Classe proletaria, forma partito, comitati e sindacati (Nota)

Nota redazionale: Proviamo a riassumere alcune posizioni presenti nei documenti recenti di alcuni soggetti politico-sindacali, posizioni che cercheremo di confrontare con le nostre analisi del rapporto partito/lotte economiche.

Ecco la sequenza proposizionale: 1) Ci sarebbe in Italia un problema relativo alle dirigenze di varie forze sindacali, che per motivi di bottega farebbero da freno all’unificazione delle lotte; 2) se questo problema fosse superato, allora si aprirebbero prospettive di lotta più avanzate; 3) tale superamento del particolarismo delle dirigenze sindacali, dovrebbe essere posto sollecitato dai delegati di base delle varie organizzazioni riottose al lavoro di squadra.

Leggendo i documenti di vari gruppi politico-sindacali, in cui sono contenute con sfumature diverse queste proposizioni, si può notare un tratto comune: le analisi non tengono conto del senso predominante del nostro periodo storico, che è la controrivoluzione. Sono analisi frutto di idealismo attivista, fondate sull’illusione che la rondine di sporadiche e minoritarie lotte immediate, faccia la primavera del movimento operaio di lotte generalizzate e diffuse. Questa grave distorsione nell’analisi del peso specifico di piccole lotte immediate, in un contesto sociale essenzialmente controrivoluzionario, regala un carattere inutile e velleitario ai ricorrenti propositi di ricomposizione del fronte unitario sindacale. Alla fin fine sembra quasi la parodia di un film in cui degli stati maggiori progettano grandi manovre offensive, senza avere, però, nessuna divisione o corpo d’armata a cui poter impartire l’ordine d’attacco. Ricordiamo il buon Amadeo che scriveva ai soliti movimentisti che volevano dare la carica ai movimenti: ”non siete buoni manco a caricare la sveglia, sapete che vi dico, jateve a cuccà (n.r andate a dormire)”.

Mancando le tre condizioni basiche per un efficace intervento del partito nel movimento di lotte ( presenza di un forte e diffuso movimento, presenza forte e diffusa del partito fra le avanguardie, riduzione al minimo dell’aristocrazia operaia e delle riserve patrimoniali fra i proletari), ogni iniziativa dei movimentisti va considerata una deleteria forma di attivismo velleitario, foriera di inutile spreco di risorse militanti.

In alcuni documenti politico-sindacali troviamo anche formule di questo tipo: Le condizioni di vita dei proletari sono in continuo peggioramento, poiché esiste un maggiore attacco del padronato e dei suoi governi di destra/centro o sinistra alle condizioni economico-legali dei lavoratori. (Questa prima proposizione in senso ampio è essenzialmente corretta, tuttavia dire che le condizioni di vita proletarie sono sotto attacco, ora, qui, adesso, può dar luogo ad equivoci. In realtà sarebbe più corretto scrivere che il capitalismo ha bisogno sempre, per sopravvivere come macchina da profitto, di incrementare il saggio di sfruttamento a parziale compensazione della caduta del saggio di profitto). Quindi sarebbe sensato scrivere che non si tratta, principalmente, prospetticamente, solo di resistere all’aumentato attacco padronale, ma di fare in modo che spariscano le stesse condizioni economico-sociali che pongono in essere il continuo aumento del saggio di sfruttamento.

 

Concludiamo la rassegna ‘stampa’ di alcuni recenti documenti politico-sindacali con dei classici dell’interpretazione storica errata, fondata purtroppo anche su diffusi luoghi comuni fra i proletari.

Ecco la proposizione storica errata numero 1: le conquiste degli anni sessanta/settanta sono state ottenute per merito delle lotte operaie (anche qui ci sono dei rischi di equivoci, infatti le lotte operaie ci sono state, e hanno pesato, tuttavia è anche vero che negli anni sessanta il ciclo economico era espansivo, e dunque potevano essere concessi – dai padroni – aumenti contrattuali funzionali alla crescita della domanda delle merci prodotte dall’economia capitalistica, dunque non solo le dure lotte operaie, ma lo stesso capitalismo ha consentito le conquiste).

