Mai potrà dirlo la società mercantile: a 70 anni dalla sciagura di Marcinelle.
Quest’anno è ricorso il settantesimo anniversario della tragedia dell’8 agosto 1956 avvenuta a Marcinelle in Belgio, in cui morirono 263 minatori, dei quali 163 di nazionalità italiana. Quella sciagura scosse l’Italia di allora e le solenni promesse, a suo tempo enunciate, che incidenti simili non sarebbero mai più accaduti, fanno il paio con i proclami di oggi, che hanno ipocritamente ricordato il fatale avvenimento e il “sacrificio di quegli emigrati italiani”. Ma le chiacchiere e i piagnistei demagogici sono una cosa, i fatti ben altro.
Dobbiamo ricordare che i lavoratori italiani impiegati in quella miniera erano sottoposti ad un regime di lavoro direttamente controllato dagli apparati statali in base all’accordo stipulato tra Belgio e Italia nel 1946, che prevedeva “uomini in cambio di carbone”, uno scambio merce contro merce. Questo accordo faceva parte del piano del Governo De Gasperi per il controllo della disoccupazione di massa dell’immediato secondo dopo guerra. Il controllo delle condizioni di lavoro veniva affidato ad un “ispettore” che rispondeva direttamente al governo italiano. Il contratto di arruolamento e un passaporto individuale emesso dalla questura venivano forniti al lavoratore migrante al momento della partenza, il permesso di lavorare aveva durata annuale, rinnovabile, ma vincolava i lavoratori per cinque anni. I salari erano più bassi di quelli pattuiti perché una parte di essi era in regime di cottimo. Alloggi fatiscenti e condizioni igieniche precarie costituivano il “confort” offerto a questi lavoratori. A chi si rifiutava di scendere nei pozzi, resosi conto della pericolosità, era riservato un regime carcerario “rieducativo” e successivamente, se persisteva il rifiuto, un foglio di via.
Mai sazio della carneficina di proletari avvenuta durante la seconda guerra mondiale, Il Capitale perpetrava i suoi massacri: le obsolete miniere belghe, alcune di esse già dismesse perché non redditizie o perché in esse i lavoratori si rifiutavano di scendere, venivano riaperte poiché costituivano fonti di guadagni immensi grazie all’impiego di mano d’opera a basso costo e altamente ricattabile e grazie alla proprietà monopolistica statale, alla legge economica della rendita assoluta e differenziale su cui più avanti torneremo.
Negli ultimi anni, abbiamo assistito e continuiamo ad assistere al verificarsi quasi giornaliero di tragedie minerarie, la cui incidenza è oggi prevalente in Cina, non a caso “la fabbrica del mondo”. Questo paese ha infatti una tale fame di materie prime da doverne fare incetta su tutti i mercati internazionali, ma naturalmente non mancano nel proprio territorio poli estrattivi in cui ad essere sfruttati a morte sono i proletari cinesi. La politica energetica portata avanti dalla Cina per supportare il suo immenso e turbinoso sviluppo industriale, prevede lo sfruttamento intensivo delle miniere di carbone nazionali al fine di poter far funzionare le proprie gigantesche centrali termoelettriche.
Ancora oggi gli “incidenti” nelle miniere di carbone continuano a colpire duramente nel mondo. Gli eventi più recenti sono stati l’esplosione di gas del 31 luglio 2026 nella provincia del Belucistan in Pakistan con oltre 30 vittime e il disastro del 22 maggio 2026 nella miniera di Lieshenyu, regione dello Shanxi nel nord della Cina, il Paese con il volume più alto di estrazione e frequenti fughe di gas o crolli, che ha causato circa 90 morti.
Gli incidenti sono in genere frutto degli elevati ritmi lavorativi e della stanchezza provocata dall’eccesso di ore lavorate a cui sono soggetti i minatori, ma l’elemento di insicurezza principale è che le miniere sono perlopiù dotate di gallerie scavate ed attrezzate al minimo dei costi. Molte miniere infatti non sono autorizzate, al loro interno le norme di sicurezza difettano e i piani di evacuazione d’emergenza non esistono. Inoltre nella generalità degli impianti i mezzi di soccorso sono insufficienti. La mancanza di investimenti nella sicurezza e nell’antinfortunistica sono un risparmio netto sui costi di produzione e contribuiscono a mantenere alta la rendita differenziale nelle miniere più ricche. A maggior ragione più le condizioni lavorative e salariali sono precarie e ridotte, come in Cina, con il suo immenso esercito industriale di riserva ricattabile e disponibile a basso prezzo, più è alto il risparmio di capitale costante nella messa in sicurezza dei luoghi di lavoro. Le condizioni che il capitalismo imponeva ai salariati delle miniere di Marcinelle cinquant’anni fa, vigono oggi per i loro pari che in Cina, come altrove, in tutto il mondo, muoiono giornalmente nei tunnel dei bacini estrattivi.
