.
Postilla 1

Caos e volontà di dominio

I giocatori imperiali utilizzano senza scrupoli tutte le armi a loro disposizione, anche l’arma geopolitica del ‘divide et impera’, alias politica del caos, alias destabilizzazione, alias ‘regime change’.

Il piano ideologico della volontà di dominio imperiale è in sostanza multiforme, e utilizza le narrazioni più appropriate al contesto di confronto/scontro con altre potenti volontà di dominio. Esportazione della democrazia e difesa dei diritti umani universali vengono propinati ricorrentemente, da un blocco imperiale capitalistico, per interferire militarmente nella vita di alcuni paesi non coerenti o discordanti con la rete di interessi economici e politici dello stesso blocco imperiale. La politica di dominio del blocco imperiale X, a sua volta, forma la base della narrazione ideologica del blocco capitalistico avversario Y, che si propone invece come semplice oppositore della volontà egemonica (reale) dell’avversario, in nome di un mondo multipolare fondato su pacifiche e convenienti relazioni fra potenze capitalistiche (come se la volontà di dominio, all’interno del capitalismo globale, potesse riguardare solo uno degli attori geopolitici del grande gioco/big dance).

Di fatto, le potenze statali capitalistiche, nel loro gioco mortale di dominazione, sono guidate dagli stessi imperativi di sopravvivenza, e dunque tendono a giustificare nel nome della ‘ragion di stato’ qualunque mezzo necessario a conservare lo status quo di una certa rete di interessi, propagandando ovviamente alle masse una versione edulcorata e non perturbante delle cause dei ricorrenti interventi contro l’avversario di classe proletario interno, o dei ricorrenti attriti e scontri con altre entità statali capitalistiche esterne, sotto forma di guerra dichiarata, guerra per procura, guerra dissimulata e via dicendo.

Nel corso del tempo, sotto l’influenza delle sconfitte o delle vittorie conseguite sui campi di battaglia dai due principali players capitalistici globali, si manifestano dei riposizionamenti anche all’interno della costellazione di stati vassalli dell’uno o dell’altro BIG.  

Parte prima: ARS, la tecnica come potenza 
Errori teorici che si trasformano in sconfitte reali, pratiche: questa proposizione è sostenuta in vari testi della sinistra, in modo particolare con riferimento alla tragedia spartachista del 1918/19.
Se questa lezione storica vale per il movimento operaio, non si vede perché non debba valere anche per il movimento imperialista, cioè per le lotte di potere fra i big del capitalismo, dunque per i maggiori apparati di potenza della borghesia.
A parità di risorse materiali e quindi di grado di sviluppo della struttura economica nazionale, i fattori che possono fare la differenza in un conflitto inter-imperialista sono fondamentalmente due: caratteristiche morfologiche del territorio controllato da uno degli stati contendenti, e qualità della strategia militare impiegata in battaglia.
Mentre il primo fattore è poco condizionato dal genio umano, il secondo fattore è maggiormente plasmabile dalle capacità e dai talenti umani, ovviamente in sinergia con le condizioni storiche e politiche pregresse e contingenti (pensiamo alle purghe staliniane che avevano dimezzato, negli anni trenta, il numero di generali di valore dell’armata Rossa, e all’effetto disastroso di questa ingerenza della politica nell’ars militare russa, in occasione della prima fase dell’operazione
Barbarossa, anno 1941). In questo senso lo stupido ( la leadership staliniana) è (o meglio è  stata) la cavalcatura del diavolo.
Gli errori si pagano, soprattutto quando l’artefice dell’errore è posizionato in alto nella struttura organizzativa dello stato, ai vertici della catena di comando, per quanto siano poi da indagare le circostanze storiche e sociali che hanno posto in una certa posizione determinate forze politiche e individualità.
Il recente articolo di un esperto occidentale di cose militari pone in risalto il gap tecnologico fra armi russe e USA, ovvero la superiorità tecnologica e di direzione strategica a favore della federazione russa.  Una situazione di fatto, a suo dire, difficilmente superabile nel breve/medio termine.
Anche noi sosteniamo da almeno sei anni una previsione siffatta, sia sulla base delle analisi convergenti di esperti militari di diverso orientamento, e soprattutto sulla osservazione/interpretazione delle vicende belliche pregresse e attuali.

La Russia, secondo questo analista, ha acquisito una netta superiorità nel campo delle nuove armi (convenzionali e anche nucleari). Di conseguenza l’arsenale nucleare USA, e la flotta oceanica, non hanno più il significato militare che avevano in passato.

