Cronologia e storia della guerra di Spagna

SESSANT’ANNI  DALLA  GUERRA  DI  SPAGNA

PREMESSA

Lo spirito con cui ricordiamo la guerra di Spagna e le posizioni prese in proposito dalla nostra Frazione all’estero è quello di rivendicare l’opera svolta dalla Frazione, inclusi i suoi limiti e le sue oscillazioni, soprattutto dopo il 1937-’38, non certo quello di rinnegarla o – peggio – di metterla tra parentesi. In particolare vogliamo mettere in evidenza la continuità del lavoro organico di Partito sulla questione del fascismo lungo tutto l’arco storico che va dal PCd’I nei suoi primi due anni di vita alla Frazione di sinistra all’estero (formata da militanti profughi in Francia e in Belgio) alla formazione del nostro Partito dapprima nel 1943-’45 e poi nel secondo dopoguerra. Uno dei principali meriti storici della Frazione è infatti quello di aver «affermato costantemente che il Partito sarebbe potuto rinascere soltanto in una lotta tenace non solo contro lo stalinismo, non solo contro la socialdemocrazia, ma in generale contro la democrazia […]. Ora, in questo periodo, in cui tutti, più o meno, si lasciano suggestionare dalla democrazia […], viceversa la posizione dei nostri compagni […] dal principio fino alla fine, è nettamente antidemocratica» 1. La stessa lotta contro il fascismo è posta dunque su un terreno antidemocratico, e quindi fuori da ogni sudditanza all’antifascismo, che viene anzi combattuto con altrettanta energia e con fermezza anche maggiore. In ciò la Frazione, ricollegandosi alle posizioni già definite con grande chiarezza dalla Sinistra nel 1921-22, si distingue da tutte le altre formazioni di estrema sinistra, inclusi i trotskisti, che, per la debolezza del loro impianto teorico, finiranno tutte in questo periodo per ridursi ad essere solo l’ala sinistra dell’antifascismo, ricadendo nel pantano della democrazia borghese e precludendosi ogni possibilità di additare ai proletari, nella catastrofe bellica a venire, una strada diversa ed opposta a quella dell’inquadramento nei fronti militari in cui si andranno a raggruppare gli Stati imperialisti.

Riprendere le posizioni difese dalla Frazione rispetto alla guerra di Spagna assume allora per noi, per il nostro attuale Partito, un grande significato per diversi motivi:

1) Perché la Frazione ha avuto il merito di giungere ad una aperta rottura con Trotsky su tutta una serie di questioni, non ultima quella delle «parole d’ordine democratiche» da avanzare o meno in Ispagna ed altrove, rendendo finalmente esplicita quella discontinuità tra la Sinistra e la tradizione terzinternazionalista, che era rimasta fino ad allora latente. Essa è storicamente ancorata a divergenze tattiche tutt’altro che irrilevanti (astensionismo, tattica del «fronte unico», concezione dell’Internazionale come partito unico mondiale e non come federazione di partiti nazionali formati con troppa fretta ed utilizzando purtroppo interi spezzoni di socialdemocrazia), la cui reale portata si renderà evidente soltanto dopo, quando le deviazioni tattiche apriranno la strada alle sbandate sul terreno dei principi. E proprio in forza del significato non contingente di tali divergenze, del fatto che è stata la storia poi a seppellire i fronti unici, il parlamentarismo rivoluzionario e gli improvvisati partiti «comunisti» che si erano voluti costruire in Occidente con materiali riciclati ed eterogenei come altrettanti strumenti di conservazione del regime borghese, che va respinta la tenace e periodicamente risorgente tendenza alla soggezione acritica rispetto al «modello» bolscevico, assieme alla tesi secondo cui la III Internazionale di Lenin costituirebbe il punto più alto raggiunto finora dal movimento operaio mondiale. A questa tesi riduttiva va contrapposta quella che afferma che è stata, viceversa, la Sinistra Comunista a rappresentare quanto di meglio il proletariato mondiale ha saputo finora esprimere, e che tale esperienza è quindi il passaggio obbligato della futura ripresa del movimento comunista internazionale;

2) Perché in quel frangente storico la nostra Frazione è stata accusata dagli avversari – Trotsky incluso – di astrattezza e meccanicismo con una virulenza ed un livore fino ad allora estraneo alle discussioni ed ai dibattiti tra rivoluzionari; e ciò non certo per colpa della Frazione, che ebbe anzi con Trotsky una pazienza enorme, e che del resto non faceva che riprendere, alla luce dei nuovi avvenimenti, posizioni ben note e già esposte dalla Sinistra negli anni ’20, ma perché il corso storico controrivoluzionario aveva spinto a destra tutti quanti. Perciò le divergenze diventavano degli abissi e le discussioni tra compagni prendevano la forma della lotta politica tra avversari, tra esponenti di classi contrapposte, con tutto quello che di odioso ciò comportava: alle parole stava infatti subentrando il piombo dei plotoni di esecuzione in Russia e nella stessa Spagna, oltre alle pallottole vaganti della polizia staliniana un po’ dovunque. Riprendere oggi le posizioni della Frazione sulla questione spagnola, respingendo le calunnie di cui è stata oggetto, significa quindi difendere il passato cui essa è rimasta caparbiamente aggrappata, perché proprio in ciò risiedeva il suo crimine;

3) Perché rivendicare il cammino fatto dai nostri compagni in una situazione di totale isolamento significa essere in grado di rivendicarne consapevolmente i risultati, l’avvenire che la Frazione ha saputo preparare, vale a dire quel rifiuto dei blocchi partigiani che è tutt’uno con il riconoscimento del carattere imperialista della II guerra mondiale, e quindi metterci nelle migliori condizioni per identificare e combattere nelle loro forme ancora iniziali ed embrionali – e quindi più insidiose – i blocchi partigiani del prossimo conflitto mondiale;

4) Perché la Frazione ha percorso il suo cammino grazie ad un lavoro teorico che per ragioni obiettive non si è potuto avvalere dell’apporto diretto di Amadeo Bordiga; ripercorrerlo oggi assume quindi anche il significato di ribadire una volta di più, contro i rigurgiti di personalismo più o meno camuffati, il carattere organico ed impersonale del lavoro di Partito.

POSIZIONI  POLITICHE  DELLA  FRAZIONE  E  METODO  MARXISTA

«Per comprendere gli avvenimenti spagnuoli occorre innanzitutto rifarsi all’elemento fondamentale della concezione marxista […]. Sceverare l’essenziale dall’accessorio» 2, cioè tenere ben saldo il metodo scientifico dell’astrazione determinata, che noi sempre rivendichiamo contro i concretisti, e sul cui corretto utilizzo va valutata la apparente «follia» delle posizioni della Frazione sulla guerra di Spagna, ossia la effettiva aderenza alla realtà della diagnosi emessa in quella situazione da parte di noi marxisti, che veniamo sempre dipinti come gente che «non ha i piedi per terra».

Le posizioni della Frazione sulla guerra di Spagna possono essere sintetizzate come segue:

1. In Spagna non è all’ordine del giorno una rivoluzione doppia (borghese trascrescente in proletaria), come in Russia nel 1917, ma una rivoluzione puramente proletaria, come in tutti i paesi entrati, bene o male, nella sfera del capitalismo.

2) Le parole d’ ordine democratiche (Repubblica, diritti civili, libere elezioni, ecc.) sono quindi solo un ostacolo sul cammino del proletariato, in quanto lo deviano dai suoi obiettivi specifici immediati e finali.

3) I moti insurrezionali del proletariato iberico del dicembre 1933, ottobre 1934 e luglio 1936, pur generosi ed eroici, non furono eventi rivoluzionari, in quanto la rivoluzione proletaria si afferma nella battaglia contro lo Stato borghese, che non avvenne perché mancò in Spagna il partito di classe, ossia l’unica forza politica in grado di dirigere la rivolta proletaria contro lo Stato, per quanto democratico, progressista, repubblicano e socialistoide esso possa essere. In assenza di ciò quelle rivolte non poterono che essere il preludio della controrivoluzione, che fu purtroppo il solo ed esclusivo protagonista del dramma spagnolo.

4) L’antifascismo, che allora conquistò tutti, è una risorsa essenziale della controrivoluzione: isolando la lotta contro il fascismo (che è solo una delle forme del dominio borghese) da tutto il resto e trasformandolo nel «nemico principale» se non unico agli occhi dei proletari, l’antifascismo li conduce infatti alla negazione di principio e di fatto della lotta contro il capitalismo.

5) La guerra di Spagna non fu una guerra civile ma uno squarcio di guerra imperialistica: se si fosse trattato di guerra civile dichiarata, si sarebbero delineati fronti sociali anziché territoriali, la lotta di classe ne avrebbe tratto impulso anziché essere soppressa in nome di «istanze superiori», ed infine il fuoco delle armi proletarie si sarebbe diretto sui gangli dell’apparato statale borghese anziché assoggettarsi al loro comando. Esattamente il contrario di quello che accadde in Spagna. Ciò constatato, ne conseguiva necessariamente la parola d’ordine del disfattismo su entrambi i lati del fronte.

Alla base della definizione della guerra di Spagna come episodio di guerra imperialistica vi è appunto il metodo dell’astrazione determinata, capace cioè di cogliere l’essenzialità della questione dello Stato e del Partito e l’inessenzialità di tutto il resto, anche di fenomeni suggestivi e apparentemente rivoluzionari, come l’armamento degli operai, la violenza proletaria, le chiese date alle fiamme o gli esperimenti di «gestione operaia». Ciò che conta non è in effetti il fatto in sé che gli operai siano armati (lo sono anche negli eserciti borghesi …), ma che abbiano ben chiaro il bersaglio su cui dirigere il fuoco, e quindi i compagni insistettero giustamente sul fatto che il fucile sulla spalla dell’operaio non ha in sé alcuna virtù taumaturgica. Le imprese del terrorismo individualista e romantico degli anni ’70 in Italia e Germania non faranno che ribadire il concetto.

D’altra parte entusiasmarsi per la distruzione dei luoghi di culto significa dimenticare che l’essenza del potere borghese non sta certo nella Chiesa, ma nello Stato, con tutte le sue bardature poliziesche e militari poste a tutela dei gangli economici vitali del regime capitalista: mentre le chiese spagnole bruciavano, in effetti, la Guardia Civil presidiava le banche, e dava così senza volerlo una lezione magistrale ai «rivoluzionari» della frase, così pronti a lasciarsi suggestionare dai ricordi e dai fantasmi delle rivoluzioni borghesi da non saperli riconoscere per quello che sono e da dimenticare che fu proprio la rivoluzione francese ad innalzare altari alla Dea Ragione ed a trasformare le chiese in luoghi di riunione politica.

Le nozioni di Partito e Stato rappresentano l’asse portante della ricostruzione scientifica del processo sociale in quanto non sono state «scelte» arbitrariamente, ma sono il risultato della sedimentazione di una quantità enorme di determinazioni concrete, l’integrale di tutte le esperienze sanguinose che contrassegnano il cammino storico del proletariato mondiale.

Senza il Partito che dirige contro lo Stato la spontanea sollevazione delle masse, non si può quindi parlare di «guerra civile», nel senso nostro e di Lenin di «guerra di classe», anche se i combattenti sono cittadini della stessa nazione. Si deve invece parlare di guerra imperialista, anche se i concretisti balzeranno in piedi chiedendo quali fossero nella Spagna del 1936-’39 gli imperialismi rivali e quali mercati si contendessero. La definizione di guerra imperialista nasce da due considerazioni di fondo: anzitutto si scontrano due frazioni borghesi tra loro confederate nel perseguire l’annientamento fisico oltre che politico del proletariato spagnolo; in secondo luogo in Spagna si ha un primo confronto armato, per quanto indiretto, tra le due costellazioni imperialiste (l’Asse italo-germanico e gli anglo-franco-russi) che tra non molto si scaglieranno l’una contro l’altra. Entra in gioco anche qui il metodo dell’astrazione: l’essenza della guerra imperialista non sta infatti nella lotta tra i diversi Stati nazionali per la spartizione dei mercati, ma nella lotta tra diverse frazioni del capitalismo mondiale tra loro convergenti nel perseguire la distruzione della forza-lavoro eccedente, oltre che del capitale costante gonfiatosi oltre il limite di sopravvivenza del processo di accumulazione e distruzione della forza-lavoro significa anche controrivoluzione preventiva. In assenza del Partito, e quindi nella impossibilità di concentrare la violenza operaia in senso antistatale, inoltre, non si può parlare di «situazione rivoluzionaria», nonostante le apparenze contrarie. Non esiste infatti «situazione rivoluzionaria» quando manca la direzione rivoluzionaria, in quanto la mancanza di quest’ultima è la manifestazione suprema del carattere controrivoluzionario della situazione storica. Non ha senso in tali circostanze fare appello alla «buona volontà» ed esortare se stessi o gli altri a «rimboccarsi le maniche» tuffandosi nel vivo dell’azione. «Il partito di classe non si inventa, non si improvvisa e neppure si importa» 3 non può essere cioè «fondato» in modo volontaristico, paracadutando una «direzione rivoluzionaria» dall’esterno. Da materialisti noi dobbiamo sapere che «se (il partito di classe) non esiste, è perché la situazione non ne ha consentito la formazione» 3. Se la classe operaia, spagnola non ha potuto forgiarsi un partito, ciò è da correlare al fatto che su di essa pesava una immaturità storica che ci vieta di considerare la situazione del 1936 come rivoluzionaria. Anche se una direzione rivoluzionaria fosse piovuta dal cielo dotata di un programma impeccabile, non avrebbe avuto alcuna possibilità di collegarsi con le masse o anche solo di farsi ascoltare, e quindi non avrebbe potuto in alcun modo agire come direzione per quel movimento. Ecco perché l’improvvisazione del partito è una falsa risorsa: «noi sentiamo proclamare da tutte le parti che basterebbe un repentino accordo tra militanti spagnoli o di altri paesi, accordo basato su un programma le cui formulazioni progressiste seguirebbero l’evoluzione violenta degli avvenimenti, perché infine, nel giro di qualche giorno, sia possibile far germinare il partito di classe del proletariato spagnolo» 3. Ecco perché i costruttori di partiti ci accusavano di affermare che «in Spagna non c’era nulla da fare perché mancava un partito bordighista», come se esportare un pugno di militanti in Spagna col loro bravo programma in testa ed improvvisare così un partito «nostro» avesse cambiato le cose … Noi non apparteniamo alla banda dei costruttori di partiti, e quindi respingiamo questa deformazione della nostra posizione «in una forma didattica e scolastica» che lo riduce ad «una stupidità incommensurabile» 3. Non ci guida infatti la preoccupazione estatica di avere un programma rivoluzionario perfetto per fare bella figura con la Storia, ma quella molto più concreta, di avere un vero partito, e non un partito fittizio: sappiamo infatti che è la sedimentazione delle posizioni rivoluzionarie nella memoria della classe che consente al partito – anche piccolo e magari dotato di un programma «imperfetto» – di essere ascoltato nel momento decisivo e di reclutare nella propria area di influenza gli ufficiali di collegamento tra stato maggiore e truppa.