Ecco la proposizione storica errata numero 2: Un grande sindacato nazionale (per numero di iscritti) alla fine del periodo di crescita economica fece fronte comune con altri sindacati di rilievo per frenare le lotte operaie, le rivendicazioni salariali eccessive per il sistema delle imprese, in nome dell’interesse nazionale e della politica di austerità, abbandonando così il sindacalismo di classe (anche in questo caso la ricostruzione storica presentata può creare degli equivoci, infatti sembra quasi che il grande sindacato nazionale xyz, solo nella fase di recessione economica abbia fatto opera di contenimento delle lotte operaie, abbracciando la politica dei sacrifici e l’interesse nazionale, mentre prima l’organizzazione xyz era in fondo impegnata nella difesa delle condizioni di vita del lavoratori. In effetti tale equivoco nasce dal disconoscimento del fatto che più che le lotte operaie, e quindi l’organizzazione xyz, negli anni sessanta fu il ciclo economico espansivo che permise gli aumenti contrattuali funzionali alla crescita della domanda delle merci prodotte dall’economia, dunque non solo le dure lotte operaie, ma fondamentalmente lo stesso capitalismo consentì le conquiste).

L’articolo sottostante è stato pubblicato nel luglio 2018, esso serve a dare un contributo alla demistificazione del ricorrente mito del ‘sindacalismo di classe’, mito incessantemente rievocato anche da forze politiche, che pur associandosi orgogliosamente alla nostra corrente, hanno totalmente dimenticato la lezione del testo anni 50, ‘Partito rivoluzionario e azione economica’. 

 

 

Classe proletaria, forma partito, comitati e sindacati

Introduzione

Svariati studi e analisi presenti nella stampa del partito, già a partire dagli anni venti, hanno rimarcato senza ombra di equivoco il significato di un corretto rapporto fra partito e organismi di difesa immediata.

Al di fuori della conoscenza sorta dalle esperienze storiche, esiste solo la possibilità di commettere errori politicamente costosi per il progresso della lotta di classe.
Un errore fondamentale è quello di non comprendere la differenza fra i due piani di azione, politico e sindacale, dove si manifesta l’azione di lotta della classe oppressa. In verità il partito tenta di stare dentro le lotte immediate, e quindi inevitabilmente dentro i contenitori organizzativi di queste lotte (comitati e sindacati), solo per orientare le lotte verso l’obiettivo politico del cambio di sistema economico sociale.

Il partito è in certo modo costretto a lavorare dentro i contenitori organizzativi costruiti sulla base di precedenti lotte economiche, al fine di orientare l’azione della classe oppressa sul piano della acquisizione delle leve di controllo di una nuova macchina statale, sorta per la salvaguardia di nuovi interessi economici e nuove prospettive sociali. Sindacati e comitati sono dunque dei mezzi, attualmente controllati in buona misura dalla classe dominante, che potrebbero, in un prossimo futuro, cambiare la propria funzione conservatrice, sotto la spinta del crescente conflitto sociale ( non certo per la presenza esclusiva, nelle loro stanze dei bottoni, di militanti del partito). L’essenziale, da un punto di vista marxista, è il conflitto di classe, e quindi l’intreccio di fattori oggettivi e soggettivi che spingono il conflitto a manifestarsi sul piano sociale e politico. Tuttavia mentre il partito incarna innanzitutto la conoscenza sorta dalla lotta di classe, e quindi il programma strategico di questa lotta, le organizzazioni sindacali e i comitati esprimono l’autodifesa immediata, spesso locale e parziale, alle condizioni di sfruttamento e oppressione del capitalismo. Possiamo in sintesi concludere che l’azione di oppressione capitalistica, e le reazioni sociali immediate ad essa, costituiscono il terreno su cui opera il partito per raggiungere i suoi scopi politici, ovvero per seminare il programma comunista saldamente ancorato all’invarianza storica del marxismo.