Di sicuro l’arsenale nucleare USA funge ancora da fattore di deterrenza rispetto ad una ipotetica azione offensiva russa, tuttavia il ragionamento vale all’inverso anche per l’arsenale nucleare russo rispetto ad una ipotetica azione offensiva USA. Tuttavia la progettazione missilistica russa di vettori intercontinentali offensivi o di rappresaglia (SARMAT) e di sistemi difensivi antimissile (AUTOCRAT), ha caratteristiche tecniche superiori a quella USA.

Abbiamo già parlato del nuovo missile intercontinentale, dall’evocativo nome ufficioso di ‘Sarmat’. Un missile in grado di essere lanciato in un tempo minimo, dal volo a geometria variabile, non intercettabile da nessuno scudo antimissile esistente. Uno solo di questi missili, con il suo carico di testate nucleari, è in grado di devastare un area grande quanto il Texas o la Francia. Il nome ‘Sarmat’ è una beffa e un monito per i nemici, infatti i Sarmati, una popolazione indoeuropea stanziata nel sud della Russia, furono in grado di penetrare le mura difensive di varie città ai tempi dell’impero persiano, proprio come sembrerebbe in grado di fare l’omonimo missile intercontinentale russo (con le città dell’impero americano).

Veniamo ora alla sorpresa finale, per contrastare il Prompt Global Strike Americano, un sistema in grado di colpire in meno di un ora qualsiasi obiettivo in ogni parte del mondo, le Voyska Vozdushno-Kosmicheskoy Oborony ( Forze di Difesa Aerospaziali russe) stanno sviluppando una nuova generazione di sistemi superficie-aria, in modo particolare il missile S-500 “Samoderzhets”, Questo sistema missilistico ha un tempo di risposta di 3-4 secondi, e ha la possibilità di rilevare e attaccare nello stesso tempo fino a 10 testate di missili balistici a 600 km di distanza. Inoltre “Samoderzhets”, che in italiano significaautòcrate, è in grado di rilevare un missile balistico fino a 2000 km di distanza. Questo sistema difensivo è anche in grado di rilevare e colpire gli aerei invisibili (stealth).

Considerando il lungo raggio d’azione del sistema e le caratteristiche da guerra elettronica, “Samoderzhets”, è definibile come un mezzo di difesa eccezionale, unico e senza confronto nell’attuale panorama mondiale. Autòcrate, anche in questo caso il nome è il risultato di un misto di ironia e di sfida verso il rivale imperiale. L’autocrate è colui che governa senza altrui interferenze, in forza del proprio autonomo potere, e tali infatti erano gli Zar, e tale è il “Samoderzhets”,in grado di sigillare lo spazio aereo russo, rendendolo autonomo dall’interferenza esterna dei potenziali attacchi aereo-missilistici rivali.

 

La colossale flotta oceanica, basata principalmente sulle 11 portaerei a propulsione nucleare, può essere facilmente colata a picco dai recenti missili antinave in dotazione dell’aviazione russa (il cui costo non è neanche la millesima parte dei 13 miliardi di dollari di valore di una sola portaerei), o da un siluro proveniente da un sommergibile invisibile di ultima generazione.

Durante le recenti guerre in IRAK e Siria il ruolo della flotta oceanica USA è stato quasi ininfluente, in quanto inadatto a consentire un veloce trasferimento di mezzi e soldati sul teatro delle operazioni.

Se dobbiamo dare fede ad alcuni resoconti di parte e non di parte, relativi alla recente esercitazione congiunta Russia/Cina denominata”Vostock 2018″, l’esercito russo ha dimostrato di essere in grado di trasferire 300 mila uomini (e un numero adeguato di armamenti e attrezzature) ad oltre settemila chilometri dal punto di partenza più lontano in appena tre o quattro giorni.

D’altronde l’apparato militare russo riesce a trasferire velocemente mezzi e soldati con degli enormi aerei cargo (1), mentre nei prossimi anni è prevista la costruzione in serie di un aereo cargo capace di trasportare fino a 200 tonnellate di materiale (tank, automezzi, cannoni) e uomini, in meno di 10 ore in ogni angolo del globo.

Dunque, secondo alcuni autorevoli analisti, i  rapporti di forza fra i concorrenti apparati di potenza capitalistici pendono ormai a favore del giocatore russo.

Mentre l’America e i suoi vassalli si dissanguavano in conflitti inutili, spendendo migliaia di miliardi di dollari in Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, Ucraina, la Federazione Russa sviluppava sistemi missilistici offensivi e difensivi che hanno reso tecnicamente obsoleti i sistemi ‘occidentali’, probabilmente di almeno quattro generazioni. Adesso, chiunque vincerà le elezioni presidenziali in America, non potrà cambiare questo crudo rapporto di forza militare. Il declino americano è iniziato (Ruina Imperii), esso si manifesta sia sul piano finanziario-valutario che sul piano militare, e non ci sono facili guerre di distruzione contro l’avversario imperiale russo che possano impedirlo; vediamo cosa potrebbe significare, invece, dal punto di vista della ripresa del conflitto sociale proletario, in America, innanzitutto, una tale prospettiva di declino del capitalismo USA.