A questo punto se qualcuno ingenuamente si domanda ancora, come mai a Ribolla[1] e Marcinelle ieri, in Cina e altrove nel mondo oggi, si mantengano attive pure le miniere meno fertili e più pericolose, quando basterebbe aumentare l‘estrazione nelle miniere migliori e più produttive, merita da bravo scolaretto “asino” la risposta del Professor Carlo Marx.
Eccola: nell’economia capitalistica i prodotti agricoli e i prodotti minerari, in breve tutti i prodotti del suolo e del sottosuolo, sono pagati ad un prezzo superiore a quello medio di produzione, mentre per i prodotti industriali, il gioco della concorrenza tende a generare una media generale che fa corrispondere il prezzo di vendita al prezzo di produzione.
Perché avviene tutto questo? Marx lo spiega nel libro III del Capitale alla sezione VI, e specificatamente nei capitoli che illustrano la rendita differenziale (dal capitolo 38 al 44). Egli chiarisce che tutti i prodotti della terra sono sottoposti a monopolio, per cui il prezzo di produzione di riferimento (ed in seguito di vendita) è quello del terreno peggiore, di quello meno fertile, o di quello che produce a più alti costi, o di quello, ancora, che si trova in una posizione geografica più svantaggiata. La proprietà privata, e quindi il monopolio della terra, non è un qualcosa di essenziale nella produzione capitalistica, come poteva esserlo in alcuni stadi della produzione precapitalistica; così come non lo è la rendita, che è la sua realizzazione monetaria.
La rendita è in effetti espressione e conseguenza dell’organizzazione economica sociale e giuridica capitalistica, ed è determinata essenzialmente da un rapporto economico tra gli uomini, e più precisamente da un dominio di classe, quella borghese. L’esistenza della stessa rendita è legittimata dalle leggi borghesi, e tutelata da forze di polizia e da eserciti di Stati sovrani, a seconda se deve essere salvaguardata come “diritto” da nemici interni (leggi: proletariato o anche altri capitalisti) oppure da nemici esterni (leggi: altre nazioni). Sui terreni peggiori, il proprietario fondiario – che può essere anche lo Stato come lo è in Italia – si appropria della rendita assoluta, mentre nei terreni migliori, i più produttivi insomma, viene ad aggiungersi la rendita differenziale, dovuta al minor prezzo di produzione delle loro derrate agricole, oppure dei loro prodotti estrattivi, che il mercato paga però al prezzo più alto, riferito cioè ai prodotti del terreno peggiore.
Naturalmente, la rendita differenziale per i prodotti del suolo e del sottosuolo è sempre andata crescendo, sia in termini di massa che per unità di prodotto, e quindi sia in valore assoluto che relativo. Questo è dovuto al fatto che la popolazione umana ed i suoi relativi bisogni sono costantemente in crescita: la società deve dunque dissodare le terre vergini ed utilizzare tutte le superfici libere, fertili o sterili. Il monopolio è perciò determinato in sostanza dal limite fisico dell’estensione delle terre, e le rendite, differenziale ed assoluta, sono le forme attraverso le quali il monopolio si valorizza.
La comprensione di questa teoria può apparire ardua, ma, come detto prima, questi concetti sono il cardine della dottrina di Marx, e contengono la spiegazione e la dimostrazione del modo in cui funziona l’economia capitalistica in epoca imperialistica, dominata dal capitale monopolistico e parassitario, che vive e si ingrassa del frutto del lavoro non pagato al proletariato, unica classe produttiva a creare la reale ricchezza.
L’esistenza di impianti estrattivi obsoleti è quindi la condizione essenziale per cui chi possiede le miniere più produttive e, tutto sommato, si potrebbe permettere di investire in sicurezza, si trova nella circostanza migliore per impadronirsi di plus-profitti enormi, risultanti dal differenziale di capacità produttiva che a sua volta crea una differenza nei prezzi di produzione. Ovviamente, le miniere più pericolose non si possono chiudere perché la loro quota di prodotto è necessaria al mercato, e quindi la limitatezza è condizione essenziale dell’esistenza delle rendite. Del resto, chi possiede le miniere più fertili si guarda bene dal produrre più del necessario, ed evita di coprire con la propria produzione la quota prodotta dalle miniere più disagiate per non estrometterle automaticamente dal mercato, anche perché perderebbe così i sovrapprofitti che l’esistenza delle miniere meno redditizie gli garantiscono, a causa appunto del differenziale dei prezzi di produzione che gli permette di vendere a prezzi più alti un prodotto che gli è costato molto meno a produrre. Aumentare la produzione oltre un certo limite, dunque, riduce i profitti invece di aumentarli.
