Dialettica dell’oppressione (con nota aggiuntiva)

Nota redazionale: Il testo che vi riproponiamo fu scritto in occasione di alcuni episodi di protesta sociale conclusi in vicende legali; tali vicende suscitarono accesi dibattiti e articoli sulla libertà di opinione minacciata da una presunta deriva autoritaria. All’epoca noi sostenemmo che questa deriva non esisteva, e al contempo che gli stati borghesi si rafforzavano (Inflazione dello stato).

Ma cosa significa? Proviamo a rispondere: In ‘Forza, violenza e dittatura nella lotta di classe’ si sostiene 

L’equivoco sostanziale sta nell’essersi meravigliati, nell’aver piagnucolato, nell’aver deplorato che la borghesia attuasse senza maschera la sua dittatura totalitaria, quando invece noi sapevamo benissimo che questa dittatura era sempre esistita, che sempre l’apparato dello stato aveva avuto, in potenza se non in atto, la funzione specifica di attuare, di conservare, di difendere dalla rivoluzione il potere e il privilegio della minoranza borghese.

L’equivoco è consistito nel preferire un’atmosfera borghese democratica ad un’atmosfera fascista, nello spostare il fronte della lotta dal postulato della conquista proletaria del potere a quello della illusoria restaurazione di un modo democratico di governare del capitalismo sostituito a quello fascista […]La potenza e l’energia di classe (della borghesia) è nei due casi la stessa; in fase democratica si tratta di energia potenziale; sulla bocca del cannone si tiene l’innocua custodia di tela. In fase fascista l’energia si manifesta allo stato cinetico, il cappuccio è tolto; il colpo deflagra. La richiesta disfattista e idiota rivolta dai capi traditori del proletariato al capitalismo sfruttatore ed oppressore è quella di rimettere l’ingannevole schermo sulla bocca dell’arma. Per tal modo l’efficienza del dominio e dello sfruttamento non sarebbe diminuita, ma soltanto incrementata dal rinnovato espediente dell’inganno legalitario”. Da ‘Forza, violenza, dittatura nella lotta di classe’. 1947

Più chiari di così si muore: dunque la dittatura di classe opera con il bastone e la carota, cioè con la finzione della mascheratura democratica e al contempo con la faccia feroce svelata al momento opportuno. In fondo bastava rileggersi il Machiavelli, e riflettere sul consiglio offerto al principe (come regola aurea di governo): usa sempre il pugno di ferro celato da un guanto di velluto. 

Non vogliamo commentare ulteriormente le argomentazioni contenute nel testo ‘Dialettica dell’oppressione’, lo scopo di questa piccola nota è di puntare invece l’attenzione del lettore sulla loro applicabilità anche nei confronti di fenomeni contingenti, come l’emergenza razzismo.

Sull’emergenza razzismo si stanno muovendo alcuni soggetti politici e sindacali, secondo il nostro modesto parere,  a conferma del motto: ‘c’è tanta confusione sotto il cielo’.

Razzismo, ma forse soprattutto xenofobia, sono i fenomeni sociali oggetto di preoccupazione politica – e immancabile intervento attivistico di complemento – da parte dei soggetti politico-sindacali suddetti.

Un eterno ritorno dell’uguale, francamente asfissiante.

Oggigiorno la stragrande maggioranza degli apparati statali borghesi controlla un territorio dove coabitano etnie, popoli, nazionalità differenti, perché al capitalismo non interessa il colore della pelle, la lingua, o la religione del proprio schiavo salariato, ma solo la possibilità di consumare al meglio le sue energie vitali di lavoro.

Il lavoro di fabbrica richiede una disciplina ferrea, e quindi i nuovi immigrati vanno preparati a questa disciplina. 

La fenomenologia razzistico-xenofobica svolge una importante funzione di preparazione del salariato immigrato alle ‘delizie’ del lavoro di fabbrica, serve a fargli meglio accettare condizioni salariali e lavorative normalmente rifiutate dai lavoratori autoctoni. 

