Oltre settecento migranti morti in un naufragio nel mediterraneo

Si ripete puntualmente nei mari lo sterminio di forza-lavoro proletaria in fuga da condizioni di vita senza speranze. I migranti, termine equivoco che non esprime pienamente la reale natura sociale dei soggetti in fuga, è il nome appioppato dai media più diffusi agli esseri umani periti in questo nuovo episodio di morte.
Il solito balletto delle dichiarazioni accompagnerà anche stavolta la distruzione di queste vite, ma non avrebbe neanche senso occuparsi delle chiacchiere a ruota libera che circolano già da ore. Sono parole spesso prive di significato e in fondo di umanità, di fronte al fallimento catastrofico di un sistema economico-sociale mai realmente messo in discussione.
Quindi siamo qui a parlare dell’ennesimo ‘incidente’ fatale, la tragica fatalità, così definita senza vergogna dai vari soggetti ingranati comodamente nel meccanismo sociale capitalistico.
Riproponiamo in questa circostanza l’analisi contenuta in un testo pubblicato nel 2013, già presente nel sito, in considerazione della invarianza sostanziale delle cause e dei fenomeni in oggetto.

Lampedusa: morte nel mare ai confini dell’Europa
Prima parte: la disciplina dei centri d’accoglienza come fase preliminare del successivo disciplinamento della forza-lavoro extra-comunitaria dentro il processo produttivo del capitale
Morire di stravizi edonistici, in un vortice nichilista, come nel film la ‘Grande abbuffata ’, è diverso dal morire annegati nel mare di Lampedusa insieme a centinaia d’altri sventurati, nel vano tentativo di fuggire a una condizione di povertà e d’oppressione determinata dal capitalismo globale. Non si tratta di fare i moralisti ma di vedere anche negli ultimi tragici eventi la conferma della logica paradossale del modo di produzione capitalistico. Marx scrive, a tal proposito, che in questo modo di produzione ‘ Ogni cosa oggi sembra portare in sé la sua contraddizione. Macchine, dotate del meraviglioso potere di ridurre e potenziare il lavoro umano, fanno morire l’uomo di fame e lo ammazzano di lavoro. Un misterioso e fatale incantesimo trasforma le nuove sorgenti della ricchezza in fonti di miseria  (Discorso per l’anniversario del people’s paper).Ecco descritto il paradosso dei nostri tempi: l’enorme capacità produttiva dell’economia, essendo finalizzata al profitto di una minoranza sociale borghese, non può soddisfare i bisogni della maggioranza della specie umana; in altre parole le è impedito di soddisfare questi bisogni anche se ne avrebbe la piena possibilità. Anche per questo motivo il capitalismo, consentiteci pure di fare i moralisti per una volta, è un infame sistema di sfruttamento e di oppressione. Al largo di Lampedusa si è consumata l’ennesima tragedia di un sistema economico-sociale dominato dalla legge dell’impoverimento tendenziale della popolazione, piangere sulle ultime morti come fanno molti politici italiani ed europei, e poi non fare nulla per modificare le cause reali che spingono milioni di disperati a rischiare la vita nei viaggi della speranza è ipocrita e truffaldino. Molto meglio il feroce cinismo della lega e della destra estrema, che almeno sono coerenti con la logica disumana e distruttiva dell’attuale sistema sociale, e di conseguenza ci risparmiano le lacrime da coccodrillo versate dagli altri attori del teatro politico. Negli ultimi dieci anni si sono registrati almeno 19.000 morti ai confini dell’Europa, e la stragrande maggioranza di loro è sepolta in fondo al mare mediterraneo, nelle acque intorno a Lampedusa i pescatori raccontano di trovare nelle proprie reti, talvolta, dei resti umani appartenuti alle vittime dei frequenti naufragi. Lo stato italiano, con la legge Bossi-Fini, ha tentato di regolare il fenomeno dell’immigrazione clandestina, ignorando naturalmente le cause sistemiche