STRUTTURA DEL CAPITALISMO SPAGNOLO

L’arretratezza del capitalismo spagnolo dipende dal fatto che esso non nasce da una rivoluzione antifeudale, ma da un adattamento delle caste feudali e dello Stato alle esigenze di un’economia borghese peraltro solo in parte industrializzata. Le «isole» industriali che ne caratterizzano la struttura sono localizzate soprattutto nel Nord: nelle Asturie e nel Leon (miniere di carbone), in Catalogna (industria tessile e meccanica), in Biscaglia (miniere di ferro), ed infine in Murcia e Jaén (miniere di piombo), con epicentri a Barcellona e Madrid 1 e 2. «Per contro l’Aragona, Valenza, l’Estremadura, la nuova e la vecchia Castiglia, l’Andalusia, la Galizia, restano zone essenzialmente agricole dove, a fianco delle terre incolte, si giustappongono i tipi più diversi ed opposti di sfruttamento della terra. A Valenza esistono delle imprese agricole che lavorano con metodi moderni di sfruttamento. In Estremadura ed in Andalusia abbiamo i grandi latifondi ed uno sfruttamento della terra con metodi ultraprimitivi». 3

Nel graduale trapasso dall’antico al nuovo regime economico la nobiltà e il clero si trasformano dunque negli agenti del moderno modo di produzione diventando «proprietari di compagnie minerarie, di banche e di imprese industriali e commerciali» 4. L’arretratezza spagnola non è quindi sinonimo di precapitalismo, dato che «la Spagna appartiene ai paesi capitalistici più vecchi», e la mancanza di una rivoluzione antifeudale dipese «unicamente dalle condizioni eccezionalmente favorevoli in cui poté affermarsi e sbocciare la borghesia spagnola. Possedendo un immenso impero coloniale, questo capitalismo poté evolvere senza grandi scosse interne» 5. Gli enormi profitti coloniali permisero cioè un graduale passaggio dall’antico al moderno modo di produzione senza ricorrere alla leva politica della rivoluzione; la nobiltà si adattò al regime economico borghese perché esso fu in grado di comprarla, di farla retrocedere dalle vecchie prerogative in vista non della rovina sociale ma dell’acquisizione di nuovi privilegi. Nato molto presto ed in un ambiente troppo favorevole, senza ostacoli da superare e lotte da sostenere, il capitalismo spagnolo non riuscirà mai ad irrobustirsi. La borghesia spagnola, a sua volta, non essendo altro che il risultato dell’imborghesimento di preti e feudali, è una classe che nasce già decrepita, con tutte le tare ed i vizi propri delle caste ormai mummificate, non ultima la deficienza di «spirito d’impresa». Finché essa poté investire a basso rischio i suoi capitali nelle colonie tutto andò per il meglio, ma, perso l’impero d’oltremare, essa subì un declino irreversibile, sicché la stessa formazione delle «isole» industriali richiese l’intervento del capitale straniero («sono l’Inghilterra, la Germania, la Francia, che si incaricheranno di sfruttare le ricche miniere di mercurio, piombo, rame e ferro della Spagna» 6 e nel momento della formazione dei grandi Stati capitalistici in Europa «la borghesia spagnola (fu) privata di ogni possibilità di affermazione nel campo delle competizioni internazionali» 7. I compagni ricordano che Marx aveva sostenuto che la Giunta Centrale del 1808 «avrebbe dovuto apportare delle modificazioni sociali alla società spagnola» 8 e che per il carattere borghese progressivo della I Repubblica aveva preconizzato una tattica da «rivoluzione doppia» («inoculare, nel corso delle rivoluzioni borghesi, il virus della lotta operaia» 9 fino alla vittoria finale di quest’ultima), ma lo fanno solo per contrapporre nettamente una I Repubblica progressiva ad una II Repubblica reazionaria, in quanto tra il 1808 ed il 1931 c’è oltre un secolo di sviluppo del capitalismo: «la posizione marxista … vieta di lanciare la parola d’ordine della lotta per la Repubblica o per la sua riforma nel momento in cui l’analisi storica prova che la Repubblica è divenuta la forma essenziale di dominazione su un proletariato che si trova, per l’evoluzione delle situazioni storiche, nella condizione di non potere avanzare come rivendicazione statale che la dittatura del proletariato, attraverso l’insurrezione e la distruzione dello Stato nemico» 10. L’analisi della struttura del capitalismo spagnolo svolta dalla Frazione si contrappone dunque nettamente sia a quella dei centristi, cioè degli staliniani, secondo cui «i compiti che stanno davanti al popolo spagnolo sono i compiti di una rivoluzione democratico-borghese» 11 sia a quella delle opposizioni di sinistra di matrice trotskista: Trotsky infatti polemizzava sì contro la tattica del fronte popolare, cioè dell’alleanza tra proletariato e borghesia democratica, ma solo perché essa «riprendeva la vecchia teoria menscevica» che faceva «della rivoluzione democratica e della rivoluzione socialista due capitoli storici indipendenti e separati nel tempo l’uno dall’altro» 12, mentre invece bisognava innestare la seconda nel corso della prima secondo lo schema della rivoluzione in permanenza valido per la Russia del ’17. Non a caso egli saluta l’avvento della II Repubblica spagnola nel 1931 come un avvenimento rivoluzionario. Sembra che Stalin e Trotsky in fondo concordino nel valutare la Spagna degli anni Trenta come un Paese ampiamente precapitalistico cui la storia pone il compito della rivoluzione antifeudale. In realtà Trosky riconosce che la Spagna è ormai un paese capitalista, anche se con parecchi retaggi preborghesi, ma preconizza ugualmente una tattica da rivoluzione doppia, compiendo un errore che è peggiore di quello dei centristi. Da subito quindi la Frazione si trova del tutto isolata e controcorrente, tanto più che tutti «i teorici ed i partiti politici spagnoli sostenevano il dogma di una rivoluzione borghese in atto in Spagna» 13. Uno dei corollari del peculiare sviluppo capitalistico spagnolo è costituito dal ruolo centrale dell’esercito, chiamato a supplire con l’uso sistematico della violenza all’incapacità dell’economia sia di «canalizzare i movimenti proletari» 14 tramite concessioni riformiste, sia di opporsi alle tendenze centrifughe dilanianti la classe dominante: «attraverso l’esercito [la borghesia] riuscì a tenere assieme le parti antagonistiche della sua economia, a mantenere una centralizzazione delle regioni più opposte» 15. Mancava in effetti alla classe dominante spagnola anche quella potente forza unificatrice politica che è data da una tradizione nazional-rivoluzionaria, e l’esercito dovrà sostituirsi a più riprese ad una classe politica priva, oltre che di risorse economiche, di credibilità morale.

Un secondo aspetto è la presenza appunto di forti spinte centrifughe, rappresentate in particolare dai separatismi basco e catalano, la cui base materiale è data dallo sviluppo industriale «a isole» prima ricordato, e che la Frazione definisce come movimenti «senza sbocco e che hanno un significato reazionario in quanto la classe al potere è comunque il capitalismo, che estende su tutto il territorio l’influenza delle banche, dove si concentrano i prodotti del pluslavoro proletario e del sopralavoro contadino» 16. I separatisti sono quindi reazionari perché lottano contro la centralizzazione capitalistica, non precapitalistica, perché la Spagna del 1931 non è la zarista «prigione dei popoli»; e sono utopisti perché la forza della borghesia sta proprio nella sua capacità di centralizzazione, in funzione della quale è avvenuta infatti la crescita industriale della Spagna postbellica. I movimenti separatisti non hanno quindi da offrire al proletariato nulla più di quanto possa offrire Madrid, ma caso mai qualcosa di meno: il capitalismo decentrato di cui sono fautori non potrebbe infatti che essere ancora più ferocemente antiproletario del centralismo madrileno, in quanto, in assenza di un meccanismo di compensazione degli squilibri interregionali, i proletari agricoli delle regioni più arretrate soffrirebbero la fame e la frusta peggio di prima, mentre l’accentuarsi della frammentazione del capitalismo spagnolo priverebbe gli operai delle regioni industrializzate di buona parte della loro capacità di resistenza alla pressione del capitale, capacità di resistenza collegata alla possibilità di una mobilitazione unitaria di tutto il proletariato iberico, senza contare il fatto che la presenza sul mercato mondiale di un capitalismo basco, catalano ecc. anziché di un capitalismo spagnolo non potrebbe che essere contrassegnata da un dinamismo nettamente minore, con ovvie ripercussioni negative sulle condizioni di vita e di lavoro degli operai. Il carattere antiproletario del separatismo basco verrà del resto in piena luce nel 1934, quando esso «lascerà schiacciare la lotta delle Asturie, e, per giunta, i battaglioni del terrore governativo saranno diretti da un separatista». 17

LA  SOVRASTRUTTURA  POLITICA

Nata da un estremo sforzo di adattamento delle vecchie caste feudali ai nuovi rapporti sociali borghesi, la classe dominante spagnola trasformerà questa necessità in una virtù, acquistando sul terreno politico quelle caratteristiche che i compagni della Frazione definiscono come «souplesse», ossia flessibilità, capacità di muoversi con grande scioltezza tra le diverse opzioni e formule governative su cui le conviene di volta in volta puntare a salvaguardia del proprio potere. Il secondo grande vantaggio storico che la borghesia spagnola mutua dall’arretratezza del suo stesso impianto è costituito dalla parallela arretratezza del movimento operaio, a persistente prevalenza anarchica ed incapace di enucleare anche solo l’embrione di un partito marxista.

È vero che con la I guerra mondiale l’industrialismo spagnolo era stato costretto ad irrobustirsi, specie in Catalogna, «dove si sviluppò rapidamente una potente industria di trasformazione» 18; ma nel 1930 il 50% della popolazione attiva era ancora impiegato nell’agricoltura, solo il 25% nell’industria e il 25% nei servizi. Questa fotografia ci dà tuttavia solo una delle cause della mancata formazione di un partito di classe in Spagna. L’altra è data dall’assenza, alle spalle del proletariato iberico, di una tradizione rivoluzionaria borghese: la critica rivoluzionaria proletaria infatti inizia ad esistere solo cominciando a demolire le illusioni ed i miti dei suoi predecessori, che ne sono il necessario presupposto. «L’inesistenza delle condizioni storiche per la lotta borghesia-feudalesimo determina l’inesistenza storica delle condizioni per una lotta autonoma e specifica della classe proletaria ed esclude l’ipotesi che la Spagna possa giocare il ruolo di epicentro degli sconvolgimenti rivoluzionari internazionali». 19

Ciò significa più precisamente:

1) un Partito Socialista che conduce un’esistenza da larva fino al 1930, quando si rinsangua incorporando i cascami del repubblicanismo borghese; 2) un Partito Comunista virtualmente inesistente fino al 1936, quando acquista visibilità politica incorporando a sua volta buona parte dell’apparato socialdemocratico, di cui diventa il doppione ed il braccio armato, nel senso che va a costituire la polizia politica del Fronte Popolare contro i sovversivi che «fanno il gioco dei fascisti»; 3) un anarcosindacalismo la cui influenza tra gli operai è largamente preponderante e che, a suo modo, ripropone attraverso la FAI e la CNT tutti i peggiori vizi dell’opportunismo politico e del riformismo sindacale. Cercando di capire perché da nessuna di queste formazioni si potesse enucleare il partito marxista, non dobbiamo mai perdere di vista che il vettore storico attivo alle spalle di tutte quante è una classe dominante che, non essendo scaturita dal fuoco di una rivoluzione antifeudale, ma da una vera e propria simbiosi con i cascami dell’ancien régime, era ormai da molto tempo, e cioè fin dall’inizio del suo percorso, «in una fase di decadenza putrefatta» 20 a differenza della borghesia russa che comunque all’inizio del secolo «si trovava su una linea ascendente» 21. In assenza di rivoluzionari borghesi, non vi possono essere i transfughi, i disertori della propria classe, gli iniziatori del partito proletario. La storia, che non ha dato alla luce un Herzen spagnolo, non potrà neppure generare un Lenin spagnolo, ed il proletariato iberico dovrà in un lungo e tormentato percorso leggersi e digerirsi la teoria marxista traducendola da altre lingue: esso, dice la Frazione, «deve ricevere l’aiuto dei proletari più avanzati che […] hanno potuto […] acquisire, in condizioni più favorevoli della lotta di classe, una visione programmatica degli strumenti e delle posizioni che possono condurre il proletariato mondiale verso la sua emancipazione» 22. La socialdemocrazia spagnola era «un gruppo insignificante e personificato in Pablo Iglesias» 23 campione di un «socialismo» antimarxista intriso di educazionismo e di umanitarismo. Essa «ebbe una certa influenza nell’anteguerra solo per la sua politica di alleanza coi repubblicani borghesi, forza poggiante essenzialmente sui ceti intellettuali e piccolo-borghesi» 24. Rispetto al PSI, che negli stessi anni aveva sul proletariato italiano un’influenza determinante ed in cui ad una destra bloccarda si opponevano prima una sinistra intransigente e poi una frazione comunista astensionista, c’è un abisso. Collaborazionista durante la dittatura di De Rivera, il PS, dopo la caduta di quest’ultimo, acquisterà un peso elettorale del tutto sproporzionato alla sua influenza sulle masse e derivato esclusivamente dal fatto che – tra i partiti presenti nelle liste – «era l’unica organizzazione a scala nazionale» mentre «le formazioni repubblicane […] esistevano solo localmente». 25