Non sei il benvenuto in questo paese, quindi ringrazia il cielo se il capitalismo ti offre un lavoro (per quanto sottopagato, sfiancante e nocivo).

L’errore dei soggetti politico-sindacali, a cui prima alludevamo, sta nel non comprendere che la sarabanda razzistico-xenofoba svolge una precisa funzione di supporto all’aumento dello sfruttamento, nei confronti di una frazione proletaria immigrata inclusa nell’esercito industriale di riserva.  

Una analoga funzione la svolge la paura della povertà e della disoccupazione, sia nei confronti della frazione proletaria autoctona, sia della frazione immigrata, entrambe incluse nell’esercito industriale di riserva.

Le domande da porsi sono, allora: perché il capitalismo ha bisogno di aumentare lo sfruttamento ? Perché esiste un esercito industriale di riserva ? Quale peso specifico ricopre l’attività dei soggetti politico-sindacali che cercano di spingere e unificare il fronte delle lotte – attualmente vicino al grado zero – inseguendo l’idea del sindacato di classe? 

In relazione all’ultimo quesito, riteniamo che la risposta risieda in un testo degli anni 50, pubblicato sul sito, dal titolo: ‘Dizionarietto dei chiodi revisionisti: attivismo’. Ovviamente consigliamo a tutti una sua attenta lettura. 

Inoltre, in merito al rapporto partito/ organizzazioni di difesa economica immediata rinviamo alla lunga serie di testi, non ultimo ‘Tracce di conflitto sociale nel regime di fabbrica contemporaneo’ (maggio 2018), presenti sul sito.

Cosa dire, affermiamo da sempre (come sostenuto nel ‘Manifesto’) che il conflitto sociale fra classi antagonistiche (e frazioni di classe dominante) è l’essenziale dell’attuale processo storico.

Marx sostiene che la concorrenza attraversa i rapporti fra aziende, stati borghesi, e purtroppo anche fra i soggetti proletari (autoctoni e migranti) costretti ad offrire la propria forza-lavoro al capitale. L’esercito industriale di riserva (autoctono e migrante), e le varie forme di sovrappopolazione, fungono dunque da serbatoio di forza-lavoro per il capitale nei momenti di ripresa del ciclo economico, e al contempo da forza di ricatto verso i lavoratori occupati, con l’effetto di bloccare le lotte immediate di questi ultimi per ottenere migliori condizioni di lavoro.

I soggetti politico-sindacali che cercano di spingere e unificare l’ectoplasmatico fronte delle lotte attuali, dovrebbero innanzitutto considerare la funzione oggettiva dell’esercito industriale di riserva (e dunque riconsiderare anche i fenomeni razzistico-xenofobici alla luce della lotta fra proletari occupati e inoccupati). Probabilmente, sul piano delle enunciazioni teoriche iniziali, tali considerazioni sono anche presenti, tuttavia è quando si passa all’azione conseguente che emergono tutti i limiti di una prassi volontaristica e attivistica che scambia lucciole per lanterne.

Il superamento della concorrenza fra occupati e inoccupati, e fra tutte le altre frammentazioni esistenti nella classe proletaria, prodotte dal capitalismo stesso (e ad esso funzionali): ad esempio di nazionalità, lingua, religione, tipo di occupazione, è la risultante di processi socio-economici difficilmente modificabili dal puro intervento soggettivo (di tipo politico sindacale). 

Questi processi socio-economici sono la conseguenza derivata dalle stesse leggi di funzionamento dell’organismo capitalistico (concorrenza aziendale, caduta storica del saggio di profitto, aumento dello sfruttamento e del dispotismo, miseria crescente), e dunque non dipendono dall’intervento politico-sindacale soggettivo. 