che ne sono all’origine. La legge prevede l’internamento nei centri di raccolta e la successiva espulsione dei clandestini e anche un insieme di sanzioni per i cittadini italiani che li aiutano, perciò abbiamo assistito in questi giorni ai timori di chi aveva prestato soccorso ai superstiti della recente tragedia. Una tendenza ricorrente del capitalismo consiste, infatti, nel rispondere con inasprimenti normativi e polizieschi al caos da esso stesso prodotto, nel 1949 la nostra corrente scriveva “ Lo stato capitalistico, sotto i nostri occhi…spaventosamente si gonfia, assume le proporzioni del Moloch divoratore di immolate vittime, del Leviathan col ventre gonfio di tesori stritolante miliardi di viventi…L’inflazione dello stato ha nel mondo modernissimo due direzioni, quella sociale e quella geografica, territoriale. Sono intimamente connesse. La seconda è fondamentale. Stato e territorio sono nati insieme. Engels nell’origine della famiglia, della proprietà e dello stato dice infatti: lo stato in primo luogo si distingue dinanzi all’antica organizzazione della gens della tribù o del clan, per la ripartizione della popolazione secondo il territorio. Ciò vale per lo stato antico, per quello feudale, per quello moderno…i moderni civili e democratici stati di oggi smistano tra i territori masse di popolazione come mandrie di bestie da lavoro…di profughi dalle invasioni, di rifugiati senza terra, di proletari emigrati: il peplo della libertà su cui bruciano incensi è ormai intessuto di filo spinato “.
Lo stato dunque, come un organizzazione che rivendica per se stessa l’uso legittimo della forza, innanzi tutto nel territorio subordinato direttamente alle proprie leggi, ma in via secondaria, e i linea con gli interessi della propria borghesia nazionale, anche nei territori formalmente soggetti ad altre sovranità statali; e la storia del colonialismo e dell’imperialismo ne fornisce prove ed esempi in abbondanza. Ai giorni nostri assistiamo al fenomeno sociale di ampie dimensioni che è l’immigrazione clandestina, in cui si racchiude la fine del ciclo di diffusione del capitale su scala globale. Essendo penetrato in precedenza con le proprie merci e la propria politica coloniale in territori non ancora capitalistici, spinto sempre dal costante bisogno di valorizzazione e di plus-valore, il capitale ha allargato a dismisura la massa di esseri umani proletarizzati, sradicati dalle antiche forme di economia agraria e di sussistenza, costretti a cercare di vendere la propria forza-lavoro dove essa è maggiormente richiesta; in altre parole a tentare i viaggi della morte dai propri paesi di origine fino al cuore pulsante del capitalismo europeo. Il capitale ha bisogno di forza lavoro disposta a vendersi ad un prezzo più basso di quello richiesto normalmente dal proprio proletariato, ed ecco apparire l’enorme massa umana di extra-comunitari, clandestini o rifugiati in cerca di asilo, vero e proprio esercito industriale di riserva da cui attingere a piacimento, o da usare come motivo di ricatto nei confronti della forza-lavoro occupata. Poco importa se questa massa di schiavi non ha alloggi, assistenza sanitaria e condizioni di vita minimamente umane, l’importante è assicurare il suo impiego dentro il processo produttivo del capitale e garantire un adeguata estorsione di plus-lavoro dalle sue braccia e dalle sue menti. Costretto ad operare sul mercato globale e pressato dalla minaccia della concorrenza, il capitalista non può che cercare in tutti i modi di ridurre il costo del lavoro, e così infine anche se è un imprenditore razzista e xenofobo, nonché cripto-leghista, chiude un occhio e accetta con piacere di sfruttare la forza-lavoro a buon mercato offertagli dagli odiati extra-comunitari. Con la benedizione dell’apparato statale a cui la borghesia affida il compito di deportare nei