2) Il partito comunista spagnolo, tenuto a battesimo da Borodin e Graziadei, era, secondo lo stesso Manuilsky, il peggior partito della III Internazionale. Passò dall’adesione incondizionata alle tesi del socialfascismo al democratismo più sbracato. Nel 1931 infatti, «forte dei suoi 400 membri in tutta la Spagna, lanciò la parola d’ordine della «presa del potere» e «anziché lavorare nella CNT per sottrarla all’ideologia anarco-sindacalista, e nell’UGT riformista, ossia negli ambiti dove si trovavano gli operai, […] praticò la scissione sindacale» creando «una CGTU fantasma, il che lo isolò completamente dalla massa operaia». 26

Durante la dittatura di De Rivera proclamava inoltre che «l’unico sbocco sarebbe stata inevitabilmente la rivoluzione sociale e che ogni parentesi democratica era scartata a priori» 27. Da queste posizioni assurde passerà poi ad inneggiare alla democrazia una e trina negli anni successivi …

L’anarco-sindacalismo spagnolo aveva un’influenza direttamente proporzionale all’arretratezza economica del paese: il localismo ed il federalismo degli anarchici costituivano infatti la sovrastruttura ideologica della frammentazione del movimento operaio in «isole» industriali e dell’atomizzazione dei braccianti agricoli del Centro-Sud, connessa alla persistenza di metodi arcaici di sfruttamento del suolo. Esprimeva insomma il riflesso teorico del restringimento pratico dell’orizzonte del movimento proletario entro i confini delle diverse località in cui si trovava segregato, industriali o agricole che fossero. Il fatto che, come ricorda Berneri polemizzando con Togliatti, l’anarchismo spagnolo fosse nato in Catalogna e non in Estremadura, conferma la nostra tesi proprio perché si tratta di industrialismo periferico, di uno spezzone a sé: «il proletariato della Catalogna fu gettato nell’arena sociale non in funzione di una modificazione dell’insieme dello sviluppo spagnolo, ma in funzione dello sviluppo della Catalogna. […] Lì si trova, a nostro parere, la spiegazione del trionfo dell’ideologia anarchica in tutte le regioni della periferia, perché essa soltanto corrispondeva a questo federalismo della lotta di classe, all’impossibilità per il proletariato iberico di armonizzare i suoi sforzi, per arrivare alla costituzione di un partito di classe». 28

L’influenza negativa dell’anarcosindacalismo va valutata sulla base del contenuto effettivo delle sue posizioni politiche. L’astensionismo degli anarchici (e di quelli spagnoli in particolare) ha un contenuto politico del tutto diverso ed opposto a quello del nostro astensionismo, vale a dire un contenuto ultrademocratico e addirittura … elezionista: in occasione del meeting di Barcellona del 5.9.1933 essi infatti proclamarono apertamente che il loro astensionismo è attivo in quanto comporta un’azione «per conquistare il 50% degli elettori all’astensionismo. Sarebbe la vittoria e allora noi faremo …la rivoluzione». 29

Il contenuto reale della sedicente apoliticità degli anarchici altro non fu che l’adesione alla politica borghese o almeno di alcuni settori della borghesia: la FAI in effetti non chiamò mai i proletari a lottare contro i movimenti separatisti, avallandone così il prestigio tra gli operai; l’apoliticità tornerà buona nel ’34 come pretesto per sabotare la rivolta dei minatori asturiani, ma verrà ripetutamente gettata alle ortiche quando si tratterà di soccorrere movimenti borghesi, da quelli separatisti a quelli repubblicani ed antifascisti. In funzione di questi ultimi gli anarchici faranno strame anche della pregiudiziale anti-autoritaria, in quanto finiranno per sostenere lo Stato repubblicano ed il governo del Fronte Popolare e addirittura vi entreranno con ministri propri. D’altra parte già «nel 1873 i bakuninisti spagnoli […] impedirono lo scoppio di un movimento di massa a Barcellona […] e finirono essi, i nemici di ogni potere, per far parte delle maggioranze piccolo-borghesi dei governi (giunte) delle città insorte nel movimento detto «cantonalista». 30

LA DITTATURA MILITARE DI DE RIVERA (1923-1930)

All’indomani delle sconfitte militari in Marocco, culminate nella disfatta di Anual nel 1921, la borghesia spagnola inizia da un lato a paventarne i possibili contraccolpi sociali, e si pone quindi il problema di «impedire ai movimenti proletari di sconvolgere l’insieme del sistema economico» 31; dall’altro sente la necessità pressante di indirizzare i profitti realizzati nel corso della crisi bellica verso «lo sviluppo di una rete bancaria, dei mezzi di comunicazione e dell’elettrificazione» 32, in una parola di modernizzarsi.

Ad entrambi i quesiti può rispondere solo il bastone delle forze armate, l’unico in grado di prevenire la prevedibile ondata di effervescenza sociale esercitando sulla massa dei lavoratori «un terrore militare atroce» 33 e di imporre dall’alto ad una classe dominante frammentata in epicentri locali quella modernizzazione che il corso economico richiede imperiosamente e che è tutt’uno con lo sviluppo di un maggiore centralismo.

Quello che viene instaurato dal generale Primo de Rivera nel ‘23 è quindi certamente un regime borghese dittatoriale, il cui autoritarismo poggia sull’intervento sistematico dell’esercito nella vita sociale, ma non è un regime fascista, come spesso lo si dipinge, in quanto:

a) tollera le organizzazioni socialiste, che collaborano col regime partecipando «agli organi consultivi, alle Commissioni paritarie istituite per il regolamento dei conflitti di lavoro» 34 tanto che Largo Caballero, segretario della centrale sindacale, socialista UGT, verrà addirittura nominato Consigliere di Stato (gli anarchici invece sciolgono volontariamente il loro sindacato – la CNT – in ossequio al regime militare o, come si direbbe oggi, per «senso di responsabilità nazionale»);

b) non fa seguito ad una minaccia rivoluzionaria soffocata, ma rappresenta uno dei meccanismi politici che la classe dominante mette in campo per prevenire possibili sviluppi in tale direzione;

c) non è dotato di un’organizzazione di massa, reclutata in seno alle mezze classi, a supporto del terrore antioperaio. 35 

«Questo tentativo fallisce» quando «nel folto della grande crisi economica mondiale scoppiata nel 1929, il capitalismo si trova a fronteggiare una situazione sociale difficile e complessa», in cui «possenti movimenti di massa sono inevitabili» 36; in particolare il capitalismo spagnolo, per quanto «abbia potuto beneficiare dei vantaggi conquistati durante la guerra grazie alla sua posizione di neutralità» 37, si presenta all’appuntamento del 1929 «non solo sprovvisto di basi di manovra su scala internazionale, dove i mercati assorbono quantità sempre inferiori dei prodotti agricoli esportati, ma anche con un’impalcatura economica che è la meno adatta a resistere ai contraccolpi della crisi economica» 38: nonostante le iniezioni di centralismo somministrate dai militari, l’organismo economico iberico non si è infatti irrobustito a sufficienza, e la Spagna entra nel vortice della crisi mondiale con tutti i caratteri dell’anello più debole della catena imperialista. Ciò che adesso tormenta i sonni della classe dominante è qualcosa di più e di peggio dell’ondata di lotte sociali paventata nel ’23: è lo spettro di una catastrofe rivoluzionaria, l’incubo di un nuovo Ottobre rosso.

Dato che «non era più possibile contenere l’effervescenza sociale nel quadro di un autoritarismo di tipo militare» 39, si rendeva necessaria una risorsa controrivoluzionaria più efficace, costituita dal «sacro regime della democrazia», meglio attrezzato della dittatura militare a «spezzare ogni ripercussione rivoluzionaria dei prevedibili movimenti proletari» grazie «alla combinazione dell’anarco-sindacalismo pasticcione con l’inganno socialdemocratico» 40. Parole che si riveleranno profetiche non appena, nel gennaio 1930, De Rivera verrà liquidato.

LE DOGLIE DEL PARTO DELLA SECONDA REPUBBLICA (1930-31)

Nel 1930 e nei primi mesi del 1931 abbiamo la «strana» dittatura militare del generale Bérenguer, incaricata istituzionalmente di preparare e gestire la transizione alla democrazia ed alla repubblica. In realtà non vi è nulla di strano nel fatto che la democrazia sia tenuta a battesimo da una dittatura militare, in quanto tra queste due diverse forme del dominio borghese vi è la medesima continuità che vi è tra le istituzioni monarchiche e quelle repubblicane, ed entrambi i dilemmi sono dei falsi problemi, la cui unica funzione è di intralciare il cammino del proletariato verso la sua autonomia.

Il 12.4.1931 si svolgono le elezioni municipali, che registrano la vittoria dei partiti repubblicani. Tanto basta perchè al primo stormir di fronde della lotta di classe (precisamente in occasione della proclamazione di uno sciopero dei ferrovieri), si costituisca in tutta fretta un governo repubblicano provvisorio senza che neppure uno straccio di referendum istituzionale ne abbia stabilito la legittimità. Terrorizzata dalla brutta piega degli avvenimenti, «dalla sera alla mattina la borghesia da monarchica divenne repubblicana». 41

Due giorni dopo il re Alfonso XIII è costretto ad abdicare, ma viene subito «riciclato» dal nuovo governo nella veste di «diplomatico onorario al servizio della Repubblica» 42. Quest’ultimo è presieduto dal monarchico Alcalà-Zamora ed affianca ad un ministro degli Interni monarchico (Maura) un ministro del Lavoro socialista (Largo Caballero); una delle sue prime decisioni è la rinunzia a sciogliere la Guardia Civil, il contrario di quanto i partiti repubblicani avevano promesso durante la campagna elettorale: d’altra parte bisogna pur dare atto al suo capo, il gen. Sanjurio, che all’indomani delle elezioni aveva dichiarato di non essere disposto a sostenere la Corona, della sua repentina conversione al credo repubblicano. La commedia (o, come dicono i compagni, il coup de théatre) del trapasso istituzionale nasconde la continuità di un regime borghese che cambia d’abito senza scomporsi; ed è quindi evidente la balordaggine delle declamazioni anche di parte trotskista ed anarchica sul presunto carattere «progressivo» della II Repubblica: Trotsky ne parlò infatti addirittura come di una … «rivoluzione», mentre nel ’31 «i dirigenti della CNT collaborarono coi comitati repubblicani e sostennero che la repubblica, sia pure borghese, era un progresso rispetto alla monarchia, come se i poteri di un presidente Roosevelt non fossero maggiori di quelli di un re «costituzionale», come ad esempio il re d’Inghilterra» 43. È mettendo in scena questa commedia e reclutando questi commedianti che la borghesia spagnola, «incapace di evitare questi conflitti (sociali), dimostrò una grande sagacia nell’impedirne gli sviluppi rivoluzionari» 44. È la «souplesse» della classe dominante spagnola che viene fuori, la sua capacità di ricorrere con una rapidità sconcertante alla formula politico-istituzionale più adatta al mutare delle situazioni: nel 1930, di fronte alla minaccia di moti proletari incontrollabili, la risposta più adatta alle necessità della conservazione sociale non consiste nell’opporvisi frontalmente con metodi fascisti o comunque di destra (violenza aperta e generalizzata, sospensione della legalità democratica), ma nel neutralizzare quella minaccia coi metodi più insidiosi del riformismo e della democrazia progressiva, nel deviare l’offensiva proletaria su falsi obiettivi, in modo da spezzarne il moto unitario e attenuarne là forza d’urto. Perciò la Sinistra ha sempre detto che l’ultimo ostacolo per il moto rivoluzionario e l’estremo baluardo della conservazione borghese sarà costituito sempre dalla socialdemocrazia e non da regimi di destra, e che questi ultimi entrano in scena solo dopo che la rivoluzione ha ripiegato. La situazione spagnola in questo svolto è particolarmente eloquente: «i borghesi spagnoli, dapprima monarchici, compresero ben presto che era più utile al momento abbandonare pacificamente il potere nelle «mani amiche» dei socialisti e dei repubblicani, piuttosto che rischiare una resistenza che poteva mettere in pericolo i loro interessi di classe». 45

L’ondata di scioperi che investirà ben presto tutta la Spagna sarà la migliore conferma della preveggenza della classe dominante.

LA POLEMICA SULLE PAROLE D’ORDINE DEMOCRATICHE   

Contro le posizioni della Frazione a proposito della II Repubblica Trotzky ed i suoi seguaci polemizzano aspramente, facendo della presunta necessità di avanzare, nella Spagna del 1930, delle parole d’ordine democratiche il proprio vessillo. Nel maggio 1930 Trotzky scrive infatti ai nostri compagni: anche «l’ombra di una solidarietà con voi nella questione della democrazia sarebbe ai miei occhi il più grande crimine verso la rivoluzione spagnola» 46; e, un mese prima: «le vostre tesi sulle parole d’ordine democratiche … mi paiono in contraddizione con tutto ciò che considero teoria marxista comunista». 47

Dov’è il crimine di leso marxismo? Dove il «semi-bakuninismo» dei nostri compagni?

