IL PARLAMENTO BORGHESE

Il dibattito parlamentare continua a essere presentato come il cuore della vita “democratica”. Eppure, osservando il funzionamento concreto delle istituzioni, appare sempre più evidente come le decisioni fondamentali vengano assunte altrove, nei centri dove si concentrano gli interessi economici e finanziari dominanti. Le assemblee elettive finiscono così per essere uno strumento in mano ai partiti borghesi e all’opportunismo per disarmare la classe proletaria e mantenerla nel suo stato di classe dominata.

Le polemiche quotidiane, gli scontri verbali e le improvvise alleanze tra forze che fino a poco prima si dichiaravano inconciliabili mostrano come la competizione parlamentare ruoti prevalentemente attorno alla distribuzione delle poltrone dei rispettivi gruppi lobbistici.  Esteticamente le differenze programmatiche tendono a ridursi, mentre rimane costante la comune accettazione dell’ordine economico esistente.

La continua alternanza tra maggioranze e opposizioni non modifica la natura dello Stato, il quale continua a garantire la stabilità dei rapporti sociali fondati sul capitale e sul lavoro salariato. I governi si succedono, cambiano i protagonisti e i simboli di partito, ma resta immutata la funzione essenziale dello Stato e delle sue istituzioni: garantire alla borghesia il mantenimento dei suoi privilegi, attraverso l’uso violento dello Stato e delle sue istituzioni o attraverso il guanto di velluto delle politiche di “welfare”.

La crescente personalizzazione della politica conferma ulteriormente questo processo. Le campagne elettorali sono sempre più costruite attorno all’immagine dei leader. La selezione della classe dirigente privilegia capacità comunicative e visibilità mediatica più che competenza teorica o capacità di elaborazione strategica.  Lo spettacolo della democrazia è oggi smaccato, il nulla se non l’abito stirato o al contrario l’abito non stirato.

Il processo decisionale si concentra sempre più negli apparati esecutivi e negli organismi tecnici, chiamati a rispondere con rapidità alle esigenze dell’economia capitalistica. Le assemblee legislative intervengono spesso solo per ratificare decisioni già maturate attraverso percorsi esterni al confronto parlamentare, cioè con provvedimenti assunti direttamente dal potere esecutivo.

Dal punto di vista della Sinistra Comunista, questa evoluzione non rappresenta una degenerazione accidentale della “democrazia parlamentare”, bensì il risultato coerente dello sviluppo storico delle istituzioni borghesi in regime di capitalismo. Con l’accentuarsi della concentrazione economica e finanziaria, di fronte al rallentamento della produzione e alle ricorrenti crisi anche gli strumenti politici tendono ad adattarsi alle esigenze del capitale.

Per queste ragioni la nostra critica al parlamentarismo e l’astensionismo programmatico non nasce da un atteggiamento moralistico né dalla semplice denuncia della corruzione o dell’incompetenza della classe politica. Il problema risiede nella funzione storica dell’istituzione stessa. Finché rimangono intatti i rapporti di produzione capitalistici, nessuna maggioranza parlamentare può modificarne la natura fondamentale.

La tradizione della Sinistra comunista ha sempre distinto il rifiuto rivoluzionario del parlamentarismo dalle forme di astensionismo motivate dalla delusione verso la politica o dalla richiesta di una democrazia più trasparente. L’astensionismo rivoluzionario non esprime nostalgia per istituzioni più efficienti né invoca un ritorno a una presunta età dell’oro della rappresentanza. Esso rappresenta invece il rifiuto di alimentare l’illusione che il superamento del capitalismo possa realizzarsi attraverso il normale meccanismo elettorale.

“La democrazia elettiva borghese corre incontro alla consultazione delle masse, perché sa che la maggioranza risponderà sempre a favore della classe privilegiata, e delegherà ad essa volontariamente il diritto a governare, e a perpetuare lo sfruttamento” dal testo Partito e Classe, del 1921.

L’esperienza storica del movimento operaio mostra come i partiti opportunisti con le loro strategie fondate sulla conquista graduale delle istituzioni abbiano progressivamente abbandonato ogni prospettiva rivoluzionaria, fino ad integrarsi stabilmente nella gestione dell’ordine esistente. La trasformazione sociale non può quindi essere affidata all’avvicendamento di governi o coalizioni, ma richiede una rottura dei rapporti economici e politici che sostengono il dominio del capitale.

L’attuale crisi della rappresentanza parlamentare non costituisce dunque una semplice anomalia della vita politica contemporanea. Essa riflette le contraddizioni profonde di un sistema economico che concentra sempre più il potere decisionale, assumendo caratteristiche di “regime” gettando la sua maschera e mostrando il suo volto, mentre alle istituzioni rappresentative resta soprattutto il compito di mantenere il consenso e alla legittimità dell’attuale assetto di potere.

La democrazia borghese intesa come conciliazione degli interessi tra i diversi interessi di settori della borghesia è finita con il fascismo.  D’ora in poi l’interesse della classe borghese, nelle sue diverse sfaccettature dopo l’esperienza del biennio rosso è uno solo la difesa del dominio di classe. 

La sequenza non è democrazia, fascismo, democrazia (nata dalla resistenza…) ma dominio del capitale nella sua forma sempre più centralizzata.

Per la Sinistra comunista, il superamento di questa realtà non passa attraverso la ricerca di una democrazia più compiuta all’interno del capitalismo, ma attraverso la ripresa dell’autonoma organizzazione della classe lavoratrice, la sua indipendente lotta di classe per l’abbattimento del regime borghese in una prospettiva rivoluzionaria internazionale. Si ribadisce ancora una volta l’incompatibilità teorica tra preparazione rivoluzionaria e preparazione elettorale. In questo quadro la critica del parlamentarismo assume un significato politico coerente e si collega all’obiettivo storico del superamento della società fondata sul capitale e sul lavoro salariato.

luglio 2026

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