lager, denominati  ipocritamente ‘centri di accoglienza’, i proletari appena sbarcati sulle coste dell’Europa, il mondo degli affari, dell’industria e del commercio (come si diceva una volta) accoglie come una manna dal cielo questa nuova carne da spremere e consumare nel folle ciclo della valorizzazione del capitale. Come futuri schiavi salariati, i proletari extracomunitari vengono ammassati nei centri di accoglienza, sorvegliati e puniti, e progressivamente addomesticati e selezionati per i futuri compiti che saranno loro affidati nel processo produttivo del capitale. La disciplina a cui vengono sottoposti nei centri di accoglienza serve così a fargli interiorizzare il futuro comando del capitale, quando verrà il momento della estrazione di plus-lavoro dalle loro vite pronte a sacrificarsi al moderno dio del profitto. Le parole di Lenin illuminano in modo vivido il processo di espansione dell’apparato statale, e infatti sono già citate nel testo del 1949 della nostra corrente, noi le riportiamo di nuovo in modo da chiarire il senso di quel processo. Scrive Lenin nel 1917, nel testo Stato e Rivoluzione:“ In particolare l’imperialismo, epoca del capitale bancario, epoca dei giganteschi monopoli capitalistici, mostra lo straordinario rafforzarsi della macchina dello stato e la inaudita crescenza del suo apparato amministrativo e militare, in seguito al rafforzarsi della repressione contro il proletariato “ . Riflettiamo sul fatto che al processo economico di accentramento dei capitali in unità aziendali e produttive nuove, si accompagna la centralizzazione della sfera decisionale e di comando in precedenza divisa in unità aziendali diverse, ma anche nella sfera del potere politico-statale assistiamo ad un analogo fenomeno di concentrazione e centralizzazione del potere di comando, vediamo come il testo del 1949 descrive questo processo storico “Alla vigilia della seconda guerra generale era già chiaro, sia per l’ulteriore evoluzione monopolistica del grande capitalismo, sia per quella della tecnica militare che sempre più richiedeva masse di mezzi economici formidabili, che ogni stato avente pochi milioni di abitanti non poteva esercitare alcuna autonomia economica, diplomatica o militare e doveva porsi nell’orbita e nella soggezione di uno più grande… i veri grandi sono quelli che alla vastità del territorio loro proprio e alla numerosa popolazione…aggiungono una vasta costellazione di satelliti, lasciati a giocherellare con la finzione della sovranità…”. La nostra bella Italia è solo un satellite del blocco imperialista incentrato sull’America, anche se a volte nella politica estera segue percorsi e interessi non perfettamente collimanti con quelli del dominatore imperiale d’oltre oceano, e come tutti i satelliti deve svolgere il suo compito anche se con qualche inoffensivo mugugno. Ma è nel campo delle cosiddette politiche di contenimento dei flussi migratori che deve per forza svolgere il ruolo che gli compete a causa della sua posizione geografica, vero e proprio antemurale della fortezza Europa, e così tocca a essa    deportare e disciplinare per la prima volta i proletari che sbarcano sulle sue coste, quindi tocca a essa più che agli altri paesi dell’Europa capitalista il lavoro più sporco nei centri di prima accoglienza. Una politica del filo spinato e della repressione mai tramontata e sempre attuale per il moderno Moloch statale capitalista: “i moderni civili e democratici stati di oggi smistano tra i territori masse di popolazione come mandrie di bestie da lavoro…di profughi dalle invasioni, di rifugiati senza terra, di proletari emigrati: il peplo della libertà su cui bruciano incensi è ormai intessuto di filo spinato”.
Seconda parte: insostenibilità sociale del processo di valorizzazione illimitata del capitale, il caso delle rivolte nelle periferie urbane.