«La posizione della Frazione di Prometeo è del tutto negativa», spiegano i trotskisti della «Nuova Opposizione Italiana» testé partorita dal seno del centrismo. «La incomprensione di essa della lotta per la democrazia politica che i comunisti spagnuoli devono condurre per portare le masse alla lotta per la dittatura proletaria ripete gli errori già commessi in Italia dal nostro Partito prima della marcia su Roma per non aver saputo unire la lotta in difesa delle libertà democratiche alla lotta per l’abbattimento del regime capitalista. (…) I riformisti non ragionano diversamente da quelli della frazione di Prometeo quando dicono: «Se voi chiamate le masse a lottare per degli obiettivi democratici, voi non potrete portarle alla lotta per la dittatura». 48

Ma quando mai i riformisti hanno escluso, a parole, la lotta per la dittatura proletaria? In nessun caso, e tantomeno con l’argomento che essa intralcerebbe le lotte democratiche. Il riformista che rinunziasse ad alimentare il tran-tran quotidiano delle «battaglie» democratiche e parlamentari con la promessa retorica di un qualche «sol dell’avvenire» sarebbe un riformista fallito, dovrebbe cambiare mestiere e rivolgersi ad un altro pubblico (non agli operai, ma a tutte le classi), trasformandosi, come gli attuali pidiessini, in un democratico borghese alieno da pose socialistoidi.

«È lottando per tutte le rivendicazioni economiche e politiche – concludono gli esponenti della NOI – corrispondenti ai bisogni immediati delle masse lavoratrici; è sulla base di questa esperienza rivoluzionaria che i bolscevichi riuscirono a dimostrare agli operai e ai lavoratori tutti che «solo il fucile sulla spalla dell’operaio» è garanzia di libertà per il popolo lavoratore; è per questa via che i bolscevichi sono arrivati alla vittoria della Rivoluzione di Ottobre, alla instaurazione cioè della dittatura del proletariato». 49

Scrive ancora Trotsky che «entrare nella rivoluzione spagnola con il programma di Prometeo, è lo stesso che lanciarsi a nuotare con le mani legate dietro la schiena» 50 in quanto «più la lotta dell’avanguardia proletaria per le parole d’ordine democratiche (repubblica, autodecisione nazionale per baschi e catalani, parlamentarismo NdR) sarà audace, risoluta e spietata, (…) più rapidamente la repubblica democratica si identificherà nella coscienza delle masse con la repubblica operaia». 51

In realtà perfino in Russia, dove la lotta per la democrazia aveva storicamente senso in relazione ai compiti rivoluzionari borghesi che il proletariato era chiamato ad assolvere in un quadro di «rivoluzione doppia», i bolscevichi giunsero al potere attraverso un cammino opposto a quello preconizzato da Trotsky e dai suoi seguaci: non mistificando la democrazia come l’anticamera di un dolce e armonioso passaggio al socialismo, o peggio inducendo le masse a identificarla con la repubblica operaia, ma al contrario denunciando la democrazia appena nata – e da una vera rivoluzione, non da un pronunciamento militare! – come un ostacolo da abbattere per l’emancipazione del proletariato. Mentre i bolscevichi nell’atto stesso di lottare per la democrazia contro il medioevo zarista, lungi dal farne la propria bandiera, la denunciavano agli occhi degli operai per quello che era, quindi come l’involucro dello sfruttamento borghese, i trotskisti nella Spagna del 1931 parlano della necessità di far fare agli operai «l’esperienza rivoluzionaria» della democrazia, del regime democratico repubblicano, con tutta la sua polizia, le sue galere, il suo piombo; li invitano a lottare per conquistare e consolidare quelle delizie, attraverso il cui allargamento progressivo passerebbe la strada per il socialismo; pensano di convincerli della necessità della dittatura rossa facendoli prima combattere per ottenere un regime democratico (spacciato come un passo avanti»), e poi facendo sentir loro nella carne viva che quel regime è in realtà un concentrato di menzogne e di violenza. E si illudono che il proletariato, dopo essere stato annientato da quell’«esperienza» in cui lo si era gettato a cuor leggero, possa poi trovare la forza di rimettersi in piedi ed il coraggio di seguire ancora le direttive di un partito che, dopo averlo mandato al massacro a scopo … didattico, adesso scopre che bisogna cambiare strada!

Tutto ciò è semplicemente ridicolo e criminale.

Costretti ad esplicitare il contenuto dell’«esperienza rivoluzionaria» che propongono ai proletari per far loro capire come va il mondo, i trotskisti hanno infatti un soprassalto di pudore e … cambiano le carte in tavola, e sostituiscono alla «lotta per la democrazia», che è un ben definito regime istituzionale borghese, la «lotta per tutte le rivendicazioni economiche e politiche, corrispondenti ai bisogni immediati delle masse lavoratrici». La Frazione denuncia questo banale escamotage per quello che è e coglie l’occasione per fare chiarezza su tutta la complessa questione.

«Senza entrare attualmente nella questione della confusione che volutamente si fa tra parole d’ordine democratiche e rivendicazioni immediate, la CE della Frazione constata che le tesi politiche sostenute per la situazione spagnuola equivalgono ad attribuire al partito – sia pure in via transitoria – il compito della lotta per il ristabilimento della democrazia nella lotta contro il fascismo. Una tale posizione è quella sostenuta dalla destra del partito che confina e si confonde con quella della stessa socialdemocrazia sulla questione italiana». 52

Altrove 53 la Frazione mette a punto con estrema lucidità la posizione marxista sulle «rivendicazioni democratiche» e distingue tra:

1) parole d’ordine immediate di difesa degli operai sul terreno non solo economico ma anche politico, che non sono in realtà delle vere parole d’ordine democratiche e che i comunisti sostengono dovunque e senza riserve;

2) parole d’ordine democratiche in senso proprio, che rivendicano cioè istituti statali democratici (repubblica, libertà di pensiero, di associazione e di propaganda, separazione tra Stato e Chiesa, libere elezioni, autodeterminazione nazionale), che i comunisti sostengono – pur senza mistificarne il contenuto borghese – nelle aree di «doppia rivoluzione» e respingono nelle aree in cui il modo di produzione capitalistico è ormai dominante;

3) rivendicazioni democratiche di carattere economico (distribuzione delle terre ai contadini), che i comunisti possono avanzare anche in paesi già capitalistici ma con settori ancora arretrati come le campagne nella Spagna del 1930.

Si tratta non di «dottrinarismo sterile e pietoso», come pretende Trotsky 54, ma di una valutazione molto articolata e attenta a commisurare l’azione del partito con la dinamica sociale delle differenti situazioni.

Le rivendicazioni immediate, anche a carattere politico, dicono i compagni, sono una cosa, la lotta per un regime borghese democratico al posto di un regime borghese dittatoriale o fascista è un’altra cosa. Difendere ad esempio con le armi il diritto di associazione o di stampa dei partiti e sindacati operai assaliti dalle squadracce o dalla polizia è una cosa; rivendicare un regime borghese democratico che garantisca tali diritti è una cosa completamente diversa. Esortando gli operai a difendere i loro giornali e le loro sedi ed organizzando questa difesa, i comunisti dicono: «Noi dobbiamo difendere non solo il nostro salario, ma anche i nostri strumenti di organizzazione e di lotta, non ci interessa difendere il diritto di stampa o di associazione in generale, ma esclusivamente il nostro diritto di stampa e di associazione, dato che in questo momento non abbiamo la forza di togliere alle altre classi i loro maledetti diritti instaurando la dittatura rossa». Questa impostazione della lotta per rivendicazioni politiche immediate esclude fin dall’inizio qualsiasi oscillazione democratica e interclassista, cui tali rivendicazioni sono geneticamente predisposte, e per il carattere viceversa rigidamente classista ed antidemocratico che la caratterizza, rappresenta un ponte verso l’avvenire. Mentre, per fare un esempio d’attualità, scioperare per rivendicare contro Berlusconi la «par condicio», rivendicare cioè uno Stato «veramente democratico» che garantisca a tutti i partiti eguali condizioni di accesso all’emittenza televisiva, significa distruggere nell’oggi qualsiasi germe di un movimento più grande.

LA MARCIA A SINISTRA DELLA BORGHESIA SPAGNOLA (1931-1933)

Tra la sinistra e la destra della borghesia non c’è in realtà opposizione, ma convergenza, nel senso che, in generale, la prima spiana la strada alla seconda, in un gioco delle parti in cui entrambi gli schieramenti sono parte dello stesso disegno di annientamento del proletariato, che si può dispiegare tuttavia solo a condizione che ciascuno dei due partiti svolga il suo ruolo specifico. Il ruolo della socialdemocrazia non è lo stesso ruolo del fascismo e, più in generale, della destra autoritaria: le due «anime» della borghesia non sono la stessa cosa, e i compagni della Frazione lo sottolineano con grande energia, opponendosi nettamente a quella sorta di caricatura delle posizioni della Sinistra che è la teoria staliniana del «socialfascismo».

In sintesi il ruolo del riformismo, in situazioni di alta tensione sociale, consiste nell’opporre all’incalzare del movimento operaio, una «linea Maginot» fatta di una combinazione di concessioni e repressione: concessioni su questioni secondarie, che non intacchino mai il monopolio borghese del potere, e, soprattutto, siano accompagnate da una quantità di promesse demagogiche di concessioni future; e repressione di quelle «frange irresponsabili» del movimento operaio che, rifiutandosi di bere quell’ignobile intruglio, farebbero «il gioco delle destre». Quindi repressione selettiva, ma che, quanto a determinazione e ferocia, non ha nulla da invidiare a quella della destra.

L’individuazione e l’isolamento dei «cattivi» di turno (quelli che non rispettano la legalità democratica, non si lasciano incantare dalle sirene del «governo di sinistra» e, refrattari a tutte le promesse e a tutte le minacce, tirano dritto per la loro strada) consente alla sinistra borghese di spezzare il movimento offensivo del proletariato, attenuandone la forza d’urto, e di picchiare duro sugli «estremisti» e sugli «irriducibili» mentre il resto del proletariato è ipnotizzato dalle bandiere rosse svettanti sui Palazzi del potere statale. Solo a questo punto la classe operaia, ormai incapace anche solo di difendersi seriamente, può essere tranquillamente consegnata nelle mani del boia di turno.

E quello che gli avvenimenti spagnoli di questi anni illustrano, come vedremo, con una evidenza sconcertante.

Subito dopo l’instaurazione della repubblica 55, nel maggio 1931, si apre un ciclo di aspra lotta di classe: si registrano infatti poderosi scioperi a Valencia e in Andalusia (a Siviglia si giunge in luglio ad un «tentativo insurrezionale … domato a cannonate») 56, poi a Bilbao e a Barcellona 57, cui il governo reagisce decretando lo stato d’assedio, scatenando una sanguinosa repressione ed istituendo un nuovo corpo di polizia deputato specificamente al terrore antioperaio, le «Guardias de Asalto». Agli eccidi governativi risponde uno sciopero generale, che si protrae fino al 13 luglio.            Il giorno dopo si insedia il primo parlamento della II repubblica, che registra la vittoria conseguita dai partiti di sinistra nella consultazione elettorale del 28 giugno: al governo Alcalà-Zamora succede quello di Azana. L’ondata di lotte proletarie non si esaurisce: alle sommosse contadine di Siviglia a luglio fanno seguito infatti lo sciopero dei metallurgici di Barcellona in agosto e lo sciopero generale di settembre, che si estende da Saragozza a Granada, Santander, Salamanca e Cadice.

Il bilancio della repressione è che in 4 mesi la repubblica fa più morti proletari che non la monarchia in 50 anni. Ma il peggio deve ancora venire.

«Mai repressione più feroce si esercitò contro il movimento operaio di quella che si scatenò tra il 1931 e il 1932 sotto i governi di sinistra a partecipazione socialista» 58. E quanto più essi picchiano duro sui crani dei proletari, tanto più sentono il bisogno di mistificare la loro funzione di strumenti delle classi possidenti tingendosi di un rosso sempre più acceso. Maggiore sarà la dose di piombo da distribuire ai lavoratori, maggiore dovrà essere infatti la dose di cloroformio da somministrare loro per intorpidirne le capacità di reazione. Ecco perché «gli anni 1931-1933 hanno conosciuto, simultaneamente ad una reazione sanguinosa contro i movimenti di sciopero degli operai e dei contadini, una evoluzione sempre più a sinistra del governo, che passò dal blocco Azana-Caballero-Lerroux all’esclusione dei radicali» 59. Questa amputazione del centro radicale, rappresentato da Lerroux, sarà in effetti, nel dicembre 1931, un passaggio essenziale nella «marcia a sinistra» della borghesia spagnola e, nello stesso tempo, «il segnale di una più forte repressione antioperaia» 60; essa avrebbe consentito ai proletari spagnoli di prendere coscienza della falsità dell’«alternativa» tra governi di destra e di sinistra soltanto se vi fosse stato in Spagna un partito in grado di «far parlare» i fatti. Ma un tale partito purtroppo non esisteva, e i fatti non parlano da soli: l’insidioso dilemma dovrà quindi continuare a riproporsi, nella via crucis del proletariato iberico, fino al 1936, quando si trasformerà nell’alternativa, ancor più grondante di retorica e quindi di conseguenze funeste per i lavoratori, tra fascismo ed antifascismo, insomma sino al finale olocausto senza redenzione della cosiddetta «guerra civile».

Il 12 dicembre 1931 viene approvata la nuova Costituzione, in cui vengono serviti tutti i piatti tradizionali del liberalismo borghese conditi con un pizzico di «socialità» per rabbonire le masse operaie in fermento: essa infatti introduce il divorzio, sancisce la separazione tra Stato e Chiesa, prevede le espropriazioni per pubblica utilità ed anche la partecipazione operaia alla gestione aziendale. I morti che la repressione lascia dietro di sé a Huesca e Gijon, in Estremadura, ne salutano l’avvento, concludendo degnamente l’anno primo della repubblica democratica.