 

Capitolo uno: le condizioni indispensabili per la direzione politica delle lotte immediate

Nel marzo 2016 abbiamo ripubblicato un testo della corrente risalente agli anni cinquanta, specificamente dedicato agli aspetti imprescindibili del rapporto fra partito e lotte economiche.
Nel testo si poneva l’attenzione su tre condizioni fondamentali, ovvero l’esistenza di un ampio movimento di lotte di tipo economico-sindacale, la forte presenza di una avanguardia operaia all’interno dei sindacati o dei comitati, composta in prevalenza da militanti del partito, e infine il non possesso di riserve patrimoniali da parte della maggioranza dei proletari.
È difficile sostenere che le tre condizioni siano oggi pienamente in atto, quindi è arduo comprendere l’ottimismo di chi sostiene di stare svolgendo un buon lavoro dentro il sindacato di base Tizio o il sindacato di base Sempronio, oppure dentro la frazione di minoranza del solito sindacato con molti iscritti (a meno di non specificare bene i motivi, come ora ci accingiamo a fare noi).

Perché qualcuno sostiene di avere svolto un buon lavoro?
I sindacati di base e le correnti minoritarie dei sindacati istituzionali nascono nel fuoco delle lotte immediate, queste lotte, avvenute fuori dal controllo dei sindacati istituzionali, pur non riuscendo a mutare i rapporti sociali esistenti, lasciano delle tracce dando vita ai gruppi sindacali di base (oppure avvicinando talune avanguardie al programma comunista).

Ripetiamo la sequenza: 1) l’azione di lotta immediata di una parte della classe non riesce a coinvolgere il resto dei lavoratori salariati su parole d’ordine generali, e in prospettiva politiche.

2) l’insufficiente potenza dell’azione di lotta proletaria pone in vita, tuttavia, delle piccole forze sindacali, le quali raccolgono i resti del fuoco divampato in precedenza, incanalandolo sui binari della trattativa con la controparte padronale, mentre una ridottissima minoranza proletaria si avvicina alla militanza politica comunista.

Lo schema essenziale è questo, l’importante, nelle lotte e anche nelle successive sconfitte dei loro obiettivi immediati, è dunque l’insegnamento politico e pratico che viene fornito a una parte delle avanguardie operaie.

Invece a dispetto di questo, può prevalere, in qualche analisi politica, l’idea della positività della lotta non per i motivi anzidetti, ma per i risultati raggiunti successivamente nella contrattazione con la controparte. Adducendo, come giustificazione politica, la presunta evidenza data dal fatto che la conquista di un risultato parziale rinforza la combattività e favorisce l’unità di azione dei lavoratori (intorno alle organizzazioni sindacali di base, in parte composte da militanti politici).
La debolezza di questa argomentazione è la seguente: in un contesto in cui mancano le tre condizioni fondamentali ricordate all’inizio del capitolo, l’unico vantaggio reale delle lotte economiche immediate è innanzitutto nella selezione di una militanza politica comunista, mentre la dimensione minoritaria delle azioni sindacali, per quanto radicali nelle piattaforme, difficilmente ha ottenuto dei risultati sensibili, negli ultimi decenni,  nell’aumento della combattività e nell’unità dei lavoratori (sul piano delle lotte economiche).
Le lotte economiche immediate sono comunque importanti come palestra politica, per una minoranza dei lavoratori, ed è su questo aspetto che punta una forza politica comunista, affinché nel corso del tempo, si realizzi una delle tre condizioni fondamentali per la direzione delle lotte, ovvero la forte presenza del partito nelle organizzazioni di difesa immediata della classe (comitati e sindacati).

 

Capitolo due: intreccio fra fattori oggettivi di conflitto (leggi di funzionamento del capitalismo) e fattori soggettivi ( partito storico-formale)

La questione del rapporto partito/sindacato non può essere chiarita solo sulla base delle precedenti analisi.
Sebbene sia indispensabile ragionare sugli aspetti socio-politici effettivi, ovvero le condizioni di un possibile successo del partito nella direzione delle lotte, vanno anche studiate le dinamiche generali (oggettive e soggettive) che pongono in essere le condizioni, cioè le cause economiche e politiche che operano dietro il verificarsi di certe condizioni.

Sul piano dei fattori oggettivi abbiamo, già nel titolo del capitolo, indicato il principale di essi nel capitalismo. Un ‘sistema’ che producendo miseria, sfruttamento e dispotismo crescenti, determina anche delle conseguenti resistenze al combinato malefico appena esposto.
Ricordiamo questo ovvio aspetto, anche per ridimensionare le narrazioni politiche che continuano a dipingere con tinte forti il rapporto partito/ sindacato.

