Alla fine di luglio una massa imponente di cittadini marocchini e migranti provenienti dall’Africa subsahariana e da altri Paesi ha fatto ingresso nella città di Ceuta, enclave spagnola in territorio marocchino. Più che a un naturale fenomeno migratorio, l’episodio assomiglia a una pressione strategica priva di armi diretta da Rabat. Le autorità alawite hanno impiegato le popolazioni straniere bloccate sul proprio territorio come strumento di negoziazione, affiancandole a cittadini locali scortati sul posto dalle forze dell’ordine. Tale manovra richiama le dinamiche della Marcia Verde del 1975, quando la mobilitazione di massa fu utilizzata dal regime marocchino per estendere il controllo sul Sahara Occidentale.
Il rapido rientro in patria della maggioranza delle 60.000 persone coinvolte, avvenuto nell’arco di ventiquattr’ore, conferma la natura pianificata e dimostrativa dell’operazione. Il bilancio provvisorio dell’evento registra 67 vittime, svariate migliaia di feriti e atti di violenza contro chiunque mostrasse tratti arabi, causati da gruppi nazionalisti e militari in abiti civili.
La stabilità di questa area di confine è minata da complessi fattori storici ed economici:
- Il contenzioso sul Sahara Occidentale non si è mai chiuso. Questa regione, possedimento coloniale spagnolo divenne provincia di Spagna nel 1958 quando F. Franco concesse ai Saharawi la cittadinanza. Una risoluzione dell’ONU deliberò la proposta di referendum sull’autonomia della regione e una sentenza della Corte dell’Aia si pronunciò a favore del diritto di autodeterminazione del popolo Saharawi. Ma il referendum fu preceduto dalla Marcia Verde che nel 1975 fu organizzata dal regime marocchino come forma di pressione contro le spinte autonomiste del Fronte Polisario (organizzazione armata indipendentista sostenuta dall’Algeria). Gli accordi che seguirono all’azione di forza tra Rabat e Madrid portarono ad una smobilitazione della Spagna dal territorio (dove comunque conservava diritti economici sulla pesca e lo sfruttamento minerario) e la spartizione tra Marocco e Mauritania. L’anno successivo vede la proclamazione della RASD (Repubblica Autonoma Saharawi Democratica) e lo scoppio del conflitto armato tra Fronte Polisario e i regimi occupanti. La Mauritania alla fine si ritira dalla partita e le truppe marocchine e autonomiste rispetteranno un cessate il fuoco solo a partire dal 1991 sotto l’egida dell’ONU. Il contenzioso sul Sahara Occidentale quindi rimane aperto sul piano del diritto internazionale, nonostante i recenti cambi di posizione diplomatici di Madrid. I governi spagnoli hanno progressivamente abbandonato la neutralità nei confronti del contenzioso sul territorio Saharawi e si sono progressivamente avvicinati al governo marocchino, provocando nel contempo una rottura di rapporti diplomatici con l’Algeria (2021).
- Al contempo, il Marocco costituisce la principale destinazione degli investimenti produttivi ed infrastrutturali spagnoli nel continente africano;
- Rabat svolge il ruolo fondamentale di presidio di sicurezza per conto di Madrid lungo le direttrici migratorie del Maghreb; esiste un accordo tra i due paesi, che risale al 1992, più volte integrato, e utilizzato principalmente dai governi di sinistra (Zapatero, Gonzales) il quale prevede il respingimento immediato dei migranti provenienti dal Marocco e arrivati a Ceuta e Melilla. Nel 2022 il comune lavoro delle polizie dei due paesi ha prodotto 37 morti tra i migranti che tentavano di superare le reti di recinzione a Melilla. Quest’anno il fenomeno ha assunto proporzioni enormi causando l’aumento del numero delle vittime. Il governo Sanchez ha accusato il Marocco di provocare pressioni migratorie alla frontiera al fine di destabilizzare l’integrità nazionale spagnola.
- L’Asse strategico tra Marocco, Stati Uniti e Israele s’inserisce nei tentativi di Washington di contenere l’influenza di potenze concorrenti. L’apertura economica della Spagna verso il capitale cinese e i suoi alleati (compresi Algeria e Russia) ha suscitato la reazione dell’amministrazione americana, sostenuta da altre nazioni europee desiderose di ridimensionare la tutela statunitense.