Nell’anno secondo la più forte repressione antioperaia, di cui parlavano i nostri compagni, non si fa attendere a lungo. Nel gennaio 1932 gli operai spagnoli scioperano per rivendicazioni salariali, che consistevano nel «portare da 15 a 25 pesetas il salario settimanale», mentre «il comunismo libertario veniva proclamato nelle città minerarie dell’Alto Llobregat» 61: il governo repubblicano-socialista Azana-Caballero di conseguenza «passa all’attacco violento contro lo sciopero generale proclamato dai sindacalisti» 62 in Catalogna, l’insurrezione dei minatori viene schiacciata dall’esercito e più di 100 anarcosindacalisti vengono deportati in Guinea.Nel settembre il governo elargisce alle masse contadine la beffa di una «riforma agraria» che prevede «semplicemente l’alienazione delle terre peggiori, naturalmente contro riscatto» 63, un riscatto talmente esoso che i contadini, divenuti proprietari, avrebbero dovuto «attendere 17 secoli prima di liberarsi degli impegni contenuti nell’atto d’acquisto» 64. In una situazione in cui «l’l% dei proprietari possiede più ettari di tutto il resto della popolazione rurale (il 51.5%); il 15% dei proprietari possiede l’87% del totale della superfìcie e l’85% dei contadini il rimanente 13% della superficie» 65, la riforma alla fine «non installò … che 9000 famiglie su meno di 100.000 ettari» mentre «avrebbe dovuto investire milioni di ettari». 66

A questo autentico imbroglio fa seguito, nel gennaio 1933, la spontanea sollevazione dei contadini a Casas Viejas, in Andalusia, nel nome del «comunismo libertario» e del libero, comune lavoro sulle terre dei possidenti; «la repressione da parte del governo, anche con aerei, giunse immediata, provocando 25 vittime fra i braceros (braccianti)». 67

 L’azione repressiva del governo di sinistra culmina nei massacri di scioperanti perpetrati nel giugno 1933 a Malaga, Bilbao e Saragozza, dopo di che la piena della lotta di classe rifluisce: si registrano quindi «le condizioni per un nuovo cambio del personale di governo» 68;quando infatti «lo slancio delle masse, prodotto delle circostanze economiche, dopo essersi sviato sulla strada della Repubblica e della democrazia, venne spezzato dalla violenza reazionaria del governo radical-socialista, ne risultò una opposta conversione della borghesia verso la sua ala destra» 69. L’8 settembre 1933 Azana si dimette, concludendo non un ciclo, ma un episodio all’interno di un ciclo che deve ancora compiersi.

Non c’è da meravigliarsi del fatto che la «repubblica degli uomini onesti», fatta di borghesi moderati, che «rispettava persone e proprietà e che aveva adottato, come inni ufficiali, la Marseillaise e l’inno di Riego ma non l’Internazionale» 70 dovesse esaurire sul terreno politico tutta la sua smania riformatrice: limitare i privilegi del clero, modernizzare l’esercito, laicizzare lo Stato, riconoscere uno statuto autonomo al Paese Basco e alla Catalogna, equivaleva infatti ad adeguare la sovrastruttura politico-giuridica alla struttura economica borghese esistente. Di più, l’ala sinistra della borghesia, non poteva fare, e in particolare non poteva tirar fuori dal cilindro nessuna «risposta di sinistra» alla crisi economica del capitalismo spagnolo e quindi alla catastrofe sociale del proletariato. Perché una simile ricetta non esiste: nel rispetto di rapporti sociali e di proprietà vigenti, infatti, nessuna riforma sociale può addolcire le sorti della classe operaia e dei contadini poveri, come l’inconcludenza della riforma agraria ha mostrato a chiare lettere. Anche attraverso questo cammino, e cioè seminando tra i proletari illusioni destinate poi invariabilmente a convertirsi in cocenti delusioni, si spiana la strada alla reazione di destra. Quest’ultima, infatti, almeno è più coerente, e semplifica la vita del proletario, che sa fin dal principio di che morte deve morire e non disperde energie inutilmente.

IL «BIENIO NIGRO» ( 1934-1935)

Le elezioni del novembre 1933 si concludono con la vittoria della destra: si forma quindi dapprima un governo centrista e, solo molti mesi dopo, il 14 ottobre 1934, un governo di coalizione tra il centro radicale di Lerroux ed i partiti di destra, rappresentati in particolare dalla CEDA (Confederacion Espanola de Derechas Autonomas), il neonato partito populista cattolico di Gil Roblès, filiazione del sindacalismo cattolico agrario del centro-nord, che inquadrava piccoli proprietari e fittavoli 71. Tra i primi provvedimenti vi furono «riduzioni salariali dal 40 al 50% mentre i proprietari licenziavano i loro contadini (…); inoltre circa 19.000 contadini, che si erano sistemati nelle grandi proprietà dell’Estremadura, vennero cacciati» 72. Inoltre furono riaperte le scuole religiose ed amnistiati «tutti gli ufficiali implicati in complotti contro il governo». 73

A questa svolta politica la classe operaia spagnola reagì con scioperi generali «a Madrid, nei Paesi baschi e in molte città» 74, ma nelle Asturie vi fu una vera e propria insurrezione rivoluzionaria, che tenne in iscacco le forze armate dal 5 al 18 ottobre, e che si risolse in un autentico massacro dei minatori, rimasti isolati nella loro magnifica ma vana battaglia.

Dopo che gli operai sono stati narcotizzati, deviati e dissanguati da quella combinazione di demagogia e piombo che contraddistingue il riformismo, scocca infatti l’ora della destra, che può svolgere fino in fondo il suo ruolo: passare come un rullo compressore sul corpo di un proletariato già pronto alla «soluzione finale». In questo senso «l’ottobre ’34 segna la battaglia frontale per annientare tutte le forze e le organizzazioni del proletariato spagnolo» 75. I socialisti avevano proclamato uno sciopero generale per il 5 ottobre contro l’ingresso della CEDA nel governo con l’intento di costringere Lerroux alle dimissioni per ritornare al vecchio governo di coalizione repubblicano-socialista. A proposito di questo soprassalto di combattività dell’ala sinistra della borghesia i nostri compagni scrivono giustamente che «quando la socialdemocrazia ricevette il calcio dell’asino, cioè quando la borghesia si sentì abbastanza forte da fare a meno dei suoi buoni servizi, i socialisti, che avevano rafforzato la loro demagogia verbale proporzionalmente alla loro perdita di influenza in seno al governo, partorirono una «sinistra» che si sforzò di tenere alta tra i proletari la bandiera del tradimento. E Largo Caballero, il ministro di Casas Viejas, rivolse alla borghesia la minaccia della dittatura proletaria e di un regime soviettista» 76 se non avesse richiamato al governo i suoi lacchè di sinistra. Il proletariato, che pure si era mosso sotto l’impulso di questa protesta legalitaria contro il «pericolo fascista» (ricordiamo che la CEDA non era formalmente aderente alla Repubblica), ben presto superò di slancio questo ristretto orizzonte e si pose apertamente, almeno nei suoi settori d’avanguardia, sul terreno della lotta armata per il potere. Nelle Asturie infatti «le fabbriche, le caserme, le stazioni, le città di Gijon, Aviles, Mieres e quasi tutta Oviedo, furono occupate» mentre «la produzione, i servizi e le comunicazioni funzionarono sotto il controllo operaio, in una dittatura di guerra» 77.

L’insurrezione sarà domata dopo ben 3 settimane di scontri armati, ad opera di un esercito di oltre 23000 soldati con carri armati ed aerei da bombardamento ed affiancato dalla legione straniera e dai tiratori marocchini. Essa fu un episodio di lotta di classe non inquinata da rivendicazioni separatiste o democratiche e contraddistinta dal marchio inconfondibile delle insurrezioni proletarie: la fraternizzazione tra insorti e soldati. «Ad Alicante i marinai diedero essi stessi l’assalto all’arsenale; a Oviedo 900 soldati, benché assediati, rifiutarono di sparare sugli operai che marciavano all’assalto della caserma» 78. Si costituisce, con l’«Alleanza operaia», che «riunì nei comitati comuni comunisti, socialisti e anarchici» 79 attorno ad una lotta per il potere che le centrali di tali partiti si erano ben guardate dall’incoraggiare e sostenere, un autentico «fronte unico dal basso».

Quando i minatori si videro costretti a cedere per mancanza di munizioni, sottoscrissero con i rappresentanti dell’esercito un vero e proprio armistizio, cui fece seguito il massacro, con oltre 3000 vittime tra gli insorti e circa 30.000 arresti.

La causa della sconfitta venne lucidamente denunciata dal capo dell’insurrezione, Belarmino Tomàs:

«Nelle altre provincie della Spagna i lavoratori non hanno fatto il loro dovere, che era quello di appoggiarci» 80. Gli anarchici infatti si rifiutarono di soccorrere il proletariato asturiano col pretesto che si trattava «di una lotta per il potere tra marxisti e fascisti», cui i lavoratori del resto della Spagna dovevano restare estranei, mentre i socialisti e l’UGT avevano denunziato apertamente l’insurrezione come un crimine.

La sconfitta delle Asturie dunque «è stata favorita grandemente dalla attitudine incomprensibile ed ingiustificabile dei dirigenti dell’’anarcosindacalismo che, mentre nei luoghi di lotta la loro base partecipava eroicamente, si sono rifiutati di allargare il movimento nelle regioni da loro controllate, permettendo così al governo di concentrare 30 mila uomini, dei più sicuri, contro le Asturie mentre a Barcellona per reprimere eventuali movimenti restavano, oltre alla Guardia Civile e ai poliziotti, solamente 400 soldati». 81

In realtà nel momento in cui le Asturie insorgono «la Catalogna intera era in sciopero», uno sciopero cui i militanti anarcosindacalisti avevano aderito in massa nonostante l’opposizione dei dirigenti della CNT; in alcuni villaggi addirittura «l’Alleanza Operaia aveva proclamato la Repubblica Operaia» (82), ponendosi di fatto su un terreno insurrezionale. Ma mentre il governo catalano capitolava di fronte agli operai ed esisteva la possibilità concreta di armarsi attingendo agli arsenali governativi, e «la lotta durava ancora a Barcellona dietro l’impulso di anarchici isolati e di sindacalisti dissidenti, la CNT lanciava l’ordine della cessazione dello sciopero generale (che essa d’altronde non aveva mai proclamato), ordine che le autorità militari si affrettarono a trasmettere». 83

Il crimine commesso nel ’34 dall’anarchismo spagnolo si chiama dunque in un solo modo: sabotaggio consapevole della lotta di classe. Dopo aver dato un contributo decisivo al soffocamento dell’insurrezione delle Asturie, gli anarchici potranno permettersi il lusso di riprendere a praticare il loro sport preferito: la ginnastica putschista. Nel dicembre 1934 e nel gennaio 1935, quando le acque sono completamente calme e quindi senza il rischio di essere presi sul serio da parte di un proletariato ormai «normalizzato», «la CNT, che sembrava ignorare le migliaia di esecuzioni «illegali» nelle Asturie e altrove, si commosse delle condanne «legali» di ventitré rivoluzionari da parte dei tribunali militari e decise di proclamare essa stessa lo sciopero generale nel caso in cui si fosse proceduto all’esecuzione di questi operai», proprio quello sciopero generale che «qualche settimana prima avrebbe almeno attenuato l’attacco governativo nelle Asturie e che nelle nuove circostanze fu un lamentevole fiasco». 84 

È un luogo comune duro a morire quello che identifica gli anarchici come una corrente estremista del movimento operaio: gli avvenimenti spagnoli del ’34 e i successivi dimostrano che, al contrario, essi sono una corrente radicale della piccola borghesia, e che l’influenza della piccola borghesia, per quanto radicale, in seno alla classe operaia è sempre sinonimo di opportunismo, un opportunismo che nel caso specifico giunge fino all’utilizzazione di manodopera proletaria per alimentare attraverso una rovinosa ginnastica putschista le chances governative delle sinistre democratiche. Negli anni ’70 il terrorismo romantico di marca brigatista non farà che riecheggiare la stessa canzone, e la coreografia stalinista non contraddice, ma conferma la natura del fenomeno. La CNT anarchica, che nel 1934 si astiene dall’intervenire nello scontro tra i proletari insorti e lo stato perché non può «mescolarsi a movimenti politici» 85, e men che mai ad una lotta per il potere, è poi così diversa dalle centrali sindacali socialdemocratiche che in Italia e Germania si accucciarono con le stesse motivazioni ai piedi del fascismo trionfante, mal dissimulando con la «apoliticità» 1’attaccamento del funzionario alla cadrega? L’anarchismo è solo una variante arcaica ed artigianale dell’opportunismo piccolo-borghese; la socialdemocrazia e lo stalinismo sono la versione moderna e industriale dello stesso fenomeno.

Dopo la tremenda sconfitta delle Asturie la lotta di classe in Spagna attraversa una fase di rinculo che prosegue per tutto il 1935. Solo nell’anno successivo, in sintonia coi movimenti di classe in Francia e Belgio, si ha una poderosa ripresa del movimento, che si preannuncia ancora più minaccioso di quello del 1931-33. La borghesia reagì facendo scoppiare imo scandalo «che mise in piena luce l’enorme corruzione del partito radicale per antonomasia: il partito dei ladri» 86 e che, mettendo fuori gioco Lerroux, provocò la caduta del governo e lo scioglimento delle Cortès, ed aprì la strada al ritorno delle sinistre al potere. Le «tangentopoli» non scoppiano a caso, ma ad arte, un’arte il cui contenuto è sempre lo stesso: «moralizzare i ceti borghesi per moralizzare la classe operaia».

IL FRENTE POPULAR (febbraio-luglio 1936)

Il 16 febbraio 1936 le elezioni registrano la vittoria del Fronte Popolare: una coalizione tra la sinistra repubblicana di Azana, l’Unione Repubblicana di Martinez Barrio (residuo del Partito Radicale di Lerroux), la sinistra catalana di Companys (Esquerra), il Partito Socialista con l’UGT, il Partito Comunista, il Partito Sindacalista di Pestana e il POUM (Partito Operaio di Unificazione Marxista). Quest’ultimo, che rappresenta l’estrema sinistra della coalizione, è il risultato della fusione del Blocco operaio e contadino di Maurin, che aveva sempre tenuto una posizione di destra nell’Internazionale, con i trotskisti di Andres Nin e Juan Andrade. Ricordiamo che nel ’24 -28 i seguaci di Maurin «avevano collaborato con Stalin … nel fare entrare il Partito comunista cinese nel «blocco delle quattro classi» del Kuomintang borghese» 87 rompendo poi con il Comintern sul tema del socialfascismo, e che i trotskisti di Nin e Andrade erano stati «l’argomento di anni di controversie con la Opposizione internazionale di Sinistra» per la loro «incapacità di differenziarsi nettamente dall’ideologia mammista» 88.