Abbiamo in precedenza citato un passo di un testo del 1949 in cui fra l’altro si afferma “ogni stato avente pochi milioni di abitanti non poteva esercitare alcuna autonomia economica, diplomatica o militare e doveva porsi nell’orbita e nella soggezione di uno più grande”. Ebbene, negli ultimi decenni abbiamo assistito alla progressiva diffusione di un fenomeno particolare, precedentemente poco diffuso, o forse solo poco studiato a causa della sua bassa rilevanza socio-politica. Parliamo naturalmente delle nazioni ‘senza stato ’, le nazioni in cui una perdurante condizione di conflitto interno e di ingerenze politico-militari esterne ha prodotto una frammentazione dell’autorità statale. Pensiamo a paesi come la Siria, la Somalia, l’Iraq, la Libia, e via discorrendo, i quali, pur presentando una diversa genealogia e fenomenologia dell’implosione dell’autorità statale centrale, sono tuttavia inseribili nella fattispecie anzidetta. Molto verosimilmente le bande, i gruppi terroristici, religiosi, e militari che si contendono il controllo del territorio in queste aree di implosione della sovranità statale unitaria (spesso con il supporto finanziario e militare delle potenze imperiali esterne), in realtà danno corpo agli interessi economici delle varie frazioni in cui è divisa la propria classe borghese. In altre parole, queste componenti sociali borghesi, espressione di settori economici e di aree territoriali produttive diverse, sono solo proiettate alla conquista del controllo politico-militare del territorio e di conseguenza interessate alla costruzione di un nuovo apparato statale di dominio, finalizzato all’asservimento della classe sociale avversaria, il proletariato, e all’affermazione dei propri interessi di frazione sulla parte restante di classe borghese. Tali percorsi implosivi e riedificativi dell’apparato statale, sono normalmente sviluppati in accordo con le potenze imperiali che si contendono il dominio del mondo, potenze che giocano la loro partita, investendo sulle diverse frazioni borghesi in conflitto. Questi conflitti inter-borghesi, in parte autonomi e in parte eterodiretti, producono inevitabilmente delle nuove masse di profughi, di rifugiati, in altre parole di migranti che contribuiscono ad ingrossare l’esercito industriale di riserva a disposizione del disumano ciclo di riproduzione del capitale. Il problema è che il sistema sociale capitalistico non riesce a garantire, soprattutto in questa fase, neanche la riproduzione vitale di tutta la forza-lavoro impiegata o nell’attesa di impiego nel ciclo di valorizzazione, quindi sia la forza-lavoro occupata, sia l’esercito industriale di riserva. Le masse di disperati che si accalcano nelle periferie metropolitane del mondo borghese, provenienti dai paesi appartenenti all’indotto funzionale del meccanismo di valorizzazione del capitale, si ritrovano così a cascare dalla padella nella brace. Le rivolte che nascono da questo stato di cose, definibile nei termini di insostenibilità sociale del processo di valorizzazione illimitata del capitale, hanno i caratteri della distruttività e della cieca rabbia di chi si sente imprigionato in una gabbia infernale senza vie d’uscita, e così, alla dimensione insensata e violenta della società borghese, si contrappone la violenza nelle periferie di Londra, di Stoccolma, di Parigi. Una violenza nata dal disagio economico-sociale e non ancora dotata di un progetto di mutamento radicale del modo di produzione del capitale, e tuttavia potenzialmente pericolosa. Il folle meccanismo di valorizzazione del capitale produce quindi un percorso di eventi sociali insidioso e minaccioso per la sua stessa stabilità, e d’altronde il problema è ben chiaro ai solerti amministratori del sistema come il premier francese Jean-Marc Ayrault, il quale, in relazione ai fatti di Lampedusa, ha dichiarato: “E’ importante che i responsabili politici europei ne parlino e in fretta. Perché la compassione non è sufficiente “.  La stucchevole diatriba politica sorta sulla legge Bossi-Fini a seguito dei fatti di Lampedusa, in realtà rivela solo il grado di impotenza e di confusione di una classe politica sopraffatta da eventi sistemici, innescati da un modo di produzione mai rimesso in discussione seriamente da nessun teatrante e figurante dell’attuale teatrino politico italico. A questo punto emerge, quasi solitaria, la feroce consapevolezza e coerenza del leghista Maroni, il quale dichiara “ Sono tutte discussioni ipocrite, che sia colpa della Bossi-Fini quello che è accaduto “.
Certo, siamo d’accordo, la Bossi-Fini c’entra relativamente poco, il problema è la rimessa in discussione di un sistema sociale ed economico fallimentare, difeso da una schiera di volenterosi servitori padani o italici, cui prima o poi la storia consegnerà il proprio biglietto di commiato.
Partito comunista internazionale
Schio -via Porta di Sotto 43
Siamo aperti il sabato dalle 16 alle 19
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