La posizione del proletariato
La contrapposizione su Ceuta non deve essere letta come l’aggressione di uno Stato autoritario ai danni di una democrazia occidentale. La Spagna agisce a sua volta come potenza centrale per la difesa dei profitti capitalistici nello stretto di Gibilterra, stipulando accordi di contenimento e repressione ai danni dei lavoratori marginalizzati.
L’escalation delle rivalità, sia che riguardino la gestione dei flussi di proletari migranti, sia che riguardino rapporti commerciali, prefigura un futuro di militarizzazione e scontro diretto. Negli anni a venire, le divergenze tra blocchi economici spingeranno le borghesie nazionali a mobilitare le popolazioni per la difesa di interessi finanziari ed espansionistici propri. L’ideologia nazionalista e le retoriche sulla difesa dei confini servono unicamente a legare i lavoratori alle esigenze del proprio capitale nazionale.
Di fronte al riacutizzarsi delle tensioni internazionali, la classe lavoratrice non ha alcun interesse da tutelare nelle dispute territoriali su Ceuta, Melilla o sul controllo dello Stretto. L’unica alternativa all’orrore dei conflitti imminenti risiede nel rifiuto della retorica patriottica e nella riaffermazione della solidarietà di classe al di sopra dei confini nazionali.
Di fronte a tali fenomeni, ribadiamo le nostre posizioni a proposito dei flussi migratori, con un articolo pubblicato nel 2009 dal titolo:
ALLE RADICI DELL’IMMIGRAZIONE, PER L’UNITA DI TUTTI I PROLETARI
Uno dei problemi socialmente più dilanianti che il capitalismo sta alimentando in modo continuativo ed esasperato nella sua attuale fase di serrata crisi economica e di inasprito contrasto imperialistico, è la migrazione massiccia dalle loro terre di origine verso i cosiddetti paesi dell’Occidente “ricco ed industrializzato” di milioni di proletari diseredati, che il più delle volte fuggono da estreme situazioni di miseria, di fame, di malattia e di guerra. La maggior parte di questi esseri umani che per necessità vitali scappano clandestinamente per rifugiarsi nei paesi del “mondo libero sviluppato” europeo o americano, si trovano a dover vivere delle condizioni materiali che negli ultimi anni si stanno con evidenza aggravando sempre più. Ad essi, infatti, spetta non solo una vita incerta ed insicura legata allo status di “straniero” in un paese che non è il loro e al consueto ricatto economico di dover accettare i peggiori lavori, meno pagati, più rischiosi e precari, ma anche la persistente minaccia di frequenti discriminazioni e di vere e proprie persecuzioni, che si intensificano soprattutto nelle fasi come quella odierna di prolungata contrazione dell’economia e di conseguente deterioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei salariati in generale.
Nella stessa Italietta, ponte europeo sulla trafficata area migratoria mediterranea, in cui il fenomeno dell’immigrazione dai paesi africani, asiatici e dell’Est Europa, ha registrato una cifra non indifferente di stranieri residenti entro i propri confini, oltre ad essersi consolidato un diffuso e spietato sfruttamento della manodopera estera (di cui gli omicidi sul lavoro subiti dagli stranieri ne sono una prova indelebile!), negli ultimi anni si è assistito ad una recrudescenza degli attacchi discriminatori e persecutori contro gli immigrati. Con la scusa della “sicurezza” e del “problema clandestini”, e cogliendo un non esiguo risentimento sociale, una determinata parte politica ha infatti montato una campagna di linciaggio cavalcata ad arte dai media, prima contro i musulmani “rei di terrorismo o di integralismo islamico”, di seguito contro tutti gli immigrati e rom a causa della loro presunta “propensione alla criminalità”.
Ma vediamo ora come noi marxisti inquadriamo questa “scottante” questione. Il contingentamento della manodopera straniera e il suo impiego a certe condizioni di sfruttamento, rientra nel disegno del capitale e della programmazione capitalistica, che attraverso le normative emanate dallo stato borghese, prende due direzioni complementari: da una parte qualche limitatissima facilitazione e parificazione di trattamento all’interno del mercato del lavoro, concessa a denti stretti non certo per motivi umanitari ma per ragioni di spicciola utilità economica, soprattutto per guanto riguarda certi settori e branche produttive dell’economia del Paese; tale processo è mirato a regolare il mercato del lavoro secondo le esigenze della congiuntura economica; dall’altra la necessità da parte del capitale di continuare ad ingrossare le fila del cosiddetto esercito industriale di riserva, innanzitutto con manodopera non specializzata e non italiana, mantiene basso il livello medio del salario e delle condizioni generali di lavoro.