Al «Frente Popular» si contrapponeva elettoralmente il «Bloque Nacional», coalizione di destra che «poggiava soprattutto sull’accordo tra la CEDA di Gil Roblès ed i Monarchici riconosciuti di Calvo Sotelo, sugli Agrari, sui Radicali di Lerroux e sulla Lega Catalana di Cambo» (89).

Va rilevato subito che il Fronte Popolare vinse le elezioni solo grazie all’appoggio determinante degli anarchici e dei nazionalisti baschi: sul terreno numerico infatti la sinistra superò la destra per un pugno di voti, il che significa che sarebbe stata sconfitta se non si fossero riversati nelle urne milioni di voti anarchici. Nel febbraio ’36 infatti «il «Fronte Popolare» ebbe l’appoggio generalizzato degli anarco-sindacalisti, non solo del Partito Sindacalista di Pestana (,..), ma delle masse della CNT. Nel corso di un grande meeting a Saragozza, molti dirigenti della CNT sostennero che l’organizzazione restava apolitica, ma che i suoi membri erano liberi di votare o no per il «Fronte Popolare» » 90. Rinunziando così al loro tradizionale «no votad!» gli anarchici cominciano col gettare alle ortiche una parte non irrilevante del loro programma, svelando l’inconsistenza del loro astensionismo.

Tra non molto si libereranno di ben altra zavorra, per giungere infine nudi alla meta, emendati da ogni residuo sovversivismo e perfettamente inquadrati nei ranghi democratici.

Il sostegno al «Fronte Popolare» non veniva infatti solo dall’ambiente sindacale: a Barcellona il Comitato Regionale della FAI «finì con l’invitare, due giorni prima delle elezioni, i membri della CNT a votare per i candidati del Fronte Popolare» con la scusa che essi «avevano nel loro programma l’amnistia» 91. In Italia negli anni ’70 i gruppi della «sinistra extraparlamentare» non faranno nulla di diverso, invitando a votare per le liste del «Manifesto» col pretesto di tirar fuori dalle patrie galere l’anarchico Pietro Valpreda, accusato della strage di Piazza Fontana a Milano.

Quando si costituisce il governo, presieduto dapprima da Azana e poi da Casares Quiroga (Azana il 10 maggio ’36 diventerà Presidente della Repubblica), il PS, che pure fa parte del Fronte Popolare, decide di limitarsi ad appoggiarlo dall’esterno con la sorprendente motivazione che si tratta (orrore!) di un governo borghese, mentre l’obiettivo da perseguire sarebbe … la dittatura proletaria. Questo ridicolo soprassalto di «purezza rivoluzionaria» da parte del fradicio partito di Largo Caballero ha una sua motivazione: dopo l’esperienza dei governi di sinistra del ’31-’33 la fiducia dei proletari spagnoli nei partiti «operai» è stata scossa, e per ristabilirla i vecchi schemi (amputazione del centro) non bastano più: bisogna fare l’inverso, amputare la «sinistra», dissociare le sue responsabilità da quelle del governo in modo da ridarle la perduta verginità rivoluzionaria e da restituire di riflesso credibilità ad un Fronte Popolare che non sia immediatamente identificabile col governo in carica.

La risposta di quest’ultimo alla ripresa delle lotte di classe che si era registrata dai primi mesi dell’anno, infatti, fu estremamente tempestiva: il 3 aprile «Azana fece un discorso promettendo ai reazionari che avrebbe fermato gli scioperi e le occupazioni delle terre» 92, mentre in tutto il paese imperversava la violenza squadrista della Falange 93. Tra aprile e luglio il governo del «Fronte Popolare» opera arresti in massa di centinaia di scioperanti, scioglie dimostrazioni proletarie, dichiara illegali gli scioperi generali e locali e chiude per settimane le sedi regionali dell’UGT e della CNT 94, più vicine dei vertici madrileni agli umori della base operaia. Nel frattempo Azana difende il lealismo delle gerarchie militari che stanno preparando il complotto fascista, operazione che i generali avevano avviato «fin dai risultati delle elezioni» 93 di febbraio e di cui il governo era perfettamente al corrente, come risulta dall’opuscolo di denuncia pubblicato dal colonnello Mangada nell’aprile ’36. Lo fa confermando in blocco i vertici militari, screditando l’autore dell’«ingiusto attacco al quale gli ufficiali dell’esercito sono stati sottoposti» 96 e rilasciando loro pubblici attestati di «lealtà democratica»: i cospiratori militari vengono infatti definiti «fedeli servitori del potere costituito a garanzia del rispetto del volere popolare» 97. È lo stesso copione che quasi quaranta anni dopo reciteranno in Cile il presidente della Repubblica Allende ed il generale Pinochet.

Nel maggio ’36 l’esercito si dichiara ormai pronto ad intervenire direttamente, ma Azana insiste affinché siano ancora i riformisti a fermare gli scioperi, consentendo ai fascisti di guadagnare ulteriore tempo e di perfezionare la preparazione tecnica della «ribellione», che si gioverà – tra l’altro – proprio dei provvedimenti «antifascisti» del governo: l’«esilio» del generale Franco, che aveva già comandato con successo la repressione nelle Asturie, alle Canarie, a due passi dalle «sue» truppe marocchine (Legione straniera e «regulares»), l’esilio del generale Goded (altro «marocchino» distintosi nelle Asturie) nelle Baleari, «dimenticando che si era nell’epoca del telefono e dell’aereo» 98 ed infine lo spostamento del generale Mola a Pamplona, in Navarra, l’unico centro «dove una rivolta militare poteva trovare l’appoggio della strada» 99), reclutando migliaia di «soldati contadini in berretto rosso» 100 nelle pieghe più retrive di quella vera e propria Vandea rurale che sopravviveva nel Paese Basco a fianco delle aree industrializzate.

LA GUERRA DI SPAGNA (1936-1939)

Il 17 luglio 1936 il «pronunciamiento» militare ha inizio in Marocco, ad opera della Legione, che spazza via in poche ore le scarse resistenze dei civili.

Il generale Francisco Franco, dalle Canarie, assume il comando dei «mori» e dei legionari marocchini e diffonde via radio un appello alle guarnigioni spagnole, proclamando lo «stato di guerra» ed invitandole ad unirsi a lui per ristabilire l’autorità contro 1’«anarchia» dilagante. Quindi si reca in aereo a Casablanca. Il governo repubblicano non divulga la notizia fino al giorno successivo, quando la quasi totalità delle 50 guarnigioni spagnole si è unita a Franco ed i ribelli si sono già impadroniti di Siviglia, dove il generale dei carabinieri Queipo de Llano «riesce, quasi da solo, ad arrestare i principali ufficiali della guarnigione e a far occupare dalle sue deboli truppe i centri strategici della città» 101, di Saragozza e della Navarra.

In una nota del 18 luglio il governo rassicura la popolazione sulla «assoluta tranquillità di tutta la Penisola», sul fatto che «il movimento di aggressione contro la Repubblica è stato stroncato», e rifiuta di distribuire armi ai lavoratori coll’argomento che «il migliore aiuto che si possa dare al Governo è quello di garantire la normalità, allo scopo di dare un altro esempio di serenità e fiducia nei mezzi militari dello Stato» 102. Nella notte il governo attua un rimpasto di destra, sostituendo il primo ministro Casares Quiroga con Barrio, più gradito alla borghesia conservatrice. Lo scopo era quello di venire a patti coi leaders fascisti, che, invece, rifiutano ogni compromesso.

PC e PS, da parte loro, dichiarano che «nell’eventualità che le risorse del Governo non fossero sufficienti, la repubblica ha la solenne promessa da parte del Fronte popolare, che raccoglie sotto la sua disciplina l’intero proletariato spagnolo, di intervenire deciso e risoluto nella lotta, non appena il suo intervento verrà richiesto (…). Il governo comanda e il Fronte popolare obbedisce!». 10

La convergenza tra fascismo e antifascismo non poteva essere meglio illustrata. Sarà, viceversa, l’irruzione imprevista dell’iniziativa autonoma di un proletariato non ancora così inquadrato e disciplinato dal Fronte popolare come lorsignori avrebbero desiderato a rompere le uova nel paniere della borghesia fascista ed antifascista.

Il 19 luglio dilaga in tutta la Spagna uno sciopero generale spontaneo, che trionfa a Madrid, Valenza, nelle Asturie e, soprattutto, a Barcellona, dove assume carattere insurrezionale: l’eliminazione fisica degli ufficiali e la fraternizzazione con le truppe «fasciste» ne contrassegnano inequivocabilmente la matrice classista, in forza della quale i proletari, tecnicamente inferiori dal punto di vista militare, risultano invece vittoriosi sul campo. Quando gli operai «uscirono fuori dalle linee per spiegare ai soldati le ragioni per le quali stavano sparando sui loro compagni lavoratori» alcuni soldati cominciarono a tirare in aria, mentre «con maggiore coraggio altri si rivoltarono contro i loro ufficiali» 104. Fu una vera e propria «esplosione fulminea della coscienza di classe del proletariato spagnolo» 105 come la definirono i nostri compagni.

Ma i capi anarchici e trotzkisti del movimento proletario si rifiutarono di prendere il potere, di spezzare l’apparato statale esistente per sostituirlo con la dittatura proletaria. Per alcuni giorni la macchina dello Stato diventa invisibile, ma ciò non significa che abbia cessato di esistere. I membri della polizia, della Guardia Civil e della Guardia de Asalto non erano stati eliminati e neppure disarmati, e lo stesso discorso vale per gli ufficiali dell’esercito: erano momentaneamente dispersi in seno al proletariato in armi, che temporaneamente ne surrogava le funzioni, in parte erano stati inviati al fronte 106, ma erano ancora là, pronti a riprendere il ruolo e i collegamenti che la loro funzione richiedeva non appena fosse stato necessario. I capi del movimento proletario cadono invece nella trappola: gli anarchici, per il loro antistatalismo, non vedono la necessità di distruggere un apparato che, in apparenza, si è estinto dalla sera alla mattina, e tantomeno quella di sostituirvi i meccanismi della dittatura operaia; i trotskisti, per il loro vizio di vedere nel «governo operaio e contadino» un succedaneo della dittatura rossa più gradito alle mezze classi, non vedono neppure loro che, alle spalle del governo «di sinistra» che si affannano a ricostituire per rassicurare i piccoli borghesi, il vecchio apparato statale è bensì latente, ma intatto e pronto ad agire in senso antioperaio con rinnovata energia non appena se ne presenti l’occasione. E l’occasione, gli uni e gli altri, gliela forniscono su un piatto d’argento proprio col fatto di richiamare in servizio al governo della Catalogna gli esponenti politici dell’ala sinistra della borghesia. Gli uni per la fisima anti-autoritaria di non sporcarsi le mani col potere, gli altri per la fisima anti-settaria di allargare la base sociale di un potere proletario che sembrava loro troppo ristretta, ma che in realtà non si era potuto neppure dotare di una sua struttura ben definita e, soprattutto, centralizzata, rimettono le leve del potere nelle mani della borghesia. Essi credono di salvarsi l’anima anti-autoritaria o di rassicurare le mezze classi mettendo in piedi un governo-fantoccio, ma in realtà permettono ai rappresentanti politici della sinistra borghese di richiamare sul proscenio le intatte strutture militari, poliziesche, giudiziarie e amministrative del vecchio apparato statale, facendole riemergere di colpo dall’ombra in cui erano rimaste fino a quel momento prudentemente nascoste.

Già la sera del 20 luglio i capi anarchici Oliver e Durruti costringono, armi in pugno, il borghese Companys a restare a capo del governo catalano. Quest’ultimo, con un capolavoro di ipocrisia, si presenta umilmente come l’esponente di una piccola borghesia desiderosa di collaborare in via subordinata con il «proletariato al potere» nel momento stesso in cui lancia alla polizia e all’esercito il segnale di cessato pericolo. Nel giro di pochi giorni sarà così possibile «riunire e raggruppare le forze disperse delle Guardie civili e d’assalto».(10/) Nel frattempo viene avviato un vasto programma di espropriazioni, coll’unico risultato di distogliere l’attenzione del proletariato dalla questione essenziale – quella, appunto, del potere – concentrandola sul terreno di «realizzazioni economiche e sociali» altisonanti quanto effimere.

Alla fine di luglio la CNT e il POUM ordinano la sospensione dello sciopero generale mentre lo Stato borghese riprende le redini della situazione, inquadrando le milizie operaie sotto il controllo di un suo proprio organismo – il cosiddetto «Comitato Centrale delle Milizie» – e ponendo le trasformazioni economiche e sociali sotto il controllo del «Consiglio Centrale dell’Economia», che provvederà ben presto ad annullare le espropriazioni avviate in tutta fretta sotto l’impulso del moto insurrezionale proletario. 108

La rivoluzione proletaria spagnola, ultimo e tardivo soprassalto del grande ciclo di lotta rivoluzionaria iniziato nel 1917, si è conclusa nel breve volgere di una settimana, mentre comincia la guerra di Spagna, che durerà fino al 1939, annunziando e anticipando, coi suoi 600.000 morti, la II carneficina imperialista mondiale.