(1) Il programma militare russo dell’aereo cargo PakTa, entro il 2024, dovrebbe concretizzarsi nella produzione di 80 aerei cargo. Tale aereo volerà a velocità supersoniche di quasi 2000 chilometri all’ora, con una capacità di raggiungere ogni angolo del mondo in poco più di 7 ore, con un’autonomia di 7000 chilometri (va poi considerato che l’intera flotta di 80 aerei potrà trasportare fino a 400 carri armati).

   

Parte seconda: ARS, il tramonto USA (ruina imperii)

Gli appetiti, e vitii del Principe di una Monarchia sono da esser molto temuti: perché non si raffrenando è forza, che venga ad essere la ruinadel suo Imperia… (Machiavelli)

Imperi marittimi ed imperi terrestri, come ricordato ad esempio in ‘Imperialismo delle portaerei’, contrassegnano due differenti modi di produzione: quello feudale (imperi terrestri) e quello capitalistico (imperi marittimi).

Alcuni media sostengono che una parte della dirigenza politica degli Stati Uniti starebbe prendendo in esame l’adozione di un embargo contro la Russia, a tutti gli effetti un blocco militare dei porti russi e delle condotte sottomarine. Sono notizie da prendere con il beneficio dell’inventario, poiché le intenzioni bellicose sono una cosa, e la realtà dei fatti, cioè dei rapporti di forza, sono un altra cosa.

E’ verosimile che alcuni funzionari dell’apparato capitalistico USA desiderino la rovina della principale potenza avversaria, ma questo non implica che tutti i desideri possano avverarsi, soprattutto quando è ora la ‘ruina imperii’ USA ad occupare la scena storica. Tuttavia queste voci confermano il sostanziale carattere di impero marino degli USA, e la persistenza di un ARS (tecnica) di dominazione, il cui fulcro è la capacità di imporre blocchi navali alle potenze avversarie.

Nel primo capitolo abbiamo però esposto i fattori militari che, almeno attualmente, renderebbero di ardua realizzazione un ipotetico blocco militare dei porti russi, o delle condotte sottomarine. Allo stato attuale dei rapporti di forza, infatti, un blocco navale significherebbe una vera e propria dichiarazione di guerra verso un apparato di potenza in grado di infliggere danni inaccettabili ad ogni aggressore. Questo aspetto è ben noto ai responsabili della politica estera USA, al di là del folklore propagandistico e dei desideri impotenti di rovina del proprio rivale imperiale.

   

Parte terza: ARS, il  ‘memento mori’ imperiale

Una vita si spegne, l’istante della morte viene fissato in una statua, un quadro, un bassorilievo.
Nell’antichità questo tipo di arte aveva una certa diffusione, oggigiorno è difficile trovarne tracce consistenti.
Allora saremo noi ad attualizzare quest’arte antica, usando come fonte di ispirazione le sconfitte dell’ARS bellica USA.
Alcune foto fanno da testimonianza al memento mori di un avventura militare, del suo fallimento.
Vietnam e Cambogia, metà anni settanta: elicotteri americani evacuano il personale diplomatico e alcuni civili, alle volte gli elicotteri sono poggiati sul tetto dell’ambasciata USA assediata.
Georgia, agosto 2008, le foto dei tank russi a pochi km dalla capitale Tiblisi, mentre colonne di mezzi e soldati georgiani si ritirano sotto il fuoco di elicotteri e aerei russi, dopo il fallito tentativo di occupazione della repubblica filorussa dell’Ossezia del sud.
Crimea, febbraio/marzo 2014, le truppe speciali russe si riprendono senza colpo ferire questa regione storicamente russa, importante anche dal punto di vista strategico-militare (base navale di Sebastopoli).
Donetsk, Ucraina, agosto 2014, migliaia di soldati ucraini sono accerchiati dalle milizie filorusse (quando invece sembrava ad un palmo di mano la vittoria). Debaltsevo, febbraio 2015, migliaia di soldati ucraini accerchiati sono costretti a ritirarsi (è la fine delle illusioni di rivincita del governo ucraino e dei suoi protettori internazionali).
Siria, settembre 2015/ottobre 2018: in tre anni si verifica la completa sconfitta delle milizie jihadiste/ribelli (e dei collegati protettori internazionali).
Yemen, anno 2018, lancio di missili su installazioni militari e petrolifere di EAU e Regno Saudita da parte delle forze yemenite (il sogno di piegare un paese geograficamente strategico per le rotte di navigazione è fallito).
In tutti gli eventi riportati, sono alleati degli USA che subiscono cocenti smacchi militari.
Una vera e propria sequenza di ‘memento mori’, per una determinata strategia egemonica e imperiale.