Il ruolo del soggetto politico si manifesta, prima del divenire di un punto critico dei suddetti processi socio-economici immanenti, semplicemente come capacità di previsione del corso degli eventi, e presenza attiva di propaganda all’interno dell’avanguardia operaia già esistente (in attesa della possibilità di dirigere le lotte, in coincidenza con il manifestarsi del punto critico). In assenza di questa chiara prospettiva teorica e pratica, sono da considerare valide le argomentazioni sul deteriore ruolo opportunista dell’attivismo, contenute nel testo ‘Dizionarietto dei chiodi revisionisti: attivismo’,

 

 

 

 

 

Dialettica dell’oppressione

 

La società borghese liberale presuppone di basarsi sulle libertà delle scienze, delle arti, e soprattutto dell’individuo (quindi sulla libertà di opinione, politica, sindacale, di orientamento sessuale…). Libertà in contrasto con la prassi dei periodi bui del precedente regime teocratico/feudale. Una vicenda come quella di Galileo o di Giordano Bruno non è, o meglio non dovrebbe essere possibile, nel mondo illuminato dalla dea ragione. La borghesia, nella sua lotta secolare contro la classe feudale ha infatti opposto al pensiero teocratico-illiberale del proprio avversario di classe feudale, una sua concezione basata sulle libertà dell’individuo, delle arti, delle scienze, e soprattutto della libera imprenditoria. Queste libertà si sono rivelate una pura impostura, funzionale al nuovo regime di dominazione borghese. La libertà di cui aveva bisogno la classe capitalistica borghese era quella di potere utilizzare liberamente la forza lavoro umana, sciogliendo i servi della gleba dai precedenti legami con l’economia feudale. La borghesia si è dunque sostituita al precedente sistema di oppressione sociale, rivendicando per se stessa, nella fase di accumulazione originaria, e fino ai nostri giorni, la libertà di espropriare le piccole unità produttive rurali a conduzione familiare, proletarizzando i suoi membri per renderli impiegabili nel processo produttivo del capitale manifatturiero.

La libertà fondamentale, per la borghesia, è stata ed è tuttora quella di controllare e dominare il processo produttivo di merci, allo scopo di estrarre plus-lavoro dalla forza lavoro proletaria impiegata, raccogliendo quindi una quota di plus-valore dalle merci prodotte, e infine conseguire il profitto aziendale dalla vendita delle merci nella sfera della circolazione /distribuzione. La dominazione del processo produttivo (che in quanto tale è fondamentalmente un processo di asservimento, alienazione e sfruttamento del proletariato) è il fine del regime capitalista, mentre lo strumento principale per ottenere il fine, cioè il mantenimento del regime di sfruttamento e alienazione, è l’apparato statale.

La classe borghese occulta il suo dominio reale (esercitato sulla vita e sul lavoro proletario) innanzitutto con la maschera dello scambio libero, lo scambio fra contraenti di eguale peso, nel mercato del lavoro. La maschera mostra l’apparenza della ‘libera’ vendita della energia di lavoro al capitale, in cambio di un salario normalmente inferiore al valore del lavoro incorporato nelle merci prodotte.

Ricordiamo questo aspetto ‘illusionista’ del regime sociale di oppressione borghese, e la sua origine nel formale scambio di equivalenti (salario versus giornata di lavoro), per inserire nel quadro generale capitalistico le recenti vicende di vari soggetti coinvolti in procedimenti legali dai contorni complessi e paradossali. In alcuni casi gli interventi delle autorità ( e questa è  una tendenza che riguarda tutti gli stati borghesi internazionali) sembrano tendere al ripristino del reato di opinione. La minaccia a tale artefatto illusorio produce una reazione di risposta, costituita da una varietà di documenti firmati da accademici, ma anche da tante personalità dello spettacolo e delle arti, che denunciano il clima di pesante chiusura delle istituzioni statali verso le proteste sociali, e anche verso le indagini, gli studi, le ricerche, che descrivono e analizzano le caratteristiche di queste proteste.