E proprio sul suolo incandescente di questa Spagna, che si consuma la catastrofe politica degli anarchici e dei trotskisti, la cui traiettoria li porta all’incorporazione nel fronte borghese antifascista, mentre la stessa Frazione conosce una grave ma salutare crisi: nuove separazioni si rendono infatti necessarie affinché essa riesca a mantenere, sola contro tutti, la rotta marxista.           Gli anarchici, all’inizio, si oppongono alla sottomissione delle milizie operaie allo Stato, esprimendo tuttavia, con la parola d’ordine «militi sì, soldati no», una posizione insufficiente dal punto di vista rivoluzionario, in quanto opposta al solo inquadramento militare degli operai in armi nei ranghi dell’esercito borghese, e non anche alla loro subordinazione politica alle direttive degli organi dello Stato democratico. Ma ben presto, quando quest’ultima porterà all’inquadramento anche militare delle milizie, che resteranno tali solo di nome, essi chineranno il capo alle superiori necessità della lotta antifascista. I loro rappresentanti inoltre, che avevano respinto con orrore l’idea stessa di un potere statale proletario nel momento in cui gli operai di Barcellona erano padroni del campo, si onoreranno adesso di andare a puntellare lo stato borghese, entrando a far parte del governo Caballero con ministri propri, e di gettare a questo modo alle ortiche tutto il loro antistatalismo, definitivamente immolato sull’osceno altarino antifascista del ripristino della legalità democratica. In Catalogna e a Valenza la stessa traiettoria viene percorsa dal POUM, i cui rappresentanti entrano anch’essi – accanto agli anarchici – a far parte del governo.              La suggestione della lotta armata condotta dalle milizie operaie contro i franchisti come fatto di per sé sufficiente a qualificare la guerra in corso come guerra di classe coinvolge anche una parte della nostra Frazione – la «Minoranza» -, i cui rappresentanti, separandosi dal resto della Frazione, andranno poi a combattere in Spagna per la Repubblica, inquadrati nella «colonna Lenin» del POUM, restandovi fino al momento in cui le milizie vengono militarizzate. 109

In realtà, utilizzando il metodo marxista, non era affatto necessario attendere la militarizzazione, ossia l’inquadramento formale delle milizie nei ranghi dell’esercito borghese, per riconoscere che esse si fossero convertite da organismi proletari indipendenti in appendici dello Stato borghese repubblicano: il fatto decisivo era in realtà avvenuto nel momento in cui venne istituito il «Comitato Centrale delle Milizie», ossia l’organo deputato al controllo politico delle milizie operaie da parte dei partiti devoti allo Stato esistente, rispettosi delle sue leggi e sottomessi alla sua autorità.

A una settimana dall’irruzione sulla scena politica dell’iniziativa autonoma del proletariato, che, senza alcun partito capace di guidarlo, si era posto tuttavia immediatamente sul terreno insurrezionale, le milizie vengono neutralizzate e addomesticate a tutti gli effetti dallo stato attraverso il «CC delle Milizie», che non è assolutamente quel che il nome lascerebbe intendere, ossia un organo di auto-governo delle milizie operaie, ma una commissione di controllo sui proletari in armi da parte dei partiti antifascisti e dei rappresentanti diretti dell’autorità statale. Costituzionalmente infatti nella sua composizione si riflette il peso politico dei diversi partiti nel governo della Repubblica, e non l’orientamento dei proletari insorti, che non esprimono nessun loro rappresentante in seno ad esso.  

«Il C.C. delle Milizie comprende 3 delegati della CNT, 2 delegati della FAI, 1 delegato della sinistra repubblicana, 2 socialisti, 1 delegato della Lega dei «Rabasseres» (piccoli affittuari sotto il controllo della sinistra catalana), 1 della coalizione dei Partiti repubblicani, 1 del POUM e 4 rappresentanti della Generalidad di Barcellona» 110.Chi parla, quindi, come i trotskisti, del CC delle Milizie come di un organo di «doppio potere» 111, parte dalla errata considerazione che al suo interno vi sia da un lato il potere borghese, impersonato dai rappresentanti dello Stato e dei partiti dichiaratamente borghesi, dall’altro il potere proletario, impersonato dai rappresentanti dei partiti «operai». Ma questi ultimi, posti di fronte al problema cruciale dello Stato, hanno dimostrato di essere «operai» solo di nome, di essere cioè i vettori dell’assoggettamento operaio all’apparato statale esistente e non della sua distruzione, quindi di rappresentare anch’essi – sia pure in modo indiretto – il potere delle classi dominanti, che si afferma e si legittima dunque una seconda volta all’interno del CC delle Milizie. Queste ultime esprimono quindi un «doppio potere» solo nel senso che incarnano un potere doppiamente borghese, che stritola il proletariato insorto attraverso una duplice, inesorabile morsa. Non vogliamo certo affermare con ciò che se il CC delle Milizie fosse stato altra cosa, e cioè l’espressione democratica dei proletari in armi, sarebbe stato automaticamente un organismo proletario indipendente: l’autonomia di classe non dipende da ricette costituzionali, in quanto il prevalere tra gli insorti di orientamenti politici conciliatori o comunque non conseguentemente rivoluzionari lo avrebbe comunque svuotato di ogni contenuto eversivo, che solo il predominio al suo interno del «partito che non c’era» avrebbe potuto assicurare. Nelle condizioni date esso sarebbe in breve diventato quindi quel che di fatto è stato fin dall’inizio. Ciò che si vuole evidenziare è che esso era costituzionalmente un organo dello Stato borghese, chiuso statutariamente a qualsiasi sviluppo eversivo, anche se il vettore della rivoluzione comunista fosse stato presente sulla scena storica.

Alla caduta di Irun nelle mani di Franco il 1 settembre fa seguito la costituzione di un governo fortemente centralizzato presieduto da Largo Caballero, che provvederà a ratificare la avvenuta normalizzazione del proletariato spagnolo col «decreto sulla militarizzazione delle Milizie» del 14 ottobre, cui fanno eco «le «consegne sindacali» della CNT per la totale e totalitaria disciplina alla guerra antifascista» 112 esse dichiarano esplicitamente che «non si potrà esigere il rispetto delle condizioni di lavoro né per quanto concerne il tempo di lavoro, né per i salari, né per le ore supplementari, in tutte le industrie collegate direttamente o indirettamente con la guerra antifascista, il che significa praticamente in tutte le imprese industriali» 113. Entrambe le misure sono nello stesso tempo il certificato di morte della rivoluzione spagnola (la cui morte clinica risale invece alla fine di luglio) e il certificato di credibilità politica, e quindi di solvibilità commerciale che il governo repubblicano poteva esibire per ottenere armi dall’URSS, che infatti arriveranno nei porti spagnoli solo dopo questa data, ma in cambio di oro, non di pesetas.

Questa duplice certificazione chiude la fase iniziale della guerra di Spagna, quella in cui l’eco non ancora sopita della guerra di classe divampata a luglio tra Barcellona, Valenza e Madrid, portò le milizie a conquistare in cinque giorni l’Aragona agendo «come un esercito di liberazione sociale» 114. Ma la realtà dei fatti avrebbe ben presto spazzato via i ricordi rivoluzionari delle giornate di luglio, spianando il cammino alla finale vittoria franchista.

Nel maggio 1937 il proletariato di Barcellona insorge di nuovo, scontrandosi duramente con gli sgherri dello stato repubblicano.

Quest’ultimo infatti aveva via via smantellato tutte le «realizzazioni» economiche e sociali decretate all’indomani della insurrezione del luglio ’36, irreggimentando gli operai in modo sempre più soffocante, come era prevedibile che accadesse essendosi l’insurrezione sciaguratamente fermata di fronte al feticcio dello Stato. Quando «la Generalidad di Barcellona decide di riprendere il controllo diretto della Compagnia dei Telefoni» 115 gli operai lo interpretano come il segnale della fine del «controllo operaio», dunque delle «conquiste» che credevano di essersi assicurati. Essi scendono in strada quindi per difendere quel che restava delle «realizzazioni socialiste» elargite un anno prima. Ma una «insurrezione difensiva», dice giustamente la Frazione, è necessariamente votata al fallimento. Gli operai non si scagliano infatti contro lo Stato vedendo in esso un potere di classe nemico, che non poteva che riprendersi ciò che era stato costretto a concedere, ma reagiscono, sia pure con le armi, al solo scopo di difendere quelle concessioni, esercitano una energica pressione sullo Stato non per distruggerlo, ma perché rispetti gli impegni che si era assunto, insomma guardano ancora con fiducia alla bardatura democratica e antifascista dello Stato.

Non poteva essere altrimenti, visto che non c’era in Spagna un partito di classe, di qualcuno capace di proclamare chiaramente la necessità di rompere con le organizzazioni «operaie» infeudate allo Stato – CNT, FAI e POUM inclusi -, che era la premessa indispensabile perché il moto insurrezionale potesse sollevarsi sul terreno dell’offensiva rivoluzionaria. Neppure l’ala sinistra dell’anarchismo, rappresentata dagli «Amici di Durruti», pur criticando aspramente i dirigenti della CNT e della FAI, seppe infatti giungere a tanto.

Anche se i proletari di Barcellona sono meglio armati rispetto all’anno precedente, il loro disarmo politico, adesso che l’irreggimentazione di guerra e la sospensione della lotta di classe, decretate entrambe dai loro capi anarchici e poumisti, hanno fatto il loro lavoro fino in fondo, è semplicemente pauroso. Essi infatti deporranno le armi proprio grazie all’illusione di poter realizzare un compromesso con lo Stato, quindi per il pregiudizio antifascista, che si è ormai radicato nella classe come un cancro, che lo Stato repubblicano sia un’entità neutrale, idonea ad accogliere, almeno in parte le loro istanze.

«E suggestivo il fatto che Franco, benché gruppi importanti di proletari abbiano abbandonato il fronte e siano scesi a Barcellona, non approfitti dell’occasione per scatenare l’offensiva militare: lascia fare i suoi compari antifascisti perché dal loro successo dipende anche il suo» 116 come lo è, simmetricamente, il fatto che il Fronte Popolare non esiti a sguarnire il fronte militare, rischiando di accelerare la vittoria franchista, pur di scatenare l’inferno sugli operai di Barcellona.

È la lezione della Comune di Parigi che si ripete: come i prussiani si fermarono nel 1871 alle porte di Parigi in pieno accordo col «nemico», cui spettava il compito di reprimere nel sangue gli operai insorti, così fa l’esercito franchista nel 1937, lasciando agli stalinisti il compito di ripulire le strade e le case di Barcellona dai «cani anarchici e trotskisti». Parafrasando Marx, possiamo ben dire che gli eserciti contrapposti del fascismo e dell’antifascismo si rivelano a tutti gli effetti confederati tra loro nell’opera di schiacciamento del proletariato. Nel 1944 la lezione si ripeterà ancora, quando l’avanzata delle truppe russe in terra polacca si fermerà «inspiegabilmente», consentendo alla Wehrmacht di annientare gli insorti del ghetto di Varsavia.

Ma, distrutto il partito di classe, né Barcellona né Varsavia «parleranno da sole», ed i proletari, accecati dall’antifascismo democratico, non potranno recuperare la vista.

Cessato il pericolo, soffocata l’ultima fiammata del proletariato spagnolo, il governo repubblicano dà mano libera alla sua polizia politica – staliniani in testa -, che procederà in tutta tranquillità alla «liquidazione (fisica) di alcuni degli elementi che erano stati al suo servizio nel momento critico del luglio 1936» 117 come il trotskista Andres Nin e l’anarchico Camillo Bemeri. L’estrema sinistra dell’antifascismo non è più necessaria e il piombo repubblicano le dà il benservito utilizzando i centristi come killer. Le «mani sporche» dei «comunisti» spagnoli, grazie all’allenamento intensivo realizzato tirando sui proletari di Barcellona, sono in grado ora di portare a termine con grande professionalità questa «amputazione dell’estrema sinistra».

La avvenuta, definitiva normalizzazione del proletariato spagnolo trova un suo riscontro anche nella sostituzione di Largo Caballero, giudicato troppo «velleitario in materia sociale» 118 col socialista moderato Juan Negrin alla testa del governo, un governo che giustamente verrà definito governo di guerra o della «resistenza fino alla fine».

Sotto l’incalzare del meglio armato esercito franchista i repubblicani abbandonano Madrid, poi Valenza, ed infine Barcellona. Al di là del dettaglio delle operazioni belliche, quel che ci interessa dal punto di vista della questione militare è rilevare che la vittoria di Franco diviene inevitabile nel momento in cui la sua superiorità tecnica non trova più alcun contrappeso nella presenza di fattori destabilizzanti di carattere sociale sul versante repubblicano, essendovi state soffocate tutte le istanze classiste capaci di scardinare la disciplina delle guarnigioni franchiste, scagliando la truppa contro i comandi, come era accaduto a Barcellona nel luglio 1936. E, secondariamente, la sistematica utilizzazione a fini anticlassisti delle vicissitudini belliche, e soprattutto delle sconfitte, da parte del governo repubblicano e dei partiti «operai»: ogni avanzata di Franco diventava infatti il pretesto per rafforzare la disciplina interclassista dell’Union Sacrée antifascista.

A proposito dello scarso sostegno militare dato dai paesi democratici al governo repubblicano, va osservato che è indubbiamente vero che in Ispagna le due opposte crociate ideologiche, in nome delle quali i proletari saranno mandati di là a pochi anni al macello in ogni angolo del globo, fecero la loro prova generale, ma non era affatto scontato che la Spagna franchista si sarebbe poi schierata con l’Asse, come poi gli eventi hanno dimostrato. I nostri compagni ebbero la lucidità di prevederlo, ricordando che «le costellazioni imperialiste non debbono essere necessariamente omogenee» dal punto di vista ideologico, che «non esiste alcuna incompatibilità di principio all’ingresso in una costellazione imperialista «democratica» di uno Stato retto da un governo di destra o anche fascista», e che «l’orientamento pro-francese della politica spagnola non fu mai così netto come sotto il regime di Primo de Rivera, con cui il governo francese di sinistra del 1924 poté collaborare molto bene in occasione della guerra di sterminio del 1925 in Marocco». 119

Ciò che importava al capitalismo internazionale – stati democratici inclusi – era che la mano passasse ora in Ispagna al boia fascista, e che esso portasse a termine l’opera di annientamento del proletariato spagnolo che le sinistre avevano solo iniziato. Poi ci si sarebbe aggiustati anche con Franco, dato che i blocchi imperiali non si formano per affinità ideali, ma «in funzione degli interessi dei capitalismi rispettivi». 120 L’1 aprile 1939, dopo la caduta della Catalogna nelle mani di Franco in febbraio e l’ingresso delle sue truppe a Madrid il 28 marzo, l’I aprile 1939 «Franco pubblicava il suo famoso comunicato: La guerra è finita» 121. Il governo repubblicano si trasferì a Parigi, lasciando al socialista Besteiro il compito di trattare la resa. Pochi mesi dopo, il 3 settembre 1939, iniziava la II guerra mondiale.