Potremmo racchiudere gli eventi succitati in una serie di medaglioni, coniati solo per ricordare il momento apicale di un passaggio di stato, di un termine corsa, finis tragedia.

Un ‘memento’, di-svelatore del volto nascosto dietro la maschera, della volontà di dominio imperiale impotente, il volto di un apparato capitalistico con il fiato corto, condannato a lasciare il passo a nuovi potenti predatori, oltretutto consapevoli che il tempo lavora a loro favore.
Le sconfitte immortalate nei medaglioni hanno alcune cause principali: in primo luogo militari ed economiche.
La difesa del capitalismo USA, nascosta sotto le parole d’ordine della esportazione dei diritti umani e della democrazia, non è molto credibile, e le truppe americane o alleate, di conseguenza, non sono sufficientemente motivate.
Gli avversari lottano sul proprio territorio, mentre le truppe Usa o alleate, generalmente giocano la parte dell’invasore (Iraq e Afghanistan, e ora Siria).

Un conto è rischiare la pelle per difendere la propria terra, per quanto essa rappresenti un luogo di sfruttamento, proprio come la terra da cui proviene l’invasore, un altro conto è andare in battaglia da invasore.

Il livello di motivazione è prevedibilmente differente, e la storia insegna che purtroppo gli sfruttati  (invasi o invasori) sono la principale carne da macello nelle guerre imperialiste. Guerre condotte in nome degli interessi dei moderni padroni di schiavi, sotto la falsa bandiera della nazione, della democrazia, della razza, della religione, o addirittura di un capitalismo di stato camuffato da socialismo.
Ben diversa la motivazione alla lotta dei combattenti della comune di Varsavia nel 1944, o dei soldati dell’armata Rossa nel 1918, 1919, 1920.
Ridimensionamento globale dell’economia USA, debito totale, disavanzo della bilancia commerciale, sono anch’essi parte in causa nelle sconfitte militari, sono ciò che ha contribuito a coniare i medaglioni. 
Abbiamo riportato per intero l’articolo del 2016 (‘Ruina Imperii’), poiché in esso è elencata la genesi dei fenomeni di decadenza USA. 
I fenomeni di decadenza hanno la propria origine nelle leggi di sviluppo del capitalismo, dunque innanzitutto nella concorrenza fra le economie nazionali capitalistiche, nel loro divenire più forti o meno forti in rapporto ai cambiamenti economici globali. Gli USA di oggi, anno 2018, possiedono una dotazione qualitativa e quantitativa di capitale industriale costante, indubbiamente superiore a quella in dotazione negli anni 50, ma è in relazione al capitale costante e alle masse proletarie impiegabili dai concorrenti capitalistici, nell’anno 2018, che si misura il declino e la perdita di peso specifico del capitalismo USA. I paesi che negli anni 50 erano in condizioni di minore sviluppo  economico capitalistico – in rapporto agli USA – adesso hanno colmato in parte o in tutto il precedente dislivello, e si avviano a diventare i predatori egemoni della scena borghese globale.
Questi predatori devono ancora continuare a scontrarsi con le resistenze dell’impero in declino, tuttavia il tempo lavora a loro favore. Gli investimenti di capitali cinesi in Africa, in sud-america e nella stessa europa alleata/subordinata agli USA sono notevoli, e certamente non sostituibili con investimenti USA di pari portata. La costruzione della via della seta servirà proprio a bypassare eventuali fregole di blocchi navali USA, collegando l’economia cinese con i mercati europei e mediorientali attraverso sicure strade di terra e di mare. La Turchia diventerà un terminale importante di questa strada commerciale, ma anche del gasdotto russo South stream, con buona pace della NATO.
Le recenti voci sui progetti di blocchi navali dei porti o delle condutture sottomarine di paesi ‘ostili’ sono tutte da verificare, il capitalismo USA è guidato, secondo alcuni osservatori, da soggetti/élite non razionali, tuttavia le minacce, le provocazioni militari, le guerre per procura, in parole povere la politica imperiale del caos, nasce proprio dalla constatazione dell’esistenza di potenti avversari. Non potendo prevalere sul piano militare, gli USA non hanno altra strada che negoziare con gli avversari un ridimensionamento controllato del proprio peso internazionale. 

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