Il regime capitalista e l’esigenza di sterminio della forza-lavoro eccedente: alle radici della moderna concezione della guerra

Premessa
La guerra rappresenta una costante della storia umana, una letale compagna di viaggio della nostra specie che segue da tempi immemorabili i passi dell’uomo. Nelle profondità dei miti delle origini e dei racconti sepolti nei testi sacri, si nasconde la crudele presenza di questa maledizione che affligge l’essere umano e lo accompagna, dai primi passi fino al tramonto della sua vita. Sembra che tutto sia ridotto ad una lotta universale per l’esistenza, alla guerra madre di tutte le cose d’eraclitea memoria, oppure al motto ‘mors tua vita mea’ dei nostri antenati latini. In verità sono anche esistite delle società che non concepivano rifiutavano l’idea di una vita condannata alla guerra infinita, e ciò accadeva quando ancora non si era manifestata la realtà di un mondo fatto di vinti e di vincitori, di schiavi e di padroni. Le comunità umane delle origini sono esistite per decine di migliaia d’anni, esse vivevano secondo pratiche e forme di pensiero diverse da quelli dominanti nella nostra epoca. La guerra c’era, ma era altra cosa. Integrazione sociale e naturale e armonia con il tutto erano i cardini del loro sistema di vita, quel sistema che in seguito è stato definito come comunismo delle origini, ha segnato per decine di migliaia d’anni il percorso della nostra specie. In altre parole ha consentito alla specie di esistere e di progredire. Il conflitto con le forze esterne naturali, la lotta quotidiana per migliorare la propria condizione di vita non era esclusa, ma operava dentro una logica diversa da quella delle società contemporanee, una logica di specie di tipo comunitario e funzionale, diciamo pure organica nel senso più alto del termine. L’incontro e a volte lo scontro fra parti diverse esisteva, ma esso operava come dialettica funzionale all’interno dell’organismo sociale e come dialettica non funzionale all’esterno, ma in ogni caso non minacciava di certo l’esistenza della specie umana (come accade nelle società capitaliste). Dal momento in cui le società hanno cominciato a dividersi in classi sociali antagoniste, allontanandosi dal comunismo delle origini, l’umanità ha conosciuto l’esperienza della guerra di conquista di territori e d’asservimento di masse umane all’interno della stessa specie, come accadeva nella società antica ed in quella feudale, per giungere, infine, col capitalismo dapprima a delle guerre di sistemazione territoriale idonee a fornire alla società borghese una base nazionale ed a sottomettere i capitalismi rivali alle potenze più attrezzate, guerre che, per quanto combattute con armi più evolute e da masse umane molto più vaste, mobilitate attraverso la leva obbligatoria, assomigliavano ancora –almeno in parte- a quelle antiche per i fini limitati che esse perseguivano, ed infine nella fase imperialista del capitalismo (in Europa: dal 1871 in avanti) a delle guerre globali e ad altissimo potenziale distruttivo il cui fine essenziale non è rappresentato tanto dalla spartizione del mondo tra i diversi briganti imperialisti quanto dal riavvio del processo d’accumulazione attraverso il “bagno di giovinezza” dell’annientamento su vasta scala di capitale costante e variabile. Le guerre imperialiste, in altre parole, sono essenzialmente delle guerre contro il proletariato anzitutto perché, reagendo alla malattia della crisi che corrode la produzione capitalistica e consentendo all’accumulazione di ripartire agiscono nel senso di prevenire la soluzione rivoluzionaria delle crisi economiche di sovrapproduzione, vale a dire nel senso di tagliare la strada alla rivolta delle masse dei salariati, che, se non intervenisse la mobilitazione bellica, ad un certo punto diventerebbe inevitabile. In secondo luogo perché annientamento di capitale variabile significa annientamento fisico di masse di proletari eccedenti il fabbisogno dell’apparato produttivo. Per questo duplice ordine di motivi le guerre imperialiste non sono dei veri scontri interimperialisti, in cui la posta in gioco è la supremazia dell’uno o dell’altro dei contendenti, ma sono degli scontri in cui delle masse umane enormi sono scagliate le une contro le altre da apparati statali conniventi e tra loro coordinati che si limitano agitano delle false flags davanti agli occhi della carne da cannone: altro non furono, infatti, le “crociate” anti-feudali messe in campo su entrambi i lati del fronte all’epoca del primo conflitto mondiale e quelle antiplutocratiche piuttosto che per la difesa della democrazia e del “socialismo” messe in scena nel corso del secondo conflitto mondiale. Già all’epoca della Comune di Parigi Marx scrisse che la borghesia non si poteva più nascondere sotto un’uniforme nazionale, e che le diverse borghesie nazionali erano tra loro confederate per schiacciare il proletariato. Le due guerre imperialiste che seguirono dimostrarono poi fino in fondo la correttezza di quella diagnosi. Non importa chi vince la guerra, l’importante è che la guerra ci sia e che divori milioni d’uomini a beneficio del capitalismo mondiale. La fisionomia della guerra imperialista, ancora abbozzata nel corso del primo conflitto mondiale, diventò più chiara nel secondo. Nel primo conflitto mondiale la natura imperialista della guerra affiora in superficie e parla attraverso il lungo martirologio dei fanti in trincea, sacrificati senza alcun costrutto strategico dalla tattica che in Italia fu detta delle “spallate” dal gran macellaio Cadorna mentre la pianificazione concordata del conflitto da parte degli Stati e degli Stati Maggiori traspare da taluni provvedimenti militari come l’allontanamento delle trincee e l’intensificazione dei cannoneggiamenti sotto Natale disposti dai comandi (1) per impedire la fraternizzazione delle truppe che indossavano una diversa casacca dopo la “tregua di Natale” (2) e come lo stesso arresto definitivo delle ostilità belliche cui i medesimi comandi furono costretti a addivenire nel 1918 prima che il virus leninista divorasse il cuore della Germania, il che significa che se nel 1871 prussiani e versagliesi furono costretti a confederarsi nel corso del conflitto franco-prussiano di fronte alla Comune di Parigi la guerra del 1914-18 era pianificata sin dall’inizio allo scopo di prevenire le possibili, nuove Comuni, anche se tale pianificazione, che riuscì solo in parte in quanto il piano saltò nel 1917 in Russia, era occulta. Grazie allo sviluppo dell’aeronautica, delle portaerei e dei bombardieri i civili, i proletari non in divisa delle retrovie e delle città, che erano stati coinvolti solo marginalmente nel massacro del 1914-18, divennero le vittime privilegiate delle carneficine consumatesi tra il 1939 ed il 1945. Abbiamo già rilevato, infatti, che il secondo conflitto mondiale non solo fece molti più morti del primo, ma, soprattutto, fece molti più morti civili. La pianificazione occulta della guerra, inoltre, diviene più evidente: parlano, infatti, in tal senso non solo alcune disposizioni cruciali militarmente inspiegabili dei comandi germanici, come quella di Dunquerque e la stessa operazione Barbarossa, che fu la tomba del Terzo Reich, ma anche la programmazione militarmente sciagurata dello sbarco in Normandia da parte dei comandi alleati, la liquidazione dell’opposizione anti-hitleriana in Germania da parte degli anglo-americani con conseguente eliminazione fisica di gran parte dell’élite militare tedesca -Rommel compreso- da parte di Hitler (2) ed infine, in Italia, l’attentato apparentemente inutile e controproducente di via Rasella. Il marxismo ha sempre dato grande importanza alla tecnica militare: se Engels evidenziò la rivoluzione determinata dal fucile a retrocarica e dai cannoni a canna rigata (3) la Sinistra nel secondo dopoguerra parlò addirittura di un “imperialismo delle portaerei” (4). Non è possibile, quindi, affrontare da marxisti la “questione militare” senza indagare l’evoluzione dei sistemi d’arma. Proiettando nell’oggi la linea di tendenza delle due guerre mondiali e tenuto conto della gravità dell’odierna crisi di sovrapproduzione, molto peggiore di quella del ’29, la nostra previsione per il terzo conflitto mondiale non può che essere quella di un incremento ulteriore ed esponenziale dei morti, dettato dal carattere ancor più profondo e devastante dell’attuale crisi di sovrapproduzione, che dura sin dal 1975, e di un massacro concentrato in modo pressoché esclusivo sui civili vale a dire sul proletariato non in armi sotto il controllo ferreo di un’unica regia occulta cui tutti gli Stati e i comandi militari saranno sottomessi ancor più che per il passato. Lo studio dei sistemi d’arma ci mette nello stesso tempo in grado di affermare che le possibilità tecniche per un massacro di proporzioni mai sinora vedute sussistono e risiedono non solo negli arsenali atomici in genere e nelle bombe atomiche tattiche in particolare, ma anche nei nuovi sistemi d’arma (3) e soprattutto nei sistemi d’arma elettromagnetici prodotti dalla tecnologia HAARP (4) che sono attualmente in grado di provocare modificazioni climatiche ed altri eventi catastrofici apparentemente naturali come i terremoti (5). Ciò ci consente di affermare che nell’epoca che stiamo vivendo e che –parafrasando la Sinistra- potremmo definire “imperialismo dei cannoni elettromagnetici” vi sono ormai tutte le premesse per il passaggio da una guerra a comando unico occulto ad una guerra occulta o, per usare le parole del Gen. Mini, ad una guerra “camuffata”. Tale è il volto dell’attuale guerra cronica, latente, potenziale e in prospettiva acuta e palese, finalizzata non più solo alla conquista e all’asservimento, ma addirittura allo sterminio e al genocidio della forza-lavoro proletaria eccedente. Il capitalismo sogna e pratica l’eliminazione delle masse umane non impiegabili con profitto nel processo produttivo, infatti, da molti decenni, stermina con l’arma della fame e della miseria i proletari dei paesi poveri, li costringe a morire di fame, di stenti e di malattia, consapevole che la loro crescita numerica è un potenziale nemico per la propria sicurezza. Nel presente lavoro, tenteremo di dimostrare il passaggio da una prassi bellica incentrata sul tradizionale binomio difesa e offesa, all’attuale guerra di sterminio del capitale contro quella parte di genere umano, non impiegabile ai fini riproduttivi del ciclo economico. Una guerra non dichiarata formalmente, perseguita in comune dai vari aggregati imperialisti che si contendono le sorti del globo, con lo scopo eminentemente economico e politico di dismettere dal processo di valorizzazione del capitale la parte eccedente dell’esercito industriale di riserva (concentrato essenzialmente nelle aree capitalisticamente arretrate). Il cosiddetto problema della sovrappopolazione di maltusiana memoria si trasforma, alla luce dei fatti, nella semplice esigenza economica d’eliminazione d’interi rami improduttivi della popolazione umana, come accade sempre, d’altronde, in una normale ristrutturazione aziendale. In altre parole, quella parte d’umanità disoccupata, misera, senza riserve patrimoniali, minacciata d’estinzione (e quindi proprio per questo prolifica), è l’obiettivo principale e reale della contemporanea ars bellica capitalista. Un bersaglio che il capitale vuole colpire con il doppio scopo, politico ed economico, di rimuovere una potenziale minaccia alla propria esistenza e, in secondo luogo, per rilanciare il proprio ciclo di valorizzazione sulle macerie della distruzione di capitale costante e variabile (in questo caso soprattutto variabile, vale a dire forza lavoro umana). Cercheremo di chiarire, nel corso delle analisi successive, come i blocchi geo-storici che si confrontano sulla scena globale, non siano la causa dell’attuale guerra cronica, bensì dei semplici attori recitanti il ruolo assegnatogli dal modo di produzione capitalista (un modo di produzione conflittuale, antagonista, che ha la necessità immanente di annientare quantità eccedenti di mezzi e persone per ovviare alla crisi da sovrapproduzione e alla caduta tendenziale del saggio di profitto). In quanto tali i contendenti imperialisti sono una semplice espressione scenica, degli attori diligenti di quella sceneggiatura obbligata scritta dall’unico regista reale: il modo di produzione capitalista. Sotto il velo della pace apparente, seguita all’ultimo conflitto mondiale, la guerra non ha mai smesso di operare con la sua funzione di supporto al dominio economico-politico della classe borghese internazionale. L’obiettivo della distruzione di forza-lavoro eccedente è stato raggiunto con le armi principali dell’impoverimento, della fame, della malattia, e in parallelo, ma in forma secondaria, attraverso guerre convenzionali locali, coinvolgenti variamente i tradizionali predoni imperialisti. Al pari di un racconto gotico in cui la vicinanza dell’epilogo coincide con l’apice della violenza, sottintesa già dall’inizio nella presenza sulla scena di vari segni rivelatori, così anche il moderno Moloch capitalista rivela la propria natura mostruosa al culmine delle crisi ricorrenti da sovrapproduzione. Sterminio, genocidio, ecatombe ed altro ancora, sono i movimenti di questa sinfonia infernale che solo la rivoluzione delle vittime predestinate può finalmente interrompere, consentendo a tutta la specie umana, e a tante altre forme di vita presenti sul pianeta, di crescere e progredire in modo diverso.

1“[…] i comandanti dei rispettivi eserciti […] negli anni di guerra successivi ordinarono bombardamenti di artiglieria proprio alla vigilia di Natale per assicurarsi che non si verificassero più interruzioni nei combattimenti” (Roberto de Mattei, “La «tregua di Natale» del 1914”, http://www.corrispondenzaromana.it).

2“La notte di Natale 1914, nelle trincee del fronte occidentale (Francia e Belgio) ci fu una tregua. Si trattò di una eccezionale circostanza dettata dalla spontaneità di un sentimento di fratellanza universale, più forte persino del rombo dei cannoni. Non la ordinarono i comandi supremi che, di contro, fecero di tutto per condannarla ed accertarsi che mai più si ripetesse in futuro. I soldati di entrambe le fazioni uscirono allo scoperto, si abbracciarono, fumarono, cantarono insieme, si scambiarono doni e organizzarono persino delle estemporanee partite di calcio. Gli Stati Maggiori coinvolti nel conflitto fecero di tutto anche per nascondere l’accaduto e cancellarne ogni traccia o memoria – recentemente però sono emerse dagli archivi militari di tutta Europa, lettere, diari e persino fotografie che sanciscono inequivocabilmente che la tregua, anche se non ufficiale, avvenne realmente e si protrasse addirittura per più giorni, nel periodo Natalizio del 1914” (“La tregua di Natale”, http://www.lagrandeguerra.net). “Il giorno di Natale del 1914, nel primo anno della prima guerra mondiale, i soldati tedeschi, inglesi e francesi disobbedirono ai loro superiori e fraternizzarono con «il nemico» lungo due terzi del fronte occidentale. Le truppe tedesche innalzarono alberi di Natale fuori delle trincee con le scritte «Buon Natale» «Voi non sparate, noi non spariamo». A migliaia, le truppe attraversarono la terra di nessuno su cui giacevano sparsi corpi in decomposizione. Cantarono i canti di Natale, si scambiarono le foto dei cari rimasti a casa, condivisero le razioni, giocarono a calcio, arrostirono persino alcuni maiali. I soldati abbracciarono gli uomini che solo poche ore innanzi cercavano di uccidere. Si misero d’accordo per avvertirsi se i superiori li avessero obbligati a imbracciare le loro armi e di mirare in alto. Agli alti comandi, di entrambe le parti, vennero i brividi. Stava succedendo il disastro: soldati che dichiarano la loro fratellanza e che rifiutano di combattere. I generali, da tutte e due le parti, dichiararono questo pacificarsi spontaneo come tradimento e pertanto conforme alla corte marziale. Entro marzo 1915 il movimento di fraternizzazione era stato sradicato e la macchina di morte rimessa completamente all’opera” (“La tregua di Natale”, http://www.disinformazione.it).
3“[…] la guerra è cambiata, cioè non ci possiamo più tenere attaccati al concetto di guerra tradizionale quando c’era uno che sparava contro un altro. E’ cambiata non soltanto perché gli interlocutori della guerra o anche i cointeressati alla guerra sono moltissimi; è cambiato perché i sistemi d’arma sono cambiati: non ci sono più soltanto fucili o missili adesso ci sono anche altri tipi di arma” (Gianni Fraschetti, “Terremoti artificiali? Sentite cosa dice il Generale Mini”, informare.over-blog.it).
4“[…] quando si pensa che un certo sistema d’arma come l’ordigno nucleare, con le leggi con le convenzioni internazionali, è stato limitato è vero che è stato limitato però si sono sviluppate altre utilizzazioni anche dello strumento nucleare ed oltre lo strumento nucleare anche di quello magnetoelettrico” (Gianni Fraschetti, “Terremoti artificiali? Sentite cosa dice il Generale Mini”, informare.over-blog.it).
5.”La guerra ambientale è oggi definita come l’intenzionale modificazione di un sistema ecologico naturale come il clima i fenomeni meteorologici gli equilibri dell’atmosfera della ionosfera della magnetosfera le piattaforme tettoniche etc. .., allo scopo di causare distruzioni fisiche, economiche, psicosociali nei riguardi di un determinato obiettivo geofisico o una particolare popolazione” (Gianni Fraschetti, “Terremoti artificiali? Sentite cosa dice il Generale Mini”, informare.over-blog.it). Ed ancora: “La guerra ambientale è già in atto. Il sistema per provocare terremoti e tsunami non è una novità per la ricerca militare […] La strategia della negazione e il cinismo adottati per la guerra ambientale consentono d’impiegare armi e tecnologie sofisticate o brutali senza che ciò faccia scalpore. Consentono di camuffare azioni di guerra […] e perfino di distruzione di massa camuffandole per ricerche scientifiche” (Fabio Mini, “Owning the Weather in 2025”, Limes, novembre 2007).
Ypres, 25 dicembre 1914, la “tregua di natale”.