 In che senso la guerra di Spagna l’ha preparata?              

Anzitutto dal punto di vista politico, giacché in Spagna hanno fatto la loro prova generale – e, purtroppo, con successo – le bandiere ideologiche del futuro macello imperialista: quella della democrazia e della libertà, intrisa di aspirazioni e di sedicenti realizzazioni «socialiste» da un lato; il mito della nazione, intriso anch’esso di venature socialistoidi e anti­plutocratiche dall’altro. La formazione e l’invio al fronte delle cosiddette «brigate internazionali», che prende corpo sotto la regia di Mosca solo dopo la definitiva sconfitta del proletariato nel maggio ‘37, e che i compagni definiscono efficacemente col termine di «tratta dei rossi», che cosa rappresenta, a sua volta, se non l’anticipazione dei futuri blocchi partigiani?

In secondo luogo, dal punto di vista militare, in quanto sui fronti di Spagna le due costellazioni imperialiste contrapposte hanno provato «in corpore vili» le armi con cui si sarebbero poi affrontate direttamente in ogni angolo del mondo.

Ed infine dal punto di vista sociale, dato che la preparazione del II conflitto mondiale presupponeva l’annientamento del proletariato spagnolo, che era l’unico proletariato d’Europa rimasto in piedi e quindi ancora capace di pericolosi soprassalti classisti nel corso della guerra. Il capitalismo internazionale, guardando alle proprie spalle, poteva ora vedere con soddisfazione le tappe sanguinose della normalizzazione del proletariato europeo, che dalla Germania e dall’Ungheria (1919) si snodavano come le sequenze di un unico film, che proseguiva con la sconfitta del proletariato in Italia nel 1920-21, con la sconfitta dei minatori inglesi nel ’25 e con la vittoria dello stalinismo in Russia nel ‘26 (cui seguirà l’eliminazione fisica della «vecchia guardia» bolscevica nelle successive «purghe»), per concludersi con l’annientamento del proletariato di Spagna nel ’36-37. Nel frattempo il cloroformio supplementare del Fronte Popolare garantiva che il proletariato francese non sarebbe potuto uscire dallo stato comatoso in cui versava ormai da troppo tempo. In definitiva l’imperialismo mondiale si sentiva adesso le mani completamente libere per potersi gettare e, soprattutto, per gettare i proletari nel vortice della guerra senza l’incubo di un nuovo 1917.

Note:

1. O. Perrone, La tattica del Comintern dal 1926 al 1940, in «Prometeo», 1947-48.

2. La lezione degli avvenimenti di Spagna, in «Bilan» n. 36, ottobre-novembre 1936, ora in «Bilan: Contre- révolution en Espagne 1936/1939, Union Générale d’Editions, Paris 1979, p. 206

3. Ibidem.

4. O. Perrone, op. cit., 1947-48.

5.In Ispagna: borghesia contro proletariato, in «Bilan», n.33, luglio-agosto 1936, ora nel volume citato (Paris, 1979), pp. 145-178.

6. La lezione degli avvenimenti di Spagna, cit.

7. 0. Perrone, op. cit., 1947-48.

8. In Ispagna: borghesia contro proletariato, cit.

9. Ibidem

10. Ibidem

11. P. Togliatti,Note sul carattere del fascismo spagnolo, in «Lo Stato operaio», luglio 1935, ora in F. Catalano, Stato e società nei secoli, vol. III, parte 2, D’Anna ed., Firenze 1968, p. 1101.

12. L. Trotsky,La lezione della Spagna, in F. Catalano, op. cit., p. 1108.

13. A. Guillamòn Iborra, I bordighisti nella guerra civile spagnola, Centro Studi Pietro Tresso, Foligno.             14. La lezione degli avvenimenti di Spagna, cit.

15. Ibidem.

16 Lo schiacciamento del proletariato spagnolo, in «Bilan» n. 12, ottobre 1934, op. cit., pp. 119-123.

17. Ibidem.

18. In Ispagna: borghesia contro proletariato, cit.

19. 0. Perrone, cit.

20. In Ispagna: borghesia contro proletariato, cit

21. Ibidem.

22. La lezione degli avvenimenti di Spagna, cit.

23. Gatto Mammone, Quando manca un partito di classe…, in «Bilan» n.14, dicembre 1934-gennaio 1935, op. cit. pp. 125-135.

24.  Ibidem

25. Ibidem.

26 Ibidem.

27. Ibidem.

28. La lezione degli avvenimenti di Spagna, cit.

29. Gatto Mammone, op. cit.

30. Ibidem.         

31. La lezione degli avvenimenti di Spagna, in «Bilan» n. 36, ottobre-novembre 1936, ora in Bilan: Contre-révolution en Espagne 1936/1939, Union Générale d’Editions, Paris 1979, p. 206.    

32. Ibidem.       

33. Ibidem.

34. O. Perrone, La tattica del Comintem dal 1926 al 1940, in «Prometeo», 1947-48.

35. Hugh Thomas, Storia della guerra civile spagnola, Einaudi, 1963, p. 17.

36. O. Perrone, op.cit., 1947-48.

37. Lo schiacciamento del proletariato spagnolo, in «Bilan» n.12, ottobre 1934, ora nel vol. citato, Paris, 1979, p. 119.

38. In Ispagna: borghesia contro proletariato, in «Bilan» n. 33, luglio-agosto 1936, ibidem, p. 145.       39. Ibidem.

40. «Prometeo», 1/2/1930.

41. Gatto Mammone, Quando manca un partito di classe…, in «Bilan» n.14, dicembre 1934-gennaio 1935, op.cit., p. 125.

42. «Prometeo», 21/6/1931.

43. Gatto Mammone, op.cit.       

44. O. Perrone, op.cit., 1947-48.

45. Gatto Mammone, op.cit. 

46. L. Trotsky, Lettera alla Frazione di Sinistra italiana, 28.5.1931, ora in S. Corvisieri, Trotskji e il comunismo italiano, Samonà e Savelli, Roma, 1969, p. 263.

47.  L. Trotsky, Lettera alla Frazione di Sinistra italiana, 28.5.1931, ora nel vol. cit., Roma, p. 263.

48. Noi e la Frazione di sinistra bordighiana, in «Bollettino dell’Opposizione» PCI, n.3, 15.8.1931, ibidem, Roma, 1969, p. 269.

49. Ibidem.    

50. L. Trotsky, La rivoluzione spagnola e i pericoli che la minacciano, ora nel vol. «Scritti: 1929-1936», Mondadori, Milano, 1968, p. 230.

51. Ibidem.

52. Risoluzione della C.E. della Frazione, in «Prometeo» n.59, 13.9.1931, ora in Corvisieri, op. cit., Roma, 1969, p. 275.

53. Trotsky, la Frazione di Sinistra del P.C.d’Italia e le «parole d’ordine democratiche», «Programme Communiste» n. 84-85, marzo 1981.

54.  L. Trotsky, op.cit., Milano, 1968. 

55. Nella II Parte di questa serie («il programma comunista» n.4, 1996) si parla della rivendicazione della repubblica in Spagna che, progressiva nel 1808 (quando Marx ne auspica l’avvento affermando che era necessario sostenere la Giunta Centrale), diventa reazionaria nel 1931, dopo oltre un secolo di sviluppo capitalistico. Nel testo tuttavia, come fa notare un compagno che ci scrive dalla Spagna, si parla di una «Ia Repubblica progressiva» in contrapposizione ad una «IIa Repubblica reazionaria», lasciando intendere che la Ia Repubblica spagnola sia stata instaurata nel 1808. In realtà nel 1808 non vi fu alcuna Repubblica, dato che «la  Ia Repubblica spagnola – come ci scrive giustamente il compagno – si proclamò nel febbraio del 1873 e durò un anno scarso, cioè nel gennaio 1874 fu abolita da un golpe militare». Nel 1808 vi era quindi soltanto la parola d’ordine progressista della Repubblica, non la sua effettiva istituzione.

56. P. Vilar, La guerra di Spagna (1936-1939), Lucarini, Roma, 1988, p.15.

57. In Ispagna: borghesia contro proletariato, in «Bilan» n. 33, luglio-agosto 1936 (ora in Bilan: contre- révolution en Espagne, 1936-1939, Union Générale d’Editions, Paris, 1979, pp 145-178).

58. Ibidem   

 59 Ibidem  

60. Ibidem    

61. P. Vilar, Ibidem,  p. 16.     

62. Lo schiacciamento del proletariato spagnolo, in «Bilan» n.12, ottobre 1934 (vol.cit., pp. 119-123).

63. Gatto Mammone, Il fronte popolare trionfa in Spagna, in «Bilan» n. 28, marzo-aprile 1936 (voi cit., pp.137-143).   

64. O. Perrone, La tattica del Comintern dal 1926 al 1940, in «Prometeo», 1947-48.

65. Gatto Mammone, Il fronte popolare trionfa in Spagna, ibidem.

66. P. Vilar, op.cit., p.12.nn   

67. F. Catalano, Stato e società nei secoli, vol.  III, parte II, p. 1101.

68. O. Perrone, ibidem.      

69. Lo schiacciamento del proletariato spagnolo», in «Bilan» n.12, ottobre 1934, vol. cit.

70. F. Catalano, op.cit., p.l099. 

71. P. Vilar, op.cit., p.l4.

72. F. Catalano, op.cit., p. 1104.

73. Ibidem.     

74. P. Vilar, op.cit., p.17.75. Lo schiacciamento del proletariato spagnolo, ibidem.

75. Gatto Mammone, Quando manca il partito di classe…, in «Bilan» n.14, dicembre 1934-gennaio 1935, cit., p. 125-135.

76. P. Vilar, op.cit., pp.17-18.

78. Gatto Mammone, Quando manca un partito di classe…, ibidem.

79. P. Vilar, op. cit., p. 17.

80. Cit. da «Comunismo» n. 34, p. 41 (Spagna 1931: dalla rivoluzione spagnola alla guerra di Spagna).

81. Cit. da «Prometeo», 8.12. 1934, in «Comunismo» n. 34, p.42.

82.  Gatto Mammone, Quando manca un partito di classe…, ibidem.   

83. Ibidem     

84. Ibidem      

85. Lo schiacciamento del proletariato spagnolo, ibidem.

86.  Gatto Mammone, Il fronte popolare trionfa in Spagna, ibidem.

87. F. Morrow, L’opposizione di sinistra nella guerra civile spagnola, Samonà e Savelli, Roma, 1970, p.50.    88. Ibidem.

89. Gatto Mammone, Il fronte popolare trionfa in Spagna, in «Bilan» n.28, marzo-aprile 1936, op. cit., pp.137-143.

90. Ibidem.

91. Ibidem.

92. F. Morrow, op. cit., p.19.

93. La “Falange espanola” era stata fondata nell’ottobre 1933 dal figlio del dittatore, José Antonio Primo de Rivera ed i suoi punti di riferimento ideologici erano quelli classici del fascismo: antimarxismo, antiliberalismo e “anticapitalismo” reazionario.

94. F. Morrow, op. cit., p.l8.

95. P. Vilar, La guerra di Spagna (1936-1939), Lucarini, Roma, 1988, p.35.

96. F. Morrow, op. cit, p. 19.

97. Ibidem.

98. P. Vilar, op. cit., p.38.

99. Ibidem, p. 37.

100. Ibidem,  p.22.

101.Ibidem, p.38.

102. F. Morrow, op. cit., p.22.

103. Ibidem, p.23.   

104.Ibidem, p.25.

105. O. Perrone, La tattica del Comintern dal 1926 al 1940, in «Prometeo», 1947-48. 106

106. F. Morrow, op. cit., p.32.

107.Ibidem, p. 32.

108. Si tratta in sostanza di provvedimenti di «gestione operaia» delle industrie, dei trasporti e dei servizi (acqua, gas, elettricità), oltre che di ratifica delle occupazioni delle terre da parte dei contadini, talora organizzati in collettivi, non di nazionalizzazione delle banche. Se anche tali provvedimenti fossero stati collocati in un contesto diverso, di dittatura del proletariato, i gravi limiti che li caratterizzavano rispetto al capitale finanziario sarebbero comunque valsi ad evitare l’errore di celebrarli come un «esperimento avanzato» della trasformazione socialista, come pretendono tuttora gli anarchici (v.L’opera realizzatrice della rivoluzione spagnola di G. Balkansky, in «Umanità Nova» del  23.6.96).

109. A. Guillermo Iborra,I bordighisti nella guerra civile spagnola, Centro Studi P. Tresso.

110. O. Perrone, Ibidem.         

111. Ad esempio F. Morrow nel testo più volte citato.

112. O. Perrone,Ibidem.

113. Ibidem.

114. F. Morrow, op. cit., p.28.

115. O. Perrone, Ibidem.

116. Ibidem.

117. Ibidem

118. P. Vilar, op. cit., p.76.

119.In Ispagna: borghesia contro proletariato» in «Bilan» n. 33, luglio-agosto 1936 (vol. cit., pp.145-178).      

120. Ibidem.

121. P. Vilar, op.cit., p.65.

Finito di stampare il 20-1-1999 nella sede del   Partito comunista internazionale “Programma comunista”   via Cristoforo Magrè, n. 105 306015 Schio-Vicenza  

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