Il sindacato è un contenitore, certo importante, ma esso è nulla se non c’è un contenuto, e il contenuto non lo crea il contenitore, ma è creato dallo stesso sistema.

Le lotte di difesa immediata sono dunque una realtà immanente al capitalismo, un compagno di viaggio inseparabile.

Superata una certa soglia di pressione oggettiva sistemica sulla classe dominata (miseria, sfruttamento, dispotismo), è verosimile che a sua volta questa classe esprima una contro-pressione sul sistema.

Le lotte economiche e sindacali nascono da questa meccanica elementare di azione e reazione, e tuttavia nella loro essenza non sono fatali per il sistema, poiché il loro orizzonte risiede nella contrattazione/negoziazione con il capitale.

I fautori del sindacalismo rivoluzionario soreliano, dovrebbero trarre insegnamento dalla storia dei fallimenti di tali tendenze. Le occupazioni delle fabbriche, nel 1920, durarono molti mesi, anche taluni scioperi si sono prolungati per mesi interi, eppure queste azioni, restando semplici occupazioni e scioperi, cioè lotte economiche immediate, non hanno mutato i rapporti sociali capitalistici.

La verità è che le lotte economiche, gli scioperi, le occupazioni, producono dei risultati significativi solo quando sfociano sul piano politico, rimettendo in discussione i rapporti di potere fra le classi sociali (come accaduto in Russia nel 1917).
La distruzione di un assetto di potere si verifica quando un movimento di lotte è indirizzato verso questo obiettivo. Sotto la pressione dei fattori oggettivi di sistema, la classe oppressa può scegliere la strada dell’emancipazione, guidata da una forza politica, la forma partito, la cui origine e funzione è fondamentale. Come ben descritto in ‘Dialogato con i morti’ il partito incarna il piano soggettivo, la conoscenza e la volontà tradotte in programma, la tattica e la strategia. Esso è al contempo l’espressione di condizionamenti storici non eludibili, ma anche una forza attiva che può, in determinate situazioni, avere la libertà di scegliere e condizionare gli eventi, dunque essere fattore di storia. Esso è condizionato da fattori sociali oggettivi, intesi come il livello qualitativo e quantitativo del conflitto di classe, ma è anche libera volontà politica soggettiva di scegliere un percorso, entro un preciso ventaglio di scelte offerte dalla situazione storica.
Il partito è l’organo energetico della classe, imprescindibile per la sua emancipazione (e dunque per l’emancipazione dell’intera specie umana).
Quando il conflitto sociale ristagna, e la classe riesce ad esprimersi solo su un piano di lotta sindacale, accade quello che è avvenuto in un recente passato.

Con i miglioramenti economici e normativi ottenuti negli anni 70, il sistema ha smorzato la combattività di una parte della classe operaia, preparando in questo modo il terreno sociale per le stangate succedutesi dagli anni 80 ad oggi.

L’ingabbiamento dentro il sistema, la metamorfosi, di una parte della classe è un dato di fatto, ben descritto già nel testo del 1946, ‘Prometeo incatenato’.
Metamorfosi significa proprio andare oltre la forma originale, ed è in fondo quello che è accaduto con la controrivoluzione stalinista e fascista, e con l’attuale demo-fascismo: la prima fase metamorfica è causata dalla violenza repressiva dell’apparato statale borghese, la seconda fase, dopo la sconfitta sul campo, è causata dall’ingabbiamento della classe operaia, attraverso il controllo borghese sui partiti e sulle associazioni sindacali operaie.
Ricordavamo, nell’introduzione, l’importanza delle analisi condotte nel secondo dopoguerra dalla corrente, tali analisi contengono infatti la confutazione precisa di successive posizioni sbagliate, ancora oggi in circolazione, in merito al sindacato, alle lotte di indipendenza nazionale, al partito, alla scienza, all’attivismo.

La questione del rapporto partito/sindacato è stata ampiamente definita nei testi della nostra corrente marxista. Il nostro scopo, nell’utilizzare il contenuto di analisi ancora oggi attuali, è di evitare abbagli e successivi errori attivistici, nati dalla sopravvalutazione del ruolo e del peso di alcune lotte economiche in una situazione storicamente sfavorevole.

 

 

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