Secondo la nostra concezione marxista, tuttavia, il falso dilemma libertà di opinione /assenza di libertà di opinione non è sostenibile in termini astratti. In una società classista è tollerabile, dal sistema di potere della classe sociale dominante, solo l’opinione che non costituisce una minaccia attuale o potenziale verso il suddetto sistema di potere. Intendiamoci, in molti casi recenti ci troviamo di fronte a una tipologia di intervento disciplinare di tipo preventivo, con la evidente valenza di punizione esemplare. Il contenuto di alcuni documenti e ricerche prodotti da soggetti diversi, allo scopo di analizzare i contemporanei movimenti di protesta, resterebbe sconosciuto alle moltitudini, beatamente distratte dalle mille luci e attrazioni dell’effimero mondo moderno, se l’apparato statale non dedicasse a queste attività di ‘pensiero’ una certa sgradevole attenzione.

Allora perché ‘attenzionare’ e fare scoppiare dei casi, trasformando delle ricerche, in fondo di tipo sociologico, in occasione di moniti e punizioni esemplari?

Proviamo a fare qualche ipotesi sui motivi dell’azione disciplinare preventiva. A nostro avviso la risposta disciplinare preventiva denota/svela una certa valutazione prospettica, da parte della sovrastruttura politica borghese, sul corso del conflitto sociale (in questa determinata fase socio-economica). Il peggioramento innegabile delle condizioni di vita di larghe fasce sociali (almeno nei paesi europei) fa presagire, in altre parole, un certo incremento dei problemi di tenuta dell’ordine pubblico. Le giornate capitalistiche rischiano di passare, secondo questa ipotetica percezione da noi attribuita alle alte sfere statali, dalla beota, prevalente, tranquillità sociale dei momenti di espansione del ciclo economico, al dubbio e al conflitto (strisciante o esplicito) tipico dei periodi di contrazione economica. La pistola repressivo-disciplinare dell’apparato statale si manifesta, in queste fasi socio-economiche, in modo esplicito e non più latente-potenziale. Ecco allora spiegate le recenti operazioni poliziesche e giudiziarie, qualitativamente differenti dal passato, poiché in questa fase l’attrezzatura statale borghese deve adeguare e tarare le proprie azioni sulla base delle previsioni di incremento della conflittualità proletaria. La miglior difesa è l’attacco, e quindi le azioni statali di contrasto alla minaccia di proteste diffuse, sono messe in opera ancora prima che la minaccia di incremento del conflitto sociale passi dalla fase potenziale a quella attuale.

Non stiamo a ripetere, sulla base delle esperienze storiche pregresse , come si profili sempre più insistentemente lo scenario della guerra come sbocco delle contraddizioni della società capitalistica. Dunque la distruzione rigeneratrice del ciclo di accumulazione. Dunque un conflitto globale fra potenze egemoni borghesi, in grado di intensificare, sul piano quantitativo e qualitativo, le dinamiche di confronto e scontro già in atto da molti decenni( Ucraina, Georgia, Yemen, Siria, Armenia, Cecenia, Iraq…). Dunque capitale costante e variabile in eccesso, da eliminare in qualche modo, una sorta di reset periodico, rituale, del modo di produzione capitalistico.

La tenuta dell’ordine sociale si fa più problematica nelle fasi di intensificazione delle interiori contraddizioni dell’economia borghese, è allora che l’apparato statale mette via i camuffamenti, e si svela per quello che non ha mai smesso di essere: l’apparato di oppressione della classe dominante, il suo serbatoio di riserva di potenza (allo stato latente/potenziale oppure cinetico/attualizzato).

 

L’equivoco sostanziale sta nell’essersi meravigliati, nell’aver piagnucolato, nell’aver deplorato che la borghesia attuasse senza maschera la sua dittatura totalitaria, quando invece noi sapevamo benissimo che questa dittatura era sempre esistita, che sempre l’apparato dello stato aveva avuto, in potenza se non in atto, la funzione specifica di attuare, di conservare, di difendere dalla rivoluzione il potere e il privilegio della minoranza borghese.