Capitolo uno

Dalla guerra come difesa e offesa, alla guerra come pura distruzione di forza-lavoro eccedente: segreto, manipolazione, distruzione

Il segreto è una pratica ricorrente e forse imprescindibile della vita delle società divise in classi: pensiamo ai segreti militari, ai segreti industriali, oppure ai segreti di stato, sembra proprio che la vita reale non possa privarsi dell’occultamento d’alcuni suoi aspetti particolarmente importanti per la sopravvivenza del potere. Diversamente andavano le cose prima che la società si scindesse in classi contrapposte, come appare dallo stupore e dallo sdegno del pellerossa di fronte al bianco che parlava “con lingua biforcuta”. Il potere politico, in modo particolare, pretende di essere sguardo, visione chiara dell’oggetto del dominio, e nello stesso tempo sottrazione della visione di sé alla vista dei rivali e dei soggetti dominati. Il potere vuole essere il soggetto che osserva, giammai l’oggetto osservato. In quanto visione dell’oggetto sociale il potere è sapere, conoscenza delle dinamiche di subordinazione e di potenziale ribellione dei propri dominati, e proprio in quanto una tale conoscenza gli appartiene saldamente, esso può pretendere di esercitare con efficacia il proprio ruolo di dominio. Nascondere alla vista degli altri le proprie intenzioni, simulare un volto diverso da quello reale, avvolgere nel segreto la propria esistenza e perfino negarla, sono queste le caratteristiche del moderno principe machiavellico. La filosofia politica contemporanea ha un grande debito verso il Machiavelli, al quale bisogna riconoscere un realismo fuori del comune, sicuramente estraneo alle tante favole democratiche narrate da opportunisti e sedicenti marxisti d’ogni specie. La moderna guerra imperialista, il cui fine principale è la distruzione di forza-lavoro eccedente, rispetto alle esigenze di valorizzazione del capitale, si dispiega su un piano diverso dalle vicende belliche delle precedenti guerre mondiali, il suo modo di operare è difficilmente percepibile in modo palese dalle masse sfruttate. Il segreto è parte integrante e premeditata di questa moderna guerra imperialista, in cui la dimensione di distruzione e di genocidio è sapientemente velata dalla cortina fumogena della morte naturale per fame, malattia, eventi climatici nefasti e via discorrendo. Nessuno deve sospettare che il capitale ha il bisogno vitale di sterminare la sovrappopolazione da esso stesso prodotta, nessuno deve percepire la vera natura del meccanismo infernale che si nasconde dietro le mille banalità rassicuranti dell’ideologia dominante. La manipolazione mediatica, il controllo sociale articolato attraverso la famiglia, la scuola e le altre forme della vita associata, hanno la funzione oggettiva di veicolare il pensiero dominante e la sua distorsione e banalizzazione della realtà nelle coscienze dei moderni sudditi di sua maestà il capitale. Manipolare le coscienze, favorire la formazione di una percezione deformata dei fatti reali, offuscare la vista dei propri sudditi: è in questo modo che il potere nasconde la propria esistenza ed esercita l’antica arte del segreto. Ripetiamolo ancora una volta, il segreto è un importante mezzo connaturato alla pratica del dominio, una condizione preliminare della sua efficacia operativa e della sua sopravvivenza. Il potere dunque agisce nell’ombra, le sue intenzioni vanno celate alle masse, perfino la sua esistenza deve essere negata affinché l’oggetto del dominio non abbia mai la possibilità di concepire una rivolta contro la vera causa della propria sventura. Polifemo, accecato da Ulisse, urla il proprio dolore ai fratelli ciclopi, ma quando questi gli chiedono l’origine del suo male egli risponde ‘nessuno’, poiché l’astuto re d’Itaca gli aveva in precedenza detto di chiamarsi ‘Nessuno’, dimostrando di ben comprendere l’importanza dell’arte politica del segreto. Abile mistificatrice e manipolatrice, la sfera del potere capitalista, soprattutto nella sua essenziale articolazione statale, sia ammanta d’ombra e di nebbia per irretire e ingannare le masse proletarie schiavizzate. Violenza coercitiva e terrore di stato, servizi segreti, segreto di stato e ragion di stato sono in successione operativa i mezzi e i fini dell’apparato statale borghese, in cui, tuttavia, solo la ragion di stato rappresenta lo scopo, mentre gli altri aspetti elencati sono essenzialmente dei mezzi, impiegati in vista della conservazione dell’ordine sociale borghese. La ragion di stato, concetto presente variamente in diversi trattati di filosofia politica dal rinascimento ai nostri giorni, si manifesta innanzi tutto come una dimensione extralegale, o meglio sovra-legale, poiché l’effettività e l’efficacia delle norme legali, private del supporto dell’apparato statale e della sua forza poliziesca e militare, non sarebbero nulla senza questo supporto. La conservazione dell’apparato di forza statale diventa quindi preminente rispetto all’ossequio di qualunque norma giuridica o morale, e la ragion di stato non esprime altro che questa circostanza, concreta e paradossale, per cui ciò che consente alle leggi di essere rispettate – lo stato- può a sua volta violarle -in certi momenti- al puro scopo di preservarle, cioè di preservare il piedistallo coercitivo su cui esse poggiano. Potrà sembrare schematico, ma la borghesia lega sempre i suoi destini alla possibilità di corrompere e comprare una frazione della classe antagonista, e nello stesso tempo alla possibilità di poter continuare a maneggiare lo strumento statale, evidentemente creato e finalizzato per il controllo e la repressione dell’avversario di classe. La ragion di stato, insieme al segreto che ne rappresenta uno dei mezzi realizzativi, si configura quindi come la realtà di fronte alla quale le illusioni democratiche e legalitarie dei sognatori riformisti e pacifisti svaniscono come neve al sole. Quale illusione legalitaria possiamo ancora coltivare di fronte alla pretesa di uno stato di violare per ragioni superiori, nonché segrete e incomunicabili, le norme comunemente vigenti nell’ordinamento ? In effetti, il concetto di ragion di stato rivela fino in fondo l’anima nera delle moderne società classiste, consentendo al critico attento di scoprire, dietro il mito del bene superiore incarnato nell’apparato statale, la semplice bugia mistificatrice, e quindi permette a tale ipotetico critico, successivamente, di interrogarsi su quale bene superiore può essere incarnato in uno stato che si riserva di usare tutti i mezzi, leciti e illeciti, pur di difendere un’oscura e segreta ragion di stato.

Capitolo due

Dalla guerra come difesa e offesa, alla guerra come pura distruzione di forza-lavoro eccedente: modificazione della composizione tecnica del capitale e sovrappopolazione ( i verdi pascoli del capitale)