Ne “Il Capitale”, Marx illustra come alla fine del XV secolo in Inghilterra ha inizio l’espropriazione delle terre dei contadini per la trasformazione di questi medesimi in proletari senza riserve, obbligati a loro volta per sopravvivere a spostarsi nelle aree cittadine industrializzate per poter vendere in tale maniera la loro forza-lavoro negli opifici e nelle fabbriche manifatturiere che stanno via via sorgendo e sviluppandosi, vere e proprie galere in cui lo sfruttamento è spietato ed indiscriminato. Marx, a tal proposito, definisce questo primo periodo come la fase dell’accumulazione originaria, punto di partenza del modo di produzione capitalistico che “trasuda sangue e sudiciume da tutti i pori”.
Nella sua ultima fase imperialistica, il capitale prosegue questa identica strada avendo ormai assoggettato l’intero pianeta alle sue ferree leggi. E per quanto riguarda queste enormi masse di salariati che si spostano per essere impiegati nel “miglior” modo dal capitale, in un primo tempo tali migrazioni interessavano solo certe regioni di una stessa nazione, poi interessavano certe nazioni economicamente meno sviluppate, ora interessano proprio tutti i continenti. Milioni di proletari vengono così sradicati dalle loro terre di origine, per seguire il percorso che il capitale compie per valorizzarsi con i risultati economicamente più vantaggiosi.
Il capitalismo di una nazione si sviluppa sempre di più nella sua tendenza a centralizzare e a concentrare le proprie forze produttive nelle grandi città, che divengono megalopoli richiamando non solo forze proletarie indigene, ma anche quelle di altre nazioni e continenti. Ciò comporta fattori di divisione tra i proletari: se da un lato, infatti, la medesima condizione di salariato crea le condizioni materiali per una lotta comune contro il capitalista, dall’altro lato questa stessa condizione scatena la concorrenza tra gli stessi salariati che si offrono sul mercato come forza lavoro. Il fenomeno dell’immigrazione è, quindi, legato alla disponibilità di plusvalore e di conseguenza alla possibilità della sua distribuzione.
Si tratta, quindi, di immigrazione proletaria soggetta a subire tendenzialmente qualsiasi condizione peggiorativa, per questo fomentatrice della concorrenza tra i salari con il loro conseguente ribasso. Il risultato si traduce in una occupazione precaria e marginale, che costringe i proletari a vivere solo con briciole di reddito, aspetto tipico delle aree industriali. I paesi, soprattutto occidentali, con un’alta concentrazione di capitale rappresentano i maggiori attrattori di queste masse che non hanno nulla da perdere. Nonostante i relativi governi prendano misure contro di esse, si trovano necessariamente a dover fronteggiare una forza difficilissima da arginare: nessun muro, nessun esercito, nessuna legge speciale potrà fermare questi proletari in fuga.
Quello che avviene oggi, ricalca quanto spiegava Marx a proposito dell’espropriazione dei contadini irlandesi del XIX secolo, che furono violentemente indirizzati verso le fabbriche di Manchester e di Liverpool. “L’operaio normale inglese odia l’operaio irlandese, come un concorrente che abbassa il suo livello di vita. Rispetto all’operaio irlandese, si sente membro della nazione dominante e si trasforma così in uno strumento che gli aristocratici e i capitalisti del suo Paese usano contro l’Irlanda, rafforzando in questo modo il loro dominio nei suoi stessi confronti. Egli si culla nei pregiudizi religiosi, sociali e nazionali, contro il lavoratore irlandese. L’irlandese gli restituisce tutto ciò con gli interessi. Egli vede, infatti, nel lavoratore inglese sia il complice che lo stupido strumento del dominio inglese in Irlanda. Questo antagonismo è il segno dell’impotenza della classe operaia inglese malgrado le sue organizzazioni. È il segreto che permette ai capitalisti di mantenere il potere. E questi ultimi lo sanno molto bene”. (Lettera di Marx a Meyer e Vogt 9-IV -1 870)
E anche Lenin sulla medesima questione (nelle Opere Complete Vol. XXVI pag. 154) stabiliva che “lo sfruttamento del lavoro degli operai peggio retribuiti provenienti dai Paesi arretrati è caratteristico in particolare dell’imperialismo; e proprio su di esso è fondato, in certa misura, il parassitismo dei paesi imperialisti ricchi, che corrompono anche una parte dei propri operai con una paga più alta, mentre sfruttano oltre misura e senza vergogna il lavoro degli operai stranieri, a buon mercato”
Secondo alcuni studi della stessa borghesia, “gli immigrati che arrivano in Italia hanno un livello di qualificazione di ben 4 volte superiore a quello della popolazione nativa. Le competenze degli immigrati qualificati rappresentano dunque un capitale umano da sfruttare, in particolare per compensare le carenze di competenza riscontrabili a livello locale. Il problema, però, è che raramente gli immigrati qualificati sono utilizzati per ciò che valgono e sanno fare, trovano impieghi perlopiù informali e sottoqualificati”.
