Socialismo e femminismo

Il movimento femminista che si va dovunque affermando merita l’attenzione e lo studio dei socialisti. Anche in Italia assistiamo ad un risveglio del movimento femminile, e nel campo proletario esso è diretto da quel gruppo di valorose compagne che pubblica la Difesa delle Lavoratrici, periodico a cui ogni vero socialista deve augurare il più grande sviluppo, alla cui diffusione dobbiamo tutti contribuire.

Diciamo subito che l’insieme di tendenze che si comprendono sotto il nome di femminismo, e culmina nell’aspirazione al suffragio universale, non è la stessa cosa del movimento tra le donne socialiste, che appena ora si inizia. Specialmente il principio di cercare partigiani per il voto alla donna in ogni partito politico, sostenuto dalle femministe borghesi, non può essere accettato dai socialisti, rappresentando esso un pericolo di collaborazione di classe, e non potendo quindi conciliarsi coi caratteri fondamentali del movimento socialista. E le nostre compagne della Difesa ci tengono a non passare per “femministe”, e con ragione.

Ma questo non vuol dire che occorra disinteressassi del femminismo, tutt’altro. Bisogna invece sostenere che l’eguaglianza dei sessi è una parte essenziale del programma socialista, che essa non potrà realizzarsi prima dell’abolizione della proprietà individuale, e che il femminismo borghese è su una strada falsa che non potrà condurlo a successi che escano dall’orbita di qualche passeggero trionfo mondano.

Rivelando così l’anima veramente rivoluzionaria del femminismo, noi indurremo i migliori elementi di questo movimento a venire a noi, e ad abbandonare quella parte poco seria, costituita da signore e signorine borghesi, più o meno intellettuali, che vorrebbero raggiungere il voto alle donne conquistando coi loro teneri sorrisi la metà più uno dei 508 onorevoli che lo possono concedere. Occorre quindi propagandare nell’ambiente femminile la tesi che la rivendicazione della donna non può avvenire in una società basata, come l’attuale, sulla proprietà privata. Così una buona parte di donne colte e intelligenti, appartenenti a quel ceto medio che, nel suo elemento maschile, diviene sempre più antisocialista, potranno essere conquistate alla propaganda rivoluzionaria ed essere di aiuto prezioso per l’organizzazione del proletariato femminile.

Occorre nello stesso tempo rendere popolare tra i socialisti la questione femminile, inducendo i compagni e gli organizzati a svolgere in seno alle famiglie un’attiva propaganda, per distruggere nel proletariato socialista il pregiudizio borghese e conservatore dell’inferiorità femminile.

Dimostrare che la borghesia capitalistica sarà sempre contraria al femminismo non è difficile compito. La classe che ha il monopolio dei mezzi di produzione lo conserva e lo trasmette per mezzo delle successioni e delle eredità in linea maschile, e quindi garantisce la continuazione del suo monopolio a mezzo di una serie di disposizioni giuridiche che rappresentano una vera tirannia di sesso. Nelle classi possidenti la famiglia ha oramai il solo valore di mezzo di trasmissione della proprietà individuale; è la ditta che soffoca il focolare domestico di romantica memoria, e la classe capitalista (che sa a tempo sospendere le lotte interne di concorrenza, quando si tratta di lottare contro un pericolo comune) vede di malocchio le aziende rarissime affidate alle donne, e le combatte con disposizioni legali.

Quindi la borghesia non accetterà mai la collaborazione della donna nella formulazione della legge. E’ vero che qualche nazione ha già concesso il voto alla donna, ma sono casi limitati di eccezione. D’altra parte le donne vogliono il voto non come fine estremo della loro agitazione, ma come mezzo di avere tutta una legislazione sociale in difesa della donna.

Ebbene, anche la democrazia più avanzata esita a lanciarsi in questo campo. Cambiare l’ordinamento giuridico della famiglia è pericoloso per tutto l’edificio della società capitalistica, e la democrazia non è che un atteggiamento storico di conservatori che si dicono evoluzionisti per allontanare la rivoluzione, esita e promette poco per mantenere nulla. Arriva al divorzio o poco più in là. E il divorzio non attenua che di poco l’inferiorità giuridica e morale della donna.

L’emancipazione del sesso femminile non è una riforma raggiungibile nell’ambito delle presenti istituzioni, ma una conquista essenzialmente rivoluzionaria. Solamente un partito veramente sovversivo, come il partito socialista, può scriverla nella sua bandiera.

La tirannia maschile si basa sul fatto che il maschio non è responsabile del frutto dei rapporti sessuali, non è obbligato a mantenere la prole. Per questo la donna che si concede domanda una garanzia legale della maternità (matrimonio), o anche una quota (direi quasi) di assicurazione contro il rischio di essere madre, e abbiamo la prostituzione. La fisionomia fondamentale dei due fatti è la stessa, al di fuori di ogni pregiudizio morale, e si risolve in una conclusione assai semplice: nella società attuale, l’amore si riduce essenzialmente ad un rapporto economico di compra-vendita.

Marx dimostrò che il lavoro è soggetto come qualunque altra merce alle leggi dell’offerta e della domanda. Si potrebbe svolgere una teoria analoga sulla merce-amore.

E anche in questo campo si può dimostrare l’esistenza di un plusvalore, che rappresenta lo sfruttamento del maschio sulla femmina, analogo a quello del capitale sui salariati.

Una analisi dettagliata dimostrerebbe che nessuna forma di rapporto sessuale può sfuggire a queste leggi. Ci si può chiamare volgari, ma questo non sposta la nostra obiettività.

Il socialismo ha disturbato già la “poesia” di chi voleva godere senza che raggiungesse le sue narici delicate il puzzo che sale dal letamaio degli sfruttati. E noi potremo dire a quei giovani sentimentali e intellettuali che ci accuseranno di “cinismo” che essi indirizzano la parte migliore della loro attività appunto a questo nobile scopo: amare senza pagare.

La causa quindi dell’inferiorità femminile va cercata nella costituzione economica della società.

Se una legge veramente potesse aversi sulla ricerca della paternità, essa dovrebbe stabilire, in linea astratta, questo principio di diritto: gli averi di ogni uomo si ripartiscono in misura eguale a tutte le donne con cui ebbe rapporto per il mantenimento della prole. Una tale legge segnerebbe la fine del capitalismo. E’ assurdo che la borghesia la voti. Ma è possibile che una democrazia avveduta la adombri nei suoi programmi – insieme ad altre che lo spazio ci vieta di analizzare – per deviare il movimento femminile dalla corrente rivoluzionaria.

Ebbene, noi diciamo a tutte le donne che soffrono, tradite e ingannate dalla prepotenza maschile, che esse non debbono lasciarsi trarre sulla falsa strada. Come ai proletari che aspettano il loro riscatto dalle riformette democratiche, noi diciamo alle nostre compagne: Alzate gli occhi, la luce della redenzione è là, nella grande conquista rivoluzionaria e non altrove.

Guardiamoci dalla democrazia femminile che sarà non meno dannosa del clericalismo femminile.

Già in questo campo la massoneria lavora, con intensità non sospettata, e fa portare “in voce di soprano” i suoi dischi fonografici: civiltà, progresso, libero pensiero… E’ un allarme che deve correre tra le file socialiste perché la triste manovra non possa riuscire.

E perché non riesca, bisogna che noi lavoriamo molto più di coloro, alla vera, alla buona, alla santa propaganda fra le donne.

Da “L’Avanguardia” del 27 ottobre 1912. Firmato: Amadeo Bordiga.

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