La pratica del segreto, la sua necessità, avvolge come un’ombra la dimensione politica delle moderne società classiste, e anche la guerra – definita non a caso la continuazione della politica con altri mezzi – si ammanta di segreto e di nebbia. Nella nostra indagine cercheremo di sondare le cause storiche ed economiche che impongono, ad un determinato tipo di società, di risolvere le proprie tensioni intrinseche con lo strumento della guerra. A questo punto occorre chiederci cosa significa il termine guerra nella situazione storica contemporanea. La nostra ipotesi è che in base al principio della ricerca del massimo risultato con il minimo sforzo, le attuali formazioni sociali tentino di risolvere le proprie contraddizioni interne, caratteristiche del modo di produzione capitalista, con il minimo dispendio di mezzi, economizzando sulle spese belliche tradizionalmente intese. Dovendo distruggere ingenti masse di capitale umano e tecnico, capitale variabile e capitale costante, allo scopo di rilanciare il ciclo di valorizzazione economico, le attuali classi dominanti si trovano di fronte due tipi di priorità: in primo luogo politiche (svolgere questo compito in modo segreto e nascosto, al fine di impedire, per quanto possibile, la conoscenza delle cause reali della propria imminente distruzione alle masse umane avviate verso questo destino). Pensiamo per un attimo al noto passaggio dei ‘Promessi sposi ’ di Manzoni, il passaggio in cui si descrive un carro pieno di capponi, che mentre litigano e si azzuffano fra di loro sono beatamente inconsapevoli di essere incamminati verso il macello. Possiamo azzardare che il motto ‘dividi e comanda ’ sia tuttora una politica valida per le moderne classi dominanti, anche se, in fondo, si comanda meglio non solo quando i dominati litigano e sono divisi al loro interno, ma anche quando ignorano le stesse cause della propria condizione e il destino finale riservatogli dai propri padroni. In secondo luogo le classi dominanti hanno delle priorità di tipo economico, poiché non possono più permettersi di distruggere la forza lavoro eccedente e una parte del capitale costante in eccesso, con lo strumento della guerra classica e dichiarata adoperato in fasi storiche precedenti. Questo tipo di guerra è oggi improponibile perché troppo costosa, e quindi antieconomica. Almeno per un certo periodo, date le stesse caratteristiche dell’immane opera di distruzione e di sterminio di masse umane eccedenti di cui il capitalismo ha un vitale bisogno per fare ripartire il ciclo di valorizzazione, è pensabile che la guerra si dispieghi su piani prevalentemente differenti dalle esperienze del passato. In altre parole, come già sostenuto nella premessa, è ipotizzabile che, accanto a forme residuali di guerra convenzionale, si manifestino fenomeni massicci di distruzione di forza-lavoro eccedente attraverso mezzi apparentemente non bellici, come la fame e la malattia. Soffermiamoci ora meglio sul fenomeno definibile con il termine sovrappopolazione, inquadrato nel suo rapporto dialettico con l’altro importante fenomeno della modificazione della composizione tecnica del capitale, essendo questi fenomeni, a ben vedere, correlati strettamente al tema della guerra nascosta di cui stiamo trattando. Nel primo libro del capitale ritroviamo, a tal proposito, dei passaggi molto interessanti, ecco una doppia citazione ‘’ L’aumento della produttività del lavoro si mostra quindi nella diminuzione della massa di lavoro rapportata alla massa dei mezzi di produzione da essa posti in attività, cioè si mostra nella diminuzione di grandezza del fattore soggettivo del processo lavorativo in confronto ai suoi fattori oggettivi. Questa modificazione della composizione tecnica del capitale, la crescita della massa dei mezzi di produzione in confronto alla massa della forza lavorativa che dà loro vita, si riflette nella sua composizione di valore, nell’aumento della parte costitutiva costante del valore capitale a danno della sua parte costitutiva variabile (pag.452). La continua ritrasformazione del plus-valore in capitale si presenta come grandezza crescente del capitale che viene immesso nel processo produttivo. Questa a sua volta diviene base di una più larga scala di produzione, dei metodi che si accompagnano ad essa per l’accrescimento della forza produttiva del lavoro e per l’acceleramento della produzione di plus-lavoro…Perciò insieme all’accumulazione del capitale si sviluppa lo specifico modo di produzione capitalistico e insieme allo specifico modo di produzione capitalistico si sviluppa l’accumulazione del capitale. Questi due fattori economici generano, in ragione composta dell’impulso che si danno reciprocamente, il mutamento della composizione tecnica del capitale per mezzo del quale la parte costitutiva variabile diviene sempre più piccola nei confronti di quella costante (pag.454)’’ . Nei passi appena citati ritroviamo le ragioni economiche della crescita di forza-lavoro eccedente: uno squarcio sull’inesorabile percorso economico-sociale che accrescendo la parte costante del capitale, rimpicciolisce e rende progressivamente superflua la sua parte variabile. Questi passi sono anche uno specchio delle contraddizioni insite nel modo di produzione capitalistico, poiché rivelano che nel suo sviluppo economico questo modo di produzione tende a comprimere proprio quella parte di capitale, precedentemente qualificata come variabile, da cui viene estratto il prezioso plus-lavoro che dà origine al plus-valore. Nel corso del suo sviluppo l’economia capitalistica tende a concentrare e centralizzare i capitali, realizzando una rivoluzione continua dei suoi assetti quantitativi e qualitativi, riprendiamo la lettura del primo libro del capitale, per mostrare come questo rivoluzionamento rafforzi ulteriormente il fenomeno della sovrappopolazione. Partiamo dalla differenza fra concentrazione e centralizzazione, scrive Marx ‘Ogni capitale individuale è una concentrazione più o meno grande di mezzi di produzione, con il conseguente comando su un esercito più o meno grande di operai. Ogni accumulazione diviene mezzo per una nuova accumulazione. Insieme all’accresciuta massa della ricchezza che funziona come capitale, essa allarga la sua concentrazione nelle mani di capitalisti individuali, perciò la base della produzione su larga scala(…)Contemporaneamente dai capitali originari si separano propaggini che agiscono in maniera autonoma, come nuovi capitali. Un ruolo consapevole ricopre in questo, tra l’altro, la divisione del patrimonio nelle famiglie capitalistiche(…)Non soltanto l’accumulazione e la concentrazione che l’accompagnano sono sparse in parecchi punti, ma l’aumento dei capitali in funzione si interseca con il sorgere di nuovi capitali e con la scissione di capitali vecchi. Se perciò l’accumulazione appare da un lato come crescente concentrazione dei mezzi di produzione e del comando sul lavoro, dall’altro si presenta come repulsione reciproca di molti capitali individuali (pag.454)’. Appare interessante notare come Marx rilevi che la concentrazione dei mezzi di produzione in singole unità aziendali vada , almeno in una certa fase iniziale, di pari passo con il sorgere di nuovi capitali e con la scissione di capitali vecchi. L’ampliamento delle dimensioni aziendali originarie si interseca, in altre parole, con la diffusione di capitali concorrenti. Citiamo di nuovo Marx ‘Questo frazionamento dell’intero capitale sociale in parecchi capitali individuali e la repulsione reciproca delle sue frazioni si contrappongono alla loro attrazione (pag.454)’. Poco dopo Marx ricorda, tuttavia, che a dispetto di queste tendenze repulsive, nel corso del suo sviluppo il modo di produzione capitalistico, spinto dalle regole della concorrenza e dalla sete di plus-valore, polarizza e attrae i vari capitali individuali all’interno di unità aziendali più ampie. In questo caso possiamo parlare di centralizzazione, poiché si tratta di una vera e propria incorporazione di aziende originariamente indipendenti all’interno di un’azienda incorporante di dimensioni più ampie, cioè un’azienda con caratteristiche economiche, finanziarie e patrimoniali più solide delle aziende incorporate. Vediamo cosa scrive Marx in proposito ‘Non è più una semplice concentrazione dei mezzi di produzione e del comando sul lavoro, identica all’accumulazione. E’ una concentrazione di capitali già costituiti, è l’annullamento della loro autonomia individuale, l’espropriazione del capitalista da parte del capitalista, la trasformazione di parecchi capitali più piccoli in pochi capitali più grossi. Questo processo si differenzia dal primo in quanto non presuppone che una diversa suddivisione dei capitali già esistenti e operanti, in quanto perciò il suo compito non è limitato all’accrescimento assoluto della ricchezza sociale o dai limiti assoluti dell’accumulazione. Il capitale qui in una mano sola diviene una grande massa, mentre lì in molte mani va perduto. E’ la vera e propria centralizzazione, a differenza dell’accumulazione e della concentrazione (pag.455)’. Quindi, partendo dall’assunto marxista che vede nella centralizzazione la tendenza prevalente dell’economia capitalistica, possiamo scorgere, conseguentemente, nel capitale monopolistico il risultato inevitabile di questo processo di centralizzazione. La concorrenza è uno dei fattori decisivi nella spinta verso la centralizzazione, e la lotta della concorrenza, ricorda Marx, si svolge essenzialmente attraverso la riduzione dei prezzi delle merci e dei servizi messi in vendita sul mercato. Leggiamo di nuovo un passaggio del capitale ‘La lotta della concorrenza viene condotta riducendo di prezzo le merci (…) il basso prezzo delle merci dipende dalla produttività del lavoro, ma quest’ultimo dal canto suo dipende dalla scala della produzione. Per questo i capitali più grandi sconfiggono quelli più piccoli. Si rammenterà per giunta che, sviluppandosi il modo di produzione capitalistico, aumenta il volume minimo del capitale individuale, indispensabile per condurre un’impresa in condizioni normali. I capitali più piccoli riempiono di conseguenza quella sfera della produzione dove la grande industria non ha esteso il suo dominio fino a quel momento che occasionalmente e parzialmente. La concorrenza imperversa in esse in ragione diretta del numero e in ragione inversa della grandezza dei capitali contrapposti. Essa conduce inevitabilmente alla rovina di parecchi dei capitalisti più piccoli, i cui capitali in parte vengono incamerati dal vincitore, in parte si dissolvono (pag.455)’. La grandezza della scala di produzione messa in essere da una singola impresa capitalistica determina, seguendo la traccia marxista, un aumento della produttività del lavoro, diciamo pure un maggiore livello di estrazione di plus-lavoro dalla forza-lavoro occupata, e -in parallelo- la possibilità di ridurre il prezzo delle merci offerte sui mercati di sbocco, dove si conclude, con il ricavo di vendita e l’entrata monetaria collegata, il ciclo di ritorno del capitale investito dall’impresa. La concorrenza, tuttavia, è un fenomeno largamente diffuso solo nei rami dell’economia dove la grande industria non è ancora presente in modo imponente, nelle altre sfere della produzione, dove il modo di produzione capitalistico ha raggiunto uno sviluppo maggiore, prevale invece la tendenza monopolistica. Proseguendo la lettura del testo di Marx ritroviamo un importante inciso sul ruolo del credito, molto significativo in un momento come quello attuale dove si parla tanto, spesso a sproposito, del ruolo delle banche nel sistema economico (la finanza cattiva contrapposta alla sana economia reale, il capitale finanziario contrapposto al capitale industriale). Ecco il passo in questione ‘Con la produzione capitalistica sorge una potenza del tutto nuova, il sistema del credito, che sul principio si intromette quasi di nascosto come limitato aiuto dell’accumulazione e attrae per mezzo di fili invisibili i mezzi monetari che sono sparsi in masse più o meno grandi alla superficie della società nelle mani di capitalisti singoli o associati, tramutandosi tuttavia molto presto in una nuova e terribile arma che interviene nella lotta della concorrenza e divenendo in ultimo un gigantesco meccanismo sociale per la centralizzazione dei capitali. Nella misura in cui si sviluppano la produzione e l’accumulazione capitalistiche, si sviluppano la concorrenza e il credito, le due leve più potenti della centralizzazione (…) La centralizzazione può essere dovuta a una semplice modificazione della distribuzione degli attuali capitali, ossia a una semplice modificazione nella disposizione quantitativa delle parti che costituiscono il capitale sociale. Il capitale può aumentare da una parte fino a trasformarsi in una grande massa nelle mani di uno solo, in quanto dall’altra viene tolto dalle mani di molti singoli (pag.455)’. In questo passo appena citato emerge con evidenza il rapporto dialettico fra la concorrenza dei molti capitali, caratteristica di un certo ramo dell’economia, in un certo momento determinato del suo divenire, e la successiva centralizzazione di questi stessi capitali antagonisti nelle mani di uno solo, un movimento storico ed economico reale in cui l’incremento della concorrenza fra i capitali favorisce la centralizzazione, cioè l’opposto della concorrenza. Osserviamo quindi una feroce selezione naturale della specie capitalista, in cui alla fine della lotta della concorrenza, il vincitore divora e ingloba le spoglie degli avversari sconfitti. Anche i riferimenti al credito esplicitano bene la funzione di leva della centralizzazione dei capitali, attribuibile in definitiva a questa attività economica. Nella realtà, le imprese più deboli dal punto di vista patrimoniale, finanziario ed economico vengono normalmente escluse dalla possibilità di usare i canali finanziari esterni (banche ed altri finanziatori), mentre le imprese che dimostrano un buon livello di solidità patrimoniale (inteso come la capacità di acquisire i fattori produttivi impiegati nell’azienda prevalentemente con capitale proprio, cioè con mezzi monetari appartenenti al proprietario singolo o ai soci, evitando al massimo il ricorso all’indebitamento), dimostrano un buon livello di redditività del capitale proprio (il vecchio saggio di profitto mistificato con la dicitura contabile di utile d’esercizio), e infine presentano un buon equilibrio finanziario ( cioè la capacità di fare fronte ai debiti in scadenza nel breve periodo con i mezzi monetari presenti in cassa e in banca e con i crediti da incassare nel corso dell’esercizio amministrativo annuale), hanno maggiori probabilità di ottenere dei finanziamenti dagli istituti di credito e quindi di produrre su una scala più vasta. Questa ultima circostanza (la produzione su una scala più vasta), operando da presupposto per l’incremento della produttività del lavoro, che è in definitiva il fattore decisivo per la riduzione dei prezzi di vendita delle merci e dei servizi ( fattore fondamentale per battere al concorrenza), determina l’effetto di un ulteriore spinta al processo di centralizzazione dei capitali. Marx rimarca con insistenza la diversità che intercorre fra la concentrazione e la centralizzazione, riprendiamo ancora una volta la lettura del capitale per chiarire meglio tale differenza ‘ La centralizzazione integra l’opera dell’accumulazione dando ai capitalisti industriali la possibilità di estendere la scala delle loro operazioni. Che quest’ultimo risultato sia dovuto all’accumulazione o alla centralizzazione; che la centralizzazione sia originata dal violento processo dell’annessione – quando certi capitali divengono centri di gravitazione tanto potenti rispetto agli altri da distruggere la loro individuale coesione e da conglomerare poi i loro disgregati frammenti – oppure che la fusione di una quantità di capitali già formati o in via di formazione si compia attraverso un processo meno violento, ossia attraverso la costituzione di società per azioni – l’effetto economico non cambi. Tuttavia è evidente che l’accumulazione, il graduale accrescimento del capitale tramite la riproduzione, che da una forma circolare assume una forma a spirale, è un processo estremamente lento a confronto della centralizzazione, la quale non fa che modificare l’aggruppamento quantitativo delle parti costitutive del capitale sociale. Il mondo sarebbe oggi privo di strade ferrate, se avesse dovuto aspettare che i capitali individuali si fossero così ingrossati tramite l’accumulazione da poter intraprendere la costruzione di una ferrovia. La centralizzazione per mezzo delle società per azioni vi ha provveduto invece come d’un tratto (pag.456)’. Proviamo a riepilogare; la centralizzazione raggruppa i capitali già esistenti e formati, dando un’ulteriore impulso allo sviluppo dell’economia capitalistica nei settori di attività tradizionalmente definiti con il termine primario ( agricoltura, petrolio, miniere…) e secondario (l’industria, cioè l’attività di trasformazione delle materie prime in prodotti finiti), e infine nel settore terziario ( servizi e commercio). Questo raggruppamento di capitali integra l’opera dell’accumulazione e della concentrazione, fornendo ai capitalisti il trampolino di lancio per l’estensione su larga scala delle loro attività economiche, per l’incremento della produttività del lavoro, per l’impiego decrescente del capitale variabile rispetto al capitale costante (a causa del progresso tecnico realizzato con lo sviluppo economico), e in ultima analisi per l’intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro ancora occupata. Marx ricorda, in questa stessa pagina del capitale, il ruolo della centralizzazione nel calo della domanda di lavoro ‘ La centralizzazione, aumentando ed accelerando in questa maniera gli effetti dell’accumulazione, estende ed accelera i mutamenti della composizione tecnica del capitale, che accrescono la sua parte costante a spese di quella variabile e quindi portano a una diminuzione nella domanda relativa di lavoro(…) La crescente estensione delle masse di capitali individuali diviene il fondamento materiale di una costante rivoluzione del modo di produzione stesso (…) la produttività del lavoro viene intensificata come in una serra calda (…) Una parte sempre più grande di capitale viene trasformata in mezzi di produzione, una parte sempre più piccola in forza lavorativa (pag.456)’. Ecco di nuovo sottolineato il nesso fra centralizzazione aziendale dei capitali e rivoluzionamento del modo di produzione, nel suo collegamento con il processo inesorabile di riduzione della forza lavorativa e con il corrispettivo incremento dei mezzi di produzione tecnici. Il surplus di forza-lavoro proletaria inutilizzata diviene, quindi, una caratteristica ineliminabile e tendenzialmente crescente del processo produttivo del capitale, la cui pericolosità per l’equilibrio sociale borghese pone la classe dominante di fronte al feroce dilemma della scelta del mezzo più adeguato per la disattivazione di questa minaccia che è sociale e politica insieme. Il malcontento sociale, infatti, superata una certa soglia di manifestazione genericamente distruttiva (vandalismo, ribellismo anarcoide, devianza sistemica di massa…), potrebbe prima o poi canalizzarsi sui binari ben più pericolosi della lotta politica, in altre parole, sfociare sul piano del rovesciamento rivoluzionario del potere politico esistente. Si tratta di una possibilità storico-sociale dipendente da una molteplicità di fattori concomitanti, fra i quali non ultimo l’incontro fra la determinazione risoluta di larghi strati proletari nel chiudere i conti con la schiavitù borghese, e la lucida conoscenza rivoluzionaria racchiusa nel partito storico. La conoscenza diventa, dunque, rivelazione ed evento epifanico grazie all’azione di lotta delle masse, il conflitto sociale di classe riattiva i collegamenti perduti fra le parti distanti del cervello sociale, e ciò che era stato sepolto nel profondo della memoria della specie (il comunismo delle origini), ritorna prepotente ad occupare il ruolo usurpatogli dalle società schiaviste nel corso degli ultimi millenni. Questo processo sequenziale, inscritto come una tara congenita nel dna del capitale, assilla simile ad un fantasma la cattiva coscienza borghese, al pari dei presagi di morte e di sventura che tormentano il re usurpatore Macbeth, nella omonima tragedia di Shakespeare. Ossessionato dal presentimento della propria scomparsa, e incapace di accettarla come una fine ineluttabile e necessaria per il bene di tutta l’umanità, nello stesso tempo roso e consumato da una brama di potenza e di profitto senza eguali, il sistema del capitale – ultimo in ordine di tempo di una lunga schiera di infami sistemi schiavisti – tenta di prolungare oltre ogni ragionevole durata storica il proprio ordine sociale assurdo e mortifero. La guerra, intesa come distruzione di forza lavoro eccedente, diventa così il rimedio mortale principale per risollevare le altalenanti sorti dell’economia capitalista, e ridare qualche attimo di vita apparente al cadavere che ancora cammina. Questo postulato è alla base della presente ricerca, ma vediamo ancora una volta come Marx definisce i processi economici alla base del surplus di forza lavoro, ‘L’accumulazione del capitale, che all’inizio appariva semplicemente quale sua estensione quantitativa, si realizza, come abbiamo visto, attraverso un costante mutamento qualitativo della sua composizione, in un costante aumento della sua parte costitutiva costante a spese di quella variabile(..)Con il progresso dell’accumulazione, perciò, il rapporto fra la parte costante e quella variabile del capitale si modifica; mentre all’inizio era di 1:1, adesso cambia in 2:1, 3:1, 4:1, 5:1, 7:1, ecc., in maniera che, quando il capitale si accresce, al posto di ½ di del suo intero valore non si trasformano mano a mano in forza lavorativa che 1/3,1/4,1/5, 1/6, 1/8, ecc, e al contrario si trasformano in mezzi di produzione 2/3, 3/4, 4/5, 5/6, 7/8, ecc. Dato che la domanda di lavoro non viene determinata dall’entità del capitale totale, ma dall’entità della sua parte costitutiva variabile, di conseguenza essa calerà progressivamente insieme alla crescita del capitale totale (..) Essa cala in rapporto alla grandezza del capitale complessivo, e in progressione accelerata con la crescita di essa. Senz’altro aumentando il capitale totale aumenta pure la sua parte costitutiva variabile ossia la forza lavorativa che le si è incorporata, ma aumenta in proporzione costantemente decrescente (pag.457)’. Bene, ecco svelato il rapporto inversamente proporzionale fra capitale costante e capitale variabile, la tara economica che mina alla base l’ordine sociale borghese, lucidamente descritta in queste pagine del capitale di Marx come mai era stato fatto prima. Al pari della profezia dell’eroe omerico, parliamo di Ettore, che ormai sconfitto da Achille e vicino alla fine, predice un fato di sventura al suo rivale trionfante, così anche dalle ceneri delle varie sconfitte subite dalle classi dominate nel corso della storia, si solleva, attraverso la conoscenza racchiusa in queste pagine del capitale, la profezia del tramonto del sistema sociale borghese. Riprendere il testo marxista, nel contesto di un’elaborazione teorica sulla guerra, può sembrare superfluo, eppure solo mostrando i nessi fra forza lavoro in eccedenza, leggi di rapporto, evoluzione e composizione del capitale complessivo, si può comprendere pienamente il fenomeno del cosiddetto ‘esercito industriale di riserva ’, e il rapporto dialettico che esso intrattiene con il modo di produzione capitalista: in altre parole, l’esercito di riserva proletario disoccupato, va visto come opportunità positiva per il capitale di ricatto verso la forza lavoro occupata, da una parte, e al contempo, dall’altra parte, come possibilità negativa di disordini sociali e minacce all’ordine borghese. Dato che in regime economico capitalista la massa di proletari disoccupati, parzialmente occupati, o addirittura mai occupati, aumenta tendenzialmente a dismisura, in ragione dell’inesorabile rapporto di sviluppo, inversamente proporzionale, fra la parte costante e la parte variabile del capitale, allora anche i rischi politici di instabilità e di rottura fatale del dominio borghese vanno letti e intesi come una costante non solo ineliminabile, ma anche suscettibile di crescita e di ampliamento, di pari passo con la centralizzazione dei capitali e la crescita delle capacità produttive. Citiamo un passo preso da pagina 458, e 459 ‘L’ accumulazione capitalistica piuttosto produce in continuazione, ed esattamente in rapporto alla propria energia e alla propria entità, una popolazione operaia relativa, cioè eccedente le esigenze medie di valorizzazione del capitale, quindi superflua, ossia supplementare (..) Con l’accumulazione del capitale che essa stessa produce, la popolazione operaia produce quindi in quantità sempre più grande i mezzi per la sua propria eccedenza relativa. E’ questa una legge della popolazione specifica del modo di produzione capitalistico, come in effetti ogni particolare modo di produzione storico possiede le proprie particolari leggi della popolazione, storicamente valide (..) Tuttavia, mentre una sovrappopolazione operaia è il prodotto necessario dell’accumulazione ossia dello sviluppo della ricchezza su fondamento capitalistico, questa sovrappopolazione diviene a sua volta la leva dell’accumulazione capitalistica, anzi diviene condizione d’esistenza del modo di produzione capitalistico. Essa costituisce un esercito industriale di riserva disponibile che appartiene integralmente al capitalista, così come se questi l’avesse tirato su a proprie spese, e genera per le sue variabili esigenze di valorizzazione un materiale umano da sfruttare che è disponibile in ogni momento (..)’. Dunque, questo esercito industriale di riserva, disponibile in ogni momento per le esigenze di valorizzazione del capitale, si sposta all’uopo nei rami della produzione più bisognosi di forza lavoro da impiegare, e così, come una mandria di bestiame viene fatta spostare nei pascoli più verdi e rigogliosi dal pastore oculato, anche il materiale umano proletario, infine, sarà attirato incessantemente nei verdi pascoli del capitale, dove un salario da fame gli consentirà, temporaneamente, di sopravvivere ( almeno fino al prossimo ciclo di espulsione determinato dalla variazione della composizione del capitale). Intere masse umane di senza riserve, sospinte potentemente dalla fame e dall’indigenza, si muoveranno verso questi verdi pascoli del capitale, dove si ripeterà il rito dell’estrazione di plus-lavoro insieme alla mercificazione delle loro povere vite. Alla base dell’infame regime capitalista, la fame da lupi per il plus-lavoro assilla la mente anonima del capitale, e costringe gli attori della scena sociale ad una danza macabra che si conclude solo quando il ciclo di valorizzazione è stato soddisfatto. Centralizzazione ed accumulazione innescano lo sviluppo economico in nuovi rami dell’economia, aprendo nuove prospettive di investimento e di profitto in precedenza impensabili. Citiamo di nuovo, questa volta da pagina 460 ‘ In tutti questi casi grandi masse di uomini debbono poter essere spostate d’improvviso nei punti più importanti, senza per questo alterare la scala della produzione nelle altre sfere. E’ la sovrappopolazione che pensa a fornirle. Il caratteristico ciclo vitale dell’industria moderna, la forma di un ciclo decennale di periodi di vitalità media, di produzione con massimo impegno, di crisi e di stagnazione, ciclo interrotto da piccole oscillazioni, ha per fondamento la continua costituzione di un esercito industriale di riserva o di una popolazione eccedente, il loro più o meno grande assorbimento e la loro ricostituzione. Dal canto loro le alterne vicende del ciclo industriale reclutano la sovrappopolazione e divengono uno dei loro più energici agenti di riproduzione. ’ Il proletariato, costretto ad una forma larvale d’esistenza – in quanto sussunto e incorporato all’interno delle altalenanti vicende del ciclo industriale – sconta sotto forma d’incertezza, precarietà e impoverimento la colpa sociale di non sapersi emancipare dalla condizione di semplice classe esistente in funzione dei bisogni di valorizzazione del capitale. La mancanza di lavoro, l’interminabile ricerca di una qualsivoglia occupazione, non importa se precaria e sottopagata, non sono l’eccezione, viceversa, rappresentano la base stessa del moderno modo di produzione. Scrive Marx ‘ La forma dell’intero movimento dell’industria moderna sorge quindi dalla continua trasformazione di una porzione della popolazione operaia in braccia disoccupate od occupate a metà ’. Pagina 460. Riepiloghiamo, la variazione inversamente proporzionale fra parte costante e parte variabile del capitale, determinata dall’accumulazione e dalla concentrazione economico-aziendale di determinati capitali iniziali, e dall’azione del concomitante progresso tecnico-scientifico applicato ai processi produttivi, espelle periodicamente forza lavoro proletaria da alcuni rami dell’economia, rendendola d’altronde disponibile per ulteriori impieghi in altri rami in quel momento in espansione e rapido sviluppo. Il capitale di Marx ci conduce all’interno di un modello di spiegazione della realtà del movimento economico moderno, si tratta di un modello scientifico che inquadra, sulla base di osservazioni empiriche e sullo studio di dati storico-fattuali, suffragati da ampia e articolata documentazione, le caratteristiche e le condizioni necessarie perché il processo di produzione e valorizzazione del capitale possa venire alla luce e continuare ad esistere. La periodicità dei cicli economici di espansione e contrazione, con il corollario di tutti i fenomeni annessi e conseguenti, costituisce la regola di questo sistema economico. Dato e assunto quest’aspetto come un fenomeno regolare e ineliminabile della moderna economia capitalista, si tratta poi di comprendere come si sviluppi, in un certo periodo storico determinato e specifico, il movimento alterno di espansione e contrazione dell’economia. Noi abbiamo postulato, all’inizio di questa ricerca, che oltre una certa soglia quantitativa, l’esercito industriale di riserva inizi a rappresentare un problema di ordine politico per la stabilità del regime borghese. Quella soglia quantitativa è superata nelle fasi di contrazione, in altre parole nei momenti in cui molti rami dell’economia globale incontrano difficoltà e impedimenti nella realizzazione di profitti adeguati ai propri investimenti di capitali. Quest’incapacità di realizzare profitti adeguati può essere definita, seguendo la traccia marxista, ‘caduta tendenziale del saggio medio di profitto ’, ed è determinata dalle stesse cause che sono all’origine della crescita della forza lavoro eccedente, cioè la modificazione del rapporto fra parte costante e parte variabile del capitale. Alla fine di un ciclo economico di valorizzazione del capitale, nei vari rami della produzione, si manifesta il fenomeno della saturazione, esso significa grossi quantitativi di merci invendute, mezzi tecnici inutilizzati e forza lavoro in eccedenza: in altre parole è la crisi da sovrapproduzione. A questo punto la classe borghese si pone il doppio problema di come far ripartire l’economia, realizzando adeguate condizioni di profitto ai propri capitali, e di come garantire sicurezza e stabilità al proprio regime sociale schiavista, disinnescando la mina del surplus di forza lavoro proletaria disoccupata o occupata a metà. Il dato quantitativo che costituisce un ostacolo e un problema, di ordine sia politico sia economico, è dunque la sovrappopolazione operaia e l’eccesso di mezzi tecnici di produzione. Le guerre moderne, al di là delle cause scatenanti contingenti e formali, ma anche al di là delle ragioni di potenza e di predominio che le accomunano con quelle del passato, mostrano oggi una caratteristica nuova, poiché esse sono soprattutto, oggettivamente, una funzione collegata alla necessità economica di distruzione di mezzi tecnici, merci e forza lavoro eccedente. In altre parole sono principalmente una funzione derivata economica, legata alla periodicità dell’alterno ciclo di espansione e contrazione dell’economia capitalista. Da un punto di vista scientifico non escludiamo, naturalmente, l’esistenza di altre funzioni, ugualmente imputabili al fenomeno guerra, per così dire di tipo più tradizionale (conquiste territoriali, pulizia etnica, etc., etc.,) e tuttavia, considerando che al centro del moderno sistema sociale si pone la valorizzazione del capitale posseduto dalla minoranza borghese, allora dobbiamo per forza concludere che la funzione principale della guerra, all’interno del regime capitalista, in ultima istanza è quella di supporto a questa valorizzazione, proprio in quanto essa è l’aspetto centrale del sistema. Di grand’attualità appaiono le considerazioni che Marx introduce nella stessa pagina del capitale prima citata, esse sfatano preventivamente il vuoto brusio sulle cause della crisi, sulla finanza cattiva contrapposta all’economia reale buona e sul presunto ruolo decisivo del credito nella genealogia della crisi contemporanea ‘ La superficialità dell’economia politica traspare tra l’altro dal fatto che essa fa dell’espansione e della concentrazione del credito, che sono semplici sintomi dei periodi alterni del ciclo industriale, la causa di tali cicli. Esattamente come i corpi celesti, una volta ricevuto un determinato movimento, lo ripetono incessantemente, così anche la produzione sociale, una volta ricevuto quel movimento di alterna espansione e concentrazione, lo rinnova in continuazione. Gli effetti si convertono dal canto loro in cause, e le alterne vicende dell’intero processo, che riproduce sempre le proprie condizioni, assumono la forma della periodicità. Quando quest’ultima s’è consolidata, l’economia politica è in grado anch’essa di intendere la produzione di una popolazione eccedente relativa, ossia eccedente nei confronti delle esigenze medie di valorizzazione del capitale, come condizione vitale della moderna industria ’. Dunque, gli effetti del processo di produzione e riproduzione del capitale si convertono (nel quadro dell’economia politica borghese) in cause dello stesso processo, così come, d’altronde, i rapporti di dominazione e subordinazione fra realtà di ordine umano e sociale sono mistificati e spacciati per rapporti innocenti fra grandezze economiche (capitale e forza lavoro proletaria ), liberamente regolati dalle leggi di mercato della domanda e dell’offerta di lavoro. Il piano giuridico formale del cosiddetto libero scambio fra forza lavoro e salario, diviene, così, il piano sostanziale per occultare e poi giustificare un violento rapporto di coercizione di una classe sociale su un’altra. Anche la cosiddetta sovrappopolazione, nell’ottica del pensiero economico borghese, si trasforma da effetto in condizione necessaria del processo di valorizzazione del capitale; Marx, nella stessa pagina, riporta il pensiero del signor H.Merivale, prima professore di economia politica a Oxford, poi funzionario del ministero inglese delle colonie a riprova di quest’inversione dell’effetto in causa. Anche in questo caso, pensando alle nostre vicende politiche attuali e al ruolo che in esse vi svolgono i ‘tecnici’ prestati alla politica, verrebbe da dire nulla di nuovo sotto il sole. Al momento opportuno, infatti, le teste d’uovo del capitale sanno rimboccarsi le maniche e dare il loro contributo, nel passato come nel presente, alla gestione operativa dell’infame sistema sociale ed economico da essi teorizzato. Questa circostanza ricorrente dell’impiego dei tecnici nella politica appare interessante, tuttavia non dovremmo meravigliarci molto per il fatto che le cose vadano anche oggi, a 150 anni di distanza, nello stesso senso. Come ben ricorda Marx, quando evidenzia le differenze fra il lavoro dell’ape e quello dell’architetto umano, il quale progetta prima nella sua mente l’opera da realizzare, e poi appresta i mezzi per conseguire il suo scopo, è la conoscenza, cioè la capacità di fare astrazione generale dai dati dell’esperienza vissuta, il fattore decisivo nel percorso evolutivo umano. In altre parole è la capacità di andare oltre il dato istintivo o puramente empirico, e quindi di astrarre dal magma caotico dell’esperienza i dati essenziali per la riproduzione della nostra esistenza ( in modo più ordinato e consapevole delle altre specie viventi ), che ci qualifica in modo specifico come umani. Anche Nietzsche, quando teorizza la presenza della volontà di potenza nella conoscenza, e quindi svela la sua opera fondamentale di falsificazione del magma caotico del divenire del mondo, trasformato dalla volontà di potenza in una serie ordinata di oggetti dotati della caratteristiche permanenti dell’essere, non fa altro che riconoscere la funzione subordinata della conoscenza alle esigenze della vita. Nel magma caotico del puro divenire, infatti, la nostra specie non potrebbe attualmente sopravvivere, ed ecco allora la bella apparenza apollinea, cioè l’opera della volontà di potenza che agisce come forza riduttrice e falsificatrice dell’originario caos dionisiaco, e permette all’uomo di vivere in un cosmo definito da oggetti stabili, regolati da relazioni ben definite. Queste riflessioni ci porterebbero troppo lontano dalla traccia dell’attuale ricerca, eppure, anche tornando nel solco del tema principale, non si può prescindere da una seria valutazione del ruolo svolto dalla conoscenza, o meglio dal sapere tecnico-scientifico, nella gestione di un sistema sociale complesso come quello attuale. Ricordiamo, d’altronde, che dai tempi di Platone e del tiranno di Siracusa, continuando con Machiavelli e Cesare Borgia, per citare solo alcuni esempi storici, gli intellettuali svolgono un ruolo importante nelle mutevoli vicende del potere politico. Addirittura, come ben documentato in alcuni testi del politologo Giorgio Galli, la stessa figura dello sciamano incarna, nelle comunità delle origini, un ruolo decisivo nella gestione dei conflitti e nella legittimazione del potere (chiaramente all’interno di una dinamica sociale di tipo comunitario, in cui il potere è realmente una mera funzione di servizio collettivo). Non dobbiamo meravigliarci, allora, se dei seriosi ed algidi accademici rispondono prontamente, anche ai nostri giorni, alla chiamata imperiosa del capitale, mettendo infine la propria faccia e il proprio nome su misure di legge decisamente antiproletarie. Esiste dunque un fitto intreccio, anche nel nostro tempo storico, fra potere e sapere; un intreccio che si manifesta innanzi tutto nella burocrazia statale, in altre parole nel ruolo giocato dalla burocrazia nei processi operativi occulti e palesi del dominio politico borghese. La burocrazia, intesa come personificazione della conoscenza storicamente legata alla dominazione sociale borghese, e ad essa annodata in modo funzionale è quindi l’elemento invariante e permanente di questa stessa dominazione, se vogliamo la sua memoria storica. Essa accoglie nei suoi ranghi le variegate figure dei tecnici e degli scienziati, veri e propri funzionari al servizio del comando del capitale sulla classe sociale subordinata, e nel contempo delle figure in cui si condensa il sapere e l’esperienza vitale di un certo potere sociale classista. D’altronde, se vita e conoscenza sono strettamente legate, come abbiamo accennato in precedenza, perché stupirsi se il dominio borghese trova nel sapere tecnico-scientifico della sua burocrazia il segreto della sua sopravvivenza ? Ma tralasciamo queste miserie umane e ritorniamo alle illuminanti parole del signor H.Merivale, riportate nel capitale ‘ Ammesso che in caso di crisi la nazione producesse uno sforzo notevolissimo per liberarsi tramite l’emigrazione di alcune centinaia di migliaia di poveri superflui, quale conseguenza se ne avrebbe? Che non appena ricompare la domanda di lavoro si registra una mancanza di operai (..) Ora i profitti dei nostri fabbricanti derivano soprattutto dalla possibilità che essi hanno di sfruttare il momento propizio della forte domanda, ripagandosi così del momento del ristagno. Tale possibilità è garantita loro soltanto dal comando sul macchinario e sul lavoro normale. Essi debbono trovare braccia disponibili; debbono poter tendere o allentare all’occorrenza l’attività delle loro operazioni, a seconda delle condizioni del mercato, altrimenti riesce loro assolutamente impossibile sostenere, nell’accesa lotta della concorrenza, quella supremazia su cui è basata la ricchezza di questo paese ’. Torniamo quindi al concetto di forza lavoro regolarmente disponibile all’impiego nei momenti di ripresa del ciclo economico, e viceversa inoccupata nei momenti di stagnazione dello stesso ciclo. Tale disponibilità diviene la condizione indispensabile per garantire alle imprese un adeguato vantaggio competitivo nella lotta della concorrenza, assicurando così il bene superiore dell’economia nazionale. Sembra di sentire le quotidiane manfrine sull’importanza della flessibilità del lavoro per le imprese, le polemiche sull’articolo 18 e via dicendo, a conferma dell’attualità del motto ‘nulla di nuovo sotto il sole malato del capitalismo ’. Essi debbono trovare braccia disponibili, scrive con amabile candore il nostro H.Merivale, e questa ricerca deve ottenere il suo compimento, quasi al pari di un’antica divinità sanguinaria che deve essere placata da ricorrenti riti sacrificali; una divinità crudele che si erge sopra gli uomini umiliandoli e schiacciandoli. Il ciclo economico, con i suoi momenti alterni di crescita e di ristagno, capricciosamente e apparentemente imprevedibili, ha sostituito ai nostri giorni le antiche e vetuste ritualità del sacrificio umano, anche se gli effetti distruttivi del modo capitalistico di produzione sulla vita degli umani sono certamente degni delle passate forme di barbarie . Il plus-lavoro incorporato nella merce prodotta è la base economica del plus-valore realizzato attraverso il prezzo di vendita della merce, quindi quanto più aumenta la quota di plus-lavoro per singola merce tanto più dovrebbe crescere la valorizzazione del capitale investito, leggiamo le parole di Marx a pagina 461e 462’ Ciascun capitalista ha tutto l’interesse a smungere una certa quantità di lavoro da un numero minore di operai piuttosto che da un numero maggiore, a prezzo altrettanto vantaggioso o magari più vantaggioso (..) Abbiamo visto che lo sviluppo del modo di produzione capitalistico e della produttività del lavoro – contemporaneamente causa ed effetto dell’accumulazione –dà al capitalista la possibilità di fluidificare, con un identica spesa di capitale variabile, una quantità di lavoro più grande tramite il maggiore sfruttamento estensivo o intensivo delle forze lavorative individuali. Abbiamo visto per giunta che egli acquista più forze lavorative con un identico valore capitale (..) Il lavoro straordinario di quella porzione della classe operaia che ha un impiego ingrossa le schiere della riserva operaia, mentre al contrario la pressione sempre più grande che questa riserva esercita sulla prima per mezzo della concorrenza obbliga gli operai occupati a lavorare nelle ore straordinarie e a piegare la testa alle imposizioni del capitale. Il fatto che una parte della classe operaia costringa a causa del lavoro straordinario l’altra parte a starsene forzatamente in ozio, e viceversa, si trasforma in mezzo d’arricchimento per il singolo capitalista e accelera contemporaneamente la produzione dell’esercito industriale di riserva su una scala che corrisponde al progredire dell’accumulazione sociale .’ Senza esprimere valutazioni di ordine morale constatiamo come la logica del profitto spinga il capitale a rimpiazzare progressivamente lavoro abile con lavoro non abile, forza lavorativa maschile con quella femminile, forza di uomini con quella di adolescenti o bambini, oppure a fare ricorso al lavoro straordinario, a sua volta causa ed effetto della presenza di un esercito operaio di riserva. Un esercito di riserva ben collegato agli alterni periodi del ciclo industriale, poiché, in definitiva, la domanda e l’offerta di lavoro sono sempre allacciati alle fasi di espansione e contrazione del capitale, vale a dire, riprendendo il testo di Marx ‘ secondo i suoi momentanei bisogni di valorizzazione ’, in modo che il mercato del lavoro si presenta una volta, quando il capitale si espande, relativamente al di sotto del livello normale e un’altra, quando si contrae, nuovamente sovraccarico. L’esercito industriale di riserva, la sua dimensione numerica, varia quindi in relazione alle varie fasi del ciclo economico capitalista, continuando a svolgere in queste fasi una funzione di ricatto e pressione sulla forza –lavoro occupata, a esclusivo vantaggio del capitale, riprendiamo la lettura del testo di Marx a pagina 464 ‘ Durante i periodi di ristagno e di prosperità media l’esercito industriale di riserva fa pressione sull’esercito operaio attivo e, durante il periodo della sovrappopolazione e del parossismo, ne intralcia le rivendicazioni. Perciò lo sfondo sul quale si muove la legge della domanda e dell’offerta di lavoro è la sovrappopolazione relativa. Questa limita il campo di azione di quella legge entro un ambito assolutamente conveniente ai desideri di sfruttamento e alla bramosia di dominio del capitale ’. Riprendiamo, a questo punto, la definizione di sovrappopolazione relativa gia riportata in precedenza, in modo da chiarire ogni dubbio su questa parte del discorso ‘ L’ accumulazione capitalistica piuttosto produce in continuazione, ed esattamente in rapporto alla propria energia e alla propria entità, una popolazione operaia relativa, cioè eccedente le esigenze medie di valorizzazione del capitale, quindi superflua, ossia supplementare (..) Con l’accumulazione del capitale che essa stessa produce, la popolazione operaia produce quindi in quantità sempre più grande i mezzi per la sua propria eccedenza relativa. E’ questa una legge della popolazione specifica del modo di produzione capitalistico, come in effetti ogni particolare modo di produzione storico possiede le proprie particolari leggi della popolazione, storicamente valide ’. Dunque, partendo dalla tendenza storico-economica progressiva alla modificazione della composizione tecnica del capitale, e prendendo atto che questa comporta una trasformazione del rapporto fra la sua parte costante e la sua parte variabile (di tipo inversamente proporzionale), per cui crescendo la parte costante decresce la parte variabile, si deve di necessità concludere che tale fenomeno comporta un continuo aumento della parte di popolazione operaia relativa, e quindi la creazione di un esercito industriale di riserva che operando come arma di pressione e di ricatto del capitale verso la forza lavorativa occupata, altera, per così dire, la normale legge della domanda e dell’offerta di lavoro fantasticata dagli economisti borghesi, e questa sovrappopolazione relativa ‘limita il campo di azione di quella legge entro un ambito assolutamente conveniente ai desideri di sfruttamento e alla bramosia di dominio del capitale ’.