L’equivoco è consistito nel preferire un’atmosfera borghese democratica ad un’atmosfera fascista, nello spostare il fronte della lotta dal postulato della conquista proletaria del potere a quello della illusoria restaurazione di un modo democratico di governare del capitalismo sostituito a quello fascista […]La potenza e l’energia di classe (della borghesia) è nei due casi la stessa; in fase democratica si tratta di energia potenziale; sulla bocca del cannone si tiene l’innocua custodia di tela. In fase fascista l’energia si manifesta allo stato cinetico, il cappuccio è tolto; il colpo deflagra. La richiesta disfattista e idiota rivolta dai capi traditori del proletariato al capitalismo sfruttatore ed oppressore è quella di rimettere l’ingannevole schermo sulla bocca dell’arma. Per tal modo l’efficienza del dominio e dello sfruttamento non sarebbe diminuita, ma soltanto incrementata dal rinnovato espediente dell’inganno legalitario”. Da ‘Forza, violenza, dittatura nella lotta di classe’. 1947

 

 

Postilla uno (determinanti economico-sociali alla base dello smascheramento dell’oppressione di classe)

Il rafforzamento degli apparati di potenza della classe borghese (non certo il loro presunto indebolimento), è il tratto caratteristico della fase socio-economica del capitalismo senile. E questo si spiega con la doppia azione svolta dall’incremento reale e percentuale (cioè plus-valore assoluto e relativo) dello sfruttamento della forza-lavoro umana (incremento che funge da controtendenza alla caduta tendenziale del saggio di profitto) e dalla legge sulla crescita della popolazione inattiva, di riserva (causata dall’aumento del capitale costante, cioè dalle immobilizzazioni tecniche, nella composizione degli impieghi aziendali). Questa crescita della popolazione di riserva, oltre a creare disoccupazione e caduta del saggio di profitto, pone in essere le condizioni per un aumento della conflittualità sociale. Entrambe queste tendenze immanenti dell’economia capitalistica impongono al sistema di dominio borghese due ordini di azioni repressive: la prima riguarda i proletari ancora occupati, maggiormente sfruttati e quindi più suscettibili di produrre azioni di rivolta da fronteggiare con un aumento del dispotismo aziendale (già visto e previsto da Marx nel Capitale).

La seconda tendenza (cioè l’aumento della popolazione di riserva, inoccupata) impone una maggiore stretta repressiva sul corpo sociale (quindi anche la messa in opera  di azioni preventive, dal valore di monito esemplare, di cui stiamo parlando).

In prospettiva, come abbiamo sostenuto nel lavoro sulla guerra come sterminio di forza-lavoro in eccesso, la sovrappopolazione proletaria, cioè i vari tipi di riserva cronica, latente, fluttuante, devono essere resi inoffensivi dal punto di vista socio-politico, cioè devono smettere di costituire una minaccia alla stabilità dell’ordine borghese. Storicamente, il disinnesco della minaccia e il rilancio del ciclo di accumulazione, sono la risultante congiunta di guerre mondiali;  tuttavia, la distruzione rigeneratrice può essere raggiunta anche in assenza di deflagrazioni belliche globali: per esempio con la semplice intensificazione (quantitativa e qualitativa) dei conflitti indiretti, per procura, fra i due blocchi egemoni capitalistici, oppure con la semplice operatività dei meccanismi distruttivi basici del capitalismo (fame, malattie, epidemie, inquinamento…).

 

 