Non sorprende allora, che in questa fase di crisi capitalistica la borghesia attacchi su tutti i fronti le forze proletarie e che i colpi più duri li riservi alla parte di essa più vulnerabile e più debole perché non radicata al territorio e spesso non tutelata dal cosiddetto “diritto di cittadinanza”, ovvero ai lavoratori immigrati. Ecco perché anche in Italia si emanano leggi che dietro la grossolana menzogna di riservare i posti di lavoro agli italiani (in generale i posti di lavoro che gli immigrati si “fregano” sono tra i più schifosi e peggio pagati) sono volti a controllare l’immigrazione terrorizzando, ricattando e intimidendo così i proletari stranieri, facendoli sentire in tal modo degli intrusi.
Ma quando si parla di controllo – peraltro anche i partiti di “sinistra” sono d’accordo – si parla di polizia dedita a questo controllo, quindi di repressione, di rinvii ed espulsioni nelle proprie nazioni di provenienza, con l’intensificazione di questi controlli su tutte le frontiere del territorio nazionale. Cosa che viene attuata ogniqualvolta non esistano più le condizioni per rinnovare il permesso di soggiorno, per reati penali o per motivi che vanno dall’ordine pubblico alla “pericolosità sociale”, quando cioè un’attività politica o sociale dell’immigrato comprometta la sicurezza interna ed esterna dello Stato italiano. Si tratta di misure flessibili che le autorità possono utilizzare a loro piacimento e, se il padronato decide di sbarazzarsi di qualche straniero, non è difficile trovare il cavillo legislativo che lo permetta. A tale scopo sono stati da alcuni anni istituiti e realizzati veri campi di internamento e smistamento, (Hotspot, C.P.A. Centri di prima accoglienza, C.A.S. Centri di accoglienza straordinaria, C.P.R. Centri per il rimpatrio) già sperimentati del resto subito dopo gli sbarchi degli albanesi all’inizio degli anni novanta, e ora funzionali per chi è in attesa dell’espulsione.
Il capitale mira dunque a controllare l’immigrazione, dotandosi di mezzi di intervento più facili nei confronti del mercato del lavoro, per regolare l’esercito di riserva del capitale e rigettare una parte di esso al di là delle proprie frontiere nell’eventualità che la situazione sociale rischi di diventare esplosiva. Anche se in periodi di espansione produttiva lo Stato non ha bisogno di controlli severi, anzi come si esprime Marx: “la forza lavoro migra e in realtà non fa che seguire il capitale emigrante”. Sul piano della iniziativa di lotta immediata, è per questo che noi comunisti diciamo ai proletari di rivendicare parità di condizioni salariali, contrattuali e normative tra italiani e immigrati. In tale prospettiva non c’è nulla da attendersi dai sindacati e dai partiti pseudo-sinistri, e non c’è nulla da aspettarsi neppure dai lamenti delle “buone anime religiose e antirazziste”. Infatti, quando queste parlano di “mentalità razzista” abbandonandosi al solo moralismo borghese e democratico, tacciono in realtà sull’antagonismo di classe tra borghesia e proletariato, ma non sono assolutamente le idee razziste la causa della divisione della classe operaia. Esse compaiono sulla scena, al contrario, quando la classe operaia è divisa, abbattuta e non ha fiducia nella sua forza dirompente, quando fa propria l’ideologia piccolo-borghese, quella delle mezze classi che si sentono minacciate dalla crisi economica e dalla “concorrenza dello straniero”. Questa è purtroppo la conseguenza di più di 80 anni di controrivoluzione, di tradimenti dei sindacati e dei partiti cosiddetti “operai”. È allora è necessaria l’unità di classe tra proletari italiani e immigrati, per una vera unità internazionale dei proletari, perché “i proletari non hanno patria e non hanno nulla da perdere in essa fuorché le loro catene. E hanno un mondo da guadagnare”.
Settembre 2026
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