Postilla

A proposito del significato sociologico della burocrazia, e di converso, della massoneria (al cui interno troviamo molti alti burocrati e boiardi di stato) sarà utile fare un po’ di chiarezza, rispolverando i nostri testi. Nella riunione di Milano del settembre 1952, nella parte denominata ‘Falsa risorsa dell’attivismo’, troviamo queste considerazioni:’Marx dopo aver trattato il modo con cui il prodotto sociale si divide fra le tre classi base (proprietari del suolo, capitalisti, proletari), formandone il provento economico (meno esattamente il reddito): rendita, profitto, salario, dopo aver dimostrato che il passaggio della prima allo stato non muterebbe l’ordinamento capitalistico, e che nemmeno tutto il passaggio del plusvalore allo stato uscirebbe dai limiti della forma di produzione ( in quanto lo sperpero di lavoro vivo ossia l’alto sforzo e tempo di lavoro resterebbero gli stessi per la forma aziendale e mercantile del sistema) conchiude la parte strettamente economica così: [Ciò che caratterizza il modo di produzione capitalista è che la produzione di plusvalore è lo scopo diretto e il motivo determinante della produzione. Il capitale produce essenzialmente capitale, ma non lo fa che producendo plusvalore, Marx ]. Ma la causa non sta per nulla nella esistenza del capitalista, o della classe capitalista, che non solo sono puri effetti, ma effetti non necessari. [Nella produzione capitalista, la massa dei produttori diretti trova davanti a sé il carattere sociale della produzione sotto forma di una autorità meticolosa e di un meccanismo sociale completamente ordinato e gerarchizzato (id est: burocratizzato) ma questa autorità non appartiene ai suoi detentori che in quanto personificazione delle condizioni del lavoro di fronte al lavoro, e non come nei modi di produzione antichi, in quanto padroni politici o teocratici. Tra i rappresentanti di tale autorità i capitalisti, i proprietari di mercanzia, regna la più completa anarchia, nella quale il processo sociale di produzione prevale unicamente come legge naturale, onnipotente in confronto dell’arbitrio individuale, Marx]. (..) Tutto era ben chiaro da allora, e poteva il capitalista o la classe capitalista cessare qua o là di personificare il capitale, che questo sarebbe rimasto, di fronte a noi, contro di noi, quale meccanismo sociale quale onnipotente legge naturale della produzione. ‘ Già questa citazione dal testo del 1952, insieme alle parti del testo di Marx in esso contenute, delineano un percorso teorico chiaro: il capitale è innanzitutto un meccanismo sociale che si impone quale onnipotente legge naturale della produzione, e quindi poteva il capitalista o la classe capitalista cessare qua o là di personificare il capitale, e questo evento non avrebbe modificato le condizioni di sfruttamento e di soggezione della classe proletaria. Riprendiamo a rispolverare quel testo del 1952 ‘ Non è l’identità delle fonti dei proventi, come sembra a prima vista, che definisce la classe. (..) Un alto funzionario è pagato a stipendio, e quindi a tempo come il manovale salariato, poniamo in una salina di stato, ma il primo ha un reddito più alto di molti capitalisti di fabbrica che vivono di profitto e commercianti, il secondo lo ha più alto non solo di un piccolo contadino lavoratore, ma anche di un minimo proprietario di case, che vive di rendita…La classe non si definisce da conto economico, ma da posizione storica rispetto alla lotta gigantesca con cui la nuova generale forma della produzione supera, abbatte, sostituisce la vecchia (..) Il meccanismo effettivo sociale conduce e plasma individui, classi e società (..) La classe è definita dalla sua strada e compito storico ’. Dunque, un punto fermo teorico è dato dall’ esclusione che la fonte dei proventi possa definire l’appartenenza ad una classe sociale, l’alto funzionario è formalmente un lavoratore dipendente, eppure è difficile immaginare che egli abbia le stesse probabilità di sentirsi in conflitto di classe con l’apparato statale, di un lavoratore dipendente precario e sottopagato (ad esempio un supplente scolastico temporaneo). Così pure un salariato appartenente all’aristocrazia operaia, quindi anch’esso un lavoratore dipendente, ha un reddito più alto non solo di un piccolo contadino lavoratore, ma anche di un minimo proprietario di case, che vive di rendita, e quindi, probabilmente, le condizioni di vita economicamente superiori lo renderanno meno suscettibile ad entrare in conflitto con il meccanismo sociale capitalistico del piccolo contadino lavoratore, ma anche di un minimo proprietario di case, i quali ultimi sono formalmente proprietari di un capitale agrario e immobiliare, e tuttavia vivono lo stesso in condizioni di povertà e precarietà. Riprendiamo la lettura del testo del 1952 ‘La classe è definita dalla sua strada e compito storico, e la nostra classe, per arduo dialettico punto di arrivo dello sforzo immane, è definita dalla rivendicazione che essa stessa (..) sia sparita nel nulla ’. Quindi, e in modo apparentemente paradossale, è la rivendicazione rivoluzionaria dell’estinzione di se stessa in quanto classe nella società comunista a-classista , il vero titolo di nobiltà che rimarca il passaggio dalla classe in sé alla classe per sé, cioè il passaggio dal regno della potenzialità a quello dell’attualità rivoluzionaria. A questo punto il testo contiene una notazione di rilievo sul livello di lontananza della classe operaia dell’epoca da questa rivendicazione storica, una classe generalmente prigioniera dei miti parlamentari e stalinisti degli anni 50 ‘Il suo complesso oggi davanti a noi assume senza posa significati mutevoli: oggi come oggi è per Stalin, per uno stato capitalista come quello russo, per una banda di candidati e parlamentari più antimarxisti dei Turati e Bissolati, Longuet o Millerand di una volta. Non resta dunque che il partito, come organo attuale che definisce la classe, lotta per la classe, governa per la classe e prepara la fine dei governi e delle classi. A condizione che il partito non sia di Tizio o di Mevio, che non si alimenti di ammirazione per il capo, che ritorni a difendere, se occorre con cieca fede, l’invariabile teoria (..)’. Dunque, quando le condizioni del conflitto di classe sono ai livelli minimi, e un certo meccanismo di dominazione sociale sembra non incontrare forme di resistenza significative, allora non resta altro che il partito, come organo attuale che definisce la classe, e quindi il partito incarna, se vogliamo, l’anima della classe, il suo segreto e la sua missione storica. Queste riflessioni ci porterebbero lontano, ma adesso ci preme solo ribadire che il concetto di classe si definisce non in relazione alla fonte dei proventi, ma in rapporto alla posizione occupata all’interno del meccanismo sociale di dominazione, e quindi per classe si può intendere un gruppo di esseri viventi portatori di interessi socio-economici comuni che sono potenzialmente in grado di acquisire coscienza di sé come membri di una classe, mentre il partito rivoluzionario (storico e formale) è già attualmente portatore di una coscienza del compito storico della classe. Ricordiamo che è soprattutto in Miseria della filosofia che Marx puntualizza il rapporto fra classe in sé e classe per sé, ovvero il passaggio politico alla classe in sé e per sé, la cui tappa iniziale è l’associazione dei proletari in organizzazioni di difesa economica, e poi conseguentemente il passaggio alla lotta politica condotta dal partito rivoluzionario (in quanto milizia rivoluzionaria e in quanto depositario dell’invariabile teoria). Queste tappe e questi passaggi sono caratterizzati dalla stretta connessione ai processi sociali ed economici determinati e reali della società capitalistica, e quindi sarebbe assurdo pretendere che essi si sviluppino per puro atto volontaristico di una minoranza di illuminati o di rivoluzionari di professione. Chiarito questo aspetto, ritorniamo al punto spinoso della burocrazia e della massoneria ad essa collegata; sono forse queste due realtà delle caste indipendenti dal meccanismo sociale, dai rapporti di produzione e dalla struttura sociale ed economica capitalistica? Noi ci sentiamo di escludere nettamente questa ipotesi (così come escludiamo la decisività degli atti volontaristici di una minoranza di illuminati o di rivoluzionari di professione), le due realtà – burocrazia e massoneria – non possono essere altro che una funzione ben definita all’interno del meccanismo di dominio del capitale, una funzione di sovrastruttura, politicamente orientata alla difesa e alla conservazione del meccanismo sociale dominante, cioè alla difesa della struttura socio-economica capitalistica fondamentale. Non un superpotere indipendente dal capitale, quindi, o una nuova classe sociale, ma una funzione derivata, anche se importante (in quanto conoscenza e memoria storica), dell’attuale meccanismo sociale quale onnipotente legge naturale della produzione. In ultima battuta riproponiamo alcune righe di Bordiga prese dal testo ‘Dottrina del diavolo in corpo ’, contenuto nella raccolta ‘Imprese economiche di Pantalone, a pag. 62.’, dove si postula l’inevitabile ricorrenza dell’elemento funzionale che chiamiamo burocrazia in tutte le società storiche classiste, bisogna in tal senso ‘Cessare di presentare la burocrazia come una classe autonoma, perfidamente scaldata nel seno del proletariato, e considerarla come un vasto apparecchio legato ad una data situazione storica nell’evoluzione mondiale del capitalismo. Siamo dunque sulla buona via: la burocrazia, che tutte le società di classe hanno avuta, non è una classe, non è una forza di produzione, è una delle forme della produzione proprie di un dato ciclo di dominio di classe. In certe fasi della storia essa sembra essere sulla scena come protagonista: stavamo per dire anche noi nelle fasi di decadenza; sono invece le fasi di prerivoluzione e di massima espansione. Perché chiamare decadente la società pronta all’intervento della révolution-sagefemme, della ostetrica che farà venire alla luce la società nuova ? ’.
Ancora più interessante è il contenuto del testo di Bordiga nella successiva pagina 63, in questa pagina ritroviamo delineata la forma totalitaria e burocratica della contemporanea fase capitalistica, la sua inevitabilità storica, e la sua temporanea necessità di utilizzo per la rivoluzione proletaria futura (questi stessi mezzi dovranno servire alla rivoluzione proletaria): ‘La dizione capitalismo erede delle rivoluzioni liberali (..) contiene la precisa tesi storica: è un ciclo, un corso unico di classe, quello del capitalismo, dalla rivoluzione borghese a quella proletaria, e non va rotto in più cicli senza rinunziare al marxismo rivoluzionario. Ma va detto (..) capitalismo uscito dalle rivoluzioni borghesi, non liberali. Meglio sarebbe dire dalle rivoluzioni antifeudali. Infatti è per l’apologetica borghese che il liberalismo, come ideale generale, era lo scopo e il movente di quelle rivoluzioni. Sorge Marx, a questo smentire, e per lui il fine storico di esse è la distruzione degli ostacoli posti al dominio di classe capitalistico. (..) Ne discende chiaro: ben può il capitale spogliarsi del liberalismo senza mutare natura. E ne discende anche chiaro: senso della (..) degenerazione della rivoluzione in Russia, non è l’essere passata, da rivoluzione per il comunismo, a rivoluzione per un tipo sviluppato di capitalismo, ma a pura rivoluzione capitalistica: ossia concorrente (nel senso che ne fa parte n.n.) al dominio capitalista in tutto il mondo, che in tappe successive elimina le vecchie forme feudali e asiatiche nelle varie zone. Poiché nella situazione storica del XVII, XVIII, XIX secolo la rivoluzione capitalista doveva avere forme liberali, nel XX ha forme totalitarie e burocratiche. La differenza dipende non da fondamentali variazioni qualitative del capitalismo, ma da enorme divario di sviluppo quantitativo, come intensità in ogni metropoli, e diffusione sul pianeta. E che il capitalismo alla sua conservazione come al suo sviluppo e ingrandimento adoperi sempre meno ciancia liberale, e sempre più mezzi di polizia e soffocamento burocratico, vista bene la linea storica, non induce ad esitare menomamente che questi stessi mezzi dovranno servire alla rivoluzione proletaria. Maneggerà questa violenza, potere, stato, e burocrazia: dispotismo, dice col termine peggiore il manifesto si 103 anni addietro; poi saprà disfarsi di tutto ‘. Se abbiamo ben compreso, il capitalismo, nella fase di massima intensità in ogni metropoli, e diffusione sul pianeta, proprio a causa del suo enorme sviluppo quantitativo, e quindi delle tensioni e dei conflitti che si innescano per la contraddizione esistente fra accumulazione capitalistica e crescita della sovrappopolazione, ha il vitale bisogno sistemico di operare in forme totalitarie e burocratiche, cioè di manifestarsi con sempre più mezzi di polizia e soffocamento burocratico. Anche Max Weber, trattando dei vari tipi ideali di potere, idealtipi aventi una mera funzione di mezzo per la ricerca sociologica, riconosceva che il potere prevalente ai nostri giorni è quello di tipo razionale –burocratico, il potere che calcola i mezzi adeguati per raggiungere un fine (secondo il principio economico del massimo risultato con il minimo sforzo). Il problema consiste nel fatto che questa apparente razionalità del calcolo dei mezzi in vista del fine si scontra, in seguito, con la stessa natura irrazionale del fine perseguito dal potere razionale-burocratico nella società capitalistica, il altre parole con la valorizzazione illimitata del capitale, la produzione per la produzione. Il meccanismo di dominio del capitale si orienta dunque verso l’impiego di mezzi totalitari e burocratici, inesorabili e violenti, proprio perché la pressione delle sue interne contraddizioni non può essere altrimenti controllata e arginata. Anche le figure politiche carismatiche, le superpersone che tanto spazio hanno occupato e occupano sulla scena delle narrazioni dominanti, vanno inserite in questa cornice generale di mutamento delle esigenze generali di controllo e sorveglianza riguardanti gli apparati statali capitalistici. In realtà, lungi dal determinare il corso storico degli eventi sociali, queste figure carismatiche sono prevalentemente il medium di tendenze e processi economico-sociali profondamente innestati nella società capitalista in una certa fase del suo sviluppo; in modo particolare la fase attuale del suo sviluppo che nel XX ha forme totalitarie e burocratiche. In un certo qual modo esse operano come semplice personificazione della forma totalitaria e burocratica del dominio politico borghese, così come il capitalista opera come semplice personificazione del capitale, funzionario del capitale; e solo in quanto tale dirigente e dominatore della produzione.

Capitolo tre

Dalla guerra come difesa e offesa, alla guerra come pura distruzione di forza-lavoro eccedente: la sovrappopolazione relativa e la legge generale dell’accumulazione capitalista (le catene di Efesto della schiavitù proletaria)

Secondo Marx la sovrappopolazione relativa è una realtà dalle molte sfumature, ogni operaio fa parte di essa durante il tempo in cui è occupato a metà o non è occupato per niente, ma al di là delle periodiche forme che essa assume nel succedersi delle fasi del ciclo industriale, e che la fanno apparire a volte acuta nei periodi di crisi, a volte cronica, in periodi di scarsi affari, essa presenta sempre tre forme: fluida, latente e stagnante. Non è il caso di soffermarsi, nel presente lavoro, su tali forme, anche se qualche cenno sulla sovrappopolazione stagnante può essere di un certo interesse, secondo Marx, infatti ‘La terza categoria della sovrappopolazione relativa, quella stagnante, costituisce una parte dell’esercito operaio attivo, ma con un’occupazione assolutamente irregolare. Essa fornisce così al capitale un serbatoio inesauribile di forze lavorative disponibili. Le sue condizioni di vita calano al di sotto del normale livello medio della classe operaia, e questo la rende per l’appunto la vasta base di particolari rami di sfruttamento capitalistico. Massimo di tempo lavorativo e minimo di salario sono le sue caratteristiche (..) Effettua il suo reclutamento in continuazione tra gli operai in soprannumero della grande industria e della grande agricoltura, e soprattutto anche in quei rami industriali che sono in rovina..’ pag. 467. Fino a questo punto la sovrappopolazione stagnante non sembra avere un interesse specifico per il tema da noi trattato, infatti, parlando di esigenza di sterminio della forza-lavoro eccedente, noi cerchiamo di delineare le criticità sociali che possono obbligare un certo meccanismo di dominio a prevedere misure apparentemente estreme, come appunto lo sterminio. Eppure, postulando una soglia quantitativa oltre la quale la sovrappopolazione diventa un potenziale problema politico, abbiamo in precedenza posto l’eccessiva espansione demografica come circostanza foriera di pericoli e di criticità per il dominio borghese. La sovrappopolazione stagnante, secondo Marx, possiede proprio le caratteristiche della crescita sovrabbondante, da noi precisamente annoverate fra le criticità contro cui è diretta l’estrema ratio dello sterminio storicamente ricorrente di eccedenza operaia. Fino ad un certo punto la presenza di un esercito industriale di riserva costituisce un fattore funzionale alla brama di valorizzazione del capitale, Marx lo ricorda in modo dettagliato, eppure, descrivendo la forma stagnante della sovrappopolazione relativa, viene annotata una peculiarità posseduta in modo specifico solo da questa forma, citiamo le parole di Marx ‘ Essa però costituisce contemporaneamente un elemento della classe operaia che si riproduce e si perpetua e che contribuisce all’aumento totale di essa in misura proporzionalmente più grande degli altri suoi elementi. Di fatto non solo la quantità delle nascite e dei decessi, ma anche la grandezza assoluta delle famiglie è in ragione inversa del livello del salario, e perciò della massa dei mezzi di sussistenza a disposizione delle diverse categorie di operai. Questa legge della società capitalistica risulterebbe assurda tra i selvaggi o persino tra gli abitanti di colonie civilizzate. Essa ricorda la produzione in massa di certe specie di animali individualmente deboli e continuamente cacciati. Pag. 467. Parliamo quindi di crescita demografica abnorme, causata dal modo di produzione capitalistico all’interno della forma stagnante di sovrappopolazione, una crescita tendenzialmente pericolosa per l’ordine borghese. In effetti sono proprio gli strati proletari più poveri e soggetti a condizioni precarie di lavoro che si riproducono in modo più prolifico, quasi in un tentativo disperato di allontanare l’estinzione riservatagli dal sistema dominante. Sarà importante nei successivi passaggi di questa ricerca, ricordare e dare il giusto peso a questo aspetto, poiché esso rappresenta una delle condizioni necessarie perché si manifesti la ricorrente strategia di sterminio di eccedenza operaia.
La società capitalistica si muove all’interno di una logica strana, fatta di realtà paradossali e di relazioni direttamente proporzionali fra grandezze socio-economiche come la sovrappopolazione e l’accumulazione del capitale. Marx dedica molte pagine del capitale a questo aspetto, riprendiamo ulteriori spunti dalla sua lettura ‘Quanto più grande sono la ricchezza sociale, il capitale funzionante, l’estensione e l’energia dell’accrescimento, quindi anche la grandezza assoluta del proletariato e la forza produttiva del suo lavoro, tanto più grande è l’esercito industriale di riserva. La forza lavorativa disponibile è sviluppata da quelle stesse cause che sviluppano la forza d’espansione del capitale. La grandezza proporzionale dell’esercito industriale di riserva aumenta quindi insieme alla potenza della ricchezza. Ma quanto più grande è questo esercito di riserva nei confronti dell’esercito operaio attivo, tanto più massicciamente si consolida la sovrappopolazione (..) Questa è la legge assoluta, generale dell’accumulazione capitalistica (..) Si comprende quindi l’assurdità della saggezza economica che va predicando agli operai di proporzionare il proprio numero alle esigenze di valorizzazione del capitale. Come se il meccanismo della produzione e dell’accumulazione capitalistica non realizzasse costantemente questo processo di adeguamento. Prima parola di questo adeguamento è la creazione di una sovrappopolazione relativa ovvero di un esercito industriale di riserva, ultima parola la miseria di strati sempre crescenti dell’esercito operaio attivo e il peso morto del pauperismo ‘. Pag. 468.
Nella categoria del pauperismo Marx include principalmente – lasciando da parte il sottoproletariato propriamente detto ( vagabondi, delinquenti, prostitute ), pag.467- coloro che sono atti al lavoro ma comunque disoccupati a causa della crisi, i figli dei poveri e gli orfani ( questi ultimi validi candidati al lavoro nero e sottopagato), e infine depravati, canagliume, gente incapace di lavorare, ovvero, principalmente operai rovinati dalla mancanza di mobilità (..) individui che vanno oltre l’età media degli operai (..) mutilati, malati, vedove. Pag.467.
Una volta incappati nel fenomeno del pauperismo si aprono, per il lettore dallo stomaco forte e dai nervi saldi, le porte di un vero e proprio inferno sociale fatto di miseria materiale e morale, il quadro di un’umanità dolente e oppressa, fatta regredire dal sistema capitalista a condizioni di vita sub-umane; come se, avverandosi le profezie di antichi testi apocalittici, l’inferno in terra avesse ormai trionfato. Ma il pauperismo rappresenta solo il girone infernale più basso ed estremo del modo capitalistico di produzione, in realtà l’alienazione capitalistica del lavoro opera in modi e forme distruttive in ogni momento e su ogni componente della classe proletaria, paradossalmente, secondo Marx ‘ nell’ambito del sistema capitalistico tutti i metodi per accrescere la forza produttiva sociale del lavoro vengono fatti a danno del singolo operaio; tutti i mezzi per lo sviluppo della produzione si convertono in mezzi di dominio e di sfruttamento del produttore, mutilano l’operaio in un uomo incompleto, lo degradano a trascurabile accessorio della macchina, sopprimono con la tortura del suo lavoro lo stesso contenuto di esso, gli alienano le potenze intellettuali del processo lavorativo nella stessa misura in cui a quest’ultimo si incorpora la scienza quale potenza autonoma; rendono anormali le condizioni nelle quali egli svolge il suo lavoro, nel corso del processo lavorativo lo sottomettono a un dispotismo tanto obbrobrioso quanto meschino, fanno della sua vita un continuo tempo di lavoro (..). Pag. 468. L’accresciuta forza produttiva sociale del lavoro si converte in un potenziamento dei mezzi di dominio e di sfruttamento del produttore, la logica paradossale del sistema schiavista del capitale trova quindi pieno compimento in questa legge dell’accumulazione in cui si tratteggia il principale marchio d’infamia del regime borghese. Il cosiddetto incremento della produttività del lavoro, tanto presente sulla bocca dei vari burattini e attori politico-economici dell’odierna recita sociale, nella logica perversa della società capitalistica, ben lungi dal determinare un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, accresce invece la forza delle catene di Efesto della schiavitù proletaria. Marx riprende a pagina 469 il mito di Prometeo, inchiodato alla rupe con le catene di Efesto, punito da Giove per avergli rubato il fuoco poi donato all’umanità, portando la luce della conoscenza fin dentro le tenebre dell’ignoranza. Riportiamo ora le parole del capitale in merito contenute a pagina 469, ‘ nella misura in cui viene accumulato il capitale ( e tutti i metodi per la produzione di plus-valore sono contemporaneamente metodi per l’accumulazione, nostra nota ), le condizioni dell’operaio divengono sempre peggiori, comunque egli venga retribuito, bene o male. Infine la legge che equilibra sempre da un lato la sovrappopolazione relativa, ossia l’esercito industriale di riserva, e dall’altro lato l’entità e l’energia dell’accumulazione, tiene legato l’operaio al capitale ancor più strettamente di quanto le catene di Efesto inchiodassero Prometeo alla sua rupe. Tale legge provoca un’accumulazione di miseria adeguata all’accumulazione di capitale. L’accumulazione di ricchezza a un polo è quindi contemporaneamente accumulazione di miseria, di tormento lavorativo, di schiavitù, di ignoranza, di abbrutimento e di degradazione morale al polo opposto, cioè dalla parte della classe che produce il proprio prodotto come capitale ’.
Ancora una volta ritroviamo in queste pagine del capitale, oltre ad un vivida descrizione della barbarie capitalistica, anche la dimostrazione coerente del carattere antagonistico dell’accumulazione capitalistica, frutto di leggi economiche storicamente derivate e collegate al dominio della classe sociale borghese. La proprietà privata dei mezzi di produzione, il capitale, secondo Marx viene al mondo grondando sangue e sudiciume da tutti i pori, riportiamo un passo significativo contenuto a pagina 547, ‘ A cosa è dovuta l’accumulazione originaria del capitale, cioè la sua genesi storica? (..) La proprietà privata del lavoratore sui suoi mezzi di produzione costituisce la base della piccola azienda (..) il lavoratore è libero proprietario privato delle proprie condizioni di lavoro, di cui egli stesso dispone, il contadino della terra che coltiva e così l’artigiano dello strumento che adopera da virtuoso. Questo modo di produzione presuppone una minuta ripartizione del suolo e degli altri mezzi di produzione; ed esclude, oltre alla concentrazione dei mezzi di produzione, anche la cooperazione, la divisione del lavoro in seno agli stessi processi produttivi (..) La sua soppressione, che è la trasformazione dei mezzi di produzione da individuali e disseminati in concentrati socialmente, e che perciò è la trasformazione della piccolissima proprietà di molti nella proprietà gigantesca di pochi, quindi l’espropriazione di grandi masse di popolazione, private della terra, dei mezzi di sussistenza e di lavoro; questa tremenda e spaventosa espropriazione delle masse della popolazione forma la preistoria del capitale (..) L’espropriazione dei produttori diretti viene condotta con il più cinico vandalismo e dietro il pungolo delle passioni più abbiette, più infami e meschine e odiose ’.
In questi passaggi testuali viene delineata e spiegata l’infame genealogia del capitale, la tremenda e spaventosa espropriazione delle masse avvenuta nella sua preistoria; una storia economica fatta di violenza e barbarie senza eguali a cui, tuttavia, la storia successiva presenterà prima o poi il conto. Il proletariato, ovvero la classe sociale formatasi sulle ceneri di questa espropriazione originaria di grandi masse di popolazione, private della terra, dei mezzi di sussistenza e di lavoro, avrà il compito di chiudere in modo rivoluzionario i conti con il dominio classista del capitale, espropriando gli espropriatori capitalisti. Vediamo cosa scrive Marx a tal proposito a pagina 548, ‘ Ogni capitalista ne getta giù molti altri. Parallelamente a questa centralizzazione ovvero all’espropriazione di molti capitalisti da parte di pochi, si sviluppano in misura sempre più ampia la forma cooperativa del processo di lavoro, la consapevole applicazione tecnica della scienza (..) mentre tutte le popolazioni vengono prese sempre più al laccio del mercato mondiale e in tal maniera si evidenzia sempre di più il carattere internazionale del regime capitalista (..) A misura che diminuisce il numero dei magnati del capitale che usurpano e monopolizzano tutti i vantaggi di codesto processo di trasformazione, s’ingrandisce e si fa forte la miseria, la pressione, la schiavitù, la degenerazione, lo sfruttamento della classe operaia, ma s’acuisce allo stesso tempo il suo senso di ribellione (..) Il monopolio del capitale diviene un ostacolo al progredire del modo di produzione, sorto insieme ad esso e sotto di esso. L’accentramento dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro arrivano ad un punto in cui entrano in contraddizione col loro rivestimento capitalistico. Ed esso viene infranto. Suona l’ultima ora della proprietà privata capitalistica. Gli espropriatori divengono espropriati. ‘
Al proletariato, e in modo particolare alla sua avanguardia rivoluzionaria più cosciente, viene quindi affidata una sorta di missione vendicatrice della schiavitù patita da tutte le classi sociali dominate nel corso della preistoria subentrata alla storia pienamente umana delle prime società comunistiche. In questo caso il paradosso che consiste nel definire preistoria il tempo presente e storia il lontano passato delle società di condivisione è solo apparente, poiché è la padronanza della propria vita nell’armonia sociale, ovvero il superamento dell’alienazione, il parametro che ci spinge a classificare come storica e umana la società comunistica delle origini e viceversa definire come preistorica e barbarica il suo opposto attuale.

Capitolo quattro

Dalla guerra come difesa e offesa, alla guerra come pura distruzione di forza-lavoro eccedente: libro terzo del capitale; conflitto fra l’estensione della produzione e la valorizzazione ( le basi economiche dell’esigenza distruttiva )

Questo mondo è pieno di cose rotte: cuori spezzati, promesse infrante, persone a pezzi.
John Connolly, Anime morte.

Sostenere l’esigenza di un percorso distruttivo del capitale costante e variabile in eccesso, funzionale al rilancio del ciclo di valorizzazione, non significa affermare che quest’evento debba poi avverarsi in tempi e modi prefissati con dogmatica certezza. Noi ci stiamo limitando a dimostrare, anzi di provare a dimostrare, che l’eccedenza di capitale costante e variabile, la caduta tendenziale del saggio di profitto e la crisi da sovrapproduzione sono un fenomeno reale, scientificamente affrontato nel testo di Marx, e che questo fenomeno reale implica degli altri possibili effetti derivati. Il processo di crisi economico-sociale può sfociare in una serie di moti rivoluzionari, può altrimenti trovare sbocco in una guerra in parte convenzionale, condotta con mezzi a noi per ora non completamente noti, oppure può dispiegarsi nell’intreccio delle due possibilità sopra esposte. Nei fatti esiste già un processo di distruzione del surplus lavorativo esistente, eppure si fa fatica a riconoscere che la fame, la miseria, la malattia, le pestilenze, e la morte ad esse collegate sono già adesso i nomi che assume quel processo di distruzione. Ma lo stesso processo di produzione e valorizzazione del capitale, lungi dall’essere una semplice sequenza di atti economici, in realtà assolve in modo derivato anche una funzione di distruzione della forza-lavoro occupata, e quindi favorisce la concomitante riduzione dell’esercito operaio di riserva attraverso la liberazione dei posti di lavoro occupati dai lavoratori precocemente estinti a causa delle condizioni di lavoro. Citiamo Marx, “Ma il capitale, nel suo smisurato e cieco impulso, nella sua voracità da lupo mannaro di pluslavoro, scavalca non soltanto i limiti massimi morali della giornata lavorativa, ma anche quelli puramente fisici. Usurpa il tempo necessario per la crescita, lo sviluppo e la sana conservazione del corpo. Ruba il tempo che è indispensabile per consumare aria libera e luce solare. Lesina sul tempo dei pasti e lo incorpora, dove è possibile, nel processo produttivo stesso, cosicché al lavoratore viene dato il cibo come a un puro e semplice mezzo di produzione, come si dà carbone alla caldaia a vapore, come si dà sego e olio alle macchine. Riduce il sonno sano che serve a raccogliere, rinnovare, rinfrescare le energie vitali, a tante ore di torpore quante ne rende indispensabili il ravvivamento di un organismo assolutamente esaurito. Qui non è la normale conservazione della forza-lavoro a determinare il limite della giornata lavorativa, ma, viceversa, è il massimo possibile dispendio giornaliero di forza-lavoro, per quanto morbosamente coatto e penoso, a determinare il limite del tempo di riposo dell’operaio. Il capitale non si preoccupa della durata della vita della forza- lavoro. Quel che gli interessa è unicamente e soltanto il massimo di forza-lavoro che può essere resa liquida in una giornata lavorativa. Esso ottiene questo scopo abbreviando la durata della forza-lavoro, come un agricoltore avido ottiene aumentati proventi dal suolo rapinandone la fertilità. Con il prolungamento della giornata lavorativa, la produzione capitalistica, che è essenzialmente produzione di plusvalore, assorbimento di pluslavoro, non produce dunque soltanto il deperimento della forza-lavoro umana, che viene derubata delle sue condizioni normali di sviluppo e di attuazione, morali e fisiche; ma produce anche l’esaurimento e la estinzione precoce della forza-lavoro stessa “. Il capitale, libro primo, sezione tre, capitolo 8. Quindi, già all’interno del normale ciclo di produzione, che coinvolge la frazione operaia occupata, si propone come un fatto reale la distruzione e l’estinzione precoce della forza-lavoro. D’altronde la pressione dell’esercito operaio di riserva consente al capitale di impiegare senza risparmio l’esercito operaio occupato, estorcendogli senza troppe preoccupazioni umanitarie ogni stilla di plus-lavoro possibile. Alla fine, quando la vita di un proletario sarà consumata del tutto sull’altare del profitto, ci sarà sempre un operaio di riserva pronto a occuparne il posto, poiché il ciclo di valorizzazione non può mai fermarsi e neppure consentirsi dei pericolosi sentimentalismi. La vita è dura e i deboli sono destinati a perire, questa è la logica spietata del capitale. In verità, volendo essere ancora più precisi, dobbiamo ricordare che la società capitalistica distrugge la vita anche al di fuori dell’ambito lavorativo, poiché gli effetti nocivi dell’inquinamento industriale, la qualità dei cibi prodotti dall’agricoltura e dall’industria alimentare, i ritmi innaturalmente frenetici dell’esistenza media, sono altrettanti fattori di estinzione precoce della vita umana. Lo stesso prolungamento del tempo medio di vita, lungi dall’essere una smentita di tale assunto, rappresenta nella nostra epoca un ulteriore fattore di valorizzazione del capitale, in modo specifico di quello investito nel ramo economico farmaceutico e sanitario, infatti, il prolungamento dell’esistenza degli anziani avviene spesso in un contesto di deprivazione sociale e fisiologica talmente grave da escludere che quelle esistenze siano ancora compiutamente umane. Anche l’anziano diventa quindi un momento della valorizzazione del capitale, spesso scissa dai legami parentali e dagli affetti più importanti dalla ordinaria indifferenza dominante, il prolungamento della sua esistenza assume il senso di una semplice attesa della morte dentro una struttura geriatrica, oppure il significato di un ingombro domestico affidato alle cure di badanti e infermiere. Per decine di migliaia di anni i vecchi hanno rappresentato la memoria storica delle comunità umane di appartenenza, trasmettendo la conoscenza vitale accumulata dalle generazioni precedenti, e in quanto tali sono stati considerati preziosi e importanti per la stessa riproduzione del gruppo sociale. In una società dove il valore dell’uomo viene misurato in base alla sua capacità di essere uno strumento utile alla valorizzazione del capitale, o di converso in relazione alla sua capacità di arricchirsi e di possedere capitali in quantità sempre maggiori, quale importanza può avere la vita di un anziano, soprattutto se non benestante, e ormai sensorialmente, fisicamente e mentalmente deprivato, parcheggiato nella attesa della morte nel suo letto o in un letto di ospedale?
La società capitalistica non ha il cuore tenero, essa produce masse enormi di senza riserve (disoccupati, malati e anziani poveri, orfani, lavoratori precari e sottopagati) del cui destino tende a disinteressarsi (almeno fino a quando non iniziano a costituire un problema politico), e poi produce anche l’estinzione precoce dei lavoratori occupati sfruttandoli in modo intensivo, come un agricoltore avido ottiene aumentati proventi dal suolo rapinandone la fertilità, infine produce, come in preda a un folle delirio distruttivo, delle forme di inquinamento nocive per tutti gli organismi viventi (inclusa la minoranza sociale borghese). Perché meravigliarsi, quindi, se consideriamo realistico lo scenario di una acutizzazione distruttiva della forza lavoro eccedente, finalizzata a rilanciare il ciclo produttivo e a disinnescare una mina politica? Forse perché una cosa del genere è ritenuta troppo immorale anche per la moderna classe borghese? O forse perché gli attori politici borghesi si fermerebbero un attimo prima, intimoriti di scatenare le reazioni indignate delle masse popolari? In precedenza, nel piccolo riferimento al testo narrativo di Connolly, leggevamo che questo mondo è pieno di cose rotte: cuori spezzati, promesse infrante, persone a pezzi; è vero, il mondo borghese è pieno di cose rotte, come l’equilibrio dell’ecosistema, i rapporti dell’uomo con la natura di cui è parte, i rapporti fra le generazioni, così come sono infrante le vacue promesse di libertà ed uguaglianza contenute nelle leggi borghesi, e infine, soprattutto, questo mondo è pieno di persone a pezzi, macinate e divorate quotidianamente, regolarmente, dal Moloch capitalista. La distruzione, perfino nella forma estrema dello sterminio, è quindi da includere nel novero delle attività regolari della società capitalistica; quello che si modifica, all’interno di questa attività conforme alla regola, è solo l’intensità dell’azione distruttiva nella sua relazione dialettica con i cicli economici del capitale. Sono le dinamiche economiche il fattore decisivo per comprendere l’esigenza di distruzione di forza lavoro in eccesso, ritorniamo quindi a leggere il testo di Marx, questa volta il libro terzo del capitale ‘ Lo sviluppo della produttività sociale del lavoro si sviluppa in due maniere: in primo luogo nella grandezza delle forze produttive, nella grandezza del valore (..) e nella quantità assoluta del capitale produttivo già accumulato (concentrazione/centralizzazione n .b ); in secondo luogo nella relativa scarsità della porzione di capitale spesa in salario nei confronti del capitale complessivo, ossia nella quantità relativamente piccola di vivo lavoro necessaria per riprodurre e valorizzare un certo capitale (..) Quanto alla forza lavorativa utilizzata, lo sviluppo della forza produttiva si manifesta di nuovo in due modi; in primo luogo nell’incremento del plusvalore, ovvero nella diminuzione del tempo necessario occorrente per riprodurre la forza lavorativa; e poi nella riduzione della quantità della forza lavorativa ( numero degli operai ) adoperata per attivare un certo capitale. Questi due movimenti (..) sono manifestazioni di una stessa legge. Essi, tuttavia, nei confronti del saggio di profitto agiscono in modo in maniera diversa. La massa totale del profitto corrisponde alla massa totale del plusvalore e il saggio del profitto è espresso dalla formula: pv/C= plusvalore/capitale totale anticipato. Ma il plusvalore, in quanto importo totale, è determinato innanzitutto dal suo saggio, e poi dalla massa di lavoro che viene utilizzata allo stesso tempo secondo tale saggio oppure, il che non cambia, dalla grandezza del capitale variabile. Da una parte uno di questi fattori, il saggio del plusvalore, aumenta; dall’altra il secondo, il numero degli operai, diminuisce in via relativa o assoluta. Dato che lo sviluppo delle forze produttive fa diminuire la porzione retribuita del lavoro del lavoro utilizzato, essa aumenta il plusvalore elevandone il saggio. Dato che, però, diminuisce la massa totale del lavoro utilizzato da un determinato capitale, esso fa calare il coefficiente numerico con cui viene moltiplicato il saggio del plusvalore per ottenerne la massa (..) Con lo sviluppo del modo di produzione capitalistico diminuisce perciò il saggio del profitto, mentre la sua massa aumenta insieme alla massa crescente del capitale attivato ‘. Da pagina 1081 e 1082. La formula del saggio di profitto è data quindi dal rapporto fra l’entità del plusvalore e l’entità del capitale a cui quel certo plusvalore è riferito (pv/C= plusvalore/capitale totale anticipato, oppure pv/C= plusvalore/capitale costante + capitale variabile ), tuttavia, lo sviluppo della produttività sociale del lavoro diminuendo il numero di operai da cui viene estorto il pluslavoro che forma il plusvalore, agisce come fattore di riduzione del coefficiente numerico con cui viene moltiplicato il saggio del plusvalore per ottenerne la massa, e infine anche l’aumentato grado di sfruttamento non basta ad eliminare la caduta del saggio di profitto, poiché il plusvalore, in quanto importo totale, è determinato innanzitutto dal suo saggio, e poi dalla massa di lavoro che viene utilizzata allo stesso tempo secondo tale saggio, in altre parole, la riduzione del numero di operai necessari per attivare un certo capitale, comporta in ogni caso, anche in presenza di un aumentato grado di sfruttamento (ovvero di estorsione di pluslavoro, e il saggio del plusvalore è dato da P/v =pluslavoro/lavoro necessario), un calo della massa di plusvalore. Quindi, con la diminuzione del saggio di profitto relativo a un capitale di una certa grandezza, diventa necessario, per mantenere o aumentare la massa monetaria del profitto, che quella grandezza iniziale subisca una variazione in aumento ( se prima avevo bisogno di un capitale del valore di 100.000 euro per ottenere un profitto di 1000 euro, adesso avrò bisogno, supponendo un dimezzamento del saggio di profitto, di un capitale di 200.000 euro per ottenere lo stesso profitto di 1000 euro). La concentrazione e la centralizzazione, pur nella loro differenza, sono processi economici che operano anche come controtendenza alla caduta tendenziale del saggio di profitto. Riprendiamo le parole di Marx prima citate ‘Con lo sviluppo del modo di produzione capitalistico diminuisce perciò il saggio del profitto, mentre la sua massa aumenta insieme alla massa crescente del capitale attivato .’ In realtà Marx esplicita in modo ulteriore tale connessione, proprio nella stessa pagina del testo ’Una volta stabilito il saggio, la massa assoluta in base alla quale aumenta il capitale dipende dalla sua grandezza attuale; ma del resto, essendo determinata questa grandezza, la proporzione in base alla quale aumenta il capitale, vale a dire il suo saggio d’incremento, dipende dal saggio di profitto ’.pag. 1082.
Quindi, in definitiva, incremento della massa del capitale attivato e decremento del saggio di profitto sono fenomeni correlati, per così dire vanno a braccetto, e il decremento del saggio di profitto deve essere compensato, nella logica dell’attuale sistema, da un incremento del capitale.
Tornando al testo di Marx ‘ Lo sviluppo della forza produttiva del lavoro partecipa all’aumento di valore del capitale esistente, giacché aumenta la massa e la varietà dei valori d’uso che corrispondono allo stesso valore di scambio (..) Con il medesimo capitale e lavoro viene generata una più alta quantità di prodotti, che possono essere ritrasformati in capitali, a prescindere dal loro valore di scambio ( il quale tende a diminuire n .n ); prodotti che possono assorbire lavoro supplementare e quindi plusvalore supplementare per formare in tal modo capitale supplementare .’ pag. 1082. Tuttavia l’inflazione di capitali, l’eccesso di capitali, produce una loro svalutazione, o almeno una tendenza in questa direzione, riprendiamo il testo di Marx ‘Insieme alla caduta del saggio del profitto, aumenta la massa dei capitali e contemporaneamente si ha una diminuzione di valore del capitale esistente, che rallenta la caduta e tende ad accelerare l’accumulazione del valore capitale .’ pag. 1082. Il tentativo di mantenere almeno inalterata la grandezza monetaria dei profitti, anche in presenza di una caduta del saggio di profitto, aumentando la massa dei capitali impiegati nell’economia (macchinari, attrezzature, merci), produce come effetto collaterale una loro parziale perdita di valore; e tuttavia la perdita di valore del capitale impiegato riduce, contemporaneamente, anche l’entità della diminuzione iniziale del saggio di profitto, che in quanto rapportata ad un capitale di valore minore è evidentemente da considerarsi inevitabilmente minore. Vale in questo caso ricordare che, come in precedenza, diminuendo il plusvalore correlato ad un certo capitale, diminuiva di converso il saggio di profitto dato dal rapporto fra queste due grandezze (il saggio del profitto è espresso dalla formula: pv/C= plusvalore/capitale totale anticipato), così adesso diminuendo il valore del capitale anticipato (capitale costante + capitale variabile), si attenuerà la caduta del saggio di profitto medio originata dalla diminuzione della grandezza del plusvalore riferita mediamente ai vari settori dell’economia capitalistica (primario, secondario, terziario). 1
D’altronde, aumentando la massa dei capitali impiegati, fino ad un certo punto aumenta anche la popolazione operaia attiva, e tuttavia, considerando che lo sviluppo della forza produttiva sociale, significa al contempo variazione della composizione del capitale, vale a dire la diminuzione della parte variabile nei confronti di quella costante, allora questo temporaneo aumento della popolazione occupata si trasformerà ben presto in sovrappopolazione relativa.
Ora dobbiamo riportare un passo del capitale dove troviamo esplicitamente menzionata la crisi determinata da queste tendenze antagonistiche e contraddittorie insite nello sviluppo capitalistico ‘Questi influssi contraddittori si rivelano sia contiguamente nello spazio che successivamente nel tempo ; periodicamente il conflitto tra tali influenze contrarie sfocia in una crisi, che è sempre soltanto temporanea e violenta soluzione delle contraddizioni in atto, fenomeni violenti che ripristinano provvisoriamente l’equilibrio sconvolto. ’ Il capitale, terzo libro, pag. 1082.
Bene, se non abbiamo capito male, la crisi nasce dai conflitti interni al modo di produzione capitalistico, e si manifesta di seguito come temporanea e violenta soluzione delle sue contraddizioni: ovvero come una gamma di fenomeni violenti miranti a ripristinare l’equilibrio sconvolto. La violenza distruttrice è quindi considerata da Marx una costante periodica nel modo di produzione su base capitalistica; un tentativo estremo e provvisorio per ripristinare dei parametri sociali ed economici alterati. Ma vediamo come si manifesta la crisi, quali sono i suoi fenomeni principali, e quindi dove agisce la violenza, ovvero i fenomeni violenti che intervengono come succedaneo e soluzione dei fenomeni principali. Come ricordavamo nelle premesse di questa ricerca, dal punto di vista capitalistico, cioè dal punto di vista del profitto, è l’eccesso di forza lavoro, di mezzi produttivi e di merci il problema reale da risolvere, sono questi i fenomeni principali della crisi da sovrapproduzione che attireranno, evocheranno, i fenomeni violenti miranti a ripristinare l’equilibrio sconvolto.2 Tuttavia il ripristino dell’equilibrio alterato a mezzo della violenta soluzione prefigurata da Marx, funzionale al rilancio del ciclo di accumulazione e valorizzazione, è solo una temporanea panacea alla contraddizione di fondo del sistema, continuando la lettura del capitale emerge la ragione profonda di questa provvisorietà ‘ La contraddizione, espressa in termini generali, sta nel fatto che la produzione capitalistica racchiude una tendenza verso lo sviluppo assoluto delle forze produttive, a prescindere dal valore e dal plusvalore in esso contenuto (..) ma allo stesso tempo questa produzione ha come fine la conservazione del valore capitale esistente e la sua più alta valorizzazione ( cioè l’accrescimento accelerato di tale valore ).(..) Il periodico deprezzamento del capitale esistente, che è un mezzo immanente del modo di produzione capitalistico per fermare la diminuzione del saggio di profitto e accelerare l’accumulazione del valore capitale tramite la costituzione di nuovo capitale, modifica le condizioni in cui si svolge il processo di circolazione e di riproduzione del capitale e causa quindi delle interruzioni improvvise e delle crisi nel processo produttivo ( e inoltre produce una diminuzione del capitale variabile che determina la sovrappopolazione, n. n) (..) Tendenza costante della produzione capitalistica è quella di superare tali limiti immanenti, ma essi possono essere superati unicamente tramite mezzi che impongono gli stessi limiti su scala nuova e più vasta ( e quindi, per quanto ci riguarda più da vicino in questa ricerca, una crescita su scala nuova e più vasta del fenomeno della sovrappopolazione, cioè della forza lavoro in eccesso n. n). Il vero limite della produzione capitalistica è proprio il capitale, cioè è che il capitale e la sua autovalorizzazione si presentano come punto di partenza e punto di arrivo, come motivo e fine della produzione; che la produzione è soltanto produzione per il capitale, e non invece i mezzi di produzione sono semplicemente i mezzi per un costante allargamento del processo vitale per la società dei produttori.(..) Il mezzo – lo sviluppo incondizionato delle forze produttive sociali – entra costantemente in conflitto con lo scopo limitato, la valorizzazione del capitale esistente .’ Il capitale, terzo libro, pag. 1083.
Che cosa dire, abbiamo seguito il tracciato del testo di Marx, tentando poi di interpretare in modo corretto le sue riflessioni, confrontandole infine con i dati della storia economica e sociale più recente. Abbiamo poi formulato, in conformità a tutto questo, delle ipotesi teoriche, a nostro avviso non campate in aria, sul bisogno distruttivo connesso al ciclo economico del capitale. Si potrà obiettare, e in fondo si può sempre obiettare qualcosa, che quando Marx parla di fenomeni violenti egli non necessariamente allude alla guerra, che il termine violenta soluzione va inteso solo come una metafora ( di cosa ?), e che in definitiva il capitalismo non è più quello dei tempi di Marx. Sinceramente queste obiezioni ci sembrano sociologicamente, economicamente e storicamente infondate, e infine anche in contrasto con la corretta esegesi del testo di K.Marx, il capitalismo è una macchina sociale ed economica distruttrice nella sua essenza, il dominio di una classe su un’altra, nel corso della storia, è violenza allo stato puro, le crisi ricorrenti si acutizzano nel momento in cui i fenomeni violenti si attivano per ripristinare l’equilibrio capitalistico sconvolto. La guerra, nella fase cronica o acuta, come realtà potenziale o attuale, è il vero orizzonte in cui si concretizza la risoluzione delle contraddizioni interne al modo di produzione capitalistico. Inoltre, essendo ormai prioritario il problema della insostenibilità dell’attuale massa di forza lavoro proletaria in eccesso ( in eccesso per i parametri di regolare funzionamento socio-economico del Moloch capitalista ), appare secondario, nella genealogia della guerra, l’aspetto del conflitto tradizionale inteso come scontro interimperialistico di potenze per la conquista di spazi vitali, materie prime e mercati. Non neghiamo una presenza residuale di tale aspetto, tuttavia, da un punto di vista funzionale e sistemico – per il capitale – lo scopo oggettivo, principale, della guerra è oggi lo sterminio di forza lavoro eccedente; di conseguenza si deve anche immaginare una qualche forma di collusione e complicità di fondo, fra i blocchi economici e politici capitalistici contemporanei, contro il proletariato mondiale. La guerra, dunque, sia nella fase cronica (attuale) che in quella acuta (futura), assolve una funzione oggettiva di tipo sistemico, mirante al riequilibrio temporaneo dei parametri economico-sociali alterati dalle stesse contraddizioni prodotte dallo sviluppo antagonistico del modo di produzione su base capitalista.

1. ‘Insieme allo sviluppo della forza produttiva si sviluppa anche la composizione superiore del capitale, la diminuzione relativa della parte variabile nei confronti di quella costante ’ Il capitale, terzo libro, pag. 1082.

2. ‘Si genera in primo luogo una porzione troppo vasta di popolazione che non è realmente capace di lavorare, e si vede costretta dalle sue particolari condizioni a sfruttare il lavoro di altri o a svolgere lavori che possono essere definiti tali solo in un modo di produzione miserevole (..) vengono prodotti periodicamente troppi mezzi di lavoro e di sostentamento perché possano essere utilizzati come mezzi di sfruttamento degli operai a un certo saggio di profitto. Vengono prodotte troppe merci, perché il valore e il plusvalore racchiusi in esse possano essere realizzati e ritrasformati in nuovo capitale nelle condizioni di distribuzione e nei rapporti di consumo dati dalla produzione capitalistica (..) non viene prodotta troppa ricchezza. Ma periodicamente viene prodotta troppa ricchezza nelle sue forme capitalistiche, antitetiche ’ Il capitale, terzo libro, pag. 1088, 1089.

Capitolo quinto

Dalla guerra come difesa e offesa, alla guerra come pura distruzione di forza-lavoro eccedente: libro terzo del capitale; eccesso di capitale con sovrappopolazione ( le basi economiche dell’esigenza distruttiva )

‘Brightwell aveva fame. A lungo aveva combattuto i suoi bisogni, ma negli ultimi tempi erano diventati troppo forti. Ripensò alla morte della donna, Alice Temple, nel vecchio magazzino, e al suono dei propri piedi nudi sulle piastrelle mentre le si avvicinava. Temple: il suo nome era in qualche modo appropriato, alla luce della profanazione che era stata compiuta sul suo corpo ’ John Connolly, L’angelo delle ossa.

Corpi umani da distruggere per rilanciare la valorizzazione del capitale, quasi come un materiale di scarto del ciclo produttivo industriale; in definitiva, un materiale umano da espellere senza troppi scrupoli e sentimentalismi. Un’immensa profanazione di massa dei corpi in eccedenza, immolati sull’altare del moderno dio di quest’epoca di barbarie: il capitale. Potremmo pensare di trovarci di fronte ad un racconto horror, con forti componenti splatter, e invece sono le tendenze reali della società capitalistica, è come ritrovarsi nella fantasia di un artista che voglia far coincidere arte e vita, oppure è come non riuscire a svegliarsi per far cessare un incubo notturno. Riflettete brevemente su quello che accade, a intervalli stagionali, con la distruzione di prodotti agricoli (agrumi, ortaggi…), la cui vendita non sarebbe convenientemente redditizia per le aziende del settore, oppure con lo sterminio di animali da allevamento contagiati da qualche morbo, e quindi dannosi per il resto delle attività del settore. In ogni caso ci troviamo in presenza di una produzione di merci o di animali superflua e dannosa per l’economia aziendale di riferimento, e quindi da eliminare con i metodi più adeguati, cioè meno costosi per le aziende capitalistiche. Al centro di tutto, quindi, un semplice problema di smaltimento di cose inservibili, delle merci colpevoli di essere in eccesso rispetto ai bisogni altalenanti del mercato. Questo scenario noi lo consideriamo mediamente accettabile e plausibile quando è riferito a questi prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento (attività del settore primario), e invece lo consideriamo con sospetto e perplessità se invece è riferito agli esseri umani, cioè alla sovrappopolazione proletaria prodotta dall’accumulazione capitalistica. Una sorta di riflesso di difesa del nostro equilibrio mentale ci spinge a ridicolizzare uno scenario siffatto, a ritenerlo impossibile per gli esseri umani, i quali in fondo sono ben altra cosa rispetto a un agrume o a un pollo affetto dall’aviaria, entrambi destinati alla distruzione. Il capitalismo, tuttavia, ha proprio il piccolo vizio di trasformare tutto in merce, la reificazione è la sua cifra caratteristica; perché meravigliarsi, quindi, se anche la forza lavoro umana in eccesso può subire il trattamento di smaltimento riservato ai prodotti agricoli e di allevamento superflui? Siamo i primi a dire che l’economia capitalistica è basata sul folle ciclo della produzione per la produzione, e quindi ignora ogni logica umana e di specie concentrandosi solo sui bisogni di valorizzazione del capitale; e allora perché non portare fino alle estreme conseguenze queste giuste premesse e considerare inevitabile, dentro questo sistema, la distruzione della forza lavoro in eccesso? Dobbiamo ricordare che tuttavia anche i capitali sono sottoposti ai processi economici che li rendono parzialmente superflui e inutilizzati, riprendiamo così la lettura del testo di Marx ‘Insieme alla caduta del saggio di profitto aumenta il minimo di capitale occorrente al capitalista individuale per attivare produttivamente il lavoro (..) E contemporaneamente si intensifica la concentrazione, in quanto oltre determinati limiti un grande capitale con un saggio di profitto basso accumula più celermente che un piccolo capitale con un saggio del profitto alto. Tale crescente concentrazione genera d’altro canto, allorché ha toccato un certo livello, una nuova diminuzione del saggio del profitto.(..) Allorché si parla di pletora di capitale ci si riferisce sempre o quasi sempre alla pletora di capitale per il quale la caduta del saggio di profitto non viene compensata dalla sua massa (..) oppure alla pletora che tali capitali, incapaci di funzionare da soli, mettono a disposizione dei dirigenti delle grandi industrie sotto forma di credito. Tale pletora di capitale viene determinata dalle stesse circostanze che generano una sovrappopolazione relativa e ne rappresenta perciò un fenomeno complementare, malgrado i due fenomeni si trovino ai poli opposti, capitale inutilizzato da un lato e popolazione operaia inutilizzata dall’altro. Sovrapproduzione di capitale, non delle singole merci – malgrado la sovrapproduzione di capitale generi sempre sovrapproduzione di merci – significa soltanto sovraccumulazione di capitale ‘. Il capitale, terzo libro, pag. 1083, 1084. Dunque la sovraccumulazione di capitale è al polo dialettico opposto rispetto alla sovrappopolazione operaia, eppure questi due fenomeni sono determinati dalle stesse circostanze, che a dire il vero abbiamo già tentato di lumeggiare nelle pagine precedenti seguendo il tracciato del testo di Marx. Non torniamo quindi su di esse, ma limitiamoci a dire che la caduta tendenziale del saggio di profitto, favorendo la concentrazione e la centralizzazione dei capitali (fenomeni che a un certo punto trasformandosi da effetti in cause agiscono essi stessi come ulteriore spinta al decremento del saggio di profitto), determina anche la successiva pletora di capitali, di forza-lavoro e di merci alle origini dell’esigenza distruttrice. Molto istruttiva è la descrizione tratteggiata da Marx sui movimenti interni alla classe capitalistica nei periodi di contrazione del ciclo economico:’ Allorché non si tratta più di dividersi il guadagno, bensì le perdite, ognuno cerca di ridurre quanto più possibile la propria parte di perdita e di riversarla sulle spalle degli altri. La perdita per la classe nel suo complesso non può essere evitata, ma quanto di essa ognuno debba subire diventa in tal caso una questione di forza e di furberia, e la concorrenza diviene lotta fra fratelli nemici (..) In che maniera terminerà questo conflitto e torneranno ad esservi condizioni propizie per un movimento ‘sano’ della produzione capitalistica? La soluzione sta già racchiusa nella semplice esposizione del conflitto in oggetto. Per essa occorre l’inoperosità e anche una parziale distruzione di capitale..’ Il capitale, terzo libro, pag.1085. Torniamo quindi a trovare la parola magica ‘distruzione’, riferita stavolta al capitale in eccedenza. Anche se Marx specifica più avanti che l’inoperosità prolungata degli impianti e dei macchinari si tradurrebbe in una distruzione di capitale fisso, al pari, diciamo noi, delle distruzioni belliche di industrie e infrastrutture. Quello che colpisce, tuttavia, è la vivida descrizione della lotta interna alla classe borghese. Come un nido di vipere si agita e si aggroviglia una volta scoperchiato, così si agita e si dilania la classe capitalista quando la crisi svela le interiori contraddizioni della propria economia e la perdita non può più essere evitata. Allora la concorrenza diviene lotta fra fratelli nemici, e la ripartizione della perdita fra i vari banditi capitalisti si determina in base al grado di forza e di furbizia dei contendenti. Delle fortune vengono travolte, dei capitali sono distrutti e sacrificati in nome dell’interesse collettivo del regime borghese. Il capitale globale sacrifica una parte di sé per tornare a regnare come prima, per tornare ad esercitare il dominio agognato sulla società e così soddisfare la fame da lupi per il plus-lavoro.
Ci vogliono dei palati forti per sopportare una verità del genere, ma alla fine è proprio così, il meccanismo capitalistico distrugge ciclicamente una parte della propria dotazione di capitale sovraccumulato, e soprattutto una parte del surplus demografico dei propri schiavi salariati. E così, nello stesso modo in cui si smaltisce un rifiuto ingombrante, anche milioni di esseri senzienti vengono già adesso lasciati morire di fame, di stenti, di malattia, oppure sono uccisi nelle miriadi di micro-conflitti locali che insanguinano le nostre giornate capitalistiche.

Capitolo sesto

Dalla guerra come difesa e offesa, alla guerra come pura distruzione di forza-lavoro eccedente: spunti di ricerca e testimonianze teoriche marxiste.

Consideriamo la potenza militare concentrata e accumulata nei moderni apparati statali, essa funziona ad un tempo come energia potenziale, minaccia latente, sia nei versi del sicuro nemico interno (il proletariato), sia nei versi dell’eventuale nemico esterno ( gli altri apparati di dominio statale borghese). L’apparato militare –industriale ha oggi raggiunto delle vette di potenza e di sofisticazione senza precedenti nella storia umana, eppure il suo pieno dispiegamento, la piena realizzazione delle sue capacità distruttive nel passaggio dalla potenza all’atto sembra non realistico. Perché le potenze dominanti dovrebbero scontrarsi in una guerra di vaste proporzioni, soprattutto se possono ottenere i propri obbiettivi pacificamente, senza inutile spreco di vite di soldati e di mezzi? Sappiamo, tuttavia, che in una società borghese l’obbiettivo fondamentale del meccanismo sociale è la valorizzazione del capitale attraverso l’estrazione di plusvalore dalla classe proletaria dominata; quando tale processo trova degli intoppi causati dalle interiori contraddizioni dell’economia, allora si manifestano dei fenomeni violenti tesi a ripristinare delle agevoli condizioni di profitto e di sfruttamento degli schiavi salariati. Marx scrive di violenta soluzione dei conflitti sorti all’interno del modo di produzione capitalistico, e chiarisce che la distruzione dei capitali sovraccumulati è una parte di questa soluzione (anche se essa può avvenire attraverso la semplice inattività dei mezzi tecnici che formano il capitale fisso, e quindi non per via bellica).Dopo la fine della seconda guerra mondiale, scrive la sinistra nel testo del 1947 ‘Forza, violenza , dittatura nella lotta di classe ’: Siamo in mano a pochissimi grandi mostri di classe, ai massimi stati della terra, macchine di dominio, la cui strapotenza pesa su tutti e su tutto, il cui accumulare senza mistero energie potenziali prelude, da tutti i lati dell’orizzonte, e quando la conservazione degli istituti presenti lo richieda, allo spiegamento cinetico di forze immense e stritolatrici, senza la minima esitazione, da nessuna parte, innanzi a scrupoli civili morali e legali, ai principi ideali di cui gracchia da mane a sera l’ipocrisia infame e venduta delle propagande ’. Prometeo, gennaio /febbraio 1947. In questo caso, se abbiamo ben compreso il senso delle righe appena riportate, l’accumulazione d’immensi arsenali, l’accumulare senza mistero energie potenziali, prefigura il successivo spiegamento cinetico di forze immense e stritolatrici, quando le esigenze di conservazione degli istituti presenti lo richiedano. Che cosa dire di più, nel 1947 è formulata con chiarezza una proposizione di tipo storico e dialettico, i cui termini essenziali sono, a nostro avviso, ancora vivi e attuali e costituiscono, pertanto, una delle ragioni di questa ricerca. La proposizione è di tipo storico, poiché prefigura, a partire dalla constatazione della realtà di fatto, storicamente verificabile, che ‘siamo in mano a pochissimi grandi mostri di classe(..)macchine di dominio, la cui strapotenza pesa su tutti e su tutto, un possibile sviluppo successivo nella condotta di queste macchine di dominio statale. Questo sviluppo successivo, implicitamente ingranato nel rapporto dialettico fra energia potenziale ed energia cinetica, si dovrebbe manifestare quando e ove si verificasse l’apparire di una certa condizione, in altre parole un pericolo mortale per la conservazione degli istituti presenti. Questa condizione, in altre parole, non è nient’altro che l’acutizzazione di quegli influssi contraddittori che agiscono all’interno del modo di produzione capitalistico, precedentemente esaminati, e che conducono l’intero processo economico e sociale verso una violenta soluzione della crisi. Il sistema capitalistico, in una logica di funzionamento di tipo sistemico, contiene e prevede al proprio interno dei meccanismi d’autoregolazione e soluzione provvisoria delle crisi da esso stesso generate. Tuttavia il capitale ha anche prodotto, nel suo percorso di sviluppo storico, la classe proletaria; la quale si configura come l’incognita più ostica e complicata per la piena risoluzione dell’equazione di dominio capitalista, in altre parole per la conservazione degli istituti presenti. Il mosaico storico-sociale si presenta quindi disseminato di relazioni dialettiche fra tasselli opposti e antagonisti, la cui evoluzione dipende da molte determinanti materiali che agiscono a modo di fattori condizionanti e da cornice generale dei comportamenti individuali e di gruppo. Apparentemente l’incognita proletaria, in assenza di segni decisivi di svincolamento della classe dominata dai meccanismi di dominio borghese, non rappresenterebbe un problema troppo importante per la conservazione degli istituti presenti, eppure la sua semplice crescita numerica eccessiva, il suo peso quantitativo in aumento continuo, potrebbe far saltare gli equilibri consolidati da tempi lontani, dalle origini del modo di produzione capitalistico. Fino ad un certo punto il problema della sovrappopolazione è risolto in maniera quasi fisiologica, riportiamo a titolo di esempio alcuni dati scaricati dalla rete (1). Al di là di alcune valutazioni e interpretazioni presenti nella nota, sicuramente lontane dalla nostra visione delle cose, colpisce invece il dato numerico relativo al numero degli abitanti della terra attualmente alle prese con il problema della fame: Dal 2007 l’esercito degli affamati è cresciuto di 115 milioni di unità, giungendo alla cifra record di quasi un miliardo di persone. Dunque un miliardo di persone che fa parte dell’esercito degli affamati nelle stime ufficiali, un numero considerevole, anche se probabilmente inferiore alla realtà. Ma è sicuramente ancora più significativo che le stesse autorità dell’Onu si esprimano poi in questi termini: ‘le risorse attuali del pianeta sono sufficienti a nutrire in modo adeguato la sua popolazione, come ha riconosciuto il direttore esecutivo del programma alimentare mondiale dell’Onu Josette Sheeran ’. In altre parole, traducendo secondo la lente del surrealismo borghese, le attuali capacità produttive dell’economia globale consentirebbero di porre rimedio a tanti problemi, come ad esempio il miliardo di affamati, se solo l’economia globale non fosse quello che è, ovvero un modo capitalistico di produzione basato sulla logica del profitto e non sul soddisfacimento dei bisogni vitali della specie. Forse con un po’ di buoni sentimenti, conditi con un pizzico di altruismo e di carità cristiana tante brutture e inconvenienti della nostra epoca potrebbero essere risolti, e la vita tornerebbe ad essere, come il titolo del film americano degli anni 50, una cosa meravigliosa. Come dicono ironicamente i giovani di oggi, l’importante è crederci, ma è anche vero che cento carità insufficienti non bastano a lavare una colpa grave, e la cattiva coscienza borghese produce tonnellate di discorsi, mozioni, e progetti rivolti a curare le malattie prodotte proprio dal suo regime sociale classista, ma alla fine la sua colpa sociale resta sempre intatta sul suo volto come un indelebile marchio d’infamia(2). Nelle premesse della presente ricerca abbiamo riportato alcuni materiali scaricati dalla rete, a testimonianza del dibattito esistente sui sistemi d’arma non convenzionali. Lungi dall’essere dei creduloni che accettano per buone tutte le teorie elaborate da fonti variegate o poco attendibili, tentiamo solo di porre in questione gli aspetti non pienamente visibili dell’apparato di potere borghese. Se accettiamo l’idea che il segreto è una caratteristica funzionale del potere politico-militare, ovvero degli apparati burocratico- totalitari dello stato predominanti nella fase attuale della società capitalistica, allora perché escludere aprioristicamente l’esistenza di mezzi di distruzione nascosti e segreti? Proprio il carattere di segretezza di tali mezzi impedisce, d’altro canto, di fornire prove certe e inconfutabili sulla loro esistenza e sulla loro utilizzazione. Dialetticamente il loro segreto è la loro forza, e la loro forza è il loro segreto. Sono quindi le caratteristiche e la natura di tali mezzi a rendere difficile e problematica una discussione sul loro ruolo e sulle forme di utilizzo, e addirittura a rendere dubitabile lo stesso riconoscimento della loro esistenza concreta. Limitiamoci a dire che ci sono, al momento attuale, delle tracce più o meno interessanti della loro esistenza, anche sulla rete, che noi ci limitiamo a riportare con l’ovvia premessa del beneficio del dubbio (3). La società capitalistica, al pari di tutto ciò che esiste, non è una realtà statica ma fondamentalmente dinamica, essa si evolve e muta in relazione alle sue esigenze di equilibrio sistemico, in altre parole alle esigenze di importanza vitale per la sua stessa conservazione. E’ raro in natura che delle forme di vita complesse non mostrino attaccamento alle condizioni della propria sopravvivenza, anche il capitalismo non sfugge a questa regola. Di conseguenza, partendo da una rilettura del testo di Marx, incrociandolo poi con degli scritti di Bordiga, abbiamo avanzato l’ipotesi che la regola della conservazione trovi un certo tipo di regolare applicazione per la società capitalistica nella distruzione di forza lavoro, merci e capitali in eccesso. Tale distruzione non è fine a se stessa, ma prelude al successivo ciclo di rilancio della produzione e ricostruzione sulle macerie di ciò che è stato distrutto; sembra un gioco insensato e costoso, ma perché stupirsi, forse perché il capitalismo mostra da qualche parte una logica di funzionamento sensata e coerente con i bisogni vitali della specie? Se escludiamo questa possibilità allora non dobbiamo meravigliarci per il gioco economico insensato, imperniato sui cicli alterni di espansione e contrazione, sovrapproduzione, caduta tendenziale del saggio di profitto, sovrappopolazione, crisi, infine culminanti, parafrasando Marx, nella violenta soluzione delle contraddizioni in atto. Con la violenta soluzione della crisi un ciclo di vita del capitale giunge a compimento, è consumato, e può quindi ripartire un nuovo infame ciclo di valorizzazione. Qualcuno potrà sostenere, legittimamente, che proprio in quanto realtà dinamica non è detto che la società capitalistica applichi le stesse ricette del passato alle crisi del presente, tuttavia l’obiezione contiene un difetto, poiché fintanto che il capitalismo è capitalismo, esso deve agire in una logica sistemica di conservazione, parafrasiamo Bordiga, degli istituti presenti. Il problema è che per conservare se stesso il capitale deve riequilibrare le forze antagonistiche che vivono al suo interno, e il riequilibrio è avvenuto, storicamente, solo attraverso la distruzione di capitali sovraccumulati (sia diretta = guerra, sia indiretta = inoperosità), e di merci e forza lavoro proletaria in eccesso. Se il capitale smettesse di essere se stesso, allora potremmo ritenere plausibile l’ipotesi di una variazione sostanziale dei mezzi di ripristino dell’equilibrio sistemico capitalista: ma il capitale può smettere di essere se stesso solo se scompare per mezzo della rivoluzione comunista. Ora, al di là del fatto che il capitalismo è anche un potente fattore di socializzazione e centralizzazione dell’economia, e che suo malgrado, dialetticamente, ha prodotto il proprio becchino proletario, ci sembra che esso sia ancora ben vivo e vegeto (anche se sotto forma di un cadavere che ancora cammina). La distruzione è d’altronde una regolarità del modo di produzione dominante anche nelle fasi cosiddette normali, se si può parlare di fasi normali in un meccanismo economico caratterizzato dall’altalena ricorrente del ciclo di espansione e contrazione, infatti, parafrasando Marx ‘la produzione capitalistica, che è essenzialmente produzione di plusvalore, assorbimento di pluslavoro, non produce dunque soltanto il deperimento della forza-lavoro umana, che viene derubata delle sue condizioni normali di sviluppo e di attuazione, morali e fisiche; ma produce anche l’esaurimento e la estinzione precoce della forza-lavoro stessa ’.

(1)’Una cosa è certa, comunque (NdR: e malgrado gli OGM): nel mondo continua ad aumentare anche il numero di coloro che non hanno sufficiente accesso all’alimentazione.
Dal 2007 l’esercito degli affamati è cresciuto di 115 milioni di unità, giungendo alla cifra record di quasi un miliardo di persone.
E questo nonostante le risorse attuali del pianeta siano sufficienti a nutrire in modo adeguato la sua popolazione, come ha riconosciuto il direttore esecutivo del programma alimentare mondiale dell’Onu Josette Sheeran. Smentendo così uno dei cavalli di battaglia dei supporter degli OGM e confermando invece che la crisi alimentare — secondo quanto afferma anche il messaggio pontificio per la Giornata mondiale della pace 2009 — non deriva in primo luogo dalla scarsezza di cibo ma dalla sua iniqua distribuzione. E dalle difficoltà di accesso ai generi di prima necessità provocate da fenomeni speculativi internazionali.
Di questa evidenza offre una conferma autorevole anche il recente documento preparatorio del prossimo Sinodo dei vescovi per l’Africa. Che, giova ricordarlo, non è un testo pontificio o curiale, ma nasce da un’ampia consultazione dal basso.
Nella quale sono stati coinvolti i vescovi, i religiosi, le istituzioni ecclesiali locali e i fedeli impegnati a vario titolo nell’opera di evangelizzazione e promozione umana del continente. Non a caso il Papa ha voluto consegnarlo personalmente ai presuli africani lo scorso 19 marzo a Yaoundé. Assicurando in quell’occasione che esso «rispecchia il grande dinamismo della Chiesa Cattolica in Africa ma anche le sfide con le quali essa deve confrontarsi».
Fra queste il documento cita appunto la grave situazione di ingiustizia e di povertà delle popolazioni agricole. Denunciando in tale contesto «le multinazionali che continuano a invadere gradualmente il continente per appropriarsi delle risorse naturali». E, in particolare, la campagna a favore degli OGM, che – si afferma – «pretende di assicurare la sicurezza alimentare» ma in realtà minaccia di «rovinare i piccoli coltivatori e di sopprimere le loro semine tradizionali rendendoli dipendenti dalle società produttrici».
La questione resta comunque aperta: nessuno oggi può dire di avere in tasca l’antidoto ai grandi problemi alimentari mondiali, tanto più che mancano acquisizioni scientifiche condivise in materia di sicurezza sanitaria, sostenibilità ambientale e resa produttiva degli PGM. Per questo va affrontata senza dogmatismi, con equilibrio e responsabilità. Non a colpi di scomuniche reciproche o, peggio, di lobbying mascherato ’.
By Altieri – agernova@libero.it

(2) Abbiamo tentato, fino a questo punto, di analizzare gli aspetti occultanti e ingannatori del meccanismo sociale capitalistico, ricercando l’influenza di questi aspetti sull’apparato di conoscenza dominante. Le progressive falsificazioni della realtà, abbiamo scoperto, convergono verso l’occultamento del carattere violento e distruttivo del meccanismo sociale capitalistico. Mercificazione, alienazione, reificazione sono alcuni aspetti con cui si manifesta il meccanismo sociale del capitale; quando i veli dell’illusione sono scomparsi, tuttavia, avviene la comprensione del vero volto omicida di questo meccanismo. Marx lo scopre e lo comunica con chiarezza “Il capitale non si preoccupa della durata della vita della forza- lavoro. Quel che gli interessa è unicamente e soltanto il massimo di forza-lavoro che può essere resa liquida in una giornata lavorativa”. Le preoccupazioni relative alle condizioni e alla durata di vita del lavoratore sono degli inutili sentimentalismi, che i capitalisti non possono permettersi. Il meccanismo sociale di cui sono una semplice funzione, li contrappone l’uno all’altro soltanto come possessori di merci, in feroce concorrenza sul mercato dove regna una anarchia completa; essi operano come semplici attori nel quadro di una struttura sociale della produzione, finalizzata alla valorizzazione illimitata del capitale. Questa valorizzazione illimitata del capitale, si afferma come una soverchiante legge naturale nei confronti dell’arbitrio individuale del singolo capitalista, il quale si ritrova costretto a svolgere, esso stesso, il compito di funzionario del capitale; dirigente e dominatore della produzione. Al termine della rappresentazione dei ruoli previsti dal meccanismo sociale, quando lo spettacolo ripetitivo della valorizzazione illimitata del capitale si conclude con il divoramento di forza-lavoro, fino alla distruzione della vita del lavoratore, nessuno è colpevole di alcunché, perché tutti hanno solo eseguito gli ordini del Moloch capitalista; il demone divoratore di uomini ricordato nella bibbia. Nessuno poteva rifiutarsi, nessuno poteva ribellarsi, non ci sono mai carnefici e non ci sono neppure vittime nel meccanismo sociale capitalistico, ma solo dei ruoli e delle funzioni che qualcuno deve svolgere, come un semplice attore sulla scena di un teatro, al di là del bene e del male. E’ interessante rilevare come la psicologia sociale moderna, in certe sue recenti ricerche tenti di spiegare il comportamento individuale o di gruppo, inserendolo in una cornice di riferimento socio-culturale condizionante, rispetto alla quale il libero arbitrio è tendenzialmente impotente. La cornice sociale di riferimento, impiegata negli studi di psicologia sociale per comprendere anche la violenza estrema, che viene compiuta ad esempio durante la guerra, da parte di soldati che nella vita civile sono dei cittadini pacifici, conferma l’importanza della scoperta di Marx, il quale rileva nel 1867, che “la struttura sociale della produzione si afferma come una soverchiante legge naturale nei confronti dell’arbitrio individuale (del capitalista) ”. Il soldato, durante la guerra, tendenzialmente, può compiere azioni d’estrema violenza e crudeltà, sospendendo i dettami morali vigenti nella cornice di riferimento della vita civile, per spostarsi nella cornice di riferimento della guerra (incentrata sul dovere, il cameratismo, e l’obbedienza agli ordini dei superiori), così il capitalista, nell’’espletamento del suo lavoro di dirigente e dominatore della produzione, può compiere azioni distruttive per la vita del lavoratore, in piena coerenza con la cornice di riferimento operativa nella produzione. Nella cornice di riferimento dell’economia aziendale capitalistica, infatti, i dettami sociali dominanti sono la vittoria nella lotta con la concorrenza, e quindi la ricerca del profitto e l’incremento della redditività dei fattori produttivi. Essendo il lavoro umano un fattore produttivo, al pari di un macchinario o di un fabbricato industriale, l’incremento della sua produttività è un’esigenza normale e ordinaria, per il suo proprietario capitalista; certo, quest’incremento di produttività può usurpare il tempo necessario per la crescita, lo sviluppo e la sana conservazione del corpo del lavoratore, può rubare il tempo che è indispensabile per consumare aria libera e luce solare, producendo anche l’esaurimento e la estinzione precoce della forza-lavoro stessa, ma non importa; lo scambio forza-lavoro/salario è avvenuto in modo libero, e il Mefistofele capitalista esige solo di consumare la vita che gli è stata volontariamente ceduta. Da Piccoli pensieri sulla conoscenza.

(3) di Gianni Lannes
«Dallo spazio riusciremo a controllare il clima sulla terra, a provocare alluvioni e carestie, a invertire la circolazione negli oceani e far crescere il livello dei mari, a cambiare rotta alla corrente del Golfo e rendere gelidi i climi temperati».

Detto e fatto. Questa promessa nel 1958 del futuro presidente americano Lyndon Johnson è stata mantenuta.  

Tanta capacità visionaria non finì inutilizzata, e gli Stati Uniti si ritrovarono durante la guerra del Vietnam a seminare le nuvole dell´Indocina per allungare la stagione dei monsoni e trasformare in un pantano il sentiero di Ho Chi Minh. La vicenda è stata ricostruita tra gli altri da Kristine Harper dell´Università dello Utah in un articolo pubblicato su Endeavour: «L´operazione aveva il nome in codice Popeye. Durante gli esperimenti, accadde però che la vicina India si ritrovò in una condizione di siccità per due anni di seguito, perché le piogge monsoniche lì non si erano presentate». 

“Abbiamo lanciato in Corea armi batteriologiche”. Inizia così la deposizione resa e firmata del colonnello Frank H. Schwable, capo di Stato Maggiore del 1° Stormo aereo del corpo nordamericano dei marines. In essa l’ufficiale ha rivelato il  piano strategico e gli obiettivi del Pentagono durante lo svolgimento, a partire dal novembre 1951 della guerra batteriologica (proibita dalle Convenzioni internazionali).

Si pensava che difficilmente l´uomo avrebbe imparato a giocare con il tempo meteorologico ammaestrando la piogge, movimentando gli uragani, sciogliendo le nebbie, dirigendo la grandine, aprendo squarci di sole fra le nuvole o addirittura creando tempeste per sfruttarle per finalità belliche o commerciali. Ma da decenni, nell’indifferenza generale e nel negazionismo più collaudato, l’uomo in divisa ha modificato il clima metereologico per fare la guerra non convenzionale. 

La ricetta inziale è stata fabbricata negli Stati Uniti d’America fin dal 1946 e poi perfezionata nel segreto più ferreo, a cui sono tenuti anche i generali italiani in pensione – che hanno giurato fedeltà alla NATO – e si dilettano ad interpretare la parte delle pedine antisistema. Un passo indietro. Fu lo scienziato Bernard Vonnegut ad avere l´idea di spargere argento nelle nuvole per favorire l´aggregazione delle particelle d´acqua attorno a “semi” fatti di atomi di ioduro, provocando la caduta delle gocce per forza di gravità. Le tecniche di manipolazione del tempo sono state volutamente bollate – per salvare le apparenze – dalle linee guida dell´Organizzazione meteorologica mondiale come “di efficacia assai dubbia”, ma che continuano e essere sperimentate in 40 paesi del mondo, Usa, Israele e Cina in testa. E che ne dite del tornado artificiale inventato dall’ingegnere canadese Louis Michaud? La potenza di un uragano contiene l´energia spesa in un anno dall´intero genere umano.

Scorie belliche – Un discorso fondamentale meritano gli aerei militari: una stima per difetto paragona l’inquinamento di ogni velivolo a 500 auto non catalizzate. Nel 2003, durante il conflitto Usa-Iraq, i ciclisti della Critical Mass torinese, con gli scienziati della Società metereologica italiana, hanno calcolato quanto contribuisce all’effetto serra una guerra aerea. Base per le stime è stata quella del Golfo, 1991. Si è partiti dalla considerazione che un aereo da caccia tipo F-15E Strike Eagle o F16 Falcon consuma circa 16.200 litri/ora; un bombardiere B52, 12,000 litri/ora; un elicottero da combattimento tipo AH64 Apache, 500 litri/ora. Su queste basi, si è calcolato che un mese di guerra soprattutto aerea porti l’emissione di 3,38 milioni di tonnellate di CO2: l’equivalente del cosiddetto “effetto serra” totale, provocato in un anno da una città di 310 mila abitanti. Ergo: il vero problema per la Natura è costituito dai militari.

Scie chimiche & negazionismo – Avvistate, fotografate e filmate da milioni di persone in gran parte del mondo. Eppure, ci sono in circolazione ancora alcuni negazionisti lobotomizzati a dovere. Addirittura in questa illuminata schiera troviamo la bibbia del nulla, il bignami manipolato in pilloline e pronto all’uso, ovvero Wikipedia. Della serie: la finzione prende il posto della notizia. La propaganda quello della verità.

Le scie chimiche a scopo bellico (chemtrails) rendono il cielo lattiginoso, irrorando l’atmosfera con sostanze pericolose (alluminio, bario, piombo) dalla metà degli anni ’90, anche in tempo di pace (apparente). Recentemente in Italia è stato accertato da molteplici esami di laboratorio che l’acqua piovana è inquinata soprattutto dal tossico bario. Consistenti quantità di bario sono state scovate nelle acque – delle dighe di Basilicata – destinate al consumo umano in Lucania e Puglia. Eppure le autorità, comprese quelle giudiziarie e la stesse regioni interessate dal grave fenomeno non hanno adottato alcun provvedimento di salvaguardia della popolazione, né tantomeno hanno avvisato l’opinione pubblica del pericolo. Infine, alcuni volontari – divisi rispettivamente in nord, centro sud ed isole – si sono sottoposti spontaneamente all’esame del capello. Dal test del cosiddetto mineralogramma è stato accertato che queste persone covano nei loro organismi – con effetti deleteri – il micidiale bario. A che serve il bario? Semplice e disarmante: a rendere elettroconduttiva l’atmosfera per consentire alle onde Elf (a bassa frequenza) irradiate dai dispositivi H.A.A.R.P. contro la ionosfera di penetrare la crosta terrestre e scatenare terremoti. Date un’occhiata all’ipocentro dei sismi e vi renderete conto di una firma inconfondibilmente artificiale.

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