Postilla due ( piano di pensiero e piano storico-sociale come momenti dialettici nell’intero dell’essere)
La storia della censura può fornire dei termini di confronto per comprendere anche le recenti vicende di controllo, punizione e disciplinamento del dissenso intellettuale (alias libertà di opinione). Pensiamo ai libri proibiti, eretici, blasfemi, diabolici, registrati negli elenchi dell’Inquisizione tardo medioevale. Essi sono l’esempio di una ricorrente esigenza funzionale di controllo e delimitazione di ambiti di espressione da parte di un determinato potere di classe. Perché il potere esprime questa esigenza funzionale di controllo /repressione del libero pensiero? Perché il pensiero stesso, sia pure espressione di determinati processi sociali, diventa a sua volta una forza materiale (in un processo di azione e reazione dialettica). Dunque, se è vero che il pensiero /coscienza è una forza materiale, cresciuta sul terreno storico-sociale, questo non può significare altro che esiste una relazione dialettica fra piano della coscienza /pensiero e piano storico sociale, e quindi che deve essere postulata e riconosciuta una piena integrazione dei due piani nell’intero dell’essere reale. La compenetrazione dialettica dei due piani è l’espressione di una unità ontologica originaria fra essere/pensiero ed essere /storia. Una compenetrazione dialettica, intesa come relazione ontologica fra il piano storico fenomenologico e il piano logico-cognitivo. Non può esservi, ad esempio, secondo il filosofo presocratico Parmenide, una scissione fra essere e pensiero, quindi non è un postulato veritiero quello che sostiene il contrario. Invece un mondo assurdo, impossibile, è quello in cui qualsiasi ente reale non si manifesta come sguardo, eco, visione, pensiero e memoria di se. Le relazioni degli anni 60 sulla conoscenza, ribadiscono senza ombra di dubbio una questione fondamentale: la materia pensa, essa, anche prima della comparsa della coscienza/pensiero a cui siamo abituati, elabora sequenze di memoria, archivi di fasi e di processi biochimici evolutivi, informazioni e memoria. I dualismi di cui si parla nelle riunioni sulla conoscenza, ad esempio quello fra spirito e materia, o quello fra pensiero e azione, sono collegati in modo determinato  e prevalente alla logica delle società divise in classi. Questo è un tipo di società in cui il padrone di schiavi, il feudatario, il capitalista, in quanto distaccato dall’attività e dallo sforzo pratico di lavoro, può davvero immaginare che sia il suo pensiero a produrre la realtà. L’attività di pensiero, in realtà condizionata da molteplici fattori storico-economici e sociali, condiziona a sua volta, dialetticamente, gli stessi fattori che l’hanno inizialmente condizionata, in un processo dinamico di azione e reazione (Engels). In questo senso determinato la teoria/pensiero è una forza pratica, come sostenuto spesso nei testi che stiamo ripubblicando.

Si può ben comprendere allora, alla luce di questa serie di considerazioni, perché gli apparati di potere statale della borghesia prestino una certa attenzione alle ricerche e agli studi discordanti dall’ideologia dominante.

In una logica di sistema, posta come una verità di fatto l’interazione dialettica fra il piano storico-sociale e il piano della coscienza/pensiero, verificata in seguito la caratteristica classista del sistema sociale esistente, si possono derivare da queste due circostanze di base le ragioni profonde del controllo e della punizione delle attività di pensiero socialmente pericolose (per la classe dominante). In altre parole, i fenomeni di pensiero discordanti dal contenuto ideologico di un certo potere di classe, pongono in essere l’esigenza funzionale (alla vita dell’organismo sociale classista) di un loro controllo e di una successiva repressione. Parliamo di controllo e repressione come due derivanti dall’esigenza basica, primaria, dell’organismo sociale capitalistico a conservare e quindi proteggere le proprie condizioni di esistenza. Queste condizioni di esistenza significano, innanzitutto, il mantenimento dell’equilibrio fra le componenti fondamentali del sistema, cioè fra la massa di alienati/subordinati, la loro attitudine a restare in una condizione servile, e la minoranza sociale borghese che dall’altrui condizione servile trae sostegno per conservare la propria  esistenza parassitaria.

Un equilibrio raggiunto anche innovando e aggiornando gli elementi accessori e secondari del sistema (pensiamo alle politiche di welfare social-democratiche in campo sociale, o al keynesismo in campo macroeconomico), in base alla regola aurea del cambiare tutto (il superfluo) per non cambiare la sostanza del dominio di classe ( cioè la dominazione del processo produttivo, che in quanto tale è, fondamentalmente, un processo di asservimento, alienazione  e sfruttamento del proletariato. Questo è il fine del regime capitalista, mentre lo strumento principale per ottenere il fine, cioè il mantenimento del regime di sfruttamento e alienazione, è l’apparato statale).

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