Il capitalismo cinese, con il suo carico impressionante di vittime sul lavoro che ogni anno cadono a decine di migliaia non solo nel settore minerario, ma pure nell’edilizia e nelle svariate branche della produzione industriale, sta pagando il conto del suo poderoso ed anarchico sviluppo economico, alimentando sempre più quel triste computo mondiale che è ormai di 2,9 milioni di morti sul lavoro all’anno per incidenti e malattie professionali (dati I.L.O. Organizzazione internazionale del lavoro, anno 2023).
Mentre si parla di 268 milioni di incidenti non mortali e di 160 milioni di nuovi casi di malattie cosiddette professionali. Le regioni con i più forti tassi di crescita sono l’Asia e l’America Latina. In Cina, il numero di incidenti fatali è cresciuto dai 73.500 del 1998 ai 90.500 del 2001, mentre gli incidenti con tre o più giorni di assenza dal lavoro sono aumentati da 56 milioni a 69 milioni di unità. In America Latina l’aumento del numero di persone impiegate nel settore edile, soprattutto in Messico e Brasile, ha innalzato il numero di incidenti mortali da 29.500 a 39.500 nello stesso periodo di tempo.
Le malattie più comuni sul luogo di lavoro sono i tumori causati dall’esposizione a sostanze pericolose, i disturbi muscolo-scheletrici e respiratori, la perdita dell’udito, le malattie circolatorie e le malattie trasmissibili. Nel settore agricolo, che ancora impiega la metà della forza lavoro mondiale, l’uso di pesticidi causa un elevato numero di morti per avvelenamento e di malattie acute o croniche.
A farsi onore in questa ignobile classifica troviamo pure l’Italietta appartenente al G8, che ormai marcia costantemente ad una media annua, negli ultimi 10 anni, di 1200 morti sul lavoro all’anno (dati Inail). Dati sicuramente sottostimati poiché non la totalità degli infortuni gravi e delle morti sono ufficialmente denunciate e sottoposte a statistica.
Appare pressoché evidente da queste cifre, dai fatti che le rendono reali e che coinvolgono migliaia di proletari sfruttati e ammazzati dal capitale, che “il migliore dei mondi possibili” che la cultura borghese tanto decanta, il vaso di miele della democratica civiltà capitalistica che ora fa il giro del mondo, non è altro che un carnaio, una macelleria di carne umana, uno sfilettatoio di membra proletarie, che si regge in piedi grazie ad un modo di produzione e ad un sistema sociale che nella storia non ha eguali per grado di disumanità.
Quand’anche, tolte le crisi sistemiche periodiche e le guerre locali e mondiali che seguono a soluzione delle prime, non ci fossero altri motivi per dichiarare infame il sistema capitalistico e la sua economia, la sola esistenza della rendita assoluta e della rendita differenziale e le conseguenze sociali che la sua stessa esistenza provoca, sarebbero sufficienti a dimostrare che fintantoché vige questo monopolio di classe, fino a quando i valori d’uso assumeranno la forma di merci, l’uomo non potrà essere sfamato, i suoi bisogni saranno asserviti al profitto ed al sovrapprofitto, la vita dei proletari avrà il valore di qualsiasi altra merce e sarà spendibile in proporzione alla sua carenza o abbondanza, e le tragedie come quella di Marcinelle e le tante altre che l’hanno preceduta e che purtroppo continuano a succederle non avranno mai fine.
“I giacimenti di lignite di Ribolla (1) sono tra i meno fertili, come lo sono in massima quelli belgi di antracite (Marcinelle in questo caso, e molti di quelli cinesi attuali, ndr), e mai converrà al capitalismo, dove non vi è premio di rendita differenziale, come nelle migliori miniere di francesi, olandesi, inglesi, tedeschi, americani, spendervi per installazioni più costose atte ad aumentare la resa e garantire la vita del minatore. All’economia presente non è d’altra parte consentito di chiudere quelle miniere; e resteranno allo stato di quelle descritte da Zola nel Germinal, col cavallo bianco che non vedrà mai la luce del sole, e che comunica con uno strano linguaggio della tenebra con due minatori condannati con lui dalla “società civile”. Può il Progresso fermarsi, per scarsità di carbone?!”(2)
Lo sviluppo delle leggi economiche del sistema capitalistico sbocca nella strage: noi ne traiamo l’occasione per risvegliare nella classe proletaria il possesso della rivoluzionaria dottrina di classe.
Diciamo a gran voce dunque: tappate per sempre quelle discese, non vi è morte più assurda che quella “differenziale”, cioè legata alla rendita di quelle miniere da cui si estrae la fonte fossile di energia che tanti danni ha provocato e continua a provocare al fragile equilibrio naturale.
[1] Ribolla, località toscana dove la mattina del 4 maggio 1954 una violenta esplosione di grisou all’interno della miniera di carbone della Montecatini provocò la morte di 42 operai. Vedi anche “Ribolla, la morte differenziale” apparso su “Il programma comunista” n° 10 del 14-28 maggio 1954.
(2) “Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale” apparso su “Il programma comunista” n.17 del 24 agosto -7